Andare in India? Direi di no.

Il celeberrimo tempio di Virupaksha ad Hampi. E’ difficile attraversare questo piazzale perchè si è aggrediti da delle scimmie che vogliono rubare le banane che si sta portando ad un elefante che vive nel tempio. India…. (Foto di Vu2sga da Wikicommons)

Durante il lungo viaggio in India, tutto il tema della spiritualità indù si è rivelata essere una enorme trappola che si è venuta creando nei millenni al fine sottomettere le oceaniche folle che popolano quello sterminato paese.

Questa pare essere una affermazione molto forte e che solleverà l’indignazione degli irriducibili dell’India, ma che il sistema filosofico dell’induismo sia (anche? soprattutto?) uno stratagemma da furbacchioni salta agli occhi di tutti. La massa di occidentali “modello New Age”, che andavano in India per misticismo, non hanno fatto che cadere nella stessa trappola.

Non è qu9indi per il misticismo, la religosità, la filosofia che andremo in India. Bkisognerà trovare un altro motivo; questo è omai usurato ed inservibile. (Ben diversa, invece, la situazione in uno degli Stati satelliti dell’India che è il Sikkim. In questo Stato del nord la religione ed il modo di pensare sono buddisti e l’atmodfera è ben più piacevole.)

Si può andare in India, allora, per farsi delle canne; l’erba si trova facilmente, a poco prezzo e il consumo è ammesso, almeno in certi Stati ed in certe condizioni. Questo mi sembra un buon motivo. E probabilmente è uno scopo molto diffuso fra i viaggiatori abituali verso quel paese.

Andare a vedere dei monumenti?  Certo, è possibile, ve ne sono molti. Ma, ahimè, non si capiscono. Il turista occidentale, che non abbia una precisa e dettagliata cultura sulla storia dell’arte indiana, nelle sue infinite dimensioni geografiche e storiche, non capirà niente di quel che vedrà. Gli stili sono troppo diversi dai nostri e non riusciamo a collocarli in una linea temporale o stilistica. Ci appaiono come strane cose fatte chissà quando e per non si sa quale scopo. Ci ridurremo ad apprezzare solo le statuette di giovini poppute allacciate negli amplessi del kamasutra. Un pò pochino.

Il migliore esempio di quanto dico è Hampi, importantissimo centro religioso, storico e monumentale, visitato da frotte di gente da tutto il mondo. Oltre al famosissimo tempio Virupaksha, ci sono una infinità di altre costruzioni di bellissimo granito: tutte molto belle, ma che non risvegliano in noi nessuna eco. Costruiti lungo molti secoli, non riusciamo nemmeno a distinguere i più antichi dai più recenti. Li osserviamo ma non capiamo niente di loro e della loro essenza. Sono come manufatti alieni a noi del tutto estranei.

Pollo al peperoncino: più peperoncino che pollo. (Foto di stu_spivack via Wikimedia Commons)

Andiamo in India perchè ci piace l’avventura? Beh, non ce n’e’ molta. L’India è terribilmente abitata, c’e’ gente dappertutto e son quasi sempre gentili e garbati. Se si esclude il traffico soffocante e suicida in città e fuori città, non credo che vi siano pericoli di sorta. Nemmeno lo scansare le pacifiche mucche sui marciapiedi può essere definito avventura. Certo è che l’estremo affollamento di ogni luogo lascia delle tracce; lo stato di sporcizia è avanzato. Non potrebbe essere altrimenti con tali folle in strada; lo capiamo e non ne possiamo certo restare disgustati (del resto l’ordine e l’igiene eccessivi non ci sono mai piaciuti), ma ci stanchiamo dopo aver passato un tot di giorni esposti a tale tripudio di sudicio. Giusto per fare un esempio: gli indiani sono ghiotti di certe foglie che, vanno  masticate e che producono molta saliva rossa da sputare con frequenza. Non potendolo fare a terra perchè i passanti sono talmente numerosi che non c’e’ quasi mai il decimetro quadro di suolo libero per farlo, si sputa quell’intingolo rossastro sui muri delle case e dei palazzi che costeggiano i marciapiedi. Quelle pareti finiscono per avere una balza rossa; dopo un pò viene a noia.  Anche evitare le cacche delle mucche, come fossimo sui pascoli alpini, non è il massimo. Questa convivenza con il sudicio non può essere definita avventura.

Ecco! Andiamo in India per vederne il famoso colore locale. Non lo troveremo più. L’India si è incredibilmente sviluppata ed è ormai diventata una enorme periferia industriale. Le strade fra una città ed un’altra sono perennemente costeggiate da file di brutte casette, con grandi insegne commerciali, mentre la campagna si intravede appena alle loro spalle. Le città sono diventate come tutte le citta dei paesi di intermedia ricchezza: grandi, squallide, brutte. Alla fine l’unico aspetto folcloristico è prendere quegli incredibili, infiniti treni che attraversano il paese. Si dovrà penare molto a studiare il percorso, il nome del treno, gli orari, il numero delle classi in cui sono suddivisi. Si penerà altrettanto ad acquistarne i biglietti. Vi sembra sufficente come colore locale? A me non sembra.

L’uso della spiaggia da parte degli indiani è contemplativo e non ludico: non si fa il bagno, non si prende il sole, non ci si spoglia, non ci si beve una birra. Monacale. (Foto di Syamantaksen92 via Wikimedia Commons)

Per le spiagge ed il mare non si va in India.  E non perchè non vi siano le une e l’altro. Ma perchè gli indiani sono terribilmente puritani e in spiaggia non si può stare in costume. In certi luoghi è stato trovato una specie di accordo per il quale vi sono le spiagge per gli indiani e quelle per i turisti che possono stare in costume: apartheid vestimentario, orribile. E questo ossessionante puritanesimo toglie ogni possibilità ai giovani di praticare amori da turista. I vecchi hippies che andavano nudi in giro, accanto alle vecchiette, lo facevano a Goa dove son cristiani e non ci badavano, ma era una eccezione.

E la gastronomia? Un calvario, dimenticatevi i ristorantini indiani in Italia. Il livello di piccante nei cibi è assolutamente inimmaginabile; anche il latte della mattina è speziato; l’alcool è ovviamente proibito o malvisto quasi ovunque; i ristoranti sono rigidamente divisi fra vegetariani e non e quindi o l’uno o l’altro (in una cucina vegetariana, la carne non può entrare). Vi basta?

Alcuni che conosco vanno in India perchè costa poco e possono andare in giro come se fossero hippies degli anni ’60. E cio’, francamente, è un pò penoso.

A questo punto mi pare superfluo che vi dica che, secondo me, è meglio non andare in India. A questo mio sconsiglio, si obbietta spesso che l’India è talmente complessa e variegata e grande e multiforme che bisogna andarci e lasciarsi prendere dalla sua magia. Io non sono affatto in disaccordo con questa visione. Sono sempre stato attirato dalla complessità. Il fatto è che non ci ho trovato nessuna magia, tutto il contrario.

(La foto della tigre è di Dibyendu Ash via Wikimedia Commons)

Spiagge brasiliane

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Barra de Gramame, Joao Pessoa.

La massima aspirazione del turista balneare brasiliano è la seguente: arrivare con le macchine (meglio un bussino) sulla spiaggia in compagnia di almeno altre quindici persone, fra parenti, amici, conoscenti, vicini, amici di amici. Scendere di macchina ed occupare immediatamente il primo tavolino con ombrellone disponibile; quanto più vicino al parcheggio e lontano dal bagnasciuga, meglio. I tavolini sono ad un centimetro l’uno dall’altro; i brasiliani sono molto spesso abbondanti: i camerieri sono maghi di contorsionismo per arrivare a servire. Il secondo passo è ordinare un enorme pranzo, di dimensioni natalizie abbondantemente innaffiato da birra e caipirigne. Mangiare nella calca. Andarsene, senza aver nemmeno guardato il mare.

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Nei pressi di Natal. Perchè dovranno stare così fitti, se c’e’ tanto spazio?

Quindi le spiagge brasiliane sono inverosimilmente zeppe di gente vicino al parcheggio ed assolutamente deserte 10 metri oltre l’ultimo tavolino.

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Praia da Pipa, Natal.

Il nostro standard di ombrellone, con due sdraie e il telo a terra, non esiste. Qua usano ombrelloni abbastanza piccoli sotto ai quali si mettono tavoli e sedie di plastica coloratissima con la pubblicità della Coca Cola o simili. Nessuno si siede a terra, tutti con le gambe sotto il tavolino.  Non esiste ristorante al mondo in cui i clienti siano così fitti. All’interno della massa sudata dei bagnanti è come stare su un autobus all’ora di punta; ma con un frastuono di voci e musica da stordire. Ogni “bagno – ristorante” ha la sua musica, quindi queste si mescolano. I più smaliziati dei clienti portano la propria fonte di musica e mettono il volume a palla; nessuno sente più nulla, solo un grigio assordante rumore.  Naturalmente su tutto aleggia il sempiterno puzzo di fritto.

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Tambaba, Joao Pessoa

Nessuno prende il sole, pochissimi passeggiano sul bagnasciuga, il bagno lo fanno solo i bambini e gli adolescenti. Qualcuno gioca a racchettoni, ma solo se hanno un fisico da modello. Qualche ragazza esibizionista e vanitosa sculetta un pò a giro, a mostrar le rotondità, a quelli dei racchettoni.

Le grandi spiagge urbane sono un pò meglio: a Copacabana o a Ipanema, le dimensioni enormi delle spiagge permettono una maggior dispersione del bagnante locale; inoltre l’atmosfera carioca rende un pò glamour il rito della spiaggia.

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Praia do Coqueirinho, Joao Pessoa.

I brasiliani vanno moltissimo al mare e quindi rappresentano la stragrande maggioranza delle presenze. Le altre nazionalità si diluiscono. Quindi lo stile generale dei comportamenti balneari sono loro a determinarlo. Gli europei, con i loro modi un pò meno caciaroni, sono una impotente goccia in un mare di casinisti. Gli argentini sono un pò piu’ numerosi; vengono in Brasile per sfuggire al loro tristissimo Mar del Plata, ma si adeguano, un pò frastornati, ai modi locali, che per loro, sempre così rigidi, sono straordinariamente disinibiti. Qualche isola di italiani a Jericoara o alla spiaggia di Pipa.

Quindi fuori dalla combinazione parcheggio-area ombrelloni-ristorante ci sono spiagge enormi e deserte, di sabbia chiara. A volte le palme, a volte la falesia. L’Atlantico, ovviamente, è un pò agitatello e l’acqua è sempre torbida. Quasi ovunque calda come un brodo. Maree enormi, bisogna fare bene i conti per non rimanere bloccati fra la falesia e l’Oceano, quando la marea si alza, rapida e prorompente. Alcune spiagge non sono sicure, per via della delinquenza.

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I costumi da bagno femminili brasiliani sono minimissimi. Ma non vengono mai tolti, nemmeno slacciato il reggiseno per prendere il sole sul dorso. E’ curioso. Vi sono rarissime spiagge nudiste, come questa, a Joao Pessoa, ma chiuse e vigilatissime. Un’altra a Florianopolis.

Non son ben riuscito a capire se siano spiagge belle oppure no. Bene per camminarvi in solitudine per chilometri, ma difficili da vivere: sole fortissimo, caldo, acqua troppo calda per raffrescare, troppo mossa per starvi ammollo, troppo torbida per vedere dove si mettono i piedi. Difficile trovare un bar che non sia affollato e puzzolente di fritto.

Ma vi è un altro problema assai fastidioso. Gli alberghi sono concentrati nelle città / cittadine costiere; non se ne trovano sparsi, lungo le strade litoranee. Quindi il turista sarà obbligato a restare nelle spiagge urbane, che sono spesso belle, ma affollate e civilizzate. Oppure acquista la gita giornaliera che permette di fare un giro lungo la costa, con dei bussini, fermandosi in questa o in quella spiaggia. Ma si tratta di fare molte decine di chilometri, di dover rispettare tempi contingentati, di esser dipendenti dal gruppo. Il turista europeo può anche affittare una macchina, ma allora nascono tutti i problemi di informarsi sulle spiagge più belle, trovarne l’accesso, quasi mai indicato. Se le spiagge sono isolate, come quasi sempre le più belle, nascono problemi di sicurezza, per la macchina e per le persone. Insomma, non ci si rilassa molto.

E, purtroppo, quando dietro la spiaggia non vi è una città, ma un paese; questo è spesso o terribilmente turistico o terribilmente malmesso. Quindi è tutto fasullo o è tutto un cantiere, con strade polverose, cantieri in attività o abbandonati, parcelle abbandonate alle erbacce, mucchi di calcinacci / rottami / immondizie. Un grande squallore.

Manca, insomma, crudelmente, l’albergo isolato, sulla spiaggia, in mezzo alla natura, con un bosco alle spalle, in cui passare qualche giorno di assoluta tranquillità. Questo, i brasiliani non lo concepiscono. Hanno bisogna di stare sempre ammucchiati, di difendersi mutuamente da chissà quale pericolo.

Le spiagge più belle le ho viste a Rio, a Florianopolis, a Joao Pessoa. Ma bisogna macinar chilometri per trovare il meglio. Non so, veramente se consigliare il Brasile.