Freud e Musatti in Trentino

Cesare Musatti, 1897 – 1985

Questo post prende spunto da quest’altro (di un interessante blog che consiglio) sulle vacanze che Sigmund Freud passava sul Lago di Lavarone, in Trentino. Vi andò molte volte fra il 1900 ed il 1923.  Nel corso della prima visita si emozionò moltissimo e ritenne che Lavarone fosse il sud (rispetto a Vienna, in effetti lo è). Disse anche che il loro cuore di nordici andava verso quel punto cardinale. (Non solo il cuore, aggiungerebbero gli italiani che, da almeno un paio di millenni e mezzo, si ritrovano invasi dai tedeschi: a volte con le lance, a volte con i panzer, a volte con i camper. Ma questo è un altro discorso). Del resto è noto il grande amore che i tedeschi hanno per i laghi, non si è mai ben capito per quale motivo; a me fa molta maliconia tutta quell’acqua che vorrebbe essere mare, ma non può esserlo.

Durante una di queste vacanze, Freud fu visto, in riva al lago, da un ragazzo di Milano. Che altri non era che Cesare Musatti, il più celebre degli psicanalisti della vecchia scuola italiana. Questo incontro fu importantissimo per Musatti che potè affermare una filiazione diretta, almeno visiva, dal maestro. Su questo particolare i freudiani sono molto attenti e la attendibilità di ognuno di loro si misura anche su quanti analisti si interpongono fra la propria persona ed il Maestro, lungo la catena della trasmissione della loro disciplina. (Io, ad esempio posso dire di aver visto una persona, Musatti, che ha visto Freud; come vedete, non sono messo affatto male. Peccato che non sono psicanalista…)  Vezzi loro, andiamo avanti.

Cosa ci faceva Musatti ragazzo a Lavarone? Naturalmente vi era in gita, insieme ai suoi genitori. Ma non vi passava le vacanze. Loro le vacanze le trascorrevano, più modestamente, a pochi chilometri da lì, a Serrada, frazione del comune di Folgaria. Da Milano, venivano in treno fino a Rovereto e da lì in carrozza a Serrada. Ma, prudenti, avevano l’accortezza di passare una notte a mezza strada, perché si riteneva che passare d’un sol colpo dalla pianura ai 1250 metri di altitudine di Serrada fosse molto pericoloso per la salute.

Ma, cosa ci faceva Musatti a Serrada? Il padre del ragazzo Cesare era un milanese, socialista, deputato. Ed era in amicizia con il suo coetaneo, avvocato a Milano, socialista e trentino: Antonio Pischel (o Piscel o Pischl) di antiche origini bavaresi, ma con la famiglia residente a Rovereto. Questo signore Pischel era, a sua volta, vicinissimo all’irridentista Cesare Battisti, la cui fama (insieme alla triste sorte subita ed all’agiografia fascista) finirono per eclissare  politicamente il Pischel. Cosa di cui si dispiacque molto.

Ora mi sto chiedendo se sia stato un caso che Musatti padre abbia dato al figlio il nome di Cesare, oppure se non fosse in onore a Cesare Battisti. Mi informo e ve lo dico.

La metà non più “Trattoria del Cacciatore” negli anni ’60.

Continuiamo. Come costumavano le buone famiglie di Rovereto, anche i Pischel amavano fuggire le afose estati dell’angusta valle dell’Adige, rifugiandosi nell’amena località di Serrada, immediatamente soprastante, ma molto più in alto e deliziosamente fresca. Vi andavano a piedi o a cavallo, perchè non vi fu strada carreggiabile fino ai primi del ‘900. I Pischel amarono tanto Serrada che vi costruirono una villa, grande ma senza fronzoli, crcondata da un parco lasciato a vegetazione naturale. La villa fu costruita fra il 1870 ed il 1880 e fu ed è tanto amata dai Pischel che continuano ad abitarvi affittandone una parte su Airbnb.

Quindi l’amico Antonio Pischel invitava l’amico Musatti padre e famiglia a passare l’estate a Serrada nella sua villa di famiglia. E i Musatti vi andavano volentieri perchè al giovane e malaticcio Cesare l’aria di montagna giovava molto.

Ma…

Ma, si sa, i socialisti si muovono in gruppo e la villa Pischel, grande ma non grandissima, non poteva accogliere tutti gli ospiti. Quindi il ragazzo Musatti finiva a dormire presso la vicinissima Locanda Trattoria del Cacciatore. Nata questa prima del 1882, negli stessi tempi in cui si costruiva la villa Pischel.

Questo esercizio alberghiero fu il primo a sorger a Serrada, per dare alloggio ai roveretani villeggianti. Ma anche ai cacciatori cittadini che venivano ad abbattere  caprioli ed uccelli da fare con la polenta.  Chi non dormiva in questa scarna locanda affittava delle stanze presso gli abitanti. Questi erano circa 400 persone che vivevano dell’allevamento di qualche vacca e della coltivazione delle patate. Si assisteva ai primordi della nascita del turismo estivo, in una minuscola comunità ruralissima. Il turismo invernale arriverà molto tempo dopo.

Non dimentichiamoci che le vacanze dei Musatti avvengono prima della I Guerra Mondiale, quando Serrada era ancora sotto il dominio dell’austriaco imperatore Cecco Beppe. Ma era molto vicina al confine. Tanto che l’esercito austriaco cominciò a costruirvi strade, posti di guardia, un articolato sistema di trincee (fra cui il sistema della Forra del Lupo) e perfino l’imponente forte del Dosso delle Somme. Con tanti militari in giro, i roveretani smisero di salire a Serrada, timorosi per le conseguenze che potessero derivare dalla vicinanza fra tanti baldi militari e le loro sensibili mogli e figlie. La locanda del Cacciatore fallì e nel 1913 fu comprata da un signor Potrich della vicina frazione della Guardia. Purtroppo l’anno dopo incominciò la guerra, questo povero Potrich fu chiamato alle armi e ci lasciò le penne. Subentrarono quindi i figli che si divisero l’edificio che ospitava la Locanda. Una parte tornò ad esser casa (affittata ai turisti l’estate) e fu proprio lì che il vostro Viaggiatore Critico passava le sue vacanze infantili, al pari di Musatti, fra le stesse mura, sessant’anni dopo. L’altra parte continuò ad essere Locanda, fino a che negli anni ’60 l’attività fu trasferita a poche centinaia di metri da là, nell’Hotel Pineta che è ancora in funzione.

Freud continuò ad andare a Lavarono ancora per qualche anno, anche dopo che il Trentino era divenuto italiano. Poi nel 1923, ormai divenuto una celebrità internazionale, smise di andarci. Musatti continuò a frequentare la zona, fino alla sua morte. Credo che preferisse soprattutto Folgaria, andava vestito di pesanti camicie a quadri e non lesinava conferenze pubbliche. Il Viaggiatore Critico continua a far capolino a Serrada, di tanto in tanto, meglio se fuori stagione.

L’Austria ed il puzzo di rinchiuso

Wurstel, wurstel, wurstel.

L’Austria ha un sacco di vantaggi. E’ vicina, ci si va in macchina, ha belle montagne, fanno lo strudel buono, si spende poco, ha una capitale importante, ha delle belle ciclovie lungo il Danubio e la Drava, ci son perfino le terme. Niente di veramente eccezionale, ma un sacco di piccole cose piacevoli. E’ probabilmente per questi motivi che l’Austria raccoglie numerosi premi come destinazione turistica raccomandabile. Anche quest’anno (2019) si è piazzata al primo posto di una importante classifica).

Ma c’e’ un problema grosso, che è saltato agli occhi del Viaggiatore Critico. E il problema sta proprio in quell’aggettivo usato poco sopra: piccolo!

Il portone della casa – studio di Sigmund Freud, a Vienna. Uscendo da qui i suoi pazienti avevano acquistato un inconscio e perduto un pò del loro conto bancario.

L’Austria è un posto piccolo. E ciò non sarebbe affatto un male se non fosse per il fatto che l’Austria soffre di esser piccola. Il cuore di quel popolo si deve esser fermato al tempo in cui il paese era il grande Impero dell’Europa Centrale e sul trono sedeva incontrastato e baffuto Cecco Beppe.

Sembra che gli austriaci non riescono a riprendere contatto con la realtà che è, oggi, ben diversa. Si afferrano quindi a quei vecchi e sbiaditissimi ricordi cercando di tenerli in vita, senza riuscirci. Mille sono gli alberghi o i rifugi o i luoghi che ricordano nei nomi il passaggio dell’imperatore o della stucchevole Sissi. Quanto tempo pensano di poter andare avanti cullandosi su un passato che, a veder bene, non fu nemmeno tanto dorato?

Infatti quel periodo corrisponde grossomodo a quel che noi chiamiamo l’Italia Umbertina; un periodo di cattivo gusto negli arredi e nell’abbigliamento, di oppressione sociale, di malessere psicologico, di ristrettezze più mentali che economiche. Anche di fucilate contro i contadini e gli operai. Non è certo per caso che fu proprio in quegli anni che l’inconscio, molto compresso e represso, finì per scoppiare e si fece riconoscere, proprio a Vienna, grazie a Freud. Ed ancora: tanta oppressione  e meschineria portarono da una parte alla sollevazione dell’Ottobre Rosso; dall’altra alla carneficina della I guerra mondiale. Ed infine, quell’eopaca, da noi, fu spazzato via dalle idee (purtroppo peggiori del male) del fascismo che si voleva purificatore ed energico.

Le panchine di una delle strade più eleganti di Vienna!!

Insomma, l’Austria sembra rimasta ancorata a quel vecchio, caro, piccolo mondo pieno di cose di pessimo gusto. La stessa fantastica Vienna è in verità assai deludente. Il famoso circuito del Ring che ho percorso più e più volte in bicicletta è piuttosto modesto.

In Trentino si loda ancora e si rimpiange la pignola amministrazione dell’Impero Asburgico, contrapponendola alla cialtronaggine dell’organizzazione italiana. Ecco, pignola, precisa, un pò ottusa, certo onestissima; ma priva di qualsiasi slancio.

La musica tipica di Vienna è l’Operetta. Non Opera, Concerto, Dramma o Tragedia. Solo operetta: graziosa, leggera, poca. Dove leggerezza non è un un attributo positivo, indica piuttosto inconsistenza. Adatta, appunto, agli spiriti semplici.

Se si va in giro per l’Austria rurale si troveranno bei paesini con deliziosi Biergarten (giardini della birra) dove ci si può sedere a bere birra sotto il fresco di un alberone, serviti da una robusta signora con il grembiulino finto-tradizionale ed il marsupio nero con i soldini dentro.  Dopo un pò ti è venuta la pancia del bevitore e sei stravolto dalla monotonia. Perchè tutto è estremamente ripetitivo, privo di fantasia, rigidamente codificato.

Non si avverte un salto, un guizzo di aria fresca, una galoppata: solo il composto ed alienante balletto dei loro poveri cavalli lipizzani che vengono addirittura presentati nel palazzo dell’Imperatore. Magnifiche besti costrette a fare i passettini di una damina cinese dai piedi atrofizzati. Una tortura per le cinesi, per i cavalli, ma anche per noi che li osserviamo.

Teatro del wurstel??? Al Prater di Vienna.

Eppure ci sono anche palazzi moderni e buone infrastrutture e spiagge nudiste sul Danubio, ai margini di Vienna. Ma vi è anche un perenne stato di scarsa manutenzione, di leggero abbandono, di invecchiamento generalizzato, di intristita decadenza, un velo di polvere su tutto.

Il Palazzo Imperiale a Vienna è invaso da turisti; forse per questo motivo non riesce a dare una impressione di maestosità; solo di grandi dimensioni, ma un pò disordinate. Non se ne capisce bene lo sviluppo.

Il centro storico è inquinato dai soliti negozi uguali in tutto il mondo e dai chioschi di wurstel, che sarebbe il massimo della cucina locale, subito dopo le braciole fritte. Vertici insuperabili!

Le città alpine, Innsbruck o Lienz o Klagenfurt sono certamente graziose, ma assolutamente niente di più. A Salisburgo c’e’, alla stazione, un bellissimo posteggio per le biciclette. Questo è quanto il turista ritiene del suo viaggio.

Un viaggio in Austria è un’immersione in una atmosfera un pò sbiadita, monocorde, di sentimenti semplici ed un pò dolciastri. Ma anche di stallo, di impasse, di stanca ripetizione di un clichè. Si respira in quel paese un puzzo di rinchiuso, di abiti troppo a lungo portati, di piedi che hanno percorso molto strada.

Una impressione generale di stantio. Non so se vale veramente la pena di andarci.