Una delle spiagge della zona nord, lo Stato Sucre. Foto di angelmed20 via Wikicommons
In questi tempi gramissimi per tutti noi, per la pace, per l’avvenire ed ovviamente per i viaggi, sia concesso al Viaggiatore Critico ritirar fuori le sue impressioni su un paese la cui sorte ci preoccupa. Parlo del Venezuela, chi altri? E lo faccio a ruota libera, come i ricordi che si succedono alla veglia funebre di un defunto, in questo caso vittima della cieca violenza.
Se le cose fossero state diverse, mi troverei ora a gestire un alberghetto a San Juan de la Galdonas, nella penisola di Paria, quella punta che va verso Trinidad. In alto, su una rocca che strapiomba sulla spiaggia del paesotto. Lo vidi e me ne innamorai; parlai con il gestore, un cialtrone che allevava galli da combattimento nella sala da pranzo. Ovviamente zero turisti. Parlai con il proprietario, uno spagnolo che abitava a Madrid, malato ormai quasi terminale che mai sarebbe tornato in Venezuela e che poteva accettare le mie offerte, ma a condizione di conservare il posto di lavoro per l’allevatore di galli. Capii dopo che la moglie di costui era stata l’amante dello spagnolo e che così facendo la voleva proteggere. Abbandonai non solo per questa imposizione, ma soprattutto per il livello di violenza della zona, punto di partenza per l’esportazione della coca colombiana verso i Caraibi e da lì, oltre. Nella rada del paese delle gran lance super motorizzate e in paese, una bella percentuale di giovani reclusi nei cento stati caraibici. Violenza pericolosa per me e nefasta per il turismo.
Il Venezuela è il paese dove la cura del corpo femminile raggiunge i suoi apici. I centri di bellezza sono schiere e le ragazze si tengono come fossero perennemente ad una sfilata. Non è un caso che sia il paese più premiato al concorso di Miss Universo.
Il terrore su un fiume. Mi aggiravo su una lancia in una qualche zona petrolifera, forse Pedernales. Non c’erano strade e il trasporto pubblico era sulle lance fluviali. Motori enormi (il prezzo ridicolo della benzina permette di farlo) e velocità pazzesca. Se avessimo preso anche solo un ramo galleggiante avremmo spaccato tutto. Arrivai esausto dalla tensione, mentre gli altri passeggeri avevano dormicchiato tutto il tempo. Il fatalismo sudamericano…. Ero in un paesino, punto di passaggio verso i pozzi di petrolio; all’imbrunire si spense l’illuminazione pubblica e si chiusero tutte le porte delle case. Ero in un alberghetto per i lavoratori del petrolio e chiesi spiegazioni. Sembra che ci fosse da qualche giorno un’infestazione di una farfalla che pinzava e trasmetteva non so quale malattia. La gente si spostava nella oscurità più assoluta per non richiamare le farfalle. I locali conoscevano le strade e potevano farlo; io mi feci accompagnare per mano da uno trovato a caso nel buio, ad un bar a bere qualcosa. Mi lamentai con l’avida padrona dell’alberghetto per la mancanza delle finestre nelle camere. Mi disse che le aveva murate perché i clienti rubavano le lenzuola gettandole ai complici dalle finestre. La mattina dopo trovai un passaggio su una altra lancia per Guiria, sulla Penisola di Paria, che era il mio centro di interesse. Era una lancia privata, di una famiglia che si stava spostando. Mi resi disponibile a farmi perquisire lo zaino, dal momento che il trasporto della coca era la preoccupazione dominante presso tutti quanti. Mi dettero fiducia e mi portarono forse addirittura senza compenso, tanto la benzina…. Il padre deficiente fece guidare la lancia ad un figlio dodicenne del tutto inesperto nel prendere le onde. Solita velocità sconsiderata, arrivai pesto dalle scosse.
Erano ancora i tempi di Chavez, avevamo affittato una macchina a Caracas per andare verso est. La benzina non si pagava nemmeno, il prezzo era così basso che gli stessi venezolani avevano l’abitudine di frugarsi in tasca e di dare un po’ di monetine al benzinaio comprensive di prezzo della benzina e mancia. Tipo 5 centesimi di euro al litro, cose così; da non credere.
In un viaggio ancora precedente, di molti anni fa, in era abbondantemente pre-Chavez, un altro viaggio, di pochissimi giorni, in transito dall’Ecuador all’Europa. Ricordo di aver noleggiato la mia prima macchina con il cambio automatico e fu un incubo prima di capire come funzionasse. Scesi da Caracas lungo la costa e dopo diverse o parecchie decine di chilometri trovai una insenatura con un torrentello che sboccava in mare dalle alte e verdissime colline retrostanti. Un borgo subito sulla spiaggia, abitato esclusivamente da neri, con le donne che giravano con le ceste sulla testa piene di pesci od ortaggi. Pensai che era un posto giusto per fermarsi. Ed ero assai giovane, quando non si pensa affatto a fermarsi. Non sono mai più riuscito a ritrovare quel paesino.
Tanti italiani in Venezuela, terra ricca, fu una meta importante nei primi anni dopo la guerra, per l’emigrazione italiana. Nel mio primo viaggio, ne trovai diversi, anche nelle piccole cittadine, spesso con ristoranti o alberghetti. Mi fecero un po’ pena, con il loro spagnolo ancora cattivo, ed orami per sempre; ed il loro italiano completamente corrotto. Persone senza una lingua parlata decentemente; forse rimaneva loro solo il dialetto del paesello natale. Ma si erano fatta la loro vita e avevano consegnato al Venezuela, in cambio dell’accoglienza, figli e nipoti; vite perse nel vento del destino.
Bellissimo paese tropicale, di grandi fiumi, grandi foreste, coste alte e verdeggianti; la forza della flora in tutta la sua potenza.
Poi la meraviglia di trovare un popolo completamente diverso da quelli che conoscevo nella regione: colombiani, ecuadoriani, peruviani, ma anche i brasiliani del nord. I venezolani mi sono sembrati gente finalmente priva di ogni complesso di inferiorità nei confronti degli europei, degli americani, dei bianchi, degli stranieri. Aperti, alla mano, degnissimi, simpatici, ironici, spavaldi senza essere aggressivi o maleducati. Li vedevo rispettare scrupolosamente la fila alle fermate degli autobus che dal centro avrebbero riportato gli impiegati, la sera, nelle loro lontane periferie. E li scoprivo gentilissimi nel traffico convulso di Caracas permettendomi di cambiare corsia con facilità sulle grandi strade della capitale. Un popolo quindi pieno di dignità, di amor proprio e ben dotato di autostima. A causa dell’enorme ricchezza data dal petrolio? Forse, ma non solo. Direi un popolo che tiene alla propria libertà e non è incline a consegnarsi ai gruppi di interesse finanziari o direttamente ai narcos come succede in Colombia, Ecuador, Perù. Non stupisce quindi la piega nazionalista e bolivariana che la politica venezolana ha preso negli ultimi decenni. Del resto le stesse caratteristiche di indipendenza e di dignità che ho appena descritto fra i venezolani, le ho ritrovate anche fra i cubani. Asfaltati da decenni di embarghi infami, ma ancora dignitosi e fieri del loro paese.
Dispiace quindi che un paese così grande ed importante si ritrovi implicato nelle sordide mire del peggior fascismo mondiale. Auguro al Venezuela un futuro scelto dai venezolani.