La fiera di Siviglia

Le casetas con i cavalieri e le dame. Una vera pagliacciata. Horst Goertz attraverso Wikimedia Commons

A prmavera, regolarmente, appaiono sulle riviste italiane delle bellissime foto di dame con veletta appollaiate su superbe carrozze ed accompagnate da aitanti cavalieri. Si riferiscono alla Fiera di Siviglia. Attratto da tanto colore e sfoggio folclorico, tipico della Spagna (corride, Pellegrinaggio del Rocio, ecc, ecc) finalmente sono andato a vedere.

Se il ridicolo uccidesse, ci sarebbe una strage.

La fiera si svolge lontano dal centro, in un vasto spazio solcato da tre strade parallele ed alberate e da alcune loro perpendicolari. Gli isolati sono integralmente occupati da capannoni smontabili, l’uno accanto all’altro, con la facciata ed una sorta di terrazza che guardano verso la strada. Tali capannoni sono dette casetas e sono in numero (fisso) di 1000. La caseta è assai profonda ed è fittissimamente ripiena di tavoli; in fondo il bar ed ancora dietro la cucina. Il fronte della caseta, quello che guarda la strada,  è di 4 o 8 o 12 o 16 metri. Da questa larghezza dipende l’importanza della caseta e, ovviamente il suo prezzo, comunque vertiginoso. Sono tutte molto belle, curate, ridondanti, come piace agli andalusi. Ostentose. Alcune casetas, molto grandi, organizzate dai partiti politici o da qualche istituzione, sono di pubblico accesso; tutte le altre sono private, affittate anno dopo anno da famiglie, gruppi di famiglie, compagnie di amici. Quindi, vi entrano solo i membri del gruppo e per evitare problemi, alla porta vi è un gorilla inflessibile.

A cosa servono le casetas?

Ad andare a bere e a mangiare “fra di noi” lasciando gli altri a guardarci come accattoni dal marciapiede. Festa intergenerazionale passano dalla caseta nonne, zii, genitori, giovani, adolescenti, nipotini. Ognuno alle sue ore.

Gli inconvenienti all’interno della caseta sono numerosi. Esse appartengono alla famiglia che paga la manutenzione, l’affitto del terreno e tutti gli altri costi. Intanto, anno dopo anno, generazione dopo generazione, le famiglie crescono e i vincoli di parentela si annacquano fra secondi e terzi cugini. Lo spazio manca regolarmente e la caseta diventa affollata come un autobus nelle ore di punta. Quindi i più avveduti mandano i nonni ad inizio pomeriggio ad occupare un tavolo, al quale poi si siederanno a turno i parenti più prossimi, fino ai giovani all’alba. Il tavolo preferito è quello sulla terrazza, in modo da esser visti da chi passa sulla strada. La notte si spostano i tavoli e si balla il flamenco. La gestione del cibo e delle bevande è fonte di discussioni infinite. Bisogna far arrivare quantità ingentissime di bevande e preparare buon cibo: le tipiche tapas, l’immancabile prosciutto, il formaggio. E bisogna far pagare tutti, e molto, perchè da quegli introiti deve uscre anche l’affitto dello spazio, il montaggio, la manutenzione della caseta. Vi è sempre un comitato organizzatore, scelto fra i notabili del gruppo, ma ogni anno è un incubo.

I membri delle casetas entrano ed escono, tronfi, dal loro feudo, andando a visitare e a scambiarsi salamelecchi con i membri delle altre casetas. I più ridicoli lo fanno a cavallo che si affittano in un angolo della fiera. Quelli assolutamente sfacciati lo fanno in carrozza, che normalmente è di proprietà e sulla quale si attraversa la città per arrivare alla zona della feria.

Si fa un giro a cavallo o in carrozza, ci si sofferma ogni dieci passi; si saluta questo o quello, ci si fa offrire bicchierini di vino bianco secco accompagnato da striscioline di formaggio. Dal momento che molti hanno delle gran buzze e vanno a cavallo una sola volta l’anno, non possono scendere perchè non saprebbero risalirci senza scaletta. Passano quindi una o due ore, a seconda della durata dell’affitto, su quel povero cavallo in su e in giu in quelle poche centinaia di metri, impacciati, con in mano il bicchiere, il piattino e le redini. E son costretti a chiedere a qualcuno il favore di riprendersi il bicchiere vuoto.

Le strade si riempiono rapidamente di un bello strato di cacca di cavallo il cui puzzo si mescola con quello dei gamberi alla brace e delle patatine fritte.

Le donne vestite con l’abito da flamenco che fascia i fianchi e gli uomini da cavalieri tipo il babbo di Zorro.

E chi non ha una caseta ed è anche privo di amici che ne abbiano? Vaga come un povero disperato, in mezzo alla cacca, a guardare come i ricchi si divertono. Cerca di entrare in una delle poche casetas pubbliche dove sedersi e bere qualcosa, sia pure a caro prezzo. Ma la grande folla e le poche casetas pubbliche fanno si che spesso non ci riesca e se ne vada triste, stanco ed assetato.

E tutto ciò per sei giorni di fila.

E’ istruttiva la Feria di Siviglia; si capisce l’importanza di apparire, si vedono i riti di una società basata sull’arroganza, la boria, l’alterigia. Un mondo di sborroni ridicoli ed inutili. Il prevalere dell’apparire facendo riferimento ad un inesistente passato di nobiltà. Sì, perchè questa fiera è una invenzione relativamente recente. Uno spettacolo di infinita tristezza, dove la miseria umana impera.

Lo strano pellegrinaggio del Rocio, in Andalusia.

La Madonna del Rocio. (Foto di Martius via Wikimedia Commons)

E’ una delle feste più sentite in Spagna, paese pur ricchissimo di vivace folclore: le corride e la Feria di Sevilla per dirne due fra cento.

Delle confraternite di fedeli andaluse, spagnole e da qualche tempo addirittura internazionali convergono in uno strano agglomerato di nome, appunto El Rocio. Vi arrivano in molti modi diversi: i meno a piedi, i più in macchina, alcuni a cavallo, altri su carrozzoni in legno, tirati da trattori. In genere, ipocriti, a piedi si fanno solo l’ultimissimo tratto.

I pellegrini sono organizzati in Confraternite che si spostano compatte, ognuna ben distinta dalle altre. Ogni Confraternita viene da un paese o cittadina diversa. La Confraternita è preceduta dalla propria statua della Madonna coperta da un baldacchino e trainata da muli. L’utilizzazione  di muli e cavalli è infatti una caratteristica peculiare del Rocio. Siamo in Andalusia, terra di gitani, grandi allevatori ed addestratori di equini e niente come un cavallo di bell’aspetto e riccamente adornato da prestigio sociale.

 

Il percorso più bello lo fanno le Confraternite che vengono da sud-est come quelle di Cadice, Jerez, Sanlucar de Barrameda. Attraversano in tutta la sua larghezza lo stupendo Parco naturale di Donana. Il Parco è strettamente protetto durante tutto l’anno (vi è anche la rarissima lince iberica); durante il Pellegrinaggio del Rocio viene invece percorso da un fiume di gente, cavalli, trattori e macchine che sconvolgono tutto. E’ solo uno dei mille paradossi di questa festa.

La festa avviene fra maggio e giugno, quando il calore comincia già a farsi sentire. Il viaggio, lentissimo, dura alcuni giorni; le notti vengono passate sotto le stelle, con qualche tenda di appoggio. Per la notte ogni Fratellanza si accampa in uno spiazzo; le macchine, i carrozzoni, i trattori, i cavalli si dispongono intorno alla statua della madonna. Alla quale si cantano las saetas, il tipico canto flamenco religioso, a cappella ed estremamente emotivo. Questi giorni di lento e rurale cammino vengono sempre descritti come l’autentico cuore della festa.

Il messaggio sul quale si basa la leggenda, fortissima, del Pellegrinaggio del ROCIO è quello di un ritorno alla natura e agli istinti primordiali che rigenerano il corpo e lo spirito. Un misto fra la religiosità del pellegrinaggio e la licenziosità del carnevale. In tutta la Spagna si racconta che durante quelle notti si mangiano delizie (innanzitutto il prosciutto), si bevono eccellenti vini e si intrecciano amori sotto i pini. Ci si scambia visite fra un carrozzone e l’altro; fra una fratellanza e l’altra, accampate vicine. Ci si invita a mangiare, a bere.  Le donne vestono alla sevillana, gli uomini come Zorro in borghese. Il mito di queste notti brade è fortissimo in Spagna; tutti favoleggiano di una sorta di spazio libero da ogni convenzione sociale. Un rito dionisiaco più che cattolico.

La realtà è del tutto diversa, ahinoi. Per fare il pellegrinaggio ci vogliono una decina di giorni; ed avere il permesso di viaggiare con la propria Confraternita, costa un sacco di soldi. Quindi possono partecipare solo pensionati benestanti. Di conseguenza si mangia poco e si beve meno per via della salute e gli amorazzi sulla nuda terra son cose del lontano passato. E anche cantare, si canta poco perchè a quell’età ad una cert’ora vien sonno. Inoltre, visto che gli imboscati devono essere frequenti (io fra questi), non ci si invita per niente gli uni con gli altri ed ognuno mangia le proprie cosine che si è portato da casa. Il tutto si risolve in una specie di triste picnic di attempati artritici.

Le Confraternite arrivano finalmente al Rocio, arrivano anche i cani sciolti e si agglomera intorno alla chiesa del Rocio la spaventosa cifra di un milione di persone. Questo luogo è assolutamente straordinario. Costruito intorno alla chiesa dove è costudita la Madonna da venerare è del tutto deserto durante l’anno. Si riempie solo per la festa. E’ abbastanza vasto ed è composto per lo più da una sorte di ostelli di proprietà delle diverse Contraternite. Ognuna di loro ha il suo casermone dove vengono ospitati i confratelli durante le tre o quattro notti della festa. Vi sono camere matrimoniali e camerate; una mensa, un patio coperto da tende dove fare la siesta, le stalle per chi è venuto a cavallo, la cappella dove albergare la statua della Madonna. Ed è anche tutto nuovo perchè il boom immobiliare del Rocio è abbastanza recente. Gli investimenti sono stati colossali, i costi di manutenzione anche; i soci delle Fratellanze devono sborsare tantissimi soldi per continuare ad esserlo, per partecipare al pellegrinaggio, per dormire nella casa della Fratellanza. Tutto ciò per poche notti l’anno. E’ un miracolo economico fondato sul nulla.

Per maggior agio dei numerosissimi cavalli il paese non è asfaltato: il fondo delle strade è di sabbia. La folla quindi si aggira nel villaggio, immersa in un perenne polverone, che si cerca di combattere con camion cisterna che annaffiano costantemente. I cavalieri scorrazzano. I bottegai spennano. L’atmosfera è di concitata allegria, nell’impazienza della processione finale. I capi delle Fratellanze si aggirano soddisfatti e boriosi salutandosi cerimoniosamente fra di loro come cavalieri barocchi. Tutto appare forzato, una bolla di vuota effervescenza, un bluff culturale.

L’aspetto strordinario di questa festa è che non c’e’ niente di tradizionale: esiste da relativamente pochi anni, nel solco di quell’andalusismo retorico cresciuto intorno all’Expo di Sevilla del 1992 e all’imperante Partito Socialista Andaluso. Insomma, una pagliacciata. Quanto durerà? Che se ne faranno di una cittadina intera quando la processione si sgonfierà?

Poi finalmente arriva la notte centrale. La Madonna del Rocio riceve l’omaggio di tutte le altre Madonne arrivate con le Fratellanze in una sorta di concorso di bellezza delle Madonne. Viene poi portata con un complicato cerimoniale a fare il giro della piazza e ritorna in chiesa. La festa è finita, le Fratellanze ripartono velocemente, El Rocio affronta solitario un’ennesima estate infuocata.