Le chiese fortificate in Romania

Una strada di un villaggio tedesco in Transilvania. Foto da un sito di approfondimento dei fatti balcanici di cui raccomanda vivamente la visita.

Nell’infinita babele dei popoli balcanici, che non smette di affascinarmi, ve n’è uno che ha lasciato delle opere architettoniche di grande interesse. Si tratta dei tedeschi della Transilvania: vi furono insediati dagli Ungheresi quando questi conquistarono quella regione nel XIII secolo. I tedeschi avevano il compito di controllare il territorio spesso preda delle scorrerie dei turchi e dei tartari, secondo i momenti storici.

Gli immigrati, da bravi tedeschi, si organizzarono perbenino e, nel tempo, costruirono circa 150 villaggi fortificati di cui 100 esistono ancora e 7 sono Patrimonio UNESCO. I villaggi erano composti da due o tre strade che confluivano in una piazza centrale. Le case erano unifamiliari, massicce, ad un piano, squadrate ed erano tutte in fila, vicine l’una all’altra lungo le strade. Il poco spazio fra una casa e l’altra era chiuso da dei robusti muri. In questo modo l’assalitore che avesse percorso la strada vi si trovava intrappolato e poteva uscirne o fuggendo da dove era venuto o proseguendo fino alla piazza centrale sotto il tiro proveniente dalla case; non gli sarebbe stato possibile uscire dalla strada e tagliare per i campi.

Nella piazza centrale c’era la chiesa, gotica ed assai massiccia anche lei.

La particolarità di questi villaggi consiste nel fatto che le chiese sono circondate da un’alta muraglia, a volte spessa molti metri e vuota all’interno. Nello spessore della muraglia trovavano spazio molte stanze dalle cui finestre i difensori bersagliavano gli assalitori. In quei vani trovavano anche ricovero i raccolti agricoli, ben al sicuro. La muraglia aveva delle porte, ben solide e difese.

Possente chiesa e possente mura. Tutto molto tedesco. Foto di Oswald Engelhardt via Wiki commons.

Quando arrivava un forte gruppo assalitore, tutta la popolazione si rifugiava nella chiesa fortificata dove trovava cibo per poter resistere a lungo. Fra la chiesa vera e propria e la muraglia c’era sufficiente spazio per ospitare gli animali.

I complessi delle chiese e delle muraglie sono molto belli, caratteristici ed unici e la loro visita è un momento importante in qualsiasi viaggio si voglia fare in Romania.

Ma la storia dei tedeschi della Transilvania non finisce così.

La fortificazione della chiesa di Prejmer, vista dalla parte interna. Foto di pubblico dominio via Wikicommons.

Mantennero per secoli la loro lingua, senza mescolarsi con i Romeni, al loro solito, ma mantenendo dei buoni rapporti con i vicini. Arrivarono ad essere, prima della II guerra mondiale, diverse centinaia di migliaia di persone. Il nazismo al potere in Germania rovinò tutto. I tedeschi romeni risposero volentieri, molto volentieri, troppo volentieri al richiamo nazionalistico della loro patria, pur essendosene allontanati da mezzo millennio. Accolsero a braccia aperte gli eserciti nazisti, al cui interno furono creati corpi da loro composti. E parteciparono alle nefandezze che quegli eserciti erano soliti compiere. Al momento della ritirata molti dei tedeschi della Transilvania seguirono l’esercito verso la Germania. Per quelli che restarono le cose non furono evidentemente rosee. Ma, passati i momenti più tesi ed arrivato Ceausescu al potere, i tedeschi della Transilvania, sia pure numericamente molto diminuiti, continuarono la loro vita di sempre. Nonostante quel che era successo durante la guerra, continuarono ad avere le scuole in tedesco, a vivere nelle loro case ea non subire discriminazioni. Un bell’esempio di tolleranza della Romania socialista.

Una tipica chiesa fortificata. Foto dal sito del progetto UNESCO.

Al crollo d quest’ultima, i tedeschi decisero di fuggire numerosi verso la ricchezza della loro patria riunificata, lasciando i villaggi fortificati e la miseria ai romeni. Ormai non ce ne sono quasi più, e quelli rimasti sono integrati e del tutto mescolati ai romeni-romeni.

I loro villaggi che non sono protetti dall’UNESCO si trovano in una condizione di grave sofferenza. Le vecchie case sono state occupate dai romeni che, con i soldi guadagnati con l’emigrazione le stanno “modernizzando” snaturandole. Certe chiese sono in rovina. Si perde così un’eccellente opportunità di sviluppo turistico diffuso in quella regione, (troppo spesso associata al solo richiamo di Dracula), come sta avvenendo nel Delta del Danubio.

 

Insospettabili frammenti di storia

La sede della “Commissione Europea del Danubio” a Sulina.

Girando per il mondo si trovano storie insospettabili. Questa riguarda un fiume e la prima Commissione Europea. Siamo nel 1856 e c’entra anche Cavour.

Si tratta della cittadina di Sulina, all’estrema estremità del Danubio, proprio alla foce del suo braccio centrale. Ci son finito perché volevo vedere come era il Delta d’inverno. L’ho trovato freddissimo e impraticabile, ma, come al solito, affascinante. A Sulina ci si arriva con una navicella da Tulcea, con tre o quattro ore di navigazione fra delle rive piuttosto insignificanti, almeno d’inverno. D’estate deve esser tutt’altra cosa. Non esiste strada, impossibile arrivarci per via terrestre.

A Sulina ho trovato, inaspettatissima, la seguente storia.

A seguito della guerra di Crimea, nel 1856 fu stabilito un trattato di Parigi che smilitarizzava ed internazionalizzava il Mar Nero, mentre il Danubio passava sotto il controllo dei Principati di Moldavia e Valacchia, i quali, solo nel 1918, alla fine della I guerra mondiale, si riunificheranno nella Romania attuale. Gli infiniti vai e vieni della storia dei Balcani.

I firmatari del trattato decisero di creare una “Commissione Europea del Danubio” che tutelasse la libertà di navigazione. Fra i belligeranti c’era anche il Regno di Sardegna che Cavour aveva voluto inserire in questo grande gioco in modo da arruffianarsi con i francesi e cercando la loro benevolenza riguardo al progetto di riunificazione dell’Italia sotto la corona dei suoi padroni Savoia.

Fu la prima volta che venne istituito un organismo che si chiamasse “Commissione Europea”. Con il garbo che contraddistingueva quei fondatori e che ancora oggi li caratterizza, Germania in testa, i membri del patto non pensarono nemmeno ad invitare il Principato di Moldavia sul cui territorio si trovava il Delta.

Le vecchie case di legno di Sulina.

La sede della Commissione fu posta a Sulina. Ogni paese membro vi inviò un delegato. Un bell’edificio fu costruito per ospitare la sede della Commissione, così come numerose palazzine residenziali per le abitazioni dei delegati e delle loro famiglie. Questi edifici sono ancora tutti lì.

Il porto di Sulina, che altro non è che il lungofiume, divenne importante. Le merci arrivavano con le chiatte che scendevano il Danubio e venivano imbarcate sulle navi che andavano ovunque nel mondo, attraverso il Mar Nero e i Dardanelli. O viceversa.

Fra delegati, agenti marittimi, uffici degli armatori, attività dei cantieri e del porto, Sulina diventò una città piena di fermento. Si costrui’ anche un faro che ormai non serve più a niente, dal momento che il Danubio è avanzato di tre o quattro chilometri.

Le nazionalità presenti, in virtù del Trattato o dei semplici interessi commerciali e marittimi, erano numerose: inglesi, francesi, italiani, tedeschi, greci, maltesi, armeni, turchi. Non mancavano gli ebrei. Ogni religione aveva la sua chiesa, ma il cimitero era uno solo, diviso in zone, secondo nazionalità e religione. Molte tombe sono ancora lì, piene di licheni ed erbacce, in un delizioso quadro decadente. Vi son sepolti anche dei familiari di Ugo Foscolo. Molti italiani della Dalmazia. Sepolti ai confini dell’Europa e mai tornati a casa.

La Commissione andò avanti fino al 1939, la II guerra spazzò via tutto. Alla fine della guerra, Sulina diventò l’armatissima frontiera fluvio-marittima della Romania e molte palazzine di stile sovietico furono costruite per ospitare militari e funzionari.

Con l’arrivo del capitalismo incomincia la rapida e profonda decadenza di Sulina, ridotta ormai ad una sorta di città fantasma. Le merci vanno ormai verso il porto di Costanza, grazie ad un canale artificiale e sono poche e piccole, le navi che passano la notte a Sulina aspettando di risalire il fiume verso Tulcea, il giorno dopo, partendo all’alba.

La spiaggia di Sulina in versione invernale.

Il turismo da qualche speranza, alcuni volenterosi organizzano bei giri nel Delta, con dei motoscafi. A due chilometri dalla città vi è una grande spiaggia che, d’estate, si riempie di turisti romani, per lo più famiglie. L’acqua è bassa e poco mossa, ma è anche assai melmosa e poco salata, così vicina alla foce del fiume. Nel paese ci sono numerose pensioncine ed affittacamere, un paio di alberghi.

Ma il grosso dei turisti internazionali che vogliono visitare il Delta fanno base a Tulcea da dove partono i tour su imbarcazioni più importanti. Anche le crociere sul Danubio si arrestano a Tulcea.

Una delle tombe degli italiani di Sulina, in questo caso della famiglia Foscolo, di Zante, come Ugo.

E Sulina con la sua storia, i suoi edifici e chiese, il suo commovente  cimitero, il suo essere il punto più orientale dell’Unione Europea, sta scomparendo. Un posto da visitare, un luogo della storia e dell’anima.

Le terme di Bucarest

Bucarest non offre molto al turista, specialmente d’inverno, al freddo e al gelo. Ma vi sono le terme dove passare una giornata. Si trovano ad una trentina di km dal centro della citta; ci si arriva facilmente e a comodo prezzo con un taxi (meglio Uber, piu trasparente, mentre i taxi normali sono soliti taglieggiare e truffare l’ignaro turista) o con una navetta gratuita che parte ed arriva ogni due ore da Piazza Romana (vale la pena provarla, l’autista brucia i rossi come se fosse un`ambulanza, gli orari sono sul sito delle terme).

Gli orari dele terme sono lunghissimi e si può entrare la mattina ed uscirne a notte fonda.

L’enorme edificio delle terme, tutto in vetri, è concepito come una serra piena di grandi palme ed altri alberi tropicali. Fra queste sono sistemate le piscine ed i lettini. Vi sono tre fasce di prezzi e servizi. La prima da accesso ad un solo edificio, adatto alla prole. Ci sono molti scivoli e tre piscine, una per i ragazzi, una per gli adulti ed una esterna, ma riscaldata. L’insieme non è molto bello, le palme sono piccole, le luci basse, l’atmosfera vi e un po’ sciatta.

Pagando un po’ di più si ha accesso all’edificio principale con la grande piscina, in parte interna ed in parte esterna, ma, ovviamente, riscaldata. Un bar ha il bancone nella piscina stessa e si puo bere restando ammollo. In questa parte delle terme, le palme sono piu belle, le vetrate sull’esterno più ampie, l’atmosfera più ricca. Vi sono anche piscinette con acque salate, al litio e cose così. Si può entrare nella piscina, prendere qualcosa da bere, passare una porta semisommersa ed andare a bersela nella parte esterna, di notte, mentre nevica, restando nell’acqua calduccina fino al mento. Non è male.

Vi e infine un terzo livello di prezzi che permette l’accesso ad una terza e soprastante area (oltre, ovviamente, alle prime due) con le saune ed aree di relax molto tranquille. Nelle tre aree vi sono anche i bagni turchi, di vapore.

Tre ristoranti, uno per livello di prezzo, completano la faccenda. Si possono affittare costumi, ciabatte, asciugami, accappatoi. Il prezzo di entrata varia fra i 10 ed i 25 euro a seconda del livello scelto, della durata della permanenza, del giorno prescelto (il fine settimana è più caro). I prezzi delle consumazioni sono assai ragionevoli. E ti danno una fascetta tecnologica da mettere al polso su cui farti addebitare le consumazioni e pagare poi tutto insieme all’uscita, in totale trasparenza.

Durante l’estate vi sono grandi spazi all’aperto con il prato, gli ombrelloni e la piscina a temperatura ambiente. Ho visto che nuovi padiglioni sono in costruzione.

Tutto meraviglioso, quindi? Beh, no, purtroppo. Ed i purtroppo sono numerosi. Per prima cosa: l’acqua, i bagni turchi, le saune non sono molto caldi. Mancano diversi gradi per stare veramente al caldo. Si sta bene, ma non ci si lessa come si vorrebbe fare quando si va alle terme. Poi le piscine sono basse e bisogna sempre stare in ginocchio, per restare immersi. Ed i giochi d’acqua, soprattutto all esterno (jacuzzi, getti per i massaggi, correnti d’acqua) sono pochi e modesti.

Poi il personale è di una maleducazione proverbiale. Se ti siedi sul legno delle panche delle saune e non sull’asciugamano ti trattano come un delinquente. Se sei incerto sul da farsi, alla cassa, ti incitano come se tu fossi una pecora in un gregge.

Ma il problema maggiore è che questo complesso non sa bene cosa vuole essere. E’ progettato e gestito senza una idea precisa di cosa siano le terme. Da una parte vorrebbero essere una specie di aqualand, ma i giochi d’acqua e le cascate e gli scivoli sono troppo modesti per aspirare ad esserlo.

Ma non sono nemmeno delle terme tipo relax, benessere, wellness: l’acqua non èabbastanza calda, vi circola troppa gente,la musica ambientale è a volte frastornante, da discoteca. Le saune non sono assolutamente all’altezza degli standard che si trovano ormai ovunque: sono troppo grandi e le persone entrano ed escono continuamente lasciando entrare l’aria dall’esterno; in alcune ho notato che le porte non chiudono bene e lasciano passare tremendi spifferi. In quasi tutte le sane (con una sola eccezione) la temperatura è bassa e non hanno il catino con il romaiuolo per gettare l’acqua sulle pietre. In una delle saune è montato uno schermo gigante dove vengono proiettati i documentari naturalistici della BBC. Una sauna-cinema non si era mai vista. Altre saune hanno ambientazioni arabe o alpine, ma è solo scena, la temperatura è bassa. Si esce dalle saune perchè ci è venuto a noia restarci, non per aver raggiunto il limite di sopportazione del caldo, come deve essere.

Il costume è obbligatorio ovunque. Niente a che vedere, insomma, con le terme-benessere di tipo alpino-tedesco.

Ed infine si è voluto dare a tutto l’ambiente una atmosfera tecnologica con schermi, effetti luminosi, musica ambientale; tutto ciò è l’esatto contrario delle saune di tipo finlandese.

Il pubblico finisce per essere un misto fra turisti, expat, locali benestanti assidui o locali tamarri occasionali impedendo totalmente il sapore popolare che hanno le terme ungheresi. Ci ho visto sto anche un sacco di gente strana che assomigliavano molto a militari israeliani o a mafiosi caucasici. Donne in tchador ed altre evidentemente prezzolate. L’osservazione del pubblico può essere interessante e istruttiva.

La terme di Bucarest finiscono quindi per essere un grosso e dispendioso tentativo riuscito male in tutti i sensi, per un verso o per l’altro. Ci si puo passare una giornata, ma si finira per restarne un po delusi.

Delta del Danubio

Casa tradizionale a Mila 23. (Foto di Spiridon Ion Cepleanu da Wikimedia Commons)

Un viaggio insolito in un luogo insolito. Vicino ma fuori dal mondo, toccante ed affascinante. Un altro Delta, quello del Danubio.

Gli ambienti terrestre-fluviale-marino-lacustri mi emozionano, mi mettono una calma frenesia addosso; mi trasmettono la loro natura contraddittoria, complessa, variegata, multiforme. Ne ho parlato molto riguardo al Delta del Po, d’estate e d’inverno. Ma anche di quell’incredibile mondo a sé stante che è il Delta del Tigre a Buenos Aires o lo sbalorditivo Delta del Rio delle Amazzoni a Belém.

Qui si affronta un fiume di ben maggiore importanza, lunghezza e capienza del Po. Ma siamo lontani dal Danubio un po’ artefatto dell’Austria dove traversa linde contrade portando pensionati tedeschi in crociera. O anche da quello cosmopolita e foriero di lusinghe di Budapest o di Belgrado.  Qua siamo proprio in fondo, nell’angolo povero dell’ancor povera Romania, se non, addirittura, in Ucraina. Non ci sono più le paffutelle contadinotte tedesche o le raffinatissime ragazze ungheresi. Qui la fanno da padrone i rudi ed irsuti pescatori romeni con le loro mogli avvezze al freddo, all’umidità, al lavoro. Non ci sono più dighe, chiuse, centrali, banchine ben mantenute con i cigni che si allisciano voluttuosi le bianche piume. Fine delle piste ciclabili con le fontanelle per i ciclisti assetati. Qua siamo nel duro mondo della natura non doma e renitente ad aiutare l’umanità. Natura acquatica che frena i passi e terrestre che frena le barche. Posti durissimi, fin da sempre: Augusto ci mandò in esilio il pettegolo Ovidio, perché in un posto peggiore non lo poteva mandare. Balcani profondi, terre di mille suggestioni.

Io ci andai molto anni fa, in un bellissimo viaggio in una Romania non ancora europeizzata; nel Delta fummo raggiunti dalla notizia della morte di mia suocera, e ciò vela quel ricordo. Per scrivere questo post con notizie più fresche, ho saccheggiato quest’altro articolo di un giovine blogger, che ringrazio.

Foto di Cody escadron delta da Wikimedia Commons

E’ enorme, 3.500 km quadrati, venti volte il Delta del Po; in gran parte parco naturale. Il punto di accesso più facile è la brutta città di Tulcea, in Romania, prossima all’inizio del delta. Da lì partono i tre bracci del fiume, lunghi fra i 70 e i 120 chilometri prima di arrivare al Mar Nero. A differenza del delta del Po, largamente bonificato e coltivato o del delta del Tigre, diffusamente popolato di seconde residenze, il delta del Danubio è selvaggio e relativamente intonso. Il braccio centrale, quello di Sulina, è costantemente dragato per permettere la circolazione delle navi; per il resto è tutto lasciato a se stesso, fortunatamente. Non vi sono strade in tutta quell’enorme distesa che sta fra il braccio superiore, quello di Chilia, a nord e quello di San Giorgio a sud.

Nella muffita città di Tulcea si trovano numerose possibilità per fare un giro nel Delta; ora molte di più di quando ci andai io. Vi sono dei trasporti pubblici per le poche cittadini e villaggi dell’interno del delta; battelli per i gruppi che fanno delle crocerine di qualche ora, motoscafi veloci per i turisti ricchi, barchette dei pescatori per i giri nei canali più piccoli. Molti romeni vanno a Sulima a passare le vacanze al mare: a pochi minuti a piedi vi sono delle grandi spiagge, certo meno care di quelle più rinomate di Mamaia a Costanza. Lungo certi canali sono nate attività per i turisti: baracche dove mangiare, chioschi dove noleggiare barche o kayak, postazioni per l’osservazione degli uccelli; nelle cittadine soluzioni di varie tipo per dormire, anche in case su palafitte. Tutto ciò nello spirito un po’ dimesso e povero, ma molto accogliente, tipico della Romania e di quasi tutti i Balcani. E l’economia, fino a poco tempo fa, esclusivamente basata sulla pesca fluviale o sui trasporti lungo il braccio principale del Danubio, si sta poco a poco trasformando e rinforzando con il turismo. E ciò non può che essere positivo, per evitare lo spopolamento di una zona già tradizionalmente ben poco abitata.

Foto di Ben Skála, Benfoto da Wikicommons

Ricordo di aver visto accampamenti di pescatori su certe rive, fra fiume e laghi, in mezzo al fango: vivevano in tende, pescavano con barche a remi; le mogli affumicavano il pesce. Condizioni di vita poverissime e molto dure. Spero che siano migliorate, ma l’articolo citato dice che gli accampamenti esistono ancora. Isolati, lontani gli uni dagli altri.

Naturalmente si mangia pesce di fiume accompagnata dalla solita mamaliguta cu smantana che sarebbe la polenta con la crema di latte sopra. Oppure le zuppe, che sono una delle specialità romene, ovviamente di pesce.

Ma cosa ci si va a fare in un delta? Perché in effetti, poi, a ben vedere, il paesaggio è assai monotono: tutto piattissimo, infinite rive boscose oltre alle quali poco si vede. Canaletti interni serpeggianti con le solite rive boscose ed acquitrini all’interno. Lìacqua del fiume e dei canali è ovviamente melmosa, caffellatte. Borgate povere e recenti (il fiume ogni tanto spazza tutto) buttate là su rive fangose. Quando la vista si apre appaiono vastissimi spazi nudi di tutto fuorché dell’immancabile fila di alberi, laggiù in fondo.  Certo, nel Delta del Danubio ci sono una infinità di specie di uccelli che vanno a nidificare in quelle tranquille distese e tanti pesci diversi e millanta piante diverse. E’ uno dei luoghi al mondo con la maggiore biodiversità. Ma son cose che possono attirare ornitologi o botanici. Il comune turista non saprà certamente distinguere un uccello da un altro, con la notevole eccezione del simbolo di questa regione: il pellicano.

No, ciò che ci attira nei delta non sono i paesaggi o la flora o la fauna. Quel che ci affascina è la complessità dell’ambiente. Quella irresolutezza della natura che ha giocato con tutti gli elementi senza riuscire a separarli. E’ l’incertezza dell’essere; la situazione amletica del Creato. Ecco, la Genesi ci dice che il terzo giorno Dio separò l’acqua dall’asciutto che chiamò terra. Errore. Nei Delta non fu affatto così: l’acqua e la terra si opposero fermamente alle discriminazioni divine; da un parte i maschi e dall’altra le femmine. Nel delta, acqua e terra vollero rimanere felicemente insieme, a giocare l’una con l’altro. Da questa unione sorsero infiniti esseri che non possono stare senza l’uno e senza l’altro, insieme. I più felici fra loro sono gli uccelli acquatici che stanno con le zampe nell’acqua, grufolano nel fango cercando vermetti e possono anche permettersi di sbattere le ali nell’aria.

E noi ci beiamo di questa felice comunità naturale.

Foto di AcaroDerivative work da Wikimedia Commons

 

 

Turismo d’atmosfera nei Balcani

I Balcani possono essere un eccellente campo per l’esercizio di un nuovo turismo: quello d’atmosfera.

Siamo stanchi del mare sovraffollato, appiccicoso e caro; ma anche delle Dolomiti che lo sono altrettanto. Non ci interessano più le città d’arte, diventate dei parchi tematici, come Firenze. Ci sono venuti a noia i borghi storici, snaturati, leziosi e pieni di negozi di fasulli km 0. E non cadiamo nel trappolone del turismo esperienziale, fatto per spennare i poveri turisti con attività bidone.

No, tutto ciò non ci interessa più, lo lasciamo ai forzati dei selfie.

Vogliamo andare in luoghi dove i turisti siano pochi e al massimo locali; non vogliamo per forza vedere cose eccezionali, quelle che affollano le guide della banale Lonely Planet; vogliamo trovare gente non ancora prostituita dal facile denaro del turismo. Vogliamo gustare, con calma, atmosfere reali, modeste, interessanti, stimolanti. Cose nuove, non ovvie. Se no, resto a casa.

E di turismo d’atmosfera nei Balcani se ne può fare a bizzeffe.

Gli elementi favorevoli sono molti: non ci sono che poche attrazioni clamorose, ma una infinita’ di piccoli gioielli da visitare con piacere ed in tranquillità. I Balcani sono vasti, molti paesi, molti popoli, molte nicchie:  molti viaggi sono possibili senza tornare sulle proprie orme. I Balcani sono poco turisticizzati: è quindi possibile viaggiare incrociando un piccolo numero di altri turisti: pochi internazionali, qualcuno di più, nazionale. Non vi è pericolo che la massa turistica inquini l’atmosfera.

Nei Balcani la cucina è contadina, diretta, vera, abbondante. Non vi rovinerete la cena trovando rivisitazioni, fusioni, esotismi, prese per il culo, porzioncine. Sarà quindi un gran piacere sedersi in ristoranti e trattorie, dove sarete sicuri di mangiare esclusivamente cose che i locali mangiano quotidianamente. Il menu magari sarà solo in lingua locale, ma questo fa parte dell’atmosfera. Infinita la gamma del cibo di strada, da frequentare con assiduita’. E non sottovalutiamo che nei Balcani si spende poco e che quindi i viaggi possono durare più a lungo ed il viaggiatote non sarà economicamete stressato.

Ma il centro dell’interesse del turista d’atmosfera nei Balcani sarà riconoscere le infinite sfumature fra un popolo ed un altro, destreggiarsi fra le differenti lingue, tutte strettamente ostrogote, riconoscere le influenze ottomane, slave, austro-ungariche, veneziane, greche, turche, russe e tutte le altre. Osservare la penetrazione della modernità nei substrati culturali precedenti. Vedere quali sono le culture in espansione e quelle in regressione, luogo per luogo: dove le ragazze sono in minigonna e dove vanno velate; come l’hamburger americano se la batte con la gemella pleiskavica serba.

Il buon turista d’atmosfera riconoscerà alla prima occhiata il paesino mussulmano, cristiano, albanese, rom, da sempre slavo, socialista, tedesco, russo, d’influenza greca, ecc, ecc, ecc, senza fine. Seguirà il serpentaggiante confine fra l’ospitalità ottomana e la concreta schiettezza slava, non dimenticando le isole della complessità neolatina o greca, molto più sfuggente. Passerà con disinvoltura dal bazar ottomano al viale cristiano, al quartiere Rom e tutto nella stessa citta’.

La pleiskaviza e’ un hamburger, ma molto più antico e saporito, diffuso in tutti i Balcani. Per mangiarlo bisogna andare a Leskovac, in Serbia, dove è nato.

E si muoverà come un pesce in questo mare magnum perché ama le differenze e le apprezza, rifuggendo la standardizzazione del  turismo globalizzato. Passerà molto tempo nel bar alternando birra, vino, tè, caffè turco, grappa ed anice; stando attento a non sbagliare la comanda, secondo il luogo!

E dopo un lungo viaggio, non avrà visto nulla che valga la pena di raccontare alle cene, ma avrà annusato la meraviglia della complessità dell’avventura umana in una delle regioni dove è riuscita a dare il meglio ed il peggio di sé.

E se non vi interessa il turismo d’atmosfera andate pure in un resort a Malindi a vedere le danza dei Masai sul bordo della piscina. O fatevi una bella crociera ai Caraibi!

​Vertigine balcanica

Alessandro Magno, orgoglio della Macedonia, anche se non ebe niente a che vedere con quel paese….

Sono ancora una volta nei Balcani e son colto da un profondo stupore. Sono attonito e febbrile, curioso di tutto; spaventato dai conflitti che hanno attraversato questa terra; meravigliato dall’unità, omogeneità di questa regione pur lacerata da mille divisioni. In qualche modo l’unità nella molteplicità: i Balcani sono lo specchio della condizione umana. Insomma mi par d’essere un bambino davanti ad un giocattolo miserioso.

Cerco i tratti culturali comuni a queste colture, ed, allo stesso tempo, tento di individuare le fratture, vecchissime o nuovissime. Mi intenerisco vedendo le casette quadrate dei villaggi, ognuna separata dalle altre, tutte con il tetto di tegole rosse, a volte sotto un minareto, a volte sotto un campanile. Dalla finestra della mia camera guardo l’orribile croce luminosa sulla collina che sovrasta Skopje, mentre il muezzim canta la sua faccenda e i macedoni di lingua albanese, in piazza, rivendicano qualcosa sventolando la bandiera albanese.

Sono sbalordito dal numero dei popoli che abitano questa non grande parte di Europa; ogni giorno ne salta fuori uno nuovo, con la sua lingua, la sua zona, la sua storia. Oggi e’ stato il turno degli Arumeni che scopro essere dei Daci romanizzati mescolati un poco con gli slavi. Ieri sono stati gli Aiducchi, milizia anti-ottomana, poi popolo. Gli incroci sono pirotecnici : la stessa Madre Teresa di Calcutta era Macedone, ma di etnia Albanese e di religione né ortodossa né mussulmana, ma cattolica.

Vecchi che si riposano dopo esser stati al mercato, hanno le borse.

Miscele, miscele, miscele. Una boccata di vitalità nel sopore mortale della globalizzazione che appiattisce tutto in un solo centro commerciale della cultura mercantile. Nei Balcani ognuno resta attaccatissimo alle proprie cosine; e pur coabitando a stretto contatto con gli altri ( a volte in conflitto, ahimè) mantiene la propria identità.

In poche centinaia di chilometri, undici nazioni (Croazia, Serbia, Bosnia, Albania, Montenegro, Kossovo, Macedonia, Grecia, Turchia, Bulgaria, Romania), cinque religioni (ortodossa slava, ortodossa greca, cattolica, mussulmana, ebrea), cinque grandi ceppi linguistici (slavo, turco, latino, greco, albanese) con decine di lingue e dialetti diversi, tre alfabeti (latino, cirillico, greco), quattro enormi imperi nel passato (romano, bizantino, ottomano, austro-ungarico) e un popolo che sfida la storia e che si ritrova ovunque: i Rom.

Un delirio di variabilità, ma con una casa comune: i Balcani. Piatto ricco, mi ci ficco.

(Per seguire i fatti balcanici, consiglio il sito dell’Osservatorio dei Balcani e del Caucaso, in italiano)