Valorizzazione turistica popolare: la Forra del Lupo e la Flaminia Militare.

Un tratto della strada romana a Pian di Balestra. Foto di Mongolo1984 via Wikicommons.

Due esempi importanti di iniziative che coniugano tre fattori che sono fondamentali per il turismo del futuro. I fattori sono: coinvolgimento popolare, recupero di beni culturali, promozione turistica di base.

Le due iniziative sono la Forra del Lupo a Serrada (Folgaria, Trentino) e la Flaminia Militare sull’Appennino fra Firenze e Bologna.

Della prima ne ho parlato abbondantemente qui. La storia della seconda dura ormai da 40 anni. Due amici di un paesino dell’Appennino si appassionarono ad un enigma storico: da dove passava la romana via Flaminia che legava Faesulae alla recentemente fondata Bononia (189 A.C.)?. Cerca cerca hanno finito per trovarla, scavarne dei tratti, identificare il percorso fino nel Mugello. Hanno scritto dei libri (scaricabile gratuitamente), fatto dei video, preparato un sito web. Dopo il primo ritrovamento i due, fino ad allora considerati un po’ squinternati, sono stati appoggiati ed aiutati dal loro paese e da quelli vicini. Ormai i due sono molti anziani, ma continuano a combattere per la loro scoperta che, a dir la verità, non è stata riconosciuta da molti archeologi. Sarebbe, sì, una strada romana, ma non esattamente la Flaminia Militare di cui parla Tito Livio. Ma poco importa, quella è certamente una strada romana ed è perfettamente conservata in alcuni tratti.

Grossomodo sullo stesso percorso della strada romana è stata creata la Via degli Dei, il sentiero che va da Bologna a Firenze e che sta avendo molto successo. Per un breve tratto i camminatori della Via degli Dei mettono i loro piedi sul basolato dell’antica via romana. Un grande piacere, un ponte fra viandanti lontani millenni.  La Via degli Dei e la Flaminia Militare (certo più la prima della seconda, ma anche la seconda contribuisce) hanno portato una buona presenza di turisti, camminatori, curiosi, appassionati di archeologia che fanno un po’ girare la stantia economia di quei borghi appenninici votati allo spopolamento invernale. Persone che mangiano, dormono, comprano qualcosa nei negozi.

La stessa cosa succede a Serrada, con la Forra del Lupo. Lì l’economia andava già bene con il turismo invernale e quello estivo. E grazie alle generosissime sovvenzioni della Provincia Autonoma di Trento che sparge sui propri cittadini le risorse sottratte al resto del paese. A tutto ciò si è aggiunto il percorso della Forra, che segue una trincea austriaca della I guerra mondiale e che richiama molte scolaresche, gruppi escursionistici, visitatori, appassionati di storia militare. Vi sono persone che si fermano al ristorante – bar che sta all’inizio del sentiero; altri vanno in piazza, qualcuno dormirà negli alberghi della frazioncina. Il nome di Serrada viene maggiormente diffuso, conosciuto, apprezzato.

Le due iniziative sono accomunate dal fatto che sia la trincea che la strada romana sono state ripescate dall’oblio e rese visibili – percorribili – leggibili da persone locali che si sono autonomamente organizzate e rese operative. E’ assolutamente una valorizzazione del patrimonio locale portato a compimento dagli abitanti del luogo. Più bello di così non si può. Nei paesi della strada romana appenninica le Amministrazioni Comunali si stanno svegliando solo ora, cercando di mettere i lori artigli sull’iniziativa, speculandoci politicamente e finendo per scacciare l’iniziativa popolare di base. I soliti avvoltoi, melliflui ed untuosi.

Nella nebbia dell’Appennino la cava da cui furono tolte le pietre per la strada. Pian di Balestra. Foto di Sandro Baldi via Wikicommons.

Le popolazioni di Serrada o dei paesi della strada romana, sono assolutamente contente della propria iniziativa; ne vanno fiere e vi sono affezionate. Non solo hanno collaborato, fattivamente o affettivamente, allo scavo, alla pulitura, alla manutenzione della trincea e della strada. Ma ne ottengono anche dei vantaggi economici, almeno alcuni di loro. Se non altro di immagine del loro paesino negletto.

Si ha quindi una popolazione che si attiva per riscoprire un bene della propria zona, lo promuove e ne trae dei benefici economici e/o culturali. Un meraviglioso esempio di integrazione a più livelli, compreso quello economico e culturale.

Non manca un lato un po’ oscuro, purtroppo. Il limite delle iniziative culturali popolari è una certa mancanza di spessore e di profondità. Non ci possiamo aspettare che tutti i montanari siano dei raffinati filosofi.

Ad esempio, alla Forra del Lupo esiste una certa deriva sulla spettacolarizzazione della trincea. Non dimentichiamoci che fu fatta per la guerra ed i militari stavano lì per uccidere od essere uccisi. Sembrano quindi fuori luoghi gli spettacoli notturni “Suoni e Luci” che si fanno nelle parti più rocciose della trincea; oppure la figurina del soldato ritagliata nella lamiera di ferro, ad altezza naturale. Mi pare che si voglia banalizzare quella che è stata la seconda più grave sciagura di tutta la storia dell’umanità.

 

 

Lo spettacolo di suoni e luci nella Forra del Lupo. Foto dalla pagina FB dell’Associazione che cura la Forra. https://www.facebook.com/ForraDelLupo/

D’altra parte, sull’Appennino si sono scavate molte centinaia di metri di strada romana, senza avvertire la Sovrintendenza ed usando metodi da sterratori frettolosi. Nessun scavo tecnico, nessuna supervisione scientifica. Roba da manovali. In questo modo si sono certamente perdute delle informazioni preziose che, forse avrebbero potuto anche risolvere il problema della datazione  della strada. Si è inoltre esposta alle intemperie ed ai danni dei vandali un’opera che era rimasta protetta da almeno 1500 anni. La responsabilità del degrado della strada non può non ricadere su chi ha voluto tirarla fuori, spesso innecesariamente (bastava fare qualche saggio per vedere il percorso e metterne in luce pochi metri a fine turistici; ed il resto lasciarlo sottoterra dove stava benissimo). A Serrada anni fa, esattamente con lo stesso schema di intervento popolare è stata ritrovata e scavata una vecchia chiesetta secentesca. Anche il quel caso il recupero e restauro è stato molto “muscoloso”.

Sia a Serrada che alla Forra del Lupo, infine, hanno tagliato alberi come se avessero una cartiera da mandare avanti. In particolar modo alla Forra del Lupo hanno recentemente tagliato, in modo assolutamente irresponsabile ed innecessario una decina di abeti che erano cresciuti intorno alla fortezza austriaca a cui la trincea portava.

Nonostante tali pur pesantissime ombre, le due iniziative rappresentano l’unica via di turismo desiderabile nel futuro: nato da iniziative popolari ed a beneficio di residenti e turisti. Andateci e poi raccontate al Viaggiatore Critico come vi sono sembrati questi due posti.

 

 

 

Freud e Musatti in Trentino

Cesare Musatti, 1897 – 1985

Questo post prende spunto da quest’altro (di un interessante blog che consiglio) sulle vacanze che Sigmund Freud passava sul Lago di Lavarone, in Trentino. Vi andò molte volte fra il 1900 ed il 1923.  Nel corso della prima visita si emozionò moltissimo e ritenne che Lavarone fosse il sud (rispetto a Vienna, in effetti lo è). Disse anche che il loro cuore di nordici andava verso quel punto cardinale. (Non solo il cuore, aggiungerebbero gli italiani che, da almeno un paio di millenni e mezzo, si ritrovano invasi dai tedeschi: a volte con le lance, a volte con i panzer, a volte con i camper. Ma questo è un altro discorso). Del resto è noto il grande amore che i tedeschi hanno per i laghi, non si è mai ben capito per quale motivo; a me fa molta maliconia tutta quell’acqua che vorrebbe essere mare, ma non può esserlo.

Durante una di queste vacanze, Freud fu visto, in riva al lago, da un ragazzo di Milano. Che altri non era che Cesare Musatti, il più celebre degli psicanalisti della vecchia scuola italiana. Questo incontro fu importantissimo per Musatti che potè affermare una filiazione diretta, almeno visiva, dal maestro. Su questo particolare i freudiani sono molto attenti e la attendibilità di ognuno di loro si misura anche su quanti analisti si interpongono fra la propria persona ed il Maestro, lungo la catena della trasmissione della loro disciplina. (Io, ad esempio posso dire di aver visto una persona, Musatti, che ha visto Freud; come vedete, non sono messo affatto male. Peccato che non sono psicanalista…)  Vezzi loro, andiamo avanti.

Cosa ci faceva Musatti ragazzo a Lavarone? Naturalmente vi era in gita, insieme ai suoi genitori. Ma non vi passava le vacanze. Loro le vacanze le trascorrevano, più modestamente, a pochi chilometri da lì, a Serrada, frazione del comune di Folgaria. Da Milano, venivano in treno fino a Rovereto e da lì in carrozza a Serrada. Ma, prudenti, avevano l’accortezza di passare una notte a mezza strada, perché si riteneva che passare d’un sol colpo dalla pianura ai 1250 metri di altitudine di Serrada fosse molto pericoloso per la salute.

Ma, cosa ci faceva Musatti a Serrada? Il padre del ragazzo Cesare era un milanese, socialista, deputato. Ed era in amicizia con il suo coetaneo, avvocato a Milano, socialista e trentino: Antonio Pischel (o Piscel o Pischl) di antiche origini bavaresi, ma con la famiglia residente a Rovereto. Questo signore Pischel era, a sua volta, vicinissimo all’irridentista Cesare Battisti, la cui fama (insieme alla triste sorte subita ed all’agiografia fascista) finirono per eclissare  politicamente il Pischel. Cosa di cui si dispiacque molto.

Ora mi sto chiedendo se sia stato un caso che Musatti padre abbia dato al figlio il nome di Cesare, oppure se non fosse in onore a Cesare Battisti. Mi informo e ve lo dico.

La metà non più “Trattoria del Cacciatore” negli anni ’60.

Continuiamo. Come costumavano le buone famiglie di Rovereto, anche i Pischel amavano fuggire le afose estati dell’angusta valle dell’Adige, rifugiandosi nell’amena località di Serrada, immediatamente soprastante, ma molto più in alto e deliziosamente fresca. Vi andavano a piedi o a cavallo, perchè non vi fu strada carreggiabile fino ai primi del ‘900. I Pischel amarono tanto Serrada che vi costruirono una villa, grande ma senza fronzoli, crcondata da un parco lasciato a vegetazione naturale. La villa fu costruita fra il 1870 ed il 1880 e fu ed è tanto amata dai Pischel che continuano ad abitarvi affittandone una parte su Airbnb.

Quindi l’amico Antonio Pischel invitava l’amico Musatti padre e famiglia a passare l’estate a Serrada nella sua villa di famiglia. E i Musatti vi andavano volentieri perchè al giovane e malaticcio Cesare l’aria di montagna giovava molto.

Ma…

Ma, si sa, i socialisti si muovono in gruppo e la villa Pischel, grande ma non grandissima, non poteva accogliere tutti gli ospiti. Quindi il ragazzo Musatti finiva a dormire presso la vicinissima Locanda Trattoria del Cacciatore. Nata questa prima del 1882, negli stessi tempi in cui si costruiva la villa Pischel.

Questo esercizio alberghiero fu il primo a sorger a Serrada, per dare alloggio ai roveretani villeggianti. Ma anche ai cacciatori cittadini che venivano ad abbattere  caprioli ed uccelli da fare con la polenta.  Chi non dormiva in questa scarna locanda affittava delle stanze presso gli abitanti. Questi erano circa 400 persone che vivevano dell’allevamento di qualche vacca e della coltivazione delle patate. Si assisteva ai primordi della nascita del turismo estivo, in una minuscola comunità ruralissima. Il turismo invernale arriverà molto tempo dopo.

Non dimentichiamoci che le vacanze dei Musatti avvengono prima della I Guerra Mondiale, quando Serrada era ancora sotto il dominio dell’austriaco imperatore Cecco Beppe. Ma era molto vicina al confine. Tanto che l’esercito austriaco cominciò a costruirvi strade, posti di guardia, un articolato sistema di trincee (fra cui il sistema della Forra del Lupo) e perfino l’imponente forte del Dosso delle Somme. Con tanti militari in giro, i roveretani smisero di salire a Serrada, timorosi per le conseguenze che potessero derivare dalla vicinanza fra tanti baldi militari e le loro sensibili mogli e figlie. La locanda del Cacciatore fallì e nel 1913 fu comprata da un signor Potrich della vicina frazione della Guardia. Purtroppo l’anno dopo incominciò la guerra, questo povero Potrich fu chiamato alle armi e ci lasciò le penne. Subentrarono quindi i figli che si divisero l’edificio che ospitava la Locanda. Una parte tornò ad esser casa (affittata ai turisti l’estate) e fu proprio lì che il vostro Viaggiatore Critico passava le sue vacanze infantili, al pari di Musatti, fra le stesse mura, sessant’anni dopo. L’altra parte continuò ad essere Locanda, fino a che negli anni ’60 l’attività fu trasferita a poche centinaia di metri da là, nell’Hotel Pineta che è ancora in funzione.

Freud continuò ad andare a Lavarono ancora per qualche anno, anche dopo che il Trentino era divenuto italiano. Poi nel 1923, ormai divenuto una celebrità internazionale, smise di andarci. Musatti continuò a frequentare la zona, fino alla sua morte. Credo che preferisse soprattutto Folgaria, andava vestito di pesanti camicie a quadri e non lesinava conferenze pubbliche. Il Viaggiatore Critico continua a far capolino a Serrada, di tanto in tanto, meglio se fuori stagione.

Il Trentino ha perduto l’anima

Tipica casa trentina di fine ‘800. E’ villa Pischel a Serrada, di cui si parla qui….

Non vi sono solo gli scempi sulla natura creati dall’insostenibile industria dello sci; il Trentino, specialmente quello di montagna, sta perdendo l’anima in molti sensi.

….tipica casa attuale del Trentino montano nello stucchevole stile tirolese, che piace tanto ai turisti.

Forse le radici di questo male sono antiche, in quell’essere terra di confine verso le tedesche genti, barbari prima, esempi di efficenza poi. Miscela di popoli diversi, mal amalgamati, dilaniati dalla I guerra mondiale, sovraccariche di muti, mutui ed antichi rancori che le politiche recenti non riescono ad assopire. Deve contare anche il senso di isolamento, di gente rimasta là, fra le montagne, lontani dal libero circolare di persone ed idee, un pò come in Maremma. Son poi  genti di montagna, per loro natura chiusi e diffidenti: conta anche il leggero disprezzo con cui son guardati i montanari, da coloro che non lo sono. Influisce certo anche la presenza soffocante di una Chiesa bigotta e pervasiva.  Vi sono poi i deleteri effetti collaterali della pioggia di sovvenzioni statali che arrivano grazie allo Statuto Speciale che fa ricca quella Provincia a spese del resto d’Italia.

Si rende giusto onore ai trentini caduti con la divisa austriaca nella I guerra mondiale, ma non sfuggirà il tono polemico della lapide.

Sta di fatto che il Trentino montano ha volto gli occhi a nord, si è riscoperto Austroungarico, tedescofilo ed anche Cimbro. Tutto ciò è puramente immaginario dal momento che il Trentino di quel mondo tedesco non ha mai fatto parte integrante, semmai era terra di confine dei cui abitanti i veri austriaci e tedeschi diffidavano, a causa dei loro costumi, della loro lingua, della loro vicinanza con gli italiani. Dei terroni, insomma, come i Trentini amano definire la metà degli italiani.

Molti Trentini disprezzano gli italiani dai quali sono lautamente mantenuti e vorrebbero essere tedeschi che, a loro volta, li considerano un po’ barbari. Contraddizioni tremende.

Un pò diversa la situazione di pochi borghi intorno ad Asiago e a Luserna, dove sono veramente di origine bavarese: furono portati lì per dissodare quelle perdute valli montane in cui nessuno voleva andare.  Secondo un’altra versione, meno accreditata, sarebbero i resti dei Cimbri danesi che si rifugiarono in quei luoghi dopo essere stati sconfitti dai Romani ai tempi dei Cimbri e Teutoni, di scolastica memoria.  Ma son casi isolati rispetto alla situazione etnica della regione.

Bisogna dire che il turismo ha molta responsabilità in questo fenomeno; il turistame pecorone associa le montagne con le cartoline austriache o dell’Alto Adige e ci resta male se non trova gli stessi stereotipi anche in Trentino.

Felicissimi quindi i Trentini di camuffarsi  da tedeschi; loro lo vogliono, i turisti lo vogliono, perfetta corrispondenza!!

Ma non si diventa tedeschi solo volendolo, al massimo ci si camuffa. Ecco quindi che l’austera ed anche un pò triste, tipica architettura trentina, si trasforma nella leziosa e stucchevole scenografia tirolese; e le cameriere si adornano con i costumi tipici, altrettanto tirolesi; e si organizzano raduni e cerimonie intorno ai famigerati Schutzen che fanno risalire le loro origini alle milizie territoriali Austro-Ungariche, sbandierano la loro fratellanza con i terroristi altoatesini, non disdegnano la loro vicinanza al nazismo ed il disprezzo per l’Italia da cui, comunque, ricevono fondi.

Schutzen trentini che si credono austriaci. (By Daiana Boller via Wikimedia Commons)

E si da grande risalto alla lingua Cimbra che pur essendo un interessantissimo tema di storia delle popolazioni, è ormai un fossile antropologico ormai scomparso dalla vita quotidiana. E si rimpiange continuamente l’Austria; si piangono i morti austriaci della I guerra Mondiale; ci si dispiace infinitamente di essere dal lato sbagliato della frontiera. Pur essendo quasi tutti di evidente lingua, cultura, tradizioni e discendenza italiane. Altre contraddizioni insormontabili.

Così, un luogo di pace e di benessere è stato trasformato in un concentrato di contraddizioni, falsità storiche e culturali, tensioni, rancori, meschina difesa di una identità che non è la propria. Da evitare.

Insostenibile Trentino

Dosso della Martinella, 1640 mslm. Strade, tunnel di plastica, arrivo della seggiovia, cannoni sparaneve, una ruspa, piste. E’ montagna questa?

In pochi luoghi si trova un concentrato di contraddizioni, di sfacciata ipocrisia e di totale cinismo come in Trentino.

Le pendici delle montagne sono deturpate dalle piste, il fondo valle è un enorme parcheggio con brutte costruzioni turistiche. E si costruisce ancora ed ancora. (Il parcheggio è lasciato serrato perchè sia più facile pulirlo con gli spazzaneve)

Si diffonde l’immagine di una regione pulita, ben amministrata, rispettosa dell’ambiente, produttrice di mele sane, paradiso del turista, accogliente, onesta, lontana dalle ruberie dello Stato italiano. Meno prossima all’Italia che all’Austria, di cui si vuole scimmiottare l’architettura, i costumi, gli ornamenti.

Cannoni sparaneve mobili, pronti ad essere messi sulle piste.

La realtà è ben diversa. Negli ultimi anni il livello di razzismo nei confronti dei meridionali e dei nuovi immigrati è cresciuto fino ad ammorbare l’aria. E’ difficile parlare con un trentino senza che nella conversazioni entrino (da parte loro) commenti acidi sugli “altri”. Il risultato poi si vede: i pur numerosi immigrati recenti scivolano lungo i muri cercando non certo di integrarsi, ma di invisibilizzarsi. Quella che vuole essere la culla del Cattolicesimo sociale, a partire da Rosmini è in realtà un covo di bieca intolleranza. Sono arrivati ad incendiare gli edifici destinati all’accoglienza dei profughi.

I cannoni sparaneve hanno bisogno di acqua e di elettricità, i loro consumi energetici sono enormi. Quindi i boschi sono percorsi da una rete di condotti, fra gli alberi, peggio che in città.

Si dice che la Provincia di Trento è ben amministrata e che tutto funziona. Come potrebbe essere altrimenti, se lo Stato vi spende, per ogni cittadino, il doppio di quanto spende per ogni Lombardo? L’infernale meccanismo dello Statuto Speciale fa sì che che l’insieme degli italiani mantengano nel lusso i trentini con una pletora di dipendenti pubblici, enormi ed inutili investimenti nelle opere pubbliche, welfare affettuoso. E i Trentini, invece di ringraziare gli Italiani che si svenano per loro, li disprezzano e guardano scodinzolando all’Austria, come fosse la loro patria.

Ma il peggio lo abbiamo sull’ambiente. Questo non è rispettato, è invece piegato con assoluto cinismo alla nefasta economia del turismo invernale. Si compiono infiniti spregi a quelle montagne che vengono idilliacamente descritte nelle pubblicità e che, invece, subiscono, anno dopo anno, disboscamenti, rimodellazioni delle pendici, costruzione di laghetti sulle cime per l’innevamento artificiale, spianamenti per i parcheggi, costruzioni per alberghi, impianti di risalita, locali per i turisti. E’ un attività che non ha mai fine: ogni anno si aumenta, si ingrandisce, si perfeziona, si addomestica la montagna rendendola alla portata del più fatuo dei turisti che intende pavoneggiarsi sulle piste.

I cannoni consumano moltissima acqua. vengono quindi costruiti dei laghetti sulle cime delle montagne. Qui ad oltre 1600 mslm. Assolutamente innaturali, montagne cementificate.

Piste che ricevono sempre meno neve vera e sempre più neve artificiale al costo di 2 euro al metro cubo. Si deturpano le pendici con le piste, gli impianti, i fittissimi cannoni. Costi energetici spaventosi. Il paradosso è che mentre si disbosca e si produce anidride carbonica, allo stesso tempo ci si lamenta del fatto che nevica meno. Eccellente esempio di chi sega il ramo su cui è seduto.

Enormi lavori per aumentare di qualche centimetro la sede di una strada su cui non passeranno 100 auto al giorno. Banchina in aggetto.

E quelle migliaia di ettari di boschi falcidiati, le superfici di fragilissimo suolo di montagna asportato per rendere più armonioso il pendio, gli abnormi edifici delle stazioni dei mezzi di risalita, tunnel di plastica per superare pochi metri di dislivello, laghi sulle vette; tutte queste sono opere che nel resto d’Italia sarebbero proibite e definite criminali, ma in Trentino vengono approvate, benedette, finanziate. Eppoi si lamentano del malgoverno italiano.

L’economia della neve è morente: non solo perchè non nevica più, ma anche e soprattutto perchè il modello nato sull’emulazione degli Agnelli, che andavano a sciare in elicottero, durante la pausa pranzo, sta finendo. La gente si interessa ad altro  e vuole fare altro; si rimpiazzano malamente i vuoti lasciati dagli italiani con turisti dell’est europa. Un turismo meno attento alla qualità e più all’alcool ingurgitato, più arrogante e meno sensibile all’anima dei luoghi; appiattito sull’apparire sociale. Quindi poco sostenibile.

Cosa farà il Trentino delle sue montagne deturpate dall’industria dello sci quando nessuno ci andrà più? Si lamenterà ancora dell’Italia? Il Trentino non merita le montagne che ha avuto in sorte e non merita che voi ci andiate.

 

La straordinaria storia della Forra del Lupo a Serrada, Trentino

La valle di Terragnolo, presa d’infilata dalla trincea della Forra del Lupo.

Segue una storia di estremo interesse e di grande successo che segna una via innovativa e rivoluzionaria per il recupero dei beni culturali ed il loro rapporto con il turismo.

Serrada, comune di Folgaria, sopra Rovereto, in Trentino, era sulla linea del fronte della I Guerra Mondiale, dalla parte austriaca. Domina una valle dalla quale l’esercito italiano avrebbe potuto (è tentò di farlo) invadere gli altipiani soprastanti. L’esercito austriaco costrui, quindi, una lunga trincea, che corre lungo un costone che domina la vallata. La trincea fa parte di un più vasto sistema difensivo dell’Altopiano di Lavarone. Il paesaggio è molto attraente e caratteristico.

Questa trincea, lunga qualche chilometro, sepolta, nascosta dagli alberi, dimenticata, è stata rintracciata, parzialmente riscavata e ripulita, messa in sicurezza, inserita in un sentiero ufficiale, fornita di segnaletica e spiegazioni ed aperta al pubblico. Si è ricostruita l’antica toponomastaica cimbra dei luoghi attraversati. Ha una sua pagina FB, una cartina, un libro che riproduce il diario e le foto di un militare austriaco che vi passò alcuni mesi. E’ stata presentata alla stampa. Una porzione della trincea è particolarmente suggestiva in quanto percorre una profonda spaccatura del massiccio calcareo nel quale è stata scavata (è questo il punto propriamente detto la Forra del Lupo, anche se il nome si è poi allargato a designare tutta la zona).

Un tratto della trincea.

Il successo è stato clamoroso: è diventata la prima attrazione della zona, le visite sono numerosissime: bus e macchine affollano il parcheggio alla partenza del sentiero, commenti entusiasti. Altri luoghi trentini copiano il modello e il ripristino della trincea continua anno dopo anno.

Ma fin qui si tratta, semplicemente, di un caso fortunato di promozione turistica di una risorsa storica-naturalistica, recuperata dall’oblio. Una esperienza del tutto opposta a quelle proposte dal catastrofico turismo invernale.

L’aspetto straordinario della vicenda è che tutto questo lavoro è su base esclusivamente volontaria. Lavoro non da poco: sia intellettuale, per la ricerca delle vecchie foto negli archivi austriaci e per il fortunato ritrovamento del diario dell’austriaco militare; sia per gli aspetti strettamente manuali di spostare metri e metri cubi di terra e roccia, di tagliare gli alberi cresciuti nella trincea, di mettere scalini e protezioni dove necessario ed infine di ripulire tutto quanto, ogni anno, in primavera.

L’iniziatore è stato Paolo Spagnolli, un cultore di storia locale che ha riunito intorno all’iniziativa il sempre solerte e fattivo gruppo degli Alpini, altre Associazioni locali di amanti della montagna, cani sciolti, turisti volenterosi. Da non sottovalutare che il paese di Serrada conta ora 118 abitanti; hanno dato mano, quindi, altre persone da Terragnolo, Folgaria, Rovereto.

La vera e propia Forra, una profonda spaccatura nella roccia, parte integrante della trincea.

Le Istituzione pubbliche non sono intervenute se non con modestistissime forniture di materiali. Il lavoro ed i mezzi sono stati assolutamente privati. Ed ancora più notabile è il fatto che non si è creata intorno alla Forra del Lupo una Associazione specifica con responsabili e dinamiche associative, spesso pesanti ed energivore. Sembra che sia stato una sorta di movimento spontaneo, di lunga durata, di convergenza di interesse e di autonoma coordinazione sul fare.

Un meraviglioso esempio di riscoperta e valorizzazione della storia e della cultura locale (ma inserita a pieno titolo nella grande storia europea) operata da persone e gruppi assolutamente di base senza le interferenze (spesso deleterie) e la generosità monetaria (spesso pelosa) delle istituzione pubbliche. Un recupero autonomo ed autodiretto della propria identità.

Ed inoltre, ancora più importante, i visitatori conoscono la storia del recupero della Forra e del ruolo dei volontari; e per questo motivo apprezzano ancor di più la visita e sentono questo luogo proprio, in quanto nato dalla volontà del corpo sociale e non da decisioni degli Uffici. Ciò lo si legge nel libro di visite, posto nel punto più imponente della Forra.

Un modello da diffondere: 10, 100, 1000 Forre del Lupo!!

E le morti stagioni e la presente. Morta, anche lei, a Rovereto

Intimi angoli pastello del centro storico di Rovereto.

“E le morte stagioni, e la presente. E viva, e il suon di lei.” Dice il vecchio Leopardi nella più famosa poesia della letteratura italiana tutta. E mi viene in mente Rovereto, in Trentino.

Le morte stagioni sono quelle che vengono illustrate dai documentari presentati dalla pregevolissima Rassegna del Cinema Archeologico che ogni anno, da 28, si tiene a Rovereto. Per alcuni giorni un’alluvione di documentari da tutto il mondo mostrano il meglio della cinematografia su temi archeologici. E’ fra i primissimi Festival del genere nel mondo e richiama professionisti ed appassionati per 8 ore giornaliere di proiezioni. Si parla dalla più antica preistoria alla prima epoca industriale. Le morte stagioni, appunto.

Poi si esce dalle proiezioni, che hanno luogo nel bellissimo anfiteatro del Museo di Arte Contemporanea di Rovereto e ci si immerge, un pò frastoranti, nella “presente stagione, e viva, e nel suon di lei” del centro di Rovereto.

Il fatto è che codesta stagione presente pare, anche lei, poverina, defunta e sepolta.

Il centro storico di Rovereto è delizioso; un misto di influenze austriache e veneziane, ai cui Stati fu alternativamente sottoposta, che non presenta niente di particolarmente monumentale, ma che è omogeneo, raccolto, romanticamente vetusto, ben tenuto, gradevolmente illuminato durante la notte, silenzioso, ricco di angolini remoti, per lo più, scarsamente frequentato. Vi si passeggia come fuori dal mondo, dimentichi della presente stagione, aspettandoci di incontrare ad ogni angolo il giovane Mozart che qua tenne il suo primo concerto italiano. O il Vescovo Conte in procinto di andare ad eleggere l’Imperatore del Sacro Romano Impero. O Cesare Battisti, preso dalle sue foghe antiaustriache.

Composta festa dello street food nel centro di Rovereto. Tutto molto come si deve.

Il centro storico è un pò più animato nel lato verso il Corso Rosmini, il centro moderno. Vi sono alcuni bar in cui composti gruppi di giovanili Roveretani, compostamente seduti, bevono aperitivi compostamente serviti.

Perchè il problema è proprio questo: Rovereto, cittadina palesemente ricca, borghese, benestante, ampiamente protetta dal welfare diffuso che l’autonomia della Provincia di Trento permette (anche a spese del resto degli italiani), pare che abbia perso di vista la vita. Pochi i passanti e silenziosi; preponderanti le donne, da sole, giovani o giovanili, spesso in bicicletta, curate, eleganti, molto carine ma non appariscenti, che attraversano il centro come ectoplasmi.

L’irrisolta questione dell’identità di questa terra. Indubbiamente italiana, ma con il rimpianto di non essere tedesca.

Negozi dal sapore un pò vecchiotto che propongono merci inessenziali come cappelli vintage, strumenti musicali ottocentesci, ceramiche artigianali un pò kitsch. Un’aria un pò asettica, una luce un pò fredda, rumori un pò diffusi, un’atmosfera un pò distante. Decisa la gente, ma non frettolosa; si affrettano, ma con calma. Anche i numerosi immigrati paiono inamidati, irrigiditi per contatto (a distanza) con la popolazione autoctona. E queste sensazioni si spargono dal centro verso le prossime periferie. Tutto ordinato, ma sembra più per dovere socialmente imposto, che per propria e sovrana decisione.

Sensazioni strane, alternanti fra la comodità di tanta riservatezza e il desiderio di quella vita che non pare frequentare questo luogo. Tanto che mio padre ed alcuni amici suoi, volevano mettere del sapone (ai tempi assolutamente non ecologico) nella fontana in fondo al Corso Rosmini, che con i suoi zampilli l’avrebbe fatto schiumeggiare fino a sommergere l’intero centro portandovi un soffriggere di fantasia.

La ciclovia della Drava

Mio nokia1133
Indicazioni a volte contaddittorie.

Non vi è piacere maggiore per un viaggiatore che esserlo in bicicletta. La sensazione di libertà è infinita, il contatto con il mondo è totale, il piacere del viaggio è moltiplicato. In alcune occasioni questo piacere è ancora più pieno: ciò avviene quando si pedala su vie riservate alle biciclette, eliminando il fastidio ed il pericolo del traffico. Molte ciclovie corrono parrallele a dei fiumi dei quali discendono la valle. Due sono famose: quella della Drava e quella del Danubio.

La Ciclovia della Drava parte solitamente da Dobbiaco, proprio al confine fra Italia ed Austria; siamo già nel versante geografico austriaco e quindi si parte direttamente in discesa.

In teoria si potrebbe incominciare la via da Bressanone, a circa una sessantina di km da Dobbiaco, sul versante dell’Alto Adige, percorrendo una pista ciclabile che va verso il confine. Ma è sconsigliabile in quanto questa pista è pessima. E’ stata mal ricavata da tortuosi percorsi utilizzati dai contadini per andare nei loro campi; non sono nemmeno strade vicinali con raccordi fra di loro eseguiti in modo raffazzonato. Ci sono molte curve bruschissime, dei passaggi difficili, dei punti pericolosi. Il fondo è a volte di pessima qualità e, di tanto in tanto, delle pettate che stroncano le gambe. Inoltre si attraversa una zona nella quale gli abitanti, pur mantenuti a carissimo prezzo dal resto degli italiani, (a causa dell’iniqua legge delle Regioni a statuto speciale), si ritengono austriaci, fanno finta di non parlare italiano e non vi daranno un’indicazione nemmeno morti. Non meritano certo la nostra visita. Meglio lasciarli perdere e cominciare a Dobbiaco entrando rapidamente in Austria, dove sono generalmente più gentili ed i prezzi son migliori. Ed almeno sono austriaci per davvero.

Mio nokia1129
Il folclore un pò stantio degli austriaci vi accompagnerà simpaticamente.

Si incomincerà quindi a pedalare ed in 360 km, seguendo la Drava si arriva a Maribor, in Slovenia. Ci possono volere 4 giorni senza strafare. Cinque se vogliamo prendercela comoda, come una vacanza richiede.

Il tragitto, fluido e ben disegnato, è tutto su piste ciclabili o su strade vicinali con modestissimo traffico. Molto spesso si viaggia sugli argini del fiume. Il fondo è asfaltato o con fondo naturale, ma di ottima qualità. Un viaggio così non è certo da farsi su una bicicletta da corsa, ma una da trek va benissimo, non è affatto necessaria la MTB.

Il percorso di chiama “Drauradweg” dove Drau è la Drava, rad la bicicletta e weg il percorso. La segnaletica abbonda, anche se i cartelli sono un pò piccoli e può succedere di non vederli se non si sta molto attenti. Sarà quindi necessario tornare indietro fino a ritrovare il percorso. A volte sono anche un pò confusi, bisogna farci l’abitudine. I cartelli sono un pò meno frequenti in Slovenia. Ma qui il traffico è modesto anche sulle strade normali e quindi si può anche far a meno della pista ciclabile, almeno per le prime decine di chilometri dopo la frontiera.

Il percosro è molto suggestivo durante la prima cinquantina di km, quando passa fra le montagne, poi diventa un pò monotono. Poche sono le salite, giusto alcune che servono ad evitare dei punti dove il fiume passa incassato fra le due pareti rocciose delle sponde.

La prima parte, quella più spettacolare è anche la più affollata. E’ infatti possibile affittare la bicicletta a Dobbiaco, scendere fino a  Lienz, consegnare la bicicletta e tornare indietro in treno. Purtroppo su questa parte della ciclovia si trovano anche molti pedoni che la percorrono per fare le loro passeggiate, magari con l’orrendo cagnolino al guinzaglio. Può essere quindi molto pericoloso.

Di Emes http://www.gnu.org/ Wikimedia Commons

Grande abbondanza sia di ciclisti che di bar, ristoranti, alberghetti a loro dedicati. Non vi è timore di non trovare dove mangiare, dormire o farsi delle belle birre. Un pò prima di Lienz c’e’ addirittura una piscina dove molti cicloturisti si fermano. Le fontanelle non sono rare lungo il percorso e non è necessario comprare l’acqua nei negozi o nei bar. Tutto ciò è un pò meno vero in Slovenia, dove i ciclisti sono meno e la loro vita un poco più dura, ma non di molto. Prezzi, ovunque, da ciclisti, che, come si sa, son parchi nello spendere.

Si attraversano gradevoli cittadine dove fermarsi oppure no. Tutto nel tipico stile austriaco, un pò stucchevole e demodè; se piace o no, ognuno ha la sua opinione. Bisogna fare attenzione a Lienz che è città importante e turistica; spesso sede di festival estivi. Può essere difficile o caro trovarvi un albergo duranto il massimo della stagione. Può convenire visitarla ed oltrepassarla andando a dormire in uno dei paesi successivi.  Altro luogo “caldo” in termini turistici è Klagenfurt e la sua zona, dove è anche abbastanza facile perdere la pista. Direi di passarci in volata, cercando luoghi più bucolici, come piace fare a noi cicloturisti.

Comunque è una bellissima esperienza, consigliabilissima, nessuna difficoltà.

Passo Coe, Folgaria, Trentino. Disastrato.

Era un luogo incantevole, il Passo Coe, a 1600 metri, a pochi km da Folgaria, Trentino. Un rifugio, una malga, le mucchine a pascolare serene, prati e boschi, come nelle migliori cartoline, eccellenti funghi alla loro stagione. Un vero incanto. Un po’ di storia con un monumento a dei partigiani uccisi dai tedeschi; nelle vicinanze una strada militare austriaca che sovrastava la valle di Terragnolo dalla quale potevano risalire gli italiani e che faceva parte del sistema difensivo del Forte della Martinella e della trincea della Forra del Lupo. C’e’ anche un bel girdino botanico con le piante tipiche della zona.

Mio nokia1523
Spianato il terreno per la pista di fondo e lasciato il terreno nudo. Giugno 2014

Poi è arrivata l’associazione a delinquere ambientale dell’industria dello sci. Hanno fatto una pista di fondo; baracche degradate e degradanti per i noleggi del materiale e per cmprare i biglietti. Hanno aperto ristoranti in stile cittadino che stonano completamente con l’ambiente in cui si trovan. Ha asfaltato grandi superfici per fare parcheggi e li hanno costellati di strisce, chioschi per pagare la sosta, sbarre automatiche, totam per fare aprire le sbarre; roba da periferie urbane, da centri commerciali. I prati sono diventati piste con le bandiere, le recinzioni, i percorsi obbligati segnati dalla rete arancione dei cantieri. Le piste sono fatte al risparmio, non ci seminano nemmeno l’erba sopra e resta a lungo la ferita aperta; d’estate i tracciati squarciano il paesaggio.

Non contenti hanno costruito un lago artificiale: è una faccenda aberrante. Quell’altipiano è fatto di calcare, è quasi carsico. Geologicamente la formazione di laghi od anche di torrenti è impossibile. Ma le piste hanno sempre più bisogno di acqua per produrre la neve artificiale e si è quindi fatto un bacine artificiale. Ed hanno avuto la faccia tosta di venderlo come elemento per l’intrattenimento estivo dei turisti. Quindi non solo distruggono l’ambiente, ma prendone anche per il culo. Il Comune, la provincia, le associazioni degli Albergatori e dei maestri di sci: tutti ugualmente colpevoli.

Mio nokia1524
Il lago alle Coe, tristissimo, incongruo.

Uno scempio totale. Pratiche assolutamente insostenibile. Gli auguro il più doloroso dei fallimenti. Non andateci, vi prego.

Se falliscono, forse, la natura ce la farà.