Sesso a Cuba

19042011611La tradizione della prostituzione a Cuba è antica. Fra le due guerre mondiali l’Avana era frequentata dagli americani, mafiosi compresi, ed era definita un bordello a cielo aperto, tanto vi era diffusa. Vi andavano a fare tutti i peccati che a casa loro erano malvisti; i mafiosi a fare in pace le loro riunioni.

La rivoluzione cubana portò una moralizzazione, ma non durò molto. L’Unione Sovietica si dissolse ed il commercio (e gli aiuti) con quel paese terminarono. La situazione nell’isola diventò terribile; l’infame blocco economico americano continuò ed il governo cubano cercò nuovi introiti, fra i quali il turismo.

Accordi con capitali europei portarono alla costruzione di grandi alberghi (da non frequentare) e all’avvio di una floridissima epoca turistica che è via via venuta aumentando e che nuovo e forse disastroso impulso prenderà con la riapertura dei rapporti con gli Stati Uniti.
Con l’arrivo del turismo le attività commercial-amorose delle ragazze (e dei ragazzi) cubane ripresero il via con foga e determinazione. L’arte passò dalle nonne alle nipoti con uguale perizia.
Il livello di diffusione della prostituzione è difficilmente immaginabile, va visto per credervi. Un uomo, da solo o in compagnia maschile, verrà abbordato da bellissime figliole con incredibile frequenza. Ciò avviene soprattutto nei luoghi frequentati dai turisti e più facilmente nelle ore verso la sera. Gli basterà sedersi su una panchina, in un bar, sullo scalino di una chiesa, per trovare calda compagnia fino alla mattina. Nei locali notturni poi sarà un vero assalto. Le ragazze sono bellissime e gentili. La cosa è talmente normale, frequente e diffusa da perdere quei connotati squallidi che ha spesso altrove, per divenire una attività normale, decente, da fare con disinvoltura e garbo sotto gli occhi di tutti. Non c’e’ niente di cui vergognarsi o da nascondere. Sembra vero amore. Ogni uomo diviene George Clooney. In effetti non è una brutta sensazione.

Le ragazze sono fanciulle anche di buona famiglia, studentesse, lavoratrici dei più diversi rami, dipendenti dello Stato. Fanno la loro vita normale, hanno il loro fidanzato, ma arrotondano con gli stranieri. Sembra tutto molto normale e pulito. Forse è proprio così che dovrebbe essere, se non ci fossero stati duemila anni di cristianesimo sessuofobo e bigotto.
Ti costano un pò di soldi in ristoranti, discoteche, spettacoli, taxi, bevute, mance e regalini. Ma in fondo cosa sono 100 dollari per un pò d’amore a cui è facile credere? Inoltre puoi andare con le fanciulle nelle case private dove abiti, senza che il proprietario dica niente, le deve solo registrare nel suo librone, la mattina, a cose fatte.

Se ciò è vero all’Avana, a Santiago o a Trinidad, è ancora ed ancora più vero nelle cittadine di provincia dove i turisti sono scarsi e quindi possono scegliere fra moltitudini di fanciulle di nient’altro desiderose che di conoscerli. I poverini saranno perseguitati da mane a sera fino a che dovranno cedere a tante lusinghe.

E’ invece dura la vita delle fanciulle con la polizia. Se sono trovate tre volte in giro con stranieri si fanno un anno di carcere. Per questo quando le coppiette sono fermate dai poliziotti l’uomo dovrà sganciare una decina di dollari all’uniformato. Pura ipocrisia. Così come il nome di jineteras con il quale sono indicate è inutilmente dispregiativo. Queste ragazze hanno salvato l’economia del loro paese ed hanno permesso una vita migliore alle loro famiglie. Sono eroine.

Naturalmente l’opposto è altrettanto vero. Sfiorite turiste europee si potranno permettere vigorosissimi giovanotti locali ai quali non osavano aspirare nemmeno in sogno, a casa loro. Li troveranno in loro trepidante attesa ad ogni angolo. Basta fare un cenno con un dito e la vita è molto bella.

A Cuba solo per la musica ed il sesso.

22042011613Cuba, in un modo o nell’altro, riesce a rimanere sempre al centro dell’attenzione del mondo. Sicuramente, dopo il gigantesco Brasile, è il paese latino più conosciuto e frequentato dagli italiani. Il Viaggiatore Critico non poteva non andarci e ci è andato più di una volta, recentemente. Il suo giudizio sintetico: non vale la pena andarci se non siete degli appassionati di musica cubana o degli sfigatoni che non hanno altro mezzo di vedere un po’ di pelo. Forse varrebbe la pena viverci; ma questo è impossibile.

Cuba è composita, ce ne sono tante.

Una è la Cuba dei Cayos. Sono isolotti di origine corallina, piccoli, bassi, con le palme e le spiagge bianche: i Caraibi, i paradisi tropicali!! In realtà sono stati riempiti di alberghi e bungalows e sono tristissimi. I capitali sono stranieri, i cubani vi lavorano e son contenti delle mance che cercano di strappare con gentilezza ai turisti che normalmente le sganciano. Vi si arriva con i charter, vi si alloggia per una settimana e si riparte senza essere veramente stati a Cuba. Al massimo si può avere una gita di mezza giornata al cayo accanto dove c’e’ la ricostruzione di un bar sedicente caraibico. Demoralizzante.

C’è la Cuba delle città coloniali. Il centro dell’Avana è stupendo. Vi sono due parti: una molto ben restaurata e financo leziosa con i monumenti più importanti. L’altra in uno stato di fatiscenza inimmaginabile. La particolarità di Cuba è quella di essere rimasta colonia (l’ultima in America) fino al 1900. Vi furono quindi costruiti i pesanti palazzi di quell’epoca esattamente come a Madrid o a Barcellona. Stile architettonico che ci è familiare in Europa, non certo ai Caraibi. Ed infatti vederli ora, sotto il calore tropicale e ridotti in formicai borraccinosi è una esperienza fortissima. Ma certo non giustifica il viaggio. Vi è Santiago di Cuba, altra città coloniale, a forte dominanza afro-cubana e piena di sapore e di colore. Ma la città in se non è un granché. Ho visto anche Trinidad: cittadina coloniale molto bella, ma talmente invasa dai turisti (e soprattutto da chi vuole vendere qualcosa ai turisti) da risultare stomachevole. Per quanto le stradine piene di casette coloniali potrebbero essere deliziose, l’assalto che viene fatto ai turisti ne sconsiglia vivamente la visita.

Poi c’e’ la Cuba dei jineteros e delle jineteras. Migliaia di donne che ti vogliono trombare e migliaia di giovani che ti vogliono vendere, affittare, portare, consigliare, conversare. adulare, incantare, discutere di politica, ecc, ecc, ecc, al solo fine di spostare dei soldi dalla tua tasca alla loro. E’ un attacco continuo, forsennato, instancabile. Un incubo che inizia all’aeroporto e finisce all’aeroporto. Se vai a piedi, ti seguono; se sei in macchina ti abbordano in bicicletta; se ti siedi su una panchina, ti si mettono accanto. Sempre educati, mai aggressivi, ma è una tortura cinese.

Infine c’e’ la Cuba della musica. Una offerta sterminata ed onnipresente. All’Havana e a Santiago, decine di locali che cominciano di pomeriggio e finiscono quasi all’alba. Tutti i tipi di musica caraibica e a tutti i livelli. Dai grandi ai dilettanti più sfacciati. E tutti con una passione inarrestabile. Vi è una pubblicazione su carta o su web, non facilmente trovabile negli alberghi e nelle agenzie di viaggio che si chima “Cartelera”. Lì c’e’ tutto. Se si riesce a trovarla bisogna sedersi, studiarla attentamente e farsi il programma della settimana per riempirsi di musica senza fine. E se non si trova la “Cartelera” basta fermare un cubano qualsiasi e farsi consigliare. Tutti sanno tutto e parlano di musica con una profondità ed una competenza anche superiori a quella dispiegata dagli italiani sul tema della pasta. I cubani avranno piacere ad indicarti i luoghi dove andare secondo la musica che vuoi sentire. Ecco, per questo vale la pena andare a Cuba.