Per la prossima volta

Avete passato, ancora una volta, delle vacanze esecrabili? Vi hanno spennato in cambio di servizi da centro di accoglienza immigrati? Non avete visto nulla perchè sempre immersi in una folla sudata ed appiccicosa? E’ perchè non seguite il Viaggiatore Critico.

Ecco delle idee per la prossima volta che volete partire.

Case tradizionali in Bulgaria.

Costi bassi, Europa, auto propria. I Balcani. Sono la nuova frontiera del turismo europeo. Ci si sta benissimo, si mangia bene, si spende poco, la gente è molto gentile ed accogliente, sono poco frequentati dal turismo sborrone, livello di sicurezza personale molto alta (contrariamente a quello che pensano gli italiani). Gli inconvenienti sono la mancanza di lingue in comune e le non molte cose da vedere. E’ soprattutto un tursmo di sensazioni, di atmosfere. Un ritorno ad una vita modesta, ma piena di speranze e di voglia di viverla. Una specie di Italia degli anni ’70. Il modello di turismo migliore consiste nell’andare con la propria auto (passando da Trieste o attraversando l’Adriatico, verso l’Albania o la Grecia) e girare senza meta, annusando l’aria e dando un’occhiata alla guida. Solo un’occhiata, senza impegno. Le spiagge dell’Albania meritano molto, soprattutto  a nord di Saranda. E in Albania si sta tranquillissimi, perchè tutti i loro delinquenti sono in Italia. In Macedonia piaceranno molti i laghi di Ochrid e di Prespa; la regione fra i due è montuosa e gradevole. Una puntatina nel nord della Grecia ci sta sempre bene. La Bulgaria offre molto ed è particolarmente accogliente. La vita notturna di Sofia merita qualche giorno; poi si può andare sul Mar Nero, anche se non è un granchè. Poco lontano c’e’ la grande Romania. Da non dimenticare un giro nelle campagne ungherese, frequentando le loro piccole terme. Insomma un viaggio che può essere lungo, vario, divertente, interessante. Soprattutto nuovo.

Dalla finestra di camera, a Pellestrina.

In Italia, stanziali. Pellestrina è il luogo giusto. Soggiornate in un paesino dimenticato da Dio, sulla laguna di Venezia. Da lì potete andare con i vaporetti a Venezia, a Chioggia, al mare del Lido. Ma vedrete che starete così bene, in paese, che non avrete voglia di allontanervene e ci passerete delle belle giornate fra la spiaggia (bruttina), il bar ed il ristorante a mangiar spaghetti alle arselle. Poi potete trasferirvi, in pochi chilometri,  nel Delta del Po, a vedere quel mondo strano, fatto più d’acqua che di terra.  Magari è meglio non andarci d’agosto, per il caldo, l’umidità e le zanzare, addestrate dall’ISIS. Prezzi contenuti nel Delta, abbastanza alti a Pellestrina; esosi i vaporetti veneziani.

Caraibi. State lontani dalla Cuba insignificante, da Santo Domingo trasformato in bordello a cielo aperto, da Saint Martin affollato, dalle isole anglofone iperturistiche,  dai resort lussuosi e carissimi o dalle tremende crociere. Andate in un’isola-gioiello dove regna la calma e la serenità. Spiagge molto belle, ricettività familiare, interni agricoli e bucolici, bassissima affluenza. E’ l’isola di Marie Galante; è francese e quindi è come stare in Europa. Ma attenti al problema delle alghe. A volte ne arrivano tonnellate, a riva; marciscono e puzzano rendendo impossibile la vita. Informatevi bene prima di partire. Oppure, la molto basica isola di Barbuda dove la vita del turista è difficile ma le spiaggie sono di commovente bellezza. Prezzi altini, in tutti i casi: più a Barbuda che a Marie Galante.

 

Immensità patagoniche

Patagonia, per sempre. Questo è un viaggione: difficile, lungo, caro, scomodo. Ma vedrete i luoghi più belli del mondo. Paesaggi incredibili, distanze immense, orizzonti infiniti. Deserti, ghiacciai, foreste nebbiose, torrenti impetuosi, mari gelidi. Viaggerete per giorni e giorni su brutte strade, mangerete gli agnelli cotti al riverbero dei falò, conoscerete le incredibili storie della fine del mondo. Chi non ci è stato non può immaginare; chi ci è stato torna con un’altra luce negli occhi. E’ un luogo che non si dimentica; si può finire per odiarlo, ma non ti lascerà più. Non è certo come una vacanza a Gatteo a mare. Ci vogliono dei bei soldi ed almeno tre settimane. Si può discendere la Carrettera Austral cilena o la mitica Ruta 40 argentina. Bisogna comunque arrivare ad Ushuaia. Le grandi attrazioni sono il ghiacciaio del Perito Moreno, la penisola di Valdez con le balene, il Parco delle Torri del Paine. Ma tutto il resto è ancora più interessante. Da programmare per bene, evitando i tour organizzati, cari ed insoddisfacenti. Evitare anche le crociere patagoniche; sono un pò delle truffette. Il meglio è andare in 5 o 6 ed affittare un pulmino robusto, dove, all’occorrenza, ci si possa arrangiare per dormire. E’ il viaggio della vita, obbligatoriamente durante il nostro inverno.

La Plaza de toros di melilla è facilmente visitabile.

Originale, dove non va nessuno. Melilla, enclave spagnola in Marocco. Vi è una bella spiaggia, la città è molto carina e vivibile, si mangia dell’eccellente pesce e, se si vuole, anche la cucina araba. Se ne può uscire per fare un giro in Marocco, magari a Fez, la cui Medina ritengo essere l’unico luogo interessante di quel paese. Zero turisti, si vive una città multiculturale, multietnica e piena di storie curiose. E’ stata anche sede del Tercio, la Legione Straniera della Spagna: fascistissimi, ma un pezzo di storia. Interessante osservare gli intensi traffici che si svolgono alla frontiera fra la città e il Marocco. Essenziale parlare lo spagnolo, per scambiare con la gente. Una vacanza balneo-antropologica. Ve ne potrete vantare con gli amici, che non sapranno nemmeno dove si trova questa città. Ci si arriva molto comodamente con Ryanair fino a Nador; da quest’aereoporto in 10 minuti di taxi si arriva a Melilla.

A praia da piscina; la spiaggia della piscina a Sao Tomè.

L’Africa possibile. E’ molto complicato andare in Africa; eppure qualche volta nella vita va fatto. E’ pur sempre il continente dove l’umanità è nata. Naturalmente non parlo di Malindi, colonia di italiani o della Namibia dei banali tours organizzati. Propongo una meta pochissimo conosciuta dagli italiani. Un luogo piccolo, raccolto, facile da girare, del tutto sicuro. Le belle isole di Sao Tomè e Principe, dove si trovano delle spiaggie, delle foreste densissime, dei bei panorami, una bella architettura coloniale, una storia intensa. E dove la vita pulsa, come quasi ovunque in Africa. Ci sono buoni alberghi, con delle belle piscine. Una decina di giorni in giro per Sao Tomè sarà una vacanza molto piacevole ed interessante. Ed anche innovativa. Il costo non è bassissimo, soprattutto a causa dell’aereo; obbligatorio passare da Lisbona.

Buon viaggio, questa volta.

Il turista e la corrida

Stupendo animale. Foto di George M. Groutas via Wikicommons

Tema di infinita complessità dove si incrociano e spesso si scontrano argomenti diversissimi. Talmente complesso che la ragione si perde e la polemica degenera regolarmente negli insulti. Questa è la corrida; ancor più complesso, il tema quando ad assistervi sono dei turisti, che, per definizione, non capiscono niente della faccenda.

A volte la Spagna, normalmente ritenuto il paese più simile all’Italia (credo a torto), mostra aspetti di difficile comprensione.

Cominciamo col dire che la corrida è certamente uno spettacolo barbaro ed incivile che non ha niente a che vedere con questo secolo. E gli spagnoli mostrano di essere barbari ed incivili; come in quella festa paesana durante la quale buttano una capra viva dal campanile (ora è di panno, ma solo da pochissimi anni).

Ma dobbiamo anche aggiungere che la corrida è lo spettacolo più spettacolo che esista. Lo sviluppo di tutti gli altri spettacoli è abbastanza prevedibile: non si sa quale squadra o auto vincerà, non si sa se quel cantante o attore darà il meglio di se o zoppicherà un pò; è vero. Ma gli spettatori sanno più o meno come andrà a finire la cosa. Nella corrida no: l’incontro fra quel toro e quel torero, proprio quel giorno, può essere sia una cialtronata inguardabile, sia una sublime danza di morte. Fino a che lo spettacolo non prende luogo, non sarà possibile fare alcuna previsione. E ciò provoca negli spettatori una acutissima attesa ed una tensione quasi insopportabile.

Perchè qua, unico caso nel mondo, si parla di morte dell’attore-uomo. E se ciò succede di raro, nessuno può escludere che potrebbe succedere proprio quel pomeriggio. Pochi sanno che le morti sono rarissime, ma che gli incidenti sono frequenti. Poche corride finiscono senza che uno dei partecipanti non ne esca danneggiato.

E comunque muore l’attore-toro: una bestia enorme, bella, possente, intorno ai 600 kg di peso. La cosa è seria; non si tratta delle vili lotte dei galli o dei cani.

Le corride sono un enorme macchina economica: 15.000 eventi, 10.000 lavoratori, 70.000 tori, 3,5 miliardi di euro; ogni anno. In questo mare magnum ogni pratica sordida, scorretta e contraria all’etica viene praticata. Ma gli spettacoli taurini vanno avanti, nel Mediterraneo, da almeno tre millenni, come si vede nei dipinti di Creta.

Il centro della corrida non è la morte. Quel che il pubblico vuol vedere è l’incontro fra un uomo rude ed una bestia feroce che si uniscono in una danza; fatti una sola cosa, durante 10 minuti. La magia di quello spettacolo sta tutto lì. Quando riesce è sublime. Riesce molto di rado. La ragione e la forza che si amalgamano con grazia e temperanza.

Gli spagnoli si stanno accapigliando da decenni sulla liceità o meno di continuare ad uccidere i tori in quel modo. E’ diventata anche una questione politica: in Catalogna e alla Canarie le corride sono proibite. Si affrontano con violenza animalisti che difendono il toro dalla tortura e appassionati che difendono il valore antropologico e sociale di una tradizione antichissima. Non si metteranno mai d’accordo, lasciamoli fare.

Concentriamoci sul turista: deve andare o no alla corrida?

Resterà certamente intristito dalla crudele sorte dei poveri animali (6 per ogni corrida); farà il tifo per loro. Se è alla prima corrida non capirà la successione delle tre fasi nelle quali è suddivisa e non riconoscerà i tre toreri dal resto delle squadre. Non capirà il significato degli squilli di tromba, della eventuale musica, del vociferare del pubblico, dello sbandierare i fazzoletti dei diversi colori. Tremerà al momento in cui il pugnale darà il colpo di grazia tagliando il midollo spinale nel collo dell’animale. Prima si sarà commosso alla vista dei fiotti di sangue che escono dalla nera pelliccia. Non avrà capito il perchè dei passi e dei gesti del torero. Avrà comunque assistito ad uno spettacolo di grande antichità e pregnanza culturale e se non sarà del tutto ottuso, avrà colto con rispetto questo lato della vicenda alla quale ha assistito.

Ma se ha avuto la rara fortuna di assistere ad una buona corrida sarà stato rapito dal duetto che i due attori hanno inscenato per lui. Perchè quella magia la si sente, non c’e’ bisogno di capirla.

Ma è probabile che non abbia avuto quella rara sorte e quindi sarà solo colpito dalla barbarie di quel gioco. Quindi direi che è meglio che non ci vada e che ci risparmi i suoi commenti saputi da turista ignaro di tutto. Potrebbe, invece, leggere questo libro e solo successivamente esaminare la possibilità di entrare in una plaza de toros.

Il turismo va a morire?

Crociere? Barbarie!

In mezzo alle eclatanti statistiche che vedono il turismo aumentare ovunque per numero di turisti, per notti passate in viaggio, per volumi economici, per destinazioni ormai entrate nel mercato, per tipi di tursmo disponibili; ebbene, in mezzo a tutto questo, vi sono delle crepe che si stanno aprendo ed ingrandendo. Il turismo, da benedizione economica sta diventando una piaga da combattere. Da risolutore dei problemi di sopravvivenza di luoghi negletti sta diventando una grana in più con la quale i governi non sanno come giostrare.

Il turismo ha rotto le palle.

I primi a cominciare furono gli abitanti di un villaggio basco la cui festa annuale, particolarmente folcloristica, attirava talmente tanti visitatori che ne veniva irrimediabilmente snaturata. E gli abitanti di quel paese, da buoni baschi coriacei, decisero di smettere di farla.

Poi son venuti gli abitanti della Barceloneta, la spiaggia di Barcellona, esasperati dalle frotte di turisti. Hanno fatto manifestazioni, blocchi stradali, assemblee contro questa invasione. E’ andata bene che si siano compartati gentilmente nei confronti dei turisti stessi, certo incolpevoli.  Poi la faccenda dei tornelli a Venezia. Da molti anni c’e’ il numero chiuso (ed a carissimo prezzo) di un paese intero: il Bhutan. D’altro canto le città sono travolte dagli affitti turistici nei centri storici; i costi degli affitti aumentano e gli abitanti “veri” devono andarsene. Quei centri diventano dei grandi “alberghi diffusi” trasformandosi da città reali a parchi tematici. Firenze ne è un esempio. Gli elettori spariscono, i politici si preoccupano. Molte isole tropicali, ormai debordate dall’invasione dei turisti in ciabatte, parlano di numero chiuso, .

Così son ridotti i moli a Creta, non ci si passa.

Anni fa si agionava sul  concetto di “Capacità di carica” ovverosia del numero massimo di turisti che una località può sopportare prima di soccombere, dal punto di vista ambientale e del sovraccarico dei servizi. Concetto lodevole, ma chi la ferma la logica del profitto? Qualche accademico con delle formulette?

Perchè bisogna riconoscere che il turismo non è un’attività sostenibile. E’ un cancro che distrugge tutto ciò che tocca. Il trasporto aereo di miliardi di turisti; l’economia distorta che il turismo provoca; l’inevitabile stagionalità con la sottocupazione dei lavoratori, degli immobili, dei servizi, durante i periodo morti; la prostituzione in favore dei turisti e delle turiste; il degrado culturale delle popolazioni investite da tanta gente estranea.

L’assoluta ingiustizia nella ripartizione dei benefici economici del turismo. A Firenze, sulle Dolomiti, nelle isole dei Caraibi, i turisti ci vanno a vedere i musei, i paesaggi, a fare il bagno. Il Rinascimento, le montagne, il mare sono beni comuni. Eppure sul turismo ci guadagnano solo i proprietari degli alberghi, dei ristoranti, dei negozi, dei trasporti. La gente normale al massimo lavora negli esercizi commerciali e si sa bene che gli stipendi nel turismo sono bassi. E il più delle volte i lavoratori sono immigrati che chiedono ancor meno. Il popolo di quei luoghi si prende solo i disagi ed i prezzi alti che il turismo porta.

E quel popolo, appunto, comincia a rompersi le palle.

Il turismo esiste da un paio di millenni. Importanti intellettuali romani sviaggiavano per l’Impero per nutrire la loro curiosità; il grande Columella fu uno di questi. Durante il Medioevo e il Rinascimento i turisti si chiamavano pellegrini, ma la sostanza era la stessa. Costoro lasciavano quel che facevano e con la scusa di andare a pregare in una chiesa possibilmente molto lontana, giravano l’Europa dormendo qual e là, correndo mille avventure ed infastidendo gli abitanti (e soprattutto le abitanti) delle contrade che atraversavano; perennemente alla ricerca di vino e divertimenti. Vi è una vastissima legislazione che cerca di metter freno a questa piaga di viandanti irresponsabili e ladri. Esattamente come i turisti odierni, anche i pellegrini erano in qualche modo al di sopra delle leggi e delle consuetudini locali. Son pellegrino, son turista, si dice; e quasi tutto è permesso. Poi, a fine ‘600 cominciò la faccenda del Grand Tour in Italia e la valanga non si è più arrestata.

Amori turistici a Santo Domingo.

Ma come ogni moda umana anche questa finirà. La realtà virtuale sostituirà la realtà reale e si smetterà di voler andare a vedere i centri storici ovunque occupati dalle stesse catene di negozi? I musei saranno visitati virtualmente grazie ai visori? Si capirà che andare ad insardinarsi su spiagge e mari pieni di plastica è una sciocchezza?

Un certo numero di segnali sembrerebbero andare in questo senso. Dovrò chiudere questo blog?

La spiaggia di Cofete

Tutte le foto sono della guida Alessandro Vergari, che con il suo gruppo Walden – Viaggi a Piedi, vi organizza un trekking tutti gli anni.

È uno dei luoghi più drammatici, inospitali, intimamente deserti che abbia visto. Rifiuta la vita, la scaccia, fa parte di un mondo dove l’umanità non è ben accetta. Strane e luttuose storie vi si intrecciano.

È la spiaggia di Cofete, sull’isola di Fuerteventura,  alle Canarie. Ne ho già parlato, la foto della copertina di questo blog è fatta lì, ma ci ritorno sopra perché è uno di quei i luoghi dove un turismo degno e pieno è ancora possibile. L’isola di Fuerteventura è un inferno di turismo massificato, sul lato che guarda l’Africa. Cofete, invece, guarda  l’Atlantico ed è sovrastata da una lunga montagna scoscesa e curva, lungo il mare che la separa dalla civiltà e la protegge da questa.
Villa Winter

La zona è molto arida, pochi cespugli cercano di sopravvivere ai freddi, continui ed impetuosi  venti atlantici. Su quelle pendici, fra quei dirupi brucano delle capre selvatiche ed assetate. Una volta l’anno dei pastori – acrobati scendano dalla cresta della montagna e le spingono fino a valle. I pastori, nella discesa, si aiutano con delle lunghe pertiche che appoggiano alla parete di roccia e che discendono con agilità. E’ una specie di prova di destrezza. Le capre vengono sospinte verso i recinti improvvisati sulla spiaggia, dove vengono marchiate e vaccinate; alcune verranno messe sui camion in direzione del macello, altre saranno liberate fino all’anno successivo. Questa giornata è una festa per tutta l’isola e molti vanno a Cofete ad osservare le prodezze dei pastori.

La spiaggia è lunga una decina di chilometri e forma un amplissimo anfiteatro a cui la montagna fa da gradinate. Assolutamente deserta, riarsa dal vento è bagnata da un oceano perennemente aggressivo. Acqua fredda, balneazione impensabile. Ospitava, tempo fa, il corpaccio semimummuficato ed insabbiato di una balena. Non è luogo da villeggiatura marina, è costante una bruma salmastra che ovatta i contorni del paesaggio.
Sulla costa della montagna, a mezza altezza, si staglia una casa importante, inopportuna, incongrua. Fu costruita da Winter un tedesco nazista, prima della guerra, si dice per dare appoggio ai sommergibili, durante le loro missioni in Atlantico, a caccia dei convogli alleati. Ora è in cattivo stato, ma pare ci viva il nipote del tedesco che la fa visitare, a pagamento, ai turisti.
Un facile sentiero parte dai pressi di Morro Jable, sul lato turistico dell’isola, e scavalca la linea della montagna. Dallo scollino ci si affaccia sulla baia e sulla spiaggia di Cofete. La vista è impressionante. Più facilmente, una strada sterrata ed in cattivo stato, fa un lungo giro intorno alle montagne ed arriva sulla spiaggia. Dove la strada finisce sopravvive a stento un piccolo bar – ristorante, strozzato dalla perenne mancanza d’acqua.
Poco più in basso, un cimitero percorso dalla sabbia portata dal vento conserva poche ed erose tombe. Sono di quegli sfortunati che provarono, a più riprese, decenni fa, a vivere in questo desolato luogo. Un folle e sfortunato tentativo di insediamento che costò a loro la vita e a tutti gli altri l’abbandono di quel luogo.
Il fortissimo fascino della spiaggia di Cofete sta proprio in questo. E’ a pochi chilometri dalla Gomorra turistica della costa orientale, ma sembra su un altro pianeta, dove il silenzio, il vento, l’aridita provocano quella disperazione che allontana la massa. Chi ce la fa ad andarci, ha in premio un paesaggio che resterà impresso nella memoria.
Una lunghissima e per certi versi disperante camminata condurrà, lungo tutta la spiaggia, fino al suo termine, verso le dune di Jandia. Lì si traversa l’isola nel suo punto più stretto e ci si ritrova sulla litoranea del lato africano, nei pressi di Costa Calma. E mai diversità fu più netta.

​La calamità delle crociere

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La nave è più grande di Roseau, la capitale di Dominica.

Le crociere sono il fenomeno piu’ nefasto e devastante del turismo moderno.  Sono l’opposto e la negazione  del concetto di viaggio.  Sono il trionfo del peggior capitalismo, sfacciato e vigliacco. Le compagnie di navigazione prendono in giro i turisti, schiavizzano i lavoratori, distruggono le economie dei porti visitati,  inducono alla prostituzione le politiche di quelle città.

Se ci fate caso vedrete che molti dei croceristi sono obesi.  Infatti, il maggior richiamo delle compagnie e’ il cibo: ottimo,  abbondante,  a tutte le ore e soprattutto compreso nel prezzo.  Si va in crociera per uccidersi di buffet pantagruelici.  Mi dicono che ci sono sprechi assurdi.

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Navi come palazzi a St. John’s di Antigua.

Se ci fate ancor più caso vedrete che i croceristi, una volta a terra, si guardano intorno con sospetto. Sono infatti persone,  molto spesso, impaurite del nuovo e timorose dell’estero.   Vi si avventurano solo se protetti nella pancia della loro nave-mamma, meglio se battente la propria bandiera e parlante la propria lingua.  Quando la lasciano e’ solo per poche ore,  ben intruppati, organizzati e si affrettano a ritornarvi.

Queste enormi navi navigucchiano la notte e passano la giornata nei porti, spesso di piccole cittadine.  Due o tre mila persone vi scendono ed hanno due possibilità: passeggiare nelle vie del borgo o partecipare alle famigerate escursioni, organizzate dalla nave o proposte dagli avidi tassisti locali.

In entrambi casi affollerranno luoghi non fatti per simili moltitudini.  Poi i turisti se ne andranno,  avendo comprato pochi oggetti fatti in Cina e bevuto una bottiglia d’acqua.  Il pranzo si fa a bordo, gratis! Tassisti e commercianti di cianfrusaglie ricadono nel dormiveglia,  in attesa della prossima nave.  Ma il borgo intorno al porto ha ormai perso l’anima, acquisendo l’aspetto di centro commerciale.

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I turisti sbarcano e si aggirono nelle via del borgo del porto, trasformato in povero centro commerciale..

Lasciano poco i croceristi,  ma comunque qualcosa lasciano.  Ed ecco che gli amministratori locali si fanno in quattro e piangono e si sbracciano e chiedono soldi al Governo fino ad avere il molo che permetterà a queste gigantesche navi di pirati di attraccare nel loro porto.  E quando questo  succede sono felici e si aspettano la rielezione.  Salvo accorgersi,  come e’ successo a Cadice, che quando i croceristi sbarcano i negozi sono chiusi,  essendo l’ora della siesta; e nei ristoranti, che pur sarebbero aperti, i croceristi non ci vanno, avendo gia’ pranzato a bordo.

Pare inoltre che la vita a bordo sia piuttosto noiosa,  che la piscina sia una pozza,  che manchino gran divertimenti e che si cerchi di appioppare ai clienti batterie da cucina ed elisir di giovinezza.

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Lo scandalo delle navi da crociera a Venezia.

Si dice che le crociere siano a buon mercato.  Ciò non e’ del tutto vero.  Le compagnie riprendono con le carissime ed inevitabili escursioni ciò che lasciano sul soggiorno. Ed inoltre hanno l’odiosa pratica di esigere un ulteriore 10% del prezzo, come mancia obbligatoria, per il personale.  Che, comunque,  e’ filippino,  in larga misura, ed ha orari e salari asiatici.

Il fenomeno delle crociere e’ particolarmente triste ai Caraibi dove la gente sarebbe molto ospitale e dove l’economia locale avrebbe un gran bisogno di turisti che riempiano alberghetti e ristorantini. Invece vedo questi mastodonti schiacciare i piccoli quartieri del porto. Li ho visti ovunque: Samanà a Santo Domingo, Pointe à Pitre alla Guadalupa, Fort de France alla Martinica, Roseau a Dominica, Saint John’s ad Antigua, Philipsbourg a Saint Martin. Ma anche a Venezia ed in Croazia. I turisti scendono, fanno un passeggino e risalgono a bordo, braccati dal caldo e dal sapore dei tropici. Tornaranno a casa e cosa avranno visto? A che serve viaggiare in questo modo?

[Altro sulle crociere in Patagonia, sul Danubio, invernale a Capo Nord]

I bar mediterranei

Mi piace pensare che la cultura che si è creata intorno al Mediterraneo sia la più antica, la più complessa e quella che meglio incarna l’essenza umana, fra le molte che si sono espresse fino ad ora sulla Terra.

E non ho dubbi che un aspetto centrale di questa multiforme cultura sia il bar. Sulle rive del Mediterraneo la gente sta molto tempo al bar; ci sta bene; ci fa un sacco di cose e gli dispiace andarsene.

Il turista accorto non mancherà di passare molto del suo tempo di viaggio nei bar e dedicherà loro altrettanta, se non maggiore, attenzione che alle chiese o ai musei.

Ogni paese ha il suo tipo di bar e tutti meritano di essere conosciuti. Eccone alcuni, in ordine crescente ed arbitrario di mio aprezzamento:

Il caffè arabo. Naturalmente, non vi si beve vino o birra, ma solo caffè e tè, servito in bicchieri senza piattino e con il cucchiaino dal lungo manico infilato dentro. Non vi si mangia assolutamente nulla. I tavoli sono spesso rotondi e i bar sono grandi, molto affollati a quasi tutte le ore, tanto che vien fatto di chiedersi quando la gente pensa di lavorare. Le donne sono assolutamente assenti e l’aspetto è abbastanza triste, spoglio, un pò squalliduccio. Ma le conversazioni fervono ed è un luogo dove, palesemente, vengono raddrizzati continuamente i destini del mondo. Si ritrovano dal Marocco alla Turchia, alla Bosnia. Il turista non vi si siede volentieri, sia perchè le donne si sentono a disagio in quanto sarebbero le uniche, sia perchè sembra un mondo solo per i locali, da rispettare senza portarci la superficialità tipica dei turisti.

La terrasse. Detto alla francese è il bar lungo il Corso che si può permettere di img_20160609_204441occupare un vasto spazio di suolo pubblico (delimitato da vasi con piante varie e spesso spelacchiate) sul quale sistemare un discreto numero di tavolini riparati da ombrelloni. Questo modello di bar è probabilmente più nordico che mediterraneo ed è poco adatto alla socializzazione con i passanti, nascosti dalle piante di recinzione. Ci si va a coppie o a piccoli gruppi, ci si siede a bere analcolici e si va via un pò annoiati. Più cari di altri tipi di bar, hanno anche camerieri più professionali che alla fine della giornata si son fatti qualche decina di chilometri fra il bancone ed i tavoli. Vi si mangiucchia anche qualcosa.

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I vecchi e brutti bar portoghesi, ma così cari al cuore.

Il bar popolare in Portogallo. Sono innanzitutto molto brutti. Sovrabbondano i banconi di lamiera nichelata affittati e pieni di vetri graffiati dall’uso. E di sciarpe e gagliardetti del Benfica e delle altre squadre. Atmosfera fredda, poco accoglienti. Sul banco, delle vetrinette con crocchette di patate, polpettine di baccalà, sofficini di formaggio. Si beve soprattutto birra alla spina, la più economica dell’Europa Occidentale. Qualche tavolino, un pò dentro ed un pò fuori, regalato dalla birra Sagres, sedie scompagnate, abbastanza disordine, pulizia largamente migliorabile. Dietro al banco il proprietario, da solo o con un aiutante; entrambi di aspetto dimesso. Ma è facile mettersi a chiaccherare e venire a sapere tutti i dettagli del quartiere. E soprattutto vi si avverte quella sottile malinconia dimessa che finisce per scaldare il cuore.

Il bar greco tradizionale. E’ la foto che i turisti italiani hanno in mente della mio-nokia1082Grecia: un enorme olivo alla cui ombra tre o quattro tavolini quadrati ospitano un vecchio Pope e qualche pensionato seduti su sedie impagliate dipinte di azzurro. Sul fondo una casa a cubo bianchissima. Ve ne sono rimasti ormai pochi, sostituiti dai bar moderni che vedremo più sotto. Vi si beve il caffé, la birra, la grappa; soprattutto il vino portato al tavolino nei caratteristici boccali cilndrici di lamiera colorata di rosso o di azzurro, molto simili ai nostri vasi da cimitero. Il padrone, solitamente anzianotto, panzuto e con la barba di qualche giorno, vi porterà un piattino con dei pezzi di cetriolo e di pomodoro. In certi casi, accanto al bar, un macellaio arrostisce spiedini. Voi vi siederete, berrete il Retsina, il vino resinato, penserete ad Omero e vi sentirete malinconicamente felici.

Il bar sport italiano. Luogo notissimo agli italiani e teatro di infiniti libri, film, scene di vita ed appuntamenti importanti o no di ognuno di noi. Pur in crisi per l’avvento dei nuovi tipi di locale, resta l’ossatura del sistema-caffé italiano. Una sia pur breve visita rimette al mondo anche i più disperati.

Il bistro francese. Non strettamente mediterraneo, nasce a Parigi, ma poi si diffonde anche a sud. Locale vasto, principalmente al chiuso, ma con possibili tavolini fuori.  Lunga barra di legno con proprietario normalmente incazzato. I tavolini sono molto piccoli, quadrati e vicinissimi gli uni agli altri, per cui si ascoltano (ma non vi si partecipa!) le conversazioni dei tavoli vicini. In alcuni casi vi è una grande tavolo tondo dove chi è da solo si siede per chiaccherare con gli altri avventori, anche se sconosciuti. Si beve vino e pastis, il tremendo aperitivo all’anice. Poi è diventato anche ristorante, prima rapido ed economico, poi anche ricercato e relativamente caro. Molto accogliente, risente un pò dei modi francesi, non sempre urbanissimi.

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I piattini del bar de tapas.

Il bar di tapas spagnolo. Da non confondere con il bar de copas, dove solo si beve, è quel luogo meraviglioso dove ci si siede alla barra e si ordinano piccole porzioni dei numerosi cibi offerti. Questi sono esposti in vetrinette sul banco o annunciati in lavagne. E’ una delizia di piatti regionali, tradizionali, popolari. Il locale è solitamente al chiuso, spesso grande, sempre lungo per permettere la massima estensione della barra, con poca attenzione all’estetica e scarsa considerazione della pulizia. Infatti i clienti gettano a terra tovagliolini, stecchini, noccioli di oliva, bucce di ogni tipo; poi il ragazzo spazza. Si beve principalmente birra o vino, secondo le regioni. Il servizio è estremamente rapido e conciso, a volte ruvido. I prezzi sono molto variabili, da modestissimi ad assai cari.

Il Bar greco moderno. Raggiunge il massimo del confort e dell’accoglienza. E’ esterno ed ampio, ben riparato da eleganti tettoie o da vasti ombrelloni; ha delle poltrone e dei divani molto ampi, comodi, rilassanti. Non vi è fretta, ci si può stare molto a lungo con una sola consumazione. E’ frequentato da ogni genere e da ogni età. Il servizio è disteso e cortese, efficente. I prezzi sono contenuti, soprattutto in relazione alla qualità delle poltrone e del servizio. Alcuni sfiorano il lusso, pur mantenendo prezzi accessibili. La bevanda principale è il caffè, ma servito in molti modi diversi. Non vi è cibo, salvo noccioline o patatine, offerte.

La fiera di Siviglia

Le casetas con i cavalieri e le dame. Una vera pagliacciata. Horst Goertz attraverso Wikimedia Commons

A prmavera, regolarmente, appaiono sulle riviste italiane delle bellissime foto di dame con veletta appollaiate su superbe carrozze ed accompagnate da aitanti cavalieri. Si riferiscono alla Fiera di Siviglia. Attratto da tanto colore e sfoggio folclorico, tipico della Spagna (corride, Pellegrinaggio del Rocio, ecc, ecc) finalmente sono andato a vedere.

Se il ridicolo uccidesse, ci sarebbe una strage.

La fiera si svolge lontano dal centro, in un vasto spazio solcato da tre strade parallele ed alberate e da alcune loro perpendicolari. Gli isolati sono integralmente occupati da capannoni smontabili, l’uno accanto all’altro, con la facciata ed una sorta di terrazza che guardano verso la strada. Tali capannoni sono dette casetas e sono in numero (fisso) di 1000. La caseta è assai profonda ed è fittissimamente ripiena di tavoli; in fondo il bar ed ancora dietro la cucina. Il fronte della caseta, quello che guarda la strada,  è di 4 o 8 o 12 o 16 metri. Da questa larghezza dipende l’importanza della caseta e, ovviamente il suo prezzo, comunque vertiginoso. Sono tutte molto belle, curate, ridondanti, come piace agli andalusi. Ostentose. Alcune casetas, molto grandi, organizzate dai partiti politici o da qualche istituzione, sono di pubblico accesso; tutte le altre sono private, affittate anno dopo anno da famiglie, gruppi di famiglie, compagnie di amici. Quindi, vi entrano solo i membri del gruppo e per evitare problemi, alla porta vi è un gorilla inflessibile.

A cosa servono le casetas?

Ad andare a bere e a mangiare “fra di noi” lasciando gli altri a guardarci come accattoni dal marciapiede. Festa intergenerazionale passano dalla caseta nonne, zii, genitori, giovani, adolescenti, nipotini. Ognuno alle sue ore.

Gli inconvenienti all’interno della caseta sono numerosi. Esse appartengono alla famiglia che paga la manutenzione, l’affitto del terreno e tutti gli altri costi. Intanto, anno dopo anno, generazione dopo generazione, le famiglie crescono e i vincoli di parentela si annacquano fra secondi e terzi cugini. Lo spazio manca regolarmente e la caseta diventa affollata come un autobus nelle ore di punta. Quindi i più avveduti mandano i nonni ad inizio pomeriggio ad occupare un tavolo, al quale poi si siederanno a turno i parenti più prossimi, fino ai giovani all’alba. Il tavolo preferito è quello sulla terrazza, in modo da esser visti da chi passa sulla strada. La notte si spostano i tavoli e si balla il flamenco. La gestione del cibo e delle bevande è fonte di discussioni infinite. Bisogna far arrivare quantità ingentissime di bevande e preparare buon cibo: le tipiche tapas, l’immancabile prosciutto, il formaggio. E bisogna far pagare tutti, e molto, perchè da quegli introiti deve uscre anche l’affitto dello spazio, il montaggio, la manutenzione della caseta. Vi è sempre un comitato organizzatore, scelto fra i notabili del gruppo, ma ogni anno è un incubo.

I membri delle casetas entrano ed escono, tronfi, dal loro feudo, andando a visitare e a scambiarsi salamelecchi con i membri delle altre casetas. I più ridicoli lo fanno a cavallo che si affittano in un angolo della fiera. Quelli assolutamente sfacciati lo fanno in carrozza, che normalmente è di proprietà e sulla quale si attraversa la città per arrivare alla zona della feria.

Si fa un giro a cavallo o in carrozza, ci si sofferma ogni dieci passi; si saluta questo o quello, ci si fa offrire bicchierini di vino bianco secco accompagnato da striscioline di formaggio. Dal momento che molti hanno delle gran buzze e vanno a cavallo una sola volta l’anno, non possono scendere perchè non saprebbero risalirci senza scaletta. Passano quindi una o due ore, a seconda della durata dell’affitto, su quel povero cavallo in su e in giu in quelle poche centinaia di metri, impacciati, con in mano il bicchiere, il piattino e le redini. E son costretti a chiedere a qualcuno il favore di riprendersi il bicchiere vuoto.

Le strade si riempiono rapidamente di un bello strato di cacca di cavallo il cui puzzo si mescola con quello dei gamberi alla brace e delle patatine fritte.

Le donne vestite con l’abito da flamenco che fascia i fianchi e gli uomini da cavalieri tipo il babbo di Zorro.

E chi non ha una caseta ed è anche privo di amici che ne abbiano? Vaga come un povero disperato, in mezzo alla cacca, a guardare come i ricchi si divertono. Cerca di entrare in una delle poche casetas pubbliche dove sedersi e bere qualcosa, sia pure a caro prezzo. Ma la grande folla e le poche casetas pubbliche fanno si che spesso non ci riesca e se ne vada triste, stanco ed assetato.

E tutto ciò per sei giorni di fila.

E’ istruttiva la Feria di Siviglia; si capisce l’importanza di apparire, si vedono i riti di una società basata sull’arroganza, la boria, l’alterigia. Un mondo di sborroni ridicoli ed inutili. Il prevalere dell’apparire facendo riferimento ad un inesistente passato di nobiltà. Sì, perchè questa fiera è una invenzione relativamente recente. Uno spettacolo di infinita tristezza, dove la miseria umana impera.

Lo strano pellegrinaggio del Rocio, in Andalusia.

La Madonna del Rocio. (Foto di Martius via Wikimedia Commons)

E’ una delle feste più sentite in Spagna, paese pur ricchissimo di vivace folclore: le corride e la Feria di Sevilla per dirne due fra cento.

Delle confraternite di fedeli andaluse, spagnole e da qualche tempo addirittura internazionali convergono in uno strano agglomerato di nome, appunto El Rocio. Vi arrivano in molti modi diversi: i meno a piedi, i più in macchina, alcuni a cavallo, altri su carrozzoni in legno, tirati da trattori. In genere, ipocriti, a piedi si fanno solo l’ultimissimo tratto.

I pellegrini sono organizzati in Confraternite che si spostano compatte, ognuna ben distinta dalle altre. Ogni Confraternita viene da un paese o cittadina diversa. La Confraternita è preceduta dalla propria statua della Madonna coperta da un baldacchino e trainata da muli. L’utilizzazione  di muli e cavalli è infatti una caratteristica peculiare del Rocio. Siamo in Andalusia, terra di gitani, grandi allevatori ed addestratori di equini e niente come un cavallo di bell’aspetto e riccamente adornato da prestigio sociale.

 

Il percorso più bello lo fanno le Confraternite che vengono da sud-est come quelle di Cadice, Jerez, Sanlucar de Barrameda. Attraversano in tutta la sua larghezza lo stupendo Parco naturale di Donana. Il Parco è strettamente protetto durante tutto l’anno (vi è anche la rarissima lince iberica); durante il Pellegrinaggio del Rocio viene invece percorso da un fiume di gente, cavalli, trattori e macchine che sconvolgono tutto. E’ solo uno dei mille paradossi di questa festa.

La festa avviene fra maggio e giugno, quando il calore comincia già a farsi sentire. Il viaggio, lentissimo, dura alcuni giorni; le notti vengono passate sotto le stelle, con qualche tenda di appoggio. Per la notte ogni Fratellanza si accampa in uno spiazzo; le macchine, i carrozzoni, i trattori, i cavalli si dispongono intorno alla statua della madonna. Alla quale si cantano las saetas, il tipico canto flamenco religioso, a cappella ed estremamente emotivo. Questi giorni di lento e rurale cammino vengono sempre descritti come l’autentico cuore della festa.

Il messaggio sul quale si basa la leggenda, fortissima, del Pellegrinaggio del ROCIO è quello di un ritorno alla natura e agli istinti primordiali che rigenerano il corpo e lo spirito. Un misto fra la religiosità del pellegrinaggio e la licenziosità del carnevale. In tutta la Spagna si racconta che durante quelle notti si mangiano delizie (innanzitutto il prosciutto), si bevono eccellenti vini e si intrecciano amori sotto i pini. Ci si scambia visite fra un carrozzone e l’altro; fra una fratellanza e l’altra, accampate vicine. Ci si invita a mangiare, a bere.  Le donne vestono alla sevillana, gli uomini come Zorro in borghese. Il mito di queste notti brade è fortissimo in Spagna; tutti favoleggiano di una sorta di spazio libero da ogni convenzione sociale. Un rito dionisiaco più che cattolico.

La realtà è del tutto diversa, ahinoi. Per fare il pellegrinaggio ci vogliono una decina di giorni; ed avere il permesso di viaggiare con la propria Confraternita, costa un sacco di soldi. Quindi possono partecipare solo pensionati benestanti. Di conseguenza si mangia poco e si beve meno per via della salute e gli amorazzi sulla nuda terra son cose del lontano passato. E anche cantare, si canta poco perchè a quell’età ad una cert’ora vien sonno. Inoltre, visto che gli imboscati devono essere frequenti (io fra questi), non ci si invita per niente gli uni con gli altri ed ognuno mangia le proprie cosine che si è portato da casa. Il tutto si risolve in una specie di triste picnic di attempati artritici.

Le Confraternite arrivano finalmente al Rocio, arrivano anche i cani sciolti e si agglomera intorno alla chiesa del Rocio la spaventosa cifra di un milione di persone. Questo luogo è assolutamente straordinario. Costruito intorno alla chiesa dove è costudita la Madonna da venerare è del tutto deserto durante l’anno. Si riempie solo per la festa. E’ abbastanza vasto ed è composto per lo più da una sorte di ostelli di proprietà delle diverse Contraternite. Ognuna di loro ha il suo casermone dove vengono ospitati i confratelli durante le tre o quattro notti della festa. Vi sono camere matrimoniali e camerate; una mensa, un patio coperto da tende dove fare la siesta, le stalle per chi è venuto a cavallo, la cappella dove albergare la statua della Madonna. Ed è anche tutto nuovo perchè il boom immobiliare del Rocio è abbastanza recente. Gli investimenti sono stati colossali, i costi di manutenzione anche; i soci delle Fratellanze devono sborsare tantissimi soldi per continuare ad esserlo, per partecipare al pellegrinaggio, per dormire nella casa della Fratellanza. Tutto ciò per poche notti l’anno. E’ un miracolo economico fondato sul nulla.

Per maggior agio dei numerosissimi cavalli il paese non è asfaltato: il fondo delle strade è di sabbia. La folla quindi si aggira nel villaggio, immersa in un perenne polverone, che si cerca di combattere con camion cisterna che annaffiano costantemente. I cavalieri scorrazzano. I bottegai spennano. L’atmosfera è di concitata allegria, nell’impazienza della processione finale. I capi delle Fratellanze si aggirano soddisfatti e boriosi salutandosi cerimoniosamente fra di loro come cavalieri barocchi. Tutto appare forzato, una bolla di vuota effervescenza, un bluff culturale.

L’aspetto strordinario di questa festa è che non c’e’ niente di tradizionale: esiste da relativamente pochi anni, nel solco di quell’andalusismo retorico cresciuto intorno all’Expo di Sevilla del 1992 e all’imperante Partito Socialista Andaluso. Insomma, una pagliacciata. Quanto durerà? Che se ne faranno di una cittadina intera quando la processione si sgonfierà?

Poi finalmente arriva la notte centrale. La Madonna del Rocio riceve l’omaggio di tutte le altre Madonne arrivate con le Fratellanze in una sorta di concorso di bellezza delle Madonne. Viene poi portata con un complicato cerimoniale a fare il giro della piazza e ritorna in chiesa. La festa è finita, le Fratellanze ripartono velocemente, El Rocio affronta solitario un’ennesima estate infuocata.

Traffici di frontiera a Melilla.

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La multiple barriera fra Melilla e il Marocco.

Melilla (con Ceuta) è l’unica frontiera terrestre fra l’Europa ed il mondo arabo. Se all’interno della città vi è una lodevole situazione di mutua accettazione fra genti diversi, sulla frontiera succedono cose veramente strane e turbanti.

La città è isolata dal resto del Marocco con una tripla o quadrupla linea di rete di notevole altezza accompagnata dal filo spinato, rinforzato da tremende lame. Su queste lame vi è sempre stato un gran dibattito, in Spagna. L’attuale Governo socialista ha annunciato di volerle togliere.

In questa muraglia di ferro vi sono tre varchi dei quali uno, solo pedonale. La frontiera è controllatissima sia da una parte che dall’altra.

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Il Marocco, di là dalle reti, al valico del Barrio Chino.

Dal lato marocchino vi è una modesta montagna, il Gurugù, sul quale vivono accampati centinaia di africani ed arabi che cercano il modo di passare le reti. Fanno blitz, aspettano le circostanze favorevoli (notte oscura, maltempo, forti venti che abbattono le barriere), attaccano contemporaneamente in diversi luoghi, si fanno massacrare di botte dai feroci poliziotti marocchini, alcuni ci muoiono, alcuni riescono a passare. Ma in pochi, molti cadono dalle reti e si rompono delle ossa, quasi tutti mostrano tremende ferite causate dalle lame del filo spinato.   E’ una guerra continua. Le reti le ha pagate l’Unione Europea. E’ praticata l’espulsione immediata dopo lo scavalcamento; ancor prima di sapere chi è l’immigrato.

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Le indicazioni per il passaggio dei portatori. Nel disegno sembrano agili turisti con lo zaino. Non è così.

Ai tre varchi della frontiera, soprattutto a quello pedonale detto del Barrio Chino, avviene invece l’altro e più incredibile fenomeno legato a questa strana frontiera.

Bisogna sapere che gli abitanti della provincia marocchina che circonda Melilla hanno la possibilità di entrarvi  senza visto. Non vi possono passare la notte e, naturlamente, non possono prendere la nave per andare in Europa. Ma in Melilla possono entrare ed uscire come vogliono.

Inoltre una legge marocchina, di infinita ipocrisia, dice che gli oggetti portati dalle persone (e non dai mezzi)  sono esenti da tasse ed imposte doganali.

Ed infine, per la legislazione spagnola e con altrettanta ipocrisia, Melilla è porto franco e, quindi, le merci extracomunitarie vi entrano con poche tasse di importazione.

IMG_20160222_131946Il risultato diabolico della combinazione di queste tre norme di due nazioni è che nel polveroso e sudicio piazzale sul lato spagnolo della frontiera arrivano camion e camion di tutti i tipi di merci, sbarcate dalle navi che attraccano nel porto, sempre dal lato spagnolo. Le merci vengono  caricate sui gropponi di uomini, ma soprattute donne, che si mettono in lunghissima e penosa fila per passare la frontiera verso il Marocco. Persone trasformate in bestie da soma, tanto che vengono chiamate Mulas.

IMG_20160222_131959Queste donne sono spesso anziane (ne ho vista una cieca, accompagnata da un’altra), vanno piegate in due sotto carichi enormi e pesantissimi e ricevono 3 o 4 euro per ogni viaggio. Ad ogni passaggio devono dare una moneta alla Polizia marocchina. Il percorso è lungo qualche centinaio di metri fra il luogo di carico e quello di scarico, dal lato marocchino; la fila è lenta e le interruzione frequenti; durante le interruzion non riescono a scaricare il fardello perche’ non c’e’ nessuno che le può aiutare a rimetterselo sulle spalle; in un giorno non riescono a fare più di tre o quattro viaggi; ci sono calche, sgomitate, cadute, soprusi; la polizia spagnola mantiene l’ordine con i manganelli in mano; dal lato marocchino è certamente peggio, l’arbitrarietà vi regna sovrana: la fila scorre o si arresta secondo i capricci della polizia.

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Si trasporta merci anche sull’autobus.

Da qualche tempo sono permessi anche carrellini, tipo quelli per fare la spesa, anche se si muovono male sullo sterrato dei piazzali. Alcuni usano una tavola di skateboard su cui appoggiano balle e lavatrici. I frigoriferi sono smontati, trasportati e rimontati dall’altra parte. Nell’ultima parte del percorso i portatori passano fra imponenti sbarre con delle pericolose porte a tornello: vengono chiamate “le gabbie”. Nessuna facilitazione, nessuna tettoia per l’ombra, nessuna rampa per superare gli scalini. Solo urla e manganelli. Ci sono stati casi di morte da fatica o da calca. Ricoveri a causa delle botte.

Queste formichine spostano volumi enormi di merci; navi intere, fagotto dopo fagotto. Pensate: una nave che scarica decine di container che vengono ridotti in fagotti, scatole, borsoni e che passano la frontiera su delle persone. Pare una faccenda biblica. Riforniscono i mercati di tutto il Marocco. Si dice che 500.000 persone vivono grazie ai commerci che i portatori hanno permesso. Melilla, certamente, è ricca grazie a loro. Il Medioevo.

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Nei pressi dei valichi di frontiera magazzini di merci e di cibo destinati al Marocco.

Ma le meraviglie doganali di Melilla non sono ancora finite. Altra storia al valico di Farhana. E’ piccolo, ma si rimane colpiti da una lunghissima fila di grosse auto in sosta, cariche di merci, sulla strada di accesso al valico, con i guidatori seduti al volante. Ero andato a curiosare e non riuscio a capire cosa aspettassero; la porta della frontiera era era aperta e libera: perchè non passavano. Alla fine l’ho chiesto e me l’hanno spiegato: aspettano tutti un cenno che arriva dal lato marocchino. Ad un certo momento scatta un meccanismo, certo truffaldino, per cui si interrompe il controllo sull’entrata dei veicoli. Quindi, rapidissimamente, tutte quelle vetture si mettono in moto e passano come fulmini dall’altra parte, senza controllo (e spese) doganali. Per questo motivo gli autisti sono al volante: il passaggio deve essere compiuto in tempi fulminei, prima che torni il controllo.

Melilla, città da conoscere…..

Interessantissima Melilla.

IMG_20160219_225022Melilla è città dai mille volti. Non solo la pacifica convivenza di culture altrove fortemente contrapposte o i mille traffici clandestini alla frontiera o gli attacchi degli extracomunitari alla fortezza Europa.

E’ anche una bella città dotata di storica fortezza ben restaurata, di spiaggia non da buttar via, di ricca gastronomia e soprattutto di un delizioso quartiere centrale.

Fu costruito all’inizio del ‘900, in pieno boom economico dovuto alle miniere del Rif, a quei tempi sotto controllo spagnolo. Per quanto non vi sia niente di eccezionale, l’insieme è delizioso. Vi coabitano insieme i numerosi stili archettottonici di quel momento, primo fra tutti il IMG_20160219_161952Liberty, o modernismo come lo chiamano in Spagna; ma in buona compagnia degli altri stili coevi. Il risultato è estremamente armonioso e piacevole. Gli edifici di interesse architettonico sono oltre 500 e se si pensa che siamo in Africa e che tutt’intorno c’e’ il Marocco, l’effetto è sconcertante.

Ancor più piacevole è l’atmosfera anni ’60 che si vive a Melilla, la calma, il poco traffico, l’aria di marginalità vissuta con dignità ed orgoglio, l’idea di vivere in un enclave, come se ci trovassimo in un luogo fuori del tempo ed in un tempo fuori luogo. La gente socievolissima. Le genti, meglio dire, perchè la mescolanza è grande e gradevole.

IMG_20160222_113539Delizioso anche mangiare per tapas nei bar ristoranti. Insieme al bicchiere di vino e birra ti danno, allo stesso prezzo, un piattino, a tua scelta, di eccellente pesce. Vi ho mangiato delle soglioline ai ferri commoventi. Oppure un tè alla menta nei bar mussulmani.

Melilla vale largamente il viaggio e qualche giorno di permanenza. Pochissimi turisti e niente di spettacolare da vedere, ma molti spunti interessanti: antropologici, storici, sociali. Prezzi IMG_20160221_220857contenuti visto che è Porto Franco. Cari, per arrivarci, aerei e traghetti. Meglio arrivarci via Nador con Ryanair e da lì con taxi, individuale o collettivo, a poco costo.