La commedia di viaggiare su GNV, Grandi Navi Veloci.

Ho recentemente fatto due viaggi con il traghetto Majestic della compagnia Grandi Navi Veloci – GNV – da Civitavecchia a Tunisi con scalo a Palermo. Ci vogliono 27 ore, invece che una e mezzo in aereo, ma al Viaggiatore Critico piace viaggiare e quindi preferisce un viaggio lungo ad uno breve, basta che non sia a piedi o a cavallo. In entrambi i casi la partenza e l’arrivo sono stati in orario e la traversata gradevole, anche se in presenza di un po’ di mare mosso, specialmente la prima volta. In entrambi i casi ho preso una cabina con vista e bagno: essenziale, ma confortevole e comoda.

Niente da segnalare, quindi.

Se non fosse per l’equipaggio, almeno quello “alberghiero”. Con la parte “nautica” del personale il passeggero non ha contatti. Paiono tutti usciti da una opera di Eduardo De Filippo, condita da Totò e con l’aggiunta di un pizzico dei ragazzi di vita di Pasolini. Una umanità scoordinata e strampalata gettata in pasto ad un mondo cinico. Tutti molto campani; quasi tutti giovani ed inesperti; in grande parte privi di qualsiasi formazione professionale specifica; spesso molto maleducati. Probabilmente sottopagati; ancora impregnati della dura cultura di quartiere periferico campano. Inoltre, palesemente, non gliene frega un cazzo. Ne esce fuori una specie di commedia dell’arte dove lavoratori e passeggeri paiono recitare a braccio diretti da un regista dispettoso ed ubriaco.

E’ un fuoco di fila di boutades. Entro nella nave e salgo al ponte superiore con la scala mobile. In alto c’e’ un ragazzo altissimo e stanchissimo, spalmato sulla parete che si distoglie un attimo da una animata discussione con un collega per indicarmi, con un gesto lasso, il percorso da seguire. Arrivo al ponte giusto più per fortuna che per indicazioni, e trovo un banco presidiato da un ragazzetto con i baffetti, deputato a dare le chiavi delle cabine. Alcuni passeggeri attendono in fila. Il ragazzetto baffutello chiama più volte e a gran voce certo Giovanni chiedendogli  di portare le chiavi. Nel gridare guarda verso un lungo corridoio nel quale, però, non c’e’ nessuno. Dopo tre o quattro urla, finalmente Giovanni appare con un fascio di chiavi elettroniche in mano. Perdono due o tre minuti a sistemare le chiavi sul tavolino. Ma i mucchietti sono numerosi e non tutti entrano sul piano del tavolo. Le impilano come possono, discutendo fra di loro. Sembra assolutamente la prima volta che fanno questa faccenda. Finalmente le chiavi vengono distribuite ai passeggeri.

A me tocca una cabina in fondo ad una lunghissima serie di corridoi claustrofobici. Arrivo, provo una chiave, provo l’altra e non funzionano. Torno indietro con tutto il bagaglio addosso e trovo il ragazzetto al quale espongo il problema. Con fastidio mi dice di “andare a sentire sotto”.  Lo tratto malissimo per questa risposta e lui, per scusa, mi dice che è un cameriere e che di chiavi non ci capisce niente. Fortunatamente arriva Giovanni, sempre un po’ trafelato e nettamente più sveglio di Baffetto, che prende le mie chiavi e va lui a “vedere sotto”. Dopo poco arriva un altro tipo con il giubbetto catarifrangente dell’ANAS ed una cassetta in mano. Ripercorriamo l’infinita serie di corridoi: ANAS è davanti a me (io arranco dietro con i bagagli), sa il numero della mia cabina, ma, quando vi arriva, tira dritto. Sono costretto ad inseguirlo, fermarlo e riportarlo indietro. Chissà dove andava, forse aveva voglia di tornare a casa sua. ANAS tira fuori la sua chiave universale ed apre la porta; poi mi guarda come se fossi un verme stupido e schifoso. Io non batto ciglio e gli passo in successione le mie due chiavi che, ovviamente, non aprono. Io lo guardo come si guarda un testa di cazzo che sa di esserlo. Mormora che deve esser colpa delle chiavi e non della serratura e che lui si occupa di serrature e non di chiavi. Su questa nave devono essere specializzatissimi e la colpa è sempre di qualcun altro. Mi fa portare delle chiavi nuove.

La nave parte e vado al bar. Mi va di festeggiare l’inizio del viaggio con un cocktail. Guardo il cameriere, annuso la faccenda e vado sul semplice. Chiedo un Negroni. (Siamo su una nave che porta molte centinaia di persone. Non alla latteria dell’angolo. E si va da Civitavecchia a Palermo; siamo in Italia, non in un paese mussulmano, durante il ramadam). Il tipo comincia a tocchicchiare gli oggetti sul bancone e mi chiede come lo voglio. Io gli dico: “Secco”, ed osservo il proseguo degli avvenimenti. Interviene un altro barista che prende la situazione in mano e gli spiega, passo dopo passo, come si fa un Negroni. Il tipo annuisce di fronte a tante cose meravigliose che non sapeva esistessero.

Il giorno dopo ricapito al bar e chiedo una birra, per stare sul sicuro. Sono costretto ad aspettare un po’ perché i tre baristi (io unico cliente) sono troppo occupati in una discussione fra di loro che intuisco essere di argomento sindacale. Finalmente uno di loro mi fa caso, prende i soldi, mi da lo scontrino e va all’altra estremità del bancone a spillare la birra. Lo seguo e gli chiedo perché non mi ha dato il resto. Si meraviglia moltissimo di non averlo fatto e va alla cassa a prenderlo, dicendo che era una piccola cifra. Ma la birra che mi ha messo nel bicchiere è tutta schiuma e sono costretto a chiedergli di riempirmi il bicchiere come si deve.

Vado a cena al ristorante. Sulla porta trovo il Baffetto delle chiavi. Quindi era vero che faceva il cameriere. Dopo lo scazzo del pomeriggio ci salutiamo come vecchi amici. Mi fa accomodare ad un bel tavolo grande. 8 secondi dopo arriva un vecchio cameriere che con fare viscidissimo e bavoso mi prega di alzarmi perché quel tavolo era prenotato. Non è vero, non c’e’ nessun cartellino. Ma non hanno voluto sprecare un tavolo da 5 persone solo per me. Non ho voglia di imbarcarmi in una nuova discussione e mi alzo. Baffetto non solo non capisce nulla di chiavi, ma anche come cameriere non ha idea. Mi guardo in giro e non vedo nessun altro tavolo libero. Il cameriere viscido mi dice che si sta per liberare quel tavolo e lo indica palesemente. A quel tavolo è seduta una coppietta che ha finito di mangiare ma vorrebbe restare seduta ancora qualche minuto; mi guardano con occhi da agnelli pronti al sacrificio e si stringono nelle spalle. Non meritano di essere scacciati da quel verme di cameriere schiavo del profitto del padrone. Quindi me ne vado a cenare al self service. Semivuoto. Prendo del cibo dal bancone e mi metto in fila alla cassa. A cui siede la versione di Fabrizio Corona made in Scampia. Ciuffo assassino ed occhi bistrati. Davanti a me, nella fila, un signore che, alla vista del conto, crede di ravvisare una truffa: il prezzo battuto sarebbe diverso dal prezzo affisso sul bancone. Lo dice a Ciuffo, ma non insiste; prende il suo triste vassoio e va sedersi, rassegnato. L’incidente sembra chiuso, ma non per Ciuffo. Il quale: 1) chiude a chiave la cassa; 2) sfila la chiave e se la mette in tasca; 3) si alza e va fino al bancone del cibo; 4) prende il cartellino del prezzo del piatto materia del contendere; 5) raggiunge il cliente ormai intento a ruminare; 6) mostra polemico il cartellino al cliente; 7) riprende il cammino verso il bancone per riporre al suo posto il cartellino.  In questo tragitto mi passa accanto; io sempre in attesa che mi batta il conto. Lo fulmino con sguardi e parole cattivissime. Ciuffo abbandona al suo destino il cartellino del prezzo, si risiede, apre la cassa e batte il mio conto.

Il cibo del self service è immangiabile. Prendo una lasagna ai formaggi che in realtà è lasagna alla besciamella senza burro e senza formaggi; ed un pollo al pomodoro da reparto ospedaliero di malati terminali. Prezzi alti.

Ci sono continuamente degli annunci su cosa si può comprare sulla nave e su cosa si deve fare per essere buoni passeggeri. Sono gli stessi annunci ripetuti molte volte la giorno, tutti i giorni. Non ci vorrebbe un genio per registrarli come si deve. Ma a Grandi Navi Veloci E Sgrammaticate non ci arrivano. Una povera ragazza dell’equipaggio racconta ogni momento le stesso cose cercando ogni volta le parole. L’italiano zoppica, il francese fa rabbrividire, l’inglese è scolastico, lo spagnolo è da barzelletta. La maggioranza dei passeggeri fra Palermo e Tunisi è tunisina; ma nessuno gli dice le cose in arabo. Durante il mio primo viaggio, almeno, la speaker era tunisina e se la cavava bene anche in italiano e francese. L’avranno cacciata perché faceva sfigurare il resto dell’equipaggio.

La nave, enorme, è fatta soprattutto di garages per macchine/TIR e da cabine. Gli spazi comuni sono pochi, poveramente allestiti e molto squallidi. Sporchini. Quindi non resta che passare il tempo in cabina, finalmente disconnessi, a leggere romanzi di fantascienza. Ma due ore prima dell’arrivo ti buttano fuori dalla cabine. Anche giustamente, le devono rifare per i passeggeri che salgono a Tunisi. Il problema è che il personale ti butta fuori dalla cabine con dei metodi certamente appresi nei bracci di Poggioreale.

Ma anche a terra il personale di GNV non se la cava molto meglio. Al primo viaggio avevo fatto il biglietto on line e l’avevo ricevuto con una mail. Le istruzioni non erano chiare (ma va!!) ed avevo scritto per sapere se con quel biglietto potevo andare direttamente alla nave o dovevo passare per la biglietteria. Dopo un paio di giorni mi arriva un messaggio di risposta, ma completamente vuoto. Faccio presente. Allora mi arriva un messaggio preconfezionato che non ha niente a che vedere con la mia domanda. Faccio presente che per rispondere ai messaggi bisogna leggerli, prima. GNV risponde in tono estremamente polemico dicendo che sul loro computer l’oggetto del messaggio non si leggeva bene (e io che c’entro?). Comunque non rispondono alla mia domanda. Faccio presente che sono un branco di incapaci. Finalmente rispondono alla mia domanda; purtroppo erano passati 15 giorni ed io mi trovavo già a Tunisi. Faccio presente e mi danno un buono di 20 €.

Io non ce l’ho mica con quei poveri ragazzi buttati nella mischia senza sapere né leggere né scrivere (non è una metafora). Io ce l’ho con la compagnia che, per risparmiare dei centesimi, non è in grado di fornire loro una formazione, uno stipendio decente. Ed ancora più importante, una dignità.

L’oasi di Tozeur zoppica

Le palme dell’oasi di Tozeur.

Le oasi sono una delle meraviglie del mondo. Quella di Tozeur è una delle piu’ belle per dimensioni, organizzazione, storia. E’ nel sud della Tunisia. Fu citta’ romana, tappa dei commerci nord africani, citta’ medievale di primaria importanza, culla di scuole filosofiche. Ora é tappa di un turismo cialtrone e distratto che passa accanto ad un tesoro, senza nemmeno accorgersene. Fa male al cuore.

Tozeur sta sul margine di una conca. Sul fondo giace una enorme distesa di sale, il Chott el Djerid, altra meraviglia da visitare con raccoglimento. L’acqua, proveniente dalle montagne dell’Atlante sgorga sul lato della conca e, prima di finire sul fondo salato, da vita all’imponente palmeto di Tozeur: 1000 ettari con 400.000 alberi.

Il contrasto fra i dintorni montuosi e riarsi o con il Chott piatto e bianco di sale, é scioccante. La macchia del verde dell’oasi é una gioia per gli occhi. Passeggiare fra le fitte palme é un grande piacere per il corpo e per l’anima. Le diverse parcelle, pur recintate, sono di libero accesso e vi si puo’ passeggiare con calma; saremo sempre oggetto della spontanea ospitalità tunisina. Nel palmeto ci si sente salvi, fra gli alberi. L’aspra natura esterna si trasforma nella gentile natura dell’oasi. Il passaggio é commovente. Bisogna passare giorni e giorni nell’oasi per apprezzarne il grande valore. Ogni mattina la ritroviamo con gioia.

Il Chott el Djerid, il grande lago salato dove va a finire l’acqua residua dell’oasi di Tozeur.

Il palmeto di Tozeur é anche un grande esempio di sapienza agricola antica. Le coltivazioni si svolgono su tre piani: nel primo, superiore, ci stanno le palme da dattero. Sotto le palme ci sono gli alberi da frutto: dolci fichi, succosi melograni, delicate albicocche e pesche, meravigliosi agrumi. Al piano inferiore ci sono gli ortaggi per gli uomini e le erbe per le pecore, i cavalli, i bovini. La luminosità é così intensa che anche gli ortaggi e le erbe del piano inferiore hanno la loro parte di luce e possono crescere senza inconvenienti. Il terreno é suddiviso in quadrati dotati di bordi leggermente rialzati. Queste parcelle vengono inondate d’acqua fornita secondo il turno dell’irrigazione; si cammina su questi arginetti.

Non si poteva costruire nel palmeto: non uno spicchio di terra irrigua doveva essere utilizzato per altro che non fosse l’agricoltura. Le case e le stalle si costruivano subito fuori dall’area dove poteva arrivare l’acqua. E ci fu un saggio, ai tempi di Dante Alighieri che trovo’ il sistema definitivo per distribuire equamente l’acqua, in modo che tutte le parcelle potessero averne in misura sufficente ed a tempo debito. E quel sistema é andato avanti fino a pochi anni fa. Per evitare l’accumulo dei sali nel terreno, una certa parte dell’acqua deve colare via, andando a finire nel lago salato, lavando la terra agricola dai residui non graditi.

Le palme offrivano combustibile, fibre per tessere, foglie per coprire ed intrecciare. Dalla linfa si otteneva un vino di palma il cui uso era consentito, in certe circostanze, anche dall’Islam.

Le 200 diverse varieta’ di datteri che erano presenti nell’oasi maturavano in tempi diversi, assicurando la scalarità di raccolta e di consumo. Si dice che grandi carovane di cammelli carichi di ceste di datteri lasciavano Tozeur per portare questa ricchezza in molti e lontani paesi. Ancora oggi, al mercato di Tozeur si trovano datteri di strane forme, colori e consistenza; ben diversi dal Deglet Nour che é l’unica varietà che compare sulle noste tavole natalizie. E si trova anche la marmellata di datteri, le mandorle fresche di cui si mangia anche il guscio, il latte di cammella, salato e dal sapore di fieno.

Non vi pare un meraviglioso luogo dove i turisti potrebbero passare due o tre belle giornate? Ebbene, no! I pur numerosi turisti sfiorano appena questa oasi, magari soltanto per visitare un triste luogo che é stato costruito all’interno del palmeto che espone dinosauri e un parco tematico religioso. I turisti vengono principalmente portati a visitare delle piccole e misere oasi montane, nei dintorni di Tozeur, con poche palme arroccate fra polverosi dirupi rocciosi, percorsi da miseri corsi d’acqua ed invasi da fastidiosi venditori della solita paccottiglia da turistame, come succede continuamente in Marocco. Certe scelte delle agenzie di viaggio sono incomprensibili. Hanno a disposizione un tesoro e si afferrano alla polvere. Nell’oasi si potrebbero svolgere bellissime passeggiate, pic nic raffinati sotto le palme, banchetti a base del cinghiale che é animale diffuso e nocivo nel palmeto, degustazioni dei diversi tipi di datteri ed altre frutte, spiegazioni ecologistiche sulla raffinata gestione dell’oasi; sarebbe un grande piacere. Invece niente, una passata veloce e povera di contenuti, quando va bene. Altrimenti proprio niente, nemmeno c’entrano nel palmeto.

Sopra le palme, nel mezzo i fichi e sotto l’erba per le pecore.

Ma tutta l’oasi é in grave crisi. Invece di affidarsi all’acqua che sgorga naturalmente, si sono fatte perforazioni profonde e l’acqua scarseggia in certi anni; si sono impiantati altri e nuovi palmeti che hanno perturbato la distribuzione dell’acqua; le vecchie varieta’ sono sostituite dalla Deglet Nour, da esportazione, mettendo in pericolo la bio-diversità; si é permesso di costruire nel palmeto, perdendo terra irrigua e sciupandoi il paesaggio. Il vecchio sistema della mezzadria che dava al lavoratore tutta la produzione della frutta e delle erbe é in crisi: si ricorre maggiormente al lavoro salariato, diminuendo fortemente la cura del palmeto; i giovani preferiscono gli impieghi nel turismo o l’emigrazione. Ed anche il tursmo é in profonda crisi a causa dell’abbandono da parte dei turisti dei paesi arabi per paure vere, presunte o create ad arte.

Alberghi di centinaia di camere ormai ridotti in rovina.

Insomma, un gioiello del Magreb sta perdendo colpi da tutte le parti e si lascia sfuggire le nuove opportunità. Cosa possiamo immaginare di piu’ interessante di un agriturismo nell’oasi? Ed invece nessuno ci sta pensando…..

Il turista e il Ramadan

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Ecco l’inizio dell’abbuffata del tramonto: datteri e zuppa. A seguire il resto.

Immaginate una nazione  intera, dai ragazzi ai vecchi, nessunissimo escluso. Tutti seduti al tavolo, allo stesso momento, con gli occhi fissi alla televisione che emette su tutti i canali lo stesso programma religioso. Davanti ad ognuno di loro c’è un piattino con tre datteri, una ciotola con una zuppa, un bicchiere con acqua, latte, succo di frutta.

Stanno lì seduti, immobili, con lo sguardo stralunato, le labbra tese, l’aspetto abbattuto. Aspettano per lunghi minuti, i più sconsiderati sono lì da mezz’ora, accarezzando di sottecchi i datteri.

Poi il prete dice qualcosa e, nello stesso istante, milioni di persone bevono un sorso di liquido e mettono in bocca il primo dattero. Milioni di datteri ingurgitati all’unisono. La sinfonia del dattero deglutito.

Siamo nel mese di Ramadan. I musulmani digiunano dal levarsi del sole al suo tramonto e questi precisi istanti sono comunicati dall’Iman, non sono affidati al poco certo criterio di ciascun fedele.

Il menù descritto è quello tunisino, ma la cerimonia si ripete uguale per tutti i quasi due miliardi di musulmani.

Durante quel mese, dal sorgere del sole al suo tramonto non è lecito mangiare, bere, fumare, trombare. È materia di dibattito teologico se si possa annusare profumi. È invece permesso farsi le iniezioni e, si immagina, le pere.

La vita è completamente sconvolta. I normali orari saltano. In Tunisia le attività fervono la mattina, i mercati sono affollatissimi  per la spesa della cena, con i prezzi che aumentano nettamente. Poi le attività si spengono nel pomeriggio: la gente si rintana in casa a soffrire in silenzio e a dormire. La città è spettrale, deserta. Al tramonto scatta la mandibola e non c’è un solo passante nelle vie. Anche chi è di turno come poliziotti, sanitari, receptionist degli alberghi, si addobba un tavolinetto in un angolo e mangia, al via dell’Imam. Degli altoparlanti, nelle strade, diffondono la sua attesa parola. In certe città si spara un colpo di cannone.
Dopo la cena tutti escono, la città pulsa di festa, i negozi riaprono, i cinema, i teatri, i bar si riempiono. Si organizzano concerti, mostre, performances, sfilate di moda, mercatini artigianali ed alimentari.  La prostituzione raddoppia il giro d’affari, nonostante che alcune lavoratrici si astengano, durante questo mese.  Si mangia, si beve ancora. A notte inoltrata si torna a casa e si va a letto, non dopo un ultimo spuntino.

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Anche i poliziotti in servizio nelle strade si preparano con trempo alla “rottura del digiuno”.

Al momento della “rottura del digiuno”, dopo i tre datteri e la zuppa canonica arrivano i piatti forti, ricchi, nutritivi. Il cibo è ridondante, grasso, zuccherino. Ci sono piatti speciali per il Ramadan; vanno moltissimo i dolcetti intrisi di miele.  Molto viene gettato, chi può spreca, si spende e si spande. È il momento per riunire le famiglie, ci si scambiano visite, si mangia tutti insieme. È l’equivalente del nostro pranzo di Natale, solo che è così tutte le sere, per un mese. Chi mangia all’aperto offre qualcosa ai passanti. Anche i gatti hanno digiunato tutto il giorno, ma ora hanno le loro buone porzioni. Aumentano gli infarti, gli ictus, i diabetici vanno in coma.

Ma non solo cibo. Durante il Ramadan, il musulmano è più buono, fa molta elemosina, anche i mendicanti mangiano come lupi. In questo mese non si delinque. I ladri si contengono, i truffatori si limitano, uccidere è doppiamente grave. Si può girare tranquillamente in angoli normalmente da evitare. Le donne circolano ancora più costumate del solito.

Ed il turista in tutto ciò?

Soffre abbastanza. Finisce per fare il Ramadan anche lui. Naturalmente nessuno gli chiede di digiunare: se non è musulmano non ha nessun dovere.

Ma…. Ma i bar ed i ristoranti sono del tutto chiusi, fino al tramonto. Non ci si può sedere al bar, non si può entrare in un ristorante. In nessuno. Eccetto quelli di alcuni grandi alberghi, ma sono o lontani, o cari, o entrambe le cose.

È certamente possibile comprare l’acqua e le  merendine nei negozi di alimentari e i dolci nelle pasticcerie, ma poi che fai? Ti metti a mangiare su una panchina di fronte agli affamati? Ti astieni oppure lo fai di nascosto, in camera o in un angolo deserto. Come nel “Fantasma della libertà” di Buñuel; o come fanno molti di loro, nascostamente, perché non bisogna dimenticare che dove c’è religione, c’è ipocrisia.

Eppure, camminando in qualche anfratto della città si ode all’improvviso, durante il giorno, dico, un inconfondibile tintinnare di posate. E si scopre, ben nascosta, una gargotta dove si mangia e si beve senza ritegno. Peccatori, ma felici.  Ma son luoghi che il turista difficilmente riesce a trovare.

Nel pomeriggio è tutto chiuso ed il turista non si diverte a passeggiare nel deserto. Ed in tutta la giornata non ha un bar dove sedere a riposarsi un po’.

Ma anche la cena può essere complicata. Se il tramonto è alle sei del pomeriggio che fai? Mangi a quell’ora con i locali oppure aspetti le otto con il rischio che il ristorante stia chiudendo perché ormai hanno già cenato tutti? Del resto, nei piccoli centri la cena si fa in famiglia ed i ristoranti non aprono nemmeno la sera. Può essere complicata la cosa e la cena del turista si può limitare ad un po’ di cibo di strada.

In Senegal le abitudini sono diverse. La giornata si svolge normalmente e la gente, via via che passano le ore è sempre più disperata per la fame, la sete, la mancanza di sigarette. Mezz’ora prima del tramonto scoppia il caos. Folle di gente inferocita fugge verso casa. Il traffico impazzisce, le persone diventano violente, irascibili, aggressive. Guai al turista che vi si trovi nel mezzo.

Poi c’è il problema dell’alcool. Si trova in quasi tutti i paesi musulmani (ma non in Mauritania) nei supermercati o in certi bar autorizzati. Invece, durante il Ramadan l’alcool sparisce dalla vendita e farsi una birra diventa un gran problema: solo negli alberghi di cui sopra. E dimenticatevi di ordinare una bottiglia di vino al ristorante.

Ci sono poi le tensioni religiose, in Marocco, ad esempio. Lì chi viene trovato ad infrangere il digiuno finisce in carcere, anche a lungo, anche se ha “consumato” in casa propria. E gli integralisti vanno a caccia degli infrattori, sollevando disturbi pubblici. Il turista, ancora una volta, non è implicato, ma l’atmosfera non è propizia.

Insomma, se possibile, evitiamo il Ramadan, è tutto più complicato. Quindi prima di partire, informatevi bene di quando cade il Ramadan. I mesi musulmani sono, infatti, lunari ed ogni anno decalano di una decina di giorni.

Il meraviglioso mercato di Tunisi

In primo piano la pasta rossa dell’harissa.
Gamberetti freschissimi a 3 euro al kg.
La zona verdure.
La zona del pesce, molto ben illuminata.

Son capitato al mercato alimentare di Tunisi e mi è piaciuto talmente tanto che ci son tornato quasi tutti i giorni che ho passato in città. Anche ora, all’idea di quel mercato, mi viene il sorriso sulle labbra. Che bellezza!

Sta a poche decine di metri dalla principale Avenue Bourguiba, vicino alla Medina ed accanto alla piazza della Porta di Francia, anche se non si capisce che c’entrino i francesi qua, sempre invadenti. E’ quindi centralissimo, in un quartiere abbastanza convulso. L’edificio da fuori è del tutto anonimo, ad un solo piano. Ma all’interno si scoprono scorci anche gradevoli, bei soffiti, piacevoli sistemi di copertura leggera nella parte degli ortaggi. Pur essendo affollato non ho mai avuto l’impressione della calca, dell’estrema ristrettezza degli spazi, del soffocamento da ingorgo.

Vi si trovano tutti i tipi di cibo.

E’ un mercato come tanti altri, ma ha un insieme di caratteristiche che ne fanno un luogo molto piacevole. Si può dire che è un mercato giusto. Vediamo perchè:

  • E’ un mercato vero: gli abitanti di Tunisi ci vanno a far la spesa. Non è per i turisti, anche se alcuni di loro ci vanno. Non ci sono banchi di robaccia cara e finta per i turisti. Non ci sono raffinati ristorantini romantici. Non c’e’ un food corner da centro commercilae come a Firenze.
  • Non è asettico come i mercati europei che sembra di entrare in un ospedale; in un luogo, cioè, dove la vita è in forse. Ma non è nemmeno sudicio e pien di mosche e di puzzo come molti mercati africani o sudamenricani
    I fiori di arancio, per fare distillai. L’odore è meraviglioso.

    dove ci sono angoli così bui da pensare che vi abiti il diavolo e che vanno scansati con timore. Il mercato di Tunisi ha quel giusto punto di disordine e sudicio che si confà ad un luogo affollato di persone e cose che arrivano e partono in continuazione. Nè troppo pulito, indice di inutile smanie igieniche, nè troppo sporco, indice di cialtronaggione e di mancanza di rispetto verso la merce ed i clienti.

  • I venditori sono gentilissimi. Sorridono, rispondono alle domande, ti fanno assaggiare, ti spiegano le differenze fra un prodotto e l’altro. Allo stesso tempo non sono invadenti, non ti tirano per la manica, non ti
    Due chioccioline?

    rimbombano il cervello con i loro richiami, non cercano di intmidirti e di rifilarti il pacco. Stavo cercando, spazientito, un certo banco e non riuscivo a trovarlo; un venditore, a cui chiedevo informazioni, mi ha preso per mano e mi ci ha portato, abbandonando la sua postazione.

  • Molti prezzi sono esposti e così non ci sono timori di truffe e puoi scegliere il prezzo che ti conviene. Se poi vuoi contrattare, come amano spesso fare gli arabi, lo puoi sempre fare.
  • La merce è presentata bene, ma con moderazione, senza quei barocchismi che si vedono spesso nei mercati marocchini (specialmente delle spezie) tesi a mascherare la pochezza della qualità con la sontuosità della presentazione.

Il reparto del pesce è particolarmente vivace e frequentato: tutti i banchi sono fortemente illuminati. Lo spazio a disposizione di ogni venditore è piuttosto piccolo e sembra che ci sia la tendenza a specializzarsi. Quindi ogni venditore avrà uno o pochi   prodotti. Purtroppo si fa scarso uso di ghiaccio e quindi, d’estate, a fine mercato, non so in che condizioni di freschezza si trovino i prodotti. Il pesce viene pultio sul posto, le bilance sono in vista del cliente. Anche in questo mercato, come a Pontevedra, vi è un localino, in un angolo, dove si può portare il pesce comprato sui banchi e farselo cucinare sul momento. Era sempre troppo affollato per cercare di fare l’esperienza, peccato.

Emozionante il settore dei datteri. Ve ne sono di molti tipi ed origini diverse. Sciolti od in scatola; alla rinfusa o sui loro grappoli. Anche i prezzi sono molto differenti. Il venditore ti lascerà provare tutti quelli che vuoi. ne verrà fuori una bellissima degustazione.

In primavera, nel settore degli ortaggi vengono vendute cataste di zagare, i fiori degli agrumi, di rose, di rami di geranio. Se ne fanno delle essenze per il cibo. In un angolo del mercato c’e’ il settore della piante medicinali (dove io ho comprato delle belle ghiande), in un altro delle piante ornamentali e dei fiori recisi.

I banchi più allettanti sono quelli dei sapori: olive di tutti i tipi, capperi grandi e piccini, sottaceti, peperoncini sottolio, spezie varie e, soprattutto, il re della cucina tunisina: l’harissa. E’ un peperoncino non piccantissimo ma molto aromatico. Viene venduto intero, seccato al sole o in forno, viene macinato grossolanamente o ridotto in farina. Oppure la farina viene mescolata all’olio ed al lievito divenendo una pasta: la vera e propria harissa. Tutti i diversi tipi di prodotto sono in bella mostra. Li guardi estasiato ed il venditore te li fa assaggiare uno ad uno. Esci con la bocca in fiamme. Te la sfiammi ai banchi del formaggio con della eccellente ricotta.

Un paese pasoliniano

Nelle periferie delle città, nei paesi tunisini ritrovo volti ed atmosfere dei sottoproletari pasoliniani; dei suoi ragazzi di borgata.
C’erano stati i poveri ma belli della primssima commedia all’italiana; i successivi personaggi pasoliniani erano sì poveri, ma anche brutti, viziosi, tamarri, sfrontati, obliqui, dall’animo a volte oscuro. Come quello che, forse, lo uccise.

Ritrovo con emozione e grande empatia quei volti, quei corpi spigolosi e non armonici in Tunisia, in quelle torme di giovani che affollano ogni angolo; là dove in Italia non troveremmo che vecchi lamentosi. Qua invece la vita pulsa con dolorosa forza.

Mi trovo bene in questi posti; dopo tutto il male che ho detto di Marocco ed Egitto, la Tunisia mi riconcilia con il popolo arabo. Vi si respira un’aria leggera, pulsante, vitale pur nell’evidente e diffusa miseria e nel sudicio disordine che regna sovrano.

Molte le ragazze senza velo, a gruppetti sedute al bar, truccate e carine. Coppiette che si tengono per mano. Ma anche signore con il velo che ti rivolgono la parola con sicurezza e determinazione. Ovunque gentilezza, garbo, calma e rispetto. Mai un cenno di insofferenza e razzismo nei confronti dello straniero infedele e, potenzialmente, crociato.

Ma le coppiette le vedi nei quartieri ricchi o sull’avenue Bourguiba, a Tunisi. Nei paesi la separazione fra i sessi domina ancora incontrastata. Ancora una volta solo i ricchi sono liberi, i poveri sono religiosi e segregati per genere.

Ed allora i giovani maschi conducono una vita separata dalle giovani femmine. Sempre fra di loro, senza aver sentore dell’altra metà del mondo, che immagino diventi per loro, mitico, irreale, inconoscibile.

Ed è palese che devono finire ad arrangiarsi fra loro. Vedi quindi quelle coppiette omosessuali, quei gesti inequivocabili, gli sguardi obliqui, gli atteggiamenti di alcuni fra di loro.

E non è per caso che la Tunisia sia una meta del turismo omosessuale maschile, specie per i signori maturi. Come ben ci spiega il perfetto Aldo Busi, credo nel suo “Venditore ecc, ecc”. E di questi signori solitari, compassati, eleganti nei loro maglioncini rossi o pastello se ne vedono circolare diversi.

Sono capitato in una sala biliardi, in una cittadina. Erano tutti molto giovani, giocavano male. Gente povera, pescatori, lavoratori. Facce magre a volte patibolari, grandi nasi, Eisenstein ne sarebbe stato affascinato; non a caso utilizzava per i suoi film volti presi dal popolo, esattamente come faceva Pasolini. Fisici, robusti, ma tormentati; non certo atletici e sereni. L’ideale greco della bellezza è lontano. Mani grosse, da lavoratori. Fra di loro le Regine: ragazzi flessuosi, ben pettinati, eleganti e sprezzanti. Fanno passerella, si fanno desiderare. I prescelti gongolano, gli altri sguardano in tralice, lascivi e gelosi.

Poi tutti loro si sposeranno, avranno famiglia. Mi chiedo cosa resterà dei loro amori giovanili. Uomini maturi e panzuti si ritroveranno in certi locali fumosi a bere birra. Di cosa parleranno? Si conserveranno i sentimenti? Vorrei credere di si, perché in quei bar, a quei tavolini pare scorrere una intimità che non pare fatta solo di amicizia, ma anche di carne. Osservo dei giovani che lavorano insieme, come muratori o nelle botteghine del cibo di strada: paiono avere una consuetudine, fra di loro, non solo da colleghi.

E son colto da vertigine. È questa, intrinsecamente, una società omosessuale che poi si muta in etero solo per meri fini riproduttivi? Questi giovani si amano per bisogno (le donne sono assenti!) o per intimo desiderio?

Da quando questa idea mi è germogliata in testa ho cominciato ad osservare le donne: quelle velate, povere, tradizionali, non occidentalizzate, quelle che si spostano a coppie. E mi par di cogliere nei loro gesti una intimità non comune. Tutto torna?

Sono affascinato da queste correnti sotterranee. Vi pulsa una vita e vedo vibrare emozioni che nell’esangue Italia sono ormai sconosciute.