Un viaggio molto antico

Il simpatico prolago, estinto, anche se qualcuno dice di averlo visto. Foto di Prolagussardus, wikicommons.

I nostri remotissimi antenati saranno andati in Sardegna? A piedi?

La Sardegna è un’isola. E’ un’ovvietà, ma tale caratteristica ha fatto nascere una grande quantità di dilemmi di tipo archeologico. Il primo, il più importante, riguarda il momento nel quale l’umanità vi mise piede per la prima volta. La discussione, fra i pochi paletnologi esperti di Sardegna è vivissima. Le prove sono scarse ed i dubbi molteplici e profondi; le ipotesi non mancano.

Ne è stata avanzata una straordinaria, secondo la quale il primo popolamento dell’isola sarebbe avvenuto in un tempo antichissimo; ben superiore a quanto avremmo mai potuto immaginare prima che certi ritrovamenti, che poi vedremo, venissero a galla. Si parla addirittura di circa 320.000 anni fa; una data sconcertante, se si pensa che l’arrivo in Sardegna comporta necessariamente la costruzione e l’uso di una imbarcazione. Capacità che dovrebbe essere stata del tutto al di fuori della portata delle genti di quel tempo. Ma può anche darsi che non ci sia stato bisogno di nessuna imbarcazione. Come è possibile?

La storia dell’umanità è sempre stata tributaria delle condizioni climatiche dei luoghi dove ha vissuto. L’alternanza di momenti freddi e momenti caldi ha avuto grandi influenze sulla vita, umana ed animale. Proprio in quell’epoca menzionata, la glaciazione che era in atto (chiamata di Mindel, secondo la vecchia nomenclatura) raggiunse il suo acme. Di conseguenza i ghiacciai pervennero al massimo della loro estensione ed altezza: di volume, in altre parole, assorbendo grandi quantità di acqua che fu tolta ai mari il ui livello si abbassò. Sardegna e Corsica divennero una sola isola, le coste della Toscana si spostarono verso la Corsica e la distanza marina fra il continente e la duplice isola divenne minima, pari a pochi chilometri. Certamente si arrivava a piedi asciutti fin’oltre l’isola della Capraia e da lì la costa avanzata del Capo Corso era perfettamente visibile, vicina.

E’ certo che alcuni animali arrivarono sull’isola. Si tratta di un cervo, il Megaloceros, oggi estinto e del cuon: una miscela di cane e volpe, di cui alcuni lontani cugini vivono ancora in Asia. Da tener presente chi i due animali sono buoni nuotatori, all’occorrenza. Arrivando sull’isola, vi trovarono, probabilmente, la fauna locale in cattivo stato ed incapace di opporre loro molta resistenza. Quella fauna terrestre vi era arrivata ai tempi della famosa crisi messiniana o in qualche glaciazione successiva.

Il cuon asiatico, ancora esistente, lontano parente di quello sardo. Foto di Keven Law Wikicommons.

La crisi messiniana risale a circa cinque milioni di anni fa, quando lo Stretto di Gibilterra si chiuse completamente. Il Mediterraneo rimase un mare isolato e l’acqua che vi arrivava dai fiumi, pur copiosissima, non era sufficiente a compensare le perdite che aveva per evaporazione. Il livello si abbassò gradualmente e si creò una profonda depressione dove le temperature salirono, aumentando ancora di più l’evaporazione; come sta succedendo attualmente al Mar Morto, ma in scala infinitamente maggiore[1].

Dopo la chiusura dello Stretto, il Mediterraneo, lentamente, si svuotò quasi completamente e rimasero solo dei grandi laghi fra la Sardegna e la Spagna. La fauna ebbe quindi tutto l’agio di invadere questi nuovi spazi ed arrivare in Sardegna. Lo stretto di Gibilterra tornò poi ad aprirsi ed in pochi anni di inimmaginabile inondazione, il Mediterraneo si riempì nuovamente: la fauna arrivata in Sardegna vi rimase intrappolata continuando la propria evoluzione in un contesto chiuso. Fra questa fauna, un animale in particolare sarebbe poi diventato importante per il proseguo della nostra vicenda: il Prolagus sardus, una sorta di unione fra un coniglio ed un criceto, più grosso del coniglio attuale. L’ultima popolazione di prolago rimase in vita sulla disabitata isola di Tavolara, dove si è estinto solo nel 1774. Si dice che qualche esemplare sia ancora avvistato, ma è abbastanza improbabile.

Al massimo delle glaciazioni lo spazio fra la Toscana e la Corsica-Sardegna era minuscolo.

Quando il cervo ed il cuon arrivarono in Sardegna si trovarono molto a loro agio e la fauna precedente oppose poca resistenza al loro insediamento, in quanto ormai sfinita dal lungo isolamento, dai cambiamenti di clima, dalla consanguineità, dalla mancanza di apporti di “sangue fresco” da altre zone. Il cuon, in particolare, aveva una quantità di prolificissimi prolaghi da mangiare. Ricordiamo che in Sardegna non vi era nessun altro degli animali ai quali noi siamo abituati a pensare: bovini, cavalli, cani, gatti, conigli, lepri ed altro. Tutti questi animali arriveranno, moltissimi millenni dopo, sulle navi dei Neolitici.

Ma perché parliamo del cervo e del cuon? Ci interessano molto perché sono la palese dimostrazione che degli animali riuscirono a passare dalla Toscana alla Corsica. Viene quindi da chiedersi se l’uomo non sarebbe stato in grado di fare altrettanto; magari seguendo delle mandrie di cervi che stava cacciando e che si sarebbero avventurate in mare.

Può sorgere un ulteriore dubbio. Si da per certo che un tratto di mare abbia continuato a separare Toscana e Corsica anche nel peggiore dei momenti freddi. Questo lo si deduce confrontando il livello calcolato del mare in quel momento e la profondità attuale del braccio di mare fra la Capraia e Capo Corso (altrove la profondità è sempre maggiore). Naturalmente non può essere escluso, con assoluta certezza, che i calcoli dell’antico livello del mare siano imperfetti o che il fondo del mare non si sia approfondito nel frattempo, per un qualche problema tettonico o per l’erosione, che esiste anche sui fondali. Non ci sentiremmo quindi di escludere, con assoluta certezza, che quel braccio di mare si sia veramente asciugato, sia pure per un tempo brevissimo, o comunque ridotto a tali modeste dimensioni da non scoraggiare nemmeno un modesto nuotatore.

Detto tutto ciò, non possiamo dimenticare un illustrissimo precedente. In Indonesia, sull’isola di Flores, sarebbero arrivati degli Homo erectus ben 700.000 anni fa, superando un braccio di mare di 19 chilometri. Si dovrebbe quindi ammettere una capacità di navigare terribilmente più antica di quanto ritenuto fino a pochissimi anni fa; quando si pensava che il primo navigatore fosse stato il sapiens.

Comunque stiano le cose, il punto centrale della nostra storia sarda è che degli animali arrivarono in Sardegna e che se lo fecero loro, anche l’uomo avrebbe potuto farlo. Per togliere un dubbio che potrebbe esser nato, diciamo subito che non vi è la possibilità che avessero potuto utilizzare dei blocchi di ghiaccio alla deriva. Faceva freddo, ma non così tanto. Certo avrebbero potuto utilizzare dei tronchi, altrettanto alla deriva. Comunque con difficoltà perché l’acqua doveva essere assai freddina.

A questo punto, nel dibattito fra archeologi si inserì un argomento veramente curioso. Una equipe olandese scavò e studiò negli anni ’80 e ’90 le ossa dei vecchi animali sardi. Non erano archeologi, ma paleontologi: i sistemi di scavo sono simili. La quantità di informazioni sugli antichi cervi e cani sardi aumentò di molto. Ora, i paleontologi sanno per esperienza che una specie animale, quando resta confinata in una isola, specie se povera di alimenti, come la Sardegna, molto montuosa e rocciosa, ha la tendenza a divenire più piccola. Per evidenti motivi di “parsimonia” nel consumo delle scarse risorse disponibili. Questo avvenne con l’elefante siciliano che, sull’isola, diventò un nanetto di 90 centimetri. Ma ciò succede solo se non ha predatori. Se invece li ha, quella specie è obbligata a restare di buone dimensioni per essere in grado di resistere ai predatori, o con la lotta, o con la fuga. Il nostro antico cervo sardo rimase delle sue dimensioni o le diminuì di poco. Tale fatto lascia pensare che avesse un predatore. E questo predatore non è certo il vecchio cuon sardo, troppo piccolo e già troppo impegnato a correre dietro alla facile preda prolago. Tale predatore non poteva essere che l’uomo.

Ci si chiederà, ormai, se quest’uomo arrivato in Sardegna ci abbia lasciato qualche traccia e come è finito. Cominciamo dall’ultimo punto. Ed immaginiamoci una piccola popolazione di uomini e donne che arrivano su una grande isola deserta. Hanno una infinità di risorse a loro disposizione e nessuna concorrenza. Gli animali, cervi esclusi, non conoscono la vena cacciatrice dell’uomo e quindi, probabilmente, si fanno avvicinare con grande innocenza, come successe e succede ancora alle isole Galapagos. La vita di quel gruppo è facilissima. Potrebbe sembrare un vero paradiso. Ma vi è un’enorme insidia che li attende, dentro di loro, nel loro DNA. Lo spettro della consanguineità. Un piccolo gruppo umano, se non è in grado di mescolarsi con altri gruppi è destinato a scomparire in poche generazioni. Il numero di queste dipende dalla quantità iniziale dei componenti del gruppo e dalla loro variabilità genetica. Ora, vi sono alcuni esempi che sembrano andare contro questo punto di vista. Il primo è, ancora una volta, quello degli uomini di Flores, in Indonesia, che sembrano esser sopravvissuti in totale isolamento molte centinaia di migliaia di anni, sia pur andando verso una miniaturizzazione che li portò ad essere alti meno di un metro. Ma è anche vero che le informazioni su quella vicenda sono ancora troppo scarse e frammentarie per poter affermare qualcosa di conclusivo. Un secondo esempio è l’isola di Pasqua; ma in questo caso l’isolamento della popolazione è durato poche centinaia di anni ed è probabile che nuove ondate di popolamento siano giunte, durante quei secoli, rinvigorendo il corredo genetico degli isolani.  Ma vi è anche un esempio, clamoroso, che conferma la teoria innanzi detta: in Croazia, a pochi chilometri da Lussino e a poche decine di chilometri da Venezia, Fiume o Zara c’e’ un’isoletta, Susak, tristemente famosa per l’alto tasso di consanguineità della popolazione, il cui stato di salute fisico e mentale è molto degradato. Eppure sono sempre stati circondati da tanti altri gruppi umani. Ma vi è anche l’esempio contrario, anche se molto poco conosciuto, dell’isola di Sentinel.

In conclusione è possibile ipotizzare che i primi “scopritori” umani della Sardegna-Corsica, se arrivati in piccoli gruppi – magari già molto omogenei geneticamente – e rimasti isolati, non avrebbero avuto molte possibilità di durare a lungo: si sarebbero estinti.

Ma lasciamo le supposizioni e veniamo alle prove della presenza umana antica in Sardegna ed in Corsica. Tralasciamo quelle che sono troppo esili numericamente o troppo dubbie da un punto di vista archeologico. Restiamo su quelle consistenti. Si tratta di soli quattro siti, che abbiano restituito una consistente quantità di pietre scheggiate dall’uomo. Solo pietre, non c’e’ nient’altro. La sfortuna ha voluto che, nei luoghi scavati, non vi sia stata nessuna possibilità di trovare degli elementi che potessero essere sottoposti ad almeno una delle numerose e diverse tecniche di datazione. Niente di niente, nemmeno i pollini per avere un’idea della flora o qualche pezzo di ossa di animale. Gli archeologi si sono quindi trovati in mano solo delle selci, certamente scheggiate intenzionalmente.

I quattro siti principali sono i seguenti: Sa Coa de Sa Multa, Sa Pedrosa-Pantallinu, Riu Altana; i tre nell’Anglona (la zona di Tempio Pausania) ed Ottana, nel Nuorese.

In nessun caso ci sono tracce dei grossi strumenti bifacciali – che una volta si chiamavano amigdale – che caratterizzano con certezza il Paleolitico più antico. Ma è pur vero che vi è tutto un filone di popoli, in quell’epoca, che non facevano quel tipo di strumento ed usavano esclusivamente delle schegge per i loro attrezzi di lavoro.

A Sa Coa de Sa Multa vi era un’officina di lavorazione di selce che affiorava a breve distanza. Si scheggiavano dei blocchi facendo pochi tipi di strumenti. La tecnica usata era una sola ed assai semplice. La sensazione di antichità di questo sito è corroborata dalle caratteristiche del suolo su cui agivano coloro che preparavano le selci. Ripetiamo, sulla sola osservazione del tipo di suolo formatosi a quel tempo e poi rimasto sepolto.

Nello scavo di A Sa Pedrosa-Pantallinu lo strato principale è a sua volta suddiviso in tre o quattro fasi di abitazione separate fra loro da sottili strati alluvionali. Si trattava quindi di un luogo di frequentazione che venne più volte invaso dalle acque di un fiume. Anche in questo caso, come nel precedente, della selce era naturalmente presente e qui veniva estratta ed elaborata. Vi si trovano quindi pezzi di materia prima, assieme a strumenti già finiti. Una sorta, quindi, di cava-laboratorio. Gli strumenti, alcune centinaia quelli scavati ed ancora in studio, sembrano di fattura un po’ più evoluta di quelli del sito precedente. I tipi di strumento sono pochi, anche in questo caso. L’aspetto interessante è che alcune selci portano i segni caratteristici di essere state esposte al gelo. Dovrebbero quindi essere precedenti almeno all’ultima glaciazione che è di circa 20.000 anni fa. Molto precedenti se si pensa che una datazione sull’osservazione del suolo rimanderebbe a 200 – 100.000 anni fa. Andrebbero studiate le eventuali differenze fra i materiali provenienti dai diversi strati – intervallati dalle alluvioni – per identificare dei segni di evoluzione fra le tecniche dello strato inferiore, più antico e quelli degli strati superiori, più recenti. Siamo in attesa che qualcuno lo faccia.

Dal terzo sito, Riu Altana, provengono numerose selci, trovate lungo il fiume. Non sono stai fatti scavi. Molto difficile, quindi, dare indicazioni precise. Si sono potute dividere in due gruppi principali, in base al loro stato fisico: molto rovinato dall’acqua o ancora abbastanza ben conservate. La suddivisione non sembri arbitraria; probabilmente il fiume ha intaccato, molto tempo fa, il vecchio piano di campagna che conteneva il primo gruppo e solo più recentemente il luogo che conteneva il secondo gruppo. E’ quindi legittimo supporre che i due insiemi fossero da sempre distinti. Un gruppo sembrerebbe assomigliare alle selci di Sa Coa de Sa Multa, l’altro gruppo a quelle di A Sa Pedrosa-Pantallinu. L’ipotesi avanzata verterebbe sulla possibilità di due frequentazione di questa regione, una successiva all’altra con una evoluzione per quanto riguarda le tecniche di scheggiatura. Resta senza risposta la domanda se si trattasse dello stesso gruppo umano che abbia raffinato le proprie capacità artigianali o se fossero due gruppi umani diversi con diverse abilità. Ma non si può nemmeno teoricamente escludere che fosse lo stesso gruppo umano, con le stesse capacità, che preparasse strumenti più  o meno raffinati a seconda dei bisogni del momento. Una ipotesi che presenteremo nel prossimo post tenterà di chiarire questo dilemma.

[1] Fra le due guerre mondiali si discusse molto di un progetto che voleva tornare ad isolare il Mediterraneo, per mezzo di una diga fra Marocco e Spagna, allo scopo di disporre di nuova terra grazie alla discesa del livello del Mediterraneo e di produrre energia elettrica sfruttando il salto che si sarebbe creato fra l’Atlantico ed il nostro mare.