I molti Caraibi possibili

La villa di una fattoria schiavistica a Marie Galante.

Quando si dice Caraibi l’italiano media pensa direttamente alle spiaggie e alle amache tirate fra due palme da cocco. La realtà, ovviamente, è ben diversa. I Caraibi sono un mondo molto complesso e variegato. Ed anche meritevole di essere conosciuto in profondità. Prima di andarci è bene sapere che si possono fare molte scelte.

Vi sono i Caraibi delle crociere durante le quali il turista sfiora appena la terra, limitandosi ad una passeggiata nel quartiere del porto di St. Martin, Dominica o Antigua o, al massimo ad un giro guidato a qualche spiaggia o foresta come alla Guadalupa o a Samanà di Santo Domingo. Se ne andrà senza aver visto o capito molto. E’ la vacanza più comoda e più facile, ma anche quella più inutile.

Ci sono i Caraibi dei grandi villaggi turistici ormai chiamati resort. Vi si va spesso con viaggi all inclusive durante i quali il turista è trasportato in una struttura e lì mantenuto fino ad essere rispedito a casa. Se vuole può uscire per qualche escursione, in gruppo e caramente pagata. I resort sono su belle spiagge, ma il loro livello medio penso che sia abbastanza inferiore a quanto il turista si aspetta; in realtà sono industrie dove il turista è semplicemente una pecora dentro il gregge. Alcuni resort sono enormi come Casa de Campo a Santo Domingo; altri si vogliono di lusso e sono terribilmente cari come a Saint Barthelemy con prezzi superiori ai 2.000 € a notte.  Ma anche quelli più modesti hanno dei prezzi assai elevati, con rapporto qualità/prezzo insoddisfacente.

La spiaggia Les Galets a Marie Galante.

Ci sono i Caraibi delle spiagge bianche e dell’acqua cristallina e questa è la cartolina più conosciuta. Ma ci sono anche le spiagge nere di sabbia vulcanica e quelle con le striature rosa date dai frammenti delle conchiglie (Barbuda, Pink Beach).

Ci sono i Caraibi delle isole piatte ed aride come Barbuda e quelli delle isole montuose e verdissime con foreste primarie intatte, come Dominica. E nella stessa isola, anche se piccola, a volte si trova il lato esposto verso l’Atlantico lussureggiante e quello verso il mar dei Caraibi che è arido. Come succede anche a Sao Tomè.

Ci sono i Caraibi delle isole francesi, dove ci si crederebbe di essere in Europa. Autostrade, ingorghi, centri commerciali, efficienza (relativa) dei servizi, maleducazione tipicamente francese, conflitti razziali come in una qualsiasi periferia parigina. Niente di tropicale, salvo il clima.

Grattacieli a Fort de France (Martinique)

Ci sono i Caraibi delle grandi isole di lingua spagnola: Cuba e Santo Domingo. Il vero mondo tropicale, la musica, la gente per strada, le donne disponibilissime, il rum, rapporti facili con le persone. Le solite stupende spiagge, ma anche storia, monumenti e una forte cultura ben radicata. E questo manca nelle altre isole più piccole. Ma a Santo Domingo vi è il problema dell’insicurezza. Cuba invece è sicurissima.

Ci sono i Caraibi delle piccole isole semidimenticate come Marie Galante, Barbuda, le Granadine. Le più originali, nelle loro differenze, scomode da raggiungere e da vivere, con pochi servizi e poca ricettività, ma certamente quelle che danno le emozioni più forti.

Ci sono i Caraibi delle isole delle ville e degli appartamenti: Anguilla, St. Barthelemy, St. Martin, Antigua dove benestanti  e ricchissimi (St. Barthelemy) hanno casa, più per avercela che per andarci. Spiagge meravigliose su isole lottizzate e divise in infiniti quadratini dotati di villetta, villa, villona, giardini e personale immigrato da Santo Domingo.

Resort Palmetto abbandonato a Barbuda.

Ci sono i Caraibi degli arcipelaghi – Stato: le Granadine, Dominica, St. Kitts e Nevis, Antigua e Barbuda. Strani artefatti della storia coloniale di quella parte di mondo. Mini-stati insulari che destano curiosità e simpatia, molto diversi gli uni dagli altri, spesso poveri, ma più vitali, ad esempio, delle isole francesi.

Ci sono i Caraibi a fortissima predominanza statunitense come le Bahamas, le Isole Vergini americane, Portorico, Turks e Caicos. E pare che, nonostante ciò, abbiano ancora degli angoli pochissimo frequentati.

Ci sono i Caraibi periferici: quelle isole più lontane dal grande arco che tutti abbiamo in mente: Giamaica, Trinidad e Tobago, Curaçao, Bonaire e Aruba, le isoline della Colombia e dell’Honduras, la penisola di Paria in Venezuela. Alcune di queste sono iper turistiche, altre sembra che conservino aspetti molto interessanti.

Insomma, i Caraibi non sono affatto una unità, ma una infinita gama di possibilità; un mondo a volte affascinante, a volte ributtante. Un ventaglio in cui perdersi.

 

La tristezza della Guadalupa.  (Non andateci) 

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Foresta densissima alla Basse-Terre

Che consigliare?  Vale la pena di andare alla Guadalupa oppure no?
La risposta e’ certa, chiara,  rotonda, netta: no.

Eppure i punti positivi sono numerosi: pur trovandoci ai Caraibi è un’isola francese, quindi è come essere in Europa. da un punto di vista amministrativo siamo proprio in Europa. Di conseguenza le condizioni di vita, di sicurezza, sanitarie e sociali sono come in Francia; del tutto comparibili a quelle che troviamo in Italia.  In altre parole si puo’ vivere alla Guadalupa come se si fosse all’isola d’Elba, pur vivendo nel clima e nei paesaggi dei Caraibi. Una accoppiata molto comoda, bisogna riconoscere.

Ci sono poi delle bellissime spiagge ed una grande e verdissima montagna ricca di vegetazione tropicale che si puo’ anche percorrere a piedi.
Inoltre si mangia molto bene alla Guadalupa.  La cucina delle Antille e’ varia,  saporita, succolenta e gustosa.  Intingoli che si possono principalmente trovare nelle modeste trattorie frequentate dai locali, nei paesini. Si beve dell’ottimo rum.

E si trovano anche degli spunti molto interessanti nella storia dell’isola, ricca di avvenimenti di pirati e bucanieri e contraddistinta dalla tragedia della schiavitu’ e della canna da zucchero. La mescola di popoli e di culture che affollano l’isola è un tema di grande interesse che il turista curioso potrà cercare di approfondire discutendone con i locali (se glielo permettono). Tutti questi sono motivi e spunti di approfondimento che possono ben riempire una vacanza alla Guadalupa. Infine bisogna riconoscere che si tratta di un angolo dei Caraibi diverso da molti altri.

Ebbene, nonostante tutto ciò, gli aspetti negativi prevalgono.

Se decidete di andare nel mondo tropicale e’ perche volete trovare un sapore esotico, e per far ciò siete disposti a confrontarvi con alcune difficoltà. Se vi dovete ritrovare nel traffico come a casa, con i supermercati ed i centri commerciali come a casa, con le regole, gli orari, lo stress e le nevrosi quasi come a casa, tanto vale andare veramente all’Elba o in Sardegna dove le spiagge non sono da meno. Senza dimenticare il fatto che il viaggio in aereo è caro e che i prezzi della Guadalupa sono molto più alti di quelli nostrani.

Inoltre.  Il fatto che sia Francia fa si che il turismo sia quasi esclusivamente domestico: questo vuol dire che la maggioranza dei turisti sono francesi che pur volendo l’esotico, scelgono quello di casa, per evitare ogni inconveniente . Si tratta quindi di un turismo assai pantofolaio e conservatore. Manca l’internazionalismo turistico e sovrabbonda il nazional-popolare; questo aspetto ci piace molto, senza dubbio, ma un pò meno quando è a stragrande maggioranza francese.

Fra gli altri aspetti negativi della Guadalupa vi è il diffusissimo razzismo contro i bianchi che rende tesa l’aria e potenzialmente periglioso ogni rapporto con il popolo locale. Può succedere di essere insultati anche se non avete fatto assolutamente niente di strano. A me è successo per non aver salutato uno sconosciuto incrociato per strada; sono alla ricerca di pretesti per attaccare i bianchi. Si vogliono vendicare della dominazione coloniale francese, ma io che c’entro?

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La morte di una palma. Foto emblematica della Guadaluope.

In piu’ mancano quei luoghi e quei momenti piacevoli che allietano i turisti abituati al mediterraneo. Difficilissimo, per non dire impossibile, recarsi in città e trovare un bel negozio (tutti emigrati nei centri commerciali), un bar accogliente, un ristorante non dozzinalissimo, un corso dove passeggiare.  Questo stato di cose potrebbe essere accettabile in un paese povero, come se ne trovano in questa regione. Ma è incomprensibile che ciò avvenga in Francia.

Insomma,  ci troviamo in un luogo di schiavi dove e’ arrivato il welfare.  Vi e’ un certo benessere con  diritti e servizi pubblici di buon livello. Ma i due secoli e mezzo trascorsi dall’abolizione della schiavitu’ non sono bastati per costruire uno stile di vita piacevole. I padroni bianchi vivevano molto bene, ma niente di quello stile è passato nè agli schiavi, nè ai discendenti attuali di quegli schiavi. La schiavitù è alla Guadalupa una maledizione che non cessa di produrre infelicità.

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La canna da zucchero, maledizione di generazioni di schiavi africani e benedizione di generazioni di padroni francesi.

Paradossalmente si può affermare che la vita che menano gli africani attuali che sono rimasti nei paesi di origine degli schiavi, sia molto più difficile dal punto di vista economico e civile, ma indubbiamente più ricca per quanto riguarda la socialità, i semplici piaceri di base, le manifestazioni personali. Tutto ciò mi è fonte di infinita tristezza.

Le ferite portate dalla schiavitù sono rimaste aperte nei rapporti fra gli individui; anche all’interno della comunità nera. Ed il motivo è chiaro: il colono divideva i propri schiavi per evitare che si unissero e gli si rivoltassero contro. Quella atmosfera di mutua diffidenza è rimasto.

E per tutti quel era un luogo di dolore: i bianchi volevano solo arricchirsi nel modo più rapido possibile; gli schiavi volevano solo sopravvivere. Non c’era spazio per i piaceri della vita o per gli scambi della convivenza sociale. Era un luogo d’inferno e tale è rimasto fino ad ora, mutatis mutandis.

Risparmiatevela, la Guadaloupe  Le spiagge fra Le Gosier e Saint Francois o la costa montuosa della Basse-Terre non valgono tutta questa pena. E alla Martinica o a Saint Martin non è meglio. Le Antille francesi sono state un buco nell’acqua durante il mio viaggio.

Madeira, la gradevole.

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Il centro di Funchal.

Madeira è probabilmente un caso raro, se non unico, fra le grandi destinazioni turistiche.  Lì i portoghesi sono riusciti a fare un piccolo miracolo, al contrario del casino che hanno fatto gli spagnoli alle Canarie.

Madeira accoglie turisti da fine ‘800. Vi andò in esilio l’ultimo Imperatore di Austria-Ungheria, per dire che livello di persone la frequentavano, spesso arrivando con i loro yatchs lussuosi. Poi è divenuta una meta soprattutto per gli inglesi, e lo è ancora oggi. I rapporti fra l’Inghilterra e il Portogallo sono sempre stati molto intensi, tanto che il secondo è stato, per un certo tempo, una specie di colonia della prima. E, come si conviene, i riccotti inglesi andavano a passare l’inverno in quello che era divenuto un loro dominio o quasi.

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Alcuni percorsi lungo i canaletti sono in sicurezza, altri sono molto pericolosi.

L’unione delle culture portoghese e inglese ha dato un ibrido molto piacevole. I portoghesi, specie se isolani, come si vede alle Azzorre, sono piuttosti rozzi e nemmeno tanto simpatici. A contatto con gli inglesi, ricchi borghesi, si sono ingentiliti e son diventati accomodanti, non più rissosi ad ogni occasione. Il turismo, peraltro, ha portato lavoro e soldi e, come si sa, il benessere calma gli spiriti.

Certo, l’edilizia turistica ha fatto scempi, ma molto meno che alle Canarie o sulle coste spagnole e portoghesi. L’afflusso turistico a Madeira non è poi elevatissimo ed essendo ancora di possibilità economiche abbastanza alte, richiede hotel meno grandi e meno invasivi.

L’isola è deliziosa: montuosissima, la faccia esposta a sud è semitropicale,

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La Laurisilva.

quella rivolta a nord è aspra, fredda, piovosissima. Per questo motivo ci sono numerosi canali che raccolgono l’acqua dove è disponibile (e quindi anche sulla faccia nord) e la portano, con lunghi percorsi, a tratti in gallerie percorribili, verso i paesi e campi della faccia a sud. Dei sentieri molto suggestivi accompagnano tali canaletti di acqua allegra.

Non è grande, ma è di geografia così erta, frastagliata e tormentata che percorrerla da un capo all’altro prende moltissime ore di curve, salite, discese e nausee per i più sensibili. Negli ultimi anni e grazie ai soliti fondi europei sono state costruite delle strade veloci, con molte gallerie, che facilitano la vita ai locali, ma tolgono un pò di poesia. Lo stesso aeroporto è parzialmente costruito su palafitte essendo stato impossibile trovare un sufficente spazio piano.

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La faccia nord….

Gli alberghi stanno a sud, le gite più belle si fanno a nord, al suo vento ed ai suoi flutti atlantici: siamo pur sempre nella Macaronesia. Intrigantissime le foreste di quella strana formazione vegetale chiamata laurisilva

La faccia a sud è molto più gentile e vi si passeggia sui lungomari, un pò da pensionati. Ristoranti con cucina internazionale-portoghese-inglese un pò insulsa. Frugando nelle pieghe del centro di Funchal, nella zona del mercato si trova anche qualcosa di portoghese verace, se questo vi attira. Numerosissimi i bar, generalmente gradevoli, fatti per far passare il tempo a chi ne ha molto e non ha molte altre cose da fare. Sale da tè per gli inglesi, sempre numerosissimi.

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… e quella sud.

Pare comunque che si astengano dal visitare Madeira quelle bande di giovani, ubriaconi ed insolenti, inglesi che fanno la gioia economica ed il disastro civile di Spagna e Grecia.

L’isola è così tropicale che produce canna da zucchero, rum e banane come fosse una piccola Sud America. Da ciò la sua ricchezza fin dal ‘500.

Carino il centro storico di Funchal, bella vista dalla funivia, robaccia da turisti la discesa con le slitte, da prendere gli autobus locali che vanno ai quattro angoli dell’isola. Da segnalare che vi è nato Cristiano Ronaldo e che vi ha fatto un suo museo?

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Ancora il nord.

Insomma, vi si passa una settimana non eccezionale, ma certo gradevolissima e piena di interessanti curiosità da vivere.