Oltre Buenos Aires

Il paradiso del viaggiatore terrestre, il terminal dei bus di grande distanza del Retiro a Buenos Aires (di Elsapucai – Wikicommons)

Per gli Argentini il loro paese è Buenos Aires e poco più. Un terzo di loro vi abitano, molti altri vorrebbero andarci. Un funzionario che viene mandato nelle province avrà uno stipendio molto più alto di quello percepito nella capitale, anche se qui la vita è più cara. Il campionato di calcio argentino si gioca sostanzialmente fra squadre della capitale. La mia prozia Lucia si rifiutò di lasciare la capitale quando suo marito ebbe una promozione, ma in Patagonia.

Un turista, invece è spesso più attratto dal paese che dalla Capitale. Tralasciando la ovvia e banale cascata di Iguazu al nord, il turista si spingerà a sud, senza curarsi della brutta e fangosa spiaggia di Mar del Plata. E per viaggiare, se ha del tempo, utilizzerà il  bus, una delle esperienze centrali di un viaggio in Sudamerica in generale ed in  Argentina in particolare.

A Buenos Aires c’è una sterminata stazione dei bus dove decine di compagnie diverse offrono trasporti per ogni angolo del paese. E’ la mecca del viaggiatore: si può aggirare fra le file delle biglietterie e sognare mille viaggi diversi, fino a sceglierne uno e comprare il biglietto (si può fare per Internet, ovviamente, ma farlo di persona è bellissimo). I viaggi possono durare due o tre giorni, per l’estremo sud della Patagonia e della Terra del Fuoco. Soste ogni due ore in moderne e spesso sperdutissime stazioni dei bus. I sedili sono abbastanza comodi e si dorme a bordo. Il personale è composto da un paio di autisti ed un paio di persone per la cabina. Sono stati certamente reclutati fra le SS e trattano i passaggeri come se li portassero al campo di concentramento. Gli autisti, per resistere alla stanchezza di viaggi simili, fanno palesemente uso di sostanze ed hanno reazioni di conseguenza. Ho visto l’autista in riposo dormire nel vano portabagagli, sotto la cabina dei passeggeri; quando si arriva ad una stazione gli aprono il portellone e lui esce come fosse una valigia. Gli autisti fanno i machos ed hanno la tendenza a raggiungere velocità staordinarie. Le strade sono spesso pericolose e gli incidenti frequenti. Solo recentemente si è riusciti ad imporre i limiti di velocità, grazie alla tecnologia. Ma è stata tutta una lotta. I viaggiatori cronometravano e denunciavano le medie troppo alte. Poi hanno messo una sirena che urlava nella cabina quando veniva superata la velocità consentita. Infine, con il satellite la velocità è seguita in tempo reale dalla sede della compagnia.

La pampa, qui sulla Ruta 40. (di Giacomo Miceli – Wikicommons)

Il viaggio comincia, si va verso sud. Prima si attraversa la cosiddettta “Pampa umida” che può essere molto simile ad una pianura italiana, dedita soprattutto all’allevamento. Erano le verdi praterie degli indigeni che gli infami colonizzatori spinsero a morir di fame nella successiva “Pampa secca”.

La monotonia e la desolazione di questa pianura priva di ogni cosa che non siano pali che reggono il filo spinato, a cui sono rimasti attaccati ciuffi di pelo di pecora. Non c’e’ nient’altro. Solo erba triste, grigiastra e rachitica. Qualche avvallamento, le Ande lontanissime. Ore, giorni, notti con lo stesso panorama. Paesi desolati e spampanati, bottegucce con sapore agli anni ’60 nostrani. Gente che se è lì è perchè le cose non sono andate per niente bene.

Il meraviglioso Lago Traful (di Asnodeoro – Wikicommons)

Se il viaggio vuole essere estraneamento da sè, confronto con il mai immaginato questo viaggio va fatto. Un europeo non può immaginare una simile monotonia ambientale. Raggiungere il sud in aereo è come mangiare il cono buttando via il gelato. Il sud o le Ande non si capiscono se non si raggiungono attraverso la pampa.

Poi si arriva e si trovano meraviglie: non certo Bariloche, che deve la sua fama più ai nazisti rifugiati che al lago turbolento. Le meraviglie sono altre: la Ruta 40, i laghi andini, prima su tutti Traful, il ghiacciaio del Perito Moreno, Ushuaia. Alte ore e giorni di bus e di pampa infinita, almeno fino ai boschi della Terra del Fuoco.

La Tigre di Buenos Aires

La sottile malinconia del delta del Tigre. Uno dei tipici imbarcaderi. ( di http://www.flickr.com/people/66729277@N00/ )

La gita fuori porta più sconcertante che si può fare da Buenos Aires è al Delta del Tigre. A poca distanza dalla città inizia l’enorme delta del Paranà: un intrico di corsi d’acqua, grandi e piccini, tortuosi e fangosi che dividono un gran numero di basse isole alluvionali, ricchissime di vegetazione.

Alla cittadina del Tigre ci si può arrivare con un autobus urbano, il numero 60, o con il treno che parte dalla stazione del Retiro. Dal porto della cittadina di Tigre si prendono dei battellini pubblici che, al pari dei vaporetti di Venezia, percorrono fiumi e canali per molti chilometri. Si scende alle fermate, esattamente come se fosse un autobus. Le isole più piccole hanno una sola fermata, quelle più grandi ne hanno due o tre. Naturalmente i battellini hanno delle linee precise e degli orari fissi.

Le isole più lontane sono agricole, vi si allevano le immancabili mucche argentine, vi si tagliano gli alberi per farne del legname. Delle agenzie vi organizzano trekking o camping estivi, sempre accompagnati dall’immancabile asado. Il tutto è molto fangoso, ma anche molto naturale e caratteristico. Tipo Delta del Po, ma molto meno toccato dall’adunca mano dell’uomo, assomiglia al delta del Danubio.

Ma la zona più interessante è quella nel raggio di un’oretta di barca dal porto di Tigre. Usciti dalla convulsione del centro, si percorrono canali sui quali generazioni di Bonairensi hanno costruito le loro ville, villette, villoni, villini, case, casette, bungalow, capanne e ripari per il fine settimana o per le vacanze. Le magioni più grandi ed antiche vicine al porto; quelle più moderne, più lontane; quelle più modeste, nelle isole più basse e fangose, quelle più ricche nei ghi più alti, boscosi, aperti. E’ tutto rigorosamente senza macchine. Ogni isoletta ha la sua fermata ed un stradellino pedonale che ne fa il giro. Sulla stradina si affaccia una teoria continua di parcelle con le abitazioni. Giardini di tutti i tipi e di tutti gli stati di cura o di abbandono. Chi con la piscina, chi con i setti nani. Di tanto in tanto, un ristorante.

Il negozio galleggiante che fa il giro dei canali. (By https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=16699569)

Naturalmente il tutto gronda umidità e solo pochi centimetri di terra fuoriescono dall’acqua del fiume. Le inondazioni devono essere frequenti. L’impressione generale è quella della triste ed un pò squallida malinconia di chi non può permettersi niente di meglio, ma che è molto contento di ritrovarsi con i vicini, la domenica, a mangiare il solito asado. Perchè, in realtà, non si cosa altro vi si possa fare, in quelle casette. Per cambiare isola ci vuole il vaporetto, il bagno non si può fare perchè l’acqua è fangosissima e le passeggiate si riducono a girare in tondo il percorso perimetrale della propria isola. Qualcuno ha delle barchette a remi o con un motorino per circolare un pò fra i canali.

Una delle vecchie ville.

La zona è molto vasta, le case devono essere migliaia e migliaia; naturalmente esistono isole di migliore frequentazione sociale ed altre più proletarie.

Il turista vi passa volentieri una giornata, facendovi un giro; si meraviglierà molto di questo grande insediamento turistico, ne osserverà con interesse le peculiarità e si rallegrererà in cuor suo di andarsene a fine giornata, per mai più ritornarvi.

È comunque una interessante visita ai costumi degli abitanti di Buenos Aires, a come passano i loro fine settimana.

I nonni mancanti di Buenos Aires

Buenos aires: una città europea in molte sue parti. (Foto di Alexis González Molina da Wikicommons)

Buenos Aires e’ una città a cui sono mancati i nonni. Frase ad effetto; la spiegazione eccola qua.

La stragrande maggioranza dei suoi abitanti ha perso una generazione di nonni, negli ultimi 150 anni. A cosa servono i nonni?  A molto: i genitori educano, a volte in maniera brusca, dura, fastidiosa, insistente. I nonni trasmettono i valori e le caratteristiche della propria cultura. Lo fanno in modo calmo e il bambino finisce per amare ciò che gli viene raccontato e mostrato. I bambini si comporteranno secondo l’educazione che gli hanno insegnato i genitori, ma culturalmente saranno ciò che i loro nonni hanno trasmesso loro.

Ebbene, gli immigrati europei che sono arrivati a Buenos Aires fra la fine del 1800 e per tutto il ‘900 sono nati e cresciuti in Europa in compagnia di genitori e nonni. Ma i loro figli, la prima generazione nata e cresciuta in Argentina non hanno avuto vicino (non li hanno nemmeno conosciuti) i loro nonni. Una generazione intera che non ha avuto i nonni e che ha completamente perso i loro insegnamenti. Quando sono diventati nonni a loro volta, non sapevano come comportarsi in quanto tali, non avendo avuto nessun esempio diretto da seguire. Quindi una generazione intera di tutti le famiglie abitanti Buenos Aires non è mai entrata in contatto con “il racconto della cultura”, qualunque essa fosse. E si vede. Ciò spiega molti degli inconvenienti e dei dolori di quella gente; e degli argentini attuali. Si avverte una costante mancanza di cultura, un vuoto di valori profondi. E questo vuoto genera mostri.

Città spesso bellissima, pulsante di vita, varia nei suoi quartieri, piena di cose da fare e da vedere; enorme, tentacolare; ti ci perdi dentro, ma non ti dispiace, provi solo un lieve panico da agorafobia, in quegli spazi enormi, in quei viali che non finisci mai di attraversare.  Percepisci facilmente il sentore della fine del mondo, della Patagonia non molto lontana: questa città e’ l’ultima del mondo; al sud non c’e’ niente che assomigli veramente ad una città. Quando senti il soffio della fine del mondo, spaurisci e per vncere l’angoscia dell’horror vacui del sud, ti rifugi frettoloso in uno del milione di bar d’angolo, pieni di legni consunti e di seggiole demodées, così simili ai nostri di qualche decennio fa.

Puerto Madero, vicino al centro, ma con locali e grattacieli di grande modernita’. (Foto di Luis Argerich, Wikicommons)

Sono molte le cose da fare: camminare per Corrientes un sabato sera e vedere le decine di teatri, teatrini, cinema, sale da spettacolo che si riempiono. Andare nei locali moderni di Puerto Madero, sul quale si affacciano i grattacieli ancor più moderni ed emozionanti. A Buenos Aires si finisce per circolare nello squallido Microcentro, il centro finanziaio e degli uffici, pranzando insieme ai tristi impiegati con le loro tristi giacche e cravatte di povera fattura, durante i gorni di lavoro. Il venerdi sera si batteranno i mille locali progressisti di Palermo, fino ad essere ubriachi. Si potrà anche pranzare con affettata nonchalance altao-borghese alle caffetterie del Malba, il museo di arte o del Museo dell’insopprimibile Eva Peron. A Buenos Aires si potrà anche fingere di essere a Parigi, nella esclusivissima zona delle ambasciate. Oppure mangiare nei ristoranti di tutti i giorni, intorno alla Casa Rosada, dove si possono ancora trovare dei piatti dell’antica tradizione italiana, ormai quasi dimenticati da noi; fossili gastronomici che mi hanno ricordato la mia nonna, dal momento che io l’ho avuta. Come il diffusissimo pollo ripieno a fette, mangiato freddo, con la giardiniera sottolio tagliata fine, sopra. Non potremo non visitare il cimitero della Recoleta e vedere che anche i ricchi muoiono. Quelli che prima di esserlo (morti) vivono ora nelle ville del quartiere di Belgrano. Girare molto, a piedi, fra la Recoleta, Palermo, verso Belgrano. Prendere un’auto e girare fra i quartieri  periferici, per decine di km, senza fine. Rendersi conto che esistono las villas miseria, le bidonville. Andare alla stazione dei bus di lunga distanza del Retiro e stupirsi di quanto sia grande l’Argentina e di quante centinaia di bus vadano ovunque, ogni giorno, con ore e giorni di viaggio. Visitare il vecchio Mercado del Abasto dove la mia prozia Laura andò a lavorare nella trattoria del suo zio, prima ancora che l’attuale edificio fosse costruito. Andare con il treno dal Retiro a Puerto Tigre ed imbarcarsi per fare un giro nel delta (ma cio’ merita un post a parte). Insomma una città moderna, in buona parte europea, poco sudamericana come si intende comunemente.

Non vale invece la pena di andare al Caminito de la Boca o al barrio di San Telmo, stucchevolmente turistici.

Quindi Buenos Aires è una bellissima città; è quindi consigliabile passarci interessanti settimane? Ebbene no, per via della faccenda dei nonni.

Il cimitero monumentale della Recoleta.

Perchè gli abitanti non hanno mai imparato, da un vecchio, l’importanza della calma, della moderazione, del rispetto e della comprensione per gli altri. Hanno imparato dai loro genitori che in questa nuova terra d’accoglienza, bisognava farsi largo a gomitate, a ingiurie, sopraffacendo gli altri e disprezzandoli. E loro fanno proprio così, non avendo avuto dei nonni saggi ed anziani che li calmassero un pò. Che spiegassero loro che esiste un insieme di comportamenti sociali atti a smussare gli attriti fra le persone. In Argentina vi è un’altissima concentrazione di Salvini.

Ed in effetti quella argentina è una delle società più violente fra quelle benestanti e la loro storia civile, economica, sociale è costellata da terribili fatti di violenza e di sopraffazione, come e più degli altri paesi sudamericani.

Difficile parlare con un abitante di Buenos Aires, molto difficile. Viene quasi immancbilmente fuori il razzista, il fascista, il facinoroso, l’insulto, il disprezzo, la boria, la tracotanza volgare. Le persone si impongono con il tono di voce, il modo di fare, la gestualità aggressiva. Insopportabile. La boria, soprattutto.

Non tutti son così, certamente. Molti sono stati uccisi dai militari golpisti, altri sono scappati in quell’occasione o nelle ulteriori ondate di disperazione economica. Ma quelli che son rimasti sono ancora più virulenti. Forse fra un paio di secoli si saranno calmati. Nel frattempo vanno tenuti un pò a distanza, aspettando che le successive generazioni di nonni riescano a riportare un pò di umanità fra quelle genti.

Turista avvisato, mezzo salvato, non andateci.