Per la prossima volta

Avete passato, ancora una volta, delle vacanze esecrabili? Vi hanno spennato in cambio di servizi da centro di accoglienza immigrati? Non avete visto nulla perchè sempre immersi in una folla sudata ed appiccicosa? E’ perchè non seguite il Viaggiatore Critico.

Ecco delle idee per la prossima volta che volete partire.

Case tradizionali in Bulgaria.

Costi bassi, Europa, auto propria. I Balcani. Sono la nuova frontiera del turismo europeo. Ci si sta benissimo, si mangia bene, si spende poco, la gente è molto gentile ed accogliente, sono poco frequentati dal turismo sborrone, livello di sicurezza personale molto alta (contrariamente a quello che pensano gli italiani). Gli inconvenienti sono la mancanza di lingue in comune e le non molte cose da vedere. E’ soprattutto un tursmo di sensazioni, di atmosfere. Un ritorno ad una vita modesta, ma piena di speranze e di voglia di viverla. Una specie di Italia degli anni ’70. Il modello di turismo migliore consiste nell’andare con la propria auto (passando da Trieste o attraversando l’Adriatico, verso l’Albania o la Grecia) e girare senza meta, annusando l’aria e dando un’occhiata alla guida. Solo un’occhiata, senza impegno. Le spiagge dell’Albania meritano molto, soprattutto  a nord di Saranda. E in Albania si sta tranquillissimi, perchè tutti i loro delinquenti sono in Italia. In Macedonia piaceranno molti i laghi di Ochrid e di Prespa; la regione fra i due è montuosa e gradevole. Una puntatina nel nord della Grecia ci sta sempre bene. La Bulgaria offre molto ed è particolarmente accogliente. La vita notturna di Sofia merita qualche giorno; poi si può andare sul Mar Nero, anche se non è un granchè. Poco lontano c’e’ la grande Romania. Da non dimenticare un giro nelle campagne ungherese, frequentando le loro piccole terme. Insomma un viaggio che può essere lungo, vario, divertente, interessante. Soprattutto nuovo.

Dalla finestra di camera, a Pellestrina.

In Italia, stanziali. Pellestrina è il luogo giusto. Soggiornate in un paesino dimenticato da Dio, sulla laguna di Venezia. Da lì potete andare con i vaporetti a Venezia, a Chioggia, al mare del Lido. Ma vedrete che starete così bene, in paese, che non avrete voglia di allontanervene e ci passerete delle belle giornate fra la spiaggia (bruttina), il bar ed il ristorante a mangiar spaghetti alle arselle. Poi potete trasferirvi, in pochi chilometri,  nel Delta del Po, a vedere quel mondo strano, fatto più d’acqua che di terra.  Magari è meglio non andarci d’agosto, per il caldo, l’umidità e le zanzare, addestrate dall’ISIS. Prezzi contenuti nel Delta, abbastanza alti a Pellestrina; esosi i vaporetti veneziani.

Caraibi. State lontani dalla Cuba insignificante, da Santo Domingo trasformato in bordello a cielo aperto, da Saint Martin affollato, dalle isole anglofone iperturistiche,  dai resort lussuosi e carissimi o dalle tremende crociere. Andate in un’isola-gioiello dove regna la calma e la serenità. Spiagge molto belle, ricettività familiare, interni agricoli e bucolici, bassissima affluenza. E’ l’isola di Marie Galante; è francese e quindi è come stare in Europa. Ma attenti al problema delle alghe. A volte ne arrivano tonnellate, a riva; marciscono e puzzano rendendo impossibile la vita. Informatevi bene prima di partire. Oppure, la molto basica isola di Barbuda dove la vita del turista è difficile ma le spiaggie sono di commovente bellezza. Prezzi altini, in tutti i casi: più a Barbuda che a Marie Galante.

 

Immensità patagoniche

Patagonia, per sempre. Questo è un viaggione: difficile, lungo, caro, scomodo. Ma vedrete i luoghi più belli del mondo. Paesaggi incredibili, distanze immense, orizzonti infiniti. Deserti, ghiacciai, foreste nebbiose, torrenti impetuosi, mari gelidi. Viaggerete per giorni e giorni su brutte strade, mangerete gli agnelli cotti al riverbero dei falò, conoscerete le incredibili storie della fine del mondo. Chi non ci è stato non può immaginare; chi ci è stato torna con un’altra luce negli occhi. E’ un luogo che non si dimentica; si può finire per odiarlo, ma non ti lascerà più. Non è certo come una vacanza a Gatteo a mare. Ci vogliono dei bei soldi ed almeno tre settimane. Si può discendere la Carrettera Austral cilena o la mitica Ruta 40 argentina. Bisogna comunque arrivare ad Ushuaia. Le grandi attrazioni sono il ghiacciaio del Perito Moreno, la penisola di Valdez con le balene, il Parco delle Torri del Paine. Ma tutto il resto è ancora più interessante. Da programmare per bene, evitando i tour organizzati, cari ed insoddisfacenti. Evitare anche le crociere patagoniche; sono un pò delle truffette. Il meglio è andare in 5 o 6 ed affittare un pulmino robusto, dove, all’occorrenza, ci si possa arrangiare per dormire. E’ il viaggio della vita, obbligatoriamente durante il nostro inverno.

La Plaza de toros di melilla è facilmente visitabile.

Originale, dove non va nessuno. Melilla, enclave spagnola in Marocco. Vi è una bella spiaggia, la città è molto carina e vivibile, si mangia dell’eccellente pesce e, se si vuole, anche la cucina araba. Se ne può uscire per fare un giro in Marocco, magari a Fez, la cui Medina ritengo essere l’unico luogo interessante di quel paese. Zero turisti, si vive una città multiculturale, multietnica e piena di storie curiose. E’ stata anche sede del Tercio, la Legione Straniera della Spagna: fascistissimi, ma un pezzo di storia. Interessante osservare gli intensi traffici che si svolgono alla frontiera fra la città e il Marocco. Essenziale parlare lo spagnolo, per scambiare con la gente. Una vacanza balneo-antropologica. Ve ne potrete vantare con gli amici, che non sapranno nemmeno dove si trova questa città. Ci si arriva molto comodamente con Ryanair fino a Nador; da quest’aereoporto in 10 minuti di taxi si arriva a Melilla.

A praia da piscina; la spiaggia della piscina a Sao Tomè.

L’Africa possibile. E’ molto complicato andare in Africa; eppure qualche volta nella vita va fatto. E’ pur sempre il continente dove l’umanità è nata. Naturalmente non parlo di Malindi, colonia di italiani o della Namibia dei banali tours organizzati. Propongo una meta pochissimo conosciuta dagli italiani. Un luogo piccolo, raccolto, facile da girare, del tutto sicuro. Le belle isole di Sao Tomè e Principe, dove si trovano delle spiaggie, delle foreste densissime, dei bei panorami, una bella architettura coloniale, una storia intensa. E dove la vita pulsa, come quasi ovunque in Africa. Ci sono buoni alberghi, con delle belle piscine. Una decina di giorni in giro per Sao Tomè sarà una vacanza molto piacevole ed interessante. Ed anche innovativa. Il costo non è bassissimo, soprattutto a causa dell’aereo; obbligatorio passare da Lisbona.

Buon viaggio, questa volta.

Il continente perduto

Botero, altra star idolatrata per molto tempo….

Ci fu un lungo momento, decenni fa, durante il quale il continente sudamericano era di moda, amato, desiderato. Per i giovani un lungo viaggio nelle sue terre era quasi indispensabile. Il calcio del Brasile, le sue donne (Florinda Bolkan, i culi delle danzatrici di samba al carnevale di Rio), la sua musica (Vinicius de Moraes, Toquinho); Cuba e la sua rivoluzione con El Che Guevara; i libri di Castaneda in Messico, quelli di Garcia Marquez in Colombia (quanti locali italiani si chiamarono Macondo?), Borges e Amado; la cocaina, il peyote, la marijuana. Il reggae, gli Inti Illamani. Kingston e Cuzco. L’emozione per Allende, lo sdegno per i golpisti assassini in Argentina ed in Cile. Il dolore delle guerre civili in Centro America. Sendero Luminoso, i Sandinisti. In Italia non si parlava d’altro, in tema di turismo.

Molti vissero anni intensi di amore, interesse, rabbia, coinvolgimento e fascinazione per quel continente. Moltissimi ci andarono;  molti ci viaggiarono per mesi, perdendosi nei “peggiori bar di Caracas”. Alcuni ci sono rimasti.

Le infinite strade sudamericane: qui fra Cile ed Argentina, In Patagonia.

Poi il vento è cambiato, quella moda si è estinta. Il racconto epico ed avventiroso ha lasciato spazio alla cronaca del turismo sessuale, dell’enorme violenza, delle guerre di droga. I brasiliani hanno smesso di giocare il loro calcio; il samba e la bossa nova si sono ritirati in nicchie di nostalgici. La politica sudamericana non interessa veramente più. Tutto il resto è dimenticato. In Sudamerica non ci va più nessuno, soppiantato dall’Estremo Oriente: esotico, tranquillo, a buon mercato. Nei gruppi di turismo di FaceBook quel continente è completamente scomparso.

Non c’e’ da dispiacersene. Io continuo ad andarci, ma con sempre meno voglia. Fu un innamoramento adolescenziale collettivo: breve e senza basi. Ma è anche vero che il Sudamerica è cambiato molto, molto rapidamente ed in pochi casi in meglio.

L’aumento sia della popolazione che della ricchezza sono stati straordinari. L’influenza culturale nordamericana ha ulteriormente appiattito le già scarse differenza culturali che vi erano. Ormai sulle Ande si fa il “baby shower” e si adora il “Kentucky Fried Chicken”. La piatta tristezza dell’omologazione regna.

Il turismo sessuale ha sostituito quello politico.

E’ aumentata enormente la ricchezza, ma in un quadro di ingiustizia sociale inconcepibile per un europeo. Quindi: esplosione della delinquenza comune e radicamento di quella organizzata. Con l’eccezione di Cuba (il paese più sicuro al mondo) e del Cile, tutti i paesi sudamericani sono molto pericolosi per i locali e per i turisti. Impossibile circolare in tranquillità nelle città, difficile allontanarsi dai perimetri turistici controllati dalle polizie.  Lo straniero che va a zonzo solo con molta fortuna eviterà frangenti magari non pericolosi per la sua vita, ma certo sgradevoli per la tranquilla prosecuzione del suo viaggio: furti, taccheggi, rapine.

Quindi l’unica possibilità per i turisti non particolarmente attirati dal pericolo (ve ne sono molti anche di quelli) resta il resort sulla spiaggia, da cui non si esce per tutta la durata del soggiorno o, se lo si fa, solo in gruppi protetti per le famigerate gite organizzate. Anche molto diffusa la micidiale crociera caraibica dove si mette addirittura il mare fra il turista e il delinquente locale.

Del resto, il continente è sempre più monotono e quegli infiniti viaggi in bus che vi si facevano (e che io mi ostino a farvi) hanno perduto completamente di senso. La noia di quei tragitti dava, una volta, senso al viaggio. Si esplorava l’enormità di quei luoghi, noi europei abituati alle corte distanze. Più ci si annoiava in quelle giornate e nottate di bus puzzolenti, più ci pareva di misurare la vastità del mondo. Ora vince l’esperienza intensa, rapida e concentrata: l’esatto contrario.

In questi tempi nei quali la gastronomia ha soppiantato la cultura, il continente sudamericano non ha niente da offrire. Vi si mangia, infatti, malissimo. Certamente peggio che in qualunque altro luogo del mondo. Si salvano il ceviche e l’asado, ma per il resto è notte fonda. Il piatto più famoso, la fejoada brasiliana, può uccidere un toro.

Fa quindi bene, la gente, a non andare più in Sudamerica: pericoloso, monotono, privo di attrattive.

Bucanieri e resort ai Caraibi

Di quali affari si tratterà? A Dominica

La ciclica e terribile violenza di Haiti, le continue truffe di Santo Domingo e di Barbuda, la mafia di Saint Martin, il razzismo della Guadaloupe, l’inconsistenza della Martinica, le commissioni del 25% al bancomat di Dominica, hanno la stessa causa.  I Caraibi sono state terre di bucanieri, filibustieri, corsari, pirati. I primi erano dei disgraziati che su quelle isole cacciavano, arrostivano e vendevano vacche e capre alle navi che arrivavano dall’Europa. Quel bestiame era stato sbarcato dai primi esploratori e si era riprodotto in liberta. I bucanieri (dalla parola francese boucaner, affumicare)  conoscevano perfettamente i luoghi e diventavano predoni appena ne avevano l’occasione, taglieggiando i naviganti quando sbarcavano.  Quando potevano permettersi un’imbarcazione ed assaltavano in mare le navi di passaggio, venivano chiamati filibustieri. Quando poi avevano un’autorizzazione da parte di una Corona europea diventavano corsari. Se invece si organizzavano bene, per conto loro e diventavano importanti, erano definiti pirati. Comunque delinquenti.

Strutture schiavistiche a Barbuda.

Sulla terra le cose non andavano meglio: una sottile classe di latifondisti dello zucchero schiacciava una massa informe di schiavi. E da nessuna parte, salvo, forse, a Cuba, nacquero strutture statali abbastanza potenti da mettere un pò d’ordine in tanta efferata ingiustizia. I Caraibi son sempre stati terre di nessuno, isole cambiate di mano mille volte, teatro di atrocità. Luoghi di rapina, di violenza, di stratagemmi, di vita fatta di espedienti.  Addirittura, poco prima dell’arrivo dei bianchi queste isole furono conquistate dai Caribi, indigeni centroamericani di abitudini guerriere e cannibaliche, tanto per dire quel che questi luoghi hanno visto.

Son passati secoli ma tanta violenza non poteva non lasciare abbondanti lasciti fino ad oggi. L’individualismo furbesco, l’appropriazione indebita costante, la violenza furtiva, l’inconsistenza dei valori, l’inaffidabilità anche fra prossimi, l’arroganza, l’impulso irrefrenabile alla prevaricazione e all’intimidazione, la corruzione, la sfacciataggine sono il pane quotidiano di quei luoghi. Ma anche, semplicemente, la maleducazione, la cafoneria costanti, l’imperante cattivo gusto.  Un inferno umano collocato in un paradiso geografico, un beffardo scherzo della condizione umana.

Club Meditarranée alla Martinica.

Il turista forse non capisce fino in fondo tutto ciò e spesso non ha gli strumenti linguistici per approfondire. Guarda e passa, ma sicuramente  subisce i mille problemi che un ambiente altamente ostile gli causa costantemente. L’insicurezza è ovunque alta; probabilmente non riceverà danni fisici, se non è molto sfortunato, ma il suo portafaogli non ne uscirà indenne. In una o più delle molte forme in cui ciò è possibile. Ciò deve essere apparso molto chiaro agli imprenditori turistici che, quindi, hanno interposto un’alta muraglia fra i turisti ai Caraibi e gli abitanti locali.

Hanno quindi costruiti giganteschi villaggi turistici (qua ed ora detti resort) dai quali i turisti non escono, se non scortati durante le famigerate escursioni. E i turisti non ci pensano nemmeno ad uscire, terrorizzati come sono dai racconti, esagerati ad arte, di ciò che succede fuori. Così consumano e spendono sempre ed esclusivamente all’interno del resort.  L’unico punto dove il turista potrebbe entrare a contatto con il mondo esterno è la spiaggia, che proprio non si resce a recintare; ma qua, nerborute guardie li sorvegliano ed allontanano i locali non autorizzati.

Insomma, il turismo è riuscito a separare il paradiso geografico, consegandolo ai turisti, dall’inferno umano, lasciato ai locali. Un’operazione raffinata.

L’infinita monotonia del Sudamerica

Pascolo sudamericano. Ve ne sono miliardi così.

Il viaggiatore che avesse voluto fare il giro delle capitale sudamericane in bus, al termine del suo viaggio, avrebbe percorso 18.000 km, ma avrebbe visto ben poco dal finestrino del suo posto. E non solo perchè rincoglionito dalla musica, dal sonno, dalla gelida aria condizionata. Ma soprattutto a causa del paesaggio sudamericano, straordinariamente monotono (con la sola lodevole eccezione delle Ande). Predominano amplissimi pascoli maltenuti, recintati dal filo spinato infisso su alberelli tristi e fitti; pascolano, semibrade, mucche apparentemente felici (ma del cui stato di salute, un veterinario europeo inorridirebbe). Le uniche ad esserlo, certo più dei muli, asini, cavallini di incertissima genealogia, ma di certissimo duro lavoro quotidiano, condito da maltrattamenti.  A volte si vede un pò di aridità, a volte molti alberi, ma la sostanza è il pascolo abbandonato alla volontà di Dio.

Povere bestie, povera gente.

Ma anche tutto il resto è monotono: la lingua è sempre la stessa: spagnolo o portoghese; la cultura è molto simile, la storia è andata sullo stesso binario, la religione è ovunque la stessa, l’architettura, coloniale o moderna, è tutta simile. L’aspetto delle periferie attraversate dal bus del nostro viaggiatore è straordinariamente uguale, ovunque: case basse, brutti hangar industriali o commerciali maltenuti, enormi e pervasive insegne onnipresenti. Squallore, sporcizia e tristezza.

Ho già scritto dell’infelicissima condizione umana sudamericna e questa è certamente la causa principale della piattezza di quel continente. Popoli malmenati dalla storia, società autoritarie e violente, individui rigidamente fissati nei ruoli sociali e privi di libertà. Il risultato è l’inesistenza della speranza, il dominio della depressione, l’attendismo e il fatalismo. Quando lo capisci, non hai più voglia di andarci.

Squallore, commerci, case cadenti, fili elettrici ovunque.

Il possesso della terra tenuta a pascolo è un fortissimo status symbol ed è appannagio delle grandi famiglie. Il bestiame, el ganado, è sinonimo di famiglìa antica, nobile. Ma i ricchi disdegnano il lavoro e non si curano dei loro sterminati latifondi che producono frazioni di quel che potrebbero dare. Aziende agricole infinite che non ricevono attenzioni ed investimenti e sono miseramente destinate alla meno produttiva delle produzioni: l’allevamento bovino. Che però da grande prestigio sociale: quando la domenica si va in fattoria, con il cappello da cow boy, i jeans e la camicia a quadri a mangiare pantagruelici barbecues di carne troppo cotta.

Ecco perchè il nostro viaggiatore vedrà quasi esclusivamente pascoli maltenuti. I proventi che pur danno, saranno investiti in attività finanziarie, a far compere a Miami, ad arredare attici nei grattacieli delle capitali. Certo non saranno mai investiti nell’azienda. E non si parli di pagare decentemente i lavoratori.

Ma nelle capitali chi può se ne frega delle miserie.

Quando i proprietari si curano della loro terra, cercheranno di seminare prodotti miracolosi, che li arrichiscano in mesi, non in anni. In tutto il continente vi è la perenne rincorsa al prodotto innovativo, capace di entrare sui mercati internazionali: l’esportazione è il miraggio. Ma raramente riesce e spesso causa più indebitamento al paese che reddito ai suoi abitanti. La regola è che le grandi famiglie ricevono sussidi statali per introdurre tali innovazioni. Quando (quasi sempre) falliscono, il debito è cancellato e rimane alla collettività.

E non si può certo chiedere ai miserrimi operai agricoli o ai poveri piccoli proprietari di terra di migliorare il proprio ambiente: vivranno in povere case malandate, in paesi senz’anima e decoro. Le amministrazioni locali poco possono e meno fanno. Servizi a zero e migliorie urbane assenti.

Quindi il nostro viaggiatore attraverserà un miliardo di cittadine, paesi, villaggi, frazioni, tutti tristamente uguali e squallidi. Pieni di una umanità arresa e solo desiderosa di andarsene o di bere. O di sfogarsi con una violenza inarrestabile.

Ed in questi centri, più o meno urbani, il viaggiatore troverà il trionfo del commercio. I paesi sudamericani sono in mano a quella borghesia sfacciata, che ha fatto e mantiene la propria fortuna sul commercio. E’ il Vangelo di quel continente: non vi sono regole, condizioni, protezione per il consumatore, sistemi fiscali che reggano. L’imperativo è vendere: del resto la popolazione urbana è giovane, sta cercando di uscire dalla miseria rurale ed è desiderosissima di beni. E aprono, quindi, le porte infiniti negozi con le loro scritte urlanti e colorate. Le merci spesso sono di bassa qualità, malamente offerte, per niente valorizzate. Commessi più attenti a non farsi rubare la merce, che a servire il cliente. Clienti creduloni e raggirabili. Tutto terribilmente dozzinale. Pur di avere, si compra cianfrusaglia.

L’immagine simbolo delle periferie sudamericane.

Mercati e mercati, quartieri commerciali, banchi dappertutto, ambulanti ovunque, musica, casino, merci, merci, merci. E questo, sempre uguale, durante i 18.000 km del nostro viaggiatore. E sulle arterie, soprattutto meccanici, gommisti, magazzini di ricambi auto. Il parco auto vetusto, la poca perizia nella guida, lo stato delle strade, l’improvvisazione di molti meccanici fanno sì che le auto siano bisognose di continue cure e ricambi.

Tutti questi elementi saltano alla vista del nostro viaggiatore. Più difficilmente, egli,  avrà una esatta percezione di quella strana e complessa cosa che è la cultura sudamericana.  Quella grande omogenietà linguistica, storica ed anche culturale del continente, avrebbe creato un unico e formidabile popolo, nei sogni del Libertador Simon Bolivar. Purtroppo non è stato così. Sono popoli troppo schiacciati prima dai Conquistadores, poi dai latifondisti, poi dalla borghesia commerciale, poi dagli attuali imperi finanziari; troppo schiacciati per riuscire a crearsi un proprio autentico cammino.

L’architettura coloniale, per quanto gradevole, è estremamente ripetitiva.

Sono quindi popoli diversi e che spesso si odiano pur condividendo il 90% delle caratteristiche culturali. Queste restano però frammentarie, esili, contraddittorie, dispari. Il viaggiatore attento si troverà, quindi, difronte all’infinita ripetizione degli stessi schemi culturali, da un capo all’altro del continente; ma li troverà sostanzialmente inconsistenti. Niente a che vedere, per intendersi, con la strordinaria forza culturale degli africani, che lascia basiti e meravigliati.

La moda dei viaggi in Sudamerica, da parte degli italiani è mutevole. Ebbe un auge negli anni ’70 ed ’80 soprattutto nella sinistra giovanile; sulla spinta del Che Guevara, di Jorge Amado e di Garcia Marquez; della rivoluzione nicaraguense, dei movimenti centramericani, peruviani;  della solidarietà alle immani tragedie cilene e ed argentine. Ed il modello era proprio quello di andare in giro con i bus, molto più avventurosi a quei tempi, e di mescolarsi alla popolazione, visitando i gruppi e le iniziative dei compagni rivoluzionari. Facendosi, nel contempo, un sacco di canne e poi di coca.

Il sovrano delle strade sudamericane.

Ma quel movimento turistico si esaurì. Forse per il mutato ambiente politico europeo, forse per l’invecchiamento di quei turisti. Ma probabilmente perchè la gente ha finito per capire che si trattava di un ‘infatuazione con poca sostanza. Esattamente come i romanzi, di fama del tutto passeggera, di Garcia Marquez con il suo stucchevole (ma che piaceva tanto) realismo magico.

E l’America Latina, come destinazione turistica globale, è crollata. ormai non ci va quasi più nessuno. Alcuni a Macchu Picchu o nei resort sulle spiagge. Che tristezza.

Caraibi

Questo post è una guida che conduce verso tutti gli altri post di questo blog che parlano dei Caraibi.

Dapprima bogna distinguere fra i diversi tipi di Caraibi che vogliamo visitare: è possibile farlo qui. Poi bisogna capire cosa vogliamo andare a fare e pensare bene se ne vale la pena, leggendo qui e tenendo presenti anche queste caratteristiche della regione.

Se si vuole andare a Cuba, da questo post è possibile accedere a molti altri. Moneta, donnelocalità, alberghi e casas particulares. Chi volesse andare ad abitarci dovrebbe leggere questo post.

Chi invece seguisse i molti italiani che vanno a Santo Domingo può leggere qui dove andare,  con quali compatrioti  e quali dominicani si troverà a fare.

Se invece vogliamo tralasciare i Caraibi di lingia spagnola, troviamo quelli di lingua francese. Le cossiddette Antille con le loro isole poco interessanti Martinica  e  Guadalupa con i suoi problemi di razzismo e con le difficoltà per il turista. Ma anche con la meravigliosa isola di Marie Galante e con il borgo di Grand’Riviere alla Martinica.

Ci sarebbe anche l’isola di Saint Martin mezza francese e mezza olandes, ma la sua visita è decisamente sconsigliata.

Fra le ex colonie francesi da non dimenticare il fascino difficile di Haiti e della sua capitale turistica (si fa per dire) Cap Haitien.

Anche se marginalmente anche la bellissima e complicatissima Penisola di Paria, in Venezuela, fa parte dei Caraibi.

Vi sono infine le isole anglofone, indipendenti, a volte molto saportie come Dominica, a volte insapori come Antigua e a volte interessantissime come Barbuda.

Questa è la mia classifica delle migliori tre spiagge, mentre le crociere sono nettamente sconsigliate.

Italiani di Santo Domingo

img_20161216_123735
Generi essenziali all’economia dominicana.

Vi è di tutto: latitanti, pensionati tristi, morti di fame che non riescono ad andarsene, puttanieri, pedofili, fascisti, razzisti, leghisti, mafiosi, camorristi, ndranghetisti, settantenni affetti da satiriasi, pizzaioli, albergatori, affittacamere, ristoratori sedicenti di lusso, ma, soprattutto, contaballe, sbruffoni, sborroni, inattendibili, logorroici, bugiardi senza limiti.

Uno zoo incredibile. Dice che sono 200.000 gli italiani residenti nella Repubblica Dominicana (comunemente chiamata Santo Domingo), ai quali si aggiungono i turisti occasionali con permanenza di più o meno lunga durata e frequenza (c’e’ chi ci passa tutte le ferie che ha). In certe zone sono densissimi; alcune località sono frequentate dai meridionali, altre sono colonie dei veneti.

In pochi giorni ho conosciuto: un sopravvissuto della banda del Brenta ed un carabiniere che dava loro la caccia; entrambi in pensione vivono ignorandosi, uno accanto all’altro. Uno che 20 anni fa si faceva i furgoni blindati. Un pugile lombardo affiliato ad una cosca calabrese. Un saldatore con un grave infortunio sul lavoro che vive con la pensione di invalidità e con il commercio di pesce. Un piastrellista livornese che si è dato all’allevamemto delle pecore. Un sedicente immobiliarista che soppravvive affitando tre camere nell’unica casa residua dal suo fallimento. Un chirurgo in pensione che compra, anche a caro prezzo, il culo delle ragazze che penetra selvaggiamento con il suo aggeggio che si dice di circonferenza particolarmente sviluppata. Un cuoco che tira malamente avanti con una trattoria pseudo italiana e che obbliga la sua compagna dominicana all’anoressia perchè a lui piacciono magre. Degli stessi gusti del musicista fascista che è contento che nella vicina Haiti facciano la fame così le donne mantengono la linea e lui se ne può beare. L’ultimo fricchettone del mondo: sessantenne e reduce da un centinaio di acidi portati malissimo.

Ma che ci vengono a fare? In primo luogo per le donne, belle e facili; in secondo per il senso di libertà che da la quasi totale assenza di regole di questa repubblica delle banane; in terzo per il clima, il mare, le spiagge di cui Santo Domingo è molto ricco (il fascino dei Caraibi attira sempre moltissimo) . In quarto luogo perchè la grande presenza di italiani ne attira sempre di nuovi che si sentono spalleggiati dai vecchi. In quinto luogo perchè i due popoli: italiano e dominicano un pò si assomigliano. Ed infine, perchè non c’e’ un trattato di estradizione con l’Italia.

Ma di che vivono? Molti della pensione o dei risparmi più o meno legalmente riuniti. Gli altri dei più strani traffici. L’assenza tropicale di regole e la fantasia italiana si sposano in un tripudio di iniziative fra il geniale, lo squinternato ed il fallimentare. Iniziative che vanno a finire spesso male, ma che vengono sostituite da altre ancor più improbabili.  Qualcosa a volte ci tirano fuori, più raramente ci vivono bene, eccezionalmente qualcuno fa fortuna. Sono quasi tutte attività legate al turismo e quindi sono spesso in rapporto con altri italiani.

Ma, indipendentemente dalla realtà delle cose, è invalsa l’abitudine di millantare ricchezze e, a sentir loro, navigano tutti nell’oro. E’ insopportabile sentirli cianciare per ore dei loro successi economici, quando invece vanno in giro su vecchi motorini cinesi. In molti son sempre lì a parlare dei soldi che gli altri non hanno, ma loro si.

img_20161211_185834
L’amore sboccia facilmente a Santo Domingo

Ma come vivono? Male, direi. Ho avuto l’impressione che il livello culturale medio è assai basso; parlano male lo spagnolo; hanno rapporti spesso difficili con i dominicani; economicamente arrancano, a volte sotto il limite della decenza. Si detestano mutuamente, pieni di rancori ed invidie; ma sono obbligati a frequentarsi, a socializzare, a scambiarsi le donne, a cercar di fare affari insieme. Vivono in ciabatte, in un turbinio incessante delle bellissime e facili donne dominicane. E ciò basta loro. Si consolano con una vita facile, comoda, fatta di poco ma senza stress. Il tripudio della faciloneria sciatta ed accattona, bugiarda, vitale, ignorante e sfacciata dell’Italia più trita. Sotto il sole tropicale che scolora e smussa tutte le difficolta’.

L’infelicissimo continente sudamericano.

Un piranha, pescato e sgozzato in Venezuela. Simbolo, il pesce ed il pescatore, delle voracità e della violenza di un intero continente.

Sono molti gli italiani che desiderano (o desideravano) visitare l’America Latina; si  ha (aveva) infatti, in  Italia, di questo continente, una visione molto positiva. Io ho visto altre cose: eccole.

La somma delle infelicità di quel continente è infinita. Luogo difficile, terribile.

Già i grandi imperi precolombiani dovevano essere crudeli, classisti, spietati. Su questa base si innestarono quei delinquenti sanguinari, assassini ed avidi dei Conquistadores e dei primi colonizzatori spagnoli e portoghesi. La feccia della penisola iberica che fuggì la miseria europea per farsi ricca nelle colonie. Poi gli schiavi africani, indicibile sofferenza. A quelli si sono aggiunte infinite ondate di disperati che cercavano in America una svolta alla loro grama vita in Europa.

Ed infine sono arrivati gli sfacciati misfatti del liberismo economico che soggioga senza freni i popoli ai capricci del capitale. Conflitto, sopraffazione, arbitrarietà sono le parole che definiscono la storia dei rapporti fra le persone di questo continente. Su tutto ha steso la sua mefitica cappa la Chiesa Cattolica, recentemente spiazzata dalle sette evangeliche, forse peggiori, se possibile.

Il risultato è catastrofico. Le tre popolazioni: indigena, europea ed africana non si sono mai integrate; sono rimaste separate e profondamente nemiche. La vastissima popolazione meticcia è strapazzata fra il desiderio di essere bianchi ed il terrore di essere indigeni o neri. Nessuna identità, nessun orgoglio identitario. I bianchi sono ossessionati dal timore di essere inghiottiti dalla massa che hanno  sfruttato bestialmente (e che continuano a sfruttare). Indigeni e neri sono stati troppo schiacciati per non essere culturalmente annullati. Solo recentemente qualche barlume di recupero di dignità. Il disprezzo e l’odio ammorbano l’aria, pur restando invisibili agli occhi non attentissimi.

Ma tutto ciò è a livello dei gruppi. A livello personale è perfino peggio. La società sudamericana è talmente compressa e piena di odio e di tensioni sotterranee che gli individui che la compongono sono fissi in una rigidità immodificabile. Ogni gruppo sociale ha un suo ruolo e i suoi membri non ne possono uscire. Le persone sono completamente mummificate nel ruolo che gli è stato assegnato, secondo la propria etnia. Sono monodimensionali, privi di spazi personali, piatti e prevedibili. Automi sociali, privi di libertà. E’ un continente in cui il ’68 non è mai arrivato. Nessuna liberazione. L’infelicità individuale è enorme. Anche la sinistra, che pur ha pagato un prezzo di sangue, morte e torture spaventoso, non riesce ad uscire dagli schemi. Fissi anche loro nella routine dei ruoli, senza capacità di quella ribellione personale all’ambiente circostante che è prerequisito dell’innovazione. La genialità è assente, fa paura; l’intelligenza è un disvalore, in quanto mette in pericolo la fissità dei ruoli sociali ed etnici. Il pensiero diviene semplice ripetizione consolatoria di luoghi comuni, ovvi, obsoleti, stantii (banale ma illuminante la lettura dei commenti su FB nelle pagine sudamericane). Una cultura mummificata, sia dalla parte conservatrice che da quella progressista. Si scrivono migliaia di libri; parziali, inutili, ripetitivi. Si affoga l’analisi della situazione in mille dettagli inutili.

I ruoli sociali vengono trasmessi su base familiare; che è tipicamente il miglior mezzo per mantenere le divisioni sociali, qui anche etniche. La famiglia regna sovrana in America Latina; niente si svolge senza famiglia. Si formano precocemente, sempre. L’aborto è ovunque proibito, si sfornano legioni di figli, a tutti i livelli sociali. La gioventù non esiste, si passa dall’adolescenza alla paternità. Le famiglie sono vaste, si spostano in massa. Legami fortissimi, soffocanti. Le donne passano dall’autorità paterna a quella maritale.

Da queste molteplici e tremende pressioni etniche, sociali, famigliari le persone ne escono represse ed insicure. L’ipocrisia è sovrana, la dissimulazione frequentissima. Da tanta repressione finiscono per sorgere le inarrestabili violenze del continente: a volte politiche, a volte personali come per la delinquenza, i narcotrafficanti, le bande giovanili, la violenza domestica. Sovrano il machismo, chiaro prodotto di malessere personale e sociale; sovranissimo il disprezzo che le donne portano agli uomini, uccidendo ogni sentimento positivo. O il sorgere irrefrenabile delle sette protestanti; nuovo schema in cui annullarsi. Dalla padella alla brace. E non è un caso che sia il continente del ballo; è lì che i corpi trovano un pò di libertà e di gioia.

La peggio ce l’hanno i giovani, privati di ogni capacità di ribellione e ridotti ad esser vecchi fin da subito; bambolini e bamboline repressi, esangui, ritorti su se stessi, psicologicamente rachitici. Soprattutto quelli delle classi più elevate.  Plastificati, pieni di mossette aggraziate, di ditina melliflue, di  vocine asessuate.

Dal conflitto fra gruppi nasce il fenomeno, per gli europei intollerabile, dell’indifferenza sociale. Quando si dice: “I grattacieli accanto alla bidonville”. E’ assente in quel continente ogni forma di solidarietà, di vicinanza. Vi è solo qualche traccia di beneficienza, della peggiore, quella dei ricchi che vogliono sentirsi buoni. Ed infatti, il paternalismo è diffusissimo.

Questo continente è in preda alle imprese americane, spagnole, europee, ora anche cinesi che ne traggono benefici colossali grazie a contratti capestro firmate con i governi corrottissimi: telefoni, acqua, elettricità, pedaggi autostradali, prodotti d’importazione, assicurazioni. Per cui cittadini a reddito procapite ben più basso di quello italiano, pagano i servizi di base ben più cari. Nel settore privato il lavoro vale poco essendo da sempre stato quasi schiavistico con gli indios, i neri, i meticci poverissimi. Ancora oggi lo è con le enormi periferie piene di immigrati che si danno per degli spiccioli. Invece il capitale è raro perchè i paesi sono poveri e perchè molto di quel che c’e’ parte verso l’estero. Quindi i benefici per il capitale sono molto alti; i tassi di reddività dell’impresa sono innimaginabili in Europa. Il lavoro non costa nulla.

Questo è quello che il turista italiano troverà in America Latina. Forse non coglierà tutti questi aspetti, ma non dimentichi che esistono. In Brasile la situazione è un pò diversa, la gente è più libera, indipendente ed in Cile più gentile. A Cuba, ma in generale nei Caraibi, è tutt’altra cosa.