​La vitale accozzaglia di St. Martin

Cosa fa tutta questa gente sulla spiaggia di Maho a Saint Martin?

Saint Martin, ai Caraibi, un’isola piccola (meno di un terzo dell’isola d’Elba),  che ospita,  in grande confusione, una impressionante quantità di cose, persone e fatti. L’isola è divisa fra due nazioni diverse, che hanno ordinamenti statali differenti, ognuna con la propria capitale; tre monete comunemente correnti; cinque lingue d’uso pubblico normale;  due aeroporti internazionali; una infinita’ di popoli diversi; 70.000 abitanti;  il tasso record francese di rapine. Non mancano traffici finanziari, narcotraffico, riciclaggio mafioso, prostituzione in grande scala.

Nell’isola vi e’ una parte francese ed una olandese; la prima e’ Francia,  esattamente come Place de la Bastille,  con capitale Marigot; la seconda e’ uno stato in qualche modo associato all’Olanda, con capitale Philipsburg. La frontiera non è visibile, ma sulle carte c’e’; in qualche angolo si possono vedere degli antichi cippi di confine, sopravvissuti alla speculazione edilizia che ha sconvolto l’isola.

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Aspettano l’aereo!!! Non è un montaggio. Di Timo Breidenstein, via Wiki Commons.

L’euro e’ largamente utilizzato, ma meno del dollaro; circola anche  il Fiorino dei Caraibi, moneta ufficiale della parte olandese. I prezzi sono espressi nelle tre monete, soprattutto nella parte olandese dell’isola.

La lingua più comune e’ un inglese locale, che viene parlato come prima lingua anche nella parte francese (giusto per far dispetto ai loro colonizzatori). Il francese e’ conosciuto da molti,  ma scarsamente praticato; si parla, naturalmente,  il creolo delle Antille francesi (come alla Guadalupa e alla Martinica),  ma ho udito anche il papiamento che e’ una strana lingua che si è formata nelle colonie caraibiche dell’Olanda (Aruba, Curaçao, ecc) e che ha una fortissima influenza del portoghese! A causa dei molti dominicani,  lo spagnolo e’ molto diffuso.

I bambimi vanno a scuola da una parte o dall’altra, secondo dinamiche variabili: in certi momenti storici si sono preferite le scuole francesi, in altri, quelle olandesi. Dipende dai programmi, dalla vicinanza a casa della scuola, dalla bontà dei professori, anche, semplicemnte dalla moda del momento.

La Francia,  cosi’ dispettosamente puntigliosa al momento di difendere la propria cultura e i diritti territoriali, anche quando si tratta di vecchie colonie,  a Saint Martin sembra essersi arresa. Ha alzato le braccia e lascia fare, rinunciando all’ordine costituito. I poliziotti della parte francese parlano inglese fra di loro. Anche alla Posta gli impiegati francesi, dopo anni di resistenza, si son dovuti piegare ed ora discorrono in inglese con gli utenti.

Ognuna delle due parti in cui è divisa l’isola ha il suo aeroporto internazionale. Le piste sno così vicine che gli aerei si disturberebbero mutuamente se non ci fosse una regia unica ( situata dalla parte olandese) per coordinarli. L’aeroporto della parte olandese è molto più grande; è un vero e proprio aeroporto internazionale; la sua caratteristica è di essere attaccato ad una spiaggia sulla quale passano gli aerei in atterraggio, a pochi metri di altezza (vedi le due foto). L’aeroporto della parte francese è, invece, assai miseruccio.

Una sfrenata corsa alla deregulation, lo stato di porto franco, le facilitazioni da paradiso fiscale. Questi sono tutti motivi che hanno dopato l’economia e a richiamato folle di immigrati dalle altre isole caraibiche, ben più povere. La popolazione dell’isola si e’ decuplicata in pochi decenni: son venuti a cercar fortuna dominicani caciaroni,  haitiani sfiniti dalle difficoltà del loro paese, giamaicani sfrontati,  cinesi commercianti, caraibici anglofoni vari, gli immancabili indiani, europei in cerca della estate infinita.

In tale marasma il narcotraffico e la minuta delinquenza imperversano. Le rapine sono frequentissime. I delinquenti passano il confine e son salvi. In effetti il livello di collaborazione fra le due polizie è molto basso, non si sa perchè. Non ci sarebbe da meravigliarsi che il livello di corruzione sia molto alto. La parte francese detiene il record nazionale di rapine per numero di abitanti.

In questa isola, assolutamente senza anima e fervente di attività, la gente convive apparentemente senza tensioni e nella mutua indifferenza, cercando, ognuno, di lottare nella vita,  come si conviene in un luogo che fu di pirati,  bucanieri e filibustieri.  La storia si ripete. Ma a ben guardare le cose sono assai tristi.

 

Un cantuccio incantato

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Una chiesa dall’aspetto nordico e il suo cimitero con le tombe dai cognomi da schiavi.

Nonostante tutto il male che ho detto della Guadalupa e della Martinica,  ho trovato assolutamente delizioso un angolo di quest’ultima isola .  Mi ha incantato e non ho voglia di andarmene.

Mi e’ gia successo altre volte: a Corvo,  a Kassos,  nel sud del Cile. Sono luoghi alla fine della strada,  di un isola,  del mondo.  Oltre non si puo’ andare e l’animo mio irrequieto vi trova pace.

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Un luogo umido.

Qua siamo a Grand’Riviere,  l’ultimo paese del nord della Martinica.  La strada, minima e tortuosissima vi arriva esausta e si spegne.  Solo scoscesi sentieri permettono di proseguire verso l’altro lato del vulcano che sovrasta il paesino e tutto il nord di questa brutta isola..

Si stende su un minuscolo pianoro costruito dal fiume, stretto fra l’Oceano procelloso e le ripidissime pendici del vulcano ricoperto da una vegetazione sfacciata.

Il paese e’ francamente brutto,  composto da casette di muratura il cui intonaco e’ spesso annerito dall’umidita’ instancabile.  Vi piove, infatti, quotidianamente, ma brevemente.

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Da casa mia.

Una spiaggia di sabbia nerissima,  vulcanica,  una diga foranea enorme per poche barchette di pescatori.

Gli abitanti sono neri o mulatti scuri discendenti degli schiavi che lavoravano in una piantagione di canna di cui si vedono ancora i resti dei fabbricati. Non sono razzisti: il sindaco è il più nero di loro, invece di essere, come capita normalmente, il più bianco.

Sono deliziosi.  Mi hanno adottato,  unico turista che dorme nel villaggio.  Mi regalano il pesce appena pescato,  mi portano da mangiare gia’ fatto nell’appartamento che ho affittato, mi danno il loro pane quando l’unica bottega lo finisce,  mi offrono il rum.

img_20170131_120950.jpgPasso le giornate a nuotare nel porto,  a vedere i lavori per il suo dragaggio,  a parlare di filosofia con lo scemo del villaggio e di ricette di cucina con le vecchie. Polemizzo con la bottegaia su ogni argomento e mi arruffiano con i miei vicini sparlando dei francesi. Mi son messo d’accordo con il padreno di uno dei bar per fare la pizza, una volta a settimana; ma non subito, più in qua. Faccio la classifica dei migliori ponches al rum del villaggio. Cammino sui ripidissimi sentieri alle spalle del paese dove trovo numerose capre.  Loro legate,  io liberissimo.

Nessuna attività economica, salvo pochissima pesca e tre modestissimi ristoranti per i turisti francesi che vi arrivano in giornata, con le loro auto noleggiate, e che subito ripartono frettolosi di tornare nella bolgia del resto della Martinica. Degli orti su pendenze alpinistiche.

Il fine settimana tornano in paese i lavoratori e gli studenti.  Dal lunedi, torneremo alla nostra pace.  Fatta di niente,  fatta di vita.

Martinica, chi? 

Altra isola francese ai Caraibi,  prossima alla Guadalupa, la Martinica e’ un posto del tutto eccezionale. Sono infatti pochi, al mondo, i luoghi così totlamente privi di interesse. I Caraibi sono altrove,  le spiagge anche.

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Navi da crociera e grattacieli nel porto di Fort de France.

Piu’ piccola della Guadalupa,  ma molto piu’ ricca, sviluppata e frenetica. Grandi zone industriali, autostrade,  svincoli, ingorghi, incidenti,  stress in quantita’. Misteriosi i motivi di tanta attivita’ economica.  Popolazione molto meticciata nei geni,  nella mentalita,  nei costumi rispetto alla Guadalupa, dove due popoli si fronteggiano, quindi meno razzismo.

Assoluta mancanza del sapore tropicale. Invasione di pensionati francesi, ogni coppia nella sua villetta, in stile finto caraibico con la barchetta parcheggiata nel giardino.

Qualche spiaggia modesta,  paesi brutti,  gli stessi problemi di bassa qualita’ di vita della Guadalupa,  un vulcano che nel 1902 fece 26.000 morti, prezzi alti.

La piaga delle navi da crociera che sbarcano per poche ore torme di turistame famelico di attrazioni che non troveranno.

Nient’altro. Con una eccezione.

La tristezza della Guadalupa.  (Non andateci) 

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Foresta densissima alla Basse-Terre

Che consigliare?  Vale la pena di andare alla Guadalupa oppure no?
La risposta e’ certa, chiara,  rotonda, netta: no.

Eppure i punti positivi sono numerosi: pur trovandoci ai Caraibi è un’isola francese, quindi è come essere in Europa. da un punto di vista amministrativo siamo proprio in Europa. Di conseguenza le condizioni di vita, di sicurezza, sanitarie e sociali sono come in Francia; del tutto comparibili a quelle che troviamo in Italia.  In altre parole si puo’ vivere alla Guadalupa come se si fosse all’isola d’Elba, pur vivendo nel clima e nei paesaggi dei Caraibi. Una accoppiata molto comoda, bisogna riconoscere.

Ci sono poi delle bellissime spiagge ed una grande e verdissima montagna ricca di vegetazione tropicale che si puo’ anche percorrere a piedi.
Inoltre si mangia molto bene alla Guadalupa.  La cucina delle Antille e’ varia,  saporita, succolenta e gustosa.  Intingoli che si possono principalmente trovare nelle modeste trattorie frequentate dai locali, nei paesini. Si beve dell’ottimo rum.

E si trovano anche degli spunti molto interessanti nella storia dell’isola, ricca di avvenimenti di pirati e bucanieri e contraddistinta dalla tragedia della schiavitu’ e della canna da zucchero. La mescola di popoli e di culture che affollano l’isola è un tema di grande interesse che il turista curioso potrà cercare di approfondire discutendone con i locali (se glielo permettono). Tutti questi sono motivi e spunti di approfondimento che possono ben riempire una vacanza alla Guadalupa. Infine bisogna riconoscere che si tratta di un angolo dei Caraibi diverso da molti altri.

Ebbene, nonostante tutto ciò, gli aspetti negativi prevalgono.

Se decidete di andare nel mondo tropicale e’ perche volete trovare un sapore esotico, e per far ciò siete disposti a confrontarvi con alcune difficoltà. Se vi dovete ritrovare nel traffico come a casa, con i supermercati ed i centri commerciali come a casa, con le regole, gli orari, lo stress e le nevrosi quasi come a casa, tanto vale andare veramente all’Elba o in Sardegna dove le spiagge non sono da meno. Senza dimenticare il fatto che il viaggio in aereo è caro e che i prezzi della Guadalupa sono molto più alti di quelli nostrani.

Inoltre.  Il fatto che sia Francia fa si che il turismo sia quasi esclusivamente domestico: questo vuol dire che la maggioranza dei turisti sono francesi che pur volendo l’esotico, scelgono quello di casa, per evitare ogni inconveniente . Si tratta quindi di un turismo assai pantofolaio e conservatore. Manca l’internazionalismo turistico e sovrabbonda il nazional-popolare; questo aspetto ci piace molto, senza dubbio, ma un pò meno quando è a stragrande maggioranza francese.

Fra gli altri aspetti negativi della Guadalupa vi è il diffusissimo razzismo contro i bianchi che rende tesa l’aria e potenzialmente periglioso ogni rapporto con il popolo locale. Può succedere di essere insultati anche se non avete fatto assolutamente niente di strano. A me è successo per non aver salutato uno sconosciuto incrociato per strada; sono alla ricerca di pretesti per attaccare i bianchi. Si vogliono vendicare della dominazione coloniale francese, ma io che c’entro?

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La morte di una palma. Foto emblematica della Guadaluope.

In piu’ mancano quei luoghi e quei momenti piacevoli che allietano i turisti abituati al mediterraneo. Difficilissimo, per non dire impossibile, recarsi in città e trovare un bel negozio (tutti emigrati nei centri commerciali), un bar accogliente, un ristorante non dozzinalissimo, un corso dove passeggiare.  Questo stato di cose potrebbe essere accettabile in un paese povero, come se ne trovano in questa regione. Ma è incomprensibile che ciò avvenga in Francia.

Insomma,  ci troviamo in un luogo di schiavi dove e’ arrivato il welfare.  Vi e’ un certo benessere con  diritti e servizi pubblici di buon livello. Ma i due secoli e mezzo trascorsi dall’abolizione della schiavitu’ non sono bastati per costruire uno stile di vita piacevole. I padroni bianchi vivevano molto bene, ma niente di quello stile è passato nè agli schiavi, nè ai discendenti attuali di quegli schiavi. La schiavitù è alla Guadalupa una maledizione che non cessa di produrre infelicità.

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La canna da zucchero, maledizione di generazioni di schiavi africani e benedizione di generazioni di padroni francesi.

Paradossalmente si può affermare che la vita che menano gli africani attuali che sono rimasti nei paesi di origine degli schiavi, sia molto più difficile dal punto di vista economico e civile, ma indubbiamente più ricca per quanto riguarda la socialità, i semplici piaceri di base, le manifestazioni personali. Tutto ciò mi è fonte di infinita tristezza.

Le ferite portate dalla schiavitù sono rimaste aperte nei rapporti fra gli individui; anche all’interno della comunità nera. Ed il motivo è chiaro: il colono divideva i propri schiavi per evitare che si unissero e gli si rivoltassero contro. Quella atmosfera di mutua diffidenza è rimasto.

E per tutti quel era un luogo di dolore: i bianchi volevano solo arricchirsi nel modo più rapido possibile; gli schiavi volevano solo sopravvivere. Non c’era spazio per i piaceri della vita o per gli scambi della convivenza sociale. Era un luogo d’inferno e tale è rimasto fino ad ora, mutatis mutandis.

Risparmiatevela, la Guadaloupe  Le spiagge fra Le Gosier e Saint Francois o la costa montuosa della Basse-Terre non valgono tutta questa pena. E alla Martinica o a Saint Martin non è meglio. Le Antille francesi sono state un buco nell’acqua durante il mio viaggio.

Razzismo alla Guadalupa

Il viale di una grande proprietà schiavistica.
Il viale di una grande proprietà schiavistica.

In quest’isola dei Caraibi,  appartenente alla Francia,  l’umanita’ e’ veramente riuscita a complicarsi la vita.  Vi sono 400.000 abitanti suddivisi in una grande quantita’ di gruppi diversi.

Vediamoli: il gruppo fortemente maggioritario e’ composto dai discendenti degli schiavi africani. Nelle strade rappresentano la grande maggioranza dei passanti; ma vi è anche una buona percentuale di meticci, a volte assai chiari. Quest’ultimi se la tirano tantissimo e fanno combriccola a sè.  Tipico,  ad esempio, all’uscita dai licei,  veder sciamare gli studenti in gruppi della stessa tonalita’ di colore della pelle. A conferma del fatto che la segregazione razziale esiste e si perpetua fin dall’infanzia. E siamo in Europa, si badi bene.

Poi vi sono i bianchi,  a loro volta suddivisi in diverse categorie.  I Beke’ sono i discendenti dei padroni delle terre e degli schiavi.  Furono mandati nel 1600 dal Re di Francia a prendere possesso di quelle terre e a fare zucchero e commerci.  Stanno in grandi ville fortificate,  si frequentano e si riproducono fra di loro,  detengono tutto o quasi.  Negli ultimi tempi si stanno un po’ sciogliendo ed alcuni cadono nella classe media. Poi i Beke’ goyave; di arrivo altrettanto antico,  ma di origine proletaria; erano gli artigiani, gli aiutanti, gli amministratori dei Bekè propriamente detti. Prestigio di antichita’ ne vantano molto, ma di potere e ricchezza ne hanno poco.   Ancora: blancs-pays sono detti quei bianchi che sono nati alla Guadalupa ma i cui antenati vi sono arrivati in tempi piu’ recenti.  Sono la classe media locale.  Vi sono poi i metropoles,  ossia i bianchi che sono nati in Francia, ma che hanno scelto di abitare alla Guadalupa per il clima,  perche’ vi hanno trovato lavoro od altro.  Lavorano nel commercio, nel turismo; si vedono dietro il banco dei negozi o a fare la pizza, anche a vendere i bomboloni sulla spiaggia. Non danno l’idea di passarsela benissimo, in generale. Poi ancora i fonctionnaires: dipendenti pubblici mandati qua per tre anni come insegnanti,  poliziotti, tecnici.  Ed infine i pensionati, che passano l’inverno al calduccio. Bekè esclusi (sono invisibili), tutti gli altri bianchi sembrano piuttosto dimessi, anche un pò bruttini, direi depressi ed un filino abbrutiti.

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Gli abiti tradizionali erano fatti in tessuto indiano. Ora sono solo un souvenir turistico.

Inoltre vi sono i descendenti degli indiani che vennero portati in regime di servitu’ come operai agricoli dopo la fine della schiavitu’ per rimpiazzare i negri che, ormai liberi,  non volevano continuare a lavorare. Vengolo chiamati Coulis.  Ed infine, ecco i libanesi,  qua chiamati siriani,  che controllano i commerci al dettaglio di prodotti come i tessuti,  gli abiti,  l’elettronica.  I libanesi non mancano mai dove stanno i francesi. Erano normalmente cristiano maroniti, in Libano.

Tutti questi sono di nazionalità francese,  poi vi sono gli stranieri, venuti a cercare incerta fortuna. Haitiani scurissimi e poveri, grassi dominicani, anglofoni delle isole indipendenti vicine, cinesi commercianti, qualche residente europeo.

E su tutto ciò una bella percentuale di turisti, molti dei quali croceristi che rimangono poche ore.

Tutta questa umanità varia potrebbe essere una grande richezza culturale. Ma dove i francesi mettono il loro piede, il razzismo impera. I francesi sono maestri nell’arte infame di trattare gli altri con tutte le sfumature del sottile disprezzo, del paternalismo, della sufficienza. Sono insopportabili ed incorreggibili. Hanno l’insopprimibile bisogno di omologare tutto e tutti ai loro parametri, spesso assai modesti; con la forza, con l’ironia, con il disprezzo per l’altro, con la paura del diverso, con la condiscendenza del superiore. La stessa, straordinaria, musica nata fra gli schiavi ed ancora molto presente è stata discriminata e disprezzata fino a pochi anni fa. Purtroppo in questo quadro la popolazione di colore è schiacciata, con problemi di identità, timorosa di esprimersi.

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I commercianti libanesi si rifanno al loro passato.

E’ del tutto naturale che, di fronte a questo costante, velato e pervadente disprezzo vi sia stata una reazione; che ha preso due vie. Da una parte rimangono ancora resti della sottomissione e si vedono dei neri che simettono sugli attenti all’arrivo del bianco. D’altra parte ed in misura sempre maggiore, troviamo l’insofferenza, il razzismo rancoroso conto i bianchi, l’abitudine ad attacar briga ad ogni occasione, la facile violenza verbale. Solo una parte della popolazione riesce a conservare la calma, giusta e responsabile.

I bianchi di recente arrivo hanno la vita durissima, gli attacchi razzisti, sempre ed esclusivamente nelle parole e nei comportamenti, mai fisici, sono frequentissimi. Io stesso, palesemente turista non francese, ne ho dovuti sopportare più volte al giorno.

Dal canto loro i meticci si barcamenano un pò subdoli ed i Bekè non si mostrano. Quindi il razzismo si rivolge verso i bianchi meno responsabili degli orrendi crimini verso gli schiavi.

Vivere alla Guadalupa (ma anche alla Martinica la situazione è di poco migliore) è quindi un tale esercizio di pazienza, di resistenza alle provocazioni e di sopravvivenza alle tensioni razziali che alla fine è meglio non andarci. Tanto che lo Stato ha difficoltà a trovare dipendenti che accettino contratti, anche solo di tre anni, nonostante gli stipendi allettanti.

Imbarazzante la situazione delle ONG tipo SOS racisme, molto attive in Francia e presenti anche alla Guadaloupe. Fanno azioni contro il razzismo verso i neri; ma non le fanno contro il razzismo opposto.

 

La brutta vita della Guadalupa

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Spiaggia di Saint’Anne.

Stranissimo mondo la Guadalupa.  E’ una colonia francese ed è quindi come essere in Francia, ma ai Caraibi, o alle Antille, come dicono loro; poco più a nord della Martinica. La Guadaloupe è un’isola ricca di belle spiagge e di una grande catena montuosa dalla rigogliosissima vegetazione. Nei pressi le isole minori de Les Saintes e la meravigliosa Marie Galante.

Purtroppo il turista ci vive male. Non sono capaci di ben accogliere il visitatore. Vi sono aspetti incredibili.

Non esistono i bar! Da dimenticare di riposarsi a fine giornata, in vista mare, con una bella birra. Li ho cercati dappertutto, ma di bar ne ho trovato pochissimi, e quei pochi mi son sembrati brutti, trasandati, costretti in miseri angoli, con vista al massimo su un parcheggio. Se hai sete devi andare in uno dei loro alimentari e comprarti una birra, che puoi bere su una sedia zoppa, sul marciapiede.

Del resto vi sono poche marche di birra, e tutte in bottiglie molto piccole. Mi hanno spiegato che i locali preferiscono bere rum, la sera, rapidamente, in questi negozi ed in quantità modesta. Manca, quindi, completamente, la cultura del bar, come si intende nel Mediterraneo. Mi hanno spiegato che ai tempi dello schiavismo e successivi, vi era una grande censura morale e sociale contro il consumo di alcolici; appunto per timore che la  capacità di lavoro degli schiavi e degli operai ne fosse diminuita. E che questa censura continua fino ad oggi. Quindi il massimo consentito è un bicchierino di rum assorbito alla svelta e quasi di nascosto.

Anche i ristoranti sono molto deludenti: brutti, malandati, mal tenuti, affollati e di cattiva qualità. Fuori dall’orario dei pranzi offrono bevande ai turisti stanchi, ma non sono certo degli accoglienti bar. Mancano anche, quasi del tutto, i bistrot francesi che sono bar dove puoi mangiare uno o due piatti.

Grande quantità, invece, di piccole rosticcerie, dove comprare un fagotto di cibo e scappare a mangiarselo a casa, furtivamente. Molto diffusi anche i furgoni che nelle piazze, nelle vie, vendono cibo di bassa qualità e molto anonimo. Si mangia anche molto nei centri commerciali. Non ho visto un solo ristorante elegante.

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Pointe de la Vigie.

La pur importante cucina delle Antlle affoga miseramente fra paninis, pizza, hamburgher, polpette e fetenzie simili. E per finire, il rapporto qualità/prezzo è scandaloso. Sulle spiagge, alcune delle quali anche molto belle, la situazione non migliora. Qualche furgone, con poveri ombrelloni e la gente intasata sotto, che in confronto le feste dell’Unità erano puro lusso. L’unico sollievo è dato al turista caparbio da certe gargotte di pessimo aspetto dove si rifugiano i vecchi a bere bicchierini di punch al rum. In quelle bettole, nascoste nei paesi e lontane dai luoghi più turistici, il padrone fa anche da mangiare, sempre cibi locali e spesso di grande bontà. I tavoli sono comuni e ci si siede e si chiacchera con tutti, se, naturalmente, conoscete il creolo. Luoghi interessantissimi da un punto di vista antropologico, ma certo ben diversi da quello che uno può aspettarsi ai Caraibi.

Nemmeno per quanto riguarda gli alberghi la situazione è confortevole: sono pretenziosi e molto cari, ma di basso livello generale. Sono tutti concentrati a Gosier, dove la spiaggia è minima. Quindi, tutti quanti i turisti affittano una macchina e si sparpagliano nel resto dell’isola cercando quel che possono. Intasamenti.

Ma mancano anche i bei negozi, le cui vetrine, a volte, si ama ammirare. Solo botteghe cialtrone in mano a libanesi arraffoni. Lo stesso grande centro commerciale prossimo a Point-à-Pitre è una brutta copia di quelli veri, ma con prezzi superiori a quelli francesi.

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Pranzo sulla spiaggia?

I centri urbani alle 6 di sera si spopolano completamente ed appaiono lugubri e pericolosi. Poche luci, nessun passante, non un locale aperto. Tutti barricati in casa a vedere la televisione. I turisti non possono fare altro che stare rinchiusi negli alberghi. La morte civile. Impossibile trovare un corso dove fare una passeggiata con dei locali accoglienti, dove fare amicizia con questo o quella, mangiarsi un gelato, come si fa sulla Riviera Romagnola.

Non si ode mai, e da nessuna parte, uno spiffero di musica. E siamo ai Caraibi!!!

Unica eccezione, importantissima, sono le reunioni del sabato sera di certi gruppi informali che suonano le percussioni. Si ritrovano nei paesi, fuori dalla bottega-bar e fanno cose travolgenti. Non vi è un vero pubblico, solo i passanti che si attardano ad ascoltarli. I suonatori non chiedono soldi per essere ascoltati, lo fanno per il proprio piacere. E’ come essere nel campo degli schiavi, di notte, dopo il taglio della canna, due secoli fa. Difficile trovarli, bisogna chiedere in giro, questo è un video rappresentativo.

I trasporti pubblici sono complessi e confusi, non certo alla portata del turista, obbligato ad affitare un’auto per muoversi anche di poco.

Potrebbe essere un paradiso, quest’isola ed è invece un luogo povero di vita ed immiserito dalla tristezza,  Il perfetto contrario della “Bella Vita” che ci si attenderebbe ai Caraibi. I perchè vanno probabilmente ricercati nell’oppressione che un manipolo di meschinissimi francesi hanno fatto sulla popolazione di schiavi prima e di asserviti poi. Hanno ucciso l’anima di un popolo che è diventato incapace di vivere e di gioire. Ed infatti la tensione razziale è altissima.

 

Cuba

Seguendo i diversi link il Viaggiatore Critico vi dice:

Vivere a Cuba? (Quasi) impossibile.

10042011593Per i motivi qui elencati a molti viene in mente di andare a vivere a Cuba. Ma anche per altri motivi, altrettanto validi: l’Avana è l’unica capitale del mondo tropicale ad essere assolutamente sicura ed il resto del paese lo è altrettanto, un vero unicum in America Latina; la gente è simpatica, fa sempre caldo ed i prezzi sono accettabili. Quindi, in teoria, trasferirsi in quel posto non sarebbe una cattiva idea. Certamente Cuba sarebbe il miglior posto per vivere ai Caraibi, se non si è ricchissimi.

Ma è quasi impossibile mettere in pratica questa idea. I cubani non vogliono fra i piedi degli sfaccendati di lungo corso. Quindi il visto turistico dura 30 giorni che si possono prolugare localmente di altri 30. Dopo di ciò ve ne dovete immancabilmente andare.

Nonostante ciò, esistono alcune strategie da tentare per poter rimanere sull’isola più a lungo. Eccole:

  1. Pendolari. E’ il sistema più sempce, anche se caro. Ogni 60 giorni prendono l’aereo meno caro che vi sia, normalmente per Cancun, dove vanno al Consolato cubano, richiedono un nuovo visto e tornano a Cuba per altri 30 + 30 giorni. Ci vogliono alcune centinaia di dollari fra biglietto, nuovo visto, eventuale notte passata all’estero. Possibile, ma terribilmente noioso alla lunga.
  2. Sposarsi. Ovviamento con un/una cubano/a. In questo modo potrete chiedere la nazionalità, e diventate cubani. Potrete restare nel paese, ma a quel momento sarà difficile andarsene…
  3. Studenti. E’ questa la via più praticata; è piuttosto diffusa. Vi iscrivete ad un qualsiasi corso: di lingua, universitario, ecc. Se vi accettano, vi danno il visto di studente e potete restare. Ma bisogna essere in regola con gli esami, pena la decadenza del visto. Se prendete un corso di lingua potete cercare di corrompere (ci riuscirete) il professore, che vi farà facilmente passare gli esami e, probabilmente, vi esenterà anche dal più delle lezioni. Ma non è possibile tirare troppo la corda. Non ci sono limiti di età; è frequente vedere turisti sessuali sessantenni che vanno a lezione come bravi scolaretti.
  4. Lavoratori. Questo è proprio difficile. Bisogna convincere una delle pochissime ditte straniere che hanno attività a Cuba ad assumervi. Avrete tutti i vantaggi, ma bisogna lavorà….
  5. Clandestini. Si mormora che ve ne siano. Ma io non ci credo.
  6. Delatori. Girano all’Avana certi personaggi, anche italiani, abbastanza disgustosi: pedofili, razzisti, anticastristi, fascistoidi che paiono avere totale impunità. E pare che non abbiano problemi a restare per periodo molto lunghi. Parlano male del Governo a voce alta, nei locali pubblici. La cosa sembra molto sospetta. Ritengo che siano degli agenti provocatori che avvicinano altri stranieri per carpire informazioni e passarle alla Polizia. In cambio possono restare. Se ve la sentite…
  7. Corruzione. Non vi è dubbio che questo cammino esiste. Ci vuole il funzionario giusto che sistema tutto. Ma quanto vi costa? Quanto può durare? Quali sono i rischi?  Quante sono le possibilità che finiate per cadere in una trappola ancor più cara?

E’ quindi  possibile restare a lungo a Cuba, con alcuni costi ed alcune contorsioni. Gli italiani in queste cose se la cavano meglio di molti altri popoli.

Ma il vero problema è rappresentato dalla casa: Continua qui.

[La doppia moneta di Cuba]

[Le Casas Particulares]

Hotel Iberostar Ensenachos, Cuba. Un incubo!

La faraonica facciata posteriore del corpo centrale

Le coste dell’isola di Cuba sono costellate da molti isolotti, piccoli, bassi sul mare, riuniti in mini-arcipelaghi. Sono ricoperti dallo stupefacente bosco di mangrovie e circondati da lunghe spiagge di fine sabbia bianca ombreggiata da palme; siamo ai Caraibi!!

Tali isolotti sono naturalmente finiti nel tritacarne del turismo dei charters e sventrati dalle costruzioni e dall’uso turistico intensivo e forsennato.  Uno di tali isolotti si chiama Ensenachos ed è completamente occupato da un hotel, che porta lo stesso nome dell’isolotto, appartenente alla catena Iberostar. Vi ho soggiornato per quattro lunghi giorni, perchè a volte mi voglio proprio male. Questi sono gli alberghi alternativi alle case private ed è uno dei problemi di Cuba: o tali mostri turistici o le molto discutibili case private. Si hanno pochi alberghi di dimensione umana.

Ensenachos fa parte dell’archipelago di Santa Maria, unito alla terraferma da una recentissima strada di decine di km che calpesta diversi isolotti e che, con i suoi ponti lunghissimi, crea barriere alla circolazione delle acque della laguna, provocando zone di acqua impaludata e ferma. In questo modo tutto l’equilibrio della laguna e della vita che contenava è stato sconvolto. E tutto per fare andare dei turisti in questi assurdi alberghi.

L’intero isolotto di Ensenachos ed il suo bosco sono stati asserviti alla costruzione di questo multiforme albergo che consiste in un gran edificio centrale, una lunga serie di edifici ottoganali con patio interno comprendente ognuno una ventina di camere ed un certo numero di altri corpi con piscine e servizi vari. Il tutto è grandissimo, ci si sfinisce a camminare dalla camera alla spiaggia, al ristorante, al bar, alla piscina, km e km alla fine della giornata. Si prende allora uno dei numerosi mezzi elettrici, condotto da appositi autisti, che sfrecciano in su e in giù sugli stessi percorsi usati dai turisti – pedoni con rischi di investimenti. Si fa un cenno, si fermano e ti portano dove vuoi andare.

E’ tutto numeroso all’Iberostar Ensenachos: centinaia le camere, quattro le piscine, una decina i ristoranti e punti di ristoro, alcuni aperti 24h,  altrettanti i bar. Purtroppo è tutto terribilmente monotono.

I clienti godono della formula all- inclusive: puoi mangiare e bere tutto quello che vuoi, dove vuoi, o quasi. La sera spettacolino musicale e discoteca.

L’aspetto generale è pretenzioso e massiccio, per niente accogliente, hollywoodiano direi. Stona soprattutto la maestuosità delle strutture inserite violentemente nella natura tropicale. E la natura, ovviamente, si vendica degradando le strutture con l’attacco dalle temibili muffe caraibiche che ne erodono vernici e cementi, annerendo il tutto.

Si vive in un mondo fittizio dove Cuba è assente e  la dolce natura tropicale è schiacciata da questa dura presenza estranea ed estraneante.

Non tutti i turisti sono uguali ed al vostro arrivo vi mettono al polso un braccialetto di questo o quel colore, a seconda di quanto hai pagato. In base a ciò avrai il diritto di accedere a questa o quella piscina / ristorante. I ristoranti, falsamente tematici, vanno prenotati e puoi andarci solo una volta ogni due o tre giorni; gli altri giorni devi andare all’infernale mega self-service dove fai anche la colazione ed il pranzo. Tutto ciò diventa anche umiliante.

Il mega self-service e’ situato nel corpo centrale dell’albergo; una grande stanza circondata da buffet e due o tre sconfinate sale dove consumare il cibo, se tale nome può adattarsi a quel che viene ammannito.

L’hotel è frequentatissimo da canadesi e il Canada è certamente il luogo dove ho peggio mangiato in vita mia. Quindi, per far sentire i canadesi a casa loro, il buffet è pieno di ogni grazia di Dio, ma tutto di una qualità orripilante. Negli alcuni giorni che vi ho passato, ho mangiato di tutto, proprio di tutto, ma non ho potuto definire commestibile uno solo di quei cibi. E’ un risultato eccezionale, difficilmente raggiungibile, trasformare ogni ingrediente possibile in una ciofega immangiabile (nemmeno i brasiliani ci riescono così bene).  Anche le bevande, nei diversi bar, sono scarsine e nonostante che tu possa chiedere gratuitamente tutto quel che vuoi, finisci per non chiedere più niente, scoraggiato dall’insipidità di ciò che ti si offre ( e dalla pochezza del tenore alcolico dei cocktail disponibili.

Le camere sono inutilmente vaste, come piazze d’armi, l’esatto contrario di un nido d’amore.  Si è pensato che la quantità di metri quadri potesse compensare la pochezza della qualità dell’accoglienza.

Il personale è mediamente gentile, ma spesso sbrigativo ed annoiato. La direzione del personale deve essere un pò razzista perchè i dipendenti afro-cubani sono scarsissimi e tutti dediti esclusivamente alla ramazza.  Gli spettacoli serotini sono brevi e tirati via, non lasciano ricordi; la discoteca, quando c’ero io, del tutto deserta. I miei colleghi ospiti, in generale, li ho trovati brutti ed anche un pò antipatici.

Unico vantaggio dell’albergo: in una porzione della spiaggia, indubbiamente assai bella anche se strettina,  è praticabile il nudismo, fatto assai raro a Cuba.