Foto di Corvo

L'isola di Corvo con l'unico paese (Vila do Corvo) e la caldera del vulcano in alto
L’isola di Corvo con l’unico paese (Vila do Corvo) e la caldera (Caldeirao) del vulcano in alto
La caldera con i laghetti
La caldera con i laghetti
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Gli stessi laghetti, dal bordo della caldera.
Fienili e pascoli sulle pendici esterne del vulcano. Durante l'inverno la relativa povertà dei pascoli difficoltà ai bovini, anche perchè sono sempre all'aperto. Non fa mai troppo freddo, ma abbastanza perchè ci sia una certa mortalità.
Fienili e pascoli sulle pendici esterne del vulcano. Durante l’inverno la relativa povertà dei pascoli crea difficoltà ai bovini, anche perchè sono sempre all’aperto. Non fa mai troppo freddo, ma abbastanza perchè ci sia una certa mortalità.
Tutta la pendice esterne, dove non troppo ripida è a pascolo, diviso da muretti di pietra, come a Terceira.
Tutta la pendice esterne, dove non troppo ripida è a pascolo, diviso da muretti di pietra, come a Terceira.
Vila do Corvo vista dalla strada che va al Caldeirao.
Vila do Corvo vista dalla strada che va al Caldeirao.
La parte più antica del paese. Su un dirupo, per lasciar libere le parti più piane, buone per i campi di grano ed orzo.
La parte più antica del paese. Su un dirupo, per lasciar libere le parti più piane, buone per i campi di grano ed orzo.
Nel paese vecchio molte case sono abbandonate. Altre sono in buone condizioni, ma disabitate, salvo durante le ferie degli emigrati. Ma è difficile comprare perchè non si usano fare le divisioni dell'eredita e le proprietà sono di una gran quantità di discendenti, emigrati in tutto il mondo.
Nel paese vecchio molte case sono abbandonate. Altre sono in buone condizioni, ma disabitate, salvo durante le ferie degli emigrati. Ma è difficile comprare perchè non si usano fare le divisioni dell’eredita e le proprietà sono di una gran quantità di discendenti, emigrati in tutto il mondo.
Angolo quasi mediterraneo.
Angolo quasi mediterraneo.
L'unica, ma gradevole, spiggia dell'isola, in fondo al paese.
L’unica, ma gradevole, spiggia dell’isola, in fondo al paese.

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I molini a vento erano usati per macinare i cereali. L'isola è stata, fino agli anni '60 quasi perfettamente autarchica.
I molini a vento erano usati per macinare i cereali. L’isola è stata, fino agli anni ’60, quasi perfettamente autarchica.

Invettiva per Corvo

Maledetto sia l’uomo bianco, la sua ascendenza e la sua discendenza. Che finiscano tutti nelle fauci del diavolo, là da dove sono venuti. La prepotenza, l’arroganza, la tragica, commovente, eroica e maledetta volontà di occupare ogni spazio del mondo e di sfruttare ogni minima risorsa. Anche dei luoghi dove risorse paiono non esserci. L’uomo bianco, portatore, causa ed effetto di ogni male e di tutta l’infelicità possibile del mondo. Fragile ed immortale, la sua stirpe non pare conoscere tregua nella ricerca del proprio ed altrui, inutile, male. Si nutre del proprio sangue generando orde sempre più affamate delle loro proprie carni.

Perchè un popolo marginale ed infinatemente povero ha avuto bisogno di popolare queste erte isole delle Azzorre? Perchè quest’isola di Corvo, nuda di tutto, più vicina all’America che all’Europa, scoscesa sul mare battente, popolata solo dal vento e da striduli e disperati volatili ha avuto bisogno di ricevere 20 coppie di miseri contadini che per quattro secoli e mezzo hanno lottato per non morire subito e soffrire di più? Tartassati dalle tasse dei signori di Lisbona, ignari del Rinascimento, del Secolo dei Lumi, della Rivoluzione Industriale, delle lotte operaie, hanno distrutto quel poco di vegetazione che trovarono per allevare pecore e coltivare grano e zucche, abbrutiti dalla miseria, dalla solitudine, dalla lontananza da tutto, dal rumore del vento. Poi hanno ucciso migliaia di balene inseguendole a remi. Poi son diventati 1070 ed hanno cominciato ad emigrare, prima sulle baleniere americane, poi direttamente in America ed in Canada.  Ma ancora lavori umili, ultimi fra gli ultimi per tornare, chi volle tornare, ancor più ignaro di quando era partito.

Perchè hanno dovuto patire tanto? Perché la loro sofferenza si deve ancora percepire nelle case tristi, nel dialetto gutturale, negli sguardi obliqui, nei sorrisi sdentati?

E quando pareva che la tragica storia umana di quello scherzo geologico che è quest’isola potesse lentamente spengersi fra la partenza dei giovani e la morte dei vecchi, ecco che arriva l’Europa! Ed uno stillicidio senza fine di sussidi, aiuti, contributi, donazioni, attività, promozioni, progetti, programmi e chiacchere che hanno inchiodato qui gli ultimi 450 abitanti. Crocifissi sul Golgota dell’ormai raggiunta sicurezza economica e sociale, ma pur sempre lontani da tutto e sottomessi ancora e sempre al vento dell’Oceano. Allevatori di bestiame da latte che ricevono contributi per la carne; pescatori che ricevono contributi per non pescare quasi mai; lavoratori della salute, dell’educazione, dei trasporti marittimi e aerei, dell’amministarazione pubblica, della polizia, della banca,  delle poste i cui soli utenti sono loro stessi; costruttori di opere pubbliche per un pubblico che non esiste. Condannati a restare sulla terra delle sofferenze dei loro avi da un lavoro inutile, come inutile fu la sofferenza di quegli avi.

Maledetto sia l’uomo bianco.

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Corvo, che dolore

L’agognato porto di Corvo, il giorno dopo, a mare calmo.

Il vostro povero viaggiatore è proprio in cattivo stato ed ha passato un’ora brutta brutta. Di buon mattino sono andato al porto di Santa Cruz dell’isola Das Flores con bagagli e biglietto pronto ad imbarcarmi sull’Ariel (il nome deponeva già male, ricordate il lanciere bianco?) verso Corvo. Aspetta, aspetta è stato poi chiaro che l’Ariel non veniva nemmeno oggi per via del mare cattivo. Nessuno mi corre dietro, ma avevo fatto la bocca a partire e mi dispiaceva proprio tornare in albergo scornato. Mi ero gia caricato gli zaini in spalla, come l’Aretino Pietro, uno dietro e l’altro davanti, quando vedo arrivare una macchina con gommone dietro. Quel porto è così poco riparato che ogni oggetto galleggiante viene messo in secco appena arriva.

Osservo un attimo, vedo l’affaccendarsi professionale di due tipi e mi avvicino per capire meglio. E il gommone andava proprio a Corvo, a prendere della gente rimastavi b loccata per il rifiuto del capitano dell’Ariel di partire. Chiedo un passaggio e me lo danno. Ma mi avvertono che il mare, fuori, è proprio cattivo. Il primo pensiero ovviamente è stato: ma se l’Ariel non viaggia, come può viaggiare un gommone, nemmeno tanto grande? Ma il fatto è che una delle due persone intorno al gommone era una fanciulla celestiale. Poi forse nemmeno tanto, ma in confronto alle donne che girano in queste isole, sì, lo era. Quindi lascio da parte la logica e la saggezza e monto su quell’affare del diavolo. Il tipo mi dice che sarebbe stata un’esperienza radicale, ma vai a sapere cosa vuol dire esattamente radicale in portoghese. Sapevo comunque di fare una cazzata, me lo sentivo ed era chiaro che non andava fatto, ma quando uno è fava, è fava.

L’unico centro abitato di Corvo.

Son bastati 10 secondi dalla partenza per pentirmene. Velocità folle. Terrore puro, lottare contro la voglia animale di buttarsi nell’acqua e salvarsi. Poi son cominciate le onde, il tipo al timone (con la fanciulla accanto. A lui, non a me.) ha rallentato la velocità e siamo sfilati sotto falesie altissime e, bisogna dire, meravigliosamente selvagge, dirupe e nere; con tanto di basalti colonniformi come si deve. Naturalmente Christo (così si chiama il tipo sia del gommone, che della fanciulla celestiale) ha sfiorato le rocce, senza nessuna necessità, non so se per fare il macho con la biondina o per farmi cagare sotto a me. O per entrambe le cose.

Ma poi l’isola è finita e siamo usciti allo scoperto. Fin da prima si vedeva, in lontananza, una linea, sempre più vicina. Al di quà della linea, il mare riparato dall’isola, con il gradevole luccichio dell’acqua, al di là una cosa opaca, nera e montagnosa. Siamo arrivati alla linea.

Fino all’arrivo è stata un’ora d’inferno. Uno sbattimento continuo, disordinato, contraddittorio. Un pestaggio organizzato. Dannoso stare seduto; oltre l’onda si precipitava in un buco senza fine ma che poi fine aveva, bruschissima ed a fortissimo impatto sulla colonna vertebrale. Vedevo mentalmente i dischi intervertebrali schiacciarsi come il formaggino fra due fette di pane quando le strizzi per metterle in bocca e ce n’e’ sempre un pò che casca per terra. In piedi nemmeno pensarci. Ho quindi adottato una posizione a metà strada fra il cavaliere al galoppo e il boy scout che defeca in un campo. Più del secondo che del primo. Mi potevo aggrappare ad una barra orizzontale, davanti a me, e lo facevo con le due mani e con tutta la forza. Dopo poco ho cominciato ad avere i crampi alle dita. Meglio sarebbe stato tenere le braccia larghe, mi avrebbe dato più stabilità. Ma sapevo che prima o poi sarei andato a sbattere con i denti sulla sbarra e quindi ho pensato di tenere le mani vicine e davanti alla bocca. Schizzi dappertutto.

Va da se che c’era una gran foschia e di Corvo, in fondo assai vicina, non se ne vedeva traccia. Impossibile quindi calcolare distanze percorse e da percorrere.

L’impossibilità di pensare, di rifiatare, di lamentarsi, financo di girarsi e di chiedere un pò di pietà a Christo. Mascelle strette fino ad aver dolore ai denti. Una sola lotta animale per restare attaccati a quella sbarra limitando i danni. Un pò come si vede fare a quei disgraziati che la polizia infame prende a manganellate. Stanno a terra, si coprono il capo con le mani e sperano solo che finisca.

Ad un certo momento sei o sette delfini vengono anche a prendere per il culo, passando, loro, sotto quelle onde che noi scavalcavamo con dolore. Poi, Corvo si vede e dopo un’eternità di 20 minuti, arriviamo.

Ed ora sono, dolorante, ma contento, nell’accoglientissimo B&B del sindaco di Corvo.

Opportunità economiche

Nebbia fatale per le apine….

Ringrazio quelle persone che si sono preoccupate della mia malattia, ma ormai il problema sembra quasi superato. Oggi sono anche andato, come si diceva, di corpo, smaltendo, spero, gli ultimi resti del polpo d’annata causa del malessere. Dal momento che erano tre giorni che non ingollavo quasi niente di cibo, confesso che ci è voluto un certo sforzo per sviscerare la materia del contendere.  Fiero di questa prodezza dialettica, passo ad altro argomento.

Oggi, per festeggiare la ritrovata vita sono stato tutto il pomeriggio sul molo del porto dei pescatori di San Mateus, a prendere la nebbia, ma a torso nudo e voglioso di seguire alcuni nuotatori sguazzanti. Poi ho mangiato un congro (?) in guazzetto. Difficili e frammentarie le conversazioni con vecchi ed irsuti lupi di mare, in media, assai rincoglioniti.

Quando vado in giro, cerco sempre delle opportunità economiche, nella speranza di scorgere una vena d’oro che nessuno aveva mai notato prima (mai successo). Non per spirito imprenditoriale, ma per desiderio di dare spinte economiche e sociali alle locali popolazioni. Qualche idea a volte mi viene, ma poi non ne faccio di nulla, sia per pigrizia sia perché ritengo che mettere in pratica un’idea è il miglior sistema per rovinarla. Qua ho trovato due interessanti possibilità che offro volentieri a chi se ne volesse occupare.

La prima, deliziosa, è la reseda lutea o gualda degli ebrei. E’ un erbetta che pare assai diffusa allo stato naturale in quest’isola di Terceira.  Ha la caratteristica di avere in tutte le sue parti un pigmento giallo che, opportunamente estratto con l’urina, è un eccellente e potente e resistente colorante tessile. Era così chiamata perchè da questa pianta gli ebrei estraevano il colorante con cui tingere il cappello che erano tenuti a portare (in tempi revoluti) per far notare la loro fede. Si da il caso che un organismo di finalità (per me) incerte e di futuro certo incertissimo, connubio fra CNR e Regione, il Lamma, se ne sia occupato in tempi recenti in Toscana, per vedere se potesse essere utilizzato da quella moda biologica abbastanza in crescita prima della crisi.

La seconda idea mi par più marchingegnosa. Sulle parti alte di quest’isola si trovano distese 19di erica. Dall’erica le api ottengono un eccellente miele. Sono andato a trovare la locale cooperativa di agricoltori ed apicoltori Fructer, ad Angra do Heroismo,  ed ho indagato per quale motivo fanno solo miele millefiori e non quello d’erica. Ho portato alla luce due motivi: il primo è che la trentina di apicoltori tercerensi lo fanno come secondo lavoro. Il più attivo fra di loro è un poliziotto che ha circa trenta arnie, gli altri meno. Un apicoltore, per mangiare del proprio lavoro, ne deve avere almeno trecento. Quindi nessuno di loro ha voglia di sbattersi troppo. Raccolgono quel che trovano nell’arnia, lo mettono nei barattoli e festa finita. Il secondo motivo è più preoccupante. Como ho abondantemente notato anch’io, in altitudine, dove c’e’ l’erica, c’e’ anche un grande umidità. Che le api temono molto perchè impedisce loro di sbattere convenientemente le alucce. Bisognerebbe quindi mettere le arnie su un camion e portarle su quando fa bello e riportarle giù la sera.