Migrantour

In questa epoca nella quale il tema dei migranti sembra esser diventato il centro del mondo, il Viaggiatore Critico segnala una iniziativa turistica che li vede impegnati, come guide turistiche nelle città che sono venuti ad abitare.

L’iniziativa è abbastanza curiosa e può attirare l’attenzione di qualcuno. Nasce nel mondo eticamente molto opaco del “turismo solidale” di cui abbiamo già parlato, indicandone le profonde contraddizioni.

Anche nel caso del Migrantour ci sono di mezzo le solite ONG; sempre alla ricerca di un qualsiasi pretesto per chiedere dei finanziamenti per andare avanti e pagare il personale, ormai precario da decenni. In questo caso il donatore di fondi caduto nella trappola è l’Unione Europea con le sue linee di finanziamento per l’integrazione.

E’ stato quindi montato il solito circo di progetti, studi, pubblicazioni, siti web, bollettini, riunioni, reti plurinazionali, viaggi e scambi. Insomma, tutto il classico blabla che finisce per costare delle fortune e su cui le ONG lucrano. Mentre quelli che dovrebbero essere i beneficiari finali non si rendon quasi conto di nulla; passa tutto sulle loro teste.

Eppure l’idea non sarebbe male ed è anche molto semplice. Nelle città europee si è creato, negli anni, un mondo parallelo costituito dagli immigrati, delle diverse origini. Ci sono i luoghi di culto, che non sono solo le moschee, ma anche tutte le chiese dell’Europa orientale o i templi asiatici. C’e’ la grande quantità dei negozi cosiddetti etnici, con tutte le loro differenze continentali: cibi africani, asiatici, sudamericani. Ci sono i ristoranti tipici di certe nazionalità. Ci sono i luoghi di ritrovo delle diverse comunità come bar, associazioni, stanze presso associazioni italiane. Ci sono le piazze dove si trovano gli immigrati la domenica, spesso per mangiae insieme ciò che portano da casa. Ci sono le cooperative che fanno assistenza ai migranti. Incominciano ad esserci artigiani e piccoli imprenditori di diversissme origini che si sono conquistati un po’ di spazio sul mercato italiano. Ci sono le mafie estere che si fanno spazio con rapidità e decisione. Insomma è tutto un mondo “altro” che sta nascendo in mezzo agli italiani. Con tutti ilati della vita: buoni e cattivi. Comunque con una vitalità certo maggiore di quella italiana, che si sta spegnendo.

Si sta parlando di migranti in senso generale e non solo nell’accezione riduttiva che si usa attualmente: quella del giovane migrante africano appena arrivato, in qualche modo, e che non sa da che parte cominciare a svoltare. Il mondo in cui agisce Migrantour è anche composto (direi soprattutto) da migranti “di fascia alta” come lituani, brasiliani, polacchi, ma ci sono anche arabi, africani e bengalesi.

In cosa consiste l’iniziativa? Vengono organizzate delle visite, in alcune città europee, al mondo dei migranti. E le visite sono guidate da uno di loro. Ogni città ha tre o quattro giri diversi, ma abbastanza simili. Si toccano dei luoghi di culto, i negozi, si fanno degli assaggi dove possibile, si parla con i migranti, si vedono le associazioni. Questo giro dovrebbe portare gli abitanti “normali” della città (o dei turisti molto attenti), a capire che c’e’ una parte del loro ambiente che gli era assai sconosciuto. A vedere la loro città come non l’avevano mai vista. Naturalmente le guide sono, per definizione, plurilingue e possono condurre dei gruppi di visitatori, a loro volta, multiculturali; sono anche di un certe livello culturale, ovviamente.

Recentemente hanno fatto un “welcome tour” prendendo degli immigrati appena arrivati e facendo fare loro un giro per conoscere il luogo dove erano arrivati. Una specie di commistione fra migrazione e turismo, dove il vecchio migrante diventa guida ed il nuovo fa il turista, in attesa di diventare residente e, forse, a sua volta, futura guida.

Il costo è di circa 12 € per ogni persona, per una visita di un paio di ore, e sui 150€ per un gruppo che arriva già organizzato. Ci si iscrive a partire da FB o dal sito Migrantour. Le città implicate sono Roma, Milano, Genova, Marsiglia, Bologna, Napoli, Firenze, Torino, Valencia, Lisbona, Parigi e forse altre. Fanno anche gite scolastiche. Per le città italiane l’organizzazione di tutta la faccenda sembra saldamente in mano a strutture italiane.

Almeno in Italia la cosa non sembra funzionare molto. I giri in agenda sono pochissimi e non è chiaro se poi vengono eseguiti o finiscono per andare deserti.
Quindi, ancora una volta, un’iniziativa che è servita a dare un po’ di lavoro e visibilità alle ONG che l’hanno promossa e che si son fatte finanziare il lancio. Poi la cosa si è spenta e magari va a morire nell’indifferenza. Ancora una volta si tratta di una iniziativa fatta in nome dei migranti, che hanno messo la loro faccia esotica e sorridente sul sito. Ma dalla quale, alla fine, non ci hanno cavato quasi niente.

PS. Ed in effetti, come previsto, dopo un anno dalla pubblicazione di questo articolo, di Migrantour non rimane quasi niente. Non ci sono più giri organizzati a cui iscriversi, salvo uno mensile a Roma, Milano, Torino. I siti web non sono più aggiornati da più di un anno. Restano solo i volti sorridenti delle guide che vi guardano tristemente dallo schermo.

I retroscena poco etici del turismo solidale

[Continua da qui]

Alcune ONG attive nella cooperazione internazionali dettero vita a cavallo del 2000 ad una agenzia che poi è divenuta “Viaggi Solidali”, a sua volta membro dell’Associazione Italiana Turismo Responsabile”, AITR, in sigla.

Il fatto che questa agenzia nasca come diretta espressione di ONG per la cooperazione internazionale e’ un primo segnale per comprendere come funziona la faccenda.

Che il lettore veda per prima cosa alcuni esempi di Viaggi Solidali, scelti senza particolare cattiveria, nel paniere di quelli disponibili per il 2018.

Ma perche’ nasce questa nicchia del turismo solidale? I motivi sono diversi e convergenti.

In primo luogo vi e’ una certa idea di sviluppo turistico che ha avuto, negli ultimi decenni un particolare sviluppo in Toscana. (Per questo motivo va sotto il nome di “modello Toscano”). Si tratta di un turismo fatto di individui, coppie, famiglie, al massimo piccolissimi gruppi che si muovono agilmente sul territorio, visitando borghi e campagne e appoggiandosi per mangiare e per dormire a B&B, a piccoli ristoranti, a trattorie piu’ o meno familiari, soprattutto ad agriturismi o a piccoli alberghi familiari nei paesini del Chianti, della Maremma, meno del Valdarno. In questo tipo di turismo si congiungono, ora dopo ora, gli aspetti culturali (chiese, borghi, musei), quelli paesaggistici (il famoso paesaggio toscano fatto di dolci colline tempestate di vigneti ed oliveti) e quelli enogastronomici sia per il consumo immediato nelle trattorie e negli agriturismi, sia per l’acquisto di olio, vino e salumi per il successivo consumo a casa propria. E’ un modello di grande successo che fa vivere molte zone. Da notare che tale turismo non e’ per niente a buon mercato.

Torniamo alla cooperazione internazionale: i progetti sono alla perenne ricerca di idee su come imbastire azioni che possano rinforzare le povere economie dei famiglie sulle quali agiscono i progetti stessi. In questa ricerca, spesso diperata, si fa ricorso alche al turismo che tanta importanza ha ormai nel mondo e che pare sia la gallina dalle uova d’oro.  Alcuni progetti sono quindi diretti a far nascere e sviluppare iniziative turistiche di base. E non solo! I progetti di cooperazione internazionale hanno alcune caratteristiche intrinseche: hanno a che fare con piccole realtà locali, portano molta attenzione alle famiglie, hanno forti legami con il territorio e dispongono di modesti capitali da investire. Si da il caso che siano assolutamente le stesse caratteristiche che contraddistinguono il modello turistico toscano.

E’ stato quindi naturale che i progetti turistici escogitati dalla cooperazione internazionale abbiano preso a modello quanto veniva fatto in Toscana. A prima vista poteva essere un connubio efficace, tanto più che si poteva aggiungere alla parte turistica anche quella agricola che avrebbe prodotto cibi da vendere ai turisti; esattamente come si fa in Toscana. In quel caso sarebbero stati cacao, caffè, spezie o altro.

Sulla base della concezione fin qui esposta, alcuni donatori di fondi per la cooperazione internaionale come il Ministero degli Affari Esteri italiano o l’Unione Europea hanno pensato di stanziare dei soldi per lo sviluppo turistico dei paesi del sud. E le ONG vi si sono buttate a capofitto. Vi sono stati dei progetti a Capo Verde,  in Sierra Leone, in Senegal, in America Centrale ed altrove.

Pochi hanno funzionato. Soprattutto perchè l’analisi della situazione era completamente sbagliata. Infatti il modello toscano funziona perchè la Toscana è ricchissima di attrazioni turistiche storiche ed artistiche, perchè il paesaggio toscano gode di grande fama e perchè le dimore rurali vi sono spesso cariche del fascino dell’antico. Ben diversa la situazione nei paesi del sud dove poche sono le cose da vedere e di poco interesse, il paesaggio è meno attraente o più monotono e si soggiorna in capanne o casucce. Quindi pochissime le cose degne di attenzione da parte di un turista. Ed infine, il turista medio, quello dei selfie su Facebook è molto fiero di dire di essere stato in Toscana; molto meno di vantarsi di essere stato in Sierra Leone.

Di fronte alle difficoltà di far decollare quei progetti alcune ONG fondarono quella che sarebbe poi divenuta l’agenzia “Viaggi Solidali”; fu un estremo tentativo di chiamare turisti verso quei progetti che non riuscivano a produrre risultati concreti per le tasche delle popolazioni locali, che pure erano state illuse di diventare degli imprenditori turistici. Si volle, in altre parole, diventare non solo fornitori di proposte turistiche, ma anche organizzatori di viaggi. E dal momento che quei luoghi, quelle realtà, offrivano poche attrazioni turistiche se ne fabbricò di sana pianta una nuova:  la solidarietà!

Ci si riallacciava alla vecchia tradizione cattolica e missionaria seconda la quale i devoti volentorosi andavano a passare le proprie vacanze a lavorare nelle Missioni, ad aiutare i poveri, in Africa o nel Mato Grosso.

Ma come quasi tutto ciò che imbastisce la cooperazione internazionale anche l’esperienza tristica solidale fallì rapidamente. Tanto che Viaggi Solidali è poi diventata un’agenzia come molte altre che di solidale mantiene solo il nome e poche attività di facciata all’interno del programma dei viaggi.

Tutta l’operazione nasce quindi più per un sostegno alle attività delle ONG italiane che per lo sviluppo di quel turismo. Era in sostanza un’attività di autopromozione e di facciata delle ONG. Un modo per dimostrare ai donatori dei fondi dei progetti che si era voluto integrare l’intera catena: fumo negli occhi. Nessuno si interessava molto ai beneficiari nei paesi del sud ed ai turisti.

Ma vi è un altro aspetto ben più grave da un punto di vista etico. L’italiano medio (ma anche quello un pò più avvertito) non conosce praticamente niente delle condizioni di vita nei paesi del sud del mondo. Vi si reca, a volte, per delle brevi vacanze balneari o sessuali; per molti l’Africa è Malindi e l’America Latina sono le ragazze di Cuba o di Rio.  Inoltre gli italiani non sanno più, fortunatamente per loro, distinguere le 50 sfumature della povertà.

Mettere delle persone siffatte a contatto con i progetti sociali nel sud è un abominio. Non sono pronti a vedere, non sapranno giudicare, capiranno poco e male. L’operazione è subdola: si colpisce all’anima sensibile del turista (ignorante delle cose del mondo) per alleggerirgli il portafoglio.

All’interno di una vacanza si vedranno miserie umane che non si sapranno inquadrare nel loro contesto sociale ed economico; si cerca la pietà, non la solidarietà. E si ripropone il vecchio stereotipo del bianco buono che aiuta il povero negro. E’ una trappola infernale.  Che immagine di quel paese riporterà a casa quel  turista? Cosa avrà capito dei meccanismi della cooperazione internazionale che finanzia quei progetti, a volte per scopi inconfessabili?

Peggio ancora per i locali che saranno mostrati ai gruppetti di turisti come esempi di qualcosa e non come persone.  In questo circo faranno la parte dei poveri, dei malati, dei disgraziati. Un teatrino che accresce le distanze invece che attenuarle. Un gioco delle parti fra il morto di fame ed il turista che non vede l’ora di farsi un Daiquiri sulla spiaggia, sentendosi molto buono per i 70 € che ha donato.

Un’operazione commerciale. E vi pare etico il turismo solidale?

Alcuni viaggi “solidali”

Particolarmente importante nel mondo del turismo solidale italiano è l”agenzia Viaggi Solidali che propone un viaggio di 11 giorni in Casamance, la zona più meridionale del Senegal. E’ un tour normale a cui vengono aggiunte le visite a dei produttori di anacardio, ad un centro per gli handicappati, ad un’iniziativa di sartoria di base, ad un asilo e a degli orti.  Sono previsti dei giri in bicicletta che si trasformare per magia di marketing in “appoggio all’imprenditoria giovanile locale impegnata nella salvagiardia ambientale”. Si tratta di imprenditori più semplicemente definibili come “noleggiatori di biciclette”. Il costo del viaggio è molto alto: 1.680 euro senza viaggio aereo e dormendo in condizioni a volte definite bisognose di “capacita’ di adattamento”. Sono previste anche “docce con il pentolino”, che consiste nella fornitura di un secchio d’acqua da cui si prende l’acqua con un pentolino per tirarsela sulla testa. E’ il modo più comune per farsi la doccia in Africa; questi ci ricamano su come fosse una avventura. Molto pittoresco, ma a prezzi da numerose stelle in uno dei paesi più economici del mondo.  La quota comprende i 70 € solidali dei quali non si dice la sorte. (questo era un viaggio del 2016, attualmente ve ne sono altri qui). I prezzi attualmente (2019) si sono abbassati e vanno sui 100 euro al giorno che, comunque, non sono pochi, in Senegal. Anche le visite ai progetti sono diminuite, forse perchè di progetti ce ne sono sempre meno, forse perchè, in tempi di salvinismo, sono diventati meno simpatici.  Attulamente si vende come “plus solidale” il fatto che i turisti appoggiano l’economia delle famiglie che hanno attività economiche che li ospitano per dormire o per mangiare. Esattamente quel che succede quando si va a mangiare un panino al chiosco sotto casa; ma in questo caso nessuno si rende conto di diventae un benefattore dell’economia del proprio quartiere.

Un altro viaggio è in Argentina. Il momento solidale più importante è assistere alla settimanale manifestazione delle Madri di Plaza de Mayo. Riescono così a vendere uno dei momenti più importanti e tragici della storia recente di quel paese, come se fosse un’attrazione turistica; ci si va in gruppo, fra un museo ed uno spettacolo di tango. Il viaggio, di 15 giorni, non è affatto solidale con il pianeta, in quanto prevede, oltre al volo intercontinentale, ben 4 voli interni con un dispendio energetico fantastico. Ma su questo punto si sorvola, è il caso di dire. Il viaggio presenta un itinerario del tutto ovvio, uguale a quello di tutte le agenzie. La parte solidale è ridotta alla visita di un paio di musei, all’osservazione delle Madri di Piazza di Maggio e, forse, a visite di progetti dell’ONG italiana ICEI. I 70 euro del donativo vanno all’agenzia turistica argentina che segue il viaggio!!! Da non credere; si fa l’elemosina all’operatore turistico locale che ti organizza il viaggio. Il viaggio è carissimo: 2500 euro senza nessuno dei sei voli e senza pranzi e cene.  (anche in questo caso è un viaggio del 2016. I viaggi attuali (2019) sono qui, la sostanza non cambia.

Anche San Suu Kiy è finita nel tritacarne del turismo solidale. Foto da Wikicommons

Non poteva mancare un viaggio nella martoriata Birmania (si usa ancora il vecchio nome). Le attività solidali sono un corso di cucina(!), la visita al partito di San Suu Kyi, mangiare con dei monaci e visitare un ospedale al quale vanno i 70 euro di solidarietà. Tutto qua, per il resto il solito, banale e usurato giro in Myanmar.

Insomma la più vieta banalità turistica con una spruzzata di miserie altrui, un prezzo alto, una elemosima con destino oscuro. E si è costruito il viaggio solidale.

Di un altro tipo il viaggio in Mozambico proposta dall’ONG Humana. Sono 15 giorni tutti da passare in un Istituto Tecnico appoggiato dall’ONG. Si è vicini alla spiaggia, ma si lavora come imbianchini (come se in Mozambico mancasse la manodopera, forse pensano che non ha voglia di lavorare. Oppure preferiscono non pagare un italiano che pagare un Mozambicano, sempre nell’ottica dello sviluppo dell’economia locale). Oppure si diventa animatori nelle scuole, agli ordini del responsabile. I bambini parlano portoghese, i turisti l’italiano, ma che vuoi cha problemi ci siano? Avere un bianco che ti anima non può che fare un gran piacere ai bambini mozambicani. Si visitano vari progetti, si fa colazione alle 7h30. Sono obbligatori due incontri prima della partenza ed uno dopo il ritorno. Costo modesto di 900 euro (aereo escluso) dei quali 350 vanno alla scuola. Insomma, si va in vacanza a far finta di fare i missionari, poi si torna al lavoro vero.

Ma perchè tutto ciò?

Turismo solidale? Trappolone per ingenui?

Sull’onda della moda della Green economy si parla molto, da qualche tempo, di  turismo responsabile ed addirittura solidale.

E come la Green economy, anche il turismo solidale rischia di essere il classico polverone di luoghi comuni privi di senso reale e trasformarsi in una truffa per quei creduloni che ci cascano. Basta mettere un’etichetta alla moda per aumentare le vendite o, almeno, i prezzi.

Per le definizioni dei vari tipi di turismo si veda qua.  Il turismo solidale, nelle parole di chi lo vende, oltre ad essere responsabile, mette in contatto i turisti con delle situazioni sociali in difficolta’ o comunque meritevoli di essere conosciute. I turisti porteranno appoggio tanto morale quanto economico a queste realtà sociali ritenute sfavorite.

Per chi organizza questi viaggi la cosa più importante è aggiungere la parola “solidale” ad un viaggio peraltro simile a molti altri. La parola che nobilita, carattrerizza, personalizza, pulisce le coscienze, fa green, permette di accedere a quegli eventi tipo “Fà la cosa giusta” e consente di aggiungere qualche centinaia di euro al prezzo,  Il turista diventa solidale e si sente migliore, gratificato. E’ un capolavoro di marketing. Anche la guida non è piu’ tale, ma diventa “mediatore culturale”. Il viaggio diventa una esperienza di “scambio interculturale”. Ma gli organizzatori si affrettano anche a far sapere che resta comunque una vacanza. Non si pensi a troppo intensi scambi con i poveri visitati! Ognuno mantiene il proprio ruolo: il turista fa il turista, il povero fa il povero. Il contatto ci deve essere, ma che sia breve!

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Le foto dei bambini africani sono sempre molto importanti nel turismo solidale. Questa viene da un progetto di una scuola finanziata da un Resort. http://www.inviaggi.it/imgs/89_s/3757__g_.jpg (ultima visita aprile 2016) E’ ipotizzabile che questo foto violi una certa quantità di leggi sulla privacy e sullo sfruttamento di immagini di minori.

Ribaltiamo la cosa ed immaginiamo che i viaggi solidali si svolgano in Italia: la guida porta un gruppo di turisti giapponesi in un centro della Caritas di aiuto ai senza dimora o in un centro di riabilitazione per mutilati o in un ospedale infantile. Dove i giapponesi verserebbero una lacrimuccia ed accarezzerebbero la testolina di un bambino, mettendogli in mano una caramellina.

Rivoltante, vero? Eppure e’ proprio quel che succede nel turismo cosiddetto solidale. Ma cio’ che non accettiamo da noi, siamo prontissimi a farlo nei paesi del sud.

Il lato organizzativo e materiale del turismo solidale e’ ancora peggiore. In un viaggio di una settimana o dieci giorni si visitano due progetti sedicenti solidari. L’obolo che il turista paga all’organizzazione e’ di 70 euro che vanno ai progetti. Quindi ogni progetto avra’ circa 35 euro moltiplicati per i dieci – quindici turisti: una miseria vergognosa, che pero’ permette al viaggio di chiamarsi solidale. Con 4 – 500 euro una tantum si vuol risolvere qualche problema? Non è una schifosissima elemosina?

Ma come avviene un viaggio solidale? Esattamente come tutti gli altri con due piccole differenze. La prima consiste nel passare due mezzi pomeriggi presso quei due progetti di assistenza ai vulnerabili.

La seconda differenza sta nella scelta delle strutture che ospiteranno i turisti per dormire e per mangiare. Lo faranno in modestissime pensioncine ed in tristi locande che  saranno state spacciate come iniziative imprenditoriali di base, meritevoli di essere frequentate ed aiutate. I turisti non potranno lamentarsi del basso livello delle strutture ed anzi ne gioiranno, sentendosi buoni, solidari, redentori di una umanità sofferente.  Ci si dimentica di dire che ogni viaggiatore a basso budget usa strutture di quel tipo senza sognarsi di star facendo un’operazione di solidarieta’ internazionale.

Il turismo solidale è pauperistico per marketing, non per necessità o scelta ideologica.  A ben vedere i turisti “solidali” non sono affatto a basso budget. Infatti tali viaggi sono molto piu’ cari degli equivalenti “normali”. Quindi l’ipocrisia e’ totale. Ancora una volta l’economia green si rivela un semplice e cinico artifizio commerciale. E chi l’acquista un illuso, un credulone o, nella peggiore delle ipotesi, un ipocrita.

Vediamo alcuni di questi viaggi e cerchiamo di capire come funziona tutto cio’.

 

Isola di Fogo, Capo Verde. La fine di una storia complicata ed istruttiva.

Il lato brutto della bella vicenda finora narrata ha un nome ed un volto.

La popolazione di Cha das Caldeiras è una popolazione montanara, abituata alle difficili condizioni del luogo, arido, a volte freddo, ostile, solitario. Nelle isole di Capo Verde la violenza è assai diffusa, probabile retaggio delle angherie commesse dai Portoghesi; gli abitanti di Cha non sfuggono alla regola: molte botte ai bambini e alle donne, le quali non risparmiano coltellate. Profondi odi fra gli uomini, alcolismo devastante, un antico omicidio legato ad un furto di fichi. Una popolazione in perenne fregola, in quella frenesia sessuale tipica del mondo africano lusofono: molte le storie di corna. Sordi rancori intestini covano nella popolazione.

In questo difficile amalgama trova il modo di emergere ed imporre la sua volontà un uomo. In questo percorso è accompagnato da sua moglie, appartenente alla famiglia dello storico Presidente della Repubblica di Capo Verde.

Quest’uomo, conosciuto con il soprannome di Neves, riesce a forza di costanza, ingegno, abilità, carisma e moltissimo pelo sullo stomaco a diventare assolutamente centrale nei rapporti con i progetti di cooperazione internazionale.

Sarà il Presidente della Cooperativa degli agricoltori di Cha che producono il vino e gestiscono il bar e l’alberghetto e lascerà la sua carica solo al figlio, ancor più spregiudicato. Tutto passa per le sue mani; distrugge chi osa mettersi di traversa alla sua corsa.

Deciderà le quote che ogni produttore di uva può consegnare alla cantina. Il maggior fornitore è certamente lui stesso; gli altri, se vogliono consegnare devono pregarlo. Ad alcuni lui compra l’uva, a più basso prezzo, e poi la consegna come se fosse sua.

Controlla la vendita delle ricercatissime bottiglie. Molte le compra lui e le rivende ai negozianti a più alto prezzo. Usa la macchina del progetto senza misura. La moglie riceve uno stipendio dal Ministero dell’Agricoltura senza fare un minuto di lavoro. Quindi compra l’uva a meno e rivende il vino a di più, doppio guadagno.

Tiene in mano una contabilità che nessuno può relamente controllare. Impedisce a uno o due altri produttori “evoluti” di entrare nella cooperativa per non dover render conto a chi sarebbe in grado di controllare la gestione e la contabilità e di smascherare le sue frodi. Aizza contro di loro il resto degli abitanti di Cha.

Impedisce che i fondi disponibili per il turismo siano distribuiti fra le case che fanno da B&B per effettuare dei lavori di miglioria e renderli più facilmente proponibili ai turisti. migliorarle. Fa una tremenda battaglia perchè siano tutti spesi nella costruzione di una struttura e-nova. Che lui ed il figlio controlleranno impedendo che i proventi del turismo vadano ripartiti fra la popolazione.

Insomma, il miscuglio di un patriarca, un feudatario, un caporale, un padrone, un mafioso, soprattutto.

Le ONG che gestiscono i progetti, sostanzialmente il COSPE, si inginocchiano di fronte a costui. Egli permette loro di lavorare senza inconvenienti; è la cinghia di trasmissione fra il progetto e la popolazione. Basta parlare e mettersi d’accordo con lui e tutto scorre. Si parla con il feudatario, il popolo seguirà. Ti metti contro il feudatario? Il progetto collasserà e i finanziamenti (stipendi per il personale italiano compresi) si asciugheranno.  Una perfetta complicità. A spese dei veri interessi dei piccoli produttori di uva e dei contribuenti italiani ed europei che sarebbero stati contenti di aiutarli: i piccoli produttori, non il feudatario ed i tecnici italiani.

E tutto gestito con grande senso della misura. Un minimo di benefici a tutti, comprare i più in vista (aumentando le loro quote di uva consegnata alla cantina), non smuovere le acque, far apparire tutto liscio. Del resto, gli abitanti di Cha sono così rozzi, poveri e sottomessi che non potranno controllare, rivendicare, reagire. Il perfetto gregge.

Ma vi è una giustizia, purtroppo cieca e crudele.

Nel 2014 una nuova eruzione, gravissima, distrugge quasi completamente il paese, compresa la cantina, il magazzino, il bar e l’alberghetto. Nessun danno alle persone, ma tutto è perso. La popolazione è evacuata e questa volta ben diffcilmente potrà tornare. Il video è bellissimo ed è fatto proprio da un discendente del Montrond francese. Interviene l’esercito: le botti con il vino, le attrezzature, i materiali vengono portati via dalla cantina, costeggiando il fiume di lava. Indovinate dove vengono portate. Naturalmente a casa del boss, che è stata del tutto risparmata dal vulcano!

Il Viaggiatore Critico consiglia molto fortemente la visita a Cha das Caldeiras. Il luogo è stupendo, il paese non esiste più e questa storia è stata raccontata.

Isola di Fogo, Capo Verde. L’inizio di una storia complicata ed istruttiva.

Il vulcano di Fogo con le piccole viti. Foto di F H Mira attraverso Wikimedia Commons

Questa è una storia complessa ma molto, molto istruttiva.

Fogo è una bellissima isola di Capo Verde, vicina a Brava. E’ un solo enorme vulcano spuntato dall’Oceano. Al culmine vi è un immenso cratere vulcanico (caldera) di molti chilometri di diametro, i cui bordi sono parzialmente crollati. Il fondo della caldera è relativamente pianeggiante e sta sui 2000  metri sul livello del mare. Un lato della caldera ospita un paesino di un migliaio di abitanti chiamato Cha das Caldeiras. Dalla caldera emerge imponente un ulteriore e piu’ recente cono vulcanico, chiamato Pico, che arriva a quasi 3000 metri. Per dare un’idea è un cono gelato con la bocca che poggia in una scodella. Stravaganze della natura.

Il luogo è assolutamente sensazionale. Il paesaggio vulcanico, nero e bruno; l’imponenza del Pico; l’assenza, in  molti luoghi, di ogni tipo di vegetazione; le colate che si intersecano e si sovrappongono; la grossolana, leggerissima e nera sabbia vulcanica che copre il terreno; questi son tutti elementi di assoluta meraviglia ed estranamiento. Da visitare con calma e raccoglimento. E’ un paesaggio che stordisce.

A quell’altezza il clima permette la coltivazione, in certi angoli del cratere, di piante da frutto come il melograno, le prugne, le mele ed anche certi vitigni che danno uve di grandissima qualità intrinseca. Tradizionalmente queste uve davano un vino, chiamato Manecon, che, prodotto senza alcuna tecnica, era di pessima qualità. Per cercare di mettere in valore quell’eccellente uva, gia’ molti anni fa, la Cooperazione allo sviluppo tedesca fornì tecnici e fondi per creare una cantina tecnificata dove si producesse del vino migliore di quello tradizionale.

Nel 1995 una forte eruzione distrusse alcune case e portò all’evacuazione totale della popolazione. La cantina venne inghiottita a metà dalla lava: restò solo il portico, a monito.

Il paese, di qualche decina di abitanti, fu evacuato ed il Governo di Capo Verde, molto saggiamente, costruì delle casette fuori dal cratere e le consegnò agli sfollati che lì avrebbero potuto ricominciare la loro vita, al sicuro. Ma loro, no, montanari testardissimi, vollero tornare a Cha, una volta finita l’eruzione e raffreddata la lava. Fecero nuove case e ricominciarono a vivere tranquilli, seduti su un vulcano attivo. E’ una popolazione un pò strana, che si è ritirata lassu’, in montagna, un centinaio di anni fa e che non si intende con il resto dell’isola. Si dicono discendenti di un conte francese, Montrond, spiaggiatosi a Fogo subito dopo la Comune di Parigi. Si credono differenti dagli altri abitanti, speciali; ma il livello di consanguineità è alto, e sono frequenti i comportamenti perlomeno bizzarri.

In questo irragionevole intestardimento ebbe il suo, modesto, ruolo anche una ONG di Firenze, il COSPE, che, negli anni, ha trovato non pochi fondi italiani ed europei per la cooperazione allo sviluppo. Una nuova cantina è stata fatta e ben equipaggiata, poi è stato costruito un magazzino e si è fatta molta formazione.

Si produceva del vino bianco, del rosso, del rosè, del passito e della grappa. La cantina, sociale, ha assorbito, anno dopo anno, sempre più uva degli agricoltori che preferivano smettere di fare in casa la loro ciofega tradizionale e trovavano più conveniente consegnare alla cantina la loro produzione di uva. La tecnica era ancora imperfetta, ma, quando tutto andava bene, il rosso era di un livello di assoluta eccellenza mondiale. Difficile invecchiarlo, i clienti se lo litigavano.

E ciò si spiega facilmente: l’eccezionale soleggiamento della zona; l’alternanza di temperatura alta di giorno e fredda di notte; la grande aridità; il suolo vulcanico ricchissimo di elementi minerali; il vitigno locale perfettamente acclimatato, son tutti elementi che congiurano favorevolmente a sviluppare gradi zuccherini ed aromi molto potenti. Se ben vinificata è un’uva che da vini eccezionali. Molti storcono il naso a sentir parlare di vino di Capo Verde; ma una volta assaggiato ne restano deliziati.

Le cose andavano molto bene, il livello di vita degli abitanti di Cha migliorava. E il numero degli abitanti aumentava per semplice generazione locale. Non c’era più bisogno di emigrare sulla costa dell’isola. Si poteva restare, coltivare la vigna e fare altri figli.

Le cose andavano bene anche al COSPE. Di finanziamento in finanziamento il lavoro non mancava. Per una ventina d’anni la cosa continuò, sia pure a stop and go, come usa spesso fare la coperazione internazionale. I progetti si susseguivano: per migliorare la cantina, per formare meglio i produttori, per aumentare la produzione. Furono spesi alcune centinaia di migliaia di euro.

La ONG era di Firenze e si volle applicare il famoso modello toscano che vuole associare turismo culturale al vino ed alla gastonomia. Il turismo, del resto, era già presente a Cha: non sono pochi i visitatori che salgono sul Pico. E’ una passeggiata impegnativa per la lunghezza ed il dislivello, ma senza tratti pericolosi. I ragazzi di Cha facevano le guide, guadagnando bene ed aprofittando per molestare, a volte ricambiati, le ragazze gitanti.

Cha ospitava già un semplice alberghetto, di un francese, e un buon numero di abitanti affittava delle misere stanze nelle loro catapecchie. Turismo d’avventura, di bocca buonissima. Ma gli abitanti vedevano un pò di soldi fra le passeggiate e gli affitti; qualcuno faceva anche da mangiare. I turisti rimanevano estasiati dallo straordinario paesaggio e dall’accoglienza di questa popolazione di montanari meticci completamente fuori dal mondo e dalle strane abitudini.

Il COSPE, quindi, costruisce un bar, che mancava, ed una casetta con 6 stanze per i turisti. Il tutto gestito dalla cooperativa degli agricoltori di Cha, la stessa che faceva il vino nella cantina. Un bell’esempio di turismo solidale, come si suol dire!

E qua cominciano i problemi e la storia, così bella finora, gira male. Eccone il seguito.