Il lato oscuro di Sao Tomè

La villa padronale di una azienda del cacao, as roças.

L’isola di Sao Tomè non è solo un gradevole e piccolissimo paese perso nell’Atlantico equatoriale. Dietro vi è una storia piena di dolore, che è bene che il turista sappia.

Quando i portoghesi vi arrivarono, l’isola era deserta; gli africani non hanno un gran spirito marinaresco e non l’avevano mai raggiunta, troppo lontana dalle coste africane. Per qualche decennio non successe molto: ci mandarono solo un pò di ebrei che scomodavano in patria. Tanto che delle famiglie ebree sono ancora presenti nel paese e lo era anche, per parte di madre, il presidente Fradique, quello che barattava frittura mista per cacao.

Prima della metà del ‘500, la cosa si mosse rapidamente. Sao Tomè divenne produttore di zucchero: merce ricchissima in Europa, a quei tempi; entrava in tutti i piatti, anche in quelli che per noi, ora, sono salati. In mancanza di popolazione autoctona, i lavoratori della canna erano schiavi africani. L’isola divenne anche base per le navi commerciali che, dalle colonie dell’Angola e poi del Mozambico, andavano in Portogallo. Ed infine era un porto sicuro per i traffici negrieri verso il Brasile.

Il delizioso edifico del vecchio aeroporto, nel tipico stile portoghese dei tempi di Salazar.

Il commercio dello zucchero saotomeense venne a deperire a causa dell’inarrestabile concorrenza del Sud America e vi fu una stasi. Alla quale subentrò rapidamente la sfrenata corsa al cafè e al cacao che ricoprì ogni angolo adatto dell’isola, suddivisa in quei mini-stati che erano diventate le grandi fattorie coloniali, chiamate as roças. Organizzazione capillare del territorio, degli uomini, delle costruzioni; tutto per il cacao del quale Sao Tomè divenne uno dei primi produttori mondiali. A forza di schiavi. Questi venivano dalla Nigeria, poi dal Congo, dall’Angola; meno dal dirimpettaio Gabon, i cui popoli avevano fama di essere di pessimo carattere e di scarsa propensione al lavoro. Dal Gabon veniva del cibo, perchè a Sao Tomè tutta la terra coltivabile era dedicata al cacao e non c’era spazio per coltivare il riso o le banane. L’isola è molto scoscesa ed intere zone, non coltivabili restavano jungle impenetrabili.

Molti uomini bianchi e poche donne bianche; le africane schiave che diventavano le concubine dei portoghesi venivano liberate; lo stesso accadde ai primi schiavi arrivati sull’isola (os forros) in quanto si vollero apparentare, in qualche modo, ai primi coloni. Si formò, quindi, una sorta di società fortemente meticciata di uomini e donne libere che fecero da cinghia di trasmissione fra i proprietari terrieri, i commercianti, gli artigiani e gli amministratori portoghesi e la grande massa degli schiavi agricoli o domestci. Dei kapò, in altre parole.

Alcuni schiavi riuscivano a fuggire ed a sopravvivere nell’inferno verde delle zone più montagnose dell’isola; nonostante i tremendi castighi inflitti ai fuggitivi ricatturati e le altrettanto tremende storie che venivano messe in giro sulla presenza di serpenti giganteschi che abitavano le impervie foreste. Divennero un gruppo etnico e linguistico ancora esistente, che si chiama Os Angolares.

Nel 1875 finì la schiavitù nelle colonie portoghesi, ma a Sao Tomè non se ne accorse nessuno. Non vi era altro lavoro che quello agricolo, tutta la terra fertile era in mano alle aziende del cacao, i loro proprietari facevano evidentmente cartello. Che altro poteva fare uno schiavo se non continuare ad esserlo?

La produzione del cacao continuava a crescere e as roças avevano bisogno di ancor più manodopera. Venivano importati lavoratori dall’Angola e dal Mozambico con contratti capestro che finivano per assomigliare di molto alla stessa schiavitù. Delle ribellioni finivano con centinaia di morti fra i rivoltosi; l’ultima, tremenda, nel 1953. Gli inglesi, con infinito cinismo, organizzarono un boicottaggio al cacao di Sao Tomè in quanto prodotto da lavoratori in condizioni servili; in questo contesto è calato il romanzo “Equatore” di Tavares che tanto successo ebbe qualche anno fa e che tanti turisti portò a Sao Tomè. In realtà gli inglesi non facevano altro che tentare di diminuire la concorrenza che quel cacao faceva al proprio.

Edifici coloniali nel centro della capitale.

Per aumentare ulteriormente la pressione sui lavoratori, i portoghesi importarono dei sorveglianti da Capo Verde. Erano meticci, razzisti e spietati; l’odio fra le due comunità fu feroce. Quando il paese divenne indipendente e socialista, nel 1975, il potere passò alla parte nera della popolazione; i capoverdiani rimasti se la videro bruttissima e vissero per anni in condizioni pietose.

Non va infine dimenticato che la colonizzazione portoghese fu caratterizzata da due elementi: da una parte una grande propensione al meticciamento ed alla convivenza fra coloni portoghesi e popolazioni africane, quando invece francesi ed inglesi mettevano rigide distanze. Ma dall’altra parte vi era una durezza, una crudeltà, una scelleratezza senza pari; sadismo, direi, esercizio patologico del potere.

Insomma, Sao Tomè è terra d’Africa, ma dove gli africani sono altrettanto stranieri di quanto lo furono i coloni portoghesi. Ma questi se ne sono andati. Invece gli africani ci son rimasti, creando un paese ed una cultura propria, frutto di un profondo meticciamento fra elementi portoghesi, a cominciare dalla lingua, la religione (e, curiosamente, la pasticceria) ed elementi delle diverse origini africane degli schiavi e dei lavoratori importati.  E’ successo a Sao Tomè, in piccolissimo, quel che è successo, in grandissimo, in America Latina: la creazione di nuove culture. Per questo Sao Tomè è così interessante.

Nonostante le infinite sofferenze provate, gli abitanti di Sao Tomè sono calmi, ragionevoli e gentili. Ma il turista deve sapere quel che quella terra ha visto, anche se oggi appare un’oasi di pace e di tranquillità.

Isole isolate, Sao Tomè e Principe

Il centro coloniale di Sao Tomè.

Paese minuscolo, perso, sconosciuto agli italiani. Con una triste storia dietro, un presente difficile ed un futuro molto incerto. Ma affascinante e consigliatissimo per un viaggio veramente non ovvio. Sensazioni molto piacevoli.

Si tratta dell’isola di Sao Tomè e di quella di Principe che, insime compongono l’omonima Repubblica, indipendente e sovrana. Sta sull’Equatore, nell’Atlantico, a qualche centinaio di chilomentro dalle coste africane. Vi si parla il portoghese (fu colonia portoghese) ed un pò di francese (il paese più vicino è il francofono Gabon).

La natura è sorprendente: Sao Tomè è abbastanza più piccola del comune di Roma; è rotondeggiante e se si percorre la strada che ne fa il giro si resterà stupiti. A seconda del lato dell’isola e quindi delle piogge, la vegetazione passerà da rigogliosamente equatoriale a siccitosa con mini savane. Le coste sono spesso aspre, scoscese, nere, ma con deliziose baie che ospitano spiagge di ciottoli grigi od addirittura di sabbia bionda.

Dalla foresta spunta un Cao, curiosi pinnacoli di roccia, alti decine di metri.

E’ un’isola ritta ed una montagna di oltre duemila metri la domina; nelle parti alte le piogge sono frequentissime e la vegetazione è intensa, verdissima, gocciolante di umidità, emozionante, fra cascatelle e dirupi. Un angolo dell’isola è così impervio che non è stato possibile completare (con le poche risorse disponibili nel paese) l’anello della litoranea. Anche i sentieri son pochi. Molti e particolari gli uccelli, mi dicono.

Curiosissimi sono i Cao: guglie di roccia vulcanica che si innalzano dal suolo; il più alto misura 300 verticali e lisci metri e fu scalato per la prima volta anni fa da un gruppo di alpinisti italiani.

La spiagga “Praia Banana” a Principe.

Ma non solo natura. Anche la capitale si chiama Sao Tomè ed ha un minuscolo ma gradevolissimo centro coloniale che riporta al Portogallo, alle Azzorre, a quel modo così tipico che avevano i portoghesi di costruire nelle colonie. Ed ancora più interessanti le residenze e i centri aziendali delle numerose grandi fattorie coloniali, specializzate nella produzione di cacao. I coloni portoghesi vi ricreavano frammenti del loro paese. Costruite fra fine ‘800 e inizi’900 sono pezzi di Europa meridionale nella foresta equatoriale. Alcuni edifici sono in assoluto degrado, altri sono stati recuperati e stupiscono per la loro incongruità in quei luoghi. La cura del paesaggio si spingeva a piantare chilometri di siepi ornamentali lungo le strade che attraversano le fattorie, come fanno con le ortensie nell’isola di Flores nelle Azzorre.

La gente è tranquillissima, gentile ed estremamente calma; del resto è tutto così piccolo che la fretta non avrebbe senso. E sta soprattutto qui il fascino di Sao Tomè; di essere una specie di stato lillipuziano dove tutti si conoscono. Una piccola città di provincia che è diventata Stato, con le sue leggi, il Governo, le ambasciate, le forze armate, la dogana; ma tutto fatto in famiglia. Per fare un esempio: il Presidente più duraturo era un venditore ambulante  (in moto) di pesciolini da frittura che comprava ai pescatori e barattava con il cacao dei contadini, in montagna, per poi rivenderlo agli esportatori. Tutti lo conoscevano e venne eletto.

Atmosfere raccolte, intime, casalinghe; anche il turista si sente a casa propria, vien voglia di dare del tu a tutti.

Così finisce la strada che fa il giro (incompleto) dell’isola.

Non ci sono folle  di turisti a Sao Tomè; più frequentemente portoghesi soprattutto da quando venne pubblicato il romanzo “Equatore” ambientato a Sao Tomè e che ebbe un enorme successo; disponibile anche in italiano ne consiglio la lettura prima o durante il viaggio. Ci sono un certo numero di sistemazioni di vario livello e prezzo, generalmente soddisfacenti. Non poteva mancare l’albergo di un italiano che vive là da decenni. Il modello più frequente di turismo consiste nel fare base fissa in un albergo e girare l’isola come si vuole, affittando una macchina o prendendo per la giornata i numerosi taxi disponibli. La macchina si affitta sul posto o attraverso l’hotel, non vi sono agenzie ufficiali. Il cibo è semplice e buono, i prezzi non modestissimi, visto che tutto viene da lontano. Una settimana passerà con grande tranquillità. Volendo si può anche andare qualche giorno a Principe, dove non c’e’ veramente niente, salvo alcune spiagge clamorosamente belle.

Tutto molto bello, tranquillo, piacevole. Poi vi è il lato oscuro di Sao Tomè.