Il turismo va a morire?

Crociere? Barbarie!

In mezzo alle eclatanti statistiche che vedono il turismo aumentare ovunque per numero di turisti, per notti passate in viaggio, per volumi economici, per destinazioni ormai entrate nel mercato, per tipi di tursmo disponibili; ebbene, in mezzo a tutto questo, vi sono delle crepe che si stanno aprendo ed ingrandendo. Il turismo, da benedizione economica sta diventando una piaga da combattere. Da risolutore dei problemi di sopravvivenza di luoghi negletti sta diventando una grana in più con la quale i governi non sanno come giostrare. La popolazione delle città turistiche si sta rivoltando.

Il turismo ha rotto le palle.

I primi a cominciare furono gli abitanti di un villaggio basco la cui festa annuale, particolarmente folcloristica, attirava talmente tanti visitatori che il Governo decise di modificarla per permettere ad ancor più visitatori di assistervi. Gli abitanti di quel paese, da buoni baschi coriacei, parvero decidere di disinteressarsene (anche se poi hanno ricominciato ad parteciparvi come non mai).

Poi son venuti gli abitanti della Barceloneta, la spiaggia di Barcellona, esasperati dalle frotte di turisti. Hanno fatto manifestazioni, blocchi stradali, assemblee contro questa invasione. E’ andata bene che si siano comportati gentilmente nei confronti dei turisti stessi, certo incolpevoli.  Poi la faccenda dei tornelli a Venezia. Da molti anni c’e’ il numero chiuso (ed a carissimo prezzo) di un paese intero: il Bhutan.Le mamme del quartiere di Santa Croce, a Firenze, hanno chiesto l’intervento dei vigili urbani per permettere ai loro bambini di uscire da scuola: il flusso dei turisti sul marciapiede era così intenso e continuo da impedir loro di mettere il naso fuori dal portone.

D’altro canto le città sono travolte dagli affitti turistici nei centri storici; i costi degli affitti aumentano e gli abitanti “veri” devono andarsene. Quei centri diventano dei grandi “alberghi diffusi” trasformandosi da città reali a parchi tematici. Firenze ne è un esempio. Gli elettori spariscono, i politici si preoccupano.

Molte isole tropicali, ormai debordate dall’invasione dei turisti in ciabatte, parlano di numero chiuso. (Ma allo stesso tempo, altre, come le Galapagos, che sono a numero chiuso cercano di eliminarlo per aumentare l’afflusso economico.)

Così son ridotti i moli a Creta, non ci si passa.

Anni fa si ragionava sul  concetto di “Capacità di carica” ovverosia del numero massimo di turisti che una località può sopportare prima di soccombere, dal punto di vista ambientale e del sovraccarico dei servizi. Concetto lodevole, ma chi la ferma la logica del profitto? Qualche accademico con delle formulette?

Perchè bisogna riconoscere che il turismo non è un’attività sostenibile. E’ un cancro che distrugge tutto ciò che tocca. Il trasporto aereo di miliardi di turisti; l’economia distorta che il turismo provoca; l’inevitabile stagionalità con la sottocupazione dei lavoratori, degli immobili, dei servizi, durante i periodo morti; la prostituzione in favore dei turisti e delle turiste; il degrado culturale delle popolazioni investite da tanta gente estranea.

L’assoluta ingiustizia nella ripartizione dei benefici economici del turismo. A Firenze, sulle Dolomiti, nelle isole dei Caraibi, i turisti ci vanno a vedere i musei, i paesaggi, a fare il bagno. Il Rinascimento, le montagne, il mare sono beni comuni. Eppure sul turismo ci guadagnano solo i proprietari degli alberghi, dei ristoranti, dei negozi, dei trasporti. La gente normale al massimo lavora negli esercizi commerciali e si sa bene che gli stipendi nel turismo sono bassi. E il più delle volte i lavoratori sono immigrati che chiedono ancor meno. Il popolo di quei luoghi si prende solo i disagi ed i prezzi alti che il turismo porta.

E quel popolo, appunto, comincia a rompersi le palle.

Il turismo esiste da un paio di millenni. Importanti intellettuali romani sviaggiavano per l’Impero per nutrire la loro curiosità; il grande Columella fu uno di questi. Durante il Medioevo e il Rinascimento i turisti si chiamavano pellegrini, ma la sostanza era la stessa. Costoro lasciavano quel che facevano e con la scusa di andare a pregare in una chiesa possibilmente molto lontana, giravano l’Europa dormendo qua e là, correndo mille avventure ed infastidendo gli abitanti (e soprattutto le abitanti) delle contrade che atraversavano; perennemente alla ricerca di vino e divertimenti. Vi è una vastissima legislazione che cerca di metter freno a questa piaga di viandanti irresponsabili e ladri. Esattamente come i turisti odierni, anche i pellegrini erano in qualche modo al di sopra delle leggi e delle consuetudini locali. Son pellegrino, son turista, si dice; e quasi tutto è permesso. Poi, a fine ‘600 cominciò la faccenda del Grand Tour in Italia e la valanga non si è più arrestata. Negli ultimi anni si è aggiunta la plaga dei turisti accattoni.

Amori turistici a Santo Domingo.

Ma come ogni moda umana anche questa finirà. La realtà virtuale sostituirà la realtà reale e si smetterà di voler andare a vedere i centri storici ovunque occupati dalle stesse catene di negozi? I musei saranno visitati virtualmente grazie ai visori? Si capirà che andare ad insardinarsi su spiagge e mari pieni di plastica è una sciocchezza?

Nell’estate del 2019 c’e’ stato un grande numero di articoli sulla stampa occidentale sul fenomeno dell’inivivbilità delle città turistiche. Sulle lamentele degli abitanti che ne sono scacciati in favore dei turisti di Airbnb. Stranamente si è parlato molto poco del ruolo che gli alberghi hanno in questo fenomeno di overturismo. Tanto che c’e’ da chiedersi se dietro a questa campagna non ci sia la lobby delle catene alberghiere che soffrono pesantemente la concorrenza degli appartamenti.

E comunque nessun articolo che abbia letto ha colto la responsabilità delle compagnie low cost che spostano centinaia di milioni di persone a prezzi bassissimi.

Ed infine nessuno è riuscito a completare il ragionamento secondo il quale se c’è overturismo è perchè ci sono troppi turisti e che l’unica soluzione è quella di convincerli a disperdersi invece che concentrarsi sempre negli stessi luoghi. Ci vuole comunicazione, quindi, e questi articoli, pur banalissimi, potrebbero essere un inizio.

Si spera che i turisti capiscano che tutti i luoghi meritano una visita e che andare nei soliti Venezia o Firenze è esattamente quello che non va fatto. Come questo blog predica da sempre.

I retroscena poco etici del turismo solidale

[Continua da qui]

Alcune ONG attive nella cooperazione internazionali dettero vita a cavallo del 2000 ad una agenzia che poi è divenuta “Viaggi Solidali”, a sua volta membro dell’Associazione Italiana Turismo Responsabile”, AITR, in sigla.

Il fatto che questa agenzia nasca come diretta espressione di ONG per la cooperazione internazionale e’ un primo segnale per comprendere come funziona la faccenda.

Che il lettore veda per prima cosa alcuni esempi di Viaggi Solidali, scelti senza particolare cattiveria, nel paniere di quelli disponibili per il 2018.

Ma perche’ nasce questa nicchia del turismo solidale? I motivi sono diversi e convergenti.

In primo luogo vi e’ una certa idea di sviluppo turistico che ha avuto, negli ultimi decenni un particolare sviluppo in Toscana. (Per questo motivo va sotto il nome di “modello Toscano”). Si tratta di un turismo fatto di individui, coppie, famiglie, al massimo piccolissimi gruppi che si muovono agilmente sul territorio, visitando borghi e campagne e appoggiandosi per mangiare e per dormire a B&B, a piccoli ristoranti, a trattorie piu’ o meno familiari, soprattutto ad agriturismi o a piccoli alberghi familiari nei paesini del Chianti, della Maremma, meno del Valdarno. In questo tipo di turismo si congiungono, ora dopo ora, gli aspetti culturali (chiese, borghi, musei), quelli paesaggistici (il famoso paesaggio toscano fatto di dolci colline tempestate di vigneti ed oliveti) e quelli enogastronomici sia per il consumo immediato nelle trattorie e negli agriturismi, sia per l’acquisto di olio, vino e salumi per il successivo consumo a casa propria. E’ un modello di grande successo che fa vivere molte zone. Da notare che tale turismo non e’ per niente a buon mercato.

Torniamo alla cooperazione internazionale: i progetti sono alla perenne ricerca di idee su come imbastire azioni che possano rinforzare le povere economie dei famiglie sulle quali agiscono i progetti stessi. In questa ricerca, spesso diperata, si fa ricorso alche al turismo che tanta importanza ha ormai nel mondo e che pare sia la gallina dalle uova d’oro.  Alcuni progetti sono quindi diretti a far nascere e sviluppare iniziative turistiche di base. E non solo! I progetti di cooperazione internazionale hanno alcune caratteristiche intrinseche: hanno a che fare con piccole realtà locali, portano molta attenzione alle famiglie, hanno forti legami con il territorio e dispongono di modesti capitali da investire. Si da il caso che siano assolutamente le stesse caratteristiche che contraddistinguono il modello turistico toscano.

E’ stato quindi naturale che i progetti turistici escogitati dalla cooperazione internazionale abbiano preso a modello quanto veniva fatto in Toscana. A prima vista poteva essere un connubio efficace, tanto più che si poteva aggiungere alla parte turistica anche quella agricola che avrebbe prodotto cibi da vendere ai turisti; esattamente come si fa in Toscana. In quel caso sarebbero stati cacao, caffè, spezie o altro.

Sulla base della concezione fin qui esposta, alcuni donatori di fondi per la cooperazione internaionale come il Ministero degli Affari Esteri italiano o l’Unione Europea hanno pensato di stanziare dei soldi per lo sviluppo turistico dei paesi del sud. E le ONG vi si sono buttate a capofitto. Vi sono stati dei progetti a Capo Verde,  in Sierra Leone, in Senegal, in America Centrale ed altrove.

Pochi hanno funzionato. Soprattutto perchè l’analisi della situazione era completamente sbagliata. Infatti il modello toscano funziona perchè la Toscana è ricchissima di attrazioni turistiche storiche ed artistiche, perchè il paesaggio toscano gode di grande fama e perchè le dimore rurali vi sono spesso cariche del fascino dell’antico. Ben diversa la situazione nei paesi del sud dove poche sono le cose da vedere e di poco interesse, il paesaggio è meno attraente o più monotono e si soggiorna in capanne o casucce. Quindi pochissime le cose degne di attenzione da parte di un turista. Ed infine, il turista medio, quello dei selfie su Facebook è molto fiero di dire di essere stato in Toscana; molto meno di vantarsi di essere stato in Sierra Leone.

Di fronte alle difficoltà di far decollare quei progetti alcune ONG fondarono quella che sarebbe poi divenuta l’agenzia “Viaggi Solidali”; fu un estremo tentativo di chiamare turisti verso quei progetti che non riuscivano a produrre risultati concreti per le tasche delle popolazioni locali, che pure erano state illuse di diventare degli imprenditori turistici. Si volle, in altre parole, diventare non solo fornitori di proposte turistiche, ma anche organizzatori di viaggi. E dal momento che quei luoghi, quelle realtà, offrivano poche attrazioni turistiche se ne fabbricò di sana pianta una nuova:  la solidarietà!

Ci si riallacciava alla vecchia tradizione cattolica e missionaria seconda la quale i devoti volentorosi andavano a passare le proprie vacanze a lavorare nelle Missioni, ad aiutare i poveri, in Africa o nel Mato Grosso.

Ma come quasi tutto ciò che imbastisce la cooperazione internazionale anche l’esperienza tristica solidale fallì rapidamente. Tanto che Viaggi Solidali è poi diventata un’agenzia come molte altre che di solidale mantiene solo il nome e poche attività di facciata all’interno del programma dei viaggi.

Tutta l’operazione nasce quindi più per un sostegno alle attività delle ONG italiane che per lo sviluppo di quel turismo. Era in sostanza un’attività di autopromozione e di facciata delle ONG. Un modo per dimostrare ai donatori dei fondi dei progetti che si era voluto integrare l’intera catena: fumo negli occhi. Nessuno si interessava molto ai beneficiari nei paesi del sud ed ai turisti.

Ma vi è un altro aspetto ben più grave da un punto di vista etico. L’italiano medio (ma anche quello un pò più avvertito) non conosce praticamente niente delle condizioni di vita nei paesi del sud del mondo. Vi si reca, a volte, per delle brevi vacanze balneari o sessuali; per molti l’Africa è Malindi e l’America Latina sono le ragazze di Cuba o di Rio.  Inoltre gli italiani non sanno più, fortunatamente per loro, distinguere le 50 sfumature della povertà.

Mettere delle persone siffatte a contatto con i progetti sociali nel sud è un abominio. Non sono pronti a vedere, non sapranno giudicare, capiranno poco e male. L’operazione è subdola: si colpisce all’anima sensibile del turista (ignorante delle cose del mondo) per alleggerirgli il portafoglio.

All’interno di una vacanza si vedranno miserie umane che non si sapranno inquadrare nel loro contesto sociale ed economico; si cerca la pietà, non la solidarietà. E si ripropone il vecchio stereotipo del bianco buono che aiuta il povero negro. E’ una trappola infernale.  Che immagine di quel paese riporterà a casa quel  turista? Cosa avrà capito dei meccanismi della cooperazione internazionale che finanzia quei progetti, a volte per scopi inconfessabili?

Peggio ancora per i locali che saranno mostrati ai gruppetti di turisti come esempi di qualcosa e non come persone.  In questo circo faranno la parte dei poveri, dei malati, dei disgraziati. Un teatrino che accresce le distanze invece che attenuarle. Un gioco delle parti fra il morto di fame ed il turista che non vede l’ora di farsi un Daiquiri sulla spiaggia, sentendosi molto buono per i 70 € che ha donato.

Un’operazione commerciale. E vi pare etico il turismo solidale?

Alcuni viaggi “solidali”

Particolarmente importante nel mondo del turismo solidale italiano è l”agenzia Viaggi Solidali che propone un viaggio di 11 giorni in Casamance, la zona più meridionale del Senegal. E’ un tour normale a cui vengono aggiunte le visite a dei produttori di anacardio, ad un centro per gli handicappati, ad un’iniziativa di sartoria di base, ad un asilo e a degli orti.  Sono previsti dei giri in bicicletta che si trasformare per magia di marketing in “appoggio all’imprenditoria giovanile locale impegnata nella salvagiardia ambientale”. Si tratta di imprenditori più semplicemente definibili come “noleggiatori di biciclette”. Il costo del viaggio è molto alto: 1.680 euro senza viaggio aereo e dormendo in condizioni a volte definite bisognose di “capacita’ di adattamento”. Sono previste anche “docce con il pentolino”, che consiste nella fornitura di un secchio d’acqua da cui si prende l’acqua con un pentolino per tirarsela sulla testa. E’ il modo più comune per farsi la doccia in Africa; questi ci ricamano su come fosse una avventura. Molto pittoresco, ma a prezzi da numerose stelle in uno dei paesi più economici del mondo.  La quota comprende i 70 € solidali dei quali non si dice la sorte. (questo era un viaggio del 2016, attualmente ve ne sono altri qui). I prezzi attualmente (2019) si sono abbassati e vanno sui 100 euro al giorno che, comunque, non sono pochi, in Senegal. Anche le visite ai progetti sono diminuite, forse perchè di progetti ce ne sono sempre meno, forse perchè, in tempi di salvinismo, sono diventati meno simpatici.  Attulamente si vende come “plus solidale” il fatto che i turisti appoggiano l’economia delle famiglie che hanno attività economiche che li ospitano per dormire o per mangiare. Esattamente quel che succede quando si va a mangiare un panino al chiosco sotto casa; ma in questo caso nessuno si rende conto di diventae un benefattore dell’economia del proprio quartiere.

Un altro viaggio è in Argentina. Il momento solidale più importante è assistere alla settimanale manifestazione delle Madri di Plaza de Mayo. Riescono così a vendere uno dei momenti più importanti e tragici della storia recente di quel paese, come se fosse un’attrazione turistica; ci si va in gruppo, fra un museo ed uno spettacolo di tango. Il viaggio, di 15 giorni, non è affatto solidale con il pianeta, in quanto prevede, oltre al volo intercontinentale, ben 4 voli interni con un dispendio energetico fantastico. Ma su questo punto si sorvola, è il caso di dire. Il viaggio presenta un itinerario del tutto ovvio, uguale a quello di tutte le agenzie. La parte solidale è ridotta alla visita di un paio di musei, all’osservazione delle Madri di Piazza di Maggio e, forse, a visite di progetti dell’ONG italiana ICEI. I 70 euro del donativo vanno all’agenzia turistica argentina che segue il viaggio!!! Da non credere; si fa l’elemosina all’operatore turistico locale che ti organizza il viaggio. Il viaggio è carissimo: 2500 euro senza nessuno dei sei voli e senza pranzi e cene.  (anche in questo caso è un viaggio del 2016. I viaggi attuali (2019) sono qui, la sostanza non cambia.

Anche San Suu Kiy è finita nel tritacarne del turismo solidale. Foto da Wikicommons

Non poteva mancare un viaggio nella martoriata Birmania (si usa ancora il vecchio nome). Le attività solidali sono un corso di cucina(!), la visita al partito di San Suu Kyi, mangiare con dei monaci e visitare un ospedale al quale vanno i 70 euro di solidarietà. Tutto qua, per il resto il solito, banale e usurato giro in Myanmar.

Insomma la più vieta banalità turistica con una spruzzata di miserie altrui, un prezzo alto, una elemosima con destino oscuro. E si è costruito il viaggio solidale.

Di un altro tipo il viaggio in Mozambico proposta dall’ONG Humana. Sono 15 giorni tutti da passare in un Istituto Tecnico appoggiato dall’ONG. Si è vicini alla spiaggia, ma si lavora come imbianchini (come se in Mozambico mancasse la manodopera, forse pensano che non ha voglia di lavorare. Oppure preferiscono non pagare un italiano che pagare un Mozambicano, sempre nell’ottica dello sviluppo dell’economia locale). Oppure si diventa animatori nelle scuole, agli ordini del responsabile. I bambini parlano portoghese, i turisti l’italiano, ma che vuoi cha problemi ci siano? Avere un bianco che ti anima non può che fare un gran piacere ai bambini mozambicani. Si visitano vari progetti, si fa colazione alle 7h30. Sono obbligatori due incontri prima della partenza ed uno dopo il ritorno. Costo modesto di 900 euro (aereo escluso) dei quali 350 vanno alla scuola. Insomma, si va in vacanza a far finta di fare i missionari, poi si torna al lavoro vero.

Ma perchè tutto ciò?

Turismo solidale? Trappolone per ingenui?

Sull’onda della moda della Green economy si parla molto, da qualche tempo, di  turismo responsabile ed addirittura solidale.

E come la Green economy, anche il turismo solidale rischia di essere il classico polverone di luoghi comuni privi di senso reale e trasformarsi in una truffa per quei creduloni che ci cascano. Basta mettere un’etichetta alla moda per aumentare le vendite o, almeno, i prezzi.

Per le definizioni dei vari tipi di turismo si veda qua.  Il turismo solidale, nelle parole di chi lo vende, oltre ad essere responsabile, mette in contatto i turisti con delle situazioni sociali in difficolta’ o comunque meritevoli di essere conosciute. I turisti porteranno appoggio tanto morale quanto economico a queste realtà sociali ritenute sfavorite.

Per chi organizza questi viaggi la cosa più importante è aggiungere la parola “solidale” ad un viaggio peraltro simile a molti altri. La parola che nobilita, carattrerizza, personalizza, pulisce le coscienze, fa green, permette di accedere a quegli eventi tipo “Fà la cosa giusta” e consente di aggiungere qualche centinaia di euro al prezzo,  Il turista diventa solidale e si sente migliore, gratificato. E’ un capolavoro di marketing. Anche la guida non è piu’ tale, ma diventa “mediatore culturale”. Il viaggio diventa una esperienza di “scambio interculturale”. Ma gli organizzatori si affrettano anche a far sapere che resta comunque una vacanza. Non si pensi a troppo intensi scambi con i poveri visitati! Ognuno mantiene il proprio ruolo: il turista fa il turista, il povero fa il povero. Il contatto ci deve essere, ma che sia breve!

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Le foto dei bambini africani sono sempre molto importanti nel turismo solidale. Questa viene da un progetto di una scuola finanziata da un Resort. http://www.inviaggi.it/imgs/89_s/3757__g_.jpg (ultima visita aprile 2016) E’ ipotizzabile che questo foto violi una certa quantità di leggi sulla privacy e sullo sfruttamento di immagini di minori.

Ribaltiamo la cosa ed immaginiamo che i viaggi solidali si svolgano in Italia: la guida porta un gruppo di turisti giapponesi in un centro della Caritas di aiuto ai senza dimora o in un centro di riabilitazione per mutilati o in un ospedale infantile. Dove i giapponesi verserebbero una lacrimuccia ed accarezzerebbero la testolina di un bambino, mettendogli in mano una caramellina.

Rivoltante, vero? Eppure e’ proprio quel che succede nel turismo cosiddetto solidale. Ma cio’ che non accettiamo da noi, siamo prontissimi a farlo nei paesi del sud.

Il lato organizzativo e materiale del turismo solidale e’ ancora peggiore. In un viaggio di una settimana o dieci giorni si visitano due progetti sedicenti solidari. L’obolo che il turista paga all’organizzazione e’ di 70 euro che vanno ai progetti. Quindi ogni progetto avra’ circa 35 euro moltiplicati per i dieci – quindici turisti: una miseria vergognosa, che pero’ permette al viaggio di chiamarsi solidale. Con 4 – 500 euro una tantum si vuol risolvere qualche problema? Non è una schifosissima elemosina?

Ma come avviene un viaggio solidale? Esattamente come tutti gli altri con due piccole differenze. La prima consiste nel passare due mezzi pomeriggi presso quei due progetti di assistenza ai vulnerabili.

La seconda differenza sta nella scelta delle strutture che ospiteranno i turisti per dormire e per mangiare. Lo faranno in modestissime pensioncine ed in tristi locande che  saranno state spacciate come iniziative imprenditoriali di base, meritevoli di essere frequentate ed aiutate. I turisti non potranno lamentarsi del basso livello delle strutture ed anzi ne gioiranno, sentendosi buoni, solidari, redentori di una umanità sofferente.  Ci si dimentica di dire che ogni viaggiatore a basso budget usa strutture di quel tipo senza sognarsi di star facendo un’operazione di solidarieta’ internazionale.

Il turismo solidale è pauperistico per marketing, non per necessità o scelta ideologica.  A ben vedere i turisti “solidali” non sono affatto a basso budget. Infatti tali viaggi sono molto piu’ cari degli equivalenti “normali”. Quindi l’ipocrisia e’ totale. Ancora una volta l’economia green si rivela un semplice e cinico artifizio commerciale. E chi l’acquista un illuso, un credulone o, nella peggiore delle ipotesi, un ipocrita.

Vediamo alcuni di questi viaggi e cerchiamo di capire come funziona tutto cio’.