L’isola dove non si può andare.

Ecco l’isoletta di North Sentinel. Foto della NASA, Jesse Allen, via Wiki Commons.

A me questi tipi stanno simpaticissimi. Un po’ brutali, ma ben determinati; e soprattutto decisissimi a conservare la propria pace.

Si parla dei Sentinelesi, gli abitanti dell’isola di North Sentinel, nell’arcipelago delle Andamane, Oceano Indiano, formalmente appartenente all’India, ma, di fatto, lo Stato più indipendente del mondo. E’ un’isolina di appena 59 km quadrati, equivalente a poco più di Ischia. Minuscola, quindi. E nemmeno troppo isolata, trovandosi ad una quarantina di km dalla capitale delle Andamane, Port Blair.

L’ultimo straniero che ha voluto sbarcare a North Sentinel era un invasato missionario evangelico, convinto di dover diffondere la parola del suo Dio. I Sentinelesi lo hanno ucciso a colpi di freccia direttamente sulla spiaggia su cui era sbarcato, da solo. Non è stato possibile recuperare il corpo. E ciò è successo nel novembre del 2018. Qualche anno prima la stessa sorte era toccata a due pescatori la cui barchetta era andata alla deriva sulla costa dell’isola, mentre dormivano. Non si sono più svegliati. Gli elicotteri che provano a sorvolare l’isola vengono bersagliati dalle frecce.

E’ dal 1850 che questa storia va avanti, da quando gli inglesi sono arrivati in queste isole. Gli altri popoli nativi delle isole Andamane come i Jarawa o gli Onge sono stati decimati dalle malattie, dalla deforestazione, dai fucili di Sua Maestà. Eppure anche loro avevano cercato di resistere, per quanto hanno potuto; e di evitare contatti con gli stranieri. Sono ormai ridotti a poche centinaia, protetti dalle leggi indiane ma braccati dal turismo senza scrupoli.

Invece i Sentinelesi, almeno fino a qui, ce l’hanno fatta. Non ha avuto successo nessuno dei molti tentativi fatti fin dalla fine del 1800 per stabilire dei contatti con loro. A volte hanno permesso che delle barche si avvicinassero alla spiaggia ed hanno accettato delle noci di cocco in dono; ma non c’e’ mai stato un vero scambio, un inizio di discorso. Del resto pare abbiano una lingua diversa da quella degli altri gruppi vicini, già ricordati; in alcuni tentativi di approccio erano stati portati delle persone di questi gruppi, ma non hanno riconosciuto nessuna delle parole che gridavano, dalla spiaggia, i Sentinelesi. Anche quando hanno accettano le noci di cocco (che non nascono sull’isola) hanno fatto capire di non desiderare affatto ulteriori contatti tirando rapidamente fuori archi e lancie. Oppure sparendo nella foresta. Una volta si misero tutti quanti a mimare una scopata di gruppo, come a dire che avevano altro da fare che ricevere visite.  Questo episodio e certi atteggiamenti delle donne, mostrati dai filmati, potrebbe far pensare al fatto che ci si trovi in presenza di una qualche forma di matriarcato.

In questo fotogramma del filmato si vede chiaramente come una donna interviene per allontanare l’uomo dal contatto con la barca che offriva noci di cocco. L’uomo è incuriosito, la donna molto preoccupata e lo porta in “salvo” con determinazione. L’uomo la lascia fare senza reagire. E’ una scena da matriarcato.

Altri regali lasciati sulla spiaggia sono stati rifiutati come giocattoli o maiali vivi: uccisi e subito sepolti nella sabbia. Hanno invece accettato delle pentole.  Gli inglesi provarono anche a sbarcare e ad inoltrarsi nell’isola. Ma trovarono solo villaggi abbandonati in fretta: gli abitanti si erano nascosti nella fittissima foresta. In altre occasioni il tentativo di avvicinarsi alla spiaggia si è interrotto immediatamente a suon di frecce, di giavellotti e di inequivocabili gestualità aggressive (dal minuto 11).

Non si sa quante persone abitino sull’isola; le stime parlano di un numero fra 50 e 500, ma sono numeri inventati. Le riprese dagli elicotteri non mostrano campi o zone disboscate. Devono quindi vivere solo di caccia e di raccolta; come ai tempi del Paleolitico.  Dall’alto si sono visti tre villaggetti diversi con delle grandi capanne comuni. Costruiscono anche dei semplici ripari vicino alla spiaggia. Di loro abbiamo pochi filmati girati nelle rare occasioni in cui hanno accettato che una barca si avvicinasse alla spiaggia. Vi appaiono forti, in eccellente salute, nudi ma con degli ornamenti. Sembrano stare benissimo. Hanno fattezze fisiche simili a quelle degli africani, come gli altri popoli nativi delle Andamane. Sembra che siano arrivati in queste isole da quel continente decine di migliaia di anni fa (ciò mi sembra tutto da verificare).  Non si sa da quando North Sentinel sia abitata; non si sa da quando i Sentinelesi si sono distaccati dagli Jarawa – Onge (ma il fatto che non si capiscano lascerebbe supporre che siano passate molte generazioni); non si sa se vi siano stati (e quando? e quanti?) scambi di sangue con altre popolazioni. Non si sa quale sia il livello di consanguineità.

In un paio di occasioni delle piccole navi si sono incagliate nella barriera corallina che circonda l’isola. In una occasione l’equipaggio rimasto a bordo si è preoccupato moltissimo perché vedeva i Sentinelesi fare preparativi per abbordare la nave. Sono stati salvati prima che potessero arrivare. Ma la nave è rimasta lì a lungo, abbandonata, in attesa di essere rimorchiata. Durante questo periodo i Sentinelesi devono esser saliti a bordo dove hanno recuperato dei pezzi di metallo, da cui hanno fabbricato delle punte di freccia come hanno potuto constatare, a loro spese, i visitatori successivi.

In altre parole, i Sentinelesi sono del tutto consapevoli che esistono altri uomini, dotati di mezzi sorprendenti e che portano a volte doni. Solo che non gliene frega assolutamente niente.

Alla fine l’India, su pressioni di Survival, ha deciso di proibire ogni avvicinamento all’isola; e fa dei pattugliamenti per dissuadere chi volesse provarci. Delle loro barche scrutano la spiaggia, di tanto in tanto, per vedere se la popolazione continua ad essere in vita ed in buona salute. Da un punto di vista strettamente formale, dal momento che nessun rappresentante ufficiale dell’India ha mai messo piede sull’isola per rivendicarne l’appartenenza, North Sentinel è uno stato indipendente. Un pugno di selvaggi sono riusciti a sconfiggere il colonialismo, l’Ordine Mondiale, il capitalismo ed anche il turismo. Con le frecce e le lance.

Ma la genialità dei Sentinelesi risiede soprattutto in un altro aspetto. Sono riusciti nello straordinario miracolo ecologico di continuare a vivere solo di caccia e di raccolta in uno spazio ridottissimo. Ciò vuol dire che cacciano senza sterminare la fauna; raccolgono senza impoverire la flora; vivono nella foresta senza abbatterla; si riproducono senza cadere nel sovraffollamento o nei danni della consanguineità (almeno in apparenza). Tutto ciò è assolutamente miracoloso e dovrebbe esser fonte, per noi, di infinito rispetto.

Sikkim

La scoscesa capitale di uno scosceso paese. (Foto di kalyan3 via Wikimedia Commons)

Chi fosse andato in India ed avesse capito che ha sbagliato meta, sia per quanto riguarda la spiritualità che per il turismo in generale e volesse rimediare all’eerore, senza tornare subito a casa, potrebbe visitare un luogo incantevole ed interessantissimo, lì nei pressi: il Sikkim.

Vi si respira tutt’altra aria. Quasi il più piccolo ed il meno popoloso fra gli Stati della Confederazione Indiana, ha una fortissima presenza buddista ed un chiaro sapore più cinese che indiano, per dirla semplicemente. Fra le montagne, scoscesissime, ha una vegetazione densissima ed accattivante, moltissime le orchidee. Anche con le persone mi ci son trovato molto più a mio agio. Senza aeroporti o ferrovie vi si arriva su complicate strade che durante i monsoni sono aleatorie; le frane e le interruzioni frequentissime.

Studenti buddisti al monastero di Rumtek. (Foto di Amar – via Wikicommons)

La capitale Gangtok è un paesone tutto scale e salite, non c’e’ molto, ma ci si sta bene. La cucina riacquista sapori di intensità umana, a differenza di quelli indiani. Vanno forte i ravioli cotti al vapore e la famosa tsampa: farina di orzo tostato che si mette nel brodo o nel te. I viaggiatori se la portavano dietro sottoforma di palla e la mangiavano durante le soste.

Il Sikkim ha confini con il Tibet ed il Bhutan, con passi fra altissime montagne, il cui passaggio è sempre problematico, sia per il clima che per le cangianti vicissitudini politche che modificano con frequenza la loro percorribilità.

Dorje Shugde, il personaggio della teologia buddista che da tre secoli crea conflitto fra i lama. 

 

Vicino alla capitale, il monastero buddista di Rumtek è pieno di attività monastiche e religiose, alle quali il turista può liberamente partecipare. Quelle cerimonie sono sempre stupende. Gli studenti discutono con veemenza di teologia, nei cortili, terminando le loro  frasi con un forte batter di mani vicino all’orecchio del contendente, alla maniera tibetana. Il monastero è al centro di una grave polemica con il Dalai Lama, su complicatissime questioni teologiche che hanno forti venature politiche, rispetto alla ingerenza del governo cinese negli affari del buddismo tibetano. Si tratta, ovviamente, della successione dell’attuale Dalai Lama.

Non credo che il Sikkim valga da solo un viaggio, salvo se si vuole andare sulle montagne, ma certo una visita di una settimana sarà  di grande gradevolezza per il turista stanco del marasma indiano. Un posto dove riprendere fiato, nell’aria pulita di un’altra cultura.

Andare in India? Direi di no.

Il celeberrimo tempio di Virupaksha ad Hampi. E’ difficile attraversare questo piazzale perchè si è aggrediti da delle scimmie che vogliono rubare le banane che si sta portando ad un elefante che vive nel tempio. India…. (Foto di Vu2sga da Wikicommons)

Tutto il tema della spiritualità indù si è rivelata essere una enorme trappola costruita per sottomettere le oceaniche folle che popolano quello sterminato paese che è l’India.  Stratagemma da furbacchioni. Tutta quella massa di occidentali tipo New Age, che andavano in India per misticismo, non hanno fatto che cadere nella stessa trappola. Non è quindi per questo motivo che andremo in quel paese. Ben diversa, invece, la situazione in uno Stato a forte componente buddista come il Sikkim.

Si può andare in India, allora, per farsi delle canne; l’erba si trova facilmente, a poco prezzo e il consumo è ammesso, almeno in certi Stati ed in certe condizioni. Questo mi sembra un buon motivo.

Andare a vedere dei monumenti?  Certo, è possibile, ve ne sono molti. Ma non si capiscono. Il turista occidentale, che non abbia una precisa e dettagliata cultura sulla storia dell’arte indiana, nelle sue infinite dimensioni geografiche e storiche, non capirà niente di quel che vedrà. Gli stili sono troppo diversi dai nostri e non riusciamo a collocarli in una linea temporale o stilistica. Ci appaiono come strane cose fatte chissà quando e per non si sa quale scopo; ci ridurremo ad apprezzare solo le statuette di giovini poppute allacciate negli amplessi del kamasutra. Un pò pochino. Il migliore esempio è Hampi: oltre al tempio Virupaksha, ci sono una infinità di altre costruzioni di solidissimo granito che sono molto belle, ma che non risvegliano in noi nessuna eco. Costruiti lungo molti secoli, non riusciamo nemmeno a distinguere i più antichi dai più recenti.

Più peperoncino che pollo. (Foto di stu_spivack via Wikimedia Commons)

Ci andiamo perchè ci piace l’avventura? Beh, non ce n’e’ molta. L’India è terribilmente abitata, c’e’ gente dappertutto e son quasi sempre gentili e garbati. Se si esclude il traffico in città e la circolazione suicida fuori, non credo che vi siano pericoli di sorta. Anche lo scansare le mucche sui marciapiedi, non può essere definito avventura. Certo è che l’estremo affollamento di ogni luogo lascia delle tracce; lo stato di sporcizia è avanzato, direi che lo strato di sporcizia è alto. Non potrebbe essere altrimenti con tali folle in strada; lo capiamo e non ne possiamo certo restare disgustati (del resto l’ordine e l’igiene eccessivi non ci sono mai piaciuti), ma ci stanchiamo dopo aver passato un tot di giorni esposti a tale tripudio di sudicio. Giusto per fare un esempio: gli indiani sono ghiotti di certe foglie che, masticate, producono molta saliva rossa che va sputata. Non potendolo fare a terra perchè i passanti sono talmente numerosi che non c’e’ quasi mai il decimetro quadro di suolo libero per farlo, si sputa quell’intingolo rossastro sui muri delle case e dei palazzi che costeggiano i marciapiedi. Quelle pareti finiscono per avere una balza rossa; dopo un pò viene a noia.  Anche evitare le cacche delle mucche, come fossimo sui pascoli alpini, non è il massimo.

Forse cerchiamo il colore locale. Non lo troveremo più. L’India si è incredibilmente sviluppata ed è ormai diventata una enorme periferia industriale. Le strade fra una città ed un’altra sono perennemente costeggiate da file di brutte casette, con grandi insegne commerciali, mentre la campagna si intravede appena alle loro spalle. Le città sono diventate come tutte le citta dei paesi di intermedia ricchezza: grandi, squallide, brutte. Alla fine l’unico aspetto folcloristico è prendere quegli incredibili, infiniti treni che attraversano il paese. Si dovrà penare molto a studiare il percorso, il nome del treno, gli orari, il numero delle classi in cui sono suddivisi. Si penerà altrettanto ad acquistarne i biglietti. Non è molto come motivo di viaggio, non ne vale la pena.

L’uso della spiaggia da parte degli indiani è contemplativo e non ludico: non si fa il bagno, non si prende il sole, non ci si spoglia, non ci si beve una birra. Monacale. (Foto di Syamantaksen92 via Wikimedia Commons)

Per le spiagge ed il mare non si va in India.  E non perchè non vi siano le une e l’altro. Ma perchè gli indiani sono terribilmente puritani e in spiaggia non si può stare in costume. In certi luoghi è stato trovato una specie di accordo per il quale vi sono le spiagge per gli indiani e quelle per i turisti che possono stare in costume: apartheid vestimentario, orribile. E questo ossessionante puritanesimo toglie ogni possibilità ai giovani di praticare amori da turista. I vecchi hippies che andavano nudi in giro, accanto alle vecchiette, lo facevano a Goa dove son cristiani e non ci badavano, ma era una eccezione.

E la gastronomia? Un calvario, dimenticatevi i ristorantini indiani in Italia. Il livello di piccante nei cibi è assolutamente inimmaginabile; anche il latte della mattina è speziato; l’alcool è ovviamente proibito o malvisto quasi ovunque; i ristoranti sono rigidamente divisi fra vegetariani e non e quindi o l’uno o l’altro (in una cucina vegetariana, la carne non può entrare). Vi basta?

Alcuni che conosco vanno in India perchè costa poco e possono andare in giro come se fossero hippies degli anni ’60. E cio’, francamente, è un pò penoso.

A questo punto mi pare superfluo che vi dica che, secondo me, è meglio non andare in India. A questo mio sconsiglio, si obbietta spesso che l’India è talmente complessa e variegata e grande e multiforme che bisogna andarci e lasciarsi prendere dalla sua magia. Io non sono affatto in disaccordo con questa visione. Sono sempre stato attirato dalla complessità. Il fatto è che non ce la vedo, mi sembra tutto il contrario. E quindi non ci ho trovato nessuna magia.

(La foto della tigre è di Dibyendu Ash via Wikimedia Commons)

Il malinteso indiano

Nelle meravigliose zone umide del Kerala, Amma, la santona che abbraccia milioni di persone, ha costruito questo Ashram, dove acidissimi occidentali si disputano le sue grazie. ( Mahesh Mahajan – Wikicommons)

Mi è sempre apparsa misteriosa la smania di molti italiani di andare in India. Lo zoccolo duro di questi turisti non è composto  da amanti dell’arte, dell’avventura, della natura, del viaggio a buon mercato. La maggioranza sembra composta da persone attirate dalla famosa “spiritualita’ indiana”.

Son andato a vedere anch’io. Della spiritualità non ne ho trovato molte tracce che non fossero mero folclore di scarsa levatura. Ho frequentato Ashram scoprendo poco misticismo e molto interesse semplicemente pecuniario. Ho battuto infiniti templi, annusandovi più oscura superstizione che  liberazione dell’anima. Presuntuoso dirlo dopo un viaggio di pochi mesi, ma pare che si cerchi più un pugno di riso che la serenità dell’anima. Insomma, il solito trappolone religioso, che permette ad alcuni di vivere (bene) grazie ai molti creduloni; fra loro i turisti.

Perchè non dimentichiamoci che in India regna sovrano l’Induismo, cosa diversissima dal Buddismo, che venne scacciato, molti secoli orsono, nel nord (Tibet e Sikkim) e nel sud, a Sri Lanka.

I Sadu, i santi uomini, non sono più figure ascetiche, ora son grassottelli. (I, Luca Galuzzi via WikiCommons)

E l’Induismo si basa su un principio che è l’esatto opposto di quelli a cui paiono guardare i “turisti mistici” che vanno in India. Un principio perfetto che sancisce definitivamente lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Un sublime modello per la dominazione di pochissimi sulla massa sterminata, resa docile e succube. Un capolavoro di perversità diabolica. Nessuno ha mai fatto meglio, nella sciagurata storia dell’umanità.

Se sei povero è perchè nella vita precedente eri cattivo; se sei ricco è perchè nella vita precedente eri buono. Quindi se sei povero stai buonino e forse rinascerai ricco. Se nasci ricco te lo meriti e puoi disprezzare i poveri che sono stati cattivi. Un meccanismo semplice e perfetto per mantenere il potere nelle mani di poche famiglie. Questo è il risultato della Reincarnazione nell’Induismo. Nemmeno il Calvinismo, che vede la ricchezza come grazia di Dio, è riuscito a fare altrettanti danni.

Di quale spiritualità si vuole parlare in questo deserto di solidarietà umana, di sensibilità fra le persone, di totale ingiustizia sociale? Cosa può avere da insegnare l’Induismo agli Europei? La spiritualità di un popolo nel quale un povero non può pestare l’ombra di un ricco? Cose del passato, certo, ma i cui fantasmi sono ancora presenti, tanto che l’Induismo radicale che sta occupando l’India in questi anni è molto vicino al fascismo o, comunque, ad una destra facinorosa e pericolosa.

L’ironico monumento all’era degli Hippies in India, gli iniziatori di tutto ciò. (By John Hill via WikiCommons)

Viene quindi da pensare che la ricerca mistica di tanti europei che negli ultimi 40 anni hanno affollato l’India si risolva nelle canne facili e libere, nei costi minimi della vita, nell’immersione in una miseria che fu devastante, nella meravigliata osservazione di costumi strani e colorati, nel superficiale contatto con un popolo che sembra in effetti molto mite e gentile, ma che, forse, è solo terribilmente sottomesso dalla filosofia dell’Induismo di cui sopra.  Tanto interesse sarebbe quindi fasullo, vacuo, posticcio, superficiale ed anche un pò paraculo.  Una specie di visita ad uno zoo umano pieno di strani individui; zoo il cui biglietto di entrata è anche particolarmente a buon mercato. Ci si può andare spesso e starci a lungo.

Kabir Bedi, il nostro indiano preferito. (Foto Fecebook / Kabir Bedi)

Non ho sentito parlare nessun turista dell’infamità del sistema delle caste, del divario vergognoso fra le immense ricchezze e la straordinaria povertà, dell’insopportabilità di quel sistema religioso che afferma sfacciatamente che sei il solo responsabile delle tue miserie. Quando parlo di queste cose, l’unica (sempre la stessa) risposta che ricevo è che l’Induismo è molto complesso.

Insomma l’India a me è sembrata l’esatto contrario di come i turisti “spirituali” la vogliono descrivere. E non penso minimamente di tornarci.