Il viaggiatore critico

Viaggi in Ecuador, la meraviglia

La chiesa di San Francisco nella solitudine della notte. Ora l’illuminazione è molto migliore rispetto a quando ci andava il Viaggiatore. Foto di Diego Delso via Wikicommons.

Il vostro povero Viaggiatore Critico ha un gran mal di schiena e da alcuni, troppi mesi non riesce più a viaggiare. Non ha quindi nuovi posti da raccontarvi. Ma la memoria gira e gira e torna ad antiche emozioni nel paese che il Viaggiatore ha amato più di ogni altro e di cui non ha quasi mai parlato, avendolo abbandonato da moltissimo tempo. Gli unici articoli dedicati a questo paese stanno qui e qui. E vi consiglierebbe di andarci subito ed a lungo. Il perché del condizionale ve lo dico in fondo.

Amavo andare a notte fonda nel centro coloniale di Quito, il più omogeneo e meglio conservato di tutta l’America Latina. L’aria pungente era arricchita dall’odore del fumo di legno di eucalipto con il quale molte case si riscaldano quel poco che è necessario a stemperare la notte dei 2800 metri di altitudine. Nessun passante, solo alcuni poveri indios che tornano verso casa dopo le ultime vendite nei mercatini delle piazze. Altri che si sistemano per la notte sotto qualche portico dividendosi rumorosamente dei sorsi di aguardiente. Illuminazione scarsa, poche, fioche e giallastre luci pendono qua e là. Ci si vede, ma vaste pozze di ombra arrotondano la percezione degli spazi. Cammino solitario verso San Francisco, scendo a Santo Domingo, risalgo verso la Piazza dell’Indipendenza, che amo meno, passo sotto l’incredibile chiesa dei Gesuiti, gioiello del barocco coloniale. La piazza di San Francisco è il luogo che preferisco; mi siedo volentieri sugli scalini della chiesa; per quanto passi due o tre giorni per settimana a Quito, l’altezza si fa sentire ed il fiato è corto. Non ho nessun timore per la mia sicurezza; il centro coloniale di giorno è una bolgia di gente, di commerci, di uffici; la notte la pace è assoluta, nemmeno un bar resta apeerto. Si respira la storia del paese, qui. Capitale prima dell’arrivo degli spagnoli, poi rifondata da loro, le grandi famiglie coloniali e post coloniali vi eressero i loro spesso pretenziosi palazzetti e la adornarono di importanti chiese e monasteri. Poi il potere migrò verso il nord della città, nel centro moderno. Qui son rimasti gli ultimi scampoli della vecchia società mercantile e artigiana di Quito, sommersa dall’ondata povera degli indios e dei meticci che si arrangiano in queste case ormai vecchie, scomode, fatiscenti. Ma nella notte quella specie di corte dei miracoli che è il centro coloniale, riacquista l’antica dignità. Il freddo, il silenzio, l’oscurità riportano l’atmosfera del passato. Seduto sugli scalini di San Francisco ritorno ai tempi della colonia, all’alterigia meschina e vanesia degli hidalgos spagnoli e delle loro mogli di sangue mezzo indio. Della società fratturata fra i bianchi e gli indios, all’estrema ingiustizia sociale che ciò comportò.  Ma non mi importa di tutto ciò; quel che conta è che mi trovo in una antica città di impronta nettamente europea immersa nell’aria andina. Il contrasto mi affascina.

Per me l’Ecuador è il paese più bello del mondo, se per bellezza si intende la varietà. Grande un poco meno dell’Italia vi si trova una diversità stupefacente di ambienti naturali e di paesaggi. Dai grandi vulcani (il Chimborazo è il luogo terrestre più lontano dal centro della terra, per via della forma del pianeta, schiacciato ai poli) alle spiagge tropicali, all’Amazzonia, alla steppa desertica dei passi andini, alle foreste xerofile della costa meridionale. C’è di tutto ed in pochi chilometri.

Prendevo la potente Toyota 4×4 del lavoro e mi aggiravo per le Ande; ci andavo da solo, non volevo distrazioni o discussioni sugli itinerari. Doveva essere solo il caso ed il mio intuito a guidarmi. Partendo da Quito percorrevo la Panamericana, la strada che dall’Alaska va fino alla Terra del Fuoco e poi ne uscivo, prendendo strade locali asfaltate ed attraversando le cittadine meticce come Latacunga, Ambato, Cayambe dalle vie pavimentate con le pietre. Continuavo sulle strade sterrate verso i desolati paeselli degli indios, con le poverissime case di adobe, la terra nera pressata. Mi succedeva di esser preso a sassate dai ragazzi, rabbiosi verso quella modernità motorizzata da cui erano del tutto esclusi. Poi continuavo su strade sempre peggiori, di terra senza nessun apporto di ghiaia. Andavo verso il paramo. È la zona alta delle Ande, dove non c’è più nessuna vegetazione arborea, ma solo basse, dure erbe oppure cuscini di piantine succulente. Siamo oltre i 3500 metri, le pendici delle montagne vulcaniche sono dolci, non erte come le Alpi. Non esiste il concetto di passo alpino che trovi fra una ripida salita ed una ripida discesa. Sulle Ande ecuadoriane quando arrivi in altitudine ti trovi su degli altopiani un po’ mossi che uniscono una montagna all’altra. L’aria è rarefatta, il motore del 4×4 pena ad andare avanti. Il cielo è incredibilmente terso e grande, le nuvole lontanissime ed altissime verso l’Amazzonia. La solitudine è totale, nemmeno gli indios arrivano quassù, non c’è motivo per venirci. Al massimo ci passano per portare le pecore in qualche valletta umida, con dei pascoli migliori; questi sono del tutto nulli. L’altezza, il freddo, l’aridità rende queste erbe tanto appetibili quanto il fil di ferro. La terra è nera, oppure bruno scura, molto sciolta, polverosa da secca, scivolosa se bagnata. È il prodotto della degradazione delle eruzioni vulcaniche, sarebbe fertilissima se solo si trovasse in un luogo più caldo ed umido. Qua è del tutto sprecata. Ancora più in alto comincia l’arenal, la distesa di sabbia vulcanica grossolana, di vegetale ci sono solo dei licheni grigiastri. Sull’arenal le pendenze si fanno più erte e la macchina non ce la più; oltre i 4000 metri bisogna procedere con le marce ridotte, in prima e con il piede pesante. Insabbiarsi sull’arenal può essere un gravissimo problema. Mi capitava spesso ed in un modo un po’ irresponsabile di lasciare quel minimo di accenno di strade che resistono in questi paraggi per fare del fuori pista; vado libero su quelle distese con il tramonto che incendia le vette mentre l’altopiano piomba nella notte; mi esalto, ringrazio la sorte che mi dato la possibilità di vivere

Paramo in Ecuador, vegetazione bassa, paesaggio ondulato, in questo caso è abbastanza umido, in altri casi è più secco. Foto di Hjvannes at Dutch Wikipedia.

queste esperienze. A volte mi fermo, scendo dalla macchina e corro. A quell’altitudine si è leggeri e si va velocissimi, ma quanto si cade nel debito di ossigeno, pare di morire: mi gettavo a terra ansimando follemente e ci volevano molti minuti per recuperare una respirazione normale. Notai che dopo qualche ora molto in alto avevo reazioni strane, una sorta di debolezza di ragionamento che poteva essere anche pericolosa. Più volte mi persi in quelle steppe, la notte mi colse, arrivavo agli sgoccioli della benzina, pativo il freddo. Una volta mi fermò una banda inferocita di indios sospettandomi di andare a rubargli le pecore. Una volta scesi molto verso il lato orientale delle Ande ed arrivai dove la vegetazione ricominciava rigogliosa; erano gli inizi della foresta amazzonica ed il contrasto con l’aridità del paramo era stupefacente; un cambio totale in pochi chilometri. Trovai un paesino immerso nella nebbia perenne ed una umidità che anneriva di muffa ogni muro. Eppoi, meravigliosi e sorprendenti i laghi che occupano le caldere dei vulcani; ce ne sono molti e sono spesso un po’ turistici. Il mio preferito e ci andavo spesso, era

La laguna di Quilotoa vista dal bordo superiore della caldera. Il lago è profondissimo Foto di Seattle Skier via Wikicommons.

la laguna di Quilotoa, meravigliosa. Un lago senza immissari od emissari, in equilibrio solo con le piogge. Ora vedo dalle foto che ci hanno fatto uno stupido agglomerato turistico. Quando ci andavo io non c’era assolutamente niente; solo, a volte, dei gruppi di donne indigene che andavano lì la domenica a chiacchierare fra di loro, venendo a piedi dai villaggi vicini, con i loro abiti tradizionali.

Continuerò a raccontare dell’Ecuador e dirò per qual motivo è ormai impensabile di andarci….