Gli scaffali mobili di Amazon. La parte blu è un crrellina che entra sotto, solleva appena lo scaffale e lo porta dall’operatore che prenderà dalla cella che si illuminerà l’oggetto da inviare. Vi sono migliaia di scaffali, Foto da www.hwupgrade.it
Ve lo consiglio e caldamente di andare a visitare uno dei centri di Amazon, da dove partono i pacchetti per tutte le case degli italiani. È facile, ci sono due visite al giorno, una di mattina ed una sera e sono pure gratuite. I centri aperti alle visite sono tre: Novara, Rovigo, Rieti. Il Viaggiatore Critico ha visitato per voi quello di Novara. Ci si iscrive e si va, senza formalità. La visita dura una ora, una ora e mezzo. Si visita in gruppo, senza poter lasciarlo nemmeno di un metro, si visita quel che ti fanno visitare, la mia guida era simpatica ed ha risposto a tutte le domande che gli abbiamo posto.
Ve la consiglio questa visita, perché dopo avrete molti meno motivi per lamentarvi della vostra vita. Diciamo che è un investimento per la vostra tranquillità: il poco che avete, vi sembrerà tanto, in confronto al lavorare in un posto simile. E non è che vi succeda chissà che cosa, ma quel che ho visto, basta. Qui un video del magazzino di Novara.
La prima cosa che mi ha fatto girare le cose tonde è stata appena arrivato nel parcheggio. Pieno di cartelli che ti dicono in modo fermo e molto serio che devi parcheggiare con il culo della macchina indietro ed il muso in avanti. Che è una delle cose che io odio da sempre, un odio viscerale. Parlando con un lavoratore che arrivava insieme a me, anche lui mi consigliato di parcheggiare in quel modo. Primo esempio del pensiero unico che vige in quel luogo, anche per le più infime cose. Quando sono arrivato era il momento del cambio del turno. I lavoratori stavano entrando: li ho osservati e mi si è strinto il cuore. Quasi tutti sovrappeso, di quella flaccidezza data dalla cattiva alimentazione. Pallidi, nonostante fosse fine agosto, come se non si fossero messi al sole nemmeno mezz’ora, fosse pure ai giardinetti. Andamento sul depresso, spalle un po’ curve, gambe aperte, passo strascicato. Ed un sacchetto trasparente in mano, certamente l’unica cosa che è permessa portar dentro. Trasparente per vedere cosa porti. E dentro c’era la bottiglia d’acqua, la mela, un vasetto di yogurt, gli uomini un panino. La loro mezz’ora di sosta. Non ho visto quasi nessuno uscire, solo uno: zoppicava fortemente.
Anni fa ci furono molte polemiche intorno alle condizioni di lavoro presso Amazon. Ritmi altissimi, divieto dei sindacati, atmosfera pesante. Deve essere per ripulirsi l’immagine che hanno deciso di aprire alcuni magazzini alle visite. Comunque ora i sindacati sono permessi e proprio il giorno dopo la mia visita è stato firmato un accordo secondo il quale i filmati dei dipendenti sul loro posto non possono essere usate a fini disciplinari, ma solo per la sicurezza.
Nel messaggio di conferma della visita mi dicono di arrivare con mezz’ora di anticipo; lo faccio e mi lasciano in piedi per tutto quel tempo, fuori della porta, come un mendicante. Attacco bottone con un pakistano che parla bene l’italiano e che è al suo primo giorno di lavoro. Mi chiede se anch’io cerco lavoro, sembra un po’ perso, gli dico: “Coraggio!” più volte: lui annuisce poco convinto.
Siamo una decina di visitatori, di svariata origine ed estrazione. Due ragazze ci prendono in carico e ci portano in una stanzetta dove veniamo forniti di auricolari per sentire le spiegazioni, di badge identificativo e di svariate spiegazioni preliminari. Vietate le foto. Io sono a disagio. La guida in capo è molto carina e gentile; scherza, scambiamo battute, risponde a tutte le domande con scioltezza. Ma io non riesco a liberarmi dall’impressione che sia tutto fasullo. È come se stesse recitando la parte della dipendente felice, pronta a glorificare Amazon. Sorrisi patinati e stampati. E fin qui ci può stare. Ma ho anche l’impressione che la poveretta teme di essere frustata se sbaglia. Tutta la faccenda mi ricorda i Testimoni di Geova, appiattiti sull’ufficialità della loro setta. Il modello americano: non si vuole persone e nemmeno sudditi, ma adepti tifosi. Dopo scoprirò che questo atteggiamento si chiama tecno-ottimismo. L’impressione si accentua all’interno. È tutto pieno di cartelli che spiegano mille cose. Doppia lingua, inglese ed italiano. Anche tutti i termini delle diverse operazioni e lavorazioni sono in inglese, senza alcun motivo, forse solo per intimidire gli operatori, tenerli in ubbidiente soggezione.
Partiamo per un giro di circa un’ora. Si vedono come i pacchi dei fornitori vengono aperti e gli oggetti messi in cassette, poi negli scaffali da cui sono recuperati, imbustati, etichettati e suddivisi fra i diversi camion che li porteranno ai centri di distribuzione dove si imbarcheranno sui Bartolini che ve li portano a casa. Un processo semplice e lineare che è stato suddiviso in operazioni elementari: una persona fa solo una di queste operazioni. L’estrema parcellizzazione del lavoro. Gli scaffali dove si conservano gli oggetti sono disposti in una enorme sala chiusa da delle inferriate. Dei carrelli automatici li vanno a prendere e li portano alla postazione dell’operatore che recupera l’oggetto richiesto dal cliente e lo avvia all’imballaggio. Questa è la parte più curiosa: migliaia di scaffali quadrati ed alti un paio di metri che si aggirano autonomamente grazie ai loro carrellini che li prendono, li portano dall’operatore e li rimettono a posto. Quando lo scaffale arriva dall’operatore una luce illumina il vano in cui è contenuto l’oggetto ricercato. In ogni vano ci sono più oggetti disparati; l’operatore prende quello che gli pare che sia l’oggetto voluto e lo passa ad un lettore di codice a barre. Se è quello giusto lo fa partire, se no ne prende un altro fino a trovare quello giusto.
L’ambiente è fortemente rumoroso; ci sono ovunque nastri trasportatori con le ceste che viaggiano. Il rumore viene da ovunque, non c’è un certo numero di fonti di rumore, ma piuttosto un continuo rumore di fondo che tutto pervade. Gli operatori non hanno le cuffie, sono esposti al rumore. A noi visitatori hanno dato gli auricolari con il microfono, se no la guida dovrebbe gridare a squarciagola per farsi sentire. Noi abbiamo un microfono per poter porre le domande.
Gli operatori sono isolati gli uni dagli altri. Dalla loro postazione non vedono gli altri, ci sono barriere che li separano, gli è impossibile scambiarsi una parola, un cenno; isolamento sociale, una condanna. Poi ci sono i responsabili che girano con dei carrellini con sopra il computer che controllano, vedono, intervengono quando qualcosa va storto. E ciò succede spesso: l’oggetto che cade dallo scaffale mobile e blocca tutto il traffico, l’imballaggio che si strappa, il nastro che si blocca con le cassette che si accavallano le une sulle altre.
Pensavo di trovare la modernità ed il futuro ed invece no. Pensavo di trovare un alto livello di automatizzazione ed invece poco. Pensavo di trovare molti bracci robotici e poche braccia umana che si limitano ad un controllo lontano e distratto. Invece proprio no. A parte gli scaffali che si muovono da soli è tutto molto vecchio stile e le sole cose automatiche alla fin fine sono i nastri trasportatori con le cassette ed una macchina che incolla le etichette sui pacchi in partenza grazie ad un soffio d’aria per evitare di fare pressione sull’oggetto contenuto nel pacco. Pensate che nel reparto dove si inviano ordini con più oggetti per lo stesso cliente c’è una sorta di rastrelliera con tanti buchetti come quelle che aveva la posta cinquant’anni fa. È vero che la parte digitale è potente: il sistema riesce a sapere dove si trova ogni oggetto e a mandarlo al giusto cliente grazie ai lettori di codici a barre. Ma questo c’era facilmente da aspettarselo. Per il resto la presenza (e la fatica) umana è indispensabile ed onnipresente ad ogni passaggio. I compiti sono terribilmente ripetitivi, come nelle catene di montaggio delle fabbriche di automobili negli anni ’60. Ho visto alcuni lavoratori muoversi ad un ritmo ragionevole, che non ha provocato in me preoccupazione. Ma ho visto anche una ragazza che recuperava gli oggetti dagli scaffali ad una velocità delle mani e del corpo del tutto insostenibile. Ho chiesto alla guida perché si muovesse così rapidamente ed ho avuto la seguente risposta: “Lo facciamo in molti, siamo qui, tanto vale lavorare veloci”. Poco credibile, ci devono essere sotto dei meccanismi di premialità o di punizione. Comunque durante i brevi momenti della nostra visita alle diverse posizioni, gli operatori non hanno smesso un secondo di muoversi, solo un breve sorriso, se no come se non esistessimo. Non ho visto nessun accorgimento ergonomico per poter permettere ai lavoratori movimenti meno faticosi o dannosi per il loro fisico. Niente, dei criceti dentro la ruota, per 8 ore con una mezz’ora di pausa. Se prendiamo le moderne catene di montaggio delle auto vediamo che ci sono molti sistemi per rendere più facile e meno usurante il lavoro. Accorgimenti che diminuiscono i danni allo scheletro ed ai muscoli del lavoratore. Oppure una organizzazione del lavoro che permette ad una persona di fare più operazione per diminuire l’alienazione dell’unico gesto ripetuto un milione di volte. E nelle ultime catene di montaggio i lavoratori sono sempre meno. Qui niente di tutto ciò.
Allora ho forse capito come sta la questione. Tutto il sistema è vecchio stile ed obsoleto, ma al vertice di Amazon non gliene frega niente. Perché tanto hanno una infinita manodopera in tantissimi paesi del mondo che possono mettere alla linea di produzione senza minimamente preoccuparsi del suo benessere. Assoluta mancanza di interesse per il lato umano della loro industria. Rumore, isolamento sociale, alienazione, danni fisici. Non è il loro problema, non ci pensano nemmeno. Sono persone? No, sono lavoratori, che gliene frega? Hanno già fatto molto ad aprire le fabbriche alle visite, per mostrare che nessuno è preso da convulsioni a causa dei ritmi. La barbarie del capitalismo selvaggio.
Andate a vedere Amazon, gli comprerete meno str… e risparmierete dei soldi.