Lo strano caso dei trasporti in Spagna

Il deserto alle partenze dell’aeroporto di Girona. Foto de El pais.

La Spagna è sempre fonte di molte meraviglie per il Viaggiatore Critico. Vede un sacco di cose e non ne capisce molte. Altre preferirebbe non vederle e non capirle. Il mondo dei trasporti spagnolo offre una quantità di spunti di riflessioni che accompagnano i suoi viaggi in quelle terre.

Paese grande e relativamente poco popolato (la densità della sua popolazione è inferiore alla metà di quella italiana) i trasporti sono sempre stati un problema: molti chilometri da fare e poca gente da spostare e a cui far pagare i biglietti. Durante il franchismo le strade erano in uno stato terribile e viaggiare in treno un’epopea. Sono famosi i racconti dei viaggi che i toreri facevano, in macchina, di notte, per passare da una plaza de toros all’altra; dove il viaggio era quasi più pericoloso della corrida. Ricordo code infinite alla stazione dei treni di Barcellona in cui si era costretti a raccomandarsi agli altri viaggiatori per poter saltare la fila e non  perdere il treno, dopo ore di attesa.

Nel frattempo tutto è cambiato, ma le stranezze restano.

Le infrastrutture del trasporto, dalla fatiscenza franchista si sono trasformate in faraoniche, capillari, ovunque nuovissime. Le stazione dei treni rivaleggiano con quelle dei bus per dimensioni ed efficienza. I treni sono avveniristici. Sembra di essere in Scandinavia: tutto nuovo, pulito, ordinato, spazioso e luminoso. Ma, ahimè, tragicamente vuoto.

L’aeroporto di Girona, lo scalo di Ryanair per Barcellona e la Costa Brava, ha pochissimi voli al giorno: in inverno anche solo tre, al massimo una decina. Eppure è un bellissimo e grande aeroporto. La stazione dei bus della stessa città accoglierebbe una trentina di bus in contemporanea, ma ve ne sono solo un paio in attesa di pochi viaggiatori. Dalla supermoderna stazione ferroviaria di Vigo-Urzaiz partono una decina di treni al giorno. La stazione dei bus della Coruna è così grande e vuota che si ha paura ad attraversarla. E non sono casi cercati con attenzione; sono quelli che mi sono capitati sotto gli occhi per caso.

Poi c’e’ la ridondanza. Dal Puerto di Santa Maria si può andare a Cadice, che sta lì di fronte, si vede bene, dall’altra parte della baia, usando il treno o il bus o il battello normale o il battellino storico. Ognuno con numerose corse al giorno (salvo il battellino storico che ne fa solo due). Altrove. sugli stessi percorsi ci sono sia i bus che i treni. Spesso due tipi di autostrade corrono quasi affiancate: una libera e l’altra a pagamento.

Vuoto anche la stazione dei bus della Coruna.

Insomma, sembra che si sia investito somme colossali per fare una rete infrastrutturale moderna, grandiosa e ridondante. Gli spazi costruiti paiono assolutamente incongrui con i pochi passeggeri accolti. Meglio per loro, certo, ma ci si sente spaesati in mezzo a tanto spazio vuoto, da percorrere con la tua valigina. La domanda è la seguente: chi ha pagato tutto ciò? Molto spesso l’Europa. Chi manterrà tutto ciò? Chi lo sa? Pulizie, manutenzioni, illuminazione, riscaldamento. Ora è tutto nuovo. Ma fra qualche anno cadrà tutto a pezzi per mancanza dei fondi per la manutenzione? E tante spese sono state fatte perché utili o per mantenere attiva l’enorme mole della corruzione che i molti scandali recenti hanno messo in luce nel sistema politico spagnolo?

Perché poi i trasporti mica funzionano tanto bene, nonostante le infrastrutture avveniristiche. Le corse dei treni e degli autobus sono poche, durante la giornata; le fermate dei treni sono molte e lunghe, allungando i tempi di percorrenza in modo abnorme. I giri che fanno i bus provinciali diventano esasperanti. Son perfino tornato a vedere dei treni che fanno manovra, accoppiandosi; cosa che in Italia non vedo da trent’anni.

Poi ci son le cose che sarebbe meglio non vedere.

Gli italiani sono profondamente convinti che gli spagnoli siano un popolo di allegri casinisti, giocosi e strampalati. Credono che siano tutti degli Almodovar. Non è così.

La società spagnola è profondamente autoritaria e conservatrice. Nei trasporti lo vedi bene: vigono regole strette, arbitrarie, eccessive, autoritarie. L’accesso ai binari è permesso solo poco prima della partenza del treno; i passeggeri si incolonnano in fila, in piedi, aspettando che venga  aperto il varco. Se per caso sei passato con la scusa di prendere un altro treno, ti rispediscono nella hall in malo modo. In tutte le stazioni c’e’ lo scan dei bagagli con almeno due tipi della Guardia Civil, quasi sempre molto scortesi. Il controllore si aggira in compagnia di due guardiani armati di sfollagente, anche in situazioni dove il passeggero più giovane ha i capelli bianchi. Sui treni i posti sono solitamente numerati, anche sulle brevi tratte. I passeggeri rispettano il posto assegnato, fino al ridicolo: quando il treno è semivuoto ti viene da sederti dove capita. Se arriva il proprietario di quel posto ti pianta una grana che non finisce più. Alle immancabili file alle biglietterie il passeggero non si avvicina allo sportello che si è liberato, ma aspetta di essere chiamato. Ma, in cambio, passeggero e bigliettaio si prolungano in conversazioni infinite ed assolutamente superflue a danno di chi aspetta; in piedi, perché non ci sono i numerini. Anche all’aeroporto di Melilla ti fanno aspettare nella hall ed hai accesso al gate solo poco prima che questo apra. Molto spesso devi farti tutto il lungo percorso obbligato fra quelle odiose strisce mobili, anche nel caso che non ci sia nessuno.

Insomma, tutte quelle piccole cose che denotano rigidità, esercizio arbitrario di un piccolo potere, mancanza di rispetto per gli altri, autoritarismo, scarso “saper vivere”. Si badi bene: non si tratta di regole utili a qualcosa. Si tratta semplicemente di soprusi di alcuni su tutti gli altri; di volontà di dominazione.  Resti duri a morire della tragica storia coloniale degli spagnoli e della ancora fresca dittatura franchista.

Las tapas: gioie e dolori del turista italiano in Spagna

Mio nokia1410
Codini di porco in umido a Cadice.

Dopo aver parlato del famoso Jamon dalle negre zampe, affrontiamo un altro argomento spagnolo pieno di mistero: las tapas. Che altro non è che il cibo che si mangia in molti bar spagnoli, spesso decente, molto invitante, comodo e a buon mercato. Una vera goduria, ma, come spesso succede con gli spagnoli, abbastanza complicato da capire come funziona. Molto complicato, spesso. Anni di studi e notevoli capitali investiti mi permettono di aver capito quanto vi esporrò qui di seguito: OLE’!

Las tapas vuol dire “i coperchi”. Queste mini-porzioni prendono il loro nome collettivo dal piattino che veniva posto anticamente sopra il bicchiere di birra perchè non ci cadessero le mosche; un coperchio, appunto. E per non usare un piattino vuoto vi si metteva dentro una piccolissima porzione di qualcosa di buono. E’ un pò l’equivalente delle noccioline sui banconi dei nostri bar. Questo tipo di tapa è ormai abbastanza rara e si trova solo in certi bar tradizionali di paese (ma anche a Melilla ed in Galizia). E’ gratuita ed è a scelta del barista. Se sul bancone ci sono diversi cibi pronti sarà lui a scegliere cosa darvi; una vostra eventuale richiesta non sarebbe segno di buona educazione. Ma se siete straniero e tirate fuori il vostro miglior sorriso, sarete accontentati.

Poi ci sono las tapas nel senso moderno del termine. E cioè delle porzioni abbastanza piccole di cibo che voi ordinate e pagate.

Dove si trovano las tapas? Ci sono almeno due grandi categorie di bar, in Spagna: i bar de copas, dove si beve, soprattutto la sera, e non si mangia e i bar de tapas, dove, appunto, si mangiano las tapas. (poi vi è anche il baretto da vecchini, che ha smesso di fare las tapas perchè i suoi residui clienti non possono più mangiare). Ma las tapas si trovano anche in alcuni ristoranti che hanno una barra alla quale sedersi e dove è possibile mangiare come tapas alcuni dei piatti che vengono serviti al ristorante. Questa è un’eccellente possibilità di farsi una sorta di menu-degustazione a poco prezzo! Se poi le cose vi piaccion potete tornarle a mangiare comodamente seduti al ristorante.

Il bar de tapas si riconosce subito perchè ha una vetrinetta sul banco e/o alle spalle del barista dove sono ordinati in bella mostra le varie pietanze. Non ha niente a che vedere con le nostre rosticcerie o i nostri alimentari con settore delikatessen. Que è tutto più semplice, rapido, piccolo e concentrato. Ma non crediate che i piatti offerti siano solo quelli in mostra! E’ probabile che molti altri piatti stiano in cucina e che non siano visibili. In mostra vi sono solo i piatti freddi, in cucina ci sono quelli caldi e quelli da preparare sul momento. Spesso, una lavagnetta dietro il banco vi dice quali sono i piatti disponibili; nei bar migliori vi sono addirittura dei veri e propri menu sul bancone. Ma è anche possibile che certi bar, e sono i migliori dal punto di vista gastronomico, non dicono niente in quanto tutti i clienti sanno quel che hanno da offrire. Questo avviene soprattutto in quei bar che hanno un loro famosissimo piatto tipico che tutti conoscono e vanno a mangiare. In questo caso l’unico possibilità per il turista è osservate con grande attenzione quel che fanno gli altri e fare uguale. Non potete rischiare di perdere la prelibatezza della vostra vita.

E’ difficile districarsi nel mondo de las tapas!

Un problema praticamente insormontabile per il turista italiano è capire cosa dicono lavagnette, menu e scarne indicazioni dei banconieri, sempre di fretta. Sarete in grado di capire, più o meno, i piatti esposti. Ma le scritte saranno per voi mute, nella maggior parte dei casi. E non è molto pratico cercare di spiegarsi con il banconiere o gli altri avventori. Non vi è altro rimedio che cercare di impararli piano, piano; oppure andare alla cieca, sperando di azzeccare il meglio. La cosa è ulteriormente complicata dal fatto che molte de las tapas sono di pesce e che i nomi spagnoli dei pesci non hanno niente a che vedere con i nomi italiani. O affidarsi al traduttore di Google, che, però, in questi casi, è spesso impreciso, trattandosi frequentemente di parole dialettali.

E’ invece più semplice districarsi nelle quantità. La tapa propriamente detta è una porzione molto piccola; se ne volete di più potete ordinare una media raciòn, che è una quantità già interessante. Oppure una raciòn che è la porzione da ristorante, spesso ben fornita. Ovviamente non tutti i piatti possono essere forniti come tapa: ad esempio non ha senso fare una porzione minuscola di fritto misto. Bisognerà chiederne almeno una media raciòn. Inoltre le quantità variano da bar a bar e da regione a regione. A sud, per esempio, las tapas sono più piccole, ma costano meno; a Barcellona sono molto più copiose e care. A Melilla, invece, si è mantenuta la vecchia tradizione. Ad ogni bevanda, è associata automaticamente una tapa; il bicchiere di birra vi è piccolo ed abbastanza caro, fra i due e i 2,50 euro, ma è accompagnato da una abbondante tapa, spesso di delizioso pesce, che non pagherete. E, cosa mai vista altrove, per las tapas gratuite, è il cliente che sceglie la tapa la cui lista sta sulla lavagnetta o nel menu sul bancone.

Ma quali sono i cibi che si trovano come tapas, in generale, nei bar spagnoli? Assolutamente tutti! Non vi è una divisione fra cibi da bar de tapas e cibi da ristorante. Anche se, poi, qualche differenza c’e’. Las tapas sono un cibo da strada, da mangiare in fretta, di poco costo, almeno tradizionalmente. Quindi vi si troveranno più facilmente dei cibi popolari, caserecci, tradizionali, magari difficili da fare a casa. Le frattaglie vi imperano, molti stufati di lunga cottura, i fritti. Certi piatti non mancano mai nelle vetrinette: l’ensaladilla o insalata russa, le patate all’aglio, vari tipi di insalate. Per la loro praticità non mancano mai formaggi ed insaccati, facili per accompagnare una birra o un bicchiere di vino. Così come i famosi boquerones en vinagre, le alici marinate o i gamberetti e simili, freddi. Ma vi si troveranno anche piatti assai impegnativi e di cucina di buon livello. Negli ultimi anni, addirittura, i nuovi e rampantissimi cuochi spagnoli si fanno vanto di servire le loro innovative creazioni sotto forma di tapas e di medias raciones. Basti pensare a Ferran Adrià, forse il più grande cuoco degli ultimi anni, che ha un suo bar di tapas a Barcellona, il Tickets bar, con prezzi, nel più puro stile delle tapas, del tutto accessibili.

Ma non dimentichiamoci di un punto fondamentale: in Spagna si mangia generalmente maluccio. Per avere un buon cibo bisogna andare in ristoranti di alto livello e conseguente prezzo. Agli italiani, la cucina spagnola appare spesso sciatta e piatta. Ma si salvano miracolosamente molte de las tapas proprio per essere di quantità contenuta e di pronta mangia, per dirla con il caro Veronelli. La grande simpatia di questo modo di offrire i piatti, da consumare in piccole porzioni, direttamente al bancone, bevendo, ne migliora la qualità, spesso intrinsicamente modesta. E’ più un fatto culturale che strettamente gastronomico.

I prezzi sono molto variabili fra bar e bar, fra città e città, fra piatto e piatto. Sono comunque accessibili e i bar cercano di semplificare al massimo i prezzi: dividono quindi le diverse tapas in poche fasce di prezzo, e ciò aiuta molto. E naturalmente è anche molto variabile la quantità di ogni tapa. In termini generalissimi si va da un minimo di due euro ad un massimo che difficlmente supera i 10 euro, ma solo in caso di piatti particolarissimi in locali di altissimo livello. La grande maggioranza sta fra i due e i 5 euro. Se mangiate l’insalata russa, la porzione sarà abbondante e spenderete duo o tre euro; se volete un eccellente prosciutto arriverete a 8 euro per una piccola porzioncina. Normalmente un uomo cena con tre o quattro tapas, sui tre o quattro euro ognuna, più le bevande. Le donne si accontentano anche di solo due tapas. Las raciones hanno i prezzi di una porzione al ristorante, secondo il livello del locale ed il tipo di cibo. Las medias raciones stanno a mezza strada fra las tapas e las raciones.

Una variante sono i pinchos o pintxos, detto alla basca. Sono la variante basca de las tapas e vanno molto di moda in tutta la Spagna, in seguito al grande boom degli ultimi anni della cucina basca. Consistono in una fetta di baguette sulla quale è adagiata una piccola quantità di cibo, dal più semplice al più elaborato. Il tutto può essere tenuto insieme da uno stecchino (da qui il nome, pinchar è pungere, infilzare). Il turista non si accorgerà facilmente della differenza fra tapas e pincho; è praticamente inesistente; salvo per il fatto che i pinchos fanno maggior riferimento alla cucina basca, tradizionale o recente. Da notare che nei bar baschi i pinchos (almeno quelli freddi) sono su dei vassoi sul banco e la gente si serve direttamente; alla fine va alla cassa, dichiara quel che ha mangiato e paga. Sulla fiducia. In certi luoghi si portano dietro gli stecchini per ricordarsi il numero dei pinchos consumati. Gli stecchini possono essere di colori differenti a seconda del prezzo di ogni pincho. Una faccenda complicatissima, ma, si sa, sono spagnoli!

In Galicia é ancora differente. Il bicchiere di birra è un po’ più caro della media spagnola, ma viene sempre data una porzioncina di cibo gratuitamente. Tale porzioncina è chiamata pincio (pincho) ed è spesso di eccellente qualità. A volte sono piatti elaborati, a volte pane e salame, altre volte, più banalmente, patatine fritte ma in buona quantità. Per i galiziani, invece, las tapas sono piatti di notevole quantità ad un prezzo abbastanza elevato. Se si tratta di pesce si può arrivare anche agli 8 euro, più comunemente di 3 o 4 euro, se si tratta di patate si può scendere anche a 2 euro.. Con due tapas si può cenare. Poi abbiamo las raciones, che sono piatti veri e propri, di quantità certamente superiore alle porzioni italiane. Con una ración si può mangiare in due persone, magari aggiungendoci una tapa come antipasto. Esistono anche le mezze raciones, per i prodotti più cari come molluschi o il polpo, in modo che se ne possa mangiare un po’ senza svenarsi. Tapa e mezza ración si equivalgono tanto che nei menu, c’è l’una o l’altra, per ogni piatto.

Las tapas vengono servite al bancone su dei piccoli piatti, forniti di forchettine e, se necessario, coltelli ed accompagnati da qualche fetta di baguette. Negli ultimi anni, con mio dispiacere, si è diffusa l’abitudine di dare i picos che sono dei cortissimi grissini, nei locali migliori in una cestina, in quelli peggiori in una bustina preconfezionata. Il pane o i picos non vi sono fatturati quasi mai e potete chiederne ancora se avete finito la prima mandata, anche se farete un pò la figura dei morti di fame. Potete mangiare direttamente alla barra o spostarvi con il piatto in mano ai tavoli che normalmente sono disposti nel locale. In certi bar vi portano las tapas al tavolo, ma è raro. Si accompagnano con la bevanda di vostra scelta.

Nei bar de tapas si recita uno dei riti più radicati del popolo spagnolo: el tapeo. Consiste nell’andar nei bar, verso le 8 della sera a bere e a mangiare tapas, prima della cena a casa. E’ un rito del tutto simile a quello italiano dell’aperitivo, ma estremamente più antico e radicato in tutte le classi di età ed anche molto più soddisfacente, a parer mio. Infatti i piatti dei bar italiani sono fatti apposta per riempire al prezzo più basso, mentre las tapas sono fatte per esser buone. A quell’ora i bar de tapas sono stracolmi di persone e raggiungere il bancone è impresa a volte impossibile. In quella calca è abitudine gettare tovagliolini, stecchini, noccioli di oliva, bucce di gamberetti ed ogni altra cosa direttamente per terra. A fine tapeo il suolo è simpaticamente pieno di immondizia che arriva alla caviglia. Il ragazzo spazza.

Da notare anche che in molte città, i bar de tapas si concentrano in certe zone, alla moda, piuttosto che in altre; in quelle zone, allora, si formerà, all’ora giusta, un caos totale di gente allegra (ed avvinazzata, col passare dei quarti d’ora) che è cosa che piace molto agli spagnoli e che incanta gli italiani in vacanza.

Segue il decalogo del turista italiano alle prese con las tapas.

Barcellona, no!!!!

La Sagrada Familia
Date retta a un bischero, che sarei io. Non andate a Barcellona, ci perdete del tempo e dei soldi. Se vi piace la Spagna è inutile andare a Barcellona, cosiccome è inutile andare in Svizzera se amate il mare. L’ultima volta c’ero passato che Franco andava ancora garrotando gli oppositori. Poi l’avevo frequentata con piacere attraverso i libri di Vasquez Montalban e del suo commissario Carvalho. Ci son quindi voluto tornare per una quindicina di giorni. Ma è stato un errore. Città che non offre nulla, se non torme di turisti per lo più italiani che fanno inutili vasche su e giù per le Ramblas, fra chioschi di bandiere del Barça e venditori arabi di giochini luminosi. Lo squallore estremo.
Città evidentemente ricchissima da molto tempo, ha aumentato la sua fortuna grazie alla industrializzazione del dopo guerra che ha richiamato un gran numero di poverissimi immigrati andalusi ed estremegni  e continua ad aumentarla attualmente grazie alla infinità di sudamericani, cinesi, arabi che vi sono arrivati. Nonostante che debbano la loro ricchezza, almeno in buona parte, a degli estranei, i pochi catalani-catalani difendono con successo un povero nazionalismo un po’ sdegnoso. E siccome i soldi sono tanti, ne investono molti nella LORO cultura, anche se questa è in fondo così poca cosa che non resiste a tanta iniezione di fondi. Vengono valorizzati fatti, cose e persone di modestissimo interesse. Ho cercato con foga una vita culturale che pensavo prospera e che invece ho trovato piatta e povera di contenuti. Basta fare una cosa in catalano che te la finanziano, ma ciò non vuol dire che sia una cosa di valore! E quelli che non sono catalni-catalani non hanno diritto a niente.
Scritte solo in catalano, deve esser per legge. Ai tempi di Franco il catalano era proibito,  ora lo spagnolo è democraticamente sconsigliato; c’e’ una vera differenza fra questi due atteggiamenti, solo apparentemente opposti? E mi sdegna che i soldi prodotti dagli altri servano poi a finanziare una cultura che gli altri li lascia fuori. E mi commuove che gli altri arranchino dietro e dentro un mondo che se ne sbatte di loro.
Il cuore della vita spagnola è il bar, luogo di tutto. Molti i bar anche a Barcellona, anche se meno frequentati che altrove.  E nel tipico bar spagnolo, dietro al banco, c’e’ un vecchietto catarroso che tossisce e suda sui piatti delle tapas. Poco igienico, ma come scalda il cuore! A Barcellona c’e’ un cinese od una colombiana. Prova ad andare a discuterci di cucina catalana!
La chiesa della Sagrada Familia è, pur non ancora compiuta, grandissima. Ma non si sa se sia più grande o più brutta. Fa male agli occhi, insulta la tua intelligenza. Turisti ne fanno il giro in lunghissima coda, aspettando di deporre nelle sue arche 12 euro ciascuno; con i quali verrà fatta ancor più grande e più brutta. Il barrio gotico che ricordavo brulicante di vita e di puzzo di fritto è una ordinata ed asettica esposizione di negozi e ristoranti per vieto turistame ignaro. Il quartiere di Raval si salva, con la sua vita e le puttane di strada, ma pare di essere in un paese arabo.  E tutto intorno alla città vecchia gli imponenti, ricchi e tetri palazzoni della supponente borghesia fra ‘8 e ‘900.
Ma poi tutto sembra funzionare bene. Traffico scorrevolissimo nelle larghissime avenidas, metropolitana eccellente: stazioni fitte, treni frequenti e poco affollati. Servizi diffusi, ovunque sintomi di benessere e gente apparentemente tranquilla e quasi sorridente. Gentili ed abbordabili, ma sempre un po’ sulle sue. Mai caciaroni, incazzerecci, ficcanasi e chiacchieroni come gli altri spagnoli. Di domenica, in centro, un sacco di passerine sole od a coppie con stampato in volto un sorrisetto preso pari pari dalla Gioconda. Come a dire: “ Io so che tu sai che io ce l’ho e forse te la potrei anche dare ma devi correre”. Ed intanto corrono via loro…..
Per Carnevale a Barcellona sfilano soprattutto i boliviani.
Ma fanno pena quegli antichi  immigrati dal sud della Spagna, ormai vecchietti che si rifugiano fra di loro, mogi e con la coda fra le gambe, a bere una birra nel bar dell’ennesimo cinese. Fra di loro parlano in spagnolo, ma a bassa voce. Si capisce che ne devono aver sofferte di tutti i colori, da quando sono arrivati e continuano a soffrirne tante. Ora per ripicca nazionalista i catalani hanno proibito le corride e loro le possono vedere solo in televisione, nei bar dei cinesi. I loro nipoti parlano alternativamente lo spagnolo ed il catalano, secondo l’argomento e se ne sbattono della miseria che ha portato i loro padri e nonni a procrearli a Barcellona.
Insomma, un posto inutile, dove sembrano star tutti bene, ma nessuno a proprio agio. Non andateci.
(Prima pubblicazione 20 marzo 2011)