Il cosiddetto Mal d’Africa

Sono tutti lì a parlare del Mal d’Africa. Dice di soffrirne anche chi è stato 15 giorni in un resort a Malindi. Ci si sente così importanti e giramondo e viaggiatori incalliti e cosmopoliti quando si soffre il Mal d’Africa. Mi paion tutti dei Livingstone appena sbarcati a Londra dopo 5 anni di esplorazioni nelle foreste dell’Africa non nera, ma nerissima.

Del resto l’origine di questa singolare sindrome deve essere collocata in ambiente letterario, romantico e coloniale. Quei funzionari spesso inglesi o francesi che, dopo aver passato decenni in Africa a fare le peggio ignominie, tornavano a casa e sospiravano, nei tramonti grigi della loro vecchiaia, pensando ai mezzogiorni torridi di colori della loro gioventù in Africa.

Non si sa cosa sia il Mal d’Africa, ma prima che quest’articolo finisca, ve lo dirò io.

Non è solo la malinconica nostalgia di quelle terre esotiche. C’e’ chi afferma che è la memoria genetica dei nostri tessuti. Il nostro DNA è nato in Africa (siamo tutti immigrati) e quando ci ritorniamo è come se rientrassimo, dopo lunghissimo viaggio, nella nostra vera casa. Più in particolare nelle savane, dal momento che è lì che delle scimmie sono scese dagli alberi decidendo di camminare sulle zampe di dietro e di utilizzare quelle davanti per uccidere altri animali da mangiare. Questa puttanata la diceva Richard Leakey, uno della famiglia dei paleontologi umani del Kenya.

Altri invece dicono che il Mal d’Africa va cercato nell’inconscio; nella memoria collettiva inconscia che ci fa ricordare i luoghi che abitammo centomila anni fa. In particolare, secondo questa teoria, gli africani, notoriamente dei selvaggi incalliti, non disporrebbero del senso del tempo. E quando noi bianchi evoluti ci troviamo a contatto con loro, questa mancanza della dimensione temporale risveglia in noi l’antico ricordo di quando del tempo non ce ne fregava niente nemmeno a noi e si stava meglio. Da qui un sentimento di familiarità con quei luoghi e quelle genti. Ridicole fantasie,

C’e’ poi tutto il filone romantico della faccenda. I tramonti nella savana, con il cappello coloniale di sughero sulla testa e la sahariana addosso; sorseggiando un the insieme a Robert Redford, come se fossimo comparse nel film “La mia Africa”, mentre i negri lavorano nella piantagione di caffè e si odono cantare in lontananza. Questo è il modello di Mal d’Africa più diffuso fra la gente. Nella versione da turismo di massa questa versione del Mal d’Africa si coniuga in molti modi diversi: su un cammello scureggione che vi trasporta per una mezzoretta nelle dune ingombre di immondizia del Marocco. O in un villaggio senegalese, attraversato per caso durante un giro in gruppo, dove i bambini corrono dietro alle macchine (non avendo, in quel momento, nessun altro gioco più divertente da fare) chiedendo le caramelle. Oppure in una spiaggia di Zanzibar, con le palme regolamentari, mentre al tramonto si beve un martini, mi raccomando, molto secco. Per non parlare del peggior modello: quello della festa notturna nel villaggio turistico con il gruppo di musicisti locali vestiti al modo tradizionale con le scatenate ballerine nude al modo tradizionale. Questo è il vertice massimo del Mal d’Africa trash.

Quando si torna a casa ci si sofferma un attimo, si ripensa a quei momenti e con lo sguardo sognante si mormora sul filo delle labbra: “Ho il Mal d’Africa”. Tutte stronzate.

Poi ci sono i poeti; quelli che dicono: “Mal d’Africa è disegnare con gli occhi il contorno di un baobab che si staglia sullo sfondo del cielo basso e turchese”. Oppure: “Il Mal d’Africa è il ricordo di una luce tutta particolare, mai vista né prima né dopo in nessun’altra parte del pianeta, che appare nel tardo pomeriggio e ricopre tutto come fosse una coperta d’oro.” Ragli asinini, direi.

Altri ancora preferiscono restare più vicino a terra ed identificano il Mal d’Africa con quella infinita serie di malattie che si prendono in Africa e per le quali molti ci hanno lasciato le penne. Ad esempio Rimbaud ci rimise prima una gamba e poi la vita, Blixen ci prese la sifilide, un milione ci son morti di malaria. Questo, secondo loro, è il vero Mal d’Africa ed hanno evidentemente ragione.

Invece, molti altri si sperticano in mirabolanti spiegazioni che vanno dalle dimensioni del cielo, alla intensità dei colori, al carattere degli africani, alla semplicità della vita in Africa, alla facilità dei rapporti umani, alla riscoperta dei veri valori della vita, alla Natura incontaminata, selvaggia, onnipresente, avvolgente; alla presenza dei grandi animali (che a sentir loro, pare si aggirino per tutte le strade). Teorie le più cervellotiche, strampalate, inconsistenti e fantasiose. Bisogna però dire che da quando l’Italia è sommersa dall’attuale mefitica ondata di razzismo, degli africani e del loro modo di vivere si parla sempre meno. Forse per il timore che quel modo di vivere, così simpatico presso di loro, ce lo portino qua. E ciò non ci piace, perche soffriamo del Mal d’Africa, ma a casa nostra comandiamo noi. Fetenti.

Comunque son tutte fandonie. Ve lo spiego io: il Mal d’Africa sono le quattro S.

Sesso, Soldi, Sbronze, Superiorità. Che son quattro cose che fanno venir fuori il peggio dell’animo umano. Il Mal d’Africa è una malattia propria di quelli che soffrono anche il male della quinta S: gli Stronzi.

Sesso. Gli africani sono sodi, spesso atletici, hanno grandi tette, culi, cazzi. La loro pelle è fresca, morbida, tesa. Inoltre non sono stati (in generale) rovinati dal cattolicesimo o dall’Islam, entrambe religioni sessuofobe. Gli africani fanno sesso come prendere un caffè; senza dargli tanta importanza. E’ una faccenda sociale, di pronta beva. Alla portata di tutti. Il Mal d’Africa è una sana trombata senza tante storie.

Soldi. Il bianco che è in Africa ha dei soldi in tasca. O ci lavora ed ha un buon stipendio perché se no non avrebbe lasciato casa propria. O ha delle attività economiche che gli rendono bene, se no se ne sarebbe già andato. O ci fa il pensionato e quindi ha la pensione. O è turista e quindi si può permettere quel viaggio. In tutti i casi in Africa i bianchi hanno dei soldi in tasca; e gli africani questo lo sanno benissimo. Il Mal d’Africa è un portafoglio ben messo.

Sbronze. Tradizionalmente e per un motivo non ben chiaro, in Africa è socialmente ben accetto bere molto. Qui non si parla di giovani; si tratta di uomini e donne ben adulti, di buona condizione sociale. In Europa si limiterebbero a qualche bicchiere, almeno pubblicamente. Si sbronzerebbero solo in privato od in cerchi ristretti.  In Africa, no. Si può bere fino a sfondarsi senza nessuna vergogna, ritegno o censura sociale. E’ evidente che in questa maniera la vita è molto più facile e dolce. Il Mal d’Africa sono sbronze libere!

Superiorità. E qui viene il punto più dolente ed infame. Gli africani sono stati schiacciati dalla colonizzazione. Sono stati trattati come bestie. Hanno imparato ad aver paura dei bianchi; come i leoni hanno paura dei domatori. I tempi son cambiati, ma non poi troppo. Nelle vie africane, quando un bianco passeggia (raramente, vanno soprattutto in macchina) gli africani si scansano. Se va in un ufficio, gli permettono di saltare la coda; lo fanno sedere anche se non ci sarebbero sedie libere. Se parla viene ascoltato. Il bianco pezzente a casa propria, in Africa diventa una persona importante. Si diceva: ” Quando  arriva in Africa un bianco diventa immediatamente giovanissimo, bellissimo, ricchissimo”.  Le donne se lo contendono: un bianco da prestigio sociale fra le amiche e comprerà molti regalini. Esattamente la stessa cosa per le donne: bianche che non battono chiodo in Europa, in Africa si ritrovano con modelli.  Anche i turisti vivono questa ondata di improvvisa popolarità e considerazione. Il personale di servizio s’inchina davanti a loro che a casa non li guarda nemmeno il cane. In Africa anche gli accattoni europei sono re. I meschini sono persone importanti. I brutti, belli e gli stupidi intelligenti.

Eccolo il vostro tanto romantico Mal d’Africa. Semplicemente sopraffazione psicologica dell’uomo sull’uomo.

Infami, verranno gli africani e vi mangeranno tutti.

Il vino di palma

La bottiglia appesa a raccogliere la linfa nel metodo del vino dall’alto. (Foto da http://laggiunglaonlus.org/produzione-vino-di-palma-palm-vine-secrets/)

Girando il mondo si trovano cibi e bevande inimmaginabili e, a volte, deliziose, anche se non sempre. Una di queste è il vino di palma.

Immaginatevi in viaggio: siete su un grosso 4×4, di quelli veri, non da fighetti. Land Rover, Toyota, addirittura Mercedes con il blocco del differenziale, se siete particolarmente ricchi, Suzuki se siete un po’ pezzenti (ma non disperate, è il più agile). Sono ore che guidate o state accanto a quello che guida. La strada è ovviamente sterrata, fatta di polvere rossa sottilissima che entra ovunque. Da ore siete sballottolati sul miliardo di buche che non siete riusciti ad evitare. Scossi e con i muscoli stanchi dal cercare di bilanciare le scosse. Fa un caldo abominevole e può pure essere che l’aria condizionata non funzioni oppure che l’avete spenta per risparmiare sul carburante. E se funziona siete incordati per il vento gelido che esce dai bocchettoni.  Non avete attraversato che miserevolissimi villaggi persi nella densa foresta dell’Africa centrale. I bambini scalzi ed urlanti, felicissimi, corrono dietro ed accanto alle auto e dovete stare attentissimi a non metterli sotto. Traffico quasi 0, sperate che non si guasti la macchina perché sarebbe veramente un grosso grattacapo. Non ne potete veramente più e vi chiedete per quali motivo abbiate accettato il lavoro che vi ha portato fino a quel momento.  A momenti rimpiangete di non aver fatto il concorso alle Poste. Agognate arrivare, fare una doccia, bere un barile di birra e distendervi su un letto che non si agiti come quel diavolo di macchina sulle infinite buche dell’Africa.

Poi, all’improvviso, una visione celestiale: dal tetto di una capanna sbuca orizzontale, verso la strada, un foglia tagliata di palma. Tagliata da poco, il verde è ancora intenso, solo un pò ricoperto dalla polvere della strada. E’ il segnale. Inchiodate, emettete un gorgoglio in modo da svegliare i compagni di viaggio, spengete, scendete, vi stirate ed andate con passo decido ed amichevole verso l’uomo che, immancabilmente, è seduto vicino alla capanna del ramo di palma, all’ombra.  E’ in compagnia di altri sfaccendati. Vi sedete senza formalità su delle panchettine basse che vi aspettano. Salutate, ma non c’e’ bisogno di dire altro; in realtà vi siete seduti in una enoteca, anche se non lo sembra.  L’uomo scompare nella casa e ne esce immediatamente con: a) una tanica di plastica gialla o bianca di vetusto aspetto, b) una (una sola) tazza di metallo sbreccata se di ferro smaltato, ammaccata se di alluminio e c) una bottiglia da un litro vuota. E si risiede.

Voi chiedete, per cortesia: “E’ con l’assaggio?”. Lui annuisce, sicuro di se stesso e versa dalla stagna un dito di liquido nella tazza, porgendovela. Voi assaggiate, annuite soddisfatto. Il tipo riempie la bottiglia e ve la da. Il vostro gruppo beve con grande piacere e fare da intenditori, a turno, dalla stessa tazza. Vuotata la bottiglia la si riempie, si comincia ad offrire agli astanti (che erano lì da ore, aspettando questo momento) e partono le filosofiche considerazioni sulla qualità di quella bevanda, che nemmeno se si fosse nel cuore del Chianti Classico. Si chiedono informazioni all’oste, che risponde svelando alcuni passaggi, tacendone altri. Son segreti del mestiere. Gli astanti se la godono.

La raccolta dal basso. In questo caso ogni giorno l’incisione nel tronco deve essere ravvivata e controllata. (Foto di Eric Freyssinge da Wikimedia Commons)

Perché di vino si tratta, sia pure di palma. La bevanda alcolica di tutta l’Africa centrale. E’ bianco, dolce ed amaro allo stesso tempo, leggermente acido, frizzante in quanto sta ancora fermentando. Va bevuto a temperatura ambiente (torrida) sia perché non c’e’ l’elettricità per fare andare un frigorifero, sia perché è così che esprime il meglio. E’ abbastanza alcolico potendo avvicinarsi ai 10 gradi. Lascia la bocca meravigliosamente pulita, rinfresca anche se è caldo, soprattutto è buono. Certamente migliore del vino di yucca dell’Amazzonia. Va consumato in due o tre giorni; poi l’acido prende il sopravvento e diventa un aceto imbevibile. Per questo motivo è buona norma di cortesia permettere al potenziale cliente di assaggiare, prima di ordinare la bottiglia; deve sincerarsi che il livello di acidità non sia troppo elevato. Il vino da consmare sul posto si vende per bottiglie da un litro. Se lo si vuole portar via bisogna venire con la propria tanica.

E’, semplicemente, la linfa della palma da olio; la stessa pianta che è tanto vituperata dai nutrizionisti occidentali che, inconsapevoli, fanno il gioco dei produttori americani di olio di colza, che, invece, come si sa, fa benissimo al corpo ed alla natura. Dicevo: inconsapevoli alcuni; molti altri nascostamente prezzolati dai produttori di olio di colza per distruggere il temibile concorrente olio di palma.

Ci sono due modi di produzione con risultati abbastanza diversi: il vino dal basso ed il vino dall’alto. In quello dal basso la palma (selvatica, ovviamente) viene scalzata dalla terra e le radici tagliate; il fustacchione cade completo di una grossa specie di gambo che ha sottoterra. Viene inciso e dallo spacco comincia ad emettere la linfa, che viene amorevolmente raccolta in una damigiana o nell’ennesima tanica; in un paio di giorni si ottengono molti litri, secondo le dimensioni della palma, anche venti o più. Nel metodo dall’alto la palma non muore, resta in piedi e le incisioni vengono fatte nella parte più alta. La linfa sgorga e viene raccolta in bottiglie appese. La produzione è molto minore, ma l’operazione può essere ripetuta dopo un certo tempo. Il lavoro è minore, ma salire sulla palma è faticoso. Anche l’abbattimento è un lavoraccio, sotto il sole.

I produttori di vino di palma sono solitamente degli uomini già anziani. Sono orgogliosi dei loro metodi e ne difendono i segreti; c’e’ un che di magico nel loro lavoro, un po’ come presso i nostri enologi. Trasformare dei succhi naturali in nettari alcoolici; appare quasi come un processo alchemico. La produzione è scarsa e sporadica; le palme non vanno certo a sparire per questo.

La linfa fuoriuscita dalla palma è molto dolce e lo zucchero comincia immediatamente a fermentare, in quelle condizioni di calore terrificante e di igiene assolutamente assente (ma un panno è messo alla bocca della damigiana per non farvi cadere le mosche). Dopo poche ore la fermentazione dello zucchero è già abbastanza progredita ed il liquido comincia a fare le bollicine. Mentre continua la fermentazione di zucchero in alcool comincia la fermentazione di quest’ultimo in aceto. Il vino va quindi bevuto rapidamente, prima che di aceto ce ne sia troppo. Ma vi sarà ancora molto zucchero presente che potrebbe risultare eccessivo e fastidioso. Gli africani, in generale, per un motivo che mi è incomprensibile, non amano il gusto dolce.

Si aggiunge quindi alla tanica di vino dei pezzi di cortecce o di radici, amare, che compensino il gusto dolce. La scelta e la quantità usata di questi legnetti determina il gusto del vino di ogni produttore ed è l’elemento di cui si discute mentre si beve. Ecco, quindi, che quel vino è allo stesso tempo dolce, amaro, acido. Il perfetto bilanciamento di questi tre sapori è affare da maestri. Ed è anche un bilanciamento dinamico in quanto il dolce tende a diminuire, l’amaro e l’acido ad aumentare. Io, ad esempio, preferisco un leggero grado di amaro ed una maggiore presenza di acido. Ma son gusti….

Così, quella che sembra una barbara bevanda degli incivili africani è in realtà una raffinata e difficile produzione di un ricercato nettare. Tanto che se ne è occupato anche Slow Food, sia pure per il vino di palma di Panama; evidentemente non conoscono quello africano. Ma, si sa, a Slow Food sono sempre un po’ fuori luogo.

Da un po’ di tempo la faccenda si è industrializzata ed in Camerun ed in Nigeria si produce del vino regolarmente pastorizzato, imbottigliato e venduto nei supermercati. Ma non è la stessa cosa che berlo al villaggio, sotto l’albero, caldo, a chiacchera con la gente di lì.

L’ho cercato a lungo in Italia e l’ho trovato, nigeriano. Ma non è fermentato e ne son rimasto deluso.

 

Matriarcato

Donne durante una cerimonia di curazione; di morte e risurrezione.

Il Gabon è una fonte inesauribile di aspetti interessanti, strani, appassionanti. Non solo il cannibalismo, ma anche il matriarcato che regna sovrano nella parte meridionale del paese, da Lambarenè in giu. Il turista dotato di tempo (e soldi, è un paese carissimo) e di velleità etnologiche,  vi troverà infiniti aspetti da approfindire nelle conversazioni con quelle genti.

Naturalmente il primo punto che incuriosisce è la totale libertà sessuale della società matriarcale. Ma usare il termine “libertà sessuale” non rende del tutto l’idea. In realtà il sesso è un’attività ludico-sociale al pari di molte altre (il ballo, nuotare nel fiume, fare una passeggiata). Viene praticato quindi con la semplicità e l’immediatezza di un fatto banale, senza nessun’altra implicazione. Una collega, per natura poco attratta dal tema, mi raccontava che, da giovincella, fu costretta a perdere la verginità a causa delle infinite insistenze dei suoi amici ed amiche. Tanto insistettero che dovette cedere, per stare finalmente in pace. Nè la famiglia, nè la morale corrente ebbero niente da dire.

Il lato negativo di tanta promiscuità è che le malattie veneree spopolano, producendo frequentissimi casi di infertilità femminile. I figli sono poco numerosi e ruscire ad averli è spesso fonte di gravissimi crucci, fra le donne gabonesi.

La forma del potere è ben diversa da quella dove vige il patriarcato. Non bisogna infatti pensare che i due tipi di società siano speculari: identiche, ma a ruoli invertiti. Non è così. Nel matriarcato il potere è molto più liquido, diffuso, impalbabile. La presa di decisioni avviene per vie più sotterranee e più difficilmente rintracciabili. Esistono le cosiddette “società segrete” maschili e femminili nelle cui riunioni/cerimonie/feste molte cose succedono.  Sono gruppi di tipo religioso e sociale intorno ai quali la società tutta si organizza. Per avere una idea si può comparare queste società segrete alle Contrade del Palio di Siena, che, allo stesso modo, sono comunità particolari all’interno della comunità generale. Pur non avendo nessun ruolo specifico sull’insieme della popolazione, in realtà hanno un peso determinante sulle scelte politiche della città.

Esiste, ovviamente, la divisione del lavoro per sessi. Siamo in una economia agricola itinerante e quindi, una volta scelta la parcella da coltivare quell’anno, l’uomo abbatterà gli alberi e lavorerà il terreno mentre poi la donna seminerà e curerà le colture. L’uomo caccia, spesso le donne, insieme, pescano.

L’idea del possesso è poco importante; sono società assai libere e poco violente; anche poco capaci di difendersi, tanto che se non fosse stato per i coloni francesi le tribù del nord si sarebbero mangiate quelle del sud, matriarcali, pacifiche ed un pò facilone. Letteralmente mangiate, essendo anche cannibali, oltre che guerriere ed espansionistiche.

Tutti questi sembrano punti molto favorevoli ed accattivanti. Purtroppo c’e’ un aspetto assai problematico che rende debole questo tipo di organizzazione della società, fino a farlo praticamente scomparire dalla faccia della terra, dove millenni fa deve essere stato addirittura egemonico.

A causa della promiscuità sessuale i padri non sono per niente certi. Naturalmente le famiglie si formano, per amore, affinità, comodità dell’organizzazione della vita. Vi è quindi un uomo ed una donna e dei bambini il cui padre è però incerto. L’uomo della famiglia li alleverà comunque e si occuperà di loro nella vita di tutti i giorni. Ma quando i figli avranno un problema importante (malattie, mandarli a studiare in città, bravate eccessive) interverrà il fratello della madre a consigliarla; in quanto unico uomo il cui legame di sangue con i figli della donna è certo. Quindi gli uomini finiscono sempre per occuparsi dei nipoti (figli della sorella) e mai dei figli, anche se sono davvero loro. Moltro strano per noi, no?

E fin qui, ancora ancora. Ma il problema sorge al momento della eredità. Nel sistema matriarcale i beni dell’uomo vanno ai figli della sorella. Quindi un uomo che ha sempre vissuto con sua moglie, con cui ha avuto dei figli, con i quali ha convissuto e diviso la vita e che lo hanno anche aiutato quando ha cominciato a farsi vecchio; ecco, non lascia niente a loro, ma tutto ai figli del cognato, che, magari, gli sta anche antipatico.

E’ vero che sono società povere, prive di beni, con il possesso comune della terra e senza un vero criterio della proprietà indivuale. Ma qualcosa gli uomini possono anche avere: una radio, una motocicletta, una motosega per abbattere gli alberi e vendere il legname, addirittura una casa in muratura invece della solita capannuccia in terra battuta, un amatissimo fucile per andare a caccia. Ebbene, niente di tutto ciò finirà ai figli. E quindi, l’uomo, non avrà interesse ad accumulare dei beni per assicurare un futuro migliore ai propri discendenti e preferirà lavorare meno o spendere i suoi soldi con le donne od il bere.

La madre invece lascia i beni alle figlie, ma dal momento che lavora solo nell’agricoltura, non fa commerci di una qualche rilevanza e, soprattutto, non va in citta per il lavoro temporaneo; non lascerà un’eredità significativa.

Quindi la società matriarcale, pur pacifica e gradevole, si è privata dell’accumulazione (anche minima) dei beni e condannata all’immobilismo economico. Ed è stata spazzata via dalla storia dell’umanità.

Ecco, il turista in Gabon potrà parlare di queste meravigliose cose con la gente comune, quasi sempre aperta, gioviale e di grandissima intelligenza. E molti parlano anche il francese, permettendo così un vero e gradevolissimo scambio.

 

Il sottile richiamo del Portogallo

Il castello di Alandroal.

Sono anni ed anni che giro intorno al Portogallo, senza afferrarlo. Mi incanta, mi chiama, ma riesce a sgusciarmi via come vuole. L’ho preso da tutte le parti: dall’interno, dalle isole lontane, dalla capitale, dalle vecchie colonie. Niente. Capto elementi, ma il complesso continua a sfuggirmi.

Il primo elemento che mi prese fu la vastità del cielo che andava verso l’Atlantico e il colore della luce: nitido, chiaro, vivido. Una luce lucida. E questo mi colpì al primo viaggio, decenni fa. Era la primavera dei garofoni e la politica sovrastava tutto. Eppure il cielo di Lisboma riuscì a sovrastare non solo la città, ma anche la politica.

Il secondo elemento che mi stupì fu la lingua. Neolatina, facile da leggere, ma artigliata dalle bocche dei portoghesi e trasformata in una successione di suoni cacofonici. Un popolo intero sembra impegnato a distorcere quelle povere parole, riducendole ad una serie di sibili e scoppiettii sorprendenti. La lotta a certe vocali è senza quartiere, la “e” è ormai in via di estinzione. Mentre il brasiliano è ormai partito per altri lidi (non meno assurdi, basti pensare al fatto che la “l” finale diventa “u”) più armoniosi e collinari, il portoghese del Portogallo resta una lingua da scogliera, irta e sibilante fra schizzi (di saliva) e sibili viperini. E’ sconceetante il fatto che i portoghesi capiscono relativamente bene gli spagnoli ma non il contrario: le parole sono grosso modo le stesse, ma i portoghesi le torturano fino a renderle irriconoscibili.

Evora

Il terzo elemento che mi sconcertò fu il carattere del popolo portoghese. Forse sbaglio a generalizzare, ma vi è un fondo di gentilezza e ben disposizione nei confronti dell’altro che si mescola con un istinto polemico, irascibile, conflittivo, permaloso, che trasforma qualsiasi malinteso o disaccordo in guerra sanguinosa. Quindi i rapporti o son buoni buoni o son cattivi cattivi. Difficile saper prendere un portoghese per il verso giusto. Viene il sospetto che il verso giusto non esista.

Il quarto elemento che mi attrasse fu la malinconia che pervade i luoghi e la gente. Forse determinata dal colore della luce, forse da quella lingua sgraziata, forse dal frequente vento, forse dai difficili rapporti fra le persone, forse dall’esser finiti ai margini dell’Europa, forse dall’esser poveri di beni, ma ricchi di storia. Il Portogallo provoca in me ed in molti uno struggimento dell’animo, una tristezza calda, un desiderio di desiderare, un voler piangere sommessamente in un angolo. Questo sentimento profondo, comune, permanente è chiamato saudade; pervade l’aria ed intenerisce il cuore. Viaggio dopo viaggio, tale sensazione finisce per sovrapporsi all’idea stessa di Portogallo e a farsi tutt’uno con quel paese. Portogallo e saudade finiscono per essere la stessa cosa; un paese che è un sentimento e viceversa! Meraviglioso, no? Ma stranamente, anche questo aspetto, che era la caratteristica principale del Portogallo, sta mutando con la globalizzazione. I portoghesi diventano più europei e sono meno relegati laggiù in fondo; molti, ormai, gli eurpei che vivono in Portogallo, grazie all’Erasmus, alla detassazione dei pensionati, ai call center agevolati. Ed anche la saudade si stempera, si fa meno forte, sta per scomparire. Il Portogallo è meno Portogallo.

Vila Nova de Milfontes.

Il quinto elemento che mi sbalordì fu la bruttezza dei portoghesi. Tracagnotti, ordinari e pelosi gli uomini; insignificanti, sgraziate e slavatucce le donne. Trascurati ed informi nel vestire; popolani nei modi. Come se fosse un popolo uscito or ora dalla preistoria, relegato all’estremo dell’Europa come si faceva con i servi nelle soffitte. (Tristezza su tristezza, ovviamente). Alcuni decenni sono passati dalle mie prime osservazioni e ciò non è più del tutto vero: grazie al maggior benessere, alla democrazia, le giovani generazione sono diventate molto più belle ed affabili.

Il sesto elemento che mi interessò fu le connessioni di questo popolo con le colonie africane. Nessun’altra potenza ha mandato così tanti cittadini a colonizzare posti così lontani: erano soprattutto contadini poverissimi, spesso delle Azzorre, i più poveri fra i poveri . Si ritrovarono a possedere grande estensioni di terreno con dentro le popolazioni africane schiavizzate. Dopo pochi giorni dall’arrivo, i coloni si mescolavano agli africani, mangiavano insieme i loro cibi, facevano una montagna di figli con quelle donne. I vicini congolesi, che sono sempre stati dei fini filosofi, dicevano: “Ci sono i bianchi, ci sono i neri e ci sono i portoghesi”. Grande integrazione che non evitò immani crudeltà ed una durissima repressione al momento delle lotte di liberazione. E ritorna la difficoltà di capire il carattere portoghese, già accennato. Da una parte si mescolarono intimamente agli africani colonizzati. Dall’altro non esitarono a ucciderli e torturali come poche volte è successo al mondo. In quei paesi si formò una innovativa società meticcia che è peculiarità della colonizzazione portoghese e che, dopo l’indipendenza e fino ad oggi, si è in parte trasferita in Portogallo apportando colore e vitalità (e bellezza).

Pascoli e sughere a Freixo do Meio (Montemor)

Il settimo elemento che mi sta commuovendo in questi ultimi anni è il mondo rurale. Paese collinare ed abbastanza arido, ma ricco di boschi e di enormi pascoli ombreggiati  da sughere, l’interno del paese è poco abitato, le strade son vuote, le distanze fra i centri abitati son grandi. Molte le case vuote nei paesi, a causa dell’emigrazione ininterrotta da molti decenni. Eppure sono quasi tutte ben conservate, con la cura che gli emigrati usano nel mantenere vivo il ricordo di una vita passata, che torna solo per qualche settimana d’estate. Son borghi lindi, dai colori bianchi e pastello, sobri, delicati. Infondono calma, racchiudono intimità, sembra che niente di male possa succedervi. Nella piazza non manca mai una pasticceria con quei dolci di tradizione conventuale dai quali il colesterolo vi assalta a mano armata. Negozietti come da noi negli anni ’60. Ristoranti dove si mangia a dismisura piatti mal preparati, ma a vilissimo prezzo. Sedie rosse della Sagres, in piazza, dove ci si siede a bere piccoli bicchieri di quella birra alla spina. Pochi i passanti, calma, dolce noia, sensazione di sicurezza, qualche chiacchera. La calma vi pervade, benessere.

Elementi di un innamoramento.

PS. Ahimè tutto cambia, ed anche gli amori finiscono. Il Viaggiatore Critico è poi arrivato a farsi un’opinione (certo sua e discutibile) del Portogallo. E nel momento in cui ha capito (o creduto di capire) l’innamoramento è finito.

 

La tristezza della Guadalupa.  (Non andateci) 

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Foresta densissima alla Basse-Terre

Che consigliare?  Vale la pena di andare alla Guadalupa oppure no?
La risposta e’ certa, chiara,  rotonda, netta: no.

Eppure i punti positivi sono numerosi: pur trovandoci ai Caraibi è un’isola francese, quindi è come essere in Europa. da un punto di vista amministrativo siamo proprio in Europa. Di conseguenza le condizioni di vita, di sicurezza, sanitarie e sociali sono come in Francia; del tutto comparibili a quelle che troviamo in Italia.  In altre parole si puo’ vivere alla Guadalupa come se si fosse all’isola d’Elba, pur vivendo nel clima e nei paesaggi dei Caraibi. Una accoppiata molto comoda, bisogna riconoscere.

Ci sono poi delle bellissime spiagge ed una grande e verdissima montagna ricca di vegetazione tropicale che si puo’ anche percorrere a piedi.
Inoltre si mangia molto bene alla Guadalupa.  La cucina delle Antille e’ varia,  saporita, succolenta e gustosa.  Intingoli che si possono principalmente trovare nelle modeste trattorie frequentate dai locali, nei paesini. Si beve dell’ottimo rum.

E si trovano anche degli spunti molto interessanti nella storia dell’isola, ricca di avvenimenti di pirati e bucanieri e contraddistinta dalla tragedia della schiavitu’ e della canna da zucchero. La mescola di popoli e di culture che affollano l’isola è un tema di grande interesse che il turista curioso potrà cercare di approfondire discutendone con i locali (se glielo permettono). Tutti questi sono motivi e spunti di approfondimento che possono ben riempire una vacanza alla Guadalupa. Infine bisogna riconoscere che si tratta di un angolo dei Caraibi diverso da molti altri.

Ebbene, nonostante tutto ciò, gli aspetti negativi prevalgono.

Se decidete di andare nel mondo tropicale e’ perche volete trovare un sapore esotico, e per far ciò siete disposti a confrontarvi con alcune difficoltà. Se vi dovete ritrovare nel traffico come a casa, con i supermercati ed i centri commerciali come a casa, con le regole, gli orari, lo stress e le nevrosi quasi come a casa, tanto vale andare veramente all’Elba o in Sardegna dove le spiagge non sono da meno. Senza dimenticare il fatto che il viaggio in aereo è caro e che i prezzi della Guadalupa sono molto più alti di quelli nostrani.

Inoltre.  Il fatto che sia Francia fa si che il turismo sia quasi esclusivamente domestico: questo vuol dire che la maggioranza dei turisti sono francesi che pur volendo l’esotico, scelgono quello di casa, per evitare ogni inconveniente . Si tratta quindi di un turismo assai pantofolaio e conservatore. Manca l’internazionalismo turistico e sovrabbonda il nazional-popolare; questo aspetto ci piace molto, senza dubbio, ma un pò meno quando è a stragrande maggioranza francese.

Fra gli altri aspetti negativi della Guadalupa vi è il diffusissimo razzismo contro i bianchi che rende tesa l’aria e potenzialmente periglioso ogni rapporto con il popolo locale. Può succedere di essere insultati anche se non avete fatto assolutamente niente di strano. A me è successo per non aver salutato uno sconosciuto incrociato per strada; sono alla ricerca di pretesti per attaccare i bianchi. Si vogliono vendicare della dominazione coloniale francese, ma io che c’entro?

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La morte di una palma. Foto emblematica della Guadaluope.

In piu’ mancano quei luoghi e quei momenti piacevoli che allietano i turisti abituati al mediterraneo. Difficilissimo, per non dire impossibile, recarsi in città e trovare un bel negozio (tutti emigrati nei centri commerciali), un bar accogliente, un ristorante non dozzinalissimo, un corso dove passeggiare.  Questo stato di cose potrebbe essere accettabile in un paese povero, come se ne trovano in questa regione. Ma è incomprensibile che ciò avvenga in Francia.

Insomma,  ci troviamo in un luogo di schiavi dove e’ arrivato il welfare.  Vi e’ un certo benessere con  diritti e servizi pubblici di buon livello. Ma i due secoli e mezzo trascorsi dall’abolizione della schiavitu’ non sono bastati per costruire uno stile di vita piacevole. I padroni bianchi vivevano molto bene, ma niente di quello stile è passato nè agli schiavi, nè ai discendenti attuali di quegli schiavi. La schiavitù è alla Guadalupa una maledizione che non cessa di produrre infelicità.

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La canna da zucchero, maledizione di generazioni di schiavi africani e benedizione di generazioni di padroni francesi.

Paradossalmente si può affermare che la vita che menano gli africani attuali che sono rimasti nei paesi di origine degli schiavi, sia molto più difficile dal punto di vista economico e civile, ma indubbiamente più ricca per quanto riguarda la socialità, i semplici piaceri di base, le manifestazioni personali. Tutto ciò mi è fonte di infinita tristezza.

Le ferite portate dalla schiavitù sono rimaste aperte nei rapporti fra gli individui; anche all’interno della comunità nera. Ed il motivo è chiaro: il colono divideva i propri schiavi per evitare che si unissero e gli si rivoltassero contro. Quella atmosfera di mutua diffidenza è rimasto.

E per tutti quel era un luogo di dolore: i bianchi volevano solo arricchirsi nel modo più rapido possibile; gli schiavi volevano solo sopravvivere. Non c’era spazio per i piaceri della vita o per gli scambi della convivenza sociale. Era un luogo d’inferno e tale è rimasto fino ad ora, mutatis mutandis.

Risparmiatevela, la Guadaloupe  Le spiagge fra Le Gosier e Saint Francois o la costa montuosa della Basse-Terre non valgono tutta questa pena. E alla Martinica o a Saint Martin non è meglio. Le Antille francesi sono state un buco nell’acqua durante il mio viaggio.

Elegia triste per la Macaronesia

Nebbia e tristezza vagano sulla Macaronesia,

il settimo continente, il più nuovo.

Nato dal fuoco e dal mare, là dove l’Atlantico si apre,

allontanando l’Africa dall’America; aumentando le distanze, accrescendo le solitudini.

Azzorre, Madeira, Porto santi, Canarie, Capo Verde, mi piace aggiungerci Sao Tomé.

Isole nere e rosse di roccia vulcanica; l’estremo verdore delle Azzorre e di Sao Tomé controcanta l’aridità di Capo Verde.

Solo le isole più antiche, Porto Santo, Boa Vista si distendono in pianori sabbiosi e chiari.

Delle Canarie non so, le altre 21 isole sono 21 universi diversi per dialetto, storia e caratteristiche. Universi minuscoli ma completi. Soprattutto complessi.

La natura spadroneggia, il mare è nemico, l’uomo si adatta, se può; se non può, fugge (se ce la fa, più spesso crepava). L’uomo ce lo hanno portato a forza di armi o di miseria o di inganni.  Dall’Europa o dall’Africa.

Paesaggi belli, estremi, come spesso nelle terre vulcaniche. Ma sono ripetitivi, un po’ tutti uguali. Nella Macaronesia l’elemento straordinario è la storia umana. Recente e povera di fatti. Ma ricchissima di dolori, ancor più dolorosi dei fatti della terra che si rompe e si apre per mano dei vulcani.

Un viaggio, secoli fa, da deportati, schiavi, miserrimi. Poi generazioni relegate in un isola, senza mai uscirne. Poi un altro viaggio, da emigranti, di ritorno in Europa o in Africa o verso l’America. Come la disseminazione della vita nell’universo, di meteorite in meteorite. Frutto del caso. Frutto della diaspora portoghese o spagnola.

Portoghesi, spagnoli, africani, come tutti gli altri, almeno al loro arrivo. Ma nelle isole la gente cambia; le isole cambiano la gente. E la gente diventa un’alttra cosa; diventano isolani della Macaronesia. L’isola cambia l’anima alla gente.

Gli azzorriani hanno popolato il mondo. Stati Uniti, Brasile, Angola, Mozambico. I Canari hanno popolato il Sud America, là si parla la loro lingua.

Solo un pelo sopra i negri. I più negri fra i bianchi. Come dicono i congolesi: ci sono i bianchi, ci sono i neri; poi ci sono gli azzorriani. Più numerosi i capoverdiani negli States che a Capo Verde; quelli di Fogo stanno tutti a Brocton, sobborgo di Boston. Vi hanno ricreato la loro isola.

Mακάρων νῆσοι, le isole dei beati per i greci, che preferirono le loro (di isole) e qua non vennero; meglio maledetti a casa propria che beati qua. Vennero i Cartaginesi alle Canarie, si chiamarono Guanci e furono sterminati dagli spagnoli. Boccaccio ne parla. Le Azzorre stanno nell’Atlante Mediceo del 1351, ben prima che i portoghesi dicessero di averle scoperte. Monete cartaginesi a Corvo; enigmi della storia.

Fra Europa ed America, riposo per galeoni e skippers mesciati biondi, riserva di acqua, legna, carne e braccia per pirati e baleniere americane. Scalo di aerei, base di antenne militari, stazione di cavi transoceanici. Incrocio di molti, ma tutti finiscono per andarsene.

Isole che esistono perché qualcuno ne ha bisogno. Gli isolani li vedono arrivare; poi se ne vanno e loro restano. Desiderio di seguirli e paura di affrontare il mondo. La sindrome dell’ultraperifericità; l’Unione Europea finanzia anche quella. Meglio per tutti sarebbe favor4ire l’emigrazione totale programmata ed assistita. E permettere alla Macaronesia di tornare vergine dall’uomo, come è sempre stata.

Mare grande, mare brutto, mare contro, mare che divide.  Non è il mare di Ulisse, è quello di Achab.

1500 fiamminghi nel ‘400 vennero a Faial per coltivare l’Isatis, colorante tessile. Diversi dagli altri, sono ancora lì, nel loro villaggio, Flamengos. Ho fatto con loro il pranzo parrocchiale della domenica, oggi. Nessuno parlava, non si sono ancora ripresi dall shock.

Tristezza da nebbia, da isolamento, da portoghesi, popolo tristissimo anche in continente.

A Capo Verde il sangue africano riscalda l’ambiente e si vive. Donne abituate a giostrare con perizia contro la violenza stupratrice del colono portoghese.

Unico divertimento, la musica, diffusissima ovunque e da sempre. Ogni isola, ogni frazione una banda, uno stile diverso.

Sono macaronese anch’io. Vi ho passato l’1% della mia vita. E soffrii e soffro la sindrome dell’isolano. Malinconica nostalgia del mondo lontano, paura di tornarvi. Un’isola è un utero. Desiderio e dovere di lasciarlo, ma lasciatemi dentro ancora un po’. Qui sto al sicuro, niente può succedermi, di male. E la tristezza macaronesica m’invade. ma quando te ne vai, mica vuoi tornarci….