Invecchiato male il Guggenheim, il futuro non è stato come le sue forme ce lo volevano promettere.
La prima volta che ci andai fu emozionante. Si era in piena lotta contro la centrale nucleare di Lemoniz, in costruzione. Da una parte l’opposizione sociale fortissima, ben ancorata profondamente in tutta la società vasca; dall’altra ETA che scelse una strategia di straordinaria pragmaticità. Invece di contrastare il cantiere per la costruzione della centrale nucleare, dei politici che la volevano, delle imprese che la costruivano, decisero di uccidere il direttore del cantiere. Dopo che ne uccisero il primo ed il secondo non fu più trovato un terzo che volesse prendere quel posto. Nel 1984 i lavori furono sospesi e mai più ripresi; lo scheletro della fallita centrale è ancora là. Si trattò di una lotta della nazione vasca contro l’ingerenza della Spagna nel proprio territorio. Nel pieno della opposizione alla centrale fu indetta una ennesima manifestazione; il vostro giovane Viaggiatore Critico si trovava a Madrid e non perse l’occasione di farsi un lunghissimo viaggio in bus per andare a Bilbao e parteciparvi. Fu enorme, di una vitalità e di una auto affermazione probabilmente mai vista. Un popolo in marcia contro tutto quanto si poteva immaginare di male: il capitalismo, la colonizzazione di Euskadi, lo scempio ambientale del nucleare, la militarizzazione del territorio. Fu la marcia contro il Male. Eravamo in tantissimi e ad un certo momento entrò nella manifestazione anchje ETA, incappucciati, a fare volantinaggio.
Nelle stesse giornate si svolgeva l’incontro internazionale dei popoli autoctoni. L’incontro si svolgeva in un palazzo della Plaza Nuova, il luogo principale del Centro Storico. In una grande sala si succedevano al microfono i rappresentanti dei popoli senza stato, delle minoranze oppresse del mondo. Venne giù la sala quando un indiano del Nordamerica gridò con grande enfasi: “Il popolo Apache saluta il popolo Vasco”. Popoli oppressi che si univano in fraterni abbracci. Grandi emozioni, commozione profonda.
La città era orribile; nera e sporca. La ria che la attraversava era una sorta di liquame plumbeo. Chiamano ria quei fiumi che risentono della risalita dell’acqua del mare durante l’alta marea. Il fiume era quindi navigabile e la lunga serie di cantieri ed industrie in attività da un secolo aveva portato l’inquinamento a livelli oggi inconcepibili.
La seconda volta che ci andai era oltre venti anni dopo, oltre venti anni fa. Si era ad agosto, in piena festa della città. È un fenomeno sconosciuto per l’Italia dove la festa del patrono è poca cosa, della durata di un giorno, con pochi e poco frequentati avvenimenti. In Spagna la festa dura una settimana ed è una follia di attività e di alcool. Quell’anno a Bilbao c’era il concorso dei fuochi artificiali ed ogni sera una ditta diversa mostrava i propri. Non ho mai visto, né prima, né dopo allora, una tale magnificenza e spettacolarità. Quelli che si fanno a Firenze, sul lungarno per San Giovanni, sembrano in confronto i petardi dei bambini per il loro compleanno. La città, la notte, era zeppa di gente; decine e decine di chioschi vendevano cibo, vino, tinto de verano, sidro, birra. Fiumi di gente che ingollava torrenti di liquidi: faceva caldo, si sudava. E si pisciava anche molto. Ovunque, in tutti gli angoli, rivoli di orina percorrevano i marciapiedi, le strade. Il Viaggiatore Critico aveva le espadrillas, quelle ciabattine molto spagnole con le suole di corda. Che si imbevettero di orina andata rapidamente in fermentazione a causa del caldo. Afrori da avelli.
La città aveva già avuto una grande trasformazione. La ria era stata ripulita, le fabbriche trasportate altrove, l’area di un grande cantiere bonificata e trasformata in giardini con al centro il Museo Guggenheim. Abbondanti turisti.
Ci sono tornato ora, per la terza volta. È diventata una città moderna, pulita, ordinata, turistica, elegante, inutile ed uguale a tutte le altre. Il Museo Guggenheim è invecchiato male. Quelle forme fantascientifiche che volevano annunciare un futuro brillante come le loro superfici, appaiono oggi ingenue ed inutilmente pretenziose; obsolete come il futuro radioso che non c’è mai stato. Il centro moderno è ricco di zone pedonali, di panchine sui marciapiedi, di vecchi edifici convertiti in centri commerciali o culturali. Il centro storico, il casco viejo, è pulito, ordinato, completamente convertito alla accoglienza di turisti. La Plaza Nueva dove i baschi e gli Apache si incontravano è ora completamente occupata da bar e ristoranti d’esclusivo uso per i turisti con tapas (o pintxos) stravaganti, cari e sommamente tristi (questo articolo gli è dedicato). Sulla ria, ormai pulita e ridente, navigano i battelli che portano turisti a visitare la città dall’acqua. Sui lungoria trottano i bilbaini sfoggiando cosce, pettorali e glutei ben modellati; negli stessi luoghi dove i loro nonni trasportavano, sudici, ferro e carbone, ugualmente esercitando i muscoli, ma a tutt’altro scopo.
Come al solito, in Spagna, grande dovizia di mezzi pubblici. Ho preso treni, bus, tramvie, treni di prossimità, mille possibilità per girare le infinite località dell’affollato Paese Basco. Con le solite contraddizioni spagnole. Ad esempio nella modernissima stazione dei bus di Bilbao ci vuole il biglietto per accedere alle pensiline di partenza dei bus; ma non ci sono biglietterie in quanto il biglietto lo fai sul bus. Ma non ci puoi arrivare! Ci vorrebbe una tessera che nessun turista potrà mai avere. I Borboni sono ancora al potere in quel paese.
A Bilbao piove così tanto che i panni si stendono sotto l’ombrello.
Eppure ritrovo, anche a Bilbao, come ovunque in Spagna, una atmosfera che è gradevole e che in Italia non esiste o non esiste più. Si vedono gli spagnoli, a fine pomeriggio, uscire per strada, complice il buon tempo. Un sacco di bambini, giocano nelle piazze e nei giardinetti, i genitori chiacchierano fra di loro. I bar sono pieni di gente con un bicchiere in mano. E non sono solo giovani in qualche bar che fa l’aperitivo, come in Italia. Sono di tutte le età, ogni bar ha la sua fascia anagrafica. Ed i bar si concentrano in una certa zona di ogni quartiere, anche popolare e periferico, richiamando delle vere e proprie folle. E li trovi tutti lì a chiacchierare, apparentemente divertiti ed allegri. E le strade diventano una festa. Le donne si mettono elegantine per uscire e le arti della seduzione si dispiegano aeree. Una sorta di libera uscita della popolazione tutta, compresi i vecchi che, comunque, il loro bicchierino se lo fanno. E l’urbanistica favorisce la cosa perché lo sviluppo delle città ha comunque lasciato spazi per dei giardini, delle piazzette, degli ampi marciapiedi che possono accogliere svariati arredi urbani dove sedersi od addirittura distendersi a prendere un po’ di solicino. Tutto ciò in Italia non lo vedo mai: solo capannelli un po’ ghettizzati intorno ai bar degli aperitivi e tutti in piedi.
I costi si sono ormai livellati fra Bilbao e Firenze (luogo di riferimento del Viaggiatore), in termini generali. Per i bar sono ancora nettamente inferiori a Bilbao di un buon 20 – 30%.
Comunque, resta la solita domanda: vale la pena andare a Bilbao? Direi di no, se ci si passa ci si ferma, ma andarci apposta direi di no.