​La vitale accozzaglia di St. Martin

Cosa fa tutta questa gente sulla spiaggia di Maho a Saint Martin?

Saint Martin, ai Caraibi, un’isola piccola, meno di un terzo dell’isola d’Elba,  che ospita,  in grande confusione, una impressionante quantità di cose, persone e fatti. Due nazioni con ordinamenti statali ben diversi, ognuna con la propria capitale; tre monete correnti; cinque lingue d’uso pubblico normale;  due aeroporti internazionali; una infinita’ di popoli diversi; 70.000 abitanti;  il tasso record francese di rapine; traffici finanziari, narcotraffico,  riciclaggio mafioso.

Vi e’ una parte francese ed una olandese; la prima e’ Francia,  esattamente come Place de la Bastille,  con capitale Marigot; la seconda e’ uno stato in qualche modo associato all’Olanda, con capitale Philipsburg. La frontiera non è visibile, ma sulle carte c’e’.

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Aspettano l’aereo!!! Non è un montaggio. Di Timo Breidenstein – https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=38245028

L’euro e’ largamente utilizzato, ma meno del dollaro; circola anche  il Fiorino dei Caraibi, moneta ufficiale della parte olandese. I prezzi sono espressi nelle tre monete.
La lingua comune e’ un inglese locale, che viene parlato come prima lingua anche nella parte francese (giusto per far dispetto ai loro colonizzatori). Il francese e’ conosciuto da molti,  ma scarsamente praticato; si parla,  naturalmente,  il creolo delle Antille francesi (come alla Guadalupa e alla Martinica),  ma anche il papiamento che e’ il creolo delle colonie olandesi derivato,  incredibilmente,  dal portoghese.  A causa dei molti dominicani,  lo spagnolo e’ molto diffuso.

I bambimi vanno a scuola da una parte o dall’altra, secondo dinamiche variabili. La Francia,  cosi’ dispettosamente puntigliosa al momento di difendere cultura e territorio,  qua sembra essersi arresa e lascia fare,  rinunciando all’ordine costituito. I poliziotti della parte francese parlano inglese fra di loro. Anche alla Posta gli impiegati francesi, dopo anni di resistenza, si son dovuti piegare ed ora discorrono in inglese con gli utenti.

Ogni parte ha il suo aeroporto internazionale,  cosi’ vicini che gli aerei si disturbano mutuamente e ci vuole una regia unica (dalla parte olandese) per coordinarli.

Una sfrenata corsa alla deregulation, lo stato di porto franco, le facilitazioni da paradiso fiscale hanno dopato l’economia che ha richiamato folle di immigrati dalle altre isole caraibiche, ben più povere. La popolazione dell’isola si e’ decuplicata in pochi decenni: son venuti a cercar fortuna dominicani caciaroni,  haitiani sfiniti dalle difficoltà del loro paese, giamaicani sfrontati,  cinesi commercianti, caraibici anglofoni vari, gli immancabili indiani, europei in cerca della estate infinita.

In tale marasma e con la poca collaborazione fra le due polizie, il narcotraffico e la minuta delinquenza imperversano. Le rapine sono frequentissime. I delinquenti passano il confine e son salvi.

In questa isola, assolutamente senza anima e fervente di attività, la gente convive apparentemente senza tensioni e nella mutua indifferenza, cercando, ognuno, di lottare nella vita,  come si conviene in un luogo che fu di pirati,  bucanieri e filibustieri.  La storia si ripete. Ma a ben guardare le cose sono assai tristi.

 

Un cantuccio incantato

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Una chiesa dall’aspetto nordico e il suo cimitero con le tombe dai cognomi da schiavi.

Nonostante tutto il male che ho detto della Guadalupa e della Martinica,  ho trovato assolutamente delizioso un angolo di quest’ultima isola .  Mi ha incantato e non ho voglia di andarmene.

Mi e’ gia successo altre volte: a Corvo,  a Kassos,  nel sud del Cile. Sono luoghi alla fine della strada,  di un isola,  del mondo.  Oltre non si puo’ andare e l’animo mio irrequieto vi trova pace.

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Un luogo umido.

Qua siamo a Grand’Riviere,  l’ultimo paese del nord della Martinica.  La strada, minima e tortuosissima vi arriva esausta e si spegne.  Solo scoscesi sentieri permettono di proseguire verso l’altro lato del vulcano che sovrasta il paesino e tutto il nord di questa brutta isola..

Si stende su un minuscolo pianoro costruito dal fiume, stretto fra l’Oceano procelloso e le ripidissime pendici del vulcano ricoperto da una vegetazione sfacciata.

Il paese e’ francamente brutto,  composto da casette di muratura il cui intonaco e’ spesso annerito dall’umidita’ instancabile.  Vi piove, infatti, quotidianamente, ma brevemente.

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Da casa mia.

Una spiaggia di sabbia nerissima,  vulcanica,  una diga foranea enorme per poche barchette di pescatori.

Gli abitanti sono neri o mulatti scuri discendenti degli schiavi che lavoravano in una piantagione di canna di cui si vedono ancora i resti dei fabbricati. Non sono razzisti: il sindaco è il più nero di loro, invece di essere, come capita normalmente, il più bianco.

Sono deliziosi.  Mi hanno adottato,  unico turista che dorme nel villaggio.  Mi regalano il pesce appena pescato,  mi portano da mangiare gia’ fatto nell’appartamento che ho affittato, mi danno il loro pane quando l’unica bottega lo finisce,  mi offrono il rum.

img_20170131_120950.jpgPasso le giornate a nuotare nel porto,  a vedere i lavori per il suo dragaggio,  a parlare di filosofia con lo scemo del villaggio e di ricette di cucina con le vecchie. Polemizzo con la bottegaia su ogni argomento e mi arruffiano con i miei vicini sparlando dei francesi. Mi son messo d’accordo con il padreno di uno dei bar per fare la pizza, una volta a settimana; ma non subito, più in qua. Faccio la classifica dei migliori ponches al rum del villaggio. Cammino sui ripidissimi sentieri alle spalle del paese dove trovo numerose capre.  Loro legate,  io liberissimo.

Nessuna attività economica, salvo pochissima pesca e tre modestissimi ristoranti per i turisti francesi che vi arrivano in giornata, con le loro auto noleggiate, e che subito ripartono frettolosi di tornare nella bolgia del resto della Martinica. Degli orti su pendenze alpinistiche.

Il fine settimana tornano in paese i lavoratori e gli studenti.  Dal lunedi, torneremo alla nostra pace.  Fatta di niente,  fatta di vita.

Razzismo alla Guadalupa

Il viale di una grande proprietà schiavistica.
Il viale di una grande proprietà schiavistica.

In quest’isola dei Caraibi,  appartenente alla Francia,  l’umanita’ e’ veramente riuscita a complicarsi la vita.  Vi sono 400.000 abitanti suddivisi in una grande quantita’ di gruppi diversi.

Vediamoli: il gruppo fortemente maggioritario e’ composto dai discendenti degli schiavi africani. Nelle strade rappresentano la grande maggioranza dei passanti; ma vi è anche una buona percentuale di meticci, a volte assai chiari. Quest’ultimi se la tirano tantissimo e fanno combriccola a sè.  Tipico,  ad esempio, all’uscita dai licei,  veder sciamare gli studenti in gruppi della stessa tonalita’ di colore della pelle. A conferma del fatto che la segregazione razziale esiste e si perpetua fin dall’infanzia. E siamo in Europa, si badi bene.

Poi vi sono i bianchi,  a loro volta suddivisi in diverse categorie.  I Beke’ sono i discendenti dei padroni delle terre e degli schiavi.  Furono mandati nel 1600 dal Re di Francia a prendere possesso di quelle terre e a fare zucchero e commerci.  Stanno in grandi ville fortificate,  si frequentano e si riproducono fra di loro,  detengono tutto o quasi.  Negli ultimi tempi si stanno un po’ sciogliendo ed alcuni cadono nella classe media. Poi i Beke’ goyave; di arrivo altrettanto antico,  ma di origine proletaria; erano gli artigiani, gli aiutanti, gli amministratori dei Bekè propriamente detti. Prestigio di antichita’ ne vantano molto, ma di potere e ricchezza ne hanno poco.   Ancora: blancs-pays sono detti quei bianchi che sono nati alla Guadalupa ma i cui antenati vi sono arrivati in tempi piu’ recenti.  Sono la classe media locale.  Vi sono poi i metropoles,  ossia i bianchi che sono nati in Francia, ma che hanno scelto di abitare alla Guadalupa per il clima,  perche’ vi hanno trovato lavoro od altro.  Lavorano nel commercio, nel turismo; si vedono dietro il banco dei negozi o a fare la pizza, anche a vendere i bomboloni sulla spiaggia. Non danno l’idea di passarsela benissimo, in generale. Poi ancora i fonctionnaires: dipendenti pubblici mandati qua per tre anni come insegnanti,  poliziotti, tecnici.  Ed infine i pensionati, che passano l’inverno al calduccio. Bekè esclusi (sono invisibili), tutti gli altri bianchi sembrano piuttosto dimessi, anche un pò bruttini, direi depressi ed un filino abbrutiti.

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Gli abiti tradizionali erano fatti in tessuto indiano. Ora sono solo un souvenir turistico.

Inoltre vi sono i descendenti degli indiani che vennero portati in regime di servitu’ come operai agricoli dopo la fine della schiavitu’ per rimpiazzare i negri che, ormai liberi,  non volevano continuare a lavorare. Vengolo chiamati Coulis.  Ed infine, ecco i libanesi,  qua chiamati siriani,  che controllano i commerci al dettaglio di prodotti come i tessuti,  gli abiti,  l’elettronica.  I libanesi non mancano mai dove stanno i francesi. Erano normalmente cristiano maroniti, in Libano.

Tutti questi sono di nazionalità francese,  poi vi sono gli stranieri, venuti a cercare incerta fortuna. Haitiani scurissimi e poveri, grassi dominicani, anglofoni delle isole indipendenti vicine, cinesi commercianti, qualche residente europeo.

E su tutto ciò una bella percentuale di turisti, molti dei quali croceristi che rimangono poche ore.

Tutta questa umanità varia potrebbe essere una grande richezza culturale. Ma dove i francesi mettono il loro piede, il razzismo impera. I francesi sono maestri nell’arte infame di trattare gli altri con tutte le sfumature del sottile disprezzo, del paternalismo, della sufficienza. Sono insopportabili ed incorreggibili. Hanno l’insopprimibile bisogno di omologare tutto e tutti ai loro parametri, spesso assai modesti; con la forza, con l’ironia, con il disprezzo per l’altro, con la paura del diverso, con la condiscendenza del superiore. La stessa, straordinaria, musica nata fra gli schiavi ed ancora molto presente è stata discriminata e disprezzata fino a pochi anni fa. Purtroppo in questo quadro la popolazione di colore è schiacciata, con problemi di identità, timorosa di esprimersi.

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I commercianti libanesi si rifanno al loro passato.

E’ del tutto naturale che, di fronte a questo costante, velato e pervadente disprezzo vi sia stata una reazione; che ha preso due vie. Da una parte rimangono ancora resti della sottomissione e si vedono dei neri che simettono sugli attenti all’arrivo del bianco. D’altra parte ed in misura sempre maggiore, troviamo l’insofferenza, il razzismo rancoroso conto i bianchi, l’abitudine ad attacar briga ad ogni occasione, la facile violenza verbale. Solo una parte della popolazione riesce a conservare la calma, giusta e responsabile.

I bianchi di recente arrivo hanno la vita durissima, gli attacchi razzisti, sempre ed esclusivamente nelle parole e nei comportamenti, mai fisici, sono frequentissimi. Io stesso, palesemente turista non francese, ne ho dovuti sopportare più volte al giorno.

Dal canto loro i meticci si barcamenano un pò subdoli ed i Bekè non si mostrano. Quindi il razzismo si rivolge verso i bianchi meno responsabili degli orrendi crimini verso gli schiavi.

Vivere alla Guadalupa (ma anche alla Martinica la situazione è di poco migliore) è quindi un tale esercizio di pazienza, di resistenza alle provocazioni e di sopravvivenza alle tensioni razziali che alla fine è meglio non andarci. Tanto che lo Stato ha difficoltà a trovare dipendenti che accettino contratti, anche solo di tre anni, nonostante gli stipendi allettanti.

Imbarazzante la situazione delle ONG tipo SOS racisme, molto attive in Francia e presenti anche alla Guadaloupe. Fanno azioni contro il razzismo verso i neri; ma non le fanno contro il razzismo opposto.

 

La brutta vita della Guadalupa

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Spiaggia di Saint’Anne.

Stranissimo mondo la Guadalupa.  E’ una colonia francese ed è quindi come essere in Francia, ma ai Caraibi, o alle Antille, come dicono loro; poco più a nord della Martinica. La Guadaloupe è un’isola ricca di belle spiagge e di una grande catena montuosa dalla rigogliosissima vegetazione. Nei pressi le isole minori de Les Saintes e la meravigliosa Marie Galante.

Purtroppo il turista ci vive male. Non sono capaci di ben accogliere il visitatore. Vi sono aspetti incredibili.

Non esistono i bar! Da dimenticare di riposarsi a fine giornata, in vista mare, con una bella birra. Li ho cercati dappertutto, ma di bar ne ho trovato pochissimi, e quei pochi mi son sembrati brutti, trasandati, costretti in miseri angoli, con vista al massimo su un parcheggio. Se hai sete devi andare in uno dei loro alimentari e comprarti una birra, che puoi bere su una sedia zoppa, sul marciapiede.

Del resto vi sono poche marche di birra, e tutte in bottiglie molto piccole. Mi hanno spiegato che i locali preferiscono bere rum, la sera, rapidamente, in questi negozi ed in quantità modesta. Manca, quindi, completamente, la cultura del bar, come si intende nel Mediterraneo. Mi hanno spiegato che ai tempi dello schiavismo e successivi, vi era una grande censura morale e sociale contro il consumo di alcolici; appunto per timore che la  capacità di lavoro degli schiavi e degli operai ne fosse diminuita. E che questa censura continua fino ad oggi. Quindi il massimo consentito è un bicchierino di rum assorbito alla svelta e quasi di nascosto.

Anche i ristoranti sono molto deludenti: brutti, malandati, mal tenuti, affollati e di cattiva qualità. Fuori dall’orario dei pranzi offrono bevande ai turisti stanchi, ma non sono certo degli accoglienti bar. Mancano anche, quasi del tutto, i bistrot francesi che sono bar dove puoi mangiare uno o due piatti.

Grande quantità, invece, di piccole rosticcerie, dove comprare un fagotto di cibo e scappare a mangiarselo a casa, furtivamente. Molto diffusi anche i furgoni che nelle piazze, nelle vie, vendono cibo di bassa qualità e molto anonimo. Si mangia anche molto nei centri commerciali. Non ho visto un solo ristorante elegante.

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Pointe de la Vigie.

La pur importante cucina delle Antlle affoga miseramente fra paninis, pizza, hamburgher, polpette e fetenzie simili. E per finire, il rapporto qualità/prezzo è scandaloso. Sulle spiagge, alcune delle quali anche molto belle, la situazione non migliora. Qualche furgone, con poveri ombrelloni e la gente intasata sotto, che in confronto le feste dell’Unità erano puro lusso. L’unico sollievo è dato al turista caparbio da certe gargotte di pessimo aspetto dove si rifugiano i vecchi a bere bicchierini di punch al rum. In quelle bettole, nascoste nei paesi e lontane dai luoghi più turistici, il padrone fa anche da mangiare, sempre cibi locali e spesso di grande bontà. I tavoli sono comuni e ci si siede e si chiacchera con tutti, se, naturalmente, conoscete il creolo. Luoghi interessantissimi da un punto di vista antropologico, ma certo ben diversi da quello che uno può aspettarsi ai Caraibi.

Nemmeno per quanto riguarda gli alberghi la situazione è confortevole: sono pretenziosi e molto cari, ma di basso livello generale. Sono tutti concentrati a Gosier, dove la spiaggia è minima. Quindi, tutti quanti i turisti affittano una macchina e si sparpagliano nel resto dell’isola cercando quel che possono. Intasamenti.

Ma mancano anche i bei negozi, le cui vetrine, a volte, si ama ammirare. Solo botteghe cialtrone in mano a libanesi arraffoni. Lo stesso grande centro commerciale prossimo a Point-à-Pitre è una brutta copia di quelli veri, ma con prezzi superiori a quelli francesi.

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Pranzo sulla spiaggia?

I centri urbani alle 6 di sera si spopolano completamente ed appaiono lugubri e pericolosi. Poche luci, nessun passante, non un locale aperto. Tutti barricati in casa a vedere la televisione. I turisti non possono fare altro che stare rinchiusi negli alberghi. La morte civile. Impossibile trovare un corso dove fare una passeggiata con dei locali accoglienti, dove fare amicizia con questo o quella, mangiarsi un gelato, come si fa sulla Riviera Romagnola.

Non si ode mai, e da nessuna parte, uno spiffero di musica. E siamo ai Caraibi!!!

Unica eccezione, importantissima, sono le reunioni del sabato sera di certi gruppi informali che suonano le percussioni. Si ritrovano nei paesi, fuori dalla bottega-bar e fanno cose travolgenti. Non vi è un vero pubblico, solo i passanti che si attardano ad ascoltarli. I suonatori non chiedono soldi per essere ascoltati, lo fanno per il proprio piacere. E’ come essere nel campo degli schiavi, di notte, dopo il taglio della canna, due secoli fa. Difficile trovarli, bisogna chiedere in giro, questo è un video rappresentativo.

I trasporti pubblici sono complessi e confusi, non certo alla portata del turista, obbligato ad affitare un’auto per muoversi anche di poco.

Potrebbe essere un paradiso, quest’isola ed è invece un luogo povero di vita ed immiserito dalla tristezza,  Il perfetto contrario della “Bella Vita” che ci si attenderebbe ai Caraibi. I perchè vanno probabilmente ricercati nell’oppressione che un manipolo di meschinissimi francesi hanno fatto sulla popolazione di schiavi prima e di asserviti poi. Hanno ucciso l’anima di un popolo che è diventato incapace di vivere e di gioire. Ed infatti la tensione razziale è altissima.

 

I bar mediterranei

Mi piace pensare che la cultura che si è creata intorno al Mediterraneo sia la più antica, la più complessa e quella che meglio incarna l’essenza umana, fra le molte che si sono espresse fino ad ora sulla Terra.

E non ho dubbi che un aspetto centrale di questa multiforme cultura sia il bar. Sulle rive del Mediterraneo la gente sta molto tempo al bar; ci sta bene; ci fa un sacco di cose e gli dispiace andarsene.

Il turista accorto non mancherà di passare molto del suo tempo di viaggio nei bar e dedicherà loro altrettanta, se non maggiore, attenzione che alle chiese o ai musei.

Ogni paese ha il suo tipo di bar e tutti meritano di essere conosciuti. Eccone alcuni, in ordine crescente ed arbitrario di mio aprezzamento:

Il caffè arabo. Naturalmente, non vi si beve vino o birra, ma solo caffè e tè, servito in bicchieri senza piattino e con il cucchiaino dal lungo manico infilato dentro. Non vi si mangia assolutamente nulla. I tavoli sono spesso rotondi e i bar sono grandi, molto affollati a quasi tutte le ore, tanto che vien fatto di chiedersi quando la gente pensa di lavorare. Le donne sono assolutamente assenti e l’aspetto è abbastanza triste, spoglio, un pò squalliduccio. Ma le conversazioni fervono ed è un luogo dove, palesemente, vengono raddrizzati continuamente i destini del mondo. Si ritrovano dal Marocco alla Turchia, alla Bosnia. Il turista non vi si siede volentieri, sia perchè le donne si sentono a disagio in quanto sarebbero le uniche, sia perchè sembra un mondo solo per i locali, da rispettare senza portarci la superficialità tipica dei turisti.

La terrasse. Detto alla francese è il bar lungo il Corso che si può permettere di img_20160609_204441occupare un vasto spazio di suolo pubblico (delimitato da vasi con piante varie e spesso spelacchiate) sul quale sistemare un discreto numero di tavolini riparati da ombrelloni. Questo modello di bar è probabilmente più nordico che mediterraneo ed è poco adatto alla socializzazione con i passanti, nascosti dalle piante di recinzione. Ci si va a coppie o a piccoli gruppi, ci si siede a bere analcolici e si va via un pò annoiati. Più cari di altri tipi di bar, hanno anche camerieri più professionali che alla fine della giornata si son fatti qualche decina di chilometri fra il bancone ed i tavoli. Vi si mangiucchia anche qualcosa.

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I vecchi e brutti bar portoghesi, ma così cari al cuore.

Il bar popolare in Portogallo. Sono innanzitutto molto brutti. Sovrabbondano i banconi di lamiera nichelata affittati e pieni di vetri graffiati dall’uso. E di sciarpe e gagliardetti del Benfica e delle altre squadre. Atmosfera fredda, poco accoglienti. Sul banco, delle vetrinette con crocchette di patate, polpettine di baccalà, sofficini di formaggio. Si beve soprattutto birra alla spina, la più economica dell’Europa Occidentale. Qualche tavolino, un pò dentro ed un pò fuori, regalato dalla birra Sagres, sedie scompagnate, abbastanza disordine, pulizia largamente migliorabile. Dietro al banco il proprietario, da solo o con un aiutante; entrambi di aspetto dimesso. Ma è facile mettersi a chiaccherare e venire a sapere tutti i dettagli del quartiere. E soprattutto vi si avverte quella sottile malinconia dimessa che finisce per scaldare il cuore.

Il bar greco tradizionale. E’ la foto che i turisti italiani hanno in mente della mio-nokia1082Grecia: un enorme olivo alla cui ombra tre o quattro tavolini quadrati ospitano un vecchio Pope e qualche pensionato seduti su sedie impagliate dipinte di azzurro. Sul fondo una casa a cubo bianchissima. Ve ne sono rimasti ormai pochi, sostituiti dai bar moderni che vedremo più sotto. Vi si beve il caffé, la birra, la grappa; soprattutto il vino portato al tavolino nei caratteristici boccali cilndrici di lamiera colorata di rosso o di azzurro, molto simili ai nostri vasi da cimitero. Il padrone, solitamente anzianotto, panzuto e con la barba di qualche giorno, vi porterà un piattino con dei pezzi di cetriolo e di pomodoro. In certi casi, accanto al bar, un macellaio arrostisce spiedini. Voi vi siederete, berrete il Retsina, il vino resinato, penserete ad Omero e vi sentirete malinconicamente felici.

Il bar sport italiano. Luogo notissimo agli italiani e teatro di infiniti libri, film, scene di vita ed appuntamenti importanti o no di ognuno di noi. Pur in crisi per l’avvento dei nuovi tipi di locale, resta l’ossatura del sistema-caffé italiano. Una sia pur breve visita rimette al mondo anche i più disperati.

Il bistro francese. Non strettamente mediterraneo, nasce a Parigi, ma poi si diffonde anche a sud. Locale vasto, principalmente al chiuso, ma con possibili tavolini fuori.  Lunga barra di legno con proprietario normalmente incazzato. I tavolini sono molto piccoli, quadrati e vicinissimi gli uni agli altri, per cui si ascoltano (ma non vi si partecipa!) le conversazioni dei tavoli vicini. In alcuni casi vi è una grande tavolo tondo dove chi è da solo si siede per chiaccherare con gli altri avventori, anche se sconosciuti. Si beve vino e pastis, il tremendo aperitivo all’anice. Poi è diventato anche ristorante, prima rapido ed economico, poi anche ricercato e relativamente caro. Molto accogliente, risente un pò dei modi francesi, non sempre urbanissimi.

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I piattini del bar de tapas.

Il bar di tapas spagnolo. Da non confondere con il bar de copas, dove solo si beve, è quel luogo meraviglioso dove ci si siede alla barra e si ordinano piccole porzioni dei numerosi cibi offerti. Questi sono esposti in vetrinette sul banco o annunciati in lavagne. E’ una delizia di piatti regionali, tradizionali, popolari. Il locale è solitamente al chiuso, spesso grande, sempre lungo per permettere la massima estensione della barra, con poca attenzione all’estetica e scarsa considerazione della pulizia. Infatti i clienti gettano a terra tovagliolini, stecchini, noccioli di oliva, bucce di ogni tipo; poi il ragazzo spazza. Si beve principalmente birra o vino, secondo le regioni. Il servizio è estremamente rapido e conciso, a volte ruvido. I prezzi sono molto variabili, da modestissimi ad assai cari.

Il Bar greco moderno. Raggiunge il massimo del confort e dell’accoglienza. E’ esterno ed ampio, ben riparato da eleganti tettoie o da vasti ombrelloni; ha delle poltrone e dei divani molto ampi, comodi, rilassanti. Non vi è fretta, ci si può stare molto a lungo con una sola consumazione. E’ frequentato da ogni genere e da ogni età. Il servizio è disteso e cortese, efficente. I prezzi sono contenuti, soprattutto in relazione alla qualità delle poltrone e del servizio. Alcuni sfiorano il lusso, pur mantenendo prezzi accessibili. La bevanda principale è il caffè, ma servito in molti modi diversi. Non vi è cibo, salvo noccioline o patatine, offerte.