Lo straordinario volo 236 di Air Transat

L’eroe di questa avventura, Robert Piché. Foto da https://www.aerobuzz.fr

Questa è una fantastica storia del volo di un aereo passeggeri in cui cialtroneria e genialità si mescolano indissolubilmente. La storia ebbe luogo il 24 agosto 2001 e durò esattamente 102 minuti. Si tratta del volo 236 di Air Transat da Toronto a Lisbona, con 306 persone a bordo. Air Transat è la “compagnia di bandiera” del Quebec ed è un vanto per quel popolo in perenne polemica con gli altri canadesi anglofoni. Dopo questa vicenda il pilota è diventato un eroe nazionale e la compagnia è ancora più saldamente ancorata nei cuori dei Quebecois.
Ecco la storia.
Alcuni giorni prima, un motore di quell’aereo era stato sostituito d’urgenza per un guasto, con un motore nuovo. Purtroppo i due modelli di motore non erano esattamente uguali ed i meccanici trovarono difficoltà a montare il secondo al posto del primo. La difficoltà concerneva un tubo del carburante che non trovava un alloggiamento consono, come sul motore precedente ed andava a sfregare contro il tubo del lubrificante. Fecero presente la cosa ai responsabili che, però, ritennero di non poter mantenere l’aereo immobilizzato a terra in attesa dei pezzi di ricambio che avrebbero risolto il problema. Il motore venne quindi montato e l’aereo continuò il suo programma di voli.
Nei giorni seguenti, il tubo del carburante sfregò continuamente contro l’altro tubo, a causa delle vibrazioni del motore. Fino a che, quella famosa notte, in mezzo all’Atlantico, non si fessurò. Una fessura che si ingrandì rapidamente, minuto dopo minuto.
La prima avvisaglia del problema ci fu poco dopo le 5, quando, nella cabina di pilotaggio, scattò un allarme indicando un insolito abbassamento della temperatura dell’olio di un motore. Il carburante che fuoriusciva dal tubo rotto andava sull’impianto di circolazione del lubrificante, raffreddando l’olio. I piloti se ne accorsero, guardarono il manuale di istruzioni dell’aereo e non trovarono niente di di pertinente. Chiamarono allora il loro centro di assistenza che non seppe dare nessuna spiegazione ragionevole. Dedussero quindi che si trattasse di un guasto ai sistemi elettronici di controllo e si disinteressarono del problema.
Poco dopo un nuovo allarme. I serbatoi dell’ala dello stesso motore erano semivuoti. Quel motore sembrava consumare molto più del dovuto. Il fatto era di una gravità importante ma i piloti non si soffermarono a lungo sulla faccenda ed aprirono, semplicemente, la valvola che mette in relazione i serbatoi delle due ali. In questo modo riequilibrarono il contenuto dei due serbatoi.
Nel frattempo la fessura del tubo era diventata una tana ed il carburante usciva a fiotti.
Alle 5h45 il computer di bordo avvisò che non c’era abbastanza carburante per arrivare a Lisbona. I piloti, pur continuando a pensare che si trattasse di un ulteriore guasto del computer, cominciarono a pensare che ci potesse essere una fuga di carburante. Mandarono quindi una hostess a dare un’occhiata fuori, dai finestrini. L’hostess non vide niente, del resto era notte. Decisero comunque di cambiare la rotta e di andare verso l’aeroporto di Lajes, sull’isola di Terceira, alle Azzorre. Un aeroporto militare costruito dagli americani durante la guerra e mantenuto come importante base aerea del dispositivo della Nato. Lajes è dotato di una pista lunga ben 3 km. Dopo una ulteriore decina di minuti decidono di chiudere la valvola di interconnessione dei due serbatoi e di lasciare ogni motore con il carburante che aveva in proprio; salvo poi riaprirla poco dopo, in seguito ad una discussione con il centro di assistenza. Era ormai evidente che si trattasse una perdita, ma vi era incertezza su quale dei due motori fosse implicato.
Alle 6h13, a 150 miglia da Lajes il primo motore si fermò per mancanza di carburante. Erano passati 70 minuti dal primo allarme della temperatura dell’olio. L’aeroporto di Lajes fu informato, l’SOS lanciato, la compagnia, a Montreal in emergenza generale. 13 minuti dopo, a 65 miglia da Lajes si spense anche il secondo (e ultimo) motore. Tutti i sistemi elettrici a bordo si spensero, ad esclusione di alcuni, vitali, che possono funzionare con le batterie di emergenza.
In casi come questi i regolamenti impongono agli aerei in difficoltà di lasciare la quota di crociera e di abbassarsi rapidamente ad una quota molto inferiore. Ma il comandante non lo fece.
Il comandante è Robert Piché, 50enne, con un passato difficile. Pilota, poi licenziato, alcolizzato, barman e taxista, si ritrovò a pilotare per i narcotrafficanti colombiani e passò un anno e mezzo in carcere per aver portato con il suo aereo un gran carico di marijuana negli Stati Uniti. Liberato, rialcolizzato, si rimette in sesto e venne assunto da Air Transat che, evidentemente, aveva delle procedure di reclutamento assai allegre (vi dico io; questa è una storia di cialtroneria, soprattutto). Ad ogni modo un pilota che conosce la vita ed i suoi rischi.
Sono le 6h26 e Piché si ritrova con il suo aereo in mano, a motori spenti. Due possibilità; una è l’ammaraggio in pieno Atlantico, l’altra è planare per 65 miglia fino a Lajes.
Sceglie la seconda e per questo motivo non scende di quota, come vorrebbero mi regolamenti in caso di emergenza. Ha bisogno di avere tutti i suoi metri di altitudine per gestirli nel volo planato. L’aereo sfiora le 200 tonnellate di peso.
La planata dura 18 minuti. Piché non può sbagliare, non ha i motori per correggere la rotta. L’aeroporto di Lajes è vicino al mare. Se arriva molto corto finisce nell’Oceano; se arriva un po’ corto si schianta sulla scarpata dell’isola. Se arriva troppo lungo supera l’aeroporto e si schianta sulle colline dell’isola. Dalla sua ha solo la notevole lunghezza della pista.
Si rende conto che è troppo alto e quindi fa un giro completo di 360° per perdere quota; è ancora troppo alto e quindi aumenta l’inclinazione dell’aereo verso terra. Ma così facendo aumenta la velocità. Continua la discesa su un percorso ad S per continuare a perdere altezza senza troppo aumentare di velocità.
La pista la imbocca giusta; prende terra a 300 metri dal suo inizio. Ma ci arriva troppo veloce e troppo inclinato. L’aereo rimbalza per altri 500 metri e riatterra. A quel punto Piché riesce a frenare e a fermare l’aereo quando aveva ancora 700 metri di pista a sua disposizione. Piega il carrello e 4 gomme scoppiano: i danni sono minori; un principio di incendio al carrello viene rapidamente messo a tacere.
Il comandante ed il suo secondo ricevono il premio per i migliori piloti dell’anno. La planata viene considerata la maggiore impresa dell’aviazione commerciale di tutti i tempi. L’incredibile serie di errori precedenti vengono dimenticati, ma i regolamenti per questo tipo di incidenti sono modificati profondamente. Piché diventa un eroe nazionale ed andrà in pensione qualche anno dopo. Ed il Quebec, per una volta, ha qualcosa da festeggiare.

Turismo remoto in Russia

Luoghi meravigliosi. Tutte le foto sono tratte dal sito di Russia Trekking.

In realtà il turismo tocca solo una minuscola parte del mondo. Cioè, quasi tutti i turisti finiscono per visitare un limitato numero di località, affollandole e rendendo la vita impossibile agli abitanti e a loro stessi. Ed invece ci sarebbero mille altri luoghi dove passare delle belle vacanze, secondo i gusti di ognuno.

Ci sono anche dei luoghi nei quali il turismo quasi non esiste non solo perchè sono destinazioni a cui nessuno ha mai pensato, ma anche perché è troppo difficile (e quindi caro ) andarci. Ma dal momento che dei viaggi impossibili fanno molto status sociale, ecco che ci sono delle agenzie che li organizzano. La destinazione più emblematica, in questa categoria, è il Polo Nord. Ma anche l’estremo nord del Canada non scherza in quanto a difficoltà logistiche, a distanze, a estrema lontananza da tutto. Oppure le crociere patagoniche e verso l’Antartide.

Ho trovato una agenzia russa specializzata in questi viaggi dissennati, ma, devo dire, affascinanti. Si chiama Russia Trekking, non ha niente a che vedere con il trekking e propone un catalogo che mi ha lasciato sbalordito. Ho visto anche dei filmati, alla fiera di Rimini di due anni fa che mi hanno riempito di meraviglia.

Vanno in luoghi che la stragrande maggioranza delle persone non sanno nemmeno che esistono, oppure li hanno scoperti giocando a Risiko. La Kamchatka, ad esempio. O l’isola di Wrangler, che sta oltre lo stretto di Bering. Oppure una serie di parchi naturali persi nelle sconfinatezze sconosciute della Siberia.

I grandi elicotteri con cui i turisti e gli assistenti si spostano.

I viaggi che questa agenzia popone partono da Mosca. Con un volo interno si attraversa la Grande Madre Russia arrivando in Siberia o al margine estremo del continente, verso il Giappone. A quel punto si prende un grosso elicottero, noleggiato dalla spedizione, tipo Vietnam o Afganistan, e si fanno dalle due alle tre ore di volo. In certo casi il pilota si discosta dalla rotta più corta per permettere ai turisti di vedere dall’alto dei paesaggi particolarmente spettacolari: delle montagne, dei vulcani, dei laghi. Va da se che il coso di un minuto di volo d questi elicotteri è esorbitante.

Si giunge infine ad un campo base; tutti scendono, si scarica il materiale e si parte. Il gruppo dei turisti è di 6 – 8 persone che hanno a loro disposizione un interprete, un capo gita ed alcuni assistenti. Nei parchi nazionali si aggiungono anche i Guardiaparchi chiamati, chissà perché, “Rangers”. Circa una persona di “equipaggio” per ogni turista. E’ una specie di spedizione come quella di Livingstone in Africa, due secoli fa.

Il mezzo di locomozione può essere il catamarano gonfiabile, se si fa rafting; l’hovercraft se si va sui laghi; il quad se è su terreno solido; la motoslitta se si è d’inverno. Si tratta, ad ogni modo, di mezzi a motore, molto rumorosi, terribilmente “hard” ed invasivi. E ciò nonostante che l’agenzia che organizza queste faccende si chiami, in modo del tutto inopportuno, Russia Trekking. A sera il gruppo si ferma e mentre il personale prepara il campo, i turisti vanno a pescare in quelle acque fuori dal mondo dei bellissimi pesci che vengono arrostiti per cena. Quindi non solo si invade con i mezzi meccanici quella natura fuori dal mondo, ma si uccide quel che si arriva ad uccidere. (Esattamente come succede nel Nord del Canada).  Dopo una settimana si arriva a destinazione, dove si ritrova l’elicottero e si intraprende il viaggio di ritorno.

Tutti i viaggi, o quasi, si svolgono in totale autonomia, trattandosi di luoghi assolutamente disabitati. Pare impossibile, ma ci sono acora molti posti al mondo così totalmente disabitati. Nel sito e sulle brochures viene ripetuto più volte che i primi villaggi si trovano a centinaia di km di distanza. Non ci sono strade, non c’e’ niente; solo la natura come prima che l’uomo venisse a disturbare. La spedizione ha sempre con sè dei telefoni satellitari per le emergenze. Una volta chiamato, l’elicottero arriva prontamente.

I prezzi di questi viaggi si sanno solo su richiesta, ma alla Fiera di Rimini mi tirarono fuori cifre da decine di migliaia di euro a persona, a viaggio. E non potrebbe essere diversamente con una logistica così complicata. Ci si rivolge, evidentemente, ad un pubblica di altissimo livello economico. Mi chiedo perchè non facciano delle versioni “leggere” degli stessi viaggi per captare quelli che non si possono permettere l’elicottero, ma andrebbero anche a piedi. Prenderebbero meno soldi, ma forse vedrebbero più clienti.

I video e le foto che ho visto sono impressionanti. Luoghi e paesaggi di una bellezza straordinaria. Montagne, foreste, fiumi e laghi come i sogni non arrivano ad immaginare. Tutti posti freddi, con quelle caratteristiche atmosfere da grande nord. Fauna a volontà.

Sono viaggi simili a quello che feci in Amazzonia, in contesto climatico ed umano differente. Ma io me lo feci a piedi, non in elicottero e quad. E mi costò niente, a parte, quasi, la vita.

Che dire? Impressioni contrastanti.

Da un lato lo stupore per la bellezza e l’estrema lontananza di quei luoghi. Dall’altro il fastidio per una penetrazione così rumorosa, meccanizzata, invasiva, mortifera. Poi l’aspetto molto upper class a causa dei prezzi altissimi. Ancora, la curiosa similitudine con lo stile dei viaggi di caccia e pesca nel nord del Canada, pur molto più abitato ed organizzato.

Ed infine una speranza: sarà possibile che questi luoghi così remoti possano accogliere un turismo rispettoso della natura a prezzi democratici? Sono pessimista: ancora una volta il grande dilemma del turismo fra diritto alla conoscenza e sfruttamento perverso delle risorse….

 

 

Di chi era il dentino di Isernia: campeggiatori, macellai o carognari?

Il dentino da latte ritrovato ad Isernia nel 2014. La datazione è di 570.000 anni. Foto di: http://www.unife.it, Claudio Berto, Julie Harnaud via Wki Commons.

Siamo nell’attuale periferia meridionale di Isernia. E ci troviamo verso l’incredibile data di 570 mila anni fa. La zona non è profondamente incisa come la vediamo oggi; è invece pianeggiante, tanto che in alcuni punti si è formata una palude. Intorno delle montagne. Il clima è leggermente più fresco e secco dell’attuale. Nella parte pianeggiante prevalgono le praterie con degli alberi sparsi. Sono luoghi ideali per il pascolo degli erbivori. Ma lungo i fiumi ed intorno alla palude, la presenza dell’acqua e dell’umidità notturna, favorisce la presenza di molti altri alberi che perdono le foglie d’autunno: ontani, pioppi, salici, platani. La vegetazione è fitta e vi è del sottobosco. Si tratta di quelle che vengono chiamate “foreste a galleria”, proprio perché formano delle gallerie all’interno delle quali scorre il fiume; alle spalle della galleria si trovano le savane, le praterie. Sulle alture circostanti, la temperatura più fresca ed una buona presenza di umidità permette la crescita dei castagni e dei faggi. E’ molto difficile paragonare un paesaggio preistorico ad uno attuale europeo: le profonde trasformazioni fatte dall’uomo hanno sconvolto tutto: regimazioni dei corsi d’acqua, coltivazione dei campi, sistemazione delle colline.  Ma se vogliamo farci un’idea del paesaggio di quel luogo in quel momento, possiamo pensare a certe zone poche abitate della Maremma fra il profondo sud della Toscana e l’inizio del Lazio. Vasti spazi aperti, con foreste a gallerie dove c’e’ l’acqua e boschi sulle alture. Il tutto un po’ più freddo di come sia ora la Maremma. In altre parole: vedendo quel paesaggio non troveremmo niente di particolarmente strano; ci parrebbe familiare, solo molto “naturale”.

Resteremmo invece sbalorditi al vedere gli animali che si aggirano in codesto bucolico paesaggio. Non crederemmo ai nostri occhi e sarà anche difficile credere a quanto state leggendo. E’ invece tutto provato, fin nei minimi dettagli. Nelle praterie vedremmo molti bisonti, ma anche degli elefanti e dei rinoceronti. A dar loro la caccia, addirittura, dei leoni e dei leopardi. Sulle alture, delle specie di capre. Più vicini alla vegetazione lungo i fiumi e la palude troveremmo dei cervi, dei daini e dei caprioli, addirittura degli orsi; nella macchia più fitta dei cinghiali ghiotti delle ghiande di leccio.

Non deve stupire la strana mescolanza di animali, che noi associamo a climi freddi, come i bisonti,  in compagnia di altri, di tipo “africano”. Ci sono due spiegazioni. La prima ci dice che questi animali non sono esattamente come quelli esistenti attualmente; erano i loro progenitori con alcune caratteristiche leggermente differenti e che potevano essersi adattati a climi differenti da quelli in cui vivono i loro attuali discendenti. Ad esempio, i mammut sono pur sempre degli elefanti, eppure vivevano nel freddo della Siberia. La seconda spiegazione ci dice invece che molti degli animali scomparsi dall’Europa, lo sono semplicemente per il fatto che sono stati sterminati dall’uomo. Se non fosse per costui, i leoni si aggirerebbero nei boschi appenninici; e se non fosse per i Parchi nazionali africani, i leoni sarebbero spariti anche da quel continente.

Nella palude sguazzavano gli ippopotami, si posavano i germani reali e i tuffetti, nuotava la tartaruga d’acqua insieme a numerosi pesci e stazionavano le rane. Sulle rive si aggiravano diverse specie di roditori ed alcuni insettivori del tipo della talpa. Insomma una flora ed una fauna molto varia: un bellissimo esempio di biodiversità. L’accostamento di una ambiente a prateria, di uno ricco di vegetazione arborea e di un terzo acquatico, come la palude, ha permesso un vero formicolio di vita dove la ricerca del cibo è certamente più agevole.

Verso i margini della palude vi era uno spazio libero, probabilmente fangoso, ove si svolgeva una parte interessante della vita del microcosmo che abbiamo appena descritto. Ebbene, quello spazio è ancora lì e viene scavato poco a poco fin dal 1978, quando tornò alla luce in occasione della costruzione di una strada che lo prese in pieno. Fortuna volle che fosse presente un colto appassionato, che se ne accorse e dette l’allarme.

Quello spazio, di qualche centinaia di metri quadrati,  fu provvidenzialmente salvato dalle ingiurie del tempo grazie a degli importantissimi fenomeni vulcanici, ben conosciuti in Campania e Molise, che ricoprirono il tutto con un bello strato di materiale vulcanico “leggero”, in un modo simile a quello che avvenne a Pompei, ormai quasi ai giorni nostri. E’ molto probabile che sia stato il vulcano di Roccamonfina, a 35 km da Isernia, ad eruttare quella pomice. Il vulcano si è poi estinto circa 50.000 fa, ma la zona è ancora oggi sismica e sottoposta a movimenti tettonici.

Ma cosa c’era in quello spazio e cosa c’e’ rimasto ancora, che ha riempito di entusiasmo gli archeologi e di meraviglia i visitatori? Moltissime cose, che danno una enorme quantità di informazioni sulle vicende che vi si svolsero – vale la pena ricordarlo – 570.000 anni fa, decina di millenni più, decina di millenni meno. Il problema, magari, sta nelle interpretarle correttamente. Il fatto fondamentale è che in quell’ambiente vi era un elemento ulteriore, finora taciuto: l’uomo! E dopo vedremo di che tipo.

Lo spazio è in lieve discesa e presenta una base di terra fine, che diventava fanghiglia quando si bagnava, ricoperto da uno strato quasi continuo di sassi di travertino di medie dimensioni e da una quantità stupefacente di ossa degli stessi animali di cui abbiamo parlato precedentemente. Le ossa non sono in connessione anatomica e ciò vuol dire che sono state disarticolate dallo scheletro a cui appartenevano, spostate, manipolate. Fra i blocchi di travertino e le ossa sono anche state trovate delle buone quantità di schegge di selce. La materia prima, da cui sono state tolte le schegge, proviene dai dintorni, se ne trova ancora. Questo tipo di pietra si forma naturalmente all’interno delle rocce calcaree. In questo caso si presenta sottoforma di lastre di pochi centimetri di spessore. Queste lastre sono state scheggiate dall’uomo per trarne degli attrezzi che sono poi stati abbandonati fra i sassi e le ossa.

Soffermiamoci sulle ossa. La caratteristica principale è che il campionario presente non è casuale; in altre parole non ci sono un po’ tutte le ossa, in percentuale simile a quella nella quale sono rappresentate negli scheletri dei diversi animali. Ce ne sono solo alcune ed in particolare i crani e le ossa lunghe, almeno per quanto riguarda gli animali di dimensioni più grosse.  Inoltre le ossa non sono affatto intere, ma molte sono state spezzate; e ciò è successo quando erano ancora fresche. Questo particolare lo si deduce dalle caratteristiche del punto di rottura, ben diverse se l’osso si è rotto da fresco o da secco. Altro aspetto fondamentale è la differente presenza delle ossa dei differenti animali. Quello di gran lunga più rappresentato è il bufalo con diverse decine di esemplari, poi viene il cervo e il cinghiale. Sporadici gli elefanti e gli orsi, un solo esemplare di leone. In questi casi si parla di “numero minimo di individui”. Il concetto è intuitivo: si contano tutti i tipi di ossa della stessa specie e si identifica quello più presente. Diciamo sia stato il femore destro: se ve ne sono 10, ci devono essere stati almeno 10 individui, anche se probabilmente ce n’erano molti di più e gli altri femori destri sono finiti altrove.

Le ossa non solo erano spezzate, ma avevano subito altre manipolazioni. E’ comune, negli studi sul Paleolitico, osservare con estrema attenzione la superficie delle ossa animali, ritrovate negli scavi, per identificare delle eventuali tracce. Tale scienza si chiama, con poca fantasia, “tracceologia” ed è molto utilizzata anche in ambito forense. Sono necessarie analisi con microscopi avanzati; ma ormai vi è una buona conoscenza di quale operazione eseguita con quale strumento è stata effettuata su tale osso, solo osservando la forma e la posizione dei graffi lasciati . Un buon tracceologo osseo riesce a far parlare l’osso che ha studiato.  Nel caso di cui stiamo parlando, lo studio è stato particolarmente difficile in quanto la superficie delle ossa, per quanto ben protetta dal materiale vulcanico che le aveva ricoperte, si era in qualche modo “erosa” facendo perdere di consistenza e di dettagli i graffi lasciati dall’uomo. Con dura pena i tracceologi hanno comunque potuto stabilire che dalle ossa si era tolta la carne e si erano asportati i tendini utilizzando gli attrezzi in pietra che erano stati trovati lì intorno, fra i sassi e le ossa stesse. Naturalmente non vi è corrispondenza diretta fra quel graffio e quello strumento specifico; ma si sa con certezza che quel tipo di attrezzo in pietra ha lasciato sulle ossa quelle striature.

Inoltre è noto che durante la preistoria, le ossa lunghe e certe ossa del cranio, come le mandibole, venivano spezzate per trarne il succulento midollo, buono e nutriente, esattamente come facciamo noi con l’ossobuco. Il cranio veniva sfondato per mangiare il cervello, ovviamente.

Le pietre scheggiate, le selci, non erano di buona fattura. Già la materia prima non è di gran qualità: le lastre hanno uno spessore di pochi centimetri. Venivano poste su una pietra e con un’altra si batteva sul bordo: si staccava una scheggia. Se ne traevano delle schegge abbastanza informi e fini (e ciò era un vantaggio perché tagliavano meglio), lunghe quei pochi centimetri che rappresentavano lo spessore della lastra di partenza. Non vi sono casi di schegge tolte tenendo la lastra in piedi e sfruttandone la lunghezza o la larghezza, invece dello spessore; probabilmente la cattiva qualità della selce lo avrebbe impedito. La fattura di queste schegge dà l’idea di un attrezzo fatto in fretta, su due piedi, alla buona, senza particolare attenzione. Gli archeologi sperimentali sono intervenuti ed hanno studiato il caso, arrivando a conclusioni impressionanti.

Non desti stupore la massa di studi a cui hanno dato il via questi scavi. Il sito di Isernia – La Pineta (così si chiama ufficialmente) è certamente il più importante del Paleolitico Inferiore italiano.

La prima esperienza è consistita nello scheggiare esattamente quel tipo di lastra con la stessa tecnica che si era potuta desumere dall’osservazione delle schegge “vere”. Queste ultime sembravano essere caratterizzata dalla presenza, in molte di loro, di sorte di denticoli lungo i bordi. Si poteva presumere che tali denticoli fossero stati fatti intenzionalmente per ottenere un ben preciso strumento che si adattasse a delle particolari operazioni che si voleva eseguire. Invece è stato dimostrato che i denticoli sono il risultato spontaneo della scheggiatura di quel tipo di materiale con quel tipo di tecnica (la semplice percussione con un ciottolo). Quindi venne confermata l’impressione di selci “tirate via”, fatte alla buona. E, meravigliosamente, questa impressione fu confermata quando gli archeologi sperimentali riprodussero, con le schegge che loro stessi avevano fatto, le operazioni di scarnificazione su delle ossa di animale attuale. Ebbene, fu visto che dopo 10 o 15 minuti di lavoro il filo tagliente delle schegge era ormai rovinato e che non serviva più a gran cosa. L’ipotesi molto consistente suggerisce, quindi, che quegli uomini scheggiassero sommariamente le lastrine di selce che si trovavano sottomano e che dopo pochi minuti di uso l’attrezzo fosse ormai inservibile e venisse gettato, per farsene un altro nuovo. Dei veri e propri coltellini “usa e getta”. I bordi delle schegge sono consumati da tutti i lati; ciò vuol dire che l’utilizzatore se lo girava fra le dita via via che notava che un taglio era ormai rovinato, per andare a cercarne un altro ancora buono. Naturalmente i tracceologi hanno esaminato anche le schegge utilizzate ed hanno confermato l’uso che ne veniva fatto: scarnificazione e taglio dei tendini. Per rompere le ossa, queste venivano percosse da ciottoli o sbattute contro le pietre.

Ricapitoliamo i fatti ed affrontiamo il difficile capitolo della interpretazione del sito. Abbiamo una superficie coperta da pietre travertinose ed ossa di animali scarnificate ed intenzionalmente spezzate. La scarnificazione veniva effettuata con schegge grossolanamente preparate sul luogo. Le ossa sembrano essere state scelte in base al loro tipo ed in base all’animale a cui appartenevano.  Cosa avveniva, realmente in quel luogo?

Ebbi la fortuna di assistere ad una conferenza di Carlo Peretto e della sua equipe dell’Università di Ferrara, incaricati dello scavo, nei primi anni ’80. Lo scavo era iniziato da poco e si avevano le prime impressioni. Fu una conferenza emozionante. Peretto fu misuratissimo e non avanzò nessuna ipotesi. Ma appariva in grande tensione e disse una serie di frasi che furono chiare ai presenti: sprizzava entusiasmo da tutti i pori. Trent’anni dopo, in un’altra conferenza, a Verona, confermò pubblicamente che, in quegli anni, stavano lavorando su una ipotesi straordinaria. La rievocò con l’amabile nostalgia che si riserva ad un sogno di gioventù, ahimè, fallace.

Si pensava che gli antichi uomini avessero ricoperto quello spazio fangoso con le pietre e le ossa per farne un luogo di soggiorno. Certe piccole porzioni di terra, rotondeggianti e prive di pietre o di ossa, furono interpretate come i punti dove dei pali erano stati alzati per sorreggere tende di pelli o coperture di frasche. I crani sarebbero stati appoggiati con la calotta cranica verso l’alto in modo da rendere più agevole il camminarci sopra. Si sarebbe trattato della prima bonifica e della prima costruzione di un vero e proprio riparo, quasi una casa, della storia dell’umanità. La scoperta del secolo.

Poi gli scavi proseguirono e l’area diventò veramente troppo grande per essere stata un’abitazione; molti altri studi contribuirono alla comprensione del sito e si arrivò ad una più matura riflessione. Quella fantastica ipotesi venne accantonata.

Si è quindi pensato che si trattasse di una area di macellazione; un “macello”. Rappresenterebbe il luogo dove si svolgeva solo una della diversi fasi del processo di ricerca del cibo da parte di quella gente. Gli animali sarebbero stai cacciati ove possibile, scuoiati e ridotti in pezzi trasportabili. Le parti più interessanti sarebbero state portate nello spazio che ora è in scavo, dove sarebbe stata tolta loro la carne ed i tendini (da usare nei molti modi possibili); le ossa e i crani rimanenti sarebbero stati spezzati per prendere midollo e cervello. Ed infine la carne sarebbe stata portata in un terzo luogo per essere cotta e mangiata. Infatti nell’area non ci sono zone che mostrino le caratteristiche tipiche dei focolari (arrossamenti o decolorazioni delle pietre dovuti a lunghe esposizioni al fuoco), salvo in un punto, ma molto dubbio.

Questa ipotesi presenta alcuni aspetti critici. Il più importante verte sulla natura delle ossa presenti nello spazio scavato. Sono soprattutto crani ed ossa lunghe. Ora, appare problematico credere che dei cacciatori si caricassero sulle spalle una testa di bisonte per portarla al macello per trarne il cervello ed un po’ di midollo dalla mascella. Per non parlare poi del teschio di elefante e delle zanne. Perché portare delle zanne al macello ed abbandonarle lì? Ma anche: perché spostare una pesante zampa che può essere facilmente scarnificata là dove l’animale è stato ucciso? La carne può essere poi tagliata in pezzi di peso comodo ad essere portati da una sola persona. Questi uomini erano certamente robustissimi, ma di piccola taglia ed una coscia di bisonte ha un peso notevole. Poco spiegabile anche la relativa assenza di altre ossa. E’ certamente vero che i diversi tipi di ossa hanno una diversa resistenza al passare del tempo ed alcune spariscono; ma ciò non pare essere una spiegazione sufficiente al fatto che le ossa sembrino selezionate. Ed ancora: quel luogo è ricoperto, oltre che dalle ossa, da una grande quantità di sassi di travertino. Tali sassi non sono affatto arrotondati dall’acqua, ma sono irti di piccoli spunzoni. Non ci può essere luogo più scomodo per camminare, per sedersi, per inginocchiarsi mentre si lavora intorno alla scarnificazione di una zampa di bisonte. Ai tempi ci poteva essere dell’erba che facilitava le cose; ma non si capisce per quale motivo quei macellai avrebbero dovuto scegliere un luogo pieno di sassi quando potevano andare poco lontano su della comoda terra. L’unico vantaggio di quell’area sembra essere la presenza di ciottoli di calcare di cui servirsi per fare gli attrezzi “usa e getta” (non si usava solo la selce, ma anche tali ciottoli).

Si potrebbe pensare che quell’area fosse il greto della palude, che gli animali vi andassero ad abbeverarsi e lì fossero cacciati e spezzettati. Ma se così fosse  si dovrebbero trovare TUTTE le ossa od almeno quelle più resistenti. Il che non è.

Resta quindi un’altra possibilità, meno romantica. Si poteva trattare di una spiaggia della palude o del fiume, dove delle piene potevano portare le carcasse di animali affogati dalle alluvioni. Sulle quali, quei nostri progenitori si attivavano per contendere la carne ai batteri della putrefazione. Ulteriori ondate di piena avrebbero portato via le ossa meno pesanti lasciando sul posto solo quelle molto pesanti o quelle che erano rimaste incastrate fra le pietre.

Gli scavi continuano anche se lentamente – solo poche settimane ogni anno  –  nuovi elementi emergono e analisi più avanzate vengono compiute. Le esperienze si accrescono, altri esperti prendono in mano le cose. Ne sia ad esempio il tema della datazione del sito, che non è stato nemmeno sfiorato in questo capitolo. Le misurazioni sono ormai numerose e sono state fatte con metodi diversi. La datazione del sito è cambiata negli anni e si è venuta via via affinando fino a raggiungere l’attuale ipotesi, assai attendibile. Bisogna quindi avere solo pazienza e avremo delle idee sempre più precise su ciò che quella antica gente faceva realmente in quel luogo.

Ma chi erano costoro? Proprio nella campagna di scavi del 2014 emerse un elemento che riportò Isernia – La Pineta sui giornali. Una cosa anche commovente. In una di quelle lontanissime giornate, passate fra le carcasse degli animali, vi era anche un bambino. E forse addentando una di quelle ossa, per farsi una tartara su due piedi, magari ben frollata, ci perse un dentino da latte, un incisivo superiore. Che è stato ritrovato. Questa è la storia che avremmo voluto raccontare. In realtà il dentino non era ancora pronto a cadere, la radice non si era ancora riassorbita (anche i denti da latte hanno delle radici, sia pure più piccole; ad un certo momento cominciano a riassorbirsi e quando sono sparite, il dentino cade). Quindi quel bambino, di 6 anni circa, il dentino lo perse perché morì. Non sottovalutiamo il dentino: è il reperto umano più antico d’Italia!

Da un solo dentino, per di più da latte, non è stato possibile dedurre molte informazioni antropologiche di quella popolazione. Si trattava certamente dell’Uomo di Heidelberg che a quei tempi dominava l’Europa, dopo esservi immigrato dall’Africa. Dopo del tempo quell’uomo si trasformerà nel più noto Neandertal. Ma questa è tutt’altra storia.

Intorno al sito di Isernia è stato costruito un imponente Museo, forse un po’ deludente nei contenuti didattici ed esplicativi. Una parte dell’area scavata è stata tolta da dov’era e ricostruita nel museo ed è facilmente osservabile in molti dettagli. Ma l’area maggiore è ancora in posto ed è coperta da un enorme capannone vetrato. Il visitatore può quindi osservare, anche se un po’ da lontano ed attraverso dei vetri dove la polvere dei millenni si deposita, l’area di scavo. Durante le campagne di lavoro si può anche assistere alle operazioni e con un po’ di fortuna farsi amici di uno studente che potrà spiegare qualche dettaglio.

Per leggerne di più sul sito bisogna far riferimento alle numerose pubblicazioni di Carlo Peretto su Isernia che costellano tutta la sua carriera, fino ai giorni nostri.

L’oasi di Tozeur zoppica

Le palme dell’oasi di Tozeur.

Le oasi sono una delle meraviglie del mondo. Quella di Tozeur è una delle piu’ belle per dimensioni, organizzazione, storia. E’ nel sud della Tunisia. Fu citta’ romana, tappa dei commerci nord africani, citta’ medievale di primaria importanza, culla di scuole filosofiche. Ora é tappa di un turismo cialtrone e distratto che passa accanto ad un tesoro, senza nemmeno accorgersene. Fa male al cuore.

Tozeur sta sul margine di una conca. Sul fondo giace una enorme distesa di sale, il Chott el Djerid, altra meraviglia da visitare con raccoglimento. L’acqua, proveniente dalle montagne dell’Atlante sgorga sul lato della conca e, prima di finire sul fondo salato, da vita all’imponente palmeto di Tozeur: 1000 ettari con 400.000 alberi.

Il contrasto fra i dintorni montuosi e riarsi o con il Chott piatto e bianco di sale, é scioccante. La macchia del verde dell’oasi é una gioia per gli occhi. Passeggiare fra le fitte palme é un grande piacere per il corpo e per l’anima. Le diverse parcelle, pur recintate, sono di libero accesso e vi si puo’ passeggiare con calma; saremo sempre oggetto della spontanea ospitalità tunisina. Nel palmeto ci si sente salvi, fra gli alberi. L’aspra natura esterna si trasforma nella gentile natura dell’oasi. Il passaggio é commovente. Bisogna passare giorni e giorni nell’oasi per apprezzarne il grande valore. Ogni mattina la ritroviamo con gioia.

Il Chott el Djerid, il grande lago salato dove va a finire l’acqua residua dell’oasi di Tozeur.

Il palmeto di Tozeur é anche un grande esempio di sapienza agricola antica. Le coltivazioni si svolgono su tre piani: nel primo, superiore, ci stanno le palme da dattero. Sotto le palme ci sono gli alberi da frutto: dolci fichi, succosi melograni, delicate albicocche e pesche, meravigliosi agrumi. Al piano inferiore ci sono gli ortaggi per gli uomini e le erbe per le pecore, i cavalli, i bovini. La luminosità é così intensa che anche gli ortaggi e le erbe del piano inferiore hanno la loro parte di luce e possono crescere senza inconvenienti. Il terreno é suddiviso in quadrati dotati di bordi leggermente rialzati. Queste parcelle vengono inondate d’acqua fornita secondo il turno dell’irrigazione; si cammina su questi arginetti.

Non si poteva costruire nel palmeto: non uno spicchio di terra irrigua doveva essere utilizzato per altro che non fosse l’agricoltura. Le case e le stalle si costruivano subito fuori dall’area dove poteva arrivare l’acqua. E ci fu un saggio, ai tempi di Dante Alighieri che trovo’ il sistema definitivo per distribuire equamente l’acqua, in modo che tutte le parcelle potessero averne in misura sufficente ed a tempo debito. E quel sistema é andato avanti fino a pochi anni fa. Per evitare l’accumulo dei sali nel terreno, una certa parte dell’acqua deve colare via, andando a finire nel lago salato, lavando la terra agricola dai residui non graditi.

Le palme offrivano combustibile, fibre per tessere, foglie per coprire ed intrecciare. Dalla linfa si otteneva un vino di palma il cui uso era consentito, in certe circostanze, anche dall’Islam.

Le 200 diverse varieta’ di datteri che erano presenti nell’oasi maturavano in tempi diversi, assicurando la scalarità di raccolta e di consumo. Si dice che grandi carovane di cammelli carichi di ceste di datteri lasciavano Tozeur per portare questa ricchezza in molti e lontani paesi. Ancora oggi, al mercato di Tozeur si trovano datteri di strane forme, colori e consistenza; ben diversi dal Deglet Nour che é l’unica varietà che compare sulle noste tavole natalizie. E si trova anche la marmellata di datteri, le mandorle fresche di cui si mangia anche il guscio, il latte di cammella, salato e dal sapore di fieno.

Non vi pare un meraviglioso luogo dove i turisti potrebbero passare due o tre belle giornate? Ebbene, no! I pur numerosi turisti sfiorano appena questa oasi, magari soltanto per visitare un triste luogo che é stato costruito all’interno del palmeto che espone dinosauri e un parco tematico religioso. I turisti vengono principalmente portati a visitare delle piccole e misere oasi montane, nei dintorni di Tozeur, con poche palme arroccate fra polverosi dirupi rocciosi, percorsi da miseri corsi d’acqua ed invasi da fastidiosi venditori della solita paccottiglia da turistame, come succede continuamente in Marocco. Certe scelte delle agenzie di viaggio sono incomprensibili. Hanno a disposizione un tesoro e si afferrano alla polvere. Nell’oasi si potrebbero svolgere bellissime passeggiate, pic nic raffinati sotto le palme, banchetti a base del cinghiale che é animale diffuso e nocivo nel palmeto, degustazioni dei diversi tipi di datteri ed altre frutte, spiegazioni ecologistiche sulla raffinata gestione dell’oasi; sarebbe un grande piacere. Invece niente, una passata veloce e povera di contenuti, quando va bene. Altrimenti proprio niente, nemmeno c’entrano nel palmeto.

Sopra le palme, nel mezzo i fichi e sotto l’erba per le pecore.

Ma tutta l’oasi é in grave crisi. Invece di affidarsi all’acqua che sgorga naturalmente, si sono fatte perforazioni profonde e l’acqua scarseggia in certi anni; si sono impiantati altri e nuovi palmeti che hanno perturbato la distribuzione dell’acqua; le vecchie varieta’ sono sostituite dalla Deglet Nour, da esportazione, mettendo in pericolo la bio-diversità; si é permesso di costruire nel palmeto, perdendo terra irrigua e sciupandoi il paesaggio. Il vecchio sistema della mezzadria che dava al lavoratore tutta la produzione della frutta e delle erbe é in crisi: si ricorre maggiormente al lavoro salariato, diminuendo fortemente la cura del palmeto; i giovani preferiscono gli impieghi nel turismo o l’emigrazione. Ed anche il tursmo é in profonda crisi a causa dell’abbandono da parte dei turisti dei paesi arabi per paure vere, presunte o create ad arte.

Alberghi di centinaia di camere ormai ridotti in rovina.

Insomma, un gioiello del Magreb sta perdendo colpi da tutte le parti e si lascia sfuggire le nuove opportunità. Cosa possiamo immaginare di piu’ interessante di un agriturismo nell’oasi? Ed invece nessuno ci sta pensando…..

Il turista e il Ramadan

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Ecco l’inizio dell’abbuffata del tramonto: datteri e zuppa. A seguire il resto.

Immaginate una nazione  intera, dai ragazzi ai vecchi, nessunissimo escluso. Tutti seduti al tavolo, allo stesso momento, con gli occhi fissi alla televisione che emette su tutti i canali lo stesso programma religioso. Davanti ad ognuno di loro c’è un piattino con tre datteri, una ciotola con una zuppa, un bicchiere con acqua, latte, succo di frutta.

Stanno lì seduti, immobili, con lo sguardo stralunato, le labbra tese, l’aspetto abbattuto. Aspettano per lunghi minuti, i più sconsiderati sono lì da mezz’ora, accarezzando di sottecchi i datteri.

Poi il prete dice qualcosa e, nello stesso istante, milioni di persone bevono un sorso di liquido e mettono in bocca il primo dattero. Milioni di datteri ingurgitati all’unisono. La sinfonia del dattero deglutito.

Siamo nel mese di Ramadan. I musulmani digiunano dal levarsi del sole al suo tramonto e questi precisi istanti sono comunicati dall’Iman, non sono affidati al poco certo criterio di ciascun fedele.

Il menù descritto è quello tunisino, ma la cerimonia si ripete uguale per tutti i quasi due miliardi di musulmani.

Durante quel mese, dal sorgere del sole al suo tramonto non è lecito mangiare, bere, fumare, trombare. È materia di dibattito teologico se si possa annusare profumi. È invece permesso farsi le iniezioni e, si immagina, le pere.

La vita è completamente sconvolta. I normali orari saltano. In Tunisia le attività fervono la mattina, i mercati sono affollatissimi  per la spesa della cena, con i prezzi che aumentano nettamente. Poi le attività si spengono nel pomeriggio: la gente si rintana in casa a soffrire in silenzio e a dormire. La città è spettrale, deserta. Al tramonto scatta la mandibola e non c’è un solo passante nelle vie. Anche chi è di turno come poliziotti, sanitari, receptionist degli alberghi, si addobba un tavolinetto in un angolo e mangia, al via dell’Imam. Degli altoparlanti, nelle strade, diffondono la sua attesa parola. In certe città si spara un colpo di cannone.
Dopo la cena tutti escono, la città pulsa di festa, i negozi riaprono, i cinema, i teatri, i bar si riempiono. Si organizzano concerti, mostre, performances, sfilate di moda, mercatini artigianali ed alimentari.  La prostituzione raddoppia il giro d’affari, nonostante che alcune lavoratrici si astengano, durante questo mese.  Si mangia, si beve ancora. A notte inoltrata si torna a casa e si va a letto, non dopo un ultimo spuntino.

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Anche i poliziotti in servizio nelle strade si preparano con trempo alla “rottura del digiuno”.

Al momento della “rottura del digiuno”, dopo i tre datteri e la zuppa canonica arrivano i piatti forti, ricchi, nutritivi. Il cibo è ridondante, grasso, zuccherino. Ci sono piatti speciali per il Ramadan; vanno moltissimo i dolcetti intrisi di miele.  Molto viene gettato, chi può spreca, si spende e si spande. È il momento per riunire le famiglie, ci si scambiano visite, si mangia tutti insieme. È l’equivalente del nostro pranzo di Natale, solo che è così tutte le sere, per un mese. Chi mangia all’aperto offre qualcosa ai passanti. Anche i gatti hanno digiunato tutto il giorno, ma ora hanno le loro buone porzioni. Aumentano gli infarti, gli ictus, i diabetici vanno in coma.

Ma non solo cibo. Durante il Ramadan, il musulmano è più buono, fa molta elemosina, anche i mendicanti mangiano come lupi. In questo mese non si delinque. I ladri si contengono, i truffatori si limitano, uccidere è doppiamente grave. Si può girare tranquillamente in angoli normalmente da evitare. Le donne circolano ancora più costumate del solito.

Ed il turista in tutto ciò?

Soffre abbastanza. Finisce per fare il Ramadan anche lui. Naturalmente nessuno gli chiede di digiunare: se non è musulmano non ha nessun dovere.

Ma…. Ma i bar ed i ristoranti sono del tutto chiusi, fino al tramonto. Non ci si può sedere al bar, non si può entrare in un ristorante. In nessuno. Eccetto quelli di alcuni grandi alberghi, ma sono o lontani, o cari, o entrambe le cose.

È certamente possibile comprare l’acqua e le  merendine nei negozi di alimentari e i dolci nelle pasticcerie, ma poi che fai? Ti metti a mangiare su una panchina di fronte agli affamati? Ti astieni oppure lo fai di nascosto, in camera o in un angolo deserto. Come nel “Fantasma della libertà” di Buñuel; o come fanno molti di loro, nascostamente, perché non bisogna dimenticare che dove c’è religione, c’è ipocrisia.

Eppure, camminando in qualche anfratto della città si ode all’improvviso, durante il giorno, dico, un inconfondibile tintinnare di posate. E si scopre, ben nascosta, una gargotta dove si mangia e si beve senza ritegno. Peccatori, ma felici.  Ma son luoghi che il turista difficilmente riesce a trovare.

Nel pomeriggio è tutto chiuso ed il turista non si diverte a passeggiare nel deserto. Ed in tutta la giornata non ha un bar dove sedere a riposarsi un po’.

Ma anche la cena può essere complicata. Se il tramonto è alle sei del pomeriggio che fai? Mangi a quell’ora con i locali oppure aspetti le otto con il rischio che il ristorante stia chiudendo perché ormai hanno già cenato tutti? Del resto, nei piccoli centri la cena si fa in famiglia ed i ristoranti non aprono nemmeno la sera. Può essere complicata la cosa e la cena del turista si può limitare ad un po’ di cibo di strada.

In Senegal le abitudini sono diverse. La giornata si svolge normalmente e la gente, via via che passano le ore è sempre più disperata per la fame, la sete, la mancanza di sigarette. Mezz’ora prima del tramonto scoppia il caos. Folle di gente inferocita fugge verso casa. Il traffico impazzisce, le persone diventano violente, irascibili, aggressive. Guai al turista che vi si trovi nel mezzo.

Poi c’è il problema dell’alcool. Si trova in quasi tutti i paesi musulmani (ma non in Mauritania) nei supermercati o in certi bar autorizzati. Invece, durante il Ramadan l’alcool sparisce dalla vendita e farsi una birra diventa un gran problema: solo negli alberghi di cui sopra. E dimenticatevi di ordinare una bottiglia di vino al ristorante.

Ci sono poi le tensioni religiose, in Marocco, ad esempio. Lì chi viene trovato ad infrangere il digiuno finisce in carcere, anche a lungo, anche se ha “consumato” in casa propria. E gli integralisti vanno a caccia degli infrattori, sollevando disturbi pubblici. Il turista, ancora una volta, non è implicato, ma l’atmosfera non è propizia.

Insomma, se possibile, evitiamo il Ramadan, è tutto più complicato. Quindi prima di partire, informatevi bene di quando cade il Ramadan. I mesi musulmani sono, infatti, lunari ed ogni anno decalano di una decina di giorni.

Un viaggio molto antico (II parte)

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Il momento del massimo prosciugamento del Mediterraneo dirante il Messiniano. (Vedi I parte) Foto di Paubahi, Wikicommons.

Può causare meraviglia il fatto che su quattro siti “antichi” della Sardegna, ben tre siano concentrati nella zona di Tempio Pausania. Ci sono alcune spiegazioni: intanto è solo in quella zona che sono state fatte ricerche approfondite, da personale qualificato della Sovrintendenza, in seguito al primo ritrovamento casuale. Come a dire che se si cercasse anche altrove, forse qualcosa si troverebbe. Un secondo motivo può stare nel fatto che quella zone è di dolci colline interessate da lavori agricoli. Muovere la terra con i mezzi agricoli fa emergere le selci. Se gli stessi luoghi fossero stati a macchia mediterranea o a boschi, le selci sarebbero rimaste interrate e sconosciute. Normalmente, in Sardegna, i campi stanno in pianura (terreni alluvionali recenti, dove non ci possono essere resti così antichi) e le colline non sono coltivate. Ed infine non va dimenticato che l’aspra orografia della Sardegna ha certamente causato importanti fenomeni erosivi che hanno portato a valle, distruggendoli, molti degli eventuali resti antichi.

Il quarto sito è a Ottana dove sono state raccolte un buon numero di selci scheggiate in cinque diversi luoghi, prossimi gli uni agli altri. Il materiale usato viene da giacimenti in prossimità, esattamente come nei due primi siti. Ma le similitudini si fermano qui: infatti le tecniche usate ad Ottana sembrano ad un livello tecnologico nettamente superiore a quello dei due primi siti. Tutt’altra cosa, molto distante.

La lunga descrizione dei complessi di selci che abbiamo appena fatto (non per amore di pedanteria) introduce un tema centrale nello studio della Preistoria: l’analisi delle selci e la loro attribuzione ad una o ad un’altra fase culturale. Il tema è di una complessità straordinaria ed è centrale nel lavoro di un preistorico; ne è l’essenza. Un insieme di selci, che agli occhi di un semplice interessato può sembrare muto, allo sguardo del professionista svela molte informazioni. Facciamo un esempio: i bifacciali di cui abbiamo parlato prima (o amigdale) sono stati prodotti solo in un certo momento, sia pure molto lungo, della preistoria (con una piccola eccezione, ma lasciamo stare). Trovarne uno in un sito permette di assegnare quello scavo all’unica cultura umana che li faceva. Un altro esempio: quando si trovano, in Europa,  delle selci scheggiate secondo la bellissima tecnica levallois si può esser certi che siamo prima di 40.000 fa e che le fece l’uomo di Neandertal o il suo antenato. Ed anche quando si trovano degli strumentini in selce molto piccoli  e di forma ben geometrica sappiamo che siamo nel Mesolitico.

Ricostruzione artistica di vari tipi del cervo antico, il Megaloceros. Foto di Apokryltaros, Wikicommons

Ma questi – ed alcuni altri – sono esempi molto facili; nella maggioranza dei casi il riconoscimento non è così semplice. La fattura degli strumenti in pietra dipende da una grande quantità di variabili: il tipo di pietra e la sua attitudine ad essere scheggiata; la capacità tecnica dell’artigiano, il tipo di utilizzazione che si doveva fare di ogni singolo strumento, il contesto in cui gli strumenti venivano usati (area abitativa / di lavoro / di caccia), il tipo di supporto sul quale l’attrezzo veniva, eventualmente, immanicato.

Eppure, nonostante tutte queste variabili, negli strumenti in pietra, nelle selci usate da ogni grande complesso culturale umano preistorico, vi è un’aria specifica, un sapore caratteristico, uno stile riconoscibile. E’ un po’ come con i vestiti: entrando in una sartoria ognuno di noi riconoscerebbe se vi si producono toghe romane, abiti rinascimentali o abiti da lavoro ottocenteschi. E’ una semplice questione di stile della produzione. Ecco, con le selci è un po’ la stessa cosa, solo molto più difficile, soprattutto perché per noi le selci sono oggetti strani, da bambini non ne abbiamo mai viste in mano ai nostri padri.

Torniamo al nostro mistero sardo; nel Paleolitico antico vi erano sostanzialmente quattro grandi stili di produzione di strumenti. Nel più antico si toglievano delle schegge ad un ciottolo e si otteneva uno strumento: è il chopping tool. Nel secondo stile lo strumento guida per il riconoscimento è il famoso bifacciale. Nel quarto si incomincia ad utilizzare la tecnica levallois che si svilupperà nel Paleolitico Medio. Il terzo stile è quello che interessa a noi: si chiama Clactoniano e consisteva nel togliere da un nucleo di selce delle schegge, grossomodo rotondeggianti, i cui bordi venivano leggermente scheggiati (o ritoccati) per raddrizzare ed irrobustire il filo che sarebbe stato utilizzato nelle varie operazioni che si volevano compiere. Ecco, negli strumenti dei primi tre siti sardi, prima descritti, lo stile che si “respira” è il Clactoniano. Nel quarto sito – Ottana – vi sarebbe addirittura un sentore dello stile (o tecnica) levallois. In assenza di datazioni ottenute con un qualche sistema scientifico, l’archeologo si è basato sulla sua sensibilità agli stili delle selci, per attribuire al Paleolitico antico quei siti in Sardegna e quindi arguire che l’uomo vi arrivò in tempi antichissimi.

Non solo. Si dibatte il seguente, affascinante, tema, su cui avevamo promesso di tornare. Fra le varie ipotesi precedentemente avanzate, rispetto ai rapporti che ci possono essere fra le selci dei due primi siti, ammettiamo che si decida di considerare quelle del primo sito (Sa Coa de Sa Multa) più antiche di quelle del secondo (A Sa Pedrosa-Pantallinu). In altre parole lo stile di lavorazione del primo sito è più antico del secondo, e ciò IN BASE all’esperienza che si ha dell’evoluzione degli stili di scheggiatura sul continente. Si ipotizza anche che i fabbricatori del primo sito siano arrivati in Sardegna in occasione del massimo ritiro del mare avvenuto circa 325.000 anni fa. La domanda centrale è questa. Come è possibile che l’evoluzione dello stile di scheggiatura che è avvenuto in Sardegna, fra il primo ed il secondo sito, abbia percorso lo stesso cammino di quanto avveniva sul continente, pur senza esistere alcun legame fra le due popolazioni di scheggiatori?  Può sembrare lo stesso problema delle piramidi egiziane e maya od azteche. Perché due popoli senza legami arrivarono a fare costruzioni simili? In realtà qui la faccenda è diversa; le piramidi sono costruzione “spontanee”, quasi obbligate, se si vuole avere una vicinanza al cielo. Lo stile di fabbricazione delle selci deriva dalla scelta di un modus operandi di scheggiatura fra i mille possibili. Per il secondo sito si avanza con prudenza una datazione di 200.000 – 100.000 anni fa, sulla base delle caratteristiche del suolo su cui le selci poggiavano. Possiamo realmente pensare che il gruppo umano passato per primo in Sardegna 325.000 anni fa (e che produsse le selci del primo sito) abbia evoluto la propria tecnica durante 125.000 – 225.000 anni (per arrivare alle selci del secondo sito) in modo del tutto parallelo a quanto avveniva sul continente? L’ipotesi, francamente, pare peregrina. Ecco quindi che sorge la possibilità che il primo gruppo si sia estinto (magari per i motivi di consanguineità già accennati) e che una nuova traversata abbia avuto luogo al successivo abbassamento marino, avvenuto circa 165.000 anni fa. E che questo secondo gruppo sia il produttore delle selci del secondo sito. Anch’esso si sarebbe poi estinto. I conti degli anni tornano; certo sono ipotesi, per il momento.

Ma…

Ma, come succede con gli abiti, a volte, gli stili si confondono, si mescolano, si ripetono, si mimetizzano. Per le selci, il caso (e molti altri motivi) ha voluto che durante il Neolitico o le prime età dei metalli, si fosse continuato a scheggiare e si siano riprese delle tecniche antiche. Ecco quindi che altri archeologi, vedendo gli stessi complessi di strumenti sardi ora descritti, abbiano pensato che siano di poco precedenti il Neolitico. Cadrebbe quindi ogni ipotesi antica ed anche ogni reale interesse.

Il mistero resta per il momento intatto. Ma anche in questo caso c’e’ solo da aspettare nuove ritrovamenti, nuove ricerche sui materiali già trovati e sui suoli nei quali sono stati trovati, nuovi studi con nuove tecniche. Un giorno il mistero sarà sciolto.

Per terminare: come è andata a finire la colonizzazione della Sardegna, o, per meglio dire, come è incominciata, quella che continua fino ad ora?

Dopo le prime due colonizzazioni abortite, di cui abbiamo parlato fino ad ora, se ne prospetta una terza, ormai in tempi molto più recenti, verso i 20.000 anni da noi; in occasione di un terzo minimo climatico, con il conseguente abbassamento del mare ed avvicinamento delle due coste. Le testimonianze di questo terzo evento stanno nella Grotta Corbeddu presso Dorgali. In questo caso ci sono anche dei resti ossei umani (ovviamente sapiens) ed in particolare una falange ed un osso del cranio. Quest’ultimo presenterebbe delle caratteristiche deviate dalla norma; si potrebbe quindi trattare di un fenomeno di deriva genetica, di endemizzazione. Un prodotto dell’isolamento a cui tale popolazione fu sottoposta; si tratterebbe della conferma della teoria prima esposta secondo la quale una popolazione composta inizialmente da un numero ristretto di persone non riesce a sopravvivere in un ambiente isolato. Quindi anche questo terzo tentativo di insediamento sarebbe fallito. Fortunatamente in questo caso ci sono delle selci di stile molto chiaro e che puntano tranquillamente verso quelle date. Ma la presenza umana nel Paleolitico abbastanza recente non fa particolare meraviglia; il possesso, da parte di quelle genti, di tecniche minimali di navigazione non stupisce eccessivamente.

Ed ancora. Fra gli esperti c’è, quindi, il seguente modello di arrivo dell’umanità in Sardegna: al momento dei minimi marini ci sarebbero stati degli attraversamenti di gruppi umani, ma troppo piccoli per avere una autonomia genetica che impedisse loro di estinguersi in poco tempo. E ciò sarebbe avvenuto tre volte. L’ipotesi è suggestiva, ma presenta un problema maggiore. I minimi marini non erano fenomeni ch duravano una stagione. Sono processi lunghissimi che si misurano almeno in decenni se non in secoli. E non sono improvvisi, ma assai lenti. Quindi la riva toscana e quella di Capo Corso rimasero progressivamente più vicine e dopo progressivamente più lontane per tempi lunghi. Se presumiamo che quegli antichi gruppi avessero capacità marinare, dovremmo aspettarci che fossero numerosi i drappelli che attraversavano il mare arrivando in Sardegna; anno dopo anno, nella stagione più favorevole. E questo lento e lungo esodo avrebbe permesso di rimpolpare ed accrescere il pool genico degli isolani. A meno che la popolazione che avesse accesso alla costa toscana fosse solo una, geneticamente molto omogenea e numericamente molto scarsa. Vi sono altre due possibilità: la prima è che realmente ci sia stato, e ciò per tre volte a centinaia di migliaia di anni di distanza, dei brevi momenti in cui il passaggio poté essere effettuato a piedi, all’asciutto, e questo per un brevissimo tempo. Quella gente non avrebbe avuto capacità marinare, ma avrebbero sfruttato un brevissima finestra temporale di terra emersa per passare. Passato quel’attimo sarebbero rimasti isolati fino all’estinzione.  Ma su ciò non ci sono evidenze geologiche. L’ultima ipotesi prevedrebbe degli arrivi assolutamente involontari e non desiderati: come un’onda anomala o di piena, uno tsunami, un inseguimento di nemici sanguinari. Questa ipotesi renderebbe ragione del numero ridotto degli individui formanti il gruppo colonizzatore. Attraversare il mare sarebbe stato un “incidente” da evitare e quando successo, da non ripetere.

Il quarto tentativo di colonizzazione sarà quello buono; ma ormai siamo a 8.000 anni fa, al Mesolitico: i cervi saranno sterminati e si vivrà principalmente del prolago. Arriveranno poi i commerci marittimi di ossidiana, l’agricoltura e l’introduzione di tutto il bestiame domestico. Ma questa è un’altra storia.

 

Un viaggio molto antico

Il simpatico prolago, estinto, anche se qualcuno dice di averlo visto. Foto di Prolagussardus, wikicommons.

I nostri remotissimi antenati saranno andati in Sardegna? A piedi?

La Sardegna è un’isola. E’ un’ovvietà, ma tale caratteristica ha fatto nascere una grande quantità di dilemmi di tipo archeologico. Il primo, il più importante, riguarda il momento nel quale l’umanità vi mise piede per la prima volta. La discussione, fra i pochi paletnologi esperti di Sardegna è vivissima. Le prove sono scarse ed i dubbi molteplici e profondi; le ipotesi non mancano.

Ne è stata avanzata una straordinaria, secondo la quale il primo popolamento dell’isola sarebbe avvenuto in un tempo antichissimo; ben superiore a quanto avremmo mai potuto immaginare prima che certi ritrovamenti, che poi vedremo, venissero a galla. Si parla addirittura di circa 320.000 anni fa; una data sconcertante, se si pensa che l’arrivo in Sardegna comporta necessariamente la costruzione e l’uso di una imbarcazione. Capacità che dovrebbe essere stata del tutto al di fuori della portata delle genti di quel tempo. Ma può anche darsi che non ci sia stato bisogno di nessuna imbarcazione. Come è possibile?

La storia dell’umanità è sempre stata tributaria delle condizioni climatiche dei luoghi dove ha vissuto. L’alternanza di momenti freddi e momenti caldi ha avuto grandi influenze sulla vita, umana ed animale. Proprio in quell’epoca menzionata, la glaciazione che era in atto (chiamata di Mindel, secondo la vecchia nomenclatura) raggiunse il suo acme. Di conseguenza i ghiacciai pervennero al massimo della loro estensione ed altezza: di volume, in altre parole, assorbendo grandi quantità di acqua che fu tolta ai mari il ui livello si abbassò. Sardegna e Corsica divennero una sola isola, le coste della Toscana si spostarono verso la Corsica e la distanza marina fra il continente e la duplice isola divenne minima, pari a pochi chilometri. Certamente si arrivava a piedi asciutti fin’oltre l’isola della Capraia e da lì la costa avanzata del Capo Corso era perfettamente visibile, vicina.

E’ certo che alcuni animali arrivarono sull’isola. Si tratta di un cervo, il Megaloceros, oggi estinto e del cuon: una miscela di cane e volpe, di cui alcuni lontani cugini vivono ancora in Asia. Da tener presente chi i due animali sono buoni nuotatori, all’occorrenza. Arrivando sull’isola, vi trovarono, probabilmente, la fauna locale in cattivo stato ed incapace di opporre loro molta resistenza. Quella fauna terrestre vi era arrivata ai tempi della famosa crisi messiniana o in qualche glaciazione successiva.

Il cuon asiatico, ancora esistente, lontano parente di quello sardo. Foto di Keven Law Wikicommons.

La crisi messiniana risale a circa cinque milioni di anni fa, quando lo Stretto di Gibilterra si chiuse completamente. Il Mediterraneo rimase un mare isolato e l’acqua che vi arrivava dai fiumi, pur copiosissima, non era sufficiente a compensare le perdite che aveva per evaporazione. Il livello si abbassò gradualmente e si creò una profonda depressione dove le temperature salirono, aumentando ancora di più l’evaporazione; come sta succedendo attualmente al Mar Morto, ma in scala infinitamente maggiore[1].

Dopo la chiusura dello Stretto, il Mediterraneo, lentamente, si svuotò quasi completamente e rimasero solo dei grandi laghi fra la Sardegna e la Spagna. La fauna ebbe quindi tutto l’agio di invadere questi nuovi spazi ed arrivare in Sardegna. Lo stretto di Gibilterra tornò poi ad aprirsi ed in pochi anni di inimmaginabile inondazione, il Mediterraneo si riempì nuovamente: la fauna arrivata in Sardegna vi rimase intrappolata continuando la propria evoluzione in un contesto chiuso. Fra questa fauna, un animale in particolare sarebbe poi diventato importante per il proseguo della nostra vicenda: il Prolagus sardus, una sorta di unione fra un coniglio ed un criceto, più grosso del coniglio attuale. L’ultima popolazione di prolago rimase in vita sulla disabitata isola di Tavolara, dove si è estinto solo nel 1774. Si dice che qualche esemplare sia ancora avvistato, ma è abbastanza improbabile.

Al massimo delle glaciazioni lo spazio fra la Toscana e la Corsica-Sardegna era minuscolo.

Quando il cervo ed il cuon arrivarono in Sardegna si trovarono molto a loro agio e la fauna precedente oppose poca resistenza al loro insediamento, in quanto ormai sfinita dal lungo isolamento, dai cambiamenti di clima, dalla consanguineità, dalla mancanza di apporti di “sangue fresco” da altre zone. Il cuon, in particolare, aveva una quantità di prolificissimi prolaghi da mangiare. Ricordiamo che in Sardegna non vi era nessun altro degli animali ai quali noi siamo abituati a pensare: bovini, cavalli, cani, gatti, conigli, lepri ed altro. Tutti questi animali arriveranno, moltissimi millenni dopo, sulle navi dei Neolitici.

Ma perché parliamo del cervo e del cuon? Ci interessano molto perché sono la palese dimostrazione che degli animali riuscirono a passare dalla Toscana alla Corsica. Viene quindi da chiedersi se l’uomo non sarebbe stato in grado di fare altrettanto; magari seguendo delle mandrie di cervi che stava cacciando e che si sarebbero avventurate in mare.

Può sorgere un ulteriore dubbio. Si da per certo che un tratto di mare abbia continuato a separare Toscana e Corsica anche nel peggiore dei momenti freddi. Questo lo si deduce confrontando il livello calcolato del mare in quel momento e la profondità attuale del braccio di mare fra la Capraia e Capo Corso (altrove la profondità è sempre maggiore). Naturalmente non può essere escluso, con assoluta certezza, che i calcoli dell’antico livello del mare siano imperfetti o che il fondo del mare non si sia approfondito nel frattempo, per un qualche problema tettonico o per l’erosione, che esiste anche sui fondali. Non ci sentiremmo quindi di escludere, con assoluta certezza, che quel braccio di mare si sia veramente asciugato, sia pure per un tempo brevissimo, o comunque ridotto a tali modeste dimensioni da non scoraggiare nemmeno un modesto nuotatore.

Detto tutto ciò, non possiamo dimenticare un illustrissimo precedente. In Indonesia, sull’isola di Flores, sarebbero arrivati degli Homo erectus ben 700.000 anni fa, superando un braccio di mare di 19 chilometri. Si dovrebbe quindi ammettere una capacità di navigare terribilmente più antica di quanto ritenuto fino a pochissimi anni fa; quando si pensava che il primo navigatore fosse stato il sapiens.

Comunque stiano le cose, il punto centrale della nostra storia sarda è che degli animali arrivarono in Sardegna e che se lo fecero loro, anche l’uomo avrebbe potuto farlo. Per togliere un dubbio che potrebbe esser nato, diciamo subito che non vi è la possibilità che avessero potuto utilizzare dei blocchi di ghiaccio alla deriva. Faceva freddo, ma non così tanto. Certo avrebbero potuto utilizzare dei tronchi, altrettanto alla deriva. Comunque con difficoltà perché l’acqua doveva essere assai freddina.

A questo punto, nel dibattito fra archeologi si inserì un argomento veramente curioso. Una equipe olandese scavò e studiò negli anni ’80 e ’90 le ossa dei vecchi animali sardi. Non erano archeologi, ma paleontologi: i sistemi di scavo sono simili. La quantità di informazioni sugli antichi cervi e cani sardi aumentò di molto. Ora, i paleontologi sanno per esperienza che una specie animale, quando resta confinata in una isola, specie se povera di alimenti, come la Sardegna, molto montuosa e rocciosa, ha la tendenza a divenire più piccola. Per evidenti motivi di “parsimonia” nel consumo delle scarse risorse disponibili. Questo avvenne con l’elefante siciliano che, sull’isola, diventò un nanetto di 90 centimetri. Ma ciò succede solo se non ha predatori. Se invece li ha, quella specie è obbligata a restare di buone dimensioni per essere in grado di resistere ai predatori, o con la lotta, o con la fuga. Il nostro antico cervo sardo rimase delle sue dimensioni o le diminuì di poco. Tale fatto lascia pensare che avesse un predatore. E questo predatore non è certo il vecchio cuon sardo, troppo piccolo e già troppo impegnato a correre dietro alla facile preda prolago. Tale predatore non poteva essere che l’uomo.

Ci si chiederà, ormai, se quest’uomo arrivato in Sardegna ci abbia lasciato qualche traccia e come è finito. Cominciamo dall’ultimo punto. Ed immaginiamoci una piccola popolazione di uomini e donne che arrivano su una grande isola deserta. Hanno una infinità di risorse a loro disposizione e nessuna concorrenza. Gli animali, cervi esclusi, non conoscono la vena cacciatrice dell’uomo e quindi, probabilmente, si fanno avvicinare con grande innocenza, come successe e succede ancora alle isole Galapagos. La vita di quel gruppo è facilissima. Potrebbe sembrare un vero paradiso. Ma vi è un’enorme insidia che li attende, dentro di loro, nel loro DNA. Lo spettro della consanguineità. Un piccolo gruppo umano, se non è in grado di mescolarsi con altri gruppi è destinato a scomparire in poche generazioni. Il numero di queste dipende dalla quantità iniziale dei componenti del gruppo e dalla loro variabilità genetica. Ora, vi sono alcuni esempi che sembrano andare contro questo punto di vista. Il primo è, ancora una volta, quello degli uomini di Flores, in Indonesia, che sembrano esser sopravvissuti in totale isolamento molte centinaia di migliaia di anni, sia pur andando verso una miniaturizzazione che li portò ad essere alti meno di un metro. Ma è anche vero che le informazioni su quella vicenda sono ancora troppo scarse e frammentarie per poter affermare qualcosa di conclusivo. Un secondo esempio è l’isola di Pasqua; ma in questo caso l’isolamento della popolazione è durato poche centinaia di anni ed è probabile che nuove ondate di popolamento siano giunte, durante quei secoli, rinvigorendo il corredo genetico degli isolani.  Ma vi è anche un esempio, clamoroso, che conferma la teoria innanzi detta: in Croazia, a pochi chilometri da Lussino e a poche decine di chilometri da Venezia, Fiume o Zara c’e’ un’isoletta, Susak, tristemente famosa per l’alto tasso di consanguineità della popolazione, il cui stato di salute fisico e mentale è molto degradato. Eppure sono sempre stati circondati da tanti altri gruppi umani. Ma vi è anche l’esempio contrario, anche se molto poco conosciuto, dell’isola di Sentinel.

In conclusione è possibile ipotizzare che i primi “scopritori” umani della Sardegna-Corsica, se arrivati in piccoli gruppi – magari già molto omogenei geneticamente – e rimasti isolati, non avrebbero avuto molte possibilità di durare a lungo: si sarebbero estinti.

Ma lasciamo le supposizioni e veniamo alle prove della presenza umana antica in Sardegna ed in Corsica. Tralasciamo quelle che sono troppo esili numericamente o troppo dubbie da un punto di vista archeologico. Restiamo su quelle consistenti. Si tratta di soli quattro siti, che abbiano restituito una consistente quantità di pietre scheggiate dall’uomo. Solo pietre, non c’e’ nient’altro. La sfortuna ha voluto che, nei luoghi scavati, non vi sia stata nessuna possibilità di trovare degli elementi che potessero essere sottoposti ad almeno una delle numerose e diverse tecniche di datazione. Niente di niente, nemmeno i pollini per avere un’idea della flora o qualche pezzo di ossa di animale. Gli archeologi si sono quindi trovati in mano solo delle selci, certamente scheggiate intenzionalmente.

I quattro siti principali sono i seguenti: Sa Coa de Sa Multa, Sa Pedrosa-Pantallinu, Riu Altana; i tre nell’Anglona (la zona di Tempio Pausania) ed Ottana, nel Nuorese.

In nessun caso ci sono tracce dei grossi strumenti bifacciali – che una volta si chiamavano amigdale – che caratterizzano con certezza il Paleolitico più antico. Ma è pur vero che vi è tutto un filone di popoli, in quell’epoca, che non facevano quel tipo di strumento ed usavano esclusivamente delle schegge per i loro attrezzi di lavoro.

A Sa Coa de Sa Multa vi era un’officina di lavorazione di selce che affiorava a breve distanza. Si scheggiavano dei blocchi facendo pochi tipi di strumenti. La tecnica usata era una sola ed assai semplice. La sensazione di antichità di questo sito è corroborata dalle caratteristiche del suolo su cui agivano coloro che preparavano le selci. Ripetiamo, sulla sola osservazione del tipo di suolo formatosi a quel tempo e poi rimasto sepolto.

Nello scavo di A Sa Pedrosa-Pantallinu lo strato principale è a sua volta suddiviso in tre o quattro fasi di abitazione separate fra loro da sottili strati alluvionali. Si trattava quindi di un luogo di frequentazione che venne più volte invaso dalle acque di un fiume. Anche in questo caso, come nel precedente, della selce era naturalmente presente e qui veniva estratta ed elaborata. Vi si trovano quindi pezzi di materia prima, assieme a strumenti già finiti. Una sorta, quindi, di cava-laboratorio. Gli strumenti, alcune centinaia quelli scavati ed ancora in studio, sembrano di fattura un po’ più evoluta di quelli del sito precedente. I tipi di strumento sono pochi, anche in questo caso. L’aspetto interessante è che alcune selci portano i segni caratteristici di essere state esposte al gelo. Dovrebbero quindi essere precedenti almeno all’ultima glaciazione che è di circa 20.000 anni fa. Molto precedenti se si pensa che una datazione sull’osservazione del suolo rimanderebbe a 200 – 100.000 anni fa. Andrebbero studiate le eventuali differenze fra i materiali provenienti dai diversi strati – intervallati dalle alluvioni – per identificare dei segni di evoluzione fra le tecniche dello strato inferiore, più antico e quelli degli strati superiori, più recenti. Siamo in attesa che qualcuno lo faccia.

Dal terzo sito, Riu Altana, provengono numerose selci, trovate lungo il fiume. Non sono stai fatti scavi. Molto difficile, quindi, dare indicazioni precise. Si sono potute dividere in due gruppi principali, in base al loro stato fisico: molto rovinato dall’acqua o ancora abbastanza ben conservate. La suddivisione non sembri arbitraria; probabilmente il fiume ha intaccato, molto tempo fa, il vecchio piano di campagna che conteneva il primo gruppo e solo più recentemente il luogo che conteneva il secondo gruppo. E’ quindi legittimo supporre che i due insiemi fossero da sempre distinti. Un gruppo sembrerebbe assomigliare alle selci di Sa Coa de Sa Multa, l’altro gruppo a quelle di A Sa Pedrosa-Pantallinu. L’ipotesi avanzata verterebbe sulla possibilità di due frequentazione di questa regione, una successiva all’altra con una evoluzione per quanto riguarda le tecniche di scheggiatura. Resta senza risposta la domanda se si trattasse dello stesso gruppo umano che abbia raffinato le proprie capacità artigianali o se fossero due gruppi umani diversi con diverse abilità. Ma non si può nemmeno teoricamente escludere che fosse lo stesso gruppo umano, con le stesse capacità, che preparasse strumenti più  o meno raffinati a seconda dei bisogni del momento. Una ipotesi che presenteremo nel prossimo post tenterà di chiarire questo dilemma.

[1] Fra le due guerre mondiali si discusse molto di un progetto che voleva tornare ad isolare il Mediterraneo, per mezzo di una diga fra Marocco e Spagna, allo scopo di disporre di nuova terra grazie alla discesa del livello del Mediterraneo e di produrre energia elettrica sfruttando il salto che si sarebbe creato fra l’Atlantico ed il nostro mare.

Un paese dell’anima

Il parco di Orango. Foto dal sito del Parco.

C’e’ un paese ignoto, appartato, che nessuno conosce e dove nessuno, almeno fra gli italiani, va. A me è carissimo e vorrei portare per mano tutte le persone che conosco a visitarlo. Il paese, ma soprattutto le sue variegate genti. Quando ne parlo mi emoziono, mi commuovo e rimpiango di averci passato troppo poco tempo.

Si tratta della Guinea Bissau, sulla costa occidentale dell’Africa, subito sotto il Senegal. E’ una ex colonia portoghese e questa lingua vi è relativamente diffusa. E’ un paese molto piccolo (poco più grande della Sicilia), poco abitato (1,5 milioni di persone) molto povero (fra i 10  paesi messi peggio secondo gli indici delle Nazioni Unite). Bissau ne è la capitale ed il paese si chiama Guinea Bissau per non confonderla con la Guinea che era colonia francese e la Guinea Equatoriale che era colonia spagnola. Da non confondere nemmeno con le Guaiane francese e britannica che stanno dalla parte di là dell’Oceano, sopra il Brasile. Il clima e la vegetazione vi sono tropicali. Caldo, umido, pieno di acqua e di vegetazione dappertutto.

La Guinea Bissau, apparentemente, non offre molto al turista. Davanti alla capitale c’e un folto gruppo di isole, anche abbastanza grandi, le Bijagòs, che sono conosciute per essere pescosissime, come fanno in Quebec, ma molto più alla buona. Alcuni imprenditori europei, soprattutto francesi, vi hanno aperto dei modesti resort in cui offrono dei pacchetti di pesca. Altri vi vanno a far del mare. Si tratta soprattutto dei non numerosi expat che abitano Bissau e delle loro famiglie. Diverse di queste isole hanno delle vecchie piste di atterraggio, dei tempi della colonia portoghese. Su queste piste arrivano attualmente dei piccoli aerei pieni di coca in provenienza dalla Colombia. Dalla Guinea la coca poi prosegue verso l’Europa per terra o per mare. Non sembra che la popolazione locale sia particolarmente scompensata dal traffico, come invece accade dalla parte opposta dell’Atlantico.

Ancora vivissime le tradizioni culturali dei popoli della Guinea. Foto di Odile RAPEAU Via Wiki Commons.

Arrivai a Bissau per lavoro, andammo ad un Ministero; aveva piovuto e non riuscimmo ad entrare dal portone principale per essere completamente allagato; passammo da un porticina sul dietro. Accanto c’e’ la vecchia fortezza portoghese, in mattoni. Le pareti, ovviamente verticali, erano completamente coperte da vivaci erbe, del tutto spontanee, come se si fosse trattato di una foresta verticale della moderna architettura europea. Cenavo in uno dei due o tre ristorantini nel vecchio e malandato centro coloniale, per strada, in compagnia dell’ambasciatore cubano, uno dei pochi presenti. Andavo in giro per il paese cercando di trovare rimedi per una profondissima crisi commerciale che colpiva la principale fonte di reddito di molti villaggi: gli anacardi. Produzione di buona qualità comprata soprattutto dagli indiani.

E girando per i villaggi, chiaccherando con questo e quello, mi resi conto del grande valore di queste paese e ne rimasi affascinato. Molti sono i gruppi etnici, in apparente armonia fra di loro. La maggior parte della gente nei villaggi seguono ancora le loro usanze religioso tradizionali; cristianesimo ed islam sono minoritari. Il matriarcato è molto diffuso e c’erano zone in cui il cristianesimo si fuse stranamente con l’animismo tanto che i preti erano delle donne. Pur esistendo la moneta, il famigerato FCFA con cui la Francia strozza quei paesi, la forma più normale di scambio fra le persone e fra i villaggi è il baratto. Solo gli anacardi vengono venduti contro moneta, che serve a comprare in città il riso tailandese, i vestiti, il sapone.

Non ho mai conosciuto un paese così ricco di “capitale sociale” che è l’esatto contrario del “capitale economico”. Si tratta, infatti, di quella reti fitta e ramificata di contatti umani e sociali che permette alle persone ed alle famiglie di mantenere una stabilità e di far fronte alle difficoltà. Si aiutano un casino fra di loro, in poche parole.

Il Presidente della Repubblica, in tornata elettorale, con il cappellino simbolo della sua etnia. Foto di Nammarci, Wiki Commons

Ogni etnia ha le sue abitudini e se le conserva care, mentre i membri delle altre la prende in giro per certe stranezze. I miei lunghi viaggi in macchina erano rallegrati da questi racconti ironici e gai sulle abitudini etnologiche di questi e di quelli. Una di queste etnie è facilmente riconoscibile perché tutti gli uomini vanno in giro con un pesante cappello di maglia con il pompon di colore rosso acceso. Il filato è certamente sintetico ed il cappello è sicuramente importato, ma per un qualche motivo è diventato il simbolo della loro etnia. Lo usano assolutamente tutti e sempre, anche sotto il sole africano; uno degli ultimi Presidenti della Repubblica era di quell’etnia ed alle cerimonie ufficiali dello Stato lo vedevi con il suo cappello rosso con il pompon. Un’altra etnia è invece molto permissiva con i giovani. Permettono loro di ubriacarsi, di dire parolacce, di essere maleducati, di insidiare le donne sposate, anche di rubacchiare. Lasciano correre. Ma poi si sposano e devono diventare perfetti cittadini. Questa è saggezza! In una altra etnia le ragazze hanno dei figli abbastanza presto, sono ancora giovani, vogliono divertirsi, ballare, girare, devono studiare, lavorare. Non si possono occupare dei bambini. Li affidano alla nonna che li alleverà. Loro alleveranno, anni dopo, i loro nipoti. Maternità differita di una generazione. Non son cose meravigliose?

Bello il centro coloniale di Bissau, anche se ridotto in condizioni pietose. Foto di jbdodane, Wiki Commons.

Insomma una infinità di storie e di abitudini curiose riempiono questo paese. La gente è gentile e ben disposta, si sta volentieri a parlare con loro. Conobbi un prete italiano che fu mandato in Guinea come missionario; proprio nelle isole Bijagòs. Lì ripensò a tutta la faccenda, trovò moglie e figli e si spretò. Lo raccontava come la migliore decisione della sua esistenza, trasportato dal fiume impetuoso della vita africana. Non mi sembrò un posto pericoloso, anche se la politica e l’esercito sono a volte turbolenti; bene informarsi della situazione del momento, prima di andare. Ma degli italiani di una ONG che avevo conosciuto, furono rapinati in casa e purtroppo malamente riempiti di botte, mentre ero lì. D’altra parte, tornando verso la capitale, facemmo un frontale, su una strada mezza distrutta ed arrivò la polizia con rotella metrica e blocco da disegno e fece un perfetto rilievo! Non credevo ai miei occhi.

Per un turista scendere in profondità in Guinea è difficile, un po’ come in Gabon. Ci vuole tempo, pazienza ed il portoghese. Ed anche soldi perché le poche strutture in cui un europeo possa andare sentendosi a suo agio sono care. Alcune piccole agenzie organizzano dei giri nei numerosi parchi naturali del paese, certamente molto belli; ma ho trovato questa che fa un interessante giro culturale / antropologico che mi sento fortemente di consigliare. I prezzi non sono nemmeno eccessivi.

Andate in Guinea Bissau, è il più bel consiglio che posso dare.

Due capitali

Le ricche ville del centro di Bucarest.

Ho passato due brevi periodi, quest’inverno, in due capitali balcaniche: Bucarest ed Atene. Pur legate da una relativa vicinanza geografica e per esser passate entrambe attraverso le dominazioni romane, bizantine e poi ottomane, le due capitali sono straordinaraimente differenti. Pochi, direi, i punti in comune, oltre i dolciumi di influenza turca; che non mi par cosa molto importante.

Non vi è nessun dubbio che mi sia trovato nettamente meglio ad Atene che a Bucarest. E direi semplicemente per il fattore umano. Gli ateniesi mi son sembrati molto, ma molto, più simpatici, gradevoli ed accoglienti dei bucaresteni (così si chiamano in romeno).  Le condizioni economiche dei due paesi non sono poi troppo diverse in termini di reddito procapite; di un pò migliori quelle greche. Ma la Grecia è in tragica crisi economica da anni; mentre la Romania conosce un boom straordinario. I primi si sono impoveriti, mentre i secondi si stanno arricchendo. Ci sarebbe quindi da aspettarsi che gli ateniesi fossero intristiti ed arrabbiati ed i bucaresteni ottimisti ed allegri. Invece è l’opposto.

Ad Atene si respira un’aria calma, forse un pò rassegnata; comunque di chi sa vivere e non perde la calma nè nelle difficoltà, nè nella fortuna, ammesso che vi sia mai stata. A Bucarest c’e’ invece una specie di frenesia all’arraffare quel che è possibile. Si tiran fuori unghie e zanne par acchiappare rapidamente quel che può passare. E’ l’epoca della ricerca dei guadagni facili e rapidi, un pò come in Sudamerica.

Le tranquille strade intorno al centro di Atene. Le piante di arancio amaro o di altro sono tipiche di moltissime strade greche. E danno un tocco di colore e tranquillità a delle vie che sarebbero anonime e monotone.

A Bucarest non è passato un giorno che non avessi uno scazzo con qualcuno: il poliziotto razzista al controllo del museo, il cameriere che ti lascia con il piatto davanti, ma senza forchetta, l’insegnante di romeno che cerca di fregarti, il personale delle terme che ti tratta come una pecora. Ad Atene sono stato adottato da un venditore di vino sfuso che mi invitava a pranzo con i suoi amici, in bottega. Ognuno portava qualcosa, lui metteva il vino e la grappa ed i pranzi erano feste. Io portavo il dolce. Ecco, questa è la differenza “umana” fra le due capitali.

Anche la faccenda dell’architettura è un pò la stessa cosa. Bucarest ha subito l’influenza dell’architettura del Impero Austroungarico e ciò in un momento di ricchezza.  La zona del centro ha preso quelle caratteristiche di imponenza, potere economico, severità che erano tipiche del trionfo della borghesia liberale. Potenza, affermazione di una classe sociale, prestigio economico ed ostentazione della rispettabilità, come a Milano o a Barcellona. Tutto molto interessante, ma ben poco accogliente per il visitatore.

Atene, invece è una città levantina, mai stata ricca (negli ultimi millenni) e con una molto maggiore influenza dei turchi. Gli stili architettonici si sono accavallati ed intrecciati in un miscuglio abbastanza informe, ma pieno di vitalità. E quando alzi gli occhi vedi il Partenone e scusa se è poco.

Deliziose, infine ad Atene, le stradette del ‘900, nei quartieri intorno al centro: intime, calme, alberate, gradevoli, di composta semplicità; dolci ed ospitali. Nello stesso periodo  a Bucarest si facevano i grandi condomini di tipo sovietico di cui apprezziamo la funzione sociale, ma non l’estetica.

Atena, dal Partenone, ti osserva.

A totale discredito di Atene va l’insopportabile quartiere di Plaka, infestato dai turisti e dai pessimi negozi di cianfrusaglie a loro destinati; insieme ai vieti dispensatori di dozzinale cibo chiamati ristoranti turistici con i loro menu multilingua corredati da fotografie. Molto più vivibile l’equivalente quartiere di Lipscani a Bucarest. Altrettanto ricco di locali, sia per il gorno che per la notte, ma molti più vivibile. Anche e soprattutto a causa del numero incomparabilmente minore di turisti che visitano Bucarest rispetto ad Atene. Nella prima città sono pochi e fanno meno danni; anche se a Bucarest c’e’ una presenza di turismo sessuale che, invece, credo, manchi completamente ad Atene.

Parlando di turismo italiano vi è un’altra differenza notevole. I greci paiono amare gli italiani: molti di loro hanno fatto l’università in Italia essendo la propria a numero chiuso; i rapporti sono sempre stati intensi; celeberrima (e misteriosa) la frase che ogni greco diceva, con affetto, ad ogni italiano, fino a qualche anno fa: “Italia Grecia, una faccia, una razza”. Insomma, un italiano ad Atene non si sente per niente straniero.

In Romania, invece, gli italiani sono venuti sulle palle. Già non andava ai tempi di Ceausescu quando partivano con la valigia piena di calze, blue jeans e penne a sfera che barattavano con l’amore delle ragazze romene. Poi, con la democrazia, gli italiani si sono avventati sul paese, aprendo attività produttive grazie alla manodopera locale pagata due soldi bucati. Ora gli italiani sono diventati noti e famosi per non pagare, e per truffare chi possono. Secondo i noti costumi nazionali. La situazione è divenuta tale che è meglio far finta di esser giapponesi.

Palesi dissidi condominiali in questo elegante palazzetto di Bucarest.

Mercati. Quello di Atene è deliziosamente levantino e affascinante. Quello di Bucarest è veramente troppo povero, confuso e fangoso per essere apprezzato. Monotone entrambe le cucine.

Quel che salva Bucarest è l’atmosfera. Nonostante l’imponenza dei palazzi del centro, vi si respira un’aria ruspante, campagnola, ingenua e provinciale che è molto gradevole e che fa bene al cuore. Non se la tirano. A Bucarest la maggioranza della popolazione è di recente immigrazione, dalle campagne o dalle cittadine dell’interno: per i ponti lunghi tutti tornano a casa lasciando la capitale spopolata. Ci si trova, quindi, in un ambiente di persone sostanzialmente semplici, di recenti radici contadine; senza la classica boria dei capitalini.

All’inverso, quel che frega Atene è il peso immane dei secoli e delle vicende spesso tragiche che hanno attraversato le sue vie. Una città che ne ha viste talmente tante; che ha dovuto sopportare talmente tante dominazioni violente e sconsiderate da esser diventata esperta, scafata, cinica, rotta a tutti i giochi. Come Roma, del resto, bella, ma inaffidabile.

Il meraviglioso mercato di Tunisi

In primo piano la pasta rossa dell’harissa.
Gamberetti freschissimi a 3 euro al kg.
La zona verdure.
La zona del pesce, molto ben illuminata.

Son capitato al mercato alimentare di Tunisi e mi è piaciuto talmente tanto che ci son tornato quasi tutti i giorni che ho passato in città. Anche ora, all’idea di quel mercato, mi viene il sorriso sulle labbra. Che bellezza!

Sta a poche decine di metri dalla principale Avenue Bourguiba, vicino alla Medina ed accanto alla piazza della Porta di Francia, anche se non si capisce che c’entrino i francesi qua, sempre invadenti. E’ quindi centralissimo, in un quartiere abbastanza convulso. L’edificio da fuori è del tutto anonimo, ad un solo piano. Ma all’interno si scoprono scorci anche gradevoli, bei soffiti, piacevoli sistemi di copertura leggera nella parte degli ortaggi. Pur essendo affollato non ho mai avuto l’impressione della calca, dell’estrema ristrettezza degli spazi, del soffocamento da ingorgo.

Vi si trovano tutti i tipi di cibo.

E’ un mercato come tanti altri, ma ha un insieme di caratteristiche che ne fanno un luogo molto piacevole. Si può dire che è un mercato giusto. Vediamo perchè:

  • E’ un mercato vero: gli abitanti di Tunisi ci vanno a far la spesa. Non è per i turisti, anche se alcuni di loro ci vanno. Non ci sono banchi di robaccia cara e finta per i turisti. Non ci sono raffinati ristorantini romantici. Non c’e’ un food corner da centro commercilae come a Firenze.
  • Non è asettico come i mercati europei che sembra di entrare in un ospedale; in un luogo, cioè, dove la vita è in forse. Ma non è nemmeno sudicio e pien di mosche e di puzzo come molti mercati africani o sudamenricani
    I fiori di arancio, per fare distillai. L’odore è meraviglioso.

    dove ci sono angoli così bui da pensare che vi abiti il diavolo e che vanno scansati con timore. Il mercato di Tunisi ha quel giusto punto di disordine e sudicio che si confà ad un luogo affollato di persone e cose che arrivano e partono in continuazione. Nè troppo pulito, indice di inutile smanie igieniche, nè troppo sporco, indice di cialtronaggione e di mancanza di rispetto verso la merce ed i clienti.

  • I venditori sono gentilissimi. Sorridono, rispondono alle domande, ti fanno assaggiare, ti spiegano le differenze fra un prodotto e l’altro. Allo stesso tempo non sono invadenti, non ti tirano per la manica, non ti
    Due chioccioline?

    rimbombano il cervello con i loro richiami, non cercano di intmidirti e di rifilarti il pacco. Stavo cercando, spazientito, un certo banco e non riuscivo a trovarlo; un venditore, a cui chiedevo informazioni, mi ha preso per mano e mi ci ha portato, abbandonando la sua postazione.

  • Molti prezzi sono esposti e così non ci sono timori di truffe e puoi scegliere il prezzo che ti conviene. Se poi vuoi contrattare, come amano spesso fare gli arabi, lo puoi sempre fare.
  • La merce è presentata bene, ma con moderazione, senza quei barocchismi che si vedono spesso nei mercati marocchini (specialmente delle spezie) tesi a mascherare la pochezza della qualità con la sontuosità della presentazione.

Il reparto del pesce è particolarmente vivace e frequentato: tutti i banchi sono fortemente illuminati. Lo spazio a disposizione di ogni venditore è piuttosto piccolo e sembra che ci sia la tendenza a specializzarsi. Quindi ogni venditore avrà uno o pochi   prodotti. Purtroppo si fa scarso uso di ghiaccio e quindi, d’estate, a fine mercato, non so in che condizioni di freschezza si trovino i prodotti. Il pesce viene pultio sul posto, le bilance sono in vista del cliente. Anche in questo mercato, come a Pontevedra, vi è un localino, in un angolo, dove si può portare il pesce comprato sui banchi e farselo cucinare sul momento. Era sempre troppo affollato per cercare di fare l’esperienza, peccato.

Emozionante il settore dei datteri. Ve ne sono di molti tipi ed origini diverse. Sciolti od in scatola; alla rinfusa o sui loro grappoli. Anche i prezzi sono molto differenti. Il venditore ti lascerà provare tutti quelli che vuoi. ne verrà fuori una bellissima degustazione.

In primavera, nel settore degli ortaggi vengono vendute cataste di zagare, i fiori degli agrumi, di rose, di rami di geranio. Se ne fanno delle essenze per il cibo. In un angolo del mercato c’e’ il settore della piante medicinali (dove io ho comprato delle belle ghiande), in un altro delle piante ornamentali e dei fiori recisi.

I banchi più allettanti sono quelli dei sapori: olive di tutti i tipi, capperi grandi e piccini, sottaceti, peperoncini sottolio, spezie varie e, soprattutto, il re della cucina tunisina: l’harissa. E’ un peperoncino non piccantissimo ma molto aromatico. Viene venduto intero, seccato al sole o in forno, viene macinato grossolanamente o ridotto in farina. Oppure la farina viene mescolata all’olio ed al lievito divenendo una pasta: la vera e propria harissa. Tutti i diversi tipi di prodotto sono in bella mostra. Li guardi estasiato ed il venditore te li fa assaggiare uno ad uno. Esci con la bocca in fiamme. Te la sfiammi ai banchi del formaggio con della eccellente ricotta.