Melilla, un universo, un esempio per l’Europa.

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La Fortezza di Melilla.

I 12 km quadrati di Melilla (enclave spagnola in Marocco) contengono moltissima variabilità umana e culturale, più di tante nazioni di grandi dimensioni. Vi si trova di tutto, come fosse una esposizione antropologica. E’ affascinante, inesauribile. Dà le vertigini, un pò come succede nei Balcani e per gli stessi motivi: un affastellamento di culture, di popoli, di storie diverse e spesso contrastanti, ma che finiscono per trovare un modo per andare avanti.   Da notare che Melilla è una delle poche colonie ancora esistenti al mondo (e nessuno vuole che il suo status cambi).

Nei pochi giorni che ho passato a Melilla ho visto:

  • Spagnoli residenti lì da generazioni, spesso con una netta tendenza politica a destra; ma si sa, i coloni lo sono spesso. E Melilla ha da sempre vussuto sui militari che vi erano e vi sono di stanza. E’ anche l’unico luogo di Spagna che conserva una statua del dittatore Franco.
  • Marocchini berberi divenuti spagnoli da un paio di generazioni e del tutto spagnolizzati pur conservando la lingua e la religione originale.
  • Le loro figlie, con velo, ma di modi agitati ed incontenibili come le loro coetanee spagnole. Ne ho viste che si baciavano in strada con un uomo e ne ho udite lanciare improperi pesantissimi in spagnolo!!! E ciò, fatto da una ragazza velata, è cosa del tutto straordinaria.
  • Marocchini arabi arrivati da poco in zona per via dei commerci e malvisti un pò da tutti.
  • Spagnoli del continente arrivati lì per lo stesso motivo. Abbondantissimo pelo sullo stomaco.
  • Una collezione completa di militari spagnoli di ogni arma immaginabile. Melilla va difesa con le migliori forze della nazione! Presente anche la legione straniera spagnola, El Tercio, che fino a pochi decenni fa era probabilmente la milizia statale più famigerata del mondo intero. Vi sono anche ingenti forze di Polizia e della  insopportabile, per arroganza, Guardia Civile. Melilla, insieme a Ceuta, è l’unica
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    La caserma del Tercio, una delle milizie più terribili del ‘900.

    frontiera terrestre fra Africa ed Europa e va difesa.

  • Ebrei, che hanno la loro Sinagoga e che vi risiedono, anche loro, da generazioni innumeri.
  • Mi dicono che ci sono anche degli Indù, anche se non ho capito bene come e quando ci siano capitati. Hanno comunque un loro tempio.
  • Terra di commercio, non possono mancare numerosi cinesi con i loro negozi di paccottiglia, di pessima qualità, ma ricercata dai marocchini per il loro basso prezzo.
  • Immigrati extracomunitari di tutte le origini che son riusciti, in un modo o nell’altro, ad infilarsi nella città e che sperano di uscire dal triste centro di identificazione e di essere mandati sul continente. Ve ne sono di adulti e di minorenni, quest’ultimi assai in balia di se stessi e poco controllabili.
  • Barbuti dalla faccia brutta e di non certa origine, ma di certa indole integralista.
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Deliziose trigliettine ai ferri.

Tutti insieme, incrociandosi ad ogni momento in quei 12 km quadrati.

Allo stesso modo a Melilla ci sono bar di tutti i tipi, ricordando che il bar è il centro della socialità spagnola. Vi sono:

  • Bar di spagnoli-spagnoli dove si beve vino e birra e si mangiano las tapas tipicamente spagnole.
  • Bar di berberi-spagnoli dove si beve birra e si mangiano deliziose tapas di pesce e di molluschi, tipicamente di Melilla.
  • Bar di berberi-berberi dove si beve tè o frullati e si mangia la pizza e il kebab.
  • Ristoranti arabi con menu marocchino classico.
  • Bar di mussulmani stretti stretti dove si beve il tè o cafè e non si mangia niente.

Naturlamente ci sono i quartieri spagnoli e quelli marocchini e, al loro interno, le diverse sfumatura di livello sociale. Un mosaico complessissimo. La zona del Mercato Municipale ad esempio è del tutto arabizzata; il centro, invece, è come essere in Spagna. In poche centinaia di metri si cambia tutto. Non manca, naturalmente una Plaza de Toros per le corride.

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Spagnole e berbere sul bus.

Ma la cosa meravigliosa è che tutti quanti convivono, detestandosi un pò mutuamente, ma in pace e rispetto. Allora si capisce che Melilla può essere l’esempio per l’Europa intera: comunità diverse e storicamente separate che convivono in uno stesso spazio pur senza troppo mescolarsi. Mantengono la propria cultura, difendendola e andandone fieri, ma senza disprezzare apertamente e provocare le altre. Ognuno padrone in casa propria, ma civile nello spazio comune. Un buon condominio, insomma, dove non necesariamente ci si ama, dove si può litigare, ma dove non si fa mai mancare almeno il buongiorno e buonasera. Il mutuo disprezzo delle varie comunità lo si avverte, ma fa parte del panorama; basta non farci troppo caso. Nessuno verrà a cercare la rissa e la vita prosegue tranquilla. Tutti hanno da guadagnare dalla pace e moltissimo da perdere da un clima di confrontazione fra i diversi gruppi.

Melilla si radicalizza in questi tempi bui. Un barista mi ha detto una bella frase: “In questo momento i mussulmani sono più mussulmani, i cristiani più cristiani, gli ebrei più ebrei”. Il velo delle donne è chiaramente una dichiarazione culturale; le bandierine spagnole altrettanto. Ma vanno avanti in modo civile. Complimenti, Melilla!

Il decalogo del turista italiano alle prese con las tapas

Dopo aver descritto il complesso mondo de las tapas nel post precedente, ecco ora il decalogo per stabilire la buona strategia dell’italiano in Spagna in materia di tapas. 

1) Evitare la ora del tapeo in quanto la folla vi travolgerà e non riuscirete nemmeno a penetrare nei bar più interessanti. L’ora è variabile a seconda delle città ma va dalle 8 alle 10 di sera. Frequentate i bar de tapas o verso mezzogiorno o fra le 7 e le 8 di sera.

2) Scegliete bar che non siano turistici (le loro tapas sono quasi sempre orride), nè falsamente tipici con molti legni e troppi prosciutti appesi.  Ma nemmeno che siano di ultimissima categoria; assicuratevi una buona qualità e varietà. Guardate le vetrinette con i cibi esposti: se i cibi sono pochi e di aspetto triste, evitate. Se sono numerosi e freschi, bene! Un ottimo segnale è lo stato del pavimento: se vi sono molti tovagliolini  gettati a terra è segno che la clientela è numerosa; fidatevi.

3) Entrate, sedetevi alla barra ed ordinate una birra. Mentre la bevete osservate con attenzione gli eventuali menu o lavagnette e, soprattuto quel che fanno gli altri. Dopo qualche minuto sarete in grado di ordinare.

4) Evitate i consigli del barista. Vi avrà visto inesperto e tutubante e vi vorrà appioppare il suo carissimo jamon de bellota, magari rifilandovi al suo posto un vulgarissimo prosciuttaccio industriale.

5) Cominciate con una tapa di quelle esposte nella vetrinetta. Ciò vi permetterà un primo contatto con la cucina di quel bar, scegliendo ciò che vedete. Non dimentichiamoci infatti che alcuni bar sono delle spelonche nefaste e che è bene accorgersene in tempo. Io comincio normalmente con l’insalata russa  o con le uova di merluzzo in insalata fredda. Se la cosa è andata bene si prosegue, se no si evacua rapidamente i luoghi.

6) Studiatevi la lavagnetta ed il menu e non vergogantevi di chiedere consiglio al barista o, se questi è troppo impegnato, ad un altro avventore. Ancor meglio se vi avvicinate a qualcuno che sta mangiando e gli chiedete cosa è e come è. Molto probabilmente vi consiglierà bene, magari con un cenno della testa, per non farsi vedere dal barista, se il piatto non gli piace.

7) Se sulla lavagnetta o su un cartello c’e’ un piatto particolarmente raccomandato non esitate a chiederlo: si tratterà molto probabilmente della specialità della casa.

8) Evitate di prendere medias raciones o raciones. Saranno abbonfanti e vi perderete il piacere di continuare a degustare. Unica eccezione a questa regola: quando la tapa non è disponibile, in caso di piatti che non sono riducibili alle dimensioni della tapa, come ad esempio il fritto misto o il baccalà, serviti solo come medias raciones.

9) Non vi fermate a lungo in un bar. Anche se buone, cambiate di bar dopo la seconda tapa, uscite a cercarne altre! Las tapas son un’avventura in perenne movimento!

10) Se il barista vi sta simpatico e magari siete già capitato alcune volte in quel bar e vi riconoscono, tentate il colpo da maestro: lasciate scegliere a lui ciò che mangerete! Se non è un figlio di buona donna vi darà il meglio di ciò che è disponibile. Se lo è, peggio per voi.

Las tapas: gioie e dolori del turista italiano in Spagna

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Codini di porco in umido a Cadice.

Dopo aver parlato del famoso Jamon dalle negre zampe, affrontiamo un altro argomento spagnolo pieno di mistero: las tapas. Che altro non è che il cibo che si mangia in molti bar spagnoli, spesso decente, molto invitante, comodo e a buon mercato. Una vera goduria, ma, come spesso succede con gli spagnoli, abbastanza complicato da capire come funziona. Molto complicato, spesso. Anni di studi e notevoli capitali investiti mi permettono di aver capito quanto vi esporrò qui di seguito: OLE’!

Las tapas vuol dire “i coperchi”. Queste mini-porzioni prendono il loro nome collettivo dal piattino che veniva posto anticamente sopra il bicchiere di birra perchè non ci cadessero le mosche; un coperchio, appunto. E per non usare un piattino vuoto vi si metteva dentro una piccolissima porzione di qualcosa di buono. E’ un pò l’equivalente delle noccioline sui banconi dei nostri bar. Questo tipo di tapa è ormai abbastanza rara e si trova solo in certi bar tradizionali di paese (ma anche a Melilla ed in Galizia). E’ gratuita ed è a scelta del barista. Se sul bancone ci sono diversi cibi pronti sarà lui a scegliere cosa darvi; una vostra eventuale richiesta non sarebbe segno di buona educazione. Ma se siete straniero e tirate fuori il vostro miglior sorriso, sarete accontentati.

Poi ci sono las tapas nel senso moderno del termine. E cioè delle porzioni abbastanza piccole di cibo che voi ordinate e pagate.

Dove si trovano las tapas? Ci sono almeno due grandi categorie di bar, in Spagna: i bar de copas, dove si beve, soprattutto la sera, e non si mangia e i bar de tapas, dove, appunto, si mangiano las tapas. (poi vi è anche il baretto da vecchini, che ha smesso di fare las tapas perchè i suoi residui clienti non possono più mangiare). Ma las tapas si trovano anche in alcuni ristoranti che hanno una barra alla quale sedersi e dove è possibile mangiare come tapas alcuni dei piatti che vengono serviti al ristorante. Questa è un’eccellente possibilità di farsi una sorta di menu-degustazione a poco prezzo! Se poi le cose vi piaccion potete tornarle a mangiare comodamente seduti al ristorante.

Il bar de tapas si riconosce subito perchè ha una vetrinetta sul banco e/o alle spalle del barista dove sono ordinati in bella mostra le varie pietanze. Non ha niente a che vedere con le nostre rosticcerie o i nostri alimentari con settore delikatessen. Que è tutto più semplice, rapido, piccolo e concentrato. Ma non crediate che i piatti offerti siano solo quelli in mostra! E’ probabile che molti altri piatti stiano in cucina e che non siano visibili. In mostra vi sono solo i piatti freddi, in cucina ci sono quelli caldi e quelli da preparare sul momento. Spesso, una lavagnetta dietro il banco vi dice quali sono i piatti disponibili; nei bar migliori vi sono addirittura dei veri e propri menu sul bancone. Ma è anche possibile che certi bar, e sono i migliori dal punto di vista gastronomico, non dicono niente in quanto tutti i clienti sanno quel che hanno da offrire. Questo avviene soprattutto in quei bar che hanno un loro famosissimo piatto tipico che tutti conoscono e vanno a mangiare. In questo caso l’unico possibilità per il turista è osservate con grande attenzione quel che fanno gli altri e fare uguale. Non potete rischiare di perdere la prelibatezza della vostra vita.

E’ difficile districarsi nel mondo de las tapas!

Un problema praticamente insormontabile per il turista italiano è capire cosa dicono lavagnette, menu e scarne indicazioni dei banconieri, sempre di fretta. Sarete in grado di capire, più o meno, i piatti esposti. Ma le scritte saranno per voi mute, nella maggior parte dei casi. E non è molto pratico cercare di spiegarsi con il banconiere o gli altri avventori. Non vi è altro rimedio che cercare di impararli piano, piano; oppure andare alla cieca, sperando di azzeccare il meglio. La cosa è ulteriormente complicata dal fatto che molte de las tapas sono di pesce e che i nomi spagnoli dei pesci non hanno niente a che vedere con i nomi italiani. O affidarsi al traduttore di Google, che, però, in questi casi, è spesso impreciso, trattandosi frequentemente di parole dialettali.

E’ invece più semplice districarsi nelle quantità. La tapa propriamente detta è una porzione molto piccola; se ne volete di più potete ordinare una media raciòn, che è una quantità già interessante. Oppure una raciòn che è la porzione da ristorante, spesso ben fornita. Ovviamente non tutti i piatti possono essere forniti come tapa: ad esempio non ha senso fare una porzione minuscola di fritto misto. Bisognerà chiederne almeno una media raciòn. Inoltre le quantità variano da bar a bar e da regione a regione. A sud, per esempio, las tapas sono più piccole, ma costano meno; a Barcellona sono molto più copiose e care. A Melilla, invece, si è mantenuta la vecchia tradizione. Ad ogni bevanda, è associata automaticamente una tapa; il bicchiere di birra vi è piccolo ed abbastanza caro, fra i due e i 2,50 euro, ma è accompagnato da una abbondante tapa, spesso di delizioso pesce, che non pagherete. E, cosa mai vista altrove, per las tapas gratuite, è il cliente che sceglie la tapa la cui lista sta sulla lavagnetta o nel menu sul bancone.

Ma quali sono i cibi che si trovano come tapas, in generale, nei bar spagnoli? Assolutamente tutti! Non vi è una divisione fra cibi da bar de tapas e cibi da ristorante. Anche se, poi, qualche differenza c’e’. Las tapas sono un cibo da strada, da mangiare in fretta, di poco costo, almeno tradizionalmente. Quindi vi si troveranno più facilmente dei cibi popolari, caserecci, tradizionali, magari difficili da fare a casa. Le frattaglie vi imperano, molti stufati di lunga cottura, i fritti. Certi piatti non mancano mai nelle vetrinette: l’ensaladilla o insalata russa, le patate all’aglio, vari tipi di insalate. Per la loro praticità non mancano mai formaggi ed insaccati, facili per accompagnare una birra o un bicchiere di vino. Così come i famosi boquerones en vinagre, le alici marinate o i gamberetti e simili, freddi. Ma vi si troveranno anche piatti assai impegnativi e di cucina di buon livello. Negli ultimi anni, addirittura, i nuovi e rampantissimi cuochi spagnoli si fanno vanto di servire le loro innovative creazioni sotto forma di tapas e di medias raciones. Basti pensare a Ferran Adrià, forse il più grande cuoco degli ultimi anni, che ha un suo bar di tapas a Barcellona, il Tickets bar, con prezzi, nel più puro stile delle tapas, del tutto accessibili.

Ma non dimentichiamoci di un punto fondamentale: in Spagna si mangia generalmente maluccio. Per avere un buon cibo bisogna andare in ristoranti di alto livello e conseguente prezzo. Agli italiani, la cucina spagnola appare spesso sciatta e piatta. Ma si salvano miracolosamente molte de las tapas proprio per essere di quantità contenuta e di pronta mangia, per dirla con il caro Veronelli. La grande simpatia di questo modo di offrire i piatti, da consumare in piccole porzioni, direttamente al bancone, bevendo, ne migliora la qualità, spesso intrinsicamente modesta. E’ più un fatto culturale che strettamente gastronomico.

I prezzi sono molto variabili fra bar e bar, fra città e città, fra piatto e piatto. Sono comunque accessibili e i bar cercano di semplificare al massimo i prezzi: dividono quindi le diverse tapas in poche fasce di prezzo, e ciò aiuta molto. E naturalmente è anche molto variabile la quantità di ogni tapa. In termini generalissimi si va da un minimo di due euro ad un massimo che difficlmente supera i 10 euro, ma solo in caso di piatti particolarissimi in locali di altissimo livello. La grande maggioranza sta fra i due e i 5 euro. Se mangiate l’insalata russa, la porzione sarà abbondante e spenderete duo o tre euro; se volete un eccellente prosciutto arriverete a 8 euro per una piccola porzioncina. Normalmente un uomo cena con tre o quattro tapas, sui tre o quattro euro ognuna, più le bevande. Le donne si accontentano anche di solo due tapas. Las raciones hanno i prezzi di una porzione al ristorante, secondo il livello del locale ed il tipo di cibo. Las medias raciones stanno a mezza strada fra las tapas e las raciones.

Una variante sono i pinchos o pintxos, detto alla basca. Sono la variante basca de las tapas e vanno molto di moda in tutta la Spagna, in seguito al grande boom degli ultimi anni della cucina basca. Consistono in una fetta di baguette sulla quale è adagiata una piccola quantità di cibo, dal più semplice al più elaborato. Il tutto può essere tenuto insieme da uno stecchino (da qui il nome, pinchar è pungere, infilzare). Il turista non si accorgerà facilmente della differenza fra tapas e pincho; è praticamente inesistente; salvo per il fatto che i pinchos fanno maggior riferimento alla cucina basca, tradizionale o recente. Da notare che nei bar baschi i pinchos (almeno quelli freddi) sono su dei vassoi sul banco e la gente si serve direttamente; alla fine va alla cassa, dichiara quel che ha mangiato e paga. Sulla fiducia. In certi luoghi si portano dietro gli stecchini per ricordarsi il numero dei pinchos consumati. Gli stecchini possono essere di colori differenti a seconda del prezzo di ogni pincho. Una faccenda complicatissima, ma, si sa, sono spagnoli!

In Galicia é ancora differente. Il bicchiere di birra è un po’ più caro della media spagnola, ma viene sempre data una porzioncina di cibo gratuitamente. Tale porzioncina è chiamata pincio (pincho) ed è spesso di eccellente qualità. A volte sono piatti elaborati, a volte pane e salame, altre volte, più banalmente, patatine fritte ma in buona quantità. Per i galiziani, invece, las tapas sono piatti di notevole quantità ad un prezzo abbastanza elevato. Se si tratta di pesce si può arrivare anche agli 8 euro, più comunemente di 3 o 4 euro, se si tratta di patate si può scendere anche a 2 euro.. Con due tapas si può cenare. Poi abbiamo las raciones, che sono piatti veri e propri, di quantità certamente superiore alle porzioni italiane. Con una ración si può mangiare in due persone, magari aggiungendoci una tapa come antipasto. Esistono anche le mezze raciones, per i prodotti più cari come molluschi o il polpo, in modo che se ne possa mangiare un po’ senza svenarsi. Tapa e mezza ración si equivalgono tanto che nei menu, c’è l’una o l’altra, per ogni piatto.

Las tapas vengono servite al bancone su dei piccoli piatti, forniti di forchettine e, se necessario, coltelli ed accompagnati da qualche fetta di baguette. Negli ultimi anni, con mio dispiacere, si è diffusa l’abitudine di dare i picos che sono dei cortissimi grissini, nei locali migliori in una cestina, in quelli peggiori in una bustina preconfezionata. Il pane o i picos non vi sono fatturati quasi mai e potete chiederne ancora se avete finito la prima mandata, anche se farete un pò la figura dei morti di fame. Potete mangiare direttamente alla barra o spostarvi con il piatto in mano ai tavoli che normalmente sono disposti nel locale. In certi bar vi portano las tapas al tavolo, ma è raro. Si accompagnano con la bevanda di vostra scelta.

Nei bar de tapas si recita uno dei riti più radicati del popolo spagnolo: el tapeo. Consiste nell’andar nei bar, verso le 8 della sera a bere e a mangiare tapas, prima della cena a casa. E’ un rito del tutto simile a quello italiano dell’aperitivo, ma estremamente più antico e radicato in tutte le classi di età ed anche molto più soddisfacente, a parer mio. Infatti i piatti dei bar italiani sono fatti apposta per riempire al prezzo più basso, mentre las tapas sono fatte per esser buone. A quell’ora i bar de tapas sono stracolmi di persone e raggiungere il bancone è impresa a volte impossibile. In quella calca è abitudine gettare tovagliolini, stecchini, noccioli di oliva, bucce di gamberetti ed ogni altra cosa direttamente per terra. A fine tapeo il suolo è simpaticamente pieno di immondizia che arriva alla caviglia. Il ragazzo spazza.

Da notare anche che in molte città, i bar de tapas si concentrano in certe zone, alla moda, piuttosto che in altre; in quelle zone, allora, si formerà, all’ora giusta, un caos totale di gente allegra (ed avvinazzata, col passare dei quarti d’ora) che è cosa che piace molto agli spagnoli e che incanta gli italiani in vacanza.

Segue il decalogo del turista italiano alle prese con las tapas.

Ancora su Fuerteventura

Ma Fuerteventura non è solo la costa (di cui parlo nel post precedente), vi è anche un interno che può presentare alcuni aspetti interessanti. Vi è la zona dei vulcani, a nord, intorno a Lajares; o il borgo, anche se un po’ fittizio, di Betencuria; il desolato Malpais fra Antigua e Pozo Negro con la nera valle di lava. A Pozo Negro  si visitano gli unici resti un pò consistenti dei Guanci, gli antichi abitatori berberi delle Canarie, rapidamente sterminati dagli spagnoli; fu una prova generale di quello che avrebbero fatto pochi anni dopo nelle Americhe.

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Poco resiste alle capre (Foto di Alessandro Vergari)

Non c’e’ molto, ma con una macchina si possono fare dei giri certo più interessanti della frequentazione delle colonie turistiche della costa che guarda l’Africa.

Ho, invece, trovato molto interessante l’agricoltura di Fuerteventura, quella storica, dal momento che quella attuale è ormai ridotta a quasi niente. Spianavano delle porzioni di terreno e le circondavano con un cordone appena sopraelevato di terra. Erano sostanzialmente delle piscine in cui trattenere le rarissime piogge. Si evitava attentamente lo scorrimento dell’acqua e tutto quello che arrivava come pioggia o come ruscellamento dalle alture soprastanti, restava nel proprio campo. Le annate veramente buone erano rarissime, in media, una su sette. Le altre erano mediocre od addirittura sterili. Si facevano cereali. La popolazione è sempre stata poca e quindi la produzione, sia pure molto altalenante, riusciva a coprire i bisogni della gente. L’allevamento e l’emigrazione aiutavano. Come animali da soma si usavano i cammelli, ve ne sono ancora alcuni. Ora vi è una certa produzione di aloe vera presente anche come piante spontanee.

Non c’e’ da aspettarsi niente di particolaremente tipico a Fuerteventura. Il turismo da low cost vi passa sopra come un rullo compressore. Gli abitanti originari sono rari, la maggior parte sono spagnoli del continente, od anche giovani europei, che lavorano nel turismo e, nello stesso tempo, si godono il buon clima ed una atmosfera generale assai rilassata. A loro favore gioca anche il fatto che la stagione turistica è praticamente continua e che quindi un lavoro si trova quasi sempre. Probabilmente questo mondo giovane, precario, ma moto rilassato è l’aspetto sociologicamente più interessante dell’isola. Sembra che stiano nascendo delle tensioni nei confronti degli italiani, che si comporterebbero spesso da truffatori (possibile?).

Cibo convenzionalissimo con l’inserzione del capretto di Fuetteventura, non si sa quanto originale e quanto riadattato ai bisogni del bagnante tedesco. C’e’ poco di spagnolo, come ad esempio i bar o la gastronomia. Ad inizio anno l’isola è frequentata da squadre ciclistiche professioniste che preparano la stagione che sta per iniziare in Europa.

I prezzi sono da stile low cost. Da evitare La Era de la Corte, albergo rurale ad Antigua, cari e sgraziati nel tratto con i clienti.

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Campi (in cattivo stato) di Aloe vera. (Foto di Alessandro Vergari)

Vedi altri foto in questo post.

 

Fuerteventura, Canarie, un grande si, ma con molte condizioni.

Il maestoso paesaggio sopra Cofete. (La foto è di Alessandro Vergari)
Il maestoso paesaggio sopra Cofete. (La foto è di Alessandro Vergari)

Interessantissimo questo viaggio fatto con Alessandro Vergari a Fuerteventura, isola delle Canarie. Lui è una guida e ci andava a preparare un trekking per Walden – Viaggi a piedi e mi ha portato con sè.

L’isola (lunga 100 km e larga 30) corre parallela alla costa africana, ad un centinaio di km di distanza. I due lati dell’isola, quello che guarda l’Africa e quello che guarda l’Oceano sono completamente diversi, soprattutto dal punto di vista turistico. La parte africana, di mare più calmo, è un incubo di complessi residenziali ed alberghieri. Decine di chilometri di costruzioni, muraglie di finestre e balconcini, enormi scacchieri di quartieri residenziali. Un impiego spropositato di capitali, un uso sfrenato del suolo, la costituzione di una comunità vastissima dedicata alle vacanze, soprattutto invernali, degli europei. Enormi problemi di acqua, visto che l’isola è molto arida. Un’economia molto movimentata ma instabile, totalmente dipendente dalle mode turistiche, dagli altalenanti andamenti della crisi e dai prezzi dei voli low-cost, legati ad un petrolio fatalmente destinato a rincarare.  Escluso il turismo, nessun altra attività economica è presente sull’isola, ad eccezione della coltivazione dell’aloe vera e di ben poca altra agricoltura e di un pò di allevamento.

Molti complessi di centinaia di appartamentini prediletti da inglesi ed altri nordici. Ma già numerosi sono gli edifici mal finiti o abbandonati, invenduti, abbandonati al degrado. Si deve esser trattato di orrende speculazioni immobiliari con il concorso immorale delle banche la cui crisi ha gettato tutto al disastro. Distrutti chilometri di costa e sperperati miliardi per nulla.

Insieme ai complessi immobiliari prospera tutta quella giungla di fittizi esercizi commerciali ad usum turisti: bar, ristoranti, pub, supermercatini, bazar di creme solari e occhiali da sole, paccottiglie varie. Tutto ripetuto in un loop infernale ed angoscioso. Passeggiate a mare di chilometri e chilometri, con rachitiche palme ed infinite panchine impolverate. Di tanto in tanto, hotel lussuosi o sedicenti lussuosi con piscine azzurrine.

Ed anche tanti turisti, quasi tutti low cost e, soprattutto low quality: poveri anziani tedeschi con il bastoncino e le gambe fasciate gettati su quelle rive da insensibili tour operators; giovinastri inglesi perennemente ubriachi e schiamazzanti; coppie di quel tragico pallore che solo il Nord Europa conferisce. Questi ultimi si ritrovano spaesati ad andare in su e in giù sul brutto lungomare, trascinando la carrozzina del bambino e aspettando che finisca la loro settimana su cui avevano investito pochi soldi, ma tanta speranza, delusissima, di esotismo. Perchè in effetti in questa terra africana loro non troveranno niente di interessante.

Perchè non avranno la possibilità di andare sull’altro lato, quello esposto al burrascoso Oceano, dove, invece, posso dire di aver trovato uno dei panorami più belli ed attraenti che abbia visto in vita mia. L’altra costa è più scoscesa, molto arida, poco abitata, poco servita da strade, pochissimo turistica. Insomma c’e’ da farsela abbastanza a piedi. Il posto più spettacolare  è la spiaggia di Cofete all’estremo ovest. Ci siamo arrivati attraversando l’isola a piedi, partendo dall’orribilmente turistico Morro Jable e passando con un comodo sentiero la catena montuosa che corre lungo l’isola.

Dalla cresta si apre un enorme e meraviglioso paesaggio completamente deserto: in basso le poche case di Cofete, un pò sulla destra la tenebrosa casa del nazista Winter e davanti una sterminata e deserta spiaggia con l’Oceano sullo sfondo. Infuria il vento e gridano gli uccelli marini. Poi abbiamo camminato tutto un giorno su questa spiaggia, verso est per arrivare a un bellissimo campo di dune che copre tutta questa porzione di isola. Lo si attraversa verso la costa africana per arrivare all’ennesimo alveare turistico di Costa Calma. Un due giorni di cammino che valgono, da soli, il viaggio e di gran lunga.

La vegetazione è quasi totalmente assente e non solo per l’aridità del clima, ma anche per la sfrenato allevamento brado di capre che vi si fa. La maggior parte delle capre vivono libere e vengono riunite una sola volta l’anno per recuperare i capretti che vengono o avviati al macello o marchiati secondo i diversi proprietari. Le capre migliori vengono invece tenute in stabulazione per fare un formaggio di modesto gusto.

L’allevamento delle capre è una attività economica marginalissima. Eppure i danni che questi animali fanno alla vegetazione dell’isola è stato tremendo. Ogni minimo filo d’erba è raggiunto e tranciato, resistono solo poche e spinosissime piante che nemmeno le capre riescono ad addentare. E’ sconcertante come questa attività venga ancora permessa dalle leggi spagnole ed europee. Meglio sarebbe dare uno stipendio ai pastori per non fare nulla e lasciare che la vegetazione dell’isola si riprenda.

La riunione annuale delle capre è una festa tradizionale i cui eroi sono quei giovani allevatori che percorrono le montagne, anche molto scoscese, dall’alto verso il basso, spingendo le capre verso i punti di raccolta. Per scendere dalle creste delle montagne si aiutano con delle lunghe pertiche in una specie di pericolosissimo salto con l’asta verso il basso.

Un altra zona di grande emozione paesaggistica è la costa ad est di Ajuy con una costa altissima e frastagliata che piomba nell’oceano procelloso. In un punto, nell’altissima parete strapiombante vi sono delle grotte pericolosamente raggiungibili dal sentiero soprastante. In paese vi è una spiaggia di sassetti neri, un’altra simile a un’oretta di cammino verso est. Ajuy ha il vantaggio di essere raggiungibile su una strada asfaltata.

Sulla temibile costa africana l’unico luogo che ho visto di interesse è Pozo Negro dove sbocca in mare una lunga e nerissima, antica, colata lavica. Anche la spiaggia è nera e di ciottoli e forse per questo motivo è sfuggita al turismo massacrante. Continua….

Pozo Negro (Foto di Alessandro Vergari)
Pozo Negro (Foto di Alessandro Vergari)

Vedi altre foto in questo post.

 

Barcellona, no!!!!

La Sagrada Familia
Date retta a un bischero, che sarei io. Non andate a Barcellona, ci perdete del tempo e dei soldi. Se vi piace la Spagna è inutile andare a Barcellona, cosiccome è inutile andare in Svizzera se amate il mare. L’ultima volta c’ero passato che Franco andava ancora garrotando gli oppositori. Poi l’avevo frequentata con piacere attraverso i libri di Vasquez Montalban e del suo commissario Carvalho. Ci son quindi voluto tornare per una quindicina di giorni. Ma è stato un errore. Città che non offre nulla, se non torme di turisti per lo più italiani che fanno inutili vasche su e giù per le Ramblas, fra chioschi di bandiere del Barça e venditori arabi di giochini luminosi. Lo squallore estremo.
Città evidentemente ricchissima da molto tempo, ha aumentato la sua fortuna grazie alla industrializzazione del dopo guerra che ha richiamato un gran numero di poverissimi immigrati andalusi ed estremegni  e continua ad aumentarla attualmente grazie alla infinità di sudamericani, cinesi, arabi che vi sono arrivati. Nonostante che debbano la loro ricchezza, almeno in buona parte, a degli estranei, i pochi catalani-catalani difendono con successo un povero nazionalismo un po’ sdegnoso. E siccome i soldi sono tanti, ne investono molti nella LORO cultura, anche se questa è in fondo così poca cosa che non resiste a tanta iniezione di fondi. Vengono valorizzati fatti, cose e persone di modestissimo interesse. Ho cercato con foga una vita culturale che pensavo prospera e che invece ho trovato piatta e povera di contenuti. Basta fare una cosa in catalano che te la finanziano, ma ciò non vuol dire che sia una cosa di valore! E quelli che non sono catalni-catalani non hanno diritto a niente.
Scritte solo in catalano, deve esser per legge. Ai tempi di Franco il catalano era proibito,  ora lo spagnolo è democraticamente sconsigliato; c’e’ una vera differenza fra questi due atteggiamenti, solo apparentemente opposti? E mi sdegna che i soldi prodotti dagli altri servano poi a finanziare una cultura che gli altri li lascia fuori. E mi commuove che gli altri arranchino dietro e dentro un mondo che se ne sbatte di loro.
Il cuore della vita spagnola è il bar, luogo di tutto. Molti i bar anche a Barcellona, anche se meno frequentati che altrove.  E nel tipico bar spagnolo, dietro al banco, c’e’ un vecchietto catarroso che tossisce e suda sui piatti delle tapas. Poco igienico, ma come scalda il cuore! A Barcellona c’e’ un cinese od una colombiana. Prova ad andare a discuterci di cucina catalana!
La chiesa della Sagrada Familia è, pur non ancora compiuta, grandissima. Ma non si sa se sia più grande o più brutta. Fa male agli occhi, insulta la tua intelligenza. Turisti ne fanno il giro in lunghissima coda, aspettando di deporre nelle sue arche 12 euro ciascuno; con i quali verrà fatta ancor più grande e più brutta. Il barrio gotico che ricordavo brulicante di vita e di puzzo di fritto è una ordinata ed asettica esposizione di negozi e ristoranti per vieto turistame ignaro. Il quartiere di Raval si salva, con la sua vita e le puttane di strada, ma pare di essere in un paese arabo.  E tutto intorno alla città vecchia gli imponenti, ricchi e tetri palazzoni della supponente borghesia fra ‘8 e ‘900.
Ma poi tutto sembra funzionare bene. Traffico scorrevolissimo nelle larghissime avenidas, metropolitana eccellente: stazioni fitte, treni frequenti e poco affollati. Servizi diffusi, ovunque sintomi di benessere e gente apparentemente tranquilla e quasi sorridente. Gentili ed abbordabili, ma sempre un po’ sulle sue. Mai caciaroni, incazzerecci, ficcanasi e chiacchieroni come gli altri spagnoli. Di domenica, in centro, un sacco di passerine sole od a coppie con stampato in volto un sorrisetto preso pari pari dalla Gioconda. Come a dire: “ Io so che tu sai che io ce l’ho e forse te la potrei anche dare ma devi correre”. Ed intanto corrono via loro…..
Per Carnevale a Barcellona sfilano soprattutto i boliviani.
Ma fanno pena quegli antichi  immigrati dal sud della Spagna, ormai vecchietti che si rifugiano fra di loro, mogi e con la coda fra le gambe, a bere una birra nel bar dell’ennesimo cinese. Fra di loro parlano in spagnolo, ma a bassa voce. Si capisce che ne devono aver sofferte di tutti i colori, da quando sono arrivati e continuano a soffrirne tante. Ora per ripicca nazionalista i catalani hanno proibito le corride e loro le possono vedere solo in televisione, nei bar dei cinesi. I loro nipoti parlano alternativamente lo spagnolo ed il catalano, secondo l’argomento e se ne sbattono della miseria che ha portato i loro padri e nonni a procrearli a Barcellona.
Insomma, un posto inutile, dove sembrano star tutti bene, ma nessuno a proprio agio. Non andateci.
(Prima pubblicazione 20 marzo 2011)

Elegia triste per la Macaronesia

Nebbia e tristezza vagano sulla Macaronesia,

il settimo continente, il più nuovo.

Nato dal fuoco e dal mare, là dove l’Atlantico si apre,

allontanando l’Africa dall’America; aumentando le distanze, accrescendo le solitudini.

Azzorre, Madeira, Porto santi, Canarie, Capo Verde, mi piace aggiungerci Sao Tomé.

Isole nere e rosse di roccia vulcanica; l’estremo verdore delle Azzorre e di Sao Tomé controcanta l’aridità di Capo Verde.

Solo le isole più antiche, Porto Santo, Boa Vista si distendono in pianori sabbiosi e chiari.

Delle Canarie non so, le altre 21 isole sono 21 universi diversi per dialetto, storia e caratteristiche. Universi minuscoli ma completi. Soprattutto complessi.

La natura spadroneggia, il mare è nemico, l’uomo si adatta, se può; se non può, fugge (se ce la fa, più spesso crepava). L’uomo ce lo hanno portato a forza di armi o di miseria o di inganni.  Dall’Europa o dall’Africa.

Paesaggi belli, estremi, come spesso nelle terre vulcaniche. Ma sono ripetitivi, un po’ tutti uguali. Nella Macaronesia l’elemento straordinario è la storia umana. Recente e povera di fatti. Ma ricchissima di dolori, ancor più dolorosi dei fatti della terra che si rompe e si apre per mano dei vulcani.

Un viaggio, secoli fa, da deportati, schiavi, miserrimi. Poi generazioni relegate in un isola, senza mai uscirne. Poi un altro viaggio, da emigranti, di ritorno in Europa o in Africa o verso l’America. Come la disseminazione della vita nell’universo, di meteorite in meteorite. Frutto del caso. Frutto della diaspora portoghese o spagnola.

Portoghesi, spagnoli, africani, come tutti gli altri, almeno al loro arrivo. Ma nelle isole la gente cambia; le isole cambiano la gente. E la gente diventa un’alttra cosa; diventano isolani della Macaronesia. L’isola cambia l’anima alla gente.

Gli azzorriani hanno popolato il mondo. Stati Uniti, Brasile, Angola, Mozambico. I Canari hanno popolato il Sud America, là si parla la loro lingua.

Solo un pelo sopra i negri. I più negri fra i bianchi. Come dicono i congolesi: ci sono i bianchi, ci sono i neri; poi ci sono gli azzorriani. Più numerosi i capoverdiani negli States che a Capo Verde; quelli di Fogo stanno tutti a Brocton, sobborgo di Boston. Vi hanno ricreato la loro isola.

Mακάρων νῆσοι, le isole dei beati per i greci, che preferirono le loro (di isole) e qua non vennero; meglio maledetti a casa propria che beati qua. Vennero i Cartaginesi alle Canarie, si chiamarono Guanci e furono sterminati dagli spagnoli. Boccaccio ne parla. Le Azzorre stanno nell’Atlante Mediceo del 1351, ben prima che i portoghesi dicessero di averle scoperte. Monete cartaginesi a Corvo; enigmi della storia.

Fra Europa ed America, riposo per galeoni e skippers mesciati biondi, riserva di acqua, legna, carne e braccia per pirati e baleniere americane. Scalo di aerei, base di antenne militari, stazione di cavi transoceanici. Incrocio di molti, ma tutti finiscono per andarsene.

Isole che esistono perché qualcuno ne ha bisogno. Gli isolani li vedono arrivare; poi se ne vanno e loro restano. Desiderio di seguirli e paura di affrontare il mondo. La sindrome dell’ultraperifericità; l’Unione Europea finanzia anche quella. Meglio per tutti sarebbe favor4ire l’emigrazione totale programmata ed assistita. E permettere alla Macaronesia di tornare vergine dall’uomo, come è sempre stata.

Mare grande, mare brutto, mare contro, mare che divide.  Non è il mare di Ulisse, è quello di Achab.

1500 fiamminghi nel ‘400 vennero a Faial per coltivare l’Isatis, colorante tessile. Diversi dagli altri, sono ancora lì, nel loro villaggio, Flamengos. Ho fatto con loro il pranzo parrocchiale della domenica, oggi. Nessuno parlava, non si sono ancora ripresi dall shock.

Tristezza da nebbia, da isolamento, da portoghesi, popolo tristissimo anche in continente.

A Capo Verde il sangue africano riscalda l’ambiente e si vive. Donne abituate a giostrare con perizia contro la violenza stupratrice del colono portoghese.

Unico divertimento, la musica, diffusissima ovunque e da sempre. Ogni isola, ogni frazione una banda, uno stile diverso.

Sono macaronese anch’io. Vi ho passato l’1% della mia vita. E soffrii e soffro la sindrome dell’isolano. Malinconica nostalgia del mondo lontano, paura di tornarvi. Un’isola è un utero. Desiderio e dovere di lasciarlo, ma lasciatemi dentro ancora un po’. Qui sto al sicuro, niente può succedermi, di male. E la tristezza macaronesica m’invade. ma quando te ne vai, mica vuoi tornarci….