Achada Grande, il vino di sudore di donna.

Il vino della cantina di Achada Grande. L’etichetta mostra due donne che portano l’uva sulla testa. Promozione femminile?

Sull’isola di Fogo, a Capo Verde, non c’e’ solo questa storia sul vino con la sua triste fine. Ve n’e’ anche un’altra, altrettanto triste: eccovela.

L’isola è una montagna vulcanica, con dei fianchi scoscesi e rotti dalle successive colate laviche che raggiungono spesso il mare. Sono posti molto suggestivi, infernali, brulli, scoscesi, battuti dal sole, dal vento, dalla salsedine, dalla nebbia dell’Oceano. Sono posti inospitali, neri, di lava, fortissimi. Un viaggio vi è molto emozionante.

Dal lato più scosceso dell’isola, a mezza altezza, si trova il paese di Achada Grande. I suoi abitanti, producono tradizionalmente un pò di vino per il loro consumo. Hanno dei vigneti lontano dal paese, molto più in alto, verso il bordo del cratere, dove le temperature sono più basse e ci sono maggiori precipitazioni. I vigneti degli abitanti di Achada Grande non sono molto distanti da quelli della comunità di Cha da Caldeiras. Quest’ultima è prossima ai propri vigneti e vinifica in una cantina socale, costruita in paese e finanziata con fondi del Governo Italiano attraverso un progetto di cooperazione internazionale.

Visti i buoni risultati di questa prima cantina, il progetto italiano ha pensato di allargare la collaborazione anche ai produttori di Achada Grande, in modo che possano migliorare la qualità del loro vino, al momento fatto in casa ed in condizioni veamente primitive. Il progetto presentava due grosse difficoltà. La prima è che, a differenza di Cha da Caldeiras, Achada Grande è a bassa altitudine ed il forte calore rende difficilmente controllabile la fermentazione del mosto e la qualità finale del vino. La seconda difficoltà consisteva nel fatto che l’uva raccolta doveva essere portata con delle ceste, sulla schiena o sulla testa, dai vigneti fino alla cantina per un sentiero molto, molto lungo, difficile e pericoloso. Una strada non esiste ed è impossibile costruirla su quell’impervio terreno.

La soluzione più lineare sarebbe stata quella di costruie una strada fra la zona dei vigneti di Achada Grande e la cantina di Cha da Caldeiras dove entrambe le comunità avrebbero potuto vnificare insieme o separatamente, secondo le loro decisioni. Ma la gelosia fra comunità e la miopia dei responsabili del progetto eliminò immediatamente questa ovvia possibilità.

Si disse che i viticoltori di Achada avevano da sempre coltivato quei vgneti, trasportato l’uva per quei dirupi e vinificato nelle difficili condizioni climatiche del loro paese. Ma una cosa è una loro antica tradizione vecchia di secoli che portava a delle piccole produzioni di scarsa qualità per i loro bisogni famigliari. Ben altra cosa è un progetto di cooperazione che predispone le condizioni per aumentare fortemente le produzioni e migliorarne la qualità. Con il progetto si sarebbe intensificata la produzione, aumentato la quantità e le rese delle viti e moltiplicato il numero dei viaggi a piedi su quei dirupi. Gli abianti di Achada Grande sono poveri, molto poveri. La possibilità di gadagnare dei buoni soldi con la produzione del vino, come hanno fatto i loro colleghi di Cha da Caldeiras, è terribilmente attraente. Era quindi prevedibile che si sarebbero impiantati molti vigneti e percorso infinite volte il sentiero verso il paese. Sarebbe diventata una specie di roulette russa: chi sopravvive al trasporto diventava benestante.

Il tecnico vinicolo che visitò in profndità la zona definì il sentiero “di alta pericolosità”. Ebbene, era un altoatesino e scalatore alpino!

La comunità di Achada Grande faceva molte pressioni per avere il progetto, l’aiuto all’aumento delle viti e la costruzione di una cantina moderna. La difficoltà del trasporto avrebbe dovuto indurre l’ONG italiana (il COSPE) che seguiva il progetto di Cha da Caldeiras a non ascoltare tali pressioni: non avrebbero dovuto incentivare il lavoro che uccide, di fatica o di burrone. Ed invece gli impietosi meccanismi della cooperazione internazionale, la necessità di mantenere la presenza nel paese da parte dell’ONG, le pressioni politiche (in una sola parola: il cinismo) fecero sì che la cantina sia stata equipaggiata ed assistita e che la produzione sia molto aumentata.

Dimenticavo di dire: il trasporto dell’uva è compito esclusivo delle donne. Compito al quale non possono sottrarsi. Importa poco se a distruggersi di fatica o a morire di burrone siano gli uomini o le donne. Nè gli uni nè le altre devono farlo.

Se andate a Capo Verde, non  bevete il vino di Achada Grande. E’ fatto di sudore di donna, forse di sangue.

Isola di Fogo, Capo Verde. L’inizio di una storia complicata ed istruttiva.

Il vulcano di Fogo con le piccole viti. Foto di F H Mira attraverso Wikimedia Commons

Questa è una storia complessa ma molto, molto istruttiva.

Fogo è una bellissima isola di Capo Verde, vicina a Brava. E’ un solo enorme vulcano spuntato dall’Oceano. Al culmine vi è un immenso cratere vulcanico (caldera) di molti chilometri di diametro, i cui bordi sono parzialmente crollati. Il fondo della caldera è relativamente pianeggiante e sta sui 2000  metri sul livello del mare. Un lato della caldera ospita un paesino di un migliaio di abitanti chiamato Cha das Caldeiras. Dalla caldera emerge imponente un ulteriore e piu’ recente cono vulcanico, chiamato Pico, che arriva a quasi 3000 metri. Per dare un’idea è un cono gelato con la bocca che poggia in una scodella. Stravaganze della natura.

Il luogo è assolutamente sensazionale. Il paesaggio vulcanico, nero e bruno; l’imponenza del Pico; l’assenza, in  molti luoghi, di ogni tipo di vegetazione; le colate che si intersecano e si sovrappongono; la grossolana, leggerissima e nera sabbia vulcanica che copre il terreno; questi son tutti elementi di assoluta meraviglia ed estranamiento. Da visitare con calma e raccoglimento. E’ un paesaggio che stordisce.

A quell’altezza il clima permette la coltivazione, in certi angoli del cratere, di piante da frutto come il melograno, le prugne, le mele ed anche certi vitigni che danno uve di grandissima qualità intrinseca. Tradizionalmente queste uve davano un vino, chiamato Manecon, che, prodotto senza alcuna tecnica, era di pessima qualità. Per cercare di mettere in valore quell’eccellente uva, gia’ molti anni fa, la Cooperazione allo sviluppo tedesca fornì tecnici e fondi per creare una cantina tecnificata dove si producesse del vino migliore di quello tradizionale.

Nel 1995 una forte eruzione distrusse alcune case e portò all’evacuazione totale della popolazione. La cantina venne inghiottita a metà dalla lava: restò solo il portico, a monito.

Il paese, di qualche decina di abitanti, fu evacuato ed il Governo di Capo Verde, molto saggiamente, costruì delle casette fuori dal cratere e le consegnò agli sfollati che lì avrebbero potuto ricominciare la loro vita, al sicuro. Ma loro, no, montanari testardissimi, vollero tornare a Cha, una volta finita l’eruzione e raffreddata la lava. Fecero nuove case e ricominciarono a vivere tranquilli, seduti su un vulcano attivo. E’ una popolazione un pò strana, che si è ritirata lassu’, in montagna, un centinaio di anni fa e che non si intende con il resto dell’isola. Si dicono discendenti di un conte francese, Montrond, spiaggiatosi a Fogo subito dopo la Comune di Parigi. Si credono differenti dagli altri abitanti, speciali; ma il livello di consanguineità è alto, e sono frequenti i comportamenti perlomeno bizzarri.

In questo irragionevole intestardimento ebbe il suo, modesto, ruolo anche una ONG di Firenze, il COSPE, che, negli anni, ha trovato non pochi fondi italiani ed europei per la cooperazione allo sviluppo. Una nuova cantina è stata fatta e ben equipaggiata, poi è stato costruito un magazzino e si è fatta molta formazione.

Si produceva del vino bianco, del rosso, del rosè, del passito e della grappa. La cantina, sociale, ha assorbito, anno dopo anno, sempre più uva degli agricoltori che preferivano smettere di fare in casa la loro ciofega tradizionale e trovavano più conveniente consegnare alla cantina la loro produzione di uva. La tecnica era ancora imperfetta, ma, quando tutto andava bene, il rosso era di un livello di assoluta eccellenza mondiale. Difficile invecchiarlo, i clienti se lo litigavano.

E ciò si spiega facilmente: l’eccezionale soleggiamento della zona; l’alternanza di temperatura alta di giorno e fredda di notte; la grande aridità; il suolo vulcanico ricchissimo di elementi minerali; il vitigno locale perfettamente acclimatato, son tutti elementi che congiurano favorevolmente a sviluppare gradi zuccherini ed aromi molto potenti. Se ben vinificata è un’uva che da vini eccezionali. Molti storcono il naso a sentir parlare di vino di Capo Verde; ma una volta assaggiato ne restano deliziati.

Le cose andavano molto bene, il livello di vita degli abitanti di Cha migliorava. E il numero degli abitanti aumentava per semplice generazione locale. Non c’era più bisogno di emigrare sulla costa dell’isola. Si poteva restare, coltivare la vigna e fare altri figli.

Le cose andavano bene anche al COSPE. Di finanziamento in finanziamento il lavoro non mancava. Per una ventina d’anni la cosa continuò, sia pure a stop and go, come usa spesso fare la coperazione internazionale. I progetti si susseguivano: per migliorare la cantina, per formare meglio i produttori, per aumentare la produzione. Furono spesi alcune centinaia di migliaia di euro.

La ONG era di Firenze e si volle applicare il famoso modello toscano che vuole associare turismo culturale al vino ed alla gastonomia. Il turismo, del resto, era già presente a Cha: non sono pochi i visitatori che salgono sul Pico. E’ una passeggiata impegnativa per la lunghezza ed il dislivello, ma senza tratti pericolosi. I ragazzi di Cha facevano le guide, guadagnando bene ed aprofittando per molestare, a volte ricambiati, le ragazze gitanti.

Cha ospitava già un semplice alberghetto, di un francese, e un buon numero di abitanti affittava delle misere stanze nelle loro catapecchie. Turismo d’avventura, di bocca buonissima. Ma gli abitanti vedevano un pò di soldi fra le passeggiate e gli affitti; qualcuno faceva anche da mangiare. I turisti rimanevano estasiati dallo straordinario paesaggio e dall’accoglienza di questa popolazione di montanari meticci completamente fuori dal mondo e dalle strane abitudini.

Il COSPE, quindi, costruisce un bar, che mancava, ed una casetta con 6 stanze per i turisti. Il tutto gestito dalla cooperativa degli agricoltori di Cha, la stessa che faceva il vino nella cantina. Un bell’esempio di turismo solidale, come si suol dire!

E qua cominciano i problemi e la storia, così bella finora, gira male. Eccone il seguito.