Valorizzazione turistica popolare: la Forra del Lupo e la Flaminia Militare.

Un tratto della strada romana a Pian di Balestra. Foto di Mongolo1984 via Wikicommons.

Due esempi importanti di iniziative che coniugano tre fattori che sono fondamentali per il turismo del futuro. I fattori sono: coinvolgimento popolare, recupero di beni culturali, promozione turistica di base.

Le due iniziative sono la Forra del Lupo a Serrada (Folgaria, Trentino) e la Flaminia Militare sull’Appennino fra Firenze e Bologna.

Della prima ne ho parlato abbondantemente qui. La storia della seconda dura ormai da 40 anni. Due amici di un paesino dell’Appennino si appassionarono ad un enigma storico: da dove passava la romana via Flaminia che legava Faesulae alla recentemente fondata Bononia (189 A.C.)?. Cerca cerca hanno finito per trovarla, scavarne dei tratti, identificare il percorso fino nel Mugello. Hanno scritto dei libri (scaricabile gratuitamente), fatto dei video, preparato un sito web. Dopo il primo ritrovamento i due, fino ad allora considerati un po’ squinternati, sono stati appoggiati ed aiutati dal loro paese e da quelli vicini. Ormai i due sono molti anziani, ma continuano a combattere per la loro scoperta che, a dir la verità, non è stata riconosciuta da molti archeologi. Sarebbe, sì, una strada romana, ma non esattamente la Flaminia Militare di cui parla Tito Livio. Ma poco importa, quella è certamente una strada romana ed è perfettamente conservata in alcuni tratti.

Grossomodo sullo stesso percorso della strada romana è stata creata la Via degli Dei, il sentiero che va da Bologna a Firenze e che sta avendo molto successo. Per un breve tratto i camminatori della Via degli Dei mettono i loro piedi sul basolato dell’antica via romana. Un grande piacere, un ponte fra viandanti lontani millenni.  La Via degli Dei e la Flaminia Militare (certo più la prima della seconda, ma anche la seconda contribuisce) hanno portato una buona presenza di turisti, camminatori, curiosi, appassionati di archeologia che fanno un po’ girare la stantia economia di quei borghi appenninici votati allo spopolamento invernale. Persone che mangiano, dormono, comprano qualcosa nei negozi.

La stessa cosa succede a Serrada, con la Forra del Lupo. Lì l’economia andava già bene con il turismo invernale e quello estivo. E grazie alle generosissime sovvenzioni della Provincia Autonoma di Trento che sparge sui propri cittadini le risorse sottratte al resto del paese. A tutto ciò si è aggiunto il percorso della Forra, che segue una trincea austriaca della I guerra mondiale e che richiama molte scolaresche, gruppi escursionistici, visitatori, appassionati di storia militare. Vi sono persone che si fermano al ristorante – bar che sta all’inizio del sentiero; altri vanno in piazza, qualcuno dormirà negli alberghi della frazioncina. Il nome di Serrada viene maggiormente diffuso, conosciuto, apprezzato.

Le due iniziative sono accomunate dal fatto che sia la trincea che la strada romana sono state ripescate dall’oblio e rese visibili – percorribili – leggibili da persone locali che si sono autonomamente organizzate e rese operative. E’ assolutamente una valorizzazione del patrimonio locale portato a compimento dagli abitanti del luogo. Più bello di così non si può. Nei paesi della strada romana appenninica le Amministrazioni Comunali si stanno svegliando solo ora, cercando di mettere i lori artigli sull’iniziativa, speculandoci politicamente e finendo per scacciare l’iniziativa popolare di base. I soliti avvoltoi, melliflui ed untuosi.

Nella nebbia dell’Appennino la cava da cui furono tolte le pietre per la strada. Pian di Balestra. Foto di Sandro Baldi via Wikicommons.

Le popolazioni di Serrada o dei paesi della strada romana, sono assolutamente contente della propria iniziativa; ne vanno fiere e vi sono affezionate. Non solo hanno collaborato, fattivamente o affettivamente, allo scavo, alla pulitura, alla manutenzione della trincea e della strada. Ma ne ottengono anche dei vantaggi economici, almeno alcuni di loro. Se non altro di immagine del loro paesino negletto.

Si ha quindi una popolazione che si attiva per riscoprire un bene della propria zona, lo promuove e ne trae dei benefici economici e/o culturali. Un meraviglioso esempio di integrazione a più livelli, compreso quello economico e culturale.

Non manca un lato un po’ oscuro, purtroppo. Il limite delle iniziative culturali popolari è una certa mancanza di spessore e di profondità. Non ci possiamo aspettare che tutti i montanari siano dei raffinati filosofi.

Ad esempio, alla Forra del Lupo esiste una certa deriva sulla spettacolarizzazione della trincea. Non dimentichiamoci che fu fatta per la guerra ed i militari stavano lì per uccidere od essere uccisi. Sembrano quindi fuori luoghi gli spettacoli notturni “Suoni e Luci” che si fanno nelle parti più rocciose della trincea; oppure la figurina del soldato ritagliata nella lamiera di ferro, ad altezza naturale. Mi pare che si voglia banalizzare quella che è stata la seconda più grave sciagura di tutta la storia dell’umanità.

 

 

Lo spettacolo di suoni e luci nella Forra del Lupo. Foto dalla pagina FB dell’Associazione che cura la Forra. https://www.facebook.com/ForraDelLupo/

D’altra parte, sull’Appennino si sono scavate molte centinaia di metri di strada romana, senza avvertire la Sovrintendenza ed usando metodi da sterratori frettolosi. Nessun scavo tecnico, nessuna supervisione scientifica. Roba da manovali. In questo modo si sono certamente perdute delle informazioni preziose che, forse avrebbero potuto anche risolvere il problema della datazione  della strada. Si è inoltre esposta alle intemperie ed ai danni dei vandali un’opera che era rimasta protetta da almeno 1500 anni. La responsabilità del degrado della strada non può non ricadere su chi ha voluto tirarla fuori, spesso innecesariamente (bastava fare qualche saggio per vedere il percorso e metterne in luce pochi metri a fine turistici; ed il resto lasciarlo sottoterra dove stava benissimo). A Serrada anni fa, esattamente con lo stesso schema di intervento popolare è stata ritrovata e scavata una vecchia chiesetta secentesca. Anche il quel caso il recupero e restauro è stato molto “muscoloso”.

Sia a Serrada che alla Forra del Lupo, infine, hanno tagliato alberi come se avessero una cartiera da mandare avanti. In particolar modo alla Forra del Lupo hanno recentemente tagliato, in modo assolutamente irresponsabile ed innecessario una decina di abeti che erano cresciuti intorno alla fortezza austriaca a cui la trincea portava.

Nonostante tali pur pesantissime ombre, le due iniziative rappresentano l’unica via di turismo desiderabile nel futuro: nato da iniziative popolari ed a beneficio di residenti e turisti. Andateci e poi raccontate al Viaggiatore Critico come vi sono sembrati questi due posti.

 

 

 

Il Cammino di Santiago

Lungo è il Cammino. Foto di José Antonio Gil Martínez via Wiki Commons

Il Cammino di Santiago è certamente uno dei maggiori e più incredibili fenomeni turistici degli ultimi 30 anni in Europa. Lo sviluppo, la notorietà e i numeri che questo percorso ha raggiunto non hanno uguali.

La geografia la conosciamo tutti: oltre 750 km che vanno dalla mitica Roncisvalle sulla frontiera francese fino a Santiago de Compostela in Galizia. Tutti su percorso quasi dedicato ed abbondantemente segnalato con la famosa conchiglia del pellegrino. Altri cammini di Santiago si sono aggiunti negli ultimi decenni. La destinazione è sempre la stessa ma la partenza è dal Portogallo, dall’Andalusia, dalla Catalogna o addirittura da remoti paesi europei per arrivare a Roncisvalle.

Anche la storia è conosciuta. Pellegrinaggio famosissimo nel Medioevo era la terza destinazione religiosa dopo Roma e Gerusalemme. Occupata questa dagli arabi, Santiago divenne la seconda, forse la prima come affetto che i pellegrini gli tributavano. Andare a Santiago rappresentò per molti e per secoli l’avventura, il viaggio, la libertà dai vincoli della vita quotidiana. Al di là degli aspetti religiosi il pellegrino medievale ed il turista moderno hanno moltissimi tratti (pregi e difetti inclusi) in comune.

Poi i tempi passarono, ma la forza del Cammino di Santiago non si spense del tutto e bricioli di attività rimasero; alcuni devoti continuarono la tradizione. Partivano dalla frontiera francese ed arrivavano a Santiago, sempre a piedi e con la loro conchiglia fissata sul mantello. Ad ogni comune avevano l’abitudine di farsi mettere un timbro su un libretto. Negli anni ’70 chi fosse arrivato a Santiago con tutti i timbri giusti, aveva il diritto di passare una notte gratuitamente nel Parador di quella città, hotel di gran lusso. Questo per dire quanti pochi fossero i pellegrini che facevano tutto il percorso.

A questo punto San Giacomo (Santiago) deve aver fatto un miracolo. Per l’abilità di qualcuno o forse (più probabilmente) per un fortuito ed irrepetibile insieme di circostanze favorevoli, il Cammino di Santiago è sbocciato ed in 20 anni è diventato il campione assoluto dei percorsi di trekking a livello europeo e direi anche mondiale. Un successo senza precedenti. Tutti lo hanno fatto o lo vogliano fare o lo faranno; anche gente che di camminare non ne mastica molto.

E’ stato ben segnalato e durante tutto il percorso sono sorte centinaia di imprese turistiche che offrono dormire, mangiare e bere ai camminanti. Il giro d’affari è colossale e il Cammino ha ridato fiato a quelle molte zone agricole e povere che attraversa. Il percorso è in realtà del tutto fittizio. Ai tempi i pellegrini vivevano di elemosine e di piccoli lavori; non potevano quindi passare tutti sullo stesso percorso; si disperdevano su ampli territori convergenti verso Santiago, ma ognuno faceva il suo percorso. Oggi, invece la direttrice è unica. E ciò crea forti scompensi fra il paesino attraversato dal Cammino in cui fiorisce l’economia del viandante ed il paesino accanto ormai morente. In altre parole, mentre nel Medioevo si aveva la massima dispersione dei pellegrini, con il capitalismo si ha la massima concentrazione dei turisti. Così anche i capitali investiti si concentrano e i profitti si massimizzano. Potenza del denaro!

Ormai l’aspetto religioso del Cammino è assolutamente marginale; i turisti sembrano molto più interessati a soddisfare la carne che a purificare l’anima. Nonostante ciò, molti degli ostelli che costellano il percorso sono in mano religiose. In alcuni casi sono esercizi economici come tutti, in altri casi vi è ancora uno spirito da antico “ospedale per pellegrini”, ad esempio a Roncisvalle o a Ponferrada, dove ci sono anche dei volontari che cercano di riparare i piedi piagati dei camminanti, con grande spirito di servizio al prossimo; specie se si tratta dei poveri piedini di belle figliole.

Perché, in realtà, nel  fiume di persone che vanno verso Santiago prevalgono i giovani. Il motivo è chiaro: si parte all’avventura, le forze non mancano, i prezzi degli ostelli e del cibo sono molto bassi, si trova facilmente compagnia, cammin facendo. Ogni sera è una festa, si beve molto, non si balla perché fanno male i piedi, ma si intessono relazioni. Insomma una bella passeggiata pagana che ricorda un po’ quello che fu, in tempi passati, il pellegrinaggio alla Vergine del Rocio.

Camminanti e tipi strani. Foto di Jose Luis Cernadas Iglesias via Wiki ommons.

Non ci sono tappe prefissate lungo il Cammino di Santiago. Si parte e ci si ferma dove si vuole, tanto si è sicuri di trovare un ostello ogni pochi chilometri; l’unico inconveniente può consistere nel trovarlo pieno e di dover proseguire fino al seguente o a quello dopo ancora. Può essere un po’ angosciante. Per questo motivo c’e’ una certa tendenza a fermarsi abbastanza presto, nel pomeriggio. I più furbi dormono fuori dell’ostello, nel sacco  a pelo o sotto una tendina, usufruendo (a pagamento) dei servizi dell’ostello ma evitando gli inconvenienti del trovarlo “completo”.

Si trovano soprattutto ostelli con camerate, in cui si dorme nel proprio sacco a pelo. Ma ci sono anche pensioni con camere normali; molto spesso la struttura ha sia la camerata per i giovani e gli sportivi sia le camere per un pubblico più calmo. I prezzi sono sempre modici. I mille locali dove si può mangiare offrono spesso il “piatto del pellegrino” abbondante, nutriente ed economico, anche se non buonissimo. Prevalgono le patate. Ma si trovano anche piatti normali, per la sera.

Ad ogni modo una vacanza lungo il Cammino viene ad essere molto economica e qui sta uno dei segreti del suo successo. Aspetto che altri cammini, come la Via Francigena, non sono riusciti a replicare.

Non essendoci tappe prefissate ognuno è libero di fare i chilometri quotidiani che preferisce. I meno esperti ne faranno una quindicina, i più incalliti vanno anche a 50. Finiscono per formarsi dei gruppi spontanei di persone che hanno la stessa velocità di crociera: ci si conosce all’ostello, ci si ritrova il giorno dopo in cammino, si pranza insieme, si torna a ritrovarsi il giorno dopo ad una sosta, si scambiano impressioni e consigli, si sparla degli altri camminanti, si calcolano quanti diavoli di chilometri mancano alla fine. Ci si sente far parte di una porzione di umanità che si muove concorde verso un obbiettivo; una specie di esodo, di transumanza, di calata dell’orda barbarica. Un fiume di gente sofferente per la stanchezza, ma soddisfatta di far quel che fa. E questi non sono sentimenti frequenti, di questi tempi.

Alcuni fanno tutto il percorso di 750 chilometri; molti altri ne fanno una parte: tre giorni, dieci giorni, quindici giorni di cammino; altri ancora ne fanno un certo pezzo il primo anno; il secondo lo riprendono da dove lo hanno lasciato l’anno precedente e così via fino a concluderlo. Pochissimi fanno l’andata ed il ritorno. Quest’ultimo è molto difficile perchè le indicazioni ci sono solo per l’andata e non per il ritorno.

Tipico ostello in un paese della Galizia. Di strutture così ce ne sono centinaia. Foto di Pacopac via Wiki Commons.

Non c’e’ niente di veramente interessante nel Cammino di Santiago classico. Si scavalla una montagna abbastanza erta, ma non bella, o Cebreiro; la discesa dei Pirenei offre bei paesaggi, fra i fiumi nei quali il giovane Hemingway pescava le trote. Molto altro non c’e’. E’ l’atmosfera che si crea fra i camminanti il vero segreto del successo di questa iniziativa turistica.

Poi si arriva a Santiago ed è tutto finito.

Turismo remoto in Russia

Luoghi meravigliosi. Tutte le foto sono tratte dal sito di Russia Trekking.

In realtà il turismo tocca solo una minuscola parte del mondo. Cioè, quasi tutti i turisti finiscono per visitare un limitato numero di località, affollandole e rendendo la vita impossibile agli abitanti e a loro stessi. Ed invece ci sarebbero mille altri luoghi dove passare delle belle vacanze, secondo i gusti di ognuno.

Ci sono anche dei luoghi nei quali il turismo quasi non esiste non solo perchè sono destinazioni a cui nessuno ha mai pensato, ma anche perché è troppo difficile (e quindi caro ) andarci. Ma dal momento che dei viaggi impossibili fanno molto status sociale, ecco che ci sono delle agenzie che li organizzano. La destinazione più emblematica, in questa categoria, è il Polo Nord. Ma anche l’estremo nord del Canada non scherza in quanto a difficoltà logistiche, a distanze, a estrema lontananza da tutto. Oppure le crociere patagoniche e verso l’Antartide.

Ho trovato una agenzia russa specializzata in questi viaggi dissennati, ma, devo dire, affascinanti. Si chiama Russia Trekking, non ha niente a che vedere con il trekking e propone un catalogo che mi ha lasciato sbalordito. Ho visto anche dei filmati, alla fiera di Rimini di due anni fa che mi hanno riempito di meraviglia.

Vanno in luoghi che la stragrande maggioranza delle persone non sanno nemmeno che esistono, oppure li hanno scoperti giocando a Risiko. La Kamchatka, ad esempio. O l’isola di Wrangler, che sta oltre lo stretto di Bering. Oppure una serie di parchi naturali persi nelle sconfinatezze sconosciute della Siberia.

I grandi elicotteri con cui i turisti e gli assistenti si spostano.

I viaggi che questa agenzia popone partono da Mosca. Con un volo interno si attraversa la Grande Madre Russia arrivando in Siberia o al margine estremo del continente, verso il Giappone. A quel punto si prende un grosso elicottero, noleggiato dalla spedizione, tipo Vietnam o Afganistan, e si fanno dalle due alle tre ore di volo. In certo casi il pilota si discosta dalla rotta più corta per permettere ai turisti di vedere dall’alto dei paesaggi particolarmente spettacolari: delle montagne, dei vulcani, dei laghi. Va da se che il coso di un minuto di volo d questi elicotteri è esorbitante.

Si giunge infine ad un campo base; tutti scendono, si scarica il materiale e si parte. Il gruppo dei turisti è di 6 – 8 persone che hanno a loro disposizione un interprete, un capo gita ed alcuni assistenti. Nei parchi nazionali si aggiungono anche i Guardiaparchi chiamati, chissà perché, “Rangers”. Circa una persona di “equipaggio” per ogni turista. E’ una specie di spedizione come quella di Livingstone in Africa, due secoli fa.

Il mezzo di locomozione può essere il catamarano gonfiabile, se si fa rafting; l’hovercraft se si va sui laghi; il quad se è su terreno solido; la motoslitta se si è d’inverno. Si tratta, ad ogni modo, di mezzi a motore, molto rumorosi, terribilmente “hard” ed invasivi. E ciò nonostante che l’agenzia che organizza queste faccende si chiami, in modo del tutto inopportuno, Russia Trekking. A sera il gruppo si ferma e mentre il personale prepara il campo, i turisti vanno a pescare in quelle acque fuori dal mondo dei bellissimi pesci che vengono arrostiti per cena. Quindi non solo si invade con i mezzi meccanici quella natura fuori dal mondo, ma si uccide quel che si arriva ad uccidere. (Esattamente come succede nel Nord del Canada).  Dopo una settimana si arriva a destinazione, dove si ritrova l’elicottero e si intraprende il viaggio di ritorno.

Tutti i viaggi, o quasi, si svolgono in totale autonomia, trattandosi di luoghi assolutamente disabitati. Pare impossibile, ma ci sono acora molti posti al mondo così totalmente disabitati. Nel sito e sulle brochures viene ripetuto più volte che i primi villaggi si trovano a centinaia di km di distanza. Non ci sono strade, non c’e’ niente; solo la natura come prima che l’uomo venisse a disturbare. La spedizione ha sempre con sè dei telefoni satellitari per le emergenze. Una volta chiamato, l’elicottero arriva prontamente.

I prezzi di questi viaggi si sanno solo su richiesta, ma alla Fiera di Rimini mi tirarono fuori cifre da decine di migliaia di euro a persona, a viaggio. E non potrebbe essere diversamente con una logistica così complicata. Ci si rivolge, evidentemente, ad un pubblica di altissimo livello economico. Mi chiedo perchè non facciano delle versioni “leggere” degli stessi viaggi per captare quelli che non si possono permettere l’elicottero, ma andrebbero anche a piedi. Prenderebbero meno soldi, ma forse vedrebbero più clienti.

I video e le foto che ho visto sono impressionanti. Luoghi e paesaggi di una bellezza straordinaria. Montagne, foreste, fiumi e laghi come i sogni non arrivano ad immaginare. Tutti posti freddi, con quelle caratteristiche atmosfere da grande nord. Fauna a volontà.

Sono viaggi simili a quello che feci in Amazzonia, in contesto climatico ed umano differente. Ma io me lo feci a piedi, non in elicottero e quad. E mi costò niente, a parte, quasi, la vita.

Che dire? Impressioni contrastanti.

Da un lato lo stupore per la bellezza e l’estrema lontananza di quei luoghi. Dall’altro il fastidio per una penetrazione così rumorosa, meccanizzata, invasiva, mortifera. Poi l’aspetto molto upper class a causa dei prezzi altissimi. Ancora, la curiosa similitudine con lo stile dei viaggi di caccia e pesca nel nord del Canada, pur molto più abitato ed organizzato.

Ed infine una speranza: sarà possibile che questi luoghi così remoti possano accogliere un turismo rispettoso della natura a prezzi democratici? Sono pessimista: ancora una volta il grande dilemma del turismo fra diritto alla conoscenza e sfruttamento perverso delle risorse….