I retroscena poco etici del turismo solidale

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Alcune ONG attive nella cooperazione internazionali dettero vita a cavallo del 2000 ad una agenzia che poi è divenuta “Viaggi Solidali”, a sua volta membro dell’Associazione Italiana Turismo Responsabile”, AITR, in sigla.

Il fatto che questa agenzia nasca come diretta espressione di ONG per la cooperazione internazionale e’ un primo segnale per comprendere come funziona la faccenda.

Che il lettore veda per prima cosa alcuni esempi di Viaggi Solidali, scelti senza particolare cattiveria, nel paniere di quelli disponibili per il 2018.

Ma perche’ nasce questa nicchia del turismo solidale? I motivi sono diversi e convergenti.

In primo luogo vi e’ una certa idea di sviluppo turistico che ha avuto, negli ultimi decenni un particolare sviluppo in Toscana. (Per questo motivo va sotto il nome di “modello Toscano”). Si tratta di un turismo fatto di individui, coppie, famiglie, al massimo piccolissimi gruppi che si muovono agilmente sul territorio, visitando borghi e campagne e appoggiandosi per mangiare e per dormire a B&B, a piccoli ristoranti, a trattorie piu’ o meno familiari, soprattutto ad agriturismi o a piccoli alberghi familiari nei paesini del Chianti, della Maremma, meno del Valdarno. In questo tipo di turismo si congiungono, ora dopo ora, gli aspetti culturali (chiese, borghi, musei), quelli paesaggistici (il famoso paesaggio toscano fatto di dolci colline tempestate di vigneti ed oliveti) e quelli enogastronomici sia per il consumo immediato nelle trattorie e negli agriturismi, sia per l’acquisto di olio, vino e salumi per il successivo consumo a casa propria. E’ un modello di grande successo che fa vivere molte zone. Da notare che tale turismo non e’ per niente a buon mercato.

Torniamo alla cooperazione internazionale: i progetti sono alla perenne ricerca di idee su come imbastire azioni che possano rinforzare le povere economie dei famiglie sulle quali agiscono i progetti stessi. In questa ricerca, spesso diperata, si fa ricorso alche al turismo che tanta importanza ha ormai nel mondo e che pare sia la gallina dalle uova d’oro.  Alcuni progetti sono quindi diretti a far nascere e sviluppare iniziative turistiche di base. E non solo! I progetti di cooperazione internazionale hanno alcune caratteristiche intrinseche: hanno a che fare con piccole realtà locali, portano molta attenzione alle famiglie, hanno forti legami con il territorio e dispongono di modesti capitali da investire. Si da il caso che siano assolutamente le stesse caratteristiche che contraddistinguono il modello turistico toscano.

E’ stato quindi naturale che i progetti turistici escogitati dalla cooperazione internazionale abbiano preso a modello quanto veniva fatto in Toscana. A prima vista poteva essere un connubio efficace, tanto più che si poteva aggiungere alla parte turistica anche quella agricola che avrebbe prodotto cibi da vendere ai turisti; esattamente come si fa in Toscana. In quel caso sarebbero stati cacao, caffè, spezie o altro.

Sulla base della concezione fin qui esposta, alcuni donatori di fondi per la cooperazione internaionale come il Ministero degli Affari Esteri italiano o l’Unione Europea hanno pensato di stanziare dei soldi per lo sviluppo turistico dei paesi del sud. E le ONG vi si sono buttate a capofitto. Vi sono stati dei progetti a Capo Verde,  in Sierra Leone, in Senegal, in America Centrale ed altrove.

Pochi hanno funzionato. Soprattutto perchè l’analisi della situazione era completamente sbagliata. Infatti il modello toscano funziona perchè la Toscana è ricchissima di attrazioni turistiche storiche ed artistiche, perchè il paesaggio toscano gode di grande fama e perchè le dimore rurali vi sono spesso cariche del fascino dell’antico. Ben diversa la situazione nei paesi del sud dove poche sono le cose da vedere e di poco interesse, il paesaggio è meno attraente o più monotono e si soggiorna in capanne o casucce. Quindi pochissime le cose degne di attenzione da parte di un turista. Ed infine, il turista medio, quello dei selfie su Facebook è molto fiero di dire di essere stato in Toscana; molto meno di vantarsi di essere stato in Sierra Leone.

Di fronte alle difficoltà di far decollare quei progetti alcune ONG fondarono quella che sarebbe poi divenuta l’agenzia “Viaggi Solidali”; fu un estremo tentativo di chiamare turisti verso quei progetti che non riuscivano a produrre risultati concreti per le tasche delle popolazioni locali, che pure erano state illuse di diventare degli imprenditori turistici. Si volle, in altre parole, diventare non solo fornitori di proposte turistiche, ma anche organizzatori di viaggi. E dal momento che quei luoghi, quelle realtà, offrivano poche attrazioni turistiche se ne fabbricò di sana pianta una nuova:  la solidarietà!

Ci si riallacciava alla vecchia tradizione cattolica e missionaria seconda la quale i devoti volentorosi andavano a passare le proprie vacanze a lavorare nelle Missioni, ad aiutare i poveri, in Africa o nel Mato Grosso.

Ma come quasi tutto ciò che imbastisce la cooperazione internazionale anche l’esperienza tristica solidale fallì rapidamente. Tanto che Viaggi Solidali è poi diventata un’agenzia come molte altre che di solidale mantiene solo il nome e poche attività di facciata all’interno del programma dei viaggi.

Tutta l’operazione nasce quindi più per un sostegno alle attività delle ONG italiane che per lo sviluppo di quel turismo. Era in sostanza un’attività di autopromozione e di facciata delle ONG. Un modo per dimostrare ai donatori dei fondi dei progetti che si era voluto integrare l’intera catena: fumo negli occhi. Nessuno si interessava molto ai beneficiari nei paesi del sud ed ai turisti.

Ma vi è un altro aspetto ben più grave da un punto di vista etico. L’italiano medio (ma anche quello un pò più avvertito) non conosce praticamente niente delle condizioni di vita nei paesi del sud del mondo. Vi si reca, a volte, per delle brevi vacanze balneari o sessuali; per molti l’Africa è Malindi e l’America Latina sono le ragazze di Cuba o di Rio.  Inoltre gli italiani non sanno più, fortunatamente per loro, distinguere le 50 sfumature della povertà.

Mettere delle persone siffatte a contatto con i progetti sociali nel sud è un abominio. Non sono pronti a vedere, non sapranno giudicare, capiranno poco e male. L’operazione è subdola: si colpisce all’anima sensibile del turista (ignorante delle cose del mondo) per alleggerirgli il portafoglio.

All’interno di una vacanza si vedranno miserie umane che non si sapranno inquadrare nel loro contesto sociale ed economico; si cerca la pietà, non la solidarietà. E si ripropone il vecchio stereotipo del bianco buono che aiuta il povero negro. E’ una trappola infernale.  Che immagine di quel paese riporterà a casa quel  turista? Cosa avrà capito dei meccanismi della cooperazione internazionale che finanzia quei progetti, a volte per scopi inconfessabili?

Peggio ancora per i locali che saranno mostrati ai gruppetti di turisti come esempi di qualcosa e non come persone.  In questo circo faranno la parte dei poveri, dei malati, dei disgraziati. Un teatrino che accresce le distanze invece che attenuarle. Un gioco delle parti fra il morto di fame ed il turista che non vede l’ora di farsi un Daiquiri sulla spiaggia, sentendosi molto buono per i 70 € che ha donato.

Un’operazione commerciale. E vi pare etico il turismo solidale?