Il turismo della miseria

E’ ormai un classico. La guida che porta la turista occidentale in una bidonville a fotografare i bambini poveri, che sono così carini… Foto di Hannah Reyes Morales – tratto da “Il controverso fenomeno dello slum tourism”, National Geographic, 9.5.2018

Vogliamo parlare di quelli che vanno a visitare la miseria?

Fra le tante distorsioni del turismo ve ne è una particolarmente grave, complessa, preoccupante, densa di significati. Sono i turisti che vanno a visitare luoghi particolarmente poveri, dove vive una umanità in piena miseria. I visitatori delle bidonville, delle favelas, degli immondezzai dove rovistano battaglioni di capatori. E’ il cosiddetto slums tourism.

La cosa è antica; la visita delle sofferenze altrui è sempre stato molto interessante. Lo stesso Dante non si privò di un bel giro fra i disgraziati dell’inferno. I nobilastri europei, che scendevano in Italia per il loro Grand Tour formativo, amavano osservare la plebe italiana ed i loro poveri tuguri comparandoli stupefatti con le magnifiche rovine dei loro antenati dell’Impero Romano. E al tempo del positivismo si andava nei quartieri operai di Londra per concepire (e forse realizzare) azioni filantropiche.

Nel turismo moderno, alcuni cominciarono, già diversi anni fa, ad andare a visitare le favelas di Rio di Janeiro. Provando i brividi della miseria, delle bande di delinquenti, delle squadroni della morte, dei narcotrafficanti grondanti sangue e dollari. Tanto che alla fine certe favelas sono diventati simil-lusso e vi si possono affittare appartamenti su Airbnb. Vi venivano accompagnati i turisti in occasione delle Olimpiadi di Rio.

Nel frattempo prendeva piedi la piaga del turismo solidale, nel quale i turisti sono portati a vedere orfanotrofi, scuole di periferie, ospedali di amputati; nel quadro di progetti ai quali contribuiscono con pochi spiccioli.  E in questo contesto, la visita di Korogocho, il quartiere che vive sulla discarica di Nairobi è diventato un must, andando a far visita al padre Alex Zanotelli che vi viveva e lavorava (fino a quando ha deciso di tornare in Italia, abbandonando i poveri alla loro miseria).

Ormai ci sono agenzie specializzate nella visita degli slums indiani (anche con corsi di cucina), alberghi di lusso in Sud Africa che hanno ricostruito angoli di bidonville posticcia, ma fedele. E secondo l’UNICEF, nei luoghi turistici della Cambogia nascono falsi orfanotrofi con falsi orfani per estorcere qualche dollaro ai turisti che li visitano. E a Napoli si trovano su Airbnb i “bassi” dove pernottare facendo finta di essere in una commedia di Eduardo in un delirio kitsch di luoghi comuni partenopei e di voyeurismo pauperistico. Un palestinese affitta su Airbnb una camera nel campo profughi di Betlemme e porta i turisti a parlare con una povera vecchia i cui due nipoti sono stati uccisi dagli israeliani. Per non parlare poi dei giri a Chernobyl.

In questo quadro disgustoso proliferano gli articoli dei giornali, le dotte dissertazioni etico – sociali, gli studi antropologici.

La posizione predominante è ovvia: gli sporchi occidentali si “divertono” (proprio così) a vedere i poveri per qualche ora e poi a tornarsene nel loro agio, felici di non esserlo. Gli sporchi occidentali di sinistra aggiungono ipocrisia trasformando queste visite in viaggi di studio della condizione umana di cui prendere maggiormente coscienza e consapevolezza. Gli sporchi occidentali di destra confermano le loro idee sulla supremazia della razza bianca e sul fatto che uno è povero soprattutto perché è stronzo. Gli sporchi occidentali cristiani raggiungono il massimo dell’ipocrisia, versando una lacrimuccia, donando una miseria e pregando insieme ai poveri che tanto il Regno dei Cieli sarà loro.

In ogni caso questo turismo viene descritto come deteriore, abusivo, tragico. Ci si spinge a definirlo “crimine contro l’umanità”.  Paradossalmente, invece, gli abitanti degli slums visitati non ci trovano niente in contrario ed, in larghissima maggioranza, sono contenti di ricevere dei turisti, come se i loro quartieri fossero divenuti i centri delle città.

Gli organizzatori del turismo della miseria usano facili e superficiali argomenti: che la conoscenza mutua fra poveri e turisti è comunque un fatto positivo; che qualcosa i turisti lasciano sempre; che i luoghi dei poveri hanno finalmente la possibilità di mostrare i lati positivi che pure non mancano loro perdendo così, o almeno riducendo, la loro aura di maledizione (solidarietà fra persone, attività ricreative, allegria dei bambini); che sono esperienze che resteranno impresse nei turisti per sempre, avvicinandoli emozionalmente alle sofferenze della vita. Argomenti di un cinismo aberrante.

L’UNICEF si occupa dei falsi orfanotrofi in Asia nei quali i bambini vengono tenuti, pur avendo almeno un genitore, per ricevere soldi dai turisti.

Ma, indipendentemente da tutte queste considerazioni dei fautori e degli avversari del turismo della miseria, se i turisti son contenti ed i poveri pure, perché non lasciarli fare smettendo di emettere moralismi di bassa lega o giustificazioni pelose? Se la gente si mescola consenziente perché preoccuparsi? Se i poveri non vogliono i turisti non hanno che prenderli a sassate e quelli smetteranno subito. Se i turisti sono dei biechi individui che godono delle sofferenze altrui, a noi che ce ne cale? Gli vogliamo forse redimere come missionari della Compagnia del Buon Turismo? Se i tour operators della miseria  son degli sciacalli, sono in eccellente e vastissima compagnia.

Il punto, secondo il Viaggiatore Critico è tutt’altro, ed è per questo che bisogna osservare con attenzione il turismo della miseria.

Eccolo: questo tipo di viaggi si colloca pienamente nel campo del turismo “esperienziale” che sta sostituendo quello delle “visite”.  Non si va più a vedere, ma si cerca di vivere. Del resto Airbnb sta puntando molto di più sulle esperienze che sugli affitti e quel settore gli sta crescendo in mano  molto più rapidamente di quello delle notti.

Quindi si mangia, si cucina, si fanno corsi, si preparano candele, si torniscono vasi, si potano le vigne, si ferrano i cavalli, si tessono sciarpe, si fanno tour etilici, si provano sostanze, si cammina, cavalca, pedala, veleggia e così via. Mi pare chiaro che il vecchio turismo non funziona più. I centri storici sono ormai diventati luoghi sterili  ripieni degli stessi negozi ovunque nel mondo. I musei hanno scassato la minchia ed escluso i forzati della cultura, gli altri ne fanno anche volentieri a meno. Il turista si sta annoiando, bisogna trovargli altri passatempi; è necessario rinnovare l’offerta. Il turismo sta morendo, dobbiamo trapiantargli nuovi organi perché continui a far girare l’economia.

I turisti vogliono vedere come vive la gente per davvero? Vogliono viaggiare secondo la formula magica del like a local? Ed ecco che gli forniamo i giri nella miseria. I poveri hanno alcune eccellenti caratteristiche agli occhi del turista: sono soggetti fotografici molto interessanti; si capisce bene come vivono perché lo fanno per strada; si lasciano osservare volentieri in quanto hanno dovuto mettere da parte l’orgoglio da molto tempo; si corrompono con poco e con poco li fai sorridere; in generale, sono docili; sono tanti ed in molti luoghi, così che è facile organizzare dei tours, anche esclusivi.

La macchina economica avanza implacabile e cieca: per il turismo è l’ora delle esperienze; del toccare con mano la miseria. Domani vedremo cosa si potrà inventare. Probabilmente lo sviluppo del turismo di guerra (i primi esempi si stanno vedendo) o l’accoglienza presso gli ultimi popoli tradizionali ancora esistenti (con il loro definitivo annullamento).

Per il momento i poveri (che turisti non possono essere) sembrano i migliori sostenitori del turismo. I paradossi.

PS. A scanso di critiche, il tono generale di questo articolo è amaramente ironico.