Galapagos

Giovane leone marino. Foto di Pedro Szekely via Wikicommons.

E’ uno di quei nomi che per decenni ha rappresentato la lontananza assoluta, il confine estremo del turismo dei sogni. Poi si è banalizzato ed ora se ne sente parlare molto raramente.

Si tratta delle Galapagos, le isole del Pacifico, a mille chilometri dalle coste dell’Ecuador, a cui appartengono. Note soprattutto per l’isolamento in cui si trovano e che ha dato luogo a specie terrestri che non esistono in nessun altro luogo al mondo. Tale fatto fu prima notato dal giovane Darwin, mise poi radici nella sua mente ed infine dette origine alla teoria della selezione naturale che avete imparato a scuola.

Dovrebbero essere anche note per la presenza di una infame Colonia Penale Agricola dove il sistema giudiziario ecuatoriano mandò circa 300 persone fra il 1946 ed il 1959. Si trattava di supposti rei di delitti minori, ma in quell’isola ci morivano per tubercolosi, maltrattamenti, esecuzioni di secondini sadici, fame. I prigionieri erano obbligati a costruire un perfettamente inutile muro che i turisti oggi visitano. Non dimentichiamoci che il Sud America è la patria della violenza e della repressione; allora, esattamente come oggi, nello stesso paese. Nel ’59 ci fu una sollevazione con sequestro di uno yacht in seguito alla quale il regime ecuatoriano chiuse la colonia e trasformò l’intero arcipelago in un parco naturale.

A quei tempi era un luogo quasi irraggiungibile. Vi abitavano poche centinaia di persone, assolutamente perdute. Una nave faceva irregolare servizio. Nell’arcipelago si fermavano i velieri di eccentrici navigatori provenienti dall’America e diretti in Asia nel loro giro del mondo. Nei secoli era rifugio per i balenieri o i pirati. Tutte le guide parlano di una cassetta della posta dove i naviganti lasciavano le lettere che le navi che andavano verso Guayaquil, El Callao o Panama avrebbero preso e spedito dalla terra ferma. Quelle isole erano un mondo lontano, perduto, irraggiungibile. Più appartenente al mondo dei sogni che della realtà.

Bruttissime le iguane, ma inoffensive e disinteressate. Foto di Pedro Szekely via Wiki Commons.

Il Viaggiatore Critico abitava in Ecuador e ci andò, ovviamente. Spendendo anche poco di aereo in quanto residente in quel paese, mentre gli ancora non troppo numerosi turisti pagavano una fortuna.

La faccenda era molto complicata, tanto che una nuova forma di accoglienza turistica si stava organizzando e negli anni successivi si impose. Andiamo per passi.

Cosa si va a fare alle Galapagos? Credo che sia soprattutto per dirlo agli amici e vantarsene da buoni sborroni. Il clima è abbastanza arido, siamo nel mezzo del procelloso Oceano Pacifico e non c’e’ l’atmosfera adatta a fare delle vacanze balneari, pur essendoci alcune spiagge meravigliose. Lo sviluppo turistico delle isole si è esclusivamente rivolto all’osservazione della fauna. Che, bisogna riconoscere, è incredibile. Gli animali non sono mai stati disturbati e considerano l’uomo non come un nemico, ma come un pezzo di natura. E’ possibile avvicinarsi a pochi centimetri da uccelli, foche, trichechi, iguane. Ti camminano letteralmente fra i piedi e devi stare attento a non pestarli. In una occasione mi ero seduto su uno scoglio sul mare e ne venni malamente scacciato da un enorme tricheco (o leono marino, che dir si voglia) il quale, poverino, si era fatto male ed aveva una frattura esposta e sanguinolenta ad una zampa-pinna. In un’altra occasione feci una foto ad una foca che si era addormentata al sole; ero così vicino che, nonostante il rumore delle onde, si sveglio per il clic dell’otturatore. Se ti avvicini a quello spazio che una coppia di picudos dalle zampe azzurre considera la propria casa, questi uccelli cominciano a starnazzare vigorosamente, ma non pensano minimamente ad allontanarsi. Te ne andrai tu, nonostante che pesi molte decine di volte più di loro. Le iguane, di molti tipi diversi, ti guardano annoiate e distolgono presto lo sguardo. Insomma, è un quadro da “mondo ai tempi di Adamo ed Eva”. Un esempio di come potremmo essere felici se non fossimo delle merde. E’ commovente, lo riconosco.

Ma è sufficiente per fare un viaggio di 11.000 km? Se si hanno dei figli e si vuol fare della didattica sul terreno, forse. In caso contrario la spesa economica, energetica e di tempo che si è affrontata non credo venga ripagata da un pur simpaticissimo pennuto che ti starnazza dietro.

Il simpaticissimo picudo dalle zampe azzurre. Foto di Benjamint444 via Wiki Commons.

Il grande problema è come girare le isole. Queste sono numerose, alcune assai distanti ed ognuna ha il suo patrimonio di fauna e flora. Inoltre tutto l’arcipelago è una Riserva Naturale e sono pochissime le zone di libero accesso; sostanzialmente quelle intorno ai pochi centri poco abitati. In alcune zone si accede solo con le guide; nella maggioranza del territorio non ci si va proprio.

Si arriva ad uno dei due aeroporti che collegano il continente. A questo punto ci sono sostanzialmente tre possibilità.

La prima è quella che scelsi molti anni fa. Girare in paese e cercare delle barche che ti portano su una qualche altra isola, nei luoghi dove lo sbarco è permesso e puoi vedere da vicino gli animali. La cosa fu abbastanza frustrante, perché i turisti erano pochi, le piccole agenzie locali si rivelarono del tutto cialtronesche e le barche erano imprevedibili. Finimmo per girare molto meno di quello che avremmo voluto. In cambio passammo delle bellissime ore su una spiaggia deserta, in compagnia delle foche, ad un’ora di cammino dal paese. Alloggiammo in un molto economico alberghetto la cui specialità a colazione era la trippa in umido; tanto per dire il livello. Ma era molti anni fa e le cose si stavano già rapidamente evolvendo.

La seconda possibilità è la crociera. Arrivi all’aeroporto, ti portano su una navicella che farà il giro di alcune isole, viaggiando la notte e sbarcando di giorno per osservare gli animali o per fare il bagno. Animazione a bordo. La tristezza assoluta.

La terza possibilità è una miscela delle due precedenti. Si dorme a terra, negli alberghi, e ci si sposta da un’isola all’altra con delle barche veloci. Sull’isola si andranno a visitare le zone permesse con altre barche. Tutto ciò può esser fatto localmente ed improvvisando, come feci io; oppure, vista l’ansia permanente del turista normale, può essere fissato minuto per minuto dall’Italia, via internet con le agenzie locali. Sperando che mantengano gli accordi. Sperando, ripeto.

I costi? Sono spaventosi. 300 – 500 dollari per l’aereo dall’Ecuador continentale. 100 dollari per l’ingresso al parco naturale. Circa 400 dollari al giorno per la modalità con dormita a terra; 2 – 3000 dollari per i 5 – 7 giorni di crociera. Se ci si mette il viaggio dall’Italia e qualche giorno in Ecuador, una coppia non va troppo lontana dai 10.000 dollari. Fate un po’ voi, sempre per vedere l’uccello che vi starnazza contro.

Un pò affollato come Paradiso Terrestre? (foto di afp tratta da La Repubblica)

Gli altri aspetti da considerare. L’arcipelago – Parco naturale è super protetto. Non si può andare a zonzo come si vuole, giustamente. Quindi tutti i turisti finiscono per riunirsi nelle zone autorizzate e si finisce per essere nella solita calca turistica che tanto aborriamo. Sono numerosi i delusi: quelli che pensavano di andare nel Paradiso terrestre a limonare con Eva e si ritrovano in una sorta di zoo senza sbarre tipo Fasano. Il turismo è una lebbra che ricopre tutto ciò che tocca.

I turisti sono a numero più o meno chiuso. Siamo arrivati a 250.000 l’anno, ma il Governo spinge per aumentarli considerevolmente, per i soliti motivi economici. L’UNESCO e la comunità internazionale che gira intorno al Parco puntano i piedi. Come andrà a finire, secondo voi?

Considerato tutto ciò, il Viaggiatore Critico vi consiglia di non andare alle Galapagos.