La complicata festa dell’Alarde di Hondarribia

L’Alarde de Hondarribia. La sfilata. Foto dal sito della Fondazione che organizza la manifestazione.

Questa è una vicenda tutta spagnola in terra basca ed è anche molto istruttiva di come vanno certe faccende turistiche.

Hondarribia (in basco, mentre in spagnolo sarebbe Fuenterrabia) è una cittadina proprio alla frontiera con la Francia, sull’oceano Atlantico. Nel 1638 la popolazione difese con successo la città dagli attacchi francesi. Da quel momento tutti gli anni, fino ad oggi, in settembre, la popolazione sfila in ricordo dell’evento. Tale sfilata è chiamata Alarde che vorrebbe letteralmente dire rivista militare.  Ci sono stati molti cambiamenti nei secoli; da metà del 1800 si sono formate delle “compagnie” per quartiere o per mestiere, che sfilano l’una dopo l’altra, vestiti alla basca, suonando dei pifferi e/o portando dei fucili. Sono migliaia di persone. In testa una compagnia di “boscaioli” che in realtà è la crema della società cittadina, una specie di massoneria nella quale non si entra che per nascita e reddito. La manifestazione è piuttosto monotona.

Fin qui i fatti. Ora i significati. Come succede a Siena con il Palio, la festa non è solo una festa. In realtà è un complesso rito identitario e federativo della città. E’ una cerimonia interclassista ed intergenerazionale. E’ il patrimonio immateriale della città, l’Alarde rappresenta il fondo dell’anima degli abitanti di quella città. E’ cosa loro, proprio come a Siena. Da un punto di vista politico è evidente che è una forma per smussare le tensioni sociali; tutto ciò che è federativo finisce per diventare un modo di conservare il potere da parte di chi ce l’ha. E non è per caso che la prima compagnia che sfila sia proprio quella della crema della città. Per l’appunto vestiti in un modo molto diverso dagli altri e con degli stranissimi ed enormi cappelli, tipo quelli della guardia reale inglese. Quindi, prima e diversi passano i maggiorenti, dietro il popolo. E che stia buonino; questa pare essere la base politica dell’Alarde.

Poco si sa della festa durante il Franchismo. Certo l’identità assolutamente basca della festa doveva stridere con lo spirito spagnolissimo del regime. Ma la Chiesa, sempre franchista, era massicciamente presente nella cerimonia e la borghesia cittadina, in fondo, trovava nel regime sufficienti vantaggi per dimenticare il nazionalismo basco. Uno dei principali esponenti dell’Alarde prefranchista, un certo generale repubblicano, fu infatti fucilato ed insieme a lui un gran numero di socialisti baschi della città. Tanto che negli anni successivi alla guerra le sfilate furono tristi e sparute, ma si continuarono a fare, anche con la presenza di Franco, in una occasione.

Si capisce, insomma, che l’Alarde non fu affatto un luogo di resistenza al franchismo e di nazionalismo basco. Ma qualcosa di strano successe comunque. E fu un fatto a cui gli studiosi del turismo dettero enorme importanza.

Anche Franco assisteva all’Alarde di Hondarribia, in quei tempi Fuenterrabia.

Ecco cosa avvenne. Verso la sua fine, il regime franchista espresse un’ansia di modernizzazione e di sviluppo di quel paese che aveva condannato alla miseria per tre decenni. In particolare ad Hondarribia fu costruito ed inaugurato dal proprio Generalissimo, un Parador Nacional: un grande albergo di lusso per turisti stranieri. Dalle sue finestre si poteva veder passare la sfilata del Alarde ed il governo locale decise di raddoppiare le parate, facendone una la mattina ed una il pomeriggio, ad usum turisti.

In quegli anni girava nella zona un giovane studioso americano, tale Davydd J. Greenwood, a cui parve che il popolo di Hondarribia fosse molto malcontento per la “turistizzazione” della loro sfilata. Credette anche che non si riuscisse più a trovare le persone per fare la parata e che il Comune avrebbe dovuto pagarle per metterla in piazza. Una tradizione secolare sarebbe stata quindi uccisa dal turismo. Su questa sua intuizione, ci fece un dotto articolo che fu pubblicato. Gli studiosi di turismo vi si gettarono sopra prendendo Hondarribia come esempio dei danni che il turismo può fare al patrimonio culturale di un luogo e lodando l’integrità degli abitanti che preferivano eutanasiare una festa che corromperla con sguardi estranei.

In realtà della teoria dell’americano non vi è traccia nella storia dell’Alarde; gli stessi partecipanti alla festa non ne sanno niente e non si ricordano di niente. Probabilmente fu un abbaglio dello studioso. E ciò è un peccato perché in tempi di rivolta contro l’overturismo, quali quelli che noi viviamo attualmente, un esempio di reazione composta e netta della popolazione contro l’eccesso dei turisti sarebbe stata molto interessante. Un gran bel precedente, sarebbe stato, se solo fosse stato vero. Peccato.

Erano anche gli anni del ritorno prepotente del nazionalismo basco e nel 1975, subito dopo la sfilata si formò una manifestazione politica contro la Spagna, durante la quale la tremenda Guardia Civile uccise un manifestante; tale Jesus Zabala, di 22 anni, che ad ogni Alarde viene a tutt’oggi ricordato.

Ma la parte più interessante della storia arriva ora. Tutte le compagnie che sfilano durante l’Alarde sono maschili; ovviamente, perché ricordano le milizie che difesero la città. Quindi la città, nel giorno della sfilata, si divide in due: quasi tutti gli uomini sfilano, quasi tutte le donne fanno da spettatori. Ogni compagnia ha una sola donna: una cantiniera che sfila all’inizio. Ricorda le donne che davano da bere ai militari, dopo le guardie. Ruolo in certi periodi molto apprezzato, in altri ridotto a rango quasi di prostituta. Vabbè.

Sfilano le donne e le spettatrici si nascondano dietro i teli neri. Foto di Cadenaser.

Dalla fine degli anni ’90, nella scia del femminismo rampante in Spagna, delle donne hanno voluto partecipare alla sfilata. Il Comune e gli abitanti si sono massicciamente opposti. Le donne, allora, han fatto ricorso al tribunale che ha sancito il loro diritto a partecipare alla manifestazione. Si è formata un’ulteriore compagnia, mista di molte donne e pochissimi uomini che fa la sua rivista in ultima posizione, non partecipa ufficialmente e non ha diritto di fare tutta la cerimonia. L’organizzazione della sfilata era a cura del Comune. Dopo che il tribunale ha ingiunto al Comune di ammettere la compagnia mista, il Comune stesso ha preferito disfarsi del compito e passarlo ad una Fondazione che, in quanto soggetto privato, non ha l’obbligo di inserire nel programma completo la compagnia mista. Quando quest’ultima sfila, viene giù il mondo dai fischi e dagli urli degli spettatori, in grande maggioranza, come già detto, donne. Molte portano cartelli negri, danno alla sfilata le spalle, o si coprono i volti con lunghi teli di plastica nera. Le polemiche fioccano, anche a livello nazionale. Una roba da non credere, tanto casino per una festa.

La spiegazione è semplice e ritrova un po’ di quegli elementi che lo studioso americano aveva annusato a fine anni ’60. Gli abitanti, compatti, dicono che l’Alarde è affar loro, che è sempre stato senza donne (salvo la cantiniera), che rappresenta la loro identità e che non saranno delle femministe venute da fuori o un tribunale a dettar legge nella loro tradizione. E si badi bene che le donne di Hondarribia sono le più accanite a non volere la compagnia mista. Al limite gli uomini sembrano più possibilisti.

La vicenda è tipicamente spagnola; intorno alle feste si fa una grande polemica che sfocia nella politica (l’Alarde sarebbe diventato ora un feudo della destra) e finisce per mescolare tutto in un tale casino che nessuno ci capisce più niente.

Ma è anche un grande segno di vitalità della festa, se qualcuno arriva alle mani (è successo) per difenderne una sua visione. Quindi non solo folclore, non solo pattume turistico, ma anche forte sentimento di identità. Una faccenda che va seguita.

 

 

 

Il Cammino di Santiago

Lungo è il Cammino. Foto di José Antonio Gil Martínez via Wiki Commons

Il Cammino di Santiago è certamente uno dei maggiori e più incredibili fenomeni turistici degli ultimi 30 anni in Europa. Lo sviluppo, la notorietà e i numeri che questo percorso ha raggiunto non hanno uguali.

La geografia la conosciamo tutti: oltre 750 km che vanno dalla mitica Roncisvalle sulla frontiera francese fino a Santiago de Compostela in Galizia. Tutti su percorso quasi dedicato ed abbondantemente segnalato con la famosa conchiglia del pellegrino. Altri cammini di Santiago si sono aggiunti negli ultimi decenni. La destinazione è sempre la stessa ma la partenza è dal Portogallo, dall’Andalusia, dalla Catalogna o addirittura da remoti paesi europei per arrivare a Roncisvalle.

Anche la storia è conosciuta. Pellegrinaggio famosissimo nel Medioevo era la terza destinazione religiosa dopo Roma e Gerusalemme. Occupata questa dagli arabi, Santiago divenne la seconda, forse la prima come affetto che i pellegrini gli tributavano. Andare a Santiago rappresentò per molti e per secoli l’avventura, il viaggio, la libertà dai vincoli della vita quotidiana. Al di là degli aspetti religiosi il pellegrino medievale ed il turista moderno hanno moltissimi tratti (pregi e difetti inclusi) in comune.

Poi i tempi passarono, ma la forza del Cammino di Santiago non si spense del tutto e bricioli di attività rimasero; alcuni devoti continuarono la tradizione. Partivano dalla frontiera francese ed arrivavano a Santiago, sempre a piedi e con la loro conchiglia fissata sul mantello. Ad ogni comune avevano l’abitudine di farsi mettere un timbro su un libretto. Negli anni ’70 chi fosse arrivato a Santiago con tutti i timbri giusti, aveva il diritto di passare una notte gratuitamente nel Parador di quella città, hotel di gran lusso. Questo per dire quanti pochi fossero i pellegrini che facevano tutto il percorso.

A questo punto San Giacomo (Santiago) deve aver fatto un miracolo. Per l’abilità di qualcuno o forse (più probabilmente) per un fortuito ed irrepetibile insieme di circostanze favorevoli, il Cammino di Santiago è sbocciato ed in 20 anni è diventato il campione assoluto dei percorsi di trekking a livello europeo e direi anche mondiale. Un successo senza precedenti. Tutti lo hanno fatto o lo vogliano fare o lo faranno; anche gente che di camminare non ne mastica molto.

E’ stato ben segnalato e durante tutto il percorso sono sorte centinaia di imprese turistiche che offrono dormire, mangiare e bere ai camminanti. Il giro d’affari è colossale e il Cammino ha ridato fiato a quelle molte zone agricole e povere che attraversa. Il percorso è in realtà del tutto fittizio. Ai tempi i pellegrini vivevano di elemosine e di piccoli lavori; non potevano quindi passare tutti sullo stesso percorso; si disperdevano su ampli territori convergenti verso Santiago, ma ognuno faceva il suo percorso. Oggi, invece la direttrice è unica. E ciò crea forti scompensi fra il paesino attraversato dal Cammino in cui fiorisce l’economia del viandante ed il paesino accanto ormai morente. In altre parole, mentre nel Medioevo si aveva la massima dispersione dei pellegrini, con il capitalismo si ha la massima concentrazione dei turisti. Così anche i capitali investiti si concentrano e i profitti si massimizzano. Potenza del denaro!

Ormai l’aspetto religioso del Cammino è assolutamente marginale; i turisti sembrano molto più interessati a soddisfare la carne che a purificare l’anima. Nonostante ciò, molti degli ostelli che costellano il percorso sono in mano religiose. In alcuni casi sono esercizi economici come tutti, in altri casi vi è ancora uno spirito da antico “ospedale per pellegrini”, ad esempio a Roncisvalle o a Ponferrada, dove ci sono anche dei volontari che cercano di riparare i piedi piagati dei camminanti, con grande spirito di servizio al prossimo; specie se si tratta dei poveri piedini di belle figliole.

Perché, in realtà, nel  fiume di persone che vanno verso Santiago prevalgono i giovani. Il motivo è chiaro: si parte all’avventura, le forze non mancano, i prezzi degli ostelli e del cibo sono molto bassi, si trova facilmente compagnia, cammin facendo. Ogni sera è una festa, si beve molto, non si balla perché fanno male i piedi, ma si intessono relazioni. Insomma una bella passeggiata pagana che ricorda un po’ quello che fu, in tempi passati, il pellegrinaggio alla Vergine del Rocio.

Camminanti e tipi strani. Foto di Jose Luis Cernadas Iglesias via Wiki ommons.

Non ci sono tappe prefissate lungo il Cammino di Santiago. Si parte e ci si ferma dove si vuole, tanto si è sicuri di trovare un ostello ogni pochi chilometri; l’unico inconveniente può consistere nel trovarlo pieno e di dover proseguire fino al seguente o a quello dopo ancora. Può essere un po’ angosciante. Per questo motivo c’e’ una certa tendenza a fermarsi abbastanza presto, nel pomeriggio. I più furbi dormono fuori dell’ostello, nel sacco  a pelo o sotto una tendina, usufruendo (a pagamento) dei servizi dell’ostello ma evitando gli inconvenienti del trovarlo “completo”.

Si trovano soprattutto ostelli con camerate, in cui si dorme nel proprio sacco a pelo. Ma ci sono anche pensioni con camere normali; molto spesso la struttura ha sia la camerata per i giovani e gli sportivi sia le camere per un pubblico più calmo. I prezzi sono sempre modici. I mille locali dove si può mangiare offrono spesso il “piatto del pellegrino” abbondante, nutriente ed economico, anche se non buonissimo. Prevalgono le patate. Ma si trovano anche piatti normali, per la sera.

Ad ogni modo una vacanza lungo il Cammino viene ad essere molto economica e qui sta uno dei segreti del suo successo. Aspetto che altri cammini, come la Via Francigena, non sono riusciti a replicare.

Non essendoci tappe prefissate ognuno è libero di fare i chilometri quotidiani che preferisce. I meno esperti ne faranno una quindicina, i più incalliti vanno anche a 50. Finiscono per formarsi dei gruppi spontanei di persone che hanno la stessa velocità di crociera: ci si conosce all’ostello, ci si ritrova il giorno dopo in cammino, si pranza insieme, si torna a ritrovarsi il giorno dopo ad una sosta, si scambiano impressioni e consigli, si sparla degli altri camminanti, si calcolano quanti diavoli di chilometri mancano alla fine. Ci si sente far parte di una porzione di umanità che si muove concorde verso un obbiettivo; una specie di esodo, di transumanza, di calata dell’orda barbarica. Un fiume di gente sofferente per la stanchezza, ma soddisfatta di far quel che fa. E questi non sono sentimenti frequenti, di questi tempi.

Alcuni fanno tutto il percorso di 750 chilometri; molti altri ne fanno una parte: tre giorni, dieci giorni, quindici giorni di cammino; altri ancora ne fanno un certo pezzo il primo anno; il secondo lo riprendono da dove lo hanno lasciato l’anno precedente e così via fino a concluderlo. Pochissimi fanno l’andata ed il ritorno. Quest’ultimo è molto difficile perchè le indicazioni ci sono solo per l’andata e non per il ritorno.

Tipico ostello in un paese della Galizia. Di strutture così ce ne sono centinaia. Foto di Pacopac via Wiki Commons.

Non c’e’ niente di veramente interessante nel Cammino di Santiago classico. Si scavalla una montagna abbastanza erta, ma non bella, o Cebreiro; la discesa dei Pirenei offre bei paesaggi, fra i fiumi nei quali il giovane Hemingway pescava le trote. Molto altro non c’e’. E’ l’atmosfera che si crea fra i camminanti il vero segreto del successo di questa iniziativa turistica.

Poi si arriva a Santiago ed è tutto finito.

Lo strano caso dei trasporti in Spagna

Il deserto alle partenze dell’aeroporto di Girona. Foto de El pais.

La Spagna è sempre fonte di molte meraviglie per il Viaggiatore Critico. Vede un sacco di cose e non ne capisce molte. Altre preferirebbe non vederle e non capirle. Il mondo dei trasporti spagnolo offre una quantità di spunti di riflessioni che accompagnano i suoi viaggi in quelle terre.

Paese grande e relativamente poco popolato (la densità della sua popolazione è inferiore alla metà di quella italiana) i trasporti sono sempre stati un problema: molti chilometri da fare e poca gente da spostare e a cui far pagare i biglietti. Durante il franchismo le strade erano in uno stato terribile e viaggiare in treno un’epopea. Sono famosi i racconti dei viaggi che i toreri facevano, in macchina, di notte, per passare da una plaza de toros all’altra; dove il viaggio era quasi più pericoloso della corrida. Ricordo code infinite alla stazione dei treni di Barcellona in cui si era costretti a raccomandarsi agli altri viaggiatori per poter saltare la fila e non  perdere il treno, dopo ore di attesa.

Nel frattempo tutto è cambiato, ma le stranezze restano.

Le infrastrutture del trasporto, dalla fatiscenza franchista si sono trasformate in faraoniche, capillari, ovunque nuovissime. Le stazione dei treni rivaleggiano con quelle dei bus per dimensioni ed efficienza. I treni sono avveniristici. Sembra di essere in Scandinavia: tutto nuovo, pulito, ordinato, spazioso e luminoso. Ma, ahimè, tragicamente vuoto.

L’aeroporto di Girona, lo scalo di Ryanair per Barcellona e la Costa Brava, ha pochissimi voli al giorno: in inverno anche solo tre, al massimo una decina. Eppure è un bellissimo e grande aeroporto. La stazione dei bus della stessa città accoglierebbe una trentina di bus in contemporanea, ma ve ne sono solo un paio in attesa di pochi viaggiatori. Dalla supermoderna stazione ferroviaria di Vigo-Urzaiz partono una decina di treni al giorno. La stazione dei bus della Coruna è così grande e vuota che si ha paura ad attraversarla. E non sono casi cercati con attenzione; sono quelli che mi sono capitati sotto gli occhi per caso.

Poi c’e’ la ridondanza. Dal Puerto di Santa Maria si può andare a Cadice, che sta lì di fronte, si vede bene, dall’altra parte della baia, usando il treno o il bus o il battello normale o il battellino storico. Ognuno con numerose corse al giorno (salvo il battellino storico che ne fa solo due). Altrove. sugli stessi percorsi ci sono sia i bus che i treni. Spesso due tipi di autostrade corrono quasi affiancate: una libera e l’altra a pagamento.

Vuoto anche la stazione dei bus della Coruna.

Insomma, sembra che si sia investito somme colossali per fare una rete infrastrutturale moderna, grandiosa e ridondante. Gli spazi costruiti paiono assolutamente incongrui con i pochi passeggeri accolti. Meglio per loro, certo, ma ci si sente spaesati in mezzo a tanto spazio vuoto, da percorrere con la tua valigina. La domanda è la seguente: chi ha pagato tutto ciò? Molto spesso l’Europa. Chi manterrà tutto ciò? Chi lo sa? Pulizie, manutenzioni, illuminazione, riscaldamento. Ora è tutto nuovo. Ma fra qualche anno cadrà tutto a pezzi per mancanza dei fondi per la manutenzione? E tante spese sono state fatte perché utili o per mantenere attiva l’enorme mole della corruzione che i molti scandali recenti hanno messo in luce nel sistema politico spagnolo?

Perché poi i trasporti mica funzionano tanto bene, nonostante le infrastrutture avveniristiche. Le corse dei treni e degli autobus sono poche, durante la giornata; le fermate dei treni sono molte e lunghe, allungando i tempi di percorrenza in modo abnorme. I giri che fanno i bus provinciali diventano esasperanti. Son perfino tornato a vedere dei treni che fanno manovra, accoppiandosi; cosa che in Italia non vedo da trent’anni.

Poi ci son le cose che sarebbe meglio non vedere.

Gli italiani sono profondamente convinti che gli spagnoli siano un popolo di allegri casinisti, giocosi e strampalati. Credono che siano tutti degli Almodovar. Non è così.

La società spagnola è profondamente autoritaria e conservatrice. Nei trasporti lo vedi bene: vigono regole strette, arbitrarie, eccessive, autoritarie. L’accesso ai binari è permesso solo poco prima della partenza del treno; i passeggeri si incolonnano in fila, in piedi, aspettando che venga  aperto il varco. Se per caso sei passato con la scusa di prendere un altro treno, ti rispediscono nella hall in malo modo. In tutte le stazioni c’e’ lo scan dei bagagli con almeno due tipi della Guardia Civil, quasi sempre molto scortesi. Il controllore si aggira in compagnia di due guardiani armati di sfollagente, anche in situazioni dove il passeggero più giovane ha i capelli bianchi. Sui treni i posti sono solitamente numerati, anche sulle brevi tratte. I passeggeri rispettano il posto assegnato, fino al ridicolo: quando il treno è semivuoto ti viene da sederti dove capita. Se arriva il proprietario di quel posto ti pianta una grana che non finisce più. Alle immancabili file alle biglietterie il passeggero non si avvicina allo sportello che si è liberato, ma aspetta di essere chiamato. Ma, in cambio, passeggero e bigliettaio si prolungano in conversazioni infinite ed assolutamente superflue a danno di chi aspetta; in piedi, perché non ci sono i numerini. Anche all’aeroporto di Melilla ti fanno aspettare nella hall ed hai accesso al gate solo poco prima che questo apra. Molto spesso devi farti tutto il lungo percorso obbligato fra quelle odiose strisce mobili, anche nel caso che non ci sia nessuno.

Insomma, tutte quelle piccole cose che denotano rigidità, esercizio arbitrario di un piccolo potere, mancanza di rispetto per gli altri, autoritarismo, scarso “saper vivere”. Si badi bene: non si tratta di regole utili a qualcosa. Si tratta semplicemente di soprusi di alcuni su tutti gli altri; di volontà di dominazione.  Resti duri a morire della tragica storia coloniale degli spagnoli e della ancora fresca dittatura franchista.

Molluschi comprati e mangiati al mercato di Pontevedra

Il bel mercato del pesce della Coruna.

Il Viaggiatore critico è molto felice di far sapere ai suoi pochi lettori della eccellente abitudine che ha trovato al mercato di Pontevedra, in Galizia, all’estremità nord-occidentale della Spagna. Coste aspre protese verso il freddo e burrascoso Atlantico. Terre di gente forte, poco comunicativa, molto di destra, non particolarmente conosciuta per la profondità del loro pensiero. Ma questa volta l’hanno indovinata in pieno.

Grandi pescatori, i Galiziani ed in pieno Oceano; infinite storie di lotta con il mare, spesso finita in tragedie. Un tratto del litorale galiziano è conosciuto con il nome di “Costa della morte”. Ma mare pescosissimo e ricco di eccellenti pesci, molluschi, gasteropodi, crostacei. In grande quantità e varietà e di eccellente qualità. Il piatto re della gastronomia locale è il famoso “polpo alla gallega”.

Non stupisce, quindi, che nelle città si trovino dei mercati del pesce affascinanti, ricchi, invitanti, animati. Molti venditori ed acquirenti esperti. Mercati veri, non inquinati dalla presenza di merce e cibo da turistame. In particolare quello di Pontevedra, caratteristica cittadina di gradevole visita.

Il mercato è in un forte edificio della tipica pietra bionda che i galiziani squadrano in blocchi megalitici ed usano senza risparmio. Bei banchi: nuovi, funzionali, puliti. Molta merce, ben esposta, senza sovrabbondare in ghiaccio, come da noi. Venditori abbastanza specializzati nel senso che ognuno ha il suo tipo di pesce e che ogni banco è diverso dagli altri: non è che tutti offrono tutto, a vantaggio della qualità, direi.

Ma il bello viene ora: il turista accorto seguirà questa bell’abitudine dei locali. Comprerà i molluschi, i granchi, i pesci che vorrà, scegliendoli con accuratezza fra i diversi banchi. Per quanto molto più riservati degli altri spagnoli, i venditori non si lasceranno sfuggire l’occasione di far quattro chiacchere con il forestiero e si prodigheranno in consigli culinari. Ed ho anche avuto l’impressione che non cercheranno per forza di appiopparvi la fregatura. Una volta fatta la vostra bella spesina, come se foste al mercato rionale di casa vostra, salirete le scale del mercato ed al secondo piano troverete due dei tipici bar spagnoli. Consegnerete la vostra bustina al barista che, nel giro di qualche minuto che voi occuperete a bere birra ed a mangiare las tapas offerte, cucinerà i vostri acquisti al vapore, bolliti o alla piastra. Arriveranno in tavola e voi li divorerete contenti come Pasque. Se avete problemi su come affrontare certi molluschi sconosciuti o i grossi granchi, il barista vi aiuterà volentieri.

Il mercato del pesce di Pontevedra.

Si tratta naturalmente di cotture molto semplici e ciò per due motivi: per prima cosa perché è un cocedero e non un ristorante: un luogo di cottura, non di preparazione. Per seconda cosa perché gli spagnoli amano mangiare i molluschi ed i crostacei bolliti e freddi: è loro costume. A volte, nei bar, gli apprezzatissimi gamberetti sono serviti  in ciotole d’acqua con i ghiaccioli dentro.

A noi fa un po’ effetto, ma bisogna riconoscere che con la semplice bollitura il sapore naturale dell’animale viene apprezzato nella sua essenza, privo di aggiunte. Mangiare diversi tipi di molluschi e crostacei diventa quindi una vera e propria degustazione di cose spesso introvabili da noi. Ho mangiato dei percebres fino a quel momento del tutto sconosciuti per me; delle deliziose cozze al vapore, carnose e saporite, dei cannolicchi che mi fanno impazzire, sia lessati che alla piastra, dei gamberetti. Ed avrei voluto continuare se non fosse per il colesterolo che non mi abbandona. Il tutto innaffiato dalla birra alla spina spagnola che scende come nettare nel gargarozzo. Nei tavoli accanto mangiavano enormi granchi tipo granseole o centollas. Molto richiesti i gamberetti locali, di colore bruno, da vivi e crudi; poi rossi come gli altri, da cotti. Non ho provato o visto provare pesci alla piastra, ma credo che sia possibile farli fare.

Il costo della cottura è poco più che simbolico, al barista interessano le consumazioni alcoliche. Il costo dei molluschi è invece tutt’altro che modesto. I percebres vanno spesso oltre i 50 € per un kg, nel quale non c’e’ poi molto da mangiare. Carissimi anche i gamberetti locali o le vongole che non vanno al di sotto dei 20 €, per le varietà migliori. A prezzi bassi, invece, le cozze.

Un vero piacere.

Cannolicchi al vapore.

Che avevo provato solo altre due volte. Una al Puerto de Santa Maria, in Andalusia, vicino Cadice, dove c’e un venditore di roba di mare da cui compri le fagottate di roba che vuoi e poi te le fai friggere direttamente lì; il notissimo Romerijo. Ma si tratta dello stesso negozio, non c’e’ il piacere dello scegliere fra merce di diversi venditori; finisce per diventare un ristorante qualsiasi. Ed anche ad Essaouira, in Marocco, dove al porto si comprano i pesci dai pescatori che arrivano e ci si fanno abbrustolire sui carboni da dei grigliatori appostati nelle vicinanze. Eccellenti, ma manca la birra.

 

 

 

 

 

 

Per la prossima volta

Avete passato o state per passare, ancora una volta, delle vacanze esecrabili? Vi spennano in cambio di servizi da centro di accoglienza immigrati? Non vedete nulla perchè sempre immersi in una folla sudata ed appiccicosa? E’ perchè non seguite il Viaggiatore Critico.

Ecco delle idee per la prossima volta che volete partire.

Case tradizionali in Bulgaria.

Costi bassi, Europa, auto propria. I Balcani. Sono la nuova frontiera del turismo europeo. Ci si sta benissimo, si mangia bene, si spende poco, la gente è molto gentile ed accogliente. I luoghi sono poco frequentati dal turismo sborrone ed il livello di sicurezza personale è molto alta (contrariamente a quello che pensano gli italiani). Gli inconvenienti sono la mancanza di lingue in comune e le non molte cose da vedere. E’ soprattutto un tursmo di sensazioni, di atmosfere. Quel che salta principalmente agli occhi è l’aria di passato, anche del nostro passato: scorre sotto gli occhi del visitatore una vita modesta, ma piena di speranze e di voglia di viverla, con semplicità. Una specie di Italia degli anni ’70, se non addirittura ’60, nei luoghi più poveri.

Il miglior modello di turismo consiste nell’andare con la propria auto (passando da Trieste o attraversando l’Adriatico, verso l’Albania o la Grecia) e girare senza meta, annusando l’aria e dando un’occhiata alla guida. Solo un’occhiata, senza impegno. Le spiagge dell’Albania meritano molto, soprattutto  a nord di Saranda. E in Albania si sta tranquillissimi, perchè tutti i loro delinquenti sono in Italia. In Macedonia piaceranno molti i laghi di Ochrid e di Prespa; la regione fra i due è montuosa e gradevole. Una puntatina nel nord della Grecia ci sta sempre bene. La Bulgaria offre molto ed è particolarmente accogliente. La vita notturna di Sofia merita qualche giorno; poi si può andare sul Mar Nero, anche se non è un granchè. Poco lontano c’e’ la grande Romania. Da non dimenticare un giro nelle campagne ungherese, frequentando le loro piccole terme, (qui una lista più o meno completa).  Insomma un viaggio che può essere lungo, vario, divertente, interessante. Soprattutto nuovo.

Dalla finestra di camera, a Pellestrina.

In Italia, stanziali. Pellestrina è il luogo giusto. Soggiornate in un paesino dimenticato da Dio, sulla laguna di Venezia. Da lì potete andare con i vaporetti a Venezia, a Chioggia, al mare del Lido. Ma vedrete che starete così bene, in paese, che non avrete voglia di allontanervene e ci passerete delle belle giornate fra la spiaggia (bruttina), il bar ed il ristorante a mangiar spaghetti alle arselle. Poi potete trasferirvi, in pochi chilometri,  nel Delta del Po, a vedere quel mondo strano, fatto più d’acqua che di terra.  Magari è meglio non andarci d’agosto, per il caldo, l’umidità e le zanzare, temibili. Prezzi contenuti nel Delta, abbastanza alti a Pellestrina; esosi i vaporetti veneziani.

Caraibi. State lontani dalla Cuba insignificante, da Santo Domingo trasformato in bordello a cielo aperto, da Saint Martin affollato, dalle isole anglofone iperturistiche,  dai resort lussuosi e carissimi, dalle stressatissime grandi isole francesi o dalle tremende crociere. Andate invece in un’isola-gioiello dove regna la calma e la serenità. Spiagge molto belle, ricettività familiare, interni agricoli e bucolici, bassissima affluenza. E’ l’isola di Marie Galante; è francese e quindi è come stare in Europa. Ma attenti al problema delle alghe, i famosi sargassi. A volte ne arrivano tonnellate, a riva; marciscono e puzzano rendendo impossibile la vita. Informatevi bene prima di partire. Oppure, la molto basica isola di Barbuda dove la vita del turista è difficile ma le spiaggie sono di commovente bellezza. Prezzi altini, in tutti i casi: più a Barbuda che a Marie Galante.

 

Immensità patagoniche

Patagonia, per sempre. Questo è un viaggione: difficile, lungo, caro, scomodo. Ma vedrete i luoghi più belli del mondo. Paesaggi incredibili, distanze immense, orizzonti infiniti. Deserti, ghiacciai, foreste nebbiose, torrenti impetuosi, mari gelidi. Viaggerete per giorni e giorni su brutte strade, mangerete gli agnelli cotti al riverbero dei falò, conoscerete le incredibili storie della fine del mondo. Chi non ci è stato non può immaginare; chi ci è stato torna con un’altra luce negli occhi. E’ un luogo che non si dimentica; si può finire per odiarlo, ma non ti lascerà più. Non è certo come una vacanza a Gatteo a mare. Ci vogliono dei bei soldi ed almeno tre settimane. Si può discendere la Carrettera Austral cilena o la mitica Ruta 40 argentina. Bisogna comunque arrivare ad Ushuaia. Le grandi attrazioni sono il ghiacciaio del Perito Moreno, la penisola di Valdez con le balene, il Parco delle Torri del Paine. Ma tutto il resto è ancora più interessante. Da programmare per bene, evitando i tour organizzati, cari ed insoddisfacenti. Evitare anche le crociere patagoniche; sono un pò delle truffette. Il meglio è andare in 5 o 6 ed affittare un pulmino robusto, dove, all’occorrenza, ci si possa arrangiare per dormire. E’ il viaggio della vita, obbligatoriamente durante il nostro inverno.

La Plaza de toros di melilla è facilmente visitabile.

Originale, dove non va nessuno. Melilla, enclave spagnola in Marocco. Vi è una bella spiaggia, la città è molto carina e vivibile, si mangia dell’eccellente pesce e, se si vuole, anche la cucina araba. Se ne può uscire per fare un giro in Marocco, magari a Fez, la cui Medina ritengo essere l’unico luogo interessante di quel paese. Zero turisti, si vive una città multiculturale, multietnica e piena di storie curiose. E’ stata anche sede del Tercio, la Legione Straniera della Spagna: fascistissimi, ma un pezzo di storia. Interessante osservare gli intensi traffici che si svolgono alla frontiera fra la città e il Marocco. Essenziale parlare lo spagnolo, per scambiare con la gente. Una vacanza balneo-antropologica. Ve ne potrete vantare con gli amici, che non sapranno nemmeno dove si trova questa città. Ci si arriva molto comodamente con Ryanair fino a Nador; da quest’aereoporto in 10 minuti di taxi si arriva a Melilla.

A praia da piscina; la spiaggia della piscina a Sao Tomè.

L’Africa possibile. E’ molto complicato andare in Africa; eppure qualche volta nella vita va fatto. E’ pur sempre il continente dove l’umanità è nata. Naturalmente non parlo di Malindi, colonia di italiani o della Namibia dei banali tours organizzati. Propongo una meta pochissimo conosciuta dagli italiani. Un luogo piccolo, raccolto, facile da girare, del tutto sicuro. Le belle isole di Sao Tomè e Principe, dove si trovano delle spiaggie, delle foreste densissime, dei bei panorami, una bella architettura coloniale, una storia intensa. E dove la vita pulsa, come quasi ovunque in Africa. Ci sono buoni alberghi, con delle belle piscine. Una decina di giorni in giro per Sao Tomè sarà una vacanza molto piacevole ed interessante. Ed anche innovativa. Il costo non è bassissimo, soprattutto a causa dell’aereo; obbligatorio passare da Lisbona. Sempre da Lisbona si deve passare per andare in Guinea Bissau. Un viaggio complesso, da professionisti, ma di infinito interesse.

Buon viaggio, questa volta.

Il turista e la corrida

Stupendo animale. Foto di George M. Groutas via Wikicommons

Tema di infinita complessità dove si incrociano e spesso si scontrano argomenti diversissimi. Talmente complesso che la ragione si perde e la polemica degenera regolarmente negli insulti. Questa è la corrida; ancor più complesso, il tema quando ad assistervi sono dei turisti, che, per definizione, non capiscono niente della faccenda.

A volte la Spagna, normalmente ritenuto il paese più simile all’Italia (credo a torto), mostra aspetti di difficile comprensione.

Cominciamo col dire che la corrida è certamente uno spettacolo barbaro ed incivile che non ha niente a che vedere con questo secolo. E gli spagnoli mostrano di essere barbari ed incivili; come in quella festa paesana durante la quale buttano una capra viva dal campanile (ora è di panno, ma solo da pochissimi anni).

Ma dobbiamo anche aggiungere che la corrida è lo spettacolo più spettacolo che esista. Lo sviluppo di tutti gli altri spettacoli è abbastanza prevedibile: non si sa quale squadra o auto vincerà, non si sa se quel cantante o attore darà il meglio di se o zoppicherà un pò; è vero. Ma gli spettatori sanno più o meno come andrà a finire la cosa. Nella corrida no: l’incontro fra quel toro e quel torero, proprio quel giorno, può essere sia una cialtronata inguardabile, sia una sublime danza di morte. Fino a che lo spettacolo non prende luogo, non sarà possibile fare alcuna previsione. E ciò provoca negli spettatori una acutissima attesa ed una tensione quasi insopportabile.

Perchè qua, unico caso nel mondo, si parla di morte dell’attore-uomo. E se ciò succede di raro, nessuno può escludere che potrebbe succedere proprio quel pomeriggio. Pochi sanno che le morti sono rarissime, ma che gli incidenti sono frequenti. Poche corride finiscono senza che uno dei partecipanti non ne esca danneggiato.

E comunque muore l’attore-toro: una bestia enorme, bella, possente, intorno ai 600 kg di peso. La cosa è seria; non si tratta delle vili lotte dei galli o dei cani.

Le corride sono un enorme macchina economica: 15.000 eventi, 10.000 lavoratori, 70.000 tori, 3,5 miliardi di euro; ogni anno. In questo mare magnum ogni pratica sordida, scorretta e contraria all’etica viene praticata. Ma gli spettacoli taurini vanno avanti, nel Mediterraneo, da almeno tre millenni, come si vede nei dipinti di Creta.

Il centro della corrida non è la morte. Quel che il pubblico vuol vedere è l’incontro fra un uomo rude ed una bestia feroce che si uniscono in una danza; fatti una sola cosa, durante 10 minuti. La magia di quello spettacolo sta tutto lì. Quando riesce è sublime. Riesce molto di rado. La ragione e la forza che si amalgamano con grazia e temperanza.

Gli spagnoli si stanno accapigliando da decenni sulla liceità o meno di continuare ad uccidere i tori in quel modo. E’ diventata anche una questione politica: in Catalogna e alla Canarie le corride sono proibite. Si affrontano con violenza animalisti che difendono il toro dalla tortura e appassionati che difendono il valore antropologico e sociale di una tradizione antichissima. Non si metteranno mai d’accordo, lasciamoli fare.

Concentriamoci sul turista: deve andare o no alla corrida?

Resterà certamente intristito dalla crudele sorte dei poveri animali (6 per ogni corrida); farà il tifo per loro. Se è alla prima corrida non capirà la successione delle tre fasi nelle quali è suddivisa e non riconoscerà i tre toreri dal resto delle squadre. Non capirà il significato degli squilli di tromba, della eventuale musica, del vociferare del pubblico, dello sbandierare i fazzoletti dei diversi colori. Tremerà al momento in cui il pugnale darà il colpo di grazia tagliando il midollo spinale nel collo dell’animale. Prima si sarà commosso alla vista dei fiotti di sangue che escono dalla nera pelliccia. Non avrà capito il perchè dei passi e dei gesti del torero. Avrà comunque assistito ad uno spettacolo di grande antichità e pregnanza culturale e se non sarà del tutto ottuso, avrà colto con rispetto questo lato della vicenda alla quale ha assistito.

Ma se ha avuto la rara fortuna di assistere ad una buona corrida sarà stato rapito dal duetto che i due attori hanno inscenato per lui. Perchè quella magia la si sente, non c’e’ bisogno di capirla.

Ma è probabile che non abbia avuto quella rara sorte e quindi sarà solo colpito dalla barbarie di quel gioco. Quindi direi che è meglio che non ci vada e che ci risparmi i suoi commenti saputi da turista ignaro di tutto. Potrebbe, invece, leggere questo libro e solo successivamente esaminare la possibilità di entrare in una plaza de toros.

Il turismo va a morire?

Crociere? Barbarie!

In mezzo alle eclatanti statistiche che vedono il turismo aumentare ovunque per numero di turisti, per notti passate in viaggio, per volumi economici, per destinazioni ormai entrate nel mercato, per tipi di tursmo disponibili; ebbene, in mezzo a tutto questo, vi sono delle crepe che si stanno aprendo ed ingrandendo. Il turismo, da benedizione economica sta diventando una piaga da combattere. Da risolutore dei problemi di sopravvivenza di luoghi negletti sta diventando una grana in più con la quale i governi non sanno come giostrare. La popolazione delle città turistiche si sta rivoltando.

Il turismo ha rotto le palle.

I primi a cominciare furono gli abitanti di un villaggio basco la cui festa annuale, particolarmente folcloristica, attirava talmente tanti visitatori che il Governo decise di modificarla per permettere ad ancor più visitatori di assistervi. Gli abitanti di quel paese, da buoni baschi coriacei, parvero decidere di disinteressarsene (anche se poi hanno ricominciato ad parteciparvi come non mai).

Poi son venuti gli abitanti della Barceloneta, la spiaggia di Barcellona, esasperati dalle frotte di turisti. Hanno fatto manifestazioni, blocchi stradali, assemblee contro questa invasione. E’ andata bene che si siano comportati gentilmente nei confronti dei turisti stessi, certo incolpevoli.  Poi la faccenda dei tornelli a Venezia. Da molti anni c’e’ il numero chiuso (ed a carissimo prezzo) di un paese intero: il Bhutan.Le mamme del quartiere di Santa Croce, a Firenze, hanno chiesto l’intervento dei vigili urbani per permettere ai loro bambini di uscire da scuola: il flusso dei turisti sul marciapiede era così intenso e continuo da impedir loro di mettere il naso fuori dal portone.

D’altro canto le città sono travolte dagli affitti turistici nei centri storici; i costi degli affitti aumentano e gli abitanti “veri” devono andarsene. Quei centri diventano dei grandi “alberghi diffusi” trasformandosi da città reali a parchi tematici. Firenze ne è un esempio. Gli elettori spariscono, i politici si preoccupano.

Molte isole tropicali, ormai debordate dall’invasione dei turisti in ciabatte, parlano di numero chiuso. (Ma allo stesso tempo, altre, come le Galapagos, che sono a numero chiuso cercano di eliminarlo per aumentare l’afflusso economico.)

Così son ridotti i moli a Creta, non ci si passa.

Anni fa si ragionava sul  concetto di “Capacità di carica” ovverosia del numero massimo di turisti che una località può sopportare prima di soccombere, dal punto di vista ambientale e del sovraccarico dei servizi. Concetto lodevole, ma chi la ferma la logica del profitto? Qualche accademico con delle formulette?

Perchè bisogna riconoscere che il turismo non è un’attività sostenibile. E’ un cancro che distrugge tutto ciò che tocca. Il trasporto aereo di miliardi di turisti; l’economia distorta che il turismo provoca; l’inevitabile stagionalità con la sottocupazione dei lavoratori, degli immobili, dei servizi, durante i periodo morti; la prostituzione in favore dei turisti e delle turiste; il degrado culturale delle popolazioni investite da tanta gente estranea.

L’assoluta ingiustizia nella ripartizione dei benefici economici del turismo. A Firenze, sulle Dolomiti, nelle isole dei Caraibi, i turisti ci vanno a vedere i musei, i paesaggi, a fare il bagno. Il Rinascimento, le montagne, il mare sono beni comuni. Eppure sul turismo ci guadagnano solo i proprietari degli alberghi, dei ristoranti, dei negozi, dei trasporti. La gente normale al massimo lavora negli esercizi commerciali e si sa bene che gli stipendi nel turismo sono bassi. E il più delle volte i lavoratori sono immigrati che chiedono ancor meno. Il popolo di quei luoghi si prende solo i disagi ed i prezzi alti che il turismo porta.

E quel popolo, appunto, comincia a rompersi le palle.

Il turismo esiste da un paio di millenni. Importanti intellettuali romani sviaggiavano per l’Impero per nutrire la loro curiosità; il grande Columella fu uno di questi. Durante il Medioevo e il Rinascimento i turisti si chiamavano pellegrini, ma la sostanza era la stessa. Costoro lasciavano quel che facevano e con la scusa di andare a pregare in una chiesa possibilmente molto lontana, giravano l’Europa dormendo qua e là, correndo mille avventure ed infastidendo gli abitanti (e soprattutto le abitanti) delle contrade che atraversavano; perennemente alla ricerca di vino e divertimenti. Vi è una vastissima legislazione che cerca di metter freno a questa piaga di viandanti irresponsabili e ladri. Esattamente come i turisti odierni, anche i pellegrini erano in qualche modo al di sopra delle leggi e delle consuetudini locali. Son pellegrino, son turista, si dice; e quasi tutto è permesso. Poi, a fine ‘600 cominciò la faccenda del Grand Tour in Italia e la valanga non si è più arrestata. Negli ultimi anni si è aggiunta la plaga dei turisti accattoni.

Amori turistici a Santo Domingo.

Ma come ogni moda umana anche questa finirà. La realtà virtuale sostituirà la realtà reale e si smetterà di voler andare a vedere i centri storici ovunque occupati dalle stesse catene di negozi? I musei saranno visitati virtualmente grazie ai visori? Si capirà che andare ad insardinarsi su spiagge e mari pieni di plastica è una sciocchezza?

Nell’estate del 2019 c’e’ stato un grande numero di articoli sulla stampa occidentale sul fenomeno dell’inivivbilità delle città turistiche. Sulle lamentele degli abitanti che ne sono scacciati in favore dei turisti di Airbnb. Stranamente si è parlato molto poco del ruolo che gli alberghi hanno in questo fenomeno di overturismo. Tanto che c’e’ da chiedersi se dietro a questa campagna non ci sia la lobby delle catene alberghiere che soffrono pesantemente la concorrenza degli appartamenti.

E comunque nessun articolo che abbia letto ha colto la responsabilità delle compagnie low cost che spostano centinaia di milioni di persone a prezzi bassissimi.

Ed infine nessuno è riuscito a completare il ragionamento secondo il quale se c’è overturismo è perchè ci sono troppi turisti e che l’unica soluzione è quella di convincerli a disperdersi invece che concentrarsi sempre negli stessi luoghi. Ci vuole comunicazione, quindi, e questi articoli, pur banalissimi, potrebbero essere un inizio.

Si spera che i turisti capiscano che tutti i luoghi meritano una visita e che andare nei soliti Venezia o Firenze è esattamente quello che non va fatto. Come questo blog predica da sempre.

La spiaggia di Cofete

Tutte le foto sono della guida Alessandro Vergari, che con il suo gruppo Walden – Viaggi a Piedi, vi organizza un trekking tutti gli anni.

È uno dei luoghi più drammatici, inospitali, intimamente deserti che abbia visto. Rifiuta la vita, la scaccia, fa parte di un mondo dove l’umanità non è ben accetta. Strane e luttuose storie vi si intrecciano.

È la spiaggia di Cofete, sull’isola di Fuerteventura,  alle Canarie. Ne ho già parlato, la foto della copertina di questo blog è fatta lì, ma ci ritorno sopra perché è uno di quei i luoghi dove un turismo degno e pieno è ancora possibile. L’isola di Fuerteventura è un inferno di turismo massificato, sul lato che guarda l’Africa. Cofete, invece, guarda  l’Atlantico ed è sovrastata da una lunga montagna scoscesa e curva, lungo il mare che la separa dalla civiltà e la protegge da questa.
Villa Winter

La zona è molto arida, pochi cespugli cercano di sopravvivere ai freddi, continui ed impetuosi  venti atlantici. Su quelle pendici, fra quei dirupi brucano delle capre selvatiche ed assetate. Una volta l’anno dei pastori – acrobati scendano dalla cresta della montagna e le spingono fino a valle. I pastori, nella discesa, si aiutano con delle lunghe pertiche che appoggiano alla parete di roccia e che discendono con agilità. E’ una specie di prova di destrezza. Le capre vengono sospinte verso i recinti improvvisati sulla spiaggia, dove vengono marchiate e vaccinate; alcune verranno messe sui camion in direzione del macello, altre saranno liberate fino all’anno successivo. Questa giornata è una festa per tutta l’isola e molti vanno a Cofete ad osservare le prodezze dei pastori.

La spiaggia è lunga una decina di chilometri e forma un amplissimo anfiteatro a cui la montagna fa da gradinate. Assolutamente deserta, riarsa dal vento è bagnata da un oceano perennemente aggressivo. Acqua fredda, balneazione impensabile. Ospitava, tempo fa, il corpaccio semimummuficato ed insabbiato di una balena. Non è luogo da villeggiatura marina, è costante una bruma salmastra che ovatta i contorni del paesaggio.
Sulla costa della montagna, a mezza altezza, si staglia una casa importante, inopportuna, incongrua. Fu costruita da Winter un tedesco nazista, prima della guerra, si dice per dare appoggio ai sommergibili, durante le loro missioni in Atlantico, a caccia dei convogli alleati. Ora è in cattivo stato, ma pare ci viva il nipote del tedesco che la fa visitare, a pagamento, ai turisti.
Un facile sentiero parte dai pressi di Morro Jable, sul lato turistico dell’isola, e scavalca la linea della montagna. Dallo scollino ci si affaccia sulla baia e sulla spiaggia di Cofete. La vista è impressionante. Più facilmente, una strada sterrata ed in cattivo stato, fa un lungo giro intorno alle montagne ed arriva sulla spiaggia. Dove la strada finisce sopravvive a stento un piccolo bar – ristorante, strozzato dalla perenne mancanza d’acqua.
Poco più in basso, un cimitero percorso dalla sabbia portata dal vento conserva poche ed erose tombe. Sono di quegli sfortunati che provarono, a più riprese, decenni fa, a vivere in questo desolato luogo. Un folle e sfortunato tentativo di insediamento che costò a loro la vita e a tutti gli altri l’abbandono di quel luogo.
Il fortissimo fascino della spiaggia di Cofete sta proprio in questo. E’ a pochi chilometri dalla Gomorra turistica della costa orientale, ma sembra su un altro pianeta, dove il silenzio, il vento, l’aridita provocano quella disperazione che allontana la massa. Chi ce la fa ad andarci, ha in premio un paesaggio che resterà impresso nella memoria.
Una lunghissima e per certi versi disperante camminata condurrà, lungo tutta la spiaggia, fino al suo termine, verso le dune di Jandia. Lì si traversa l’isola nel suo punto più stretto e ci si ritrova sulla litoranea del lato africano, nei pressi di Costa Calma. E mai diversità fu più netta.

​La calamità delle crociere

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La nave è più grande di Roseau, la capitale di Dominica.

Le crociere sono il fenomeno piu’ nefasto e devastante del turismo moderno.  Sono l’opposto e la negazione  del concetto di viaggio.  Sono il trionfo del peggior capitalismo, sfacciato e vigliacco. Le compagnie di navigazione prendono in giro i turisti, schiavizzano i lavoratori, distruggono le economie dei porti visitati,  inducono alla prostituzione le politiche di quelle città.

Se ci fate caso vedrete che molti dei croceristi sono obesi.  Infatti, il maggior richiamo delle compagnie e’ il cibo: ottimo,  abbondante,  a tutte le ore e soprattutto compreso nel prezzo.  Si va in crociera per uccidersi di buffet pantagruelici.  Mi dicono che ci sono sprechi assurdi.

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Navi come palazzi a St. John’s di Antigua.

Se ci fate ancor più caso vedrete che i croceristi, una volta a terra, si guardano intorno con sospetto. Sono infatti persone,  molto spesso, impaurite del nuovo e timorose dell’estero.   Vi si avventurano solo se protetti nella pancia della loro nave-mamma, meglio se battente la propria bandiera e parlante la propria lingua.  Quando la lasciano e’ solo per poche ore,  ben intruppati, organizzati e si affrettano a ritornarvi.

Queste enormi navi navigucchiano la notte e passano la giornata nei porti, spesso di piccole cittadine.  Due o tre mila persone vi scendono ed hanno due possibilità: passeggiare nelle vie del borgo o partecipare alle famigerate escursioni, organizzate dalla nave o proposte dagli avidi tassisti locali.

In entrambi casi affollerranno luoghi non fatti per simili moltitudini.  Poi i turisti se ne andranno,  avendo comprato pochi oggetti fatti in Cina e bevuto una bottiglia d’acqua.  Il pranzo si fa a bordo, gratis! Tassisti e commercianti di cianfrusaglie ricadono nel dormiveglia,  in attesa della prossima nave.  Ma il borgo intorno al porto ha ormai perso l’anima, acquisendo l’aspetto di centro commerciale.

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I turisti sbarcano e si aggirono nelle via del borgo del porto, trasformato in povero centro commerciale..

Lasciano poco i croceristi,  ma comunque qualcosa lasciano.  Ed ecco che gli amministratori locali si fanno in quattro e piangono e si sbracciano e chiedono soldi al Governo fino ad avere il molo che permetterà a queste gigantesche navi di pirati di attraccare nel loro porto.  E quando questo  succede sono felici e si aspettano la rielezione.  Salvo accorgersi,  come e’ successo a Cadice, che quando i croceristi sbarcano i negozi sono chiusi,  essendo l’ora della siesta; e nei ristoranti, che pur sarebbero aperti, i croceristi non ci vanno, avendo gia’ pranzato a bordo.

Pare inoltre che la vita a bordo sia piuttosto noiosa,  che la piscina sia una pozza,  che manchino gran divertimenti e che si cerchi di appioppare ai clienti batterie da cucina ed elisir di giovinezza.

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Lo scandalo delle navi da crociera a Venezia.

Si dice che le crociere siano a buon mercato.  Ciò non e’ del tutto vero.  Le compagnie riprendono con le carissime ed inevitabili escursioni ciò che lasciano sul soggiorno. Ed inoltre hanno l’odiosa pratica di esigere un ulteriore 10% del prezzo, come mancia obbligatoria, per il personale.  Che, comunque,  e’ filippino,  in larga misura, ed ha orari e salari asiatici.

Il fenomeno delle crociere e’ particolarmente triste ai Caraibi dove la gente sarebbe molto ospitale e dove l’economia locale avrebbe un gran bisogno di turisti che riempiano alberghetti e ristorantini. Invece vedo questi mastodonti schiacciare i piccoli quartieri del porto. Li ho visti ovunque: Samanà a Santo Domingo, Pointe à Pitre alla Guadalupa, Fort de France alla Martinica, Roseau a Dominica, Saint John’s ad Antigua, Philipsbourg a Saint Martin. Ma anche a Venezia ed in Croazia. I turisti scendono, fanno un passeggino e risalgono a bordo, braccati dal caldo e dal sapore dei tropici. Tornaranno a casa e cosa avranno visto? A che serve viaggiare in questo modo?

[Altro sulle crociere in Patagonia, sul Danubio, invernale a Capo Nord]

I bar mediterranei

Mi piace pensare che la cultura che si è creata intorno al Mediterraneo sia la più antica, la più complessa e quella che meglio incarna l’essenza umana, fra le molte che si sono espresse fino ad ora sulla Terra.

E non ho dubbi che un aspetto centrale di questa multiforme cultura sia il bar. Sulle rive del Mediterraneo la gente sta molto tempo al bar; ci sta bene; ci fa un sacco di cose e gli dispiace andarsene.

Il turista accorto non mancherà di passare molto del suo tempo di viaggio nei bar e dedicherà loro altrettanta, se non maggiore, attenzione che alle chiese o ai musei.

Ogni paese ha il suo tipo di bar e tutti meritano di essere conosciuti. Eccone alcuni, in ordine crescente ed arbitrario di mio aprezzamento:

Il caffè arabo. Naturalmente, non vi si beve vino o birra, ma solo caffè e tè, servito in bicchieri senza piattino e con il cucchiaino dal lungo manico infilato dentro. Non vi si mangia assolutamente nulla. I tavoli sono spesso rotondi e i bar sono grandi, molto affollati a quasi tutte le ore, tanto che vien fatto di chiedersi quando la gente pensa di lavorare. Le donne sono assolutamente assenti e l’aspetto è abbastanza triste, spoglio, un pò squalliduccio. Ma le conversazioni fervono ed è un luogo dove, palesemente, vengono raddrizzati continuamente i destini del mondo. Si ritrovano dal Marocco alla Turchia, alla Bosnia. Il turista non vi si siede volentieri, sia perchè le donne si sentono a disagio in quanto sarebbero le uniche, sia perchè sembra un mondo solo per i locali, da rispettare senza portarci la superficialità tipica dei turisti.

La terrasse. Detto alla francese è il bar lungo il Corso che si può permettere di img_20160609_204441occupare un vasto spazio di suolo pubblico (delimitato da vasi con piante varie e spesso spelacchiate) sul quale sistemare un discreto numero di tavolini riparati da ombrelloni. Questo modello di bar è probabilmente più nordico che mediterraneo ed è poco adatto alla socializzazione con i passanti, nascosti dalle piante di recinzione. Ci si va a coppie o a piccoli gruppi, ci si siede a bere analcolici e si va via un pò annoiati. Più cari di altri tipi di bar, hanno anche camerieri più professionali che alla fine della giornata si son fatti qualche decina di chilometri fra il bancone ed i tavoli. Vi si mangiucchia anche qualcosa.

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I vecchi e brutti bar portoghesi, ma così cari al cuore.

Il bar popolare in Portogallo. Sono innanzitutto molto brutti. Sovrabbondano i banconi di lamiera nichelata affittati e pieni di vetri graffiati dall’uso. E di sciarpe e gagliardetti del Benfica e delle altre squadre. Atmosfera fredda, poco accoglienti. Sul banco, delle vetrinette con crocchette di patate, polpettine di baccalà, sofficini di formaggio. Si beve soprattutto birra alla spina, la più economica dell’Europa Occidentale. Qualche tavolino, un pò dentro ed un pò fuori, regalato dalla birra Sagres, sedie scompagnate, abbastanza disordine, pulizia largamente migliorabile. Dietro al banco il proprietario, da solo o con un aiutante; entrambi di aspetto dimesso. Ma è facile mettersi a chiaccherare e venire a sapere tutti i dettagli del quartiere. E soprattutto vi si avverte quella sottile malinconia dimessa che finisce per scaldare il cuore.

Il bar greco tradizionale. E’ la foto che i turisti italiani hanno in mente della mio-nokia1082Grecia: un enorme olivo alla cui ombra tre o quattro tavolini quadrati ospitano un vecchio Pope e qualche pensionato seduti su sedie impagliate dipinte di azzurro. Sul fondo una casa a cubo bianchissima. Ve ne sono rimasti ormai pochi, sostituiti dai bar moderni che vedremo più sotto. Vi si beve il caffé, la birra, la grappa; soprattutto il vino portato al tavolino nei caratteristici boccali cilndrici di lamiera colorata di rosso o di azzurro, molto simili ai nostri vasi da cimitero. Il padrone, solitamente anzianotto, panzuto e con la barba di qualche giorno, vi porterà un piattino con dei pezzi di cetriolo e di pomodoro. In certi casi, accanto al bar, un macellaio arrostisce spiedini. Voi vi siederete, berrete il Retsina, il vino resinato, penserete ad Omero e vi sentirete malinconicamente felici.

Il bar sport italiano. Luogo notissimo agli italiani e teatro di infiniti libri, film, scene di vita ed appuntamenti importanti o no di ognuno di noi. Pur in crisi per l’avvento dei nuovi tipi di locale, resta l’ossatura del sistema-caffé italiano. Una sia pur breve visita rimette al mondo anche i più disperati.

Il bistro francese. Non strettamente mediterraneo, nasce a Parigi, ma poi si diffonde anche a sud. Locale vasto, principalmente al chiuso, ma con possibili tavolini fuori.  Lunga barra di legno con proprietario normalmente incazzato. I tavolini sono molto piccoli, quadrati e vicinissimi gli uni agli altri, per cui si ascoltano (ma non vi si partecipa!) le conversazioni dei tavoli vicini. In alcuni casi vi è una grande tavolo tondo dove chi è da solo si siede per chiaccherare con gli altri avventori, anche se sconosciuti. Si beve vino e pastis, il tremendo aperitivo all’anice. Poi è diventato anche ristorante, prima rapido ed economico, poi anche ricercato e relativamente caro. Molto accogliente, risente un pò dei modi francesi, non sempre urbanissimi.

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I piattini del bar de tapas.

Il bar di tapas spagnolo. Da non confondere con il bar de copas, dove solo si beve, è quel luogo meraviglioso dove ci si siede alla barra e si ordinano piccole porzioni dei numerosi cibi offerti. Questi sono esposti in vetrinette sul banco o annunciati in lavagne. E’ una delizia di piatti regionali, tradizionali, popolari. Il locale è solitamente al chiuso, spesso grande, sempre lungo per permettere la massima estensione della barra, con poca attenzione all’estetica e scarsa considerazione della pulizia. Infatti i clienti gettano a terra tovagliolini, stecchini, noccioli di oliva, bucce di ogni tipo; poi il ragazzo spazza. Si beve principalmente birra o vino, secondo le regioni. Il servizio è estremamente rapido e conciso, a volte ruvido. I prezzi sono molto variabili, da modestissimi ad assai cari.

Il Bar greco moderno. Raggiunge il massimo del confort e dell’accoglienza. E’ esterno ed ampio, ben riparato da eleganti tettoie o da vasti ombrelloni; ha delle poltrone e dei divani molto ampi, comodi, rilassanti. Non vi è fretta, ci si può stare molto a lungo con una sola consumazione. E’ frequentato da ogni genere e da ogni età. Il servizio è disteso e cortese, efficente. I prezzi sono contenuti, soprattutto in relazione alla qualità delle poltrone e del servizio. Alcuni sfiorano il lusso, pur mantenendo prezzi accessibili. La bevanda principale è il caffè, ma servito in molti modi diversi. Non vi è cibo, salvo noccioline o patatine, offerte.