Fatto e fatto bene.

Io, quel che dovevo fare, l’ho fatto. Ho trovato il legname per costruire i pallets, la torba per i vivai ed anche i porcini; tutto per importare in Italia. Ora starà a qualcun altro vendere queste cose in Italia. Il mio compito è finito e l’ho fatto piuttosto benino. Son proprio soddisfatto. E torno a casa.
Certo questo mi è sembrato il paese del futuro. Due volte l’Italia, stessa popolazione, un sacco di risorse, io ho visto quelle agricole e forestali. E soprattutto tanta voglia di spendere da parte della gente; i soldi, per il momento son pochi, ma senza dubbio, cresceranno. Ad esser vogliosi di impegni ci sarebbe da venirci, imparare quell’ostrogoto che parlano e restarci. Condizioni difficili: la vecchia nomenclatura comunista (anche quella molto piccola) si deve essere tutta quanta riciclata negli affari e, con l’abitudine che avevano preso negli ultimi anni del socialismo, di rubare a mani basse, son diventati una specie di mafia anche pericolosa. Uno dei fornitori di legname che ho incontrato è noto in paese per essere stato, fino a poco tempo fa, l’addetto alle riscossioni difficili, e con modi spicci, da penale. 
Le cose andarono così: alla fine del socialismo tutto si fermò in pochissimo tempo. Chi era alla direzione di campi e fabbriche riuscì a comprare per spiccioli le strutture produttive. Se trovò anche i soldi per produrre divenne imprenditore, se non li aveva cedette le strutture a chi aveva un minimo di risorse o vi si associò. I capitali esterni erano pochi, a causa dell’instabilità, ed i capitali interni non potevano che essere di origine malandrina. Si formò quindi una classe imprenditoriale di rapina, desiderosa di rapidissimi guadagni, poco propensa agli investimenti lunghi e per niente capace di gestire.  Le cose sono andate migliorando e capitali più seri si stanno inserendo e normalizzano il quadro. Ma, a piccolo livello, gli spazi per imprenditori seri restano amplissimi. Seri e disposti a lottare contro la vecchia mentalità di rapina e contro una corruzione incancrenita.    
Enormi differenze fra Kiev ed il resto del paese, profondamente agricolo. A Kiev con i soldi ci si vive sicuramente bene: buoni ristoranti, un po’ di cultura, negozi come a Roma. Gruppi di stranieri, un po’ isolati, in ghetti dorati. In campagna si fa probabilmente una vita antica. Nelle città medie, abbastanza squallore. Ma la sfida del lavoro è certamente appassionante.
La gente, riservatissima, è assai freddina, ma sempre educata. Mai avuto scontri o malintesi. I ricchi dominano incontrastati, una casta di intoccabili, arroganti.   

Spampanatissimi.

Brusco voltafaccia termico, siamo stati ben sopra lo zero e le strade si son trasformate in poltiglia di neve, acqua, ghiaccio. Poi ha nevicato di nuovo ed ora siamo sottozero. I marciapiedi son ghiacciati, tutti vanno spediti, io sembra che cammini sulle uova, inteccherito e lentissimo.

Ierisera, serata culturale alla famosa Opera di Leopoli. Una specie di operetta con molto recitativo ed un bel balletto. Tema cosacco. Ci ho capito ben poco, ma lo spettacolo è stato molto gradevole e, soprattutto, breve. Poi cena in ristorante polacco con numerosi ebrei russi al tavolo vicino (uno con faccia e modi assai preoccupanti), con uno strano giro di ragazzette, non si è capito bene se prezzolate o ignobilmente circuite. Abbondante vodka anche per noi, ma con il freddo che fa non l’ho nemmeno sentita.

Abbiamo sbagliato a scegliere l’hotel e siam finiti nell’ultimo vestigio dell’Unione Sovietica. Tetro il palazzo ed i corridoi, hall sterminata, oscura e con vasca di pesci rossi assenti, ascensore dal rumore di ferraglia pesante, mobili essenzialissimi, acqua semigelida, per temprare l’Homo sovieticus. Personale lugubre e sovranamente disinteressato ai nostri bisogni. Controllo poliziesco dei documenti.

Facciamo molti chilometri. Le autostrade sono buone, ma molto lente, perchè attraversano a raso (come dice l’ANAS nel suo italiano da Istituto Luce) paesi e paesini ed allora scatta il limite di 60, che va rispettato per evitare multe da 250 euro o corruzione di pubblico ufficiale da 150. Il paesaggio è oltremodo monotono,  pianura appena vallonata, suddivisa in campi di un centinaio di ettari ciascuno (1 km x 1 km, ad essere prolissi) divisi da filari folti di alberoni. Tutto bianco, tutto deserto, tutto freddino. Belli e frequentissimi, sugli alberi spogli, dei cesti rotondi di quello che credo essere una specie di vischio.

Ogni milione di campi una città spampanata di chiaro sapore sovietico.

Post questo, spampanato pure lui, ma non mi vien niente di meglio, il che la dice lunga. Prossimamente le foto….