I marmisti di Carrara e la giornata Studi Aperti

Elias Naman e la sua Paolina Borghese.

Erano gli ultimi giorni di Agosto 2019. Faceva un caldo becco e stavo per andar via, in Tunisia. Non avevo nessuna voglia di schiodarmi dal letto con aria condizionata. Poi il dovere del Viaggiatore Critico prese il sopravvento e mi ritrovai in autostrada, con i miraggi sull’asfalto, per andare a Carrara a godermi il piacere delle Giornate “Studi Aperti” dei famosissimi marmisti di quella città. Ed ero anche abbastanza emozionato, perché non è cosa di tutti i giorni fare delle simili visite.

E fortunatamente che non si fanno tutti i giorni; non sopravvivremo a lungo. Organizzazione pessima; che certo non rende onore agli stupendi artigiani.

Ho letto bene il programma sul sito ed ho capito che c’e’ una quantità di roba da vedere; quindi arrivo prestino, il primo giorno d’apertura. Approdo che son le 14h30 di un venerdì infuocato. Vien voglia di piangere, dal caldo. M son portato anche spazzolino e camicia in più, nel caso la cosa sia assolutamente meravigliosa e che valga la pena passare la notte a Carrara per continuare la visita il giorno dopo (per dire come ero pieno di buona volontà).

Parcheggio dove mi dicono di parcheggiare. Il sito web della manifestazione fa assolutamente cacare. Ci sarebbe una cartina con i pallini degli Studi Aperti, ma non è interattiva e quindi vedi i pallini, ma non sai dove sei tu. In poche parole non serve a nulla, anche perché sul cellulare è troppo piccola per essere comprensibile e non è zoomabile. Bisogna quindi cercare la cartina fisica. Che il sito promette essere disponibile in un certo studio in via Elisa, vicinissimo al mio parcheggio. Smadonno un po’ e trovo via Elisa e lo Studio che invece di essere aperto è del tutto chiuso. Parcheggiando avevo intravisto un ufficio di informazioni turistiche. Ci vado, certo di trovare tutto ciò di cui ho bisogno. Scopro sbigottito che questo ufficio turistico è aperto solo la mattina del lunedì: il resto del lunedì e tutti gli altri 6 giorni è chiuso (vedi foto). Un ufficio turistico che apre 4 ore a settimana??

A Carrara l’ufficio informazioni turistiche è aperto 4 ore a settimana.

Non c’e’ nessuno per la strada. Trovo una signora che. alla mia domanda, telefona al figlio. In due non sanno nulla, ma la signora si lamenta del Comune che non sa organizzare le cose. Mi pare anche a me. Guardo sul sito dell’evento, in cerca di indicazioni e trovo, almeno, l’indirizzo dell’Organizzazione ed il numero di telefono. Penso di andare da loro a cercare la cartina che mi dirà dove sono questi Studi da visitare. Guardo meglio i contatti: presa in giro assoluta. L’indirizzo è Via di via 123, il telefono è 123456. Sono talmente affranto dal caldo che provo anche a fare quel numero di telefono prima di capire.

Smadonno ulteriormente e mi dirigo verso il centro, non sapendo cos’altro fare.

In centro trovo qualche raro passante: chiedo a questo e a quello notizie degli Studi Aperti. La gente o non sa o racconta le cose più inverosimili: uno mi dice che devo aspettare la settimana seguente per avere una mostra di macchine agricole. Lo mando in culo senza ritegno e senza rimpianto.

Finalmente trovo un barista molto gentile che mi da la cartina: sono salvo, lo ringrazio commosso; ora so dove andare a trovare gli Studi Aperti. Sulla cartina vedo che sono moltissimi, sparpagliati in tutta la città; pregusto delizie artistiche a non finire.

Il buon barista mi consiglia di cominciare dallo studio Grinberg, molto vicino. Ci vado ed ho una deliziosa conversazione con un giovane scultore non so più se mezzo svizzero o mezzo francese. Scolpisce colonne di fumo da macchine incendiate. Gongolo.

Mi consiglia di continuare con la visita dello Studio Nicoli, uno dei più antichi e famosi della città. Ma mentre mi spiega la strada arriva una famigliola che c’e’ appena stata e lo ha trovato chiuso. E con questo son già due (compreso quello di Via Elisa) gli studi ad esser chiusi nel giorno degli Studi Aperti.

Vado quindi verso il Duomo, sul cui sagrato alcuni scultori stanno lavorando, in diretta. I poveretti sono malamente protetti dal sole delle 3 del pomeriggio con dei miseri ombrelloni da spiaggia. Evidentemente il Comune non è nemmeno riuscito ad alzare un gazebo, per degli artisti che danno lustro alla città ed all’evento. Micragnosi.

In questo laboratorio c’e’ di tutto.

Percorro poi via Finelli. Dei 4 studi citati nella mappa che avrei dovuto trovare in questa strada, di aperti ce n’e’ solo uno, con delle simpatiche ragazze. In cambio trovo un pittore, Romeo, che, almeno lui, è aperto.

Passò un ponte e mi trovo sulla via principale di Carrara che si chiama Carriona e che deve portare su, verso le cave. Trovo facilmente una sorta di centro sociale con cinema dove mi parlano a lungo e con passione dei gravi problemi ambientali portati dalle cave di marmo, in inarrestabile espansione per fornire i mercati arabi e russi. Molto bene, ma io volevo vedere i laboratori dei marmisti.

Finalmente ne trovo uno vero ed importante. Si tratta di Elias Naman, siriano. Sta facendo una sorta di Paolina Borghese su commissione. Non usa nient’altro che martello e scalpelli. E’ gentilissimo, mi piace; gli do più volte del pazzo; ride contento, lo vorrei abbracciare.  Continuo e trovo subito una ragazza nera con delle belle cose. Comincio ad esser contento della mia giornata.

Continuo e trovo lo studio Vanelli, interessantissimo; ma non trovo lo studio Supra Lab pur citato dalla carta. Poco oltre trovo un laboratorio che pare uscito dall’800 che fa stupendi pezzi di incastro. Non mi sembra che ci sia sulla carta. Chiacchero a lungo con il tipo: qui non sono scultori, ma fanno elementi di arredamento, adorni. Ma con maestria e risultati entusiasmanti.

Riscendo la Carriona e la buona sorte mi abbandona: la mappa della manifestazione è pessima, molto imprecisa, non ci si ritrova. Mi imbatto in un piccolo gregge di tedeschi che cercano anche loro lo studio Giusti in via di Grazzano; lo cerchiamo insieme, non riusciamo a trovarlo. In cambio troviamo il bravo falegname Giacomo. Abbandono alla loro sorte il tedescume e scendo ancora sulla Carriona. Trovo lo Studio Costa, ma è chiuso, anche lui ( a dir la verità non faceva parte dell’evento Studi Aperti e quindi niente da dire). Mi avevano detto che Costa ha un robot che riproduce da sole le sculture. Gli mettono davanti un modello ed un blocco di marmo e dopo un po’ ha riprodotto perfettamente il modello. Mi sarebbe piaciuto vederlo all’opera.

Non solo sculture, ma anche elementi architettonici.

Perché comincio a capire che di scultori come il siriano Elias, che fa tutto a mano, ce ne sono pochi. Soprattutto si fanno copie da modelli in marmo o, più facilmente, in gesso. Lo scultore modella il gesso e l’artigiano, poi, copia in marmo. Hanno un curioso strumento fatto di asticelle appuntite, per riprodurre le dimensioni del modello sul blocco di marmo.

Torno quindi indietro e cerco l’interno del numero 1 di Via San Martino, dove la carta mette un sacco di pallini di Studi Aperti. E’ un calvario: rompo le palle alla metà degli abitanti di Carrara e finalmente riesco a trovarlo. Ma immaginare che fosse lì era veramente difficile. Tutti i carraresi lo sanno, ma nessun forestiero riuscirebbe a trovarlo da solo o con quella pessima cartina che hanno fatto. Ma era così difficile mettere una freccia ad indicare l’entrata? Non ci sono arrivati quei geni dell’organizzazione?

Nel frattempo si è fatto tardi ed è un vero peccato. Due Studi sono chiusi: il personale se ne è andato via prima dell’orario, tanto non veniva nessuno!! Visito la Cooperativa dove trovo uno stagista che mi commuove per la passione. Ed una signora russa che segue una sua scultura ciclopica. C’è un altro laboratorio, già immerso nella penombra. Vi si costruiscono delle sorte di enormi minareti per chissà quale sceicco.

Su Carrara incombono le cave di marmo.

Ceno con grande soddisfazione al circolo di via San Martino: pesce fritto ed abbondante vinellino fresco. 10 agli artisti, agli artigiani ed alla gente di Carrara, gentilissimi. Li ho molto disturbati con le mie domande, e mi hanno dato tutte le indicazioni che potevano. 2 agli organizzatori. Dei veri incapaci che dovrebbero vergognarsi del casino che hanno fatto. Se non sapete farlo, non fatelo.

Andate a visitare gli studi di Carrara, la gente è gentile, vi farà vedere quel che è possibile. Ma evitate le giornate degli Studi Aperti.

Il cosiddetto Mal d’Africa

Sono tutti lì a parlare del Mal d’Africa. Dice di soffrirne anche chi è stato 15 giorni in un resort a Malindi. Ci si sente così importanti e giramondo e viaggiatori incalliti e cosmopoliti quando si soffre il Mal d’Africa. Mi paion tutti dei Livingstone appena sbarcati a Londra dopo 5 anni di esplorazioni nelle foreste dell’Africa non nera, ma nerissima.

Del resto l’origine di questa singolare sindrome deve essere collocata in ambiente letterario, romantico e coloniale. Quei funzionari spesso inglesi o francesi che, dopo aver passato decenni in Africa a fare le peggio ignominie, tornavano a casa e sospiravano, nei tramonti grigi della loro vecchiaia, pensando ai mezzogiorni torridi di colori della loro gioventù in Africa.

Non si sa cosa sia il Mal d’Africa, ma prima che quest’articolo finisca, ve lo dirò io.

Non è solo la malinconica nostalgia di quelle terre esotiche. C’e’ chi afferma che è la memoria genetica dei nostri tessuti. Il nostro DNA è nato in Africa (siamo tutti immigrati) e quando ci ritorniamo è come se rientrassimo, dopo lunghissimo viaggio, nella nostra vera casa. Più in particolare nelle savane, dal momento che è lì che delle scimmie sono scese dagli alberi decidendo di camminare sulle zampe di dietro e di utilizzare quelle davanti per uccidere altri animali da mangiare. Questa puttanata la diceva Richard Leakey, uno della famiglia dei paleontologi umani del Kenya.

Altri invece dicono che il Mal d’Africa va cercato nell’inconscio; nella memoria collettiva inconscia che ci fa ricordare i luoghi che abitammo centomila anni fa. In particolare, secondo questa teoria, gli africani, notoriamente dei selvaggi incalliti, non disporrebbero del senso del tempo. E quando noi bianchi evoluti ci troviamo a contatto con loro, questa mancanza della dimensione temporale risveglia in noi l’antico ricordo di quando del tempo non ce ne fregava niente nemmeno a noi e si stava meglio. Da qui un sentimento di familiarità con quei luoghi e quelle genti. Ridicole fantasie,

C’e’ poi tutto il filone romantico della faccenda. I tramonti nella savana, con il cappello coloniale di sughero sulla testa e la sahariana addosso; sorseggiando un the insieme a Robert Redford, come se fossimo comparse nel film “La mia Africa”, mentre i negri lavorano nella piantagione di caffè e si odono cantare in lontananza. Questo è il modello di Mal d’Africa più diffuso fra la gente. Nella versione da turismo di massa questa versione del Mal d’Africa si coniuga in molti modi diversi: su un cammello scureggione che vi trasporta per una mezzoretta nelle dune ingombre di immondizia del Marocco. O in un villaggio senegalese, attraversato per caso durante un giro in gruppo, dove i bambini corrono dietro alle macchine (non avendo, in quel momento, nessun altro gioco più divertente da fare) chiedendo le caramelle. Oppure in una spiaggia di Zanzibar, con le palme regolamentari, mentre al tramonto si beve un martini, mi raccomando, molto secco. Per non parlare del peggior modello: quello della festa notturna nel villaggio turistico con il gruppo di musicisti locali vestiti al modo tradizionale con le scatenate ballerine nude al modo tradizionale. Questo è il vertice massimo del Mal d’Africa trash.

Quando si torna a casa ci si sofferma un attimo, si ripensa a quei momenti e con lo sguardo sognante si mormora sul filo delle labbra: “Ho il Mal d’Africa”. Tutte stronzate.

Poi ci sono i poeti; quelli che dicono: “Mal d’Africa è disegnare con gli occhi il contorno di un baobab che si staglia sullo sfondo del cielo basso e turchese”. Oppure: “Il Mal d’Africa è il ricordo di una luce tutta particolare, mai vista né prima né dopo in nessun’altra parte del pianeta, che appare nel tardo pomeriggio e ricopre tutto come fosse una coperta d’oro.” Ragli asinini, direi.

Altri ancora preferiscono restare più vicino a terra ed identificano il Mal d’Africa con quella infinita serie di malattie che si prendono in Africa e per le quali molti ci hanno lasciato le penne. Ad esempio Rimbaud ci rimise prima una gamba e poi la vita, Blixen ci prese la sifilide, un milione ci son morti di malaria. Questo, secondo loro, è il vero Mal d’Africa ed hanno evidentemente ragione.

Invece, molti altri si sperticano in mirabolanti spiegazioni che vanno dalle dimensioni del cielo, alla intensità dei colori, al carattere degli africani, alla semplicità della vita in Africa, alla facilità dei rapporti umani, alla riscoperta dei veri valori della vita, alla Natura incontaminata, selvaggia, onnipresente, avvolgente; alla presenza dei grandi animali (che a sentir loro, pare si aggirino per tutte le strade). Teorie le più cervellotiche, strampalate, inconsistenti e fantasiose. Bisogna però dire che da quando l’Italia è sommersa dall’attuale mefitica ondata di razzismo, degli africani e del loro modo di vivere si parla sempre meno. Forse per il timore che quel modo di vivere, così simpatico presso di loro, ce lo portino qua. E ciò non ci piace, perche soffriamo del Mal d’Africa, ma a casa nostra comandiamo noi. Fetenti.

Comunque son tutte fandonie. Ve lo spiego io: il Mal d’Africa sono le quattro S.

Sesso, Soldi, Sbronze, Superiorità. Che son quattro cose che fanno venir fuori il peggio dell’animo umano. Il Mal d’Africa è una malattia propria di quelli che soffrono anche il male della quinta S: gli Stronzi.

Sesso. Gli africani sono sodi, spesso atletici, hanno grandi tette, culi, cazzi. La loro pelle è fresca, morbida, tesa. Inoltre non sono stati (in generale) rovinati dal cattolicesimo o dall’Islam, entrambe religioni sessuofobe. Gli africani fanno sesso come prendere un caffè; senza dargli tanta importanza. E’ una faccenda sociale, di pronta beva. Alla portata di tutti. Il Mal d’Africa è una sana trombata senza tante storie.

Soldi. Il bianco che è in Africa ha dei soldi in tasca. O ci lavora ed ha un buon stipendio perché se no non avrebbe lasciato casa propria. O ha delle attività economiche che gli rendono bene, se no se ne sarebbe già andato. O ci fa il pensionato e quindi ha la pensione. O è turista e quindi si può permettere quel viaggio. In tutti i casi in Africa i bianchi hanno dei soldi in tasca; e gli africani questo lo sanno benissimo. Il Mal d’Africa è un portafoglio ben messo.

Sbronze. Tradizionalmente e per un motivo non ben chiaro, in Africa è socialmente ben accetto bere molto. Qui non si parla di giovani; si tratta di uomini e donne ben adulti, di buona condizione sociale. In Europa si limiterebbero a qualche bicchiere, almeno pubblicamente. Si sbronzerebbero solo in privato od in cerchi ristretti.  In Africa, no. Si può bere fino a sfondarsi senza nessuna vergogna, ritegno o censura sociale. E’ evidente che in questa maniera la vita è molto più facile e dolce. Il Mal d’Africa sono sbronze libere!

Superiorità. E qui viene il punto più dolente ed infame. Gli africani sono stati schiacciati dalla colonizzazione. Sono stati trattati come bestie. Hanno imparato ad aver paura dei bianchi; come i leoni hanno paura dei domatori. I tempi son cambiati, ma non poi troppo. Nelle vie africane, quando un bianco passeggia (raramente, vanno soprattutto in macchina) gli africani si scansano. Se va in un ufficio, gli permettono di saltare la coda; lo fanno sedere anche se non ci sarebbero sedie libere. Se parla viene ascoltato. Il bianco pezzente a casa propria, in Africa diventa una persona importante. Si diceva: ” Quando  arriva in Africa un bianco diventa immediatamente giovanissimo, bellissimo, ricchissimo”.  Le donne se lo contendono: un bianco da prestigio sociale fra le amiche e comprerà molti regalini. Esattamente la stessa cosa per le donne: bianche che non battono chiodo in Europa, in Africa si ritrovano con modelli.  Anche i turisti vivono questa ondata di improvvisa popolarità e considerazione. Il personale di servizio s’inchina davanti a loro che a casa non li guarda nemmeno il cane. In Africa anche gli accattoni europei sono re. I meschini sono persone importanti. I brutti, belli e gli stupidi intelligenti.

Eccolo il vostro tanto romantico Mal d’Africa. Semplicemente sopraffazione psicologica dell’uomo sull’uomo.

Infami, verranno gli africani e vi mangeranno tutti.

La caccia alla balena alle Faroer

Abbastanza impressionante. Foto di Erik Christensen via Wikicommons.

Da qualche anno le Isole Faroer, a metà strada fra Islanda, Scozia e Norvegia hanno conosciuto uno straordinario incremento di visite turistiche che rischiano di sconvolgere e non poco l’ovattata atmosfera sonnolenta di queste nordiche terre e dei suoi 50.000 abitanti tradizionalmente pescatori e allevatori di pecore.

Non parleremo di questo, ma di un altro aspetto per il quale le Faroer sono ancora più conosciute e non in termini positivi, almeno per molti. Quando si parla di questo tema le polemiche divampano e quindi cerchiamo di affrontarlo in modo pacato.

Il fatto è che alle Faroer si cacciano e si uccidono una alto numero di balene, ogni anno. Vediamo i punti principale di questa spinosa faccenda:

  1. Vengono cacciati quasi esclusivamente i Globicefali. Sono balene che da adulte raggiungono i 5 – 6 metri di lunghezza per un peso compreso fra 1,5 e 3 tonnellate ciascuno. Se lasciati in pace vivrebbero fra i 45 ed i 60 anni. Normalmente vivono in branchi di una trentina di individui, dimostrando dei notevoli comportamenti sociali. Tanta roba. Sembrerebbe che i globicefali non sono per niente in pericolo di estinzione.
  2. Esistono dei registri delle catture fin dal 1700. Il numero degli esemplari cacciati ogni anno è assai variabile; la caccia dipende da molti fattori diversi. Per avere un’idea, negli ultimi 10 anni si sono cacciati fra i 500 ed i 1000 esemplari l’anno.
  3. L’attività della caccia alla balena è sottoposta a numerose regole, fin dai primi documenti disponibili, del 1298. Oggi le norme sono molte, rigide e la loro applicazione è strettamente controllata dalle autorità delle Faroer ed anche da quelle della Danimarca, paese da cui le Faroer dipendono, sia pure parzialmente. La caccia alle balene è quindi un fatto giuridicamente, socialmente ed economicamente molto importante e coinvolge l’intero corpo sociale degli abitanti delle isole. In nessun modo va considerato un’attività di pochi individui lasciati liberi di agire come vogliono. Non ci sono spazi di manovra per i singoli. E’ un fatto nazionale, non personale.
  4. Attualmente la caccia si svolge in questo modo: quando viene avvistato un branco di globicefali, un buon numero di barche escono dal porto più vicino e da quelli contigui, se necessario e possibile. Sono barche piccole, a motore. Si dispongono a semicerchio intorno alle balene; le circondano e le spingono verso la spiaggia. Quando si sono arenate interviene il personale rimasto a terra e, con dei coltelli particolari, recidono la colonna vertebrale delle balene che muoiono in qualche decina di secondi. Le balene che non si sono spiaggiate vengono uccise in mare e poi trascinate a riva con delle corde; in questo caso l’agonia dell’animale è molto più lunga. Nel recidere la colonna vertebrale si tagliano anche molte vene ed arterie: grandi quantità di sangue fuoriescono e l’acqua del mare si tinge di rosso. Sono state fatte molte foto di questo momento, assai impressionanti, e sono usate dagli animalisti per denunciare le uccisioni delle balene. Questo tipo di caccia fa sì che tutto il branco, o una sua gran parte, venga ucciso durante a stessa battuta. Vengono quindi uccise anche femmine incinte e piccoli. Dal momento che i branchi sono composti normalmente da una trentina di animali, i capi abbattuti saranno numerosi e solo pochi fortunati riusciranno a sfuggire in mare, oltre le barche che li circondano.
  5. Sono 17 le zone dove è consentita la caccia. Si tratta di baie o fiordi che terminano con una spiaggia che scende gradatamente nel mare, in modo da rendere possibile lo spiaggiamento delle balene. Altrove è illegale e proibito.Dopo l’abbattimento i globicefali sono lavorati e la carne ed il grasso vengono recuperati e distribuiti a che ne ha diritto.
  6. Deve esser chiara una cosa. La caccia alle balene alle Faroer non è un’attività sportiva. Non è nemmeno una sorta di rievocazione storica o un
    Idilliaci paesaggi tinti di sangue. La forza di immagini come questa hanno causato lo sdegno degli animalist ed infinite polemiche contro le Faroer. Foto di Erik Christensen via Wikicommons.

    tentativo di mantenere in vita una tradizione morta. Niente di tutto ciò.  E’ un’attività economica finalizzata all’approvvigionamento di carne e grasso commestibili. Per gli abitanti delle Faroer una pesca come tutte le altre. Partecipano alle diverse attività solo gli uomini.

  7. La carne ed il grasso delle balene vengono divisi in un modo complesso, ma strettamente normato. Hanno una parte i pescatori ed i macellai, un’altra va al villaggio che ha ospitato quella partita di caccia. Ma se quest’ultimo ha già ricevuto molti kg di preda negli ultimi tempi, la direzione della caccia può decidere di dare quella parte ad un altro villaggio nel quale non si può cacciare o che non ha avuto fortuna nelle cacce precedenti. Un certo giorno viene dato l’appuntamento per la distribuzione ai beneficiari. Se alcuni di loro non si presentano, la carne avanzata verrà data ad un altro villaggio ancora o a una qualche struttura sociale come case di riposo. Niente viene venduto. Nelle regole della ripartizione vedo criteri simili a quelli utilizzati dalle compagnie dei cacciatori di cinghiali della Maremma. Tutta le parti commestibili della balena vengono consumate e c’e’ chi dice che l’apporto nutritivo e calorico di quel massacro sia importante per il bilancio alimentare delle Faroer ed essenziale per le classi più povere. Ricordiamoci che, a causa del clima, i cibi vegetali prodotti in quelle isole sono assai modesti e quelli importati terribilmente cari. L’ultimo dato che ho trovato risale al 2007. In quell’anno le 633 balene uccise fornirono in media 8 kg di carne e grasso ad ogni abitante delle Faroer. Non moltissimo, ma nemmeno insignificante. La carne generalmente viene mangiata bollita.

Il giudizio su questa faccenda rimane molto difficile.

E’ evidente che è un’attività antica, tradizionale, compiuta ad uso alimentare in un luogo che non offre molto altro cibo a basso prezzo; inoltre le tecniche utilizzate oggi dovrebbero ridurre le sofferenze degli animali.  Del resto la caccia alle balene è stata praticata per secoli ovunque fosse possibile. Ne abbiamo parlato riguardo a Brava (Capo Verde) e alle Azzorre.

D’altra parte gli animalisti si sono scatenati contro le Faroer. Prima Greenpeace, che, poi, ha abbandonato la campagna. Successivamente e fino ad oggi, Sea Shepherd è particolarmente attiva in difesa dei globicefali delle Faroer.

Ognuna delle parti contrapposte ha i suoi argomenti. Il fatto che la caccia alle balene non sia uno sport, ma un’attività che produce cibo al pari degli allevamenti di bovini o di maiali (ma ad un prezzo molto più basso) è certamente un argomento molto forte.

Io non sono mai andato alle Faroer, anche se un pensierino, anni fa, ce lo avevo fatto. Poi le circostanze me lo impedirono.

Ma non ci andrò. Tutti gli argomenti dei cacciatori non bastano ad impedirmi di pensare che su quelle spiagge, in fondo a quelle baie, circondate da spettacolari ed idilliaci panorami, prossime ai caratteristici paesini di pescatori; su quelle spiagge, dicevo, vengono uccise decine di giganteschi mammiferi del mare. Le balene sono come gli elefanti; rappresentano molto di più di quel che sono. E’ la grandezza della natura fatta animale.

La caccia delle balene alle Faroer è come la corrida in Spagna. Viene da lontano, ma ormai è il momento di smettere. La sensibilità moderna lo esige. Anni fa mi trovavo in Svezia. Avevo affittato un appartamento ed andai a fare la spesa al supermercato. Comprai una confezione di una cosa scritta solo in svedese che non capivo cosa fosse. Tornai a casa, la feci al sugo e la mangiai. Solo dopo la padrona di casa mi disse che era carne di balena. Mi dispiace ancora.

Il Medioevo oggi a Poggibonsi e a Guedelon

Il castello di Guedelon in piena costruzione. Foto di Benoît Prieur via WikiCommons.

La voglia di ritorno al Medioevo pare non placarsi in Europa. Non solo da un punto di vista sociale e politico (il che non piace affatto al Viaggiatore Critico), ma anche dal punto di visto culturale e storico (il che piace molto di più). Oltre alle varie e viete rievocazioni storiche di cui abbiamo già parlato abbondantemente qui, ci sono dei tentativi molto più seri e profondi per rivivere quei momenti storici. In particolare a Poggibonsi con la ricostruzione di un villaggio franco e a Guedelon, in Francia, con un castello di qualche secolo più tardo. Due esempi in pieno sviluppo e che riscuotono un successo di pubblico straordinario.

L’esperienza di Guedelon comincia nel 1998 quando apre un cantiere per la ricostruzione di un castello idealmente nato intorno al 1230. Vennero presi a testimone dei castelli realmente costruiti in quel periodo; se ne studiano le piante e le tecniche di costruzione che poi vengono riprodotte fedelmente nel castello di Guedelon. Le pietre vengono scolpite a mano, le travi segate con i segoni impugnati da due persone; si riproducono le macchine da cantiere per alzare i blocchi sulle impalcature. E’ tutto come era (o come si immagina che fosse stato) nel XIII secolo con l’eccezione delle norme di sicurezza imposte dalla modernità: occhiali per gli scalpellini, caschi per i muratori, scarpe antinfortunistiche, rinforzi in metallo per le gru in legno. Alla visita, il colpo d’occhio è effettivamente straordinario. Falegnami, scalpellini, muratori, manovali, fonditori, fabbricanti di mattoni e tegole a cui si aggiungono osti, tavernieri, cantastorie. Tutti lavorano di buona lena in questo grosso cantiere medievale stando, allo stesso tempo, immersi in una marea di visitatori.

Perché, in effetti, Guedelon è diventato un affare colossale: 70 persone nello staff; 40 lavoratori manuali stabili, decine di volontari per brevi periodi, 300.000 visitatori l’anno, ristoranti medievali, libri, contenuti digitali di ogni tipo. Il bilancio della faccenda è di diversi milioni di euro annuali, sembra, addirittura, senza sovvenzioni pubbliche. I lavori proseguono lentissimi; il cantiere è in funzione solo fra aprile ed ottobre. Il ritmo dei lavoratori è blando, sia perché sono costantemente interrotti dalle domande dei visitatori, sia perché le tecniche antiche erano per loro stessa natura lente, sia perché lo scopo della cosa è la costruzione e non il castello finito. I lavori iniziati nel 1998 sono ancora molto lontani dalla conclusione, ci vorranno decenni.

L’atmosfera generale è tipicamente francese e non del tutto gradevole. Moltissimo autocompiacimento: tutti quanti sprizzano soddisfazione da tutti i pori e sembra che abbiano inventato la ruota e scoperto la penicillina allo stesso tempo. Si sentono bravissimi ed intelligentissimi. Nessuna critica ha motivo di esistere. Dicono ai visitatori che cimentarsi nella ricostruzione ha permesso di capire fino in fondo i problemi e le soluzioni che avevano trovato i costruttori del XIII secolo. Quindi la comprensione architettonica ed ingegneristica dei castelli veri è molto migliorata grazie a Guedelon. Ciò è probabilmente vero, ma l’occhio critico del Viaggiatore, durante la visita, ha colto dei comportamenti dei costruttori che assomigliavano più ai maldestri tentativi di un campo di boy scout che alla perizia manuale dei muratori, scalpellini e falegnami medievali.

Muratori al castello di Guedelon. Foto di Ronny Siegel via Wikicommons

Guedelon è un miscuglio di molte cose: grosso affare economico (15 euro l’ingresso), luogo di scampagnata familiare estiva, vanto nazionalistico un po’ sbruffone (tutti i francesi si ritengono discendenti diretti di Carlo Magno), ma anche l’emozione di vedere un castello lievitare piano piano, fatto a mano. Una visita vale la pena, a condizione di andarci con lo spirito adatto e di sorvolare con indulgenza sulle frequenti scivolate verso la semplice rievocazione storica di paese.

Una delle case dell’Archeodromo di Poggibonsi, foto dal loro sito.

Molto diversa l’esperienza dell’Archeodromo di Poggibonsi, in Toscana, e per diversi aspetti. Alla base c’e’ una consapevolezza scientifica molto maggiore. Sulla collinetta che domina la brutta cittadina di Poggibonsi è stato scavato un centro abitato che parte dal V secolo per arrivare fino al Rinascimento. La stessa equipe che ha scavato, dell’Università di Siena e con Marco Valenti come punto di riferimento, si è lanciata, dal 2013 e grazie a fondi pubblici, nella ricostruzione del villaggio come era ai tempi di Carlo Magno. Si ricostruisce, quindi un villaggio del IX – X secolo, accanto ai resti di quello originale e cercando di mantenere la massima fedeltà alle strutture originali, per quanto sia possibile intuire grazie ai resti scavati. Essendosi perduto tutto l’alzato in legno, il compito non è semplice. Anche in questo caso, come a Guedelon, le tecniche di costruzione antiche sono integrate da certi accorgimenti moderni per ovvi motivi di sicurezza. Ogni anno si aggiunge una capanna e altri elementi come forno, orto, staccionata, ecc.

Poggibonsi è molto più piccolo, in tutti i sensi, di Guedelon. Là si tratta di un castello in pietra, qua di capanne di legno, paglia, fango. La costruzione della capanna annuale prende relativamente poche giornate di lavoro di poche persone. E’ aperto solo la domenica pomeriggio per il pubblico normale; durante la settimana, per le scuole, su prenotazione. Sui 30.000 i visitatori, un decimo di quelli di Guedelon. L’ingresso dominicale è gratuito, il Comune finanzia perché è contentissimo che ci sia tanta gente che va a Poggibonsi che è un posto in cui non è mai andato nessuno se non per alcun proprio obbligo.

Ma Valenti, con coraggio e spregio del pericolo, ha giocato tre carte importanti.

La prima carta è aver popolato il villaggio di personaggi. Sono gli stessi studenti che impersonano, con i dovuti abiti ed attrezzi, gli abitanti del villaggio carolingio. Ognuno ha un proprio nome ed una funzione. Intrattengono i visitatori con spiegazioni, ma anche con storie e racconti. Poggibonsi non è quindi un cantiere popolato da operai medievali, come Guedelon, ma è un villaggio carolingio con una sua vita sia pure limitata alla domenica. Evidentemente più che si va nei dettagli della ricostruzione di un abitato antico e più che le scelte dell’organizzatore diventano ardue, arbitrarie, fantasiose. A questo punto bisogna fidarsi dell’onestà intellettuale dell’equipe. Dobbiamo ritenere che ciò che ci raccontano sia almeno molto verosimile, non potendo pretendere che sia vero. In altre parole dobbiamo sperare che non ci raccontino delle gran panzane. Essendo dei noti professionisti dell’archeologia, vogliamo credere che sia così. Ma, inevitabilmente, un leggero sospetto che a volte la ricerca della spettacolarità prevalga sulla filologia della ricostruzione, ci assale dolorosamente.

L’interno della casa principale dell’Archeodromo di Poggibonsi. Foto dal loro sito.

Tale sospetto ci travolge quando Valenti gioca la seconda carta che è quella dell’inserimento di eventi moderni nel quadro del suo villaggio. Su richiesta e a pagamento si può cenare nel villaggio, ci si può sposare con il rito carolingio e successivamente banchettare con cibi medievali  (tutti vestiti in costume, compreso il delegato comunale che ti sposa per davvero); ci si organizza una festa di compleanno per i bambini; si partecipa a corsi per adulti di tessitura, scherma ecc, ecc. Il giudizio su tutto ciò è molto complesso: si può amare una tale revocazione amplissima della vita ai tempi di Carlo Magno e si può detestare una simile fantasiosa farsa.

Valenti deve essersi reso conto del pericolo (anche perché glielo hanno fatto notare in parecchi e non sempre con garbo) ed ha giocato una terza carta. Eccellente questa e che sembra mancare a Guedelon, dove sono troppo pieni di se stessi per fare una simile operazione.

Valenti ha cominciato a riflettere, a parlare, a scrivere libri su come raccontare l’antichità ed in particolare il Medioevo. Ed è ciò su cui bisogna mettersi’accordo con calma e determinazione. È necessario trovare il giusto equilibrio fra l’esattezza scientifica dell’archeologia e la necessità di comunicare propria della divulgazione dei temi scientifici al largo pubblico. Destreggiarsi fra l’arida verità e la colorita, cialtrona approssimazione. Il compito è arduo, ma la risposta entusiasta del pubblico da ragione a chi persegue con forza questa via.

Per questi motivi vale la pena visitare l’Archeodromo di Poggibonsi ed il castello di Guedelon.

Non andate dove c’e’ la pena di morte!

Una barbarie, sempre, anche per Saddam Hussein.

Turista che stai pensando di andare in uno dei paesi elencati qui sotto, rifletti su quel che ti dico. Se vai in uno di quei paesi, mentre tu starai in giro sulle spiagge o nelle città o sulle montagne o nelle campagne, visitando musei, assaggiando la gastronomia locale, ammirando paesaggi oppure partecipando alla festa della notte; mentre tu farai tutto ciò, ricordati turista, che vicino a te, in fetide prigioni, languono persone che stanno per essere uccise dallo Stato che stai visitando.

Ricordati che i soldi che lasci in quel paese contribuiranno ad acquistare la pallottola che fucilerà, il cappio che strangolerà, la sostanza che avvelenerà, la corrente elettrica che abbrustolirà una persona.

I paesi che applicano ancora la pena di morte sono i seguenti (fra parentesi l’anno dell’ultima esecuzione):

In Europa solo la Bielorussia (2017).

In Africa il Botswana (2016), l’Egitto (2017), la Guinea equatoriale (2010), la Libia (2016), la Nigeria (2016), la Somalia (2013, ma il paese è troppo dilaniato per poter sapere cosa fanno le singole entità nelle quali è diviso), il Sudan (2016), l’Uganda (2006) e lo Zimbabwe (2005).

Nelle Americhe solo gli Stati Uniti applicano la pena di morte, a dimostrazione della barbarie di quel paese. Ogni anno sono numerose le persone uccise.

In Asia sono numerosi: Afghanistan (2018), Arabia Saudita (2017), Bahrein (2017), Bangladesh (2017), Cina (molti casi ogni anno), India (2013), Indonesia (2015), Iran (2018), Iraq (2018), Giappone (2018), Giordania (2017), Corea del Nord (2018), Kuwait (2017), Malaysia (2017), Mongolia (2008), Oman (2015), Pakistan (2017), Singapore (2017), Siria (2017), Taiwan (2016), Thailandia (2018), Emirati Arabi Uniti (2015), Vietnam (2016), Yemen (2015).

Nessun paese in Oceania.

In molti altri paesi la pena di morte esiste ancora, non è abrogata, ma non è più stata applicata da almeno 15 anni, in una sorta di moratoria indefinita.

Da ricordare che in alcuni dei paesi sopraelencati è prevista la pena di morte per reati come la bestemmia e la sodomia, che se lo facessero da noi, rimarrebbe vivo solo il boia.

Il turismo è desiderio di conoscere, di andare in nuovi luoghi, di visitare altra gente, avvicinandoli. In poche parole il turismo aiuta la pace. Nessuno turista vorrà attaccare militarmente un paese che ha visitato, anche se si è trovato male. Qualcosa da salvare lo troverà sempre.

La pena di morte è il contrario delle spirito che anima il turismo. E’ una istituzione barbara, inutile, abominevole, propria di Stati e di governanti deboli e spregevoli. Piace ricordare che il primo Stato che abolì la pena di morte fu in Granducato di Toscana nel 1786. Ed il popolo gioì perché era loro perfettamente chiaro che la pena di morte è un’arma del Potere per spaventare il Popolo.

Prego quindi i turisti che mi leggono di prendere l’impegno di non visitare i paesi che applicano la pena di morte. Nessuno se ne accorgerà, fino a che saremo pochi; ma se saremo molti questo boicottaggio potrà avere un effetto sulla decisione dei Governi di abolire la morte di Stato o, almeno, di non applicarla. Il Viaggiatore Critico crede che i tuisti abbiano una forte responsabilità politica. Questo è uno dei casi.

E comunque questa rinuncia avrà un effetto benefico sulla nostra coscienza. Mi sembra che valga la pena farlo. Io lo farò e mi dispiace non aver cominciato prima.

Atmosfere da Blade Runner a Luanda

Il palazzo in questione.

Decadenze di imperi coloniali e difficile sopravvivenza nella metropoli di Luanda. Due film diversissimi che si incontrano su un lungomare africano. Atmosfere difficili da credere e stupefacenti da vivere. Tutto ciò in questo post.

Nella prima scena africana del film “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa” Alberto Sordi esce dall’albergo vestito come Livingstone nella savana e si ritrova, invece, nel mezzo di una moderna e piena di traffico città. Siamo sul lungomare di Luanda, corre l’anno 1968 e l’Angola fa ancora parte dell’impero coloniale portoghese che crollerà solo nel 1975.
Alle spalle di Sordi, nel film, si scorgono una serie di modernissimi palazzi pulsanti di attività economiche e commerciali. Pare di essere a Milano.

In uno di quei palazzi, ben visibile alle spalle di Sordi, mi son ritrovato a vivere. Era il palazzo comunemente conosciuto come “edificio Nocal” dal nome della birra che aveva collocato una enorme scritta pubblicitaria sul tetto, visibile da tutta la città.

Quando vi arrivai io erano passati numerosi decenni dalla realizzazione del film; i portoghesi se ne erano andati ed una infinita guerra civile aveva ridotto in briciole l’Angola, dissanguandola delle sue risorse in petrolio e diamanti, uccidendo centinaia di migliaia di persone e spostandone milioni. Ma il palazzo Nocal era ancora in piedi, affacciato sul lungomare di Luanda, posizione prestigiosa. Quattordici piani, io abitavo al nono, vista stupenda sul mare, terrazza.

Ai tempi della colonia era un palazzo abitato certamente da portoghesi; alla loro partenza gli appartamenti erano stati assegnati dal Governo a questa o quella famiglia angolana, secondo i loro criteri. Famiglie che avevano del tutto dimenticato ogni forma di manutenzione dell’edificio. Non era stata spesa una lira.

Al mio arrivo, l’abbandono regnava sovrano. Il palazzo, all’origine lussuoso, era caduto in uno stato di fatiscenza completo, di deliquescenza direi. Era dotato di tre ascensori: due per gli abitanti ed uno più grande per il personale di servizio e le merci. Erano, ovviamente fuori servizio. Quindi bisognava farsi le scale a piedi, ogni volta, ogni giorno. Nove piani per me, quattordici per chi abitava all’ultimo piano. Ed era una signora meticcia, molto per bene, già un poco anziana. Per lei era un calvario e non usciva quasi mai. Quando lo faceva era accompagnata da qualcuno che portava una sedia su cui riposarsi, quando era stanca della scalata.

Provate ad avere la diarrea ed a tornare a casa in fretta per andare in bagno. E dover fare 10 piani di scale con il bisogno che cresce ad ogni scalino. Impossibile, vero? E quindi, a volte, tornando a casa, trovavo su un pianerottolo, in un angolo, una bella fatta umana.

Bisognava organizzarsi. Si partiva di casa, la mattina, con tutto il necessario per la giornata e si tornava solo per dormire. Al massimo si poteva tornare a casa prima di cena per cambiarsi ed uscire per la sera. Non era pensabile farsi i nove piani per più di due volte al giorno. Bisognava stare attentissimi a che non mancassero mai le sigarette, la birra, il pane. Se mancavano gli abitanti dell’appartamento si scannavano per decidere chi sarebbe sceso a comprarli.

Uscire di casa era una sorta di discesa agli inferi. In alto c’erano la brezza del mare, rumori attutiti, il sole chiaro. Via via che scendevi, piano dopo piano, aumentava il rumore della città incasinatissima, dai vetri rotti delle scale entrava meno aria e più puzzolente. Le pareti delle scale erano sempre più sporche e nere, avvicinandosi al pianterreno. Si sfociava, finalmente, nell’androne, di marmi lussuosi, ma devastato dall’incuria. Il ritorno, la notte, magari un po’ ubriachi e distrutti dalla frenesia delle notti di Luanda, era un viaggio dantesco. Avevamo tutti una torcia in tasca; spesso mancava la luce e si salivano le rampe nell’oscurità totale, con il terrore di essere assaltati, di pestare le cacche, di doversi fermare a lungo per riprendere il fiato. Atmosfere da Balde Runner. Avevo imparato a riconoscere i piani, sapevo sempre a che livello mi trovavo; un lento ed affannoso rosario di numeri fino ad arrivare al nono, il mio, e potersi rifugiare in casa. Dopo un anno di quella vita avevo delle cosce che sembravano di granito.

Alcune porte degli ascensori erano semiaperte su un pozzo oscuro e maleodorante. Infatti alcuni buttavano la loro immondizia direttamente in quel pozzo. I tubi dell’acqua erano in pessime condizioni e le perdite numerose. Per le più gravi il muro delle scale veniva aperto, si individuava il foro e si sostituiva il pezzo di tubo bucato con un altro, allacciandoli come meglio si poteva. Naturalmente lo sbrano nella parete rimaneva aperto ed i calcinacci al suolo. Ma le perdite più piccole venivano trascurate. Di conseguenza rigagnoli di acqua percorrevano le scale, scendendo lentamente verso la strada e trasportando la polvere e la sporcizia che raccoglievano nel loro percorso. Alcuni rigagnoli finivano nel pozzo degli ascensori. Su udiva allora il suono di una fresca cascatella alpina che percorreva il palazzo allietandolo. Una notte eravamo in casa, storditi dalla fortissima erba angolana, quando tale rumore di cascatella si trasformò in una vera e propria sinfonia di suoni acquatici. Me ne beai a lungo, perso nelle fantasie tossiche. Poi cominciò a sembrarmi veramente troppo e mi riscossi. Il tubo del vicino (un dipendente portoghese della sua ambasciata), appena riparato, accanto alla sua porta, era saltato e potenti zampilli, riempivano di giochi d’acqua il comune pianerottolo. Lo svegliai e fra le bestemmie chiuse il rubinetto generale e cominciò ad asciugare. Lo aiutai, come potevo: presi la scopa e spinsi l’acqua verso le scale, nel loro lungo viaggio al mare.

Un giorno l’amministratore del condominio riuscì ad estorcere ai suoi amministrati sufficienti soldi da poter chiamare un camioncino, vuotare dall’immondizia il pozzo di un ascensore (ci vollero alcuni viaggi) ed infine ripararlo. Vedemmo con stupore ed incredulità quell’aggeggio infernale andare in su ed in giù. Ma nessuno si azzardò a montarci sopra, ci limitavano a chiamarlo, per divertimento. Ed in effetti, pochissimi giorni dopo si riguastò, fra le battuti salaci dei condomini, alle spalle del velleitario amministratore.

Il tema centrale delle discussioni fra condomini era il fatto che la fabbrica di birra che ci occupava il tetto con la sua enorme scritta aveva smesso di pagare l’affitto dello spazio. Del resto anche la scritta cadeva in rovina ed alcune lettere perdevano pezzi. Io proposi di smontarla per non continuare a fare la pubblicità gratis alla birra. Mi chiesero se avrei pagato io le spese per lo smontaggio.

Alberto Sordi sul lungomare di Luanda nel film “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare il loro amico misteriosamente scomparso in Africa?”. Parzialmente coperto dal cappello, il mio palazzo.

Anche il problema delle fughe d’acqua fu risolto alla maniera angolana. Casualmente. Una grossissima valvola dell’acquedotto cittadino si ruppe, ad un paio di isolati di distanza dall’edificio. Tutta la zona restò a secco. Il guasto venne riparato in pochi giorni e l’acqua rifece capolino. Ma per poco perché la riparazione non tenne e la valvola si ruppe di nuovo. La buca fu riaperta e la valvola smontata. Se ne chiese una di ricambio a Lisbona e ci volle del tempo prima di riceverla, rimontarla e ridare l’acqua. Molto tempo. Moltissimo tempo. Cinque mesi per l’esattezza. Per quei cinque mesi vivemmo senza acqua, in Africa, al nono piano. Ci organizzammo, ovviamente. Mi procurai due bidoni da 200 litri ed alcune taniche. Prendevo l’acqua in ufficio e la portavo a casa in macchina. Nell’androne disadorno e polveroso dell’edificio stazionavano permanentemente dei ragazzi per aiutare gli abitanti a portare la spesa in casa. Cominciarono a portare anche l’acqua. Degli atleti, due taniche a viaggio. In casa me le vuotavano nei grossi bidoni ed io mi lavavo e facevo da mangiare con i secchi e le tazze. I ragazzi avevano delle tariffe a seconda del numero dei piani da fare. I condomini dei piani alti si svenavano. Durante quei mesi i ragazzi guadagnarono come cassieri di banca. Quando tornò l’acqua ci parve una cosa strana.

Mancava anche la luce, ovviamente. Ma avevo un gruppo elettrogeno, grande come una 500 con dei consumi analoghi a quelli di una macchina. C’era quindi il problema delle taniche di carburante da portare in casa, sempre con i soliti ragazzi. Il gruppo tremava moltissimo e l’appartamento intero ne veniva scosso; i bicchieri cadevano dalle mensole.

Si penserà che abitavo in simile tugurio perché ero tirchio. Tutto il contrario. Spendevo di affitto più di mille dollari al mese. Era molto difficile trovare degli appartamenti in affitto, il mio era sul lungomare, ad un piano alto e quindi più lontano dal rumore e dalla polvere della strada. Insomma, le altre soluzioni erano peggiori; mi si riteneva un fortunato ad abitare in quel luogo.

Ed in effetti, a volte, mi sedevo sulla terrazza con una birra ed assistevo al tramonto sul mare, nella calugine di umidità, di smog e di polvere che avvolgeva la città. Ed ero orgoglioso del mio palazzo Nocal.

Che del resto è ancora là, un po’ più malandato che a miei tempi. Durante l’estate del 2019 c’e’ stato un fenomeno che ha preoccupato moltissimo i condomini. Il palazzo ha tremato fortemente, come se fosse stato sottoposto ad un terremoto (che però non c’era stato). Le crepe nelle strutture sono numerose e si stanno allargando ed allungando. Il Presidente della Repubblica ha ordinato una valutazione tecnica del palazzo. Vedremo che dirà.

Honduras, inferno

Copan. Foto di Martijn.Munneke via Wiki Commons

Visitare l’Honduras è un po’ come fare una gita all’inferno. Quando se ne viene via tutto il resto pare bello. Ed è un peccato perche anche questo posto avrebbe i suoi lati interessanti e belli. (Siamo in America Centrale)

Le spiagge sul lato dei Caraibi, soprattutto sull’isola di Roatan, sono molto belle. Non dimentichiamoci che “l’isola dei famosi” è girata proprio in Honduras, nelle isolette dette Cayos Cochinos.

Sempre in quei paraggi, sulla terraferma c’e’ la zona dei Garifuna: interessantissima popolazione di Neri Caraibici con una cultura, una cucina, una lingua e delle abitudini tutte particolari. Fra di loro ritroviamo certi comportamenti, certo modo di vestirsi, soprattutto delle donne anziane, che caratterizzano anche la Giamaica, Antigua, le Antille francesi. Curiosi certi cappellini di tipo vittoriano che queste vecchiette arzillissime e linguacciute sfoggiano con orgoglio. Quella abitata dai Garifuna è una zona di lingua inglese, a differenza di tutto il resto del paese in cui si parla spagnolo. Vi si trovano cittadine sul mare, anche con belle spiagge.

Sempre in Honduras ci sono le magnifiche rovine maya di Copan, emozionanti ed incredibili. Quando volevano rimodernare ed ingrandire un loro tempio, questi maya avevano l’abitudine di costruire quello nuovo direttamente sopra quello vecchio, senza distruggerlo ed anzi lasciando un’intercapedine vuota fra l’uno e l’altro. Una specie di matrioska dei templi; e quello interno è visitabile, sia pure parzialmente.

Statua del dio azteco Xipe Totec rivestito dalla pelle di un uomo scorticato vivo. E’ quello che fanno ancora oggi las maras, le bande giovanili del Centro America. Foto di Mariordo (Mario Roberto Durán Ortiz) via wikicommons.

In Honduras vi sono porti pieni di vita, di pesce, di ristoranti; ed anche una fortezza spagnola molto ben conservato. E sempre in Honduras troviamo la vecchia città coloniale di Comayagua. E naturalmente non possono mancare le verdissime colline della catena montuosa centrale, smaglianti di vegetazione tropicale. La parte bassa è agricola, con la solita monotona successione di pascoli maltenuti. La piccola parte che da sul Pacifico è invece molto arida.

Quindi, perché non consigliare di passare una quindicina di giorni in Honduras alternando spiagge caraibiche, città coloniali e calde notti tropicali piene di vita? Perché non farlo e consigliare invece di non metterci piede?

Perché l’Honduras è la culla, il regno, il paradiso della violenza senza limiti, senza confini, senz’anima. E’ un posto tremendo.

Ci ho abitato per qualche mese e vidi ed udii cose orrende. Stavo a San Pedro Sula, seconda città del paese e principale centro economico ed industriale. Il centro della città era pericolosissimo per la le rapine. Bisognava spostarsi in taxi oppure camminare molto rapidamente e con decisione, andando diretti dove si doveva andare, senza lasciare il tempo ai malintenzionati di vedere lo straniero ed organizzarsi. Guardie armate ovunque. Al centro del supermercato, dal soffitto molto elevato, si ergeva una torre con degli uomini armati che controllavano dall’alto le casse e i clienti; come se fossimo durante l’ora d’aria in un carcere di massima sicurezza. Sul soffitto dell’ufficio di mia moglie si stampò una pallottola sparata in strada, mentre lei stava lavorando. Erano molto attive las maras, le bande urbane giovanili, di estrema violenza. Mentre ero lì, i componenti di una mara, con una eccellente manovra militare riuscirono a catturare sedici giovani del gruppo rivale. Li scorticarono vivi a tutti quanti. Letteralmente tolsero loro la pelle, come del resto erano soliti fare i popoli precolombiani; nei musei si vedono delle statuette in terracotta di persone scorticate.

Un giorno ero andato a far visita a mia moglie nel suo ufficio. Si occupava di diritti dei bambini. Stavamo chiaccherando quando entrò una donna, conosciuta in ufficio come attivista di un certo gruppo di donne sfollate a causa di un recente uragano. Portava un bimbo piccolissimo in collo. Notai lo strano colore del pelle del bambino; la donna pareva sconvolta. Ci avvicinammo, capimmo. Il bimbo era morto da un paio di giorni e lei lo portava in giro per chiedere aiuto, perché qualcuno si occupasse di loro.

Avevo un amico honduregno che mi raccontò che una volta era seduto in un bar e qualcuno gli sparò alle spalle. Lo sparatore era talmente ubriaco che lo mancò, limitandosi a fracassare qualche bottiglia. Una volta ristabilita la calma nel locale, lo sparatore si giustificò, scusandosi, col dire che si era sbagliato con un’altra persona. Semplicemente.

La strada che va da San Pedro Sula a Copan è assai importante, ben fatta e con molti tratti diritti. Ma nessuno ci passa durante la notte. Perché può succedere che venga presa dai narcotrafficanti, chiusa, illuminata con i fari delle macchine e trasformata in pista d’atterraggio per i piccoli aerei che trasportano la coca.

Una delle temibili vecchiette Garifuna, piene di pepe. Foto del National Garifuna Council.

Ero in fila al check in ad un aeroporto; la persona prima di me, un distinto signore vestito da latifondista (cappello di cuoio, cravattino pure di cuoio, stivaletti con il tacco) tirò fuori di tasca e consegnò alla ragazza del banco un coltello di almeno 20 centimetri, con elegante custodia. Le armi vengono consegnate al capitano e vengono poi rese ai passeggeri all’arrivo. In Honduras è stata messa a punto un’arma che consiste in un corto tubo di ferro con un colpo all’interno. Con un movimento a stantuffo il colpo parte. E’ una specie di pistola ad un solo colpo, ha poca gittata ed è poco precisa; ma può essere tenuta in tasca anche con pantaloni stretti, senza che venga notata.

I livelli di violenza e di corruzione della Polizia e dell’esercito sono inimmaginabili. I governi assomigliano più a delle bande di bucanieri. Le rivolte popolari degli anni ’70 furono sterminate in tutta la regione dell’America Centrale, con la lodevole eccezione del Nicaragua. I morti terribilmente ammazzati furono decine e decine di migliaia.

Tutta questa violenza viene da lontano. Erano violenti i popoli precolombiani, furono violentissimi quelle bestie dei conquistadores e colonizzatori spagnoli. All’indipendenza della Spagna, alcune famiglie, legate fra di loro, si impossessarono delle migliori terre del paese mantenendole sotto ferreo controllo e sfruttando come servi della gleba i contadini, spessissimo di origine, anche se inconsapevole, india. Poi arrivarono gli americani con le loro banane Chiquita, poi il liberismo sfrenato. Ondate su ondate di violenza, sopraffazione, disprezzo degli altri, razzismo, indifferenza sociale, ipocrisia.

Il risultato è questo; un posto invivibile, non solo per i turisti, ma anche per i locali, che, in effetti fanno di tutto per andarsene, anche con quelle infinite carovane, verso gli Stati Uniti.

La storia dei cani pescatori dell’Isola delle tigri, Angola

La strada principale de Sao Martinho dos Tigres, all’occorrenza era pista d’atterraggio.

Questa è una delle storie più strane che abbia mai sentito. Si svolge all’estremità meridionale dell’Angola, ad una sessantina di chilometri dal confine con la Namibia. E’ una zona assolutamente desertica, con le dune che arrivano fino sul mare. E’ praticamente una spiaggia profonda decine di chilometri. A Rimini ci metterebbero infinite file di ombrelloni.

In quel punto scorre la famosa corrente di Benguela che viene dal sud e richiama acque profonde; fredde e ricchissime di plancton. Ciò fa sì che lungo la costa faccia molto più freddo di quanto ci potremmo aspettare e che vi sia spesso la nebbia, anche se ci troviamo in pieno deserto. Il plancton nutre una ricchissima comunità animale composta da infiniti pesci, molti uccelli ed anche foche che vengono a riposarsi sulla spiaggia.

La corrente di Benguela è venuta costruendo delle lingue di sabbia che nascono nella costa e che si prolungano per chilometri nel mare, restando semiparallele alla costa stessa. Sono delle lunghe penisole che vanno verso nord. Le baie, strette e lunghe, che si formano fra la costa e la penisola sono ovviamente dei porti super sicuri.

A metà del 1800 dei pescatori dell’Algarve portoghese si insediarono nella penisola di cui stiamo parlando e vi fondarono il paese di Sao Martinho; la penisola venne chiamata Dos Tigres, non si sa perché. Tigri certamente non c’erano e nemmeno un filo d’erba. La colonia prosperò; si pescava e si produceva pesce secco e farina di pesce che venivano esportati in tutto il mondo. Il paese arrivò a contare 1000 persone e diverse centinaia di costruzioni, comprese la scuola, la chiesa, il Comune, ecc. La strada principale era pavimentata da lastre di cemento e funzionava anche da pista di atterraggio per piccoli aerei. La città fu fondata sul lato tranquillo della penisola, quello che guarda la costa. Un po’ più a nord c’è il porto con le fabbriche del pesce; a debita distanza dal paese per evitare il puzzo e le mosche.

Poi, nel 1962, una enorme tempesta colpì la base della penisola, distruggendola e trasformandola in un’isola, come è ancora. Fu distrutto anche l’acquedotto e il paese doveva esser rifornito con una bettolina.

Le vecchie case del paese. Foto di juls26 via Wikicommons.

Nel 1975 crollò l’impero coloniale portoghese; l’Angola divenne indipendente, scoppiò il caos della guerra civile ed i pescatori di Sao Martinho dos Tigres se ne tornarono tutti quanti a casa loro. Il paese rimase completamente abbandonato e così è ancora oggi. Le foto lo testimoniano. Case disseccate dal sole e lentamente erose dal vento e dalla sabbia, ma ancora spettralmente in piedi. Ormai dirute le fabbriche. In tutti questi anni la pesca è continuata, ad opera dei grandi pescherecci d’altura o delle piccole imbarcazioni angolane, basate a Tombwa, ma senza sbarcare sull’isola.

Tombwa è l’ultimo luogo abitato della costa angolana. Ci capitai una volta, fra la polvere del deserto, la nebbia ed il puzzo di pesce. Ci sbarcano quantità colossali di pescetti di poco pregio ma di bassissimo costo che, seccati o congelati, vengono ridistribuiti in tutta l’Africa dove rappresentano spesso la proteina animale di miglior prezzo. Una specie di benedizione per quelle popolazioni. L’unico divertimento possibile a Tombwa è prendere la macchina e correre come disperati sull’enorme bagnasciuga, allontanandosene solo per scalare e poi discendere in picchiata le altissime dune. Chi ci ospitava ci portò a fare questa specie di ottovolante. Arrivò la notte e uscirono dalla sabbia, sul bagnasciuga, alcuni miliardi di granchietti bianchi. Noi viaggiavamo a folle velocità, nel nero assoluto e vedevamo questa distesa di granchietti alla luce dei fari. Ne uccidemmo un battaglione, che porto dolorosamente sulla coscienza.

Torniamo all’Isola Dos Tigres.

Lungo il bagnasciuga, nella zona della Ilha dos Tigres. Foto di Nuno Silva 1976 da Tripadvisor.

Quando i pescatori portoghesi ed i loro collaboratori angolani se ne andarono, lo fecero con molta sollecitudine. In altre parole: scapparono, con poche cose. Lasciarono lì quasi tutto, che fu poi immediatamente razziato dalla gente di Tombwa. Lasciarono anche dei cani che si ritrovarono, da un momento all’altro, senza padrone e senza cibo.

La storia che mi hanno raccontato è che questi cani, già abituati a convivere con dei pescatori, lo divennero a loro volta, spinti dalla fame. Finirono per organizzarsi in mute, tuffarsi nel mare e prendere quei pesci che si avvicinavano a riva. La vita per questi cani era molto dura (non so come facessero per l’acqua) e, di generazione in generazione, erano diventati estremamente feroci. Non avevano ormai nessun contatto con gli uomini.

Alla fine della guerra civile, nei primi anni 2000, la situazione del paese si normalizzo e le zone abbandonate cominciarono ad essere nuovamente percorse. In vista della ripresa delle attività di trasformazione del pesce nell’isola (che, cmq, non c’e’ mai stata) dei militari vi sbarcarono e sterminarono a fucilate i cani selvaggi.

Questa è la storia come me l’hanno raccontata.

Il turismo non è del tutto assente nella regione. Sull’isola non ci va nessuno perché è logisticamente difficile portarci una barca per attraversare lo stretto. Ma sulla costa c’e’ una certa presenza di turisti che vanno da Tombwa verso la Namibia e la sua Costa degli scheletri; alcuni sudafricani vengono da casa loro e percorrono tutta la costa. Non ci sono strade all’interno e quindi passano tutti quanti sul famoso bagnasciuga. Usano soprattutto le Land Rover. Bisogna saper guidare sulla sabbia. Dove le dune si gettano a picco nell’acqua, devono essere aggirate alle spalle. La sera organizzano un campo. Fra Tombwa e la prima città della Namibia, dove ricomincia la strada ci sono circa 500 chilometri di assoluto fuoristrada.

La zona è molto suggestiva, ma francamente monotona. Ma il percorrerla permette di arrivare alla foce ( e di risalire) il fiume Cunene che segna il confine fra Angola e Namibia. E questi son raccontati come posti assolutamente spettacolari. Più all’interno ci sono distese sconfinate di savana ed ancora deserto, con molta fauna e stupendi paesaggi.

Difficile e carissimo andare in quei posti. I turisti italiani vanno numerosi in Namibia, da qualche anno. Molto più semplice da viaggiare, molto più calma. Ma molto meno interessante.

L’olio di palma

Frutti di palma da olio. Questi vengono bolliti per l’estrazione. Foto di oneVillage Initiative – Jukwa Village & Palm Oil Production, Ghana via Wikicommons.

Ogni turista che si sia aggirato nei paesi tropicali sarà passato accanto o avrà attraversato, una piantagione di palma da olio. Proprio quella che produce il famigerato olio di palma, scacciato dai nostri cibi da qualche anno; in seguito ad una campagna irrefrenabile contro quest’olio.

Dal momento che è bene capire quel che si vede durante il viaggio (se no tanto vale restare sul divano) proviamo un po’ ad esaminare queste palme che l’ignaro viaggiatore avrà trovato bellissime ed avrà fotografato volentieri, probabilmente senza rendersi conto che stava ammirando il diavolo in persona (ironico).

Non perdiamoci nella suspense e riveliamo subito perché è nata quella campagna. Rivelazione sconcertante. E’ stata concepita, organizzata, finanziata e condotta dall’associazione americana dei produttori dell’olio di colza. Al semplice scopo di distruggere il loro principale concorrente: l’olio di palma, appunto. Trappolone nel quale i benpensanti europei sono caduti diventando, ignari, gli utili idioti al servizio dei latifondisti americani, principali sostenitori dell’agricoltura a base di chimica e di massimo sfruttamento della “risorsa suolo”. Pensate che bella cosa! Sai come se la ridono quei grassi americani con le loro camicie a scacchi!

Premessa necessaria: l’umanità ha sempre sofferto per la mancanza di materia grassa. E’ gustosissima, molto nutriente, delicata al palato. Ha anche molti altri usi: come lubrificante degli ingranaggi dei carri; come preservante antiruggine per spade ed elmi; per fare il sapone; per l’illuminazione nelle lucerne; per conservare il cibo (sottoli e sotto strutto); per proteggersi dal freddo spalmandoselo addosso; per ammorbidire il cuoio di scarpe e borse. Noi abbiamo materia grassa in abbondanza e ci preoccupiamo degli aspetti sanitari del suo abuso. Ma fino a pochi decenni fa il burro, l’olio, lo strutto erano beni preziosi e, soprattutto, rari e cari. Basti vedere l’importanza che viene data a queste sostanze nella cultura popolare. E si pensi che le balene sono state quasi sterminate non per la carne, ma per l’olio che se ne ricavava.

L’olio rosso, non raffinato, appena estratto. Foto di Palm Oil via Wiki Commons

Ogni popolo aveva le sue fonti di materia grassa: i siciliani usavano l’olio di oliva; i trentini il burro di latte di vacca; i tedeschi lo strutto di maiale.

Gli africani hanno avuto in dono (uno dei pochi ricevuti) la palma da olio che cresce spontanea nell’Africa centrale, nelle loro foreste e boscaglie. La pianta produce dei grappoloni di frutti arancioni dalla parte del picciolo e neri verso la punta. Sono una sorta di datteri, ma più arrotondati e duri. Gli uomini ancora oggi vanno a raccogliere i pesanti grappoli nella boscaglia e li concentrano in certi luoghi. Lì vengono messi a bollire in un bidone da 200 litri, tipo quelli dei meccanici, sotto al quale viene fatto un bel fuoco. Si bolle a lungo e le donne rimestano il calderone fino a che la polpa del  frutto si sfibra e libera l’olio che viene a galla. (Nel frattempo gli uomini si dedicano alla estrazione del vino di palma esattamente dallo stesso tipo di pianta che fa l’olio. La stessa pianta che fa l’olio ed il vino!). L’olio che affiora viene recuperato con delle votazze e si mette nelle taniche per esser trasportato e venduto. Quest’olio è denso, rosso, ancora ricco di acqua ed alle temperature ambientali europee tende a solidificare. Il sapore è intenso, gustoso, tropicale, ha sentori di affumicato. Lo si trova nei negozi etnici con il nome di olio di palma naturale od olio rosso e può essere usato nelle nostre ricette dando un gusto particolarissimo. E’ del tutto sano, legale, autorizzato, permesso, buono. Io stesso lo utilizzo spesso, soprattutto per fare gli spinaci saltati con l’aglio.

Quelle palme native in Africa sono state portate e diffuse in tutto il mondo tropicale (equatoriale, a dirla esattamente): si tratta di una pianta che teme il fresco e che ha bisogno di moltissima pioggia (4 o 5 volte quella che cade a Roma). Quando si rispettano queste esigenza diventa generosissima: cresce a dismisura, diventa imponente e bellissima e produce a ritmo continuo un gran numero di grappoli ricchi di molto olio. Il processo di estrazione è diventato industriale e l’olio rosso viene raffinato nel comune olio al pari di tutti gli altri oli di semi.

Bellissima piantagione di palma da olio, durante la raccolta. E’ evidente come questa pianta copra bene il suolo e lo protegga, a differenza della soia ed anche dell’olivo. Foto di Papischou via Wikicommons.

L’olio di palma, grazie alla generosità della pianta che lo produce, è straordinariamente a buon mercato. Si tratta certamente della materia grassa più a buon mercato e più ampliamente diffusa che si trova in circolazione.

Grazie all’olio di palma l’umanità è uscita dalla sua perenne fame di materia grassa. E’ grazie all’olio di palma se le popolazioni povere di tutto il mondo si possono permettere di friggere o mangiare ben condito. (o volevate che gli indiani usassero l’olio extravergine d’oliva toscano a 15 euro il litro?) E’ grazie all’olio di palma che la popolazione mondiale ha la possibilità di lavarsi con dei saponi di buona qualità e di prezzo moderato. Non mi sembrano affatto cose di poco conto.

Non mi voglio addentrare nelle supposte modeste qualità nutrizionali dell’olio di palma in quanto non ne conosco i termini. Ma è certo che in nessun paese del mondo l’olio di palma è fuorilegge. Questo vuol dire che male, non fa.

Il grappolo parzialmente schiccolato. Foto di T.K. Naliaka via Wikicommons.

E’ indubbio che l’impianto delle enormi piantagioni di palma africana in Asia ed in America Latina abbia distrutto la flora originaria. E’ indubbio ed è un grande crimine. Ma non superiore a quello che fu commesso in Italia centrale quando i meravigliosi boschi di lecci e querce furono implacabilmente sostituiti dagli olivi. E non superiore alle distruzioni delle foreste brasiliane o alle praterie argentine perpetrate per piantare la soia che pur piace tanto alle elite culturali europee. O alla distruzione della boscaglia senegalese per produrre le arachidi da cui si trae l’olio.

E’ anche certo che gli oranghi hanno sofferto. Esattamente come i bisonti sulle cui praterie ora si coltiva la colza ed il girasole.

Ma nessuna si preoccupa di questi dettagli. Tutti a dar contro all’olio di palma; tutti inviperiti contro una delle più importanti risorse alimentari del pianeta. Nessuno pensa che quelle piantagioni danno lavoro (sia pure sfruttato) a legioni di operai agricoli. Nessuno riflette sul fatto che ci sono dei paesi per i quali l’esportazione dell’olio di palma rappresenta una delle poche merci da scambiare con il mondo; magari per procurarsi medicine e pezzi di ricambio.

No. I benpensanti e chic colti europei, nutriti ad olio d’oliva, il più caro degli oli comuni, hanno da ridire se gli africani finalmente possono mangiare le frittelle (che amano tantissimo, ovunque) fritte in un olio di palma decente.

Ma che vadano a fare in culo.

PS. Esiste una organizzazione che certifica l’olio di palma sostenibile.

Galapagos

Giovane leone marino. Foto di Pedro Szekely via Wikicommons.

E’ uno di quei nomi che per decenni ha rappresentato la lontananza assoluta, il confine estremo del turismo dei sogni. Poi si è banalizzato ed ora se ne sente parlare molto raramente.

Si tratta delle Galapagos, le isole del Pacifico, a mille chilometri dalle coste dell’Ecuador, a cui appartengono. Note soprattutto per l’isolamento in cui si trovano e che ha dato luogo a specie terrestri che non esistono in nessun altro luogo al mondo. Tale fatto fu prima notato dal giovane Darwin, mise poi radici nella sua mente ed infine dette origine alla teoria della selezione naturale che avete imparato a scuola.

Dovrebbero essere anche note per la presenza di una infame Colonia Penale Agricola dove il sistema giudiziario ecuatoriano mandò circa 300 persone fra il 1946 ed il 1959. Si trattava di supposti rei di delitti minori, ma in quell’isola ci morivano per tubercolosi, maltrattamenti, esecuzioni di secondini sadici, fame. I prigionieri erano obbligati a costruire un perfettamente inutile muro che i turisti oggi visitano. Non dimentichiamoci che il Sud America è la patria della violenza e della repressione; allora, esattamente come oggi, nello stesso paese. Nel ’59 ci fu una sollevazione con sequestro di uno yacht in seguito alla quale il regime ecuatoriano chiuse la colonia e trasformò l’intero arcipelago in un parco naturale.

A quei tempi era un luogo quasi irraggiungibile. Vi abitavano poche centinaia di persone, assolutamente perdute. Una nave faceva irregolare servizio. Nell’arcipelago si fermavano i velieri di eccentrici navigatori provenienti dall’America e diretti in Asia nel loro giro del mondo. Nei secoli era rifugio per i balenieri o i pirati. Tutte le guide parlano di una cassetta della posta dove i naviganti lasciavano le lettere che le navi che andavano verso Guayaquil, El Callao o Panama avrebbero preso e spedito dalla terra ferma. Quelle isole erano un mondo lontano, perduto, irraggiungibile. Più appartenente al mondo dei sogni che della realtà.

Bruttissime le iguane, ma inoffensive e disinteressate. Foto di Pedro Szekely via Wiki Commons.

Il Viaggiatore Critico abitava in Ecuador e ci andò, ovviamente. Spendendo anche poco di aereo in quanto residente in quel paese, mentre gli ancora non troppo numerosi turisti pagavano una fortuna.

La faccenda era molto complicata, tanto che una nuova forma di accoglienza turistica si stava organizzando e negli anni successivi si impose. Andiamo per passi.

Cosa si va a fare alle Galapagos? Credo che sia soprattutto per dirlo agli amici e vantarsene da buoni sborroni. Il clima è abbastanza arido, siamo nel mezzo del procelloso Oceano Pacifico e non c’e’ l’atmosfera adatta a fare delle vacanze balneari, pur essendoci alcune spiagge meravigliose. Lo sviluppo turistico delle isole si è esclusivamente rivolto all’osservazione della fauna. Che, bisogna riconoscere, è incredibile. Gli animali non sono mai stati disturbati e considerano l’uomo non come un nemico, ma come un pezzo di natura. E’ possibile avvicinarsi a pochi centimetri da uccelli, foche, trichechi, iguane. Ti camminano letteralmente fra i piedi e devi stare attento a non pestarli. In una occasione mi ero seduto su uno scoglio sul mare e ne venni malamente scacciato da un enorme tricheco (o leono marino, che dir si voglia) il quale, poverino, si era fatto male ed aveva una frattura esposta e sanguinolenta ad una zampa-pinna. In un’altra occasione feci una foto ad una foca che si era addormentata al sole; ero così vicino che, nonostante il rumore delle onde, si sveglio per il clic dell’otturatore. Se ti avvicini a quello spazio che una coppia di picudos dalle zampe azzurre considera la propria casa, questi uccelli cominciano a starnazzare vigorosamente, ma non pensano minimamente ad allontanarsi. Te ne andrai tu, nonostante che pesi molte decine di volte più di loro. Le iguane, di molti tipi diversi, ti guardano annoiate e distolgono presto lo sguardo. Insomma, è un quadro da “mondo ai tempi di Adamo ed Eva”. Un esempio di come potremmo essere felici se non fossimo delle merde. E’ commovente, lo riconosco.

Ma è sufficiente per fare un viaggio di 11.000 km? Se si hanno dei figli e si vuol fare della didattica sul terreno, forse. In caso contrario la spesa economica, energetica e di tempo che si è affrontata non credo venga ripagata da un pur simpaticissimo pennuto che ti starnazza dietro.

Il simpaticissimo picudo dalle zampe azzurre. Foto di Benjamint444 via Wiki Commons.

Il grande problema è come girare le isole. Queste sono numerose, alcune assai distanti ed ognuna ha il suo patrimonio di fauna e flora. Inoltre tutto l’arcipelago è una Riserva Naturale e sono pochissime le zone di libero accesso; sostanzialmente quelle intorno ai pochi centri poco abitati. In alcune zone si accede solo con le guide; nella maggioranza del territorio non ci si va proprio.

Si arriva ad uno dei due aeroporti che collegano il continente. A questo punto ci sono sostanzialmente tre possibilità.

La prima è quella che scelsi molti anni fa. Girare in paese e cercare delle barche che ti portano su una qualche altra isola, nei luoghi dove lo sbarco è permesso e puoi vedere da vicino gli animali. La cosa fu abbastanza frustrante, perché i turisti erano pochi, le piccole agenzie locali si rivelarono del tutto cialtronesche e le barche erano imprevedibili. Finimmo per girare molto meno di quello che avremmo voluto. In cambio passammo delle bellissime ore su una spiaggia deserta, in compagnia delle foche, ad un’ora di cammino dal paese. Alloggiammo in un molto economico alberghetto la cui specialità a colazione era la trippa in umido; tanto per dire il livello. Ma era molti anni fa e le cose si stavano già rapidamente evolvendo.

La seconda possibilità è la crociera. Arrivi all’aeroporto, ti portano su una navicella che farà il giro di alcune isole, viaggiando la notte e sbarcando di giorno per osservare gli animali o per fare il bagno. Animazione a bordo. La tristezza assoluta.

La terza possibilità è una miscela delle due precedenti. Si dorme a terra, negli alberghi, e ci si sposta da un’isola all’altra con delle barche veloci. Sull’isola si andranno a visitare le zone permesse con altre barche. Tutto ciò può esser fatto localmente ed improvvisando, come feci io; oppure, vista l’ansia permanente del turista normale, può essere fissato minuto per minuto dall’Italia, via internet con le agenzie locali. Sperando che mantengano gli accordi. Sperando, ripeto.

I costi? Sono spaventosi. 300 – 500 dollari per l’aereo dall’Ecuador continentale. 100 dollari per l’ingresso al parco naturale. Circa 400 dollari al giorno per la modalità con dormita a terra; 2 – 3000 dollari per i 5 – 7 giorni di crociera. Se ci si mette il viaggio dall’Italia e qualche giorno in Ecuador, una coppia non va troppo lontana dai 10.000 dollari. Fate un po’ voi, sempre per vedere l’uccello che vi starnazza contro.

Un pò affollato come Paradiso Terrestre? (foto di afp tratta da La Repubblica)

Gli altri aspetti da considerare. L’arcipelago – Parco naturale è super protetto. Non si può andare a zonzo come si vuole, giustamente. Quindi tutti i turisti finiscono per riunirsi nelle zone autorizzate e si finisce per essere nella solita calca turistica che tanto aborriamo. Sono numerosi i delusi: quelli che pensavano di andare nel Paradiso terrestre a limonare con Eva e si ritrovano in una sorta di zoo senza sbarre tipo Fasano. Il turismo è una lebbra che ricopre tutto ciò che tocca.

I turisti sono a numero più o meno chiuso. Siamo arrivati a 250.000 l’anno, ma il Governo spinge per aumentarli considerevolmente, per i soliti motivi economici. L’UNESCO e la comunità internazionale che gira intorno al Parco puntano i piedi. Come andrà a finire, secondo voi?

Considerato tutto ciò, il Viaggiatore Critico vi consiglia di non andare alle Galapagos.