Turisti accattoni

Foto diveuta famosa per il problema dei begpackers in Tailandia. Qusti due vendono cartoline per pagarsi il viaggio. Pubblicata su Twitter da Solo Traveller.

Il viaggiare a volte scatena sconcertanti impulsi nascosti nelle profondità delle persone. E’ un male che viene da lontano, dai tempi dei pellegrini. I quali partivano da casa loro con le tasche quasi sempre vuote ed arrivavano fino a Roma o a Santiago di Compostela mendicando, rubacchiando, facendo qualche lavoro dai contadini trovati lungo i cammini. Lo facevano per espiare i peccati e vivere in povertà, dicevano. In realtà erano dei grandissimi scrocconi, invisi alle genti che dovevano sopportare il loro passaggio.

Oggi succede, più spesso di quanto si creda, la stessa cosa. E’ normale che la coppietta di giovani di scarse risorse voglia comunque concedersi una bella vacanza e cerchi di risparmiare sui voli, sugli alberghi o i campeggi e che mangi un panino sulla panchina dei giardini. Del resto è una lotta accanita ed infinita fra il turista risparmievole e l’esercente avido. Il primo a chiedere accanitamente sconti e a dormire in tre in una sigola; l’altro a speculare appena possibile sui prezzi quando l’affluenza cresce: compagnie low cost ed albergatori soprattutto. Le due categorie (turisti ed esercenti) si odiano e cercano di truffarsi a vicenda. Gli albergatori tendono delle trappole pubblicando tariffe molto basse che però non sono rimborsabili; il turista ci casca, poi vuol cambiare la data, non può e ci perde l’intera somma versata.  A sua volta, alla prima occasione, ruberà gli asciugamani della camera e trasformerà una prima colazione compresa nel prezzo, in un pranzo natalizio da dodici portate. Un mondo di avvoltoi.

Ma alcuni turisti vanno molto oltre ed il viaggio diventa per loro un’accanita gara al risparmio. Sembra che non viaggino per conoscere, ma per risparmiare; anche se non ne hanno bisogno. E’ una sfida con se stessi a non spendere; a fregare gli altri; ad ingegnarsi per il centesimo.  Diventano degli accattoni feroci. A casa loro non potrebbero comportarsi così, sarebbero socialmente banditi. In viaggio si scatenano. Lo fanno soprattutto nei paesi poveri, dove già le cose costerebbero poco; si accaniscono a pagare ancora meno, ancor meglio se non pagano. Arrivano a truffare, rubare.

Alcuni aneddoti. In viaggio in Tanzania, con Avventure nel mondo. Una coppia fa da cassiera all’intero gruppo. La mattina il bussino parte dall’albergo per andare altrove, tutti tacitamente convinti che i cassieri abbiano pagato il conto della notte. Poco dopo vengono raggiunti dalla Polizia con il proprietario dell’albergo. Erano scappati intascando il conto di tutto il gruppo.

Un begpacker. Foto da Il Fatto Quotidiano.

Anni fa nacque una sorta di gara a percorrere tutta l’Africa, da nord a sud in bicicletta, spendendo 1 euro al giorno (ripeto un euro) che andava interamente o quasi nelle riparazioni del mezzo provato da quelle tremende strade. Quindi i ciclisti vivevano dell’elemosina degli africani, nei villaggi. Un europeo, probabilmente agiato (i poveri non fanno queste cose) che si fa mantenere per mesi dai miseri contadini africani.

Io stesso, non ancora del tutto adolescente, in un viaggio in Marocco rubai, con grande destrezza, uno spillone berbero che un misero commerciante vendeva su un telo steso a terra, al mercato. Ne presi in mano diversi, uno dopo l’altro, riposandoli subito dopo. Poi, ne nascosi uno nel palmo chiuso della mano e mi allontanai. Sfide giovanili. Me ne vergogno ancora.

Alle Canarie i turisti italiani sono molto malvisti in quanto hanno il vezzo di andarsene dagli alberghi senza pagare. A Fogo, Capo Verde, ho visto coppie che avevano speso molte centinaio di euro a testa per arrivare fino a lì, piangere miseria per avere uno sconto di 5 euro sui 20 che costava una camera affittata presso i contadini.

In Asia è divenuta una moda, recentemente. Nonostante che si trovino in paesi estremamente economici come India, Thailandia, Vietnam, dei giovani turisti mostrano dei cartelli ai passanti chiedendo l’elemosina per continuare il loro viaggio. Alcuni decenni fa suonavano nelle metropolitane ed in cambio dei soldi davano la loro musica. Scambio dignitosissimo. Ora no, chiedono l’elemosina agli indiani, per viaggiare; ci si può credere? In molti casi arriva la Polizia e li fa rimpatriare a forza, disturbando il dolce far niente delle rispettive Ambasciate. Questi turisti vengono chiamati begpackers e pare che comincino ad essere un vero problema. Decenni fa succedeva lo stesso con gli hippies a Goa, ma almeno, in quell’occasione, c’era una parvenza di ricerca spirituale.

Senza arrivare a tanto ho conosciuto stormi di turisti che cercano e si passano notizie su dove mangiare o dormire spendendo di meno; anche se il costo di quella notte o di quel pranzo sia ridicolo per gli standard europei. Altri che vanno nei mercati tropicali a fine mattinata per avere la frutta marcescente a poco. Ho conosciuto genovesi che passavano mesi in India vivendo in una grotta. Dei cooperanti pagati molte migliaia di dollari al mese abitare scantinati nelle periferie delle capitali africane.

Qui non si tratta di mercanteggiare negli acquisti come è giusto che sia per limitare il lievitare dei prezzi dovuto alla vostra qualità di turisti, nei mercati di mezzo mondo. Ciò è legittimo. Qui si tratta di limare centesimi a costi che sono già bassissimi. Centesimi che, riportati in Italia dopo le vacanze, evaporano in un aperitivo.

In questo interessante articolo si fa presente la possibilità che il turista accattone, in realtà, si sobbarchi la fatica di esserlo per poter postare sui social delle foto che gli diano lo status symbol di viaggiatore incallito e rotto a tutte le traversie. Una specie di medaglia alla resilienza. E questa osservazione, che potrebbe essere molto accertata, mi permette di tornare all’ardito parallelo con l’antico pellegrino. Anche lui andava in giro mendicando per poi poter rivendicare di fronte a tutti la sua santità, la sua purezza di spirito, mentre gli altri erano rimasti sotto le loro calde coperte.

In entrambi i casi si tratta di autopromozione. Di dimostrarsi migliori degli altri. E nel frattempo, come vantaggio aggiuntivo, si mangia a sbafo.

La bassezza umana non ha limiti ed il turismo la tira fuori tutta.

 

 

Valorizzazione turistica popolare: la Forra del Lupo e la Flaminia Militare.

Un tratto della strada romana a Pian di Balestra. Foto di Mongolo1984 via Wikicommons.

Due esempi importanti di iniziative che coniugano tre fattori che sono fondamentali per il turismo del futuro. I fattori sono: coinvolgimento popolare, recupero di beni culturali, promozione turistica di base.

Le due iniziative sono la Forra del Lupo a Serrada (Folgaria, Trentino) e la Flaminia Militare sull’Appennino fra Firenze e Bologna.

Della prima ne ho parlato abbondantemente qui. La storia della seconda dura ormai da 40 anni. Due amici di un paesino dell’Appennino si appassionarono ad un enigma storico: da dove passava la romana via Flaminia che legava Faesulae alla recentemente fondata Bononia (189 A.C.)?. Cerca cerca hanno finito per trovarla, scavarne dei tratti, identificare il percorso fino nel Mugello. Hanno scritto dei libri (scaricabile gratuitamente), fatto dei video, preparato un sito web. Dopo il primo ritrovamento i due, fino ad allora considerati un po’ squinternati, sono stati appoggiati ed aiutati dal loro paese e da quelli vicini. Ormai i due sono molti anziani, ma continuano a combattere per la loro scoperta che, a dir la verità, non è stata riconosciuta da molti archeologi. Sarebbe, sì, una strada romana, ma non esattamente la Flaminia Militare di cui parla Tito Livio. Ma poco importa, quella è certamente una strada romana ed è perfettamente conservata in alcuni tratti.

Grossomodo sullo stesso percorso della strada romana è stata creata la Via degli Dei, il sentiero che va da Bologna a Firenze e che sta avendo molto successo. Per un breve tratto i camminatori della Via degli Dei mettono i loro piedi sul basolato dell’antica via romana. Un grande piacere, un ponte fra viandanti lontani millenni.  La Via degli Dei e la Flaminia Militare (certo più la prima della seconda, ma anche la seconda contribuisce) hanno portato una buona presenza di turisti, camminatori, curiosi, appassionati di archeologia che fanno un po’ girare la stantia economia di quei borghi appenninici votati allo spopolamento invernale. Persone che mangiano, dormono, comprano qualcosa nei negozi.

La stessa cosa succede a Serrada, con la Forra del Lupo. Lì l’economia andava già bene con il turismo invernale e quello estivo. E grazie alle generosissime sovvenzioni della Provincia Autonoma di Trento che sparge sui propri cittadini le risorse sottratte al resto del paese. A tutto ciò si è aggiunto il percorso della Forra, che segue una trincea austriaca della I guerra mondiale e che richiama molte scolaresche, gruppi escursionistici, visitatori, appassionati di storia militare. Vi sono persone che si fermano al ristorante – bar che sta all’inizio del sentiero; altri vanno in piazza, qualcuno dormirà negli alberghi della frazioncina. Il nome di Serrada viene maggiormente diffuso, conosciuto, apprezzato.

Le due iniziative sono accomunate dal fatto che sia la trincea che la strada romana sono state ripescate dall’oblio e rese visibili – percorribili – leggibili da persone locali che si sono autonomamente organizzate e rese operative. E’ assolutamente una valorizzazione del patrimonio locale portato a compimento dagli abitanti del luogo. Più bello di così non si può. Nei paesi della strada romana appenninica le Amministrazioni Comunali si stanno svegliando solo ora, cercando di mettere i lori artigli sull’iniziativa, speculandoci politicamente e finendo per scacciare l’iniziativa popolare di base. I soliti avvoltoi, melliflui ed untuosi.

Nella nebbia dell’Appennino la cava da cui furono tolte le pietre per la strada. Pian di Balestra. Foto di Sandro Baldi via Wikicommons.

Le popolazioni di Serrada o dei paesi della strada romana, sono assolutamente contente della propria iniziativa; ne vanno fiere e vi sono affezionate. Non solo hanno collaborato, fattivamente o affettivamente, allo scavo, alla pulitura, alla manutenzione della trincea e della strada. Ma ne ottengono anche dei vantaggi economici, almeno alcuni di loro. Se non altro di immagine del loro paesino negletto.

Si ha quindi una popolazione che si attiva per riscoprire un bene della propria zona, lo promuove e ne trae dei benefici economici e/o culturali. Un meraviglioso esempio di integrazione a più livelli, compreso quello economico e culturale.

Non manca un lato un po’ oscuro, purtroppo. Il limite delle iniziative culturali popolari è una certa mancanza di spessore e di profondità. Non ci possiamo aspettare che tutti i montanari siano dei raffinati filosofi.

Ad esempio, alla Forra del Lupo esiste una certa deriva sulla spettacolarizzazione della trincea. Non dimentichiamoci che fu fatta per la guerra ed i militari stavano lì per uccidere od essere uccisi. Sembrano quindi fuori luoghi gli spettacoli notturni “Suoni e Luci” che si fanno nelle parti più rocciose della trincea; oppure la figurina del soldato ritagliata nella lamiera di ferro, ad altezza naturale. Mi pare che si voglia banalizzare quella che è stata la seconda più grave sciagura di tutta la storia dell’umanità.

 

 

Lo spettacolo di suoni e luci nella Forra del Lupo. Foto dalla pagina FB dell’Associazione che cura la Forra. https://www.facebook.com/ForraDelLupo/

D’altra parte, sull’Appennino si sono scavate molte centinaia di metri di strada romana, senza avvertire la Sovrintendenza ed usando metodi da sterratori frettolosi. Nessun scavo tecnico, nessuna supervisione scientifica. Roba da manovali. In questo modo si sono certamente perdute delle informazioni preziose che, forse avrebbero potuto anche risolvere il problema della datazione  della strada. Si è inoltre esposta alle intemperie ed ai danni dei vandali un’opera che era rimasta protetta da almeno 1500 anni. La responsabilità del degrado della strada non può non ricadere su chi ha voluto tirarla fuori, spesso innecesariamente (bastava fare qualche saggio per vedere il percorso e metterne in luce pochi metri a fine turistici; ed il resto lasciarlo sottoterra dove stava benissimo). A Serrada anni fa, esattamente con lo stesso schema di intervento popolare è stata ritrovata e scavata una vecchia chiesetta secentesca. Anche il quel caso il recupero e restauro è stato molto “muscoloso”.

Sia a Serrada che alla Forra del Lupo, infine, hanno tagliato alberi come se avessero una cartiera da mandare avanti. In particolar modo alla Forra del Lupo hanno recentemente tagliato, in modo assolutamente irresponsabile ed innecessario una decina di abeti che erano cresciuti intorno alla fortezza austriaca a cui la trincea portava.

Nonostante tali pur pesantissime ombre, le due iniziative rappresentano l’unica via di turismo desiderabile nel futuro: nato da iniziative popolari ed a beneficio di residenti e turisti. Andateci e poi raccontate al Viaggiatore Critico come vi sono sembrati questi due posti.

 

 

 

Turismo radioattivo a Chernobyl

La città abbandonata. Foto di Jorge Franganillo via Wiki Commons.

Nelle pieghe del mondo del turismo si trovano, a volte, delle faccende sconcertanti. Una di queste è l’aver trasformato un luogo maledetto come Chernobyl in una importante destinazione turistica; quest’anno deve aver raggiunto i 100.000 visitatori. Ripeto centomila. Roba da non credere.

La storia è semplice: dal 2011 si sono cominciate ad organizzare delle visite, partendo da Kiev, che dista un paio di ore di macchina. Evidentemente i livelli di radioattività lo permettono; non ci sono reali pericoli. Alcuni dei vecchi abitanti sono anche tornati a vivere nelle loro case, in campagna. Magari muoiono di tumore, ma gli ci vuole anni e lo fanno a casa propria. Quindi qualche ora di visita non rappresenta nessun inconveniente sanitario per i turisti. E non deve nemmeno essere un problema per le guide che ci vanno tutti i gorni.  Il viaggio costa un centinaio di dollari (che non è poco per i costi ucraini).

Si vedono i resti della città dei lavoratori della centrale: Prypjat, evacuata da un momento all’altro ed invasa dalla vegetazione. Si visitano le scuole abbandonate, con i quaderni sui banchi; la ruota della giostra mai inaugurata, le bamboline di pezza che giacciono sul suolo polveroso dell’asilo. Da un tetto (16 piani senza ascensore), si scorge, lontano, il sarcofago della centrale. Si visitano i vecchi monumenti sovietici. Si sorbisce un po’ di consegne di difesa dalle radiazioni, probabilmente più per far scena, che per reale necessità. Poi si torna a Kiev.

Il punto della pericolosità della zona visitata è complesso. Infatti se dicono che le radiazioni residue sono ancora pericolose, il turismo diminuisce. Se dicono che sono completamente sparite si perde parte dell’ebbrezza del pericolo. Ed in effetti la posizione ufficiale dice che le radiazioni ci sono, ma sono deboli. I gruppi vanno in giro con un contatore e la persone fanno i video ai ticchettii dell’apparecchio, tutte felici. Quanto ci sia di vero e quanto di artificioso ad usum turisti, non si può sapere.

Ad ogni modo la visita a Chernobyl porta degli introiti interessanti ed il Governo è ben contento. Quest’anno, addirittura, il numero delle visite si è impennato per via della serie di Sky sull’incidente alla Centrale. Come a dire che la sciagura di molti dell’86 è la fortuna di alcuni, oggi. Ovverosia, trasformare un problema in una opportunità. Ossia, tirar fuori soldi anche dai morti.

Il fenomeno appare inesplicabile. Perchè un turista va a vedere dei casermoni sovietici, privi di ogni interesse, abbandonati ed intorno ai quali la natura sta riprendendo tutti i suoi spazi?

Non si tratta certo di uno spirito pioneristico; di una avventurosa riconquista di spazi umani abbandonati dopo l’Olocausto Nucleare. I luoghi infatti sono pieni di turisti (alcune migliaia al giorno) e di avventuroso non c’e’ proprio niente. E non si può nemmeno dire che si voglia sfidare il pericolo come si fa con i tori di Pamplona. Le radiazioni non si vedono e se anche ti colpissero te ne accorgeresti fra decenni. Nessuna suspense.

Vogliamo pensare che c’e’ un sottofondo di polemica politica? Si va cioè a vedere uno dei peggiori fallimenti del sistema socialista sovietico? Forse qualcuno, ma non credo che siano molti i turisti che abbiano questo tipo di interessi.

Si tratta forse di turisti che non hanno nient’altro da fare e vedere? Convengo sul fatto che l’Ucraina non è particolarmente ricca di attrazioni turistiche, ma non ne è nemmeno del tutto sprovvista. Trasformare Chernobyl nella prima destinazione turistica del paese è veramente eccessivo.

Questa foto è famosa. La turista che si spoglia e si fa fotografare fra le rovine di Chernobyl. Fece scandalo per la mancanza di rispetto per la tragedia.

Esiste quindi la possibilità che sia un ulteriore episodio di quello che è definito il turismo nero. Ovverosia il desiderio patologico di andare a vedere le disgrazie o, almeno, i luoghi delle disgrazie. Come il luogo dove fu ucciso Versace, la diga del Vajont (ci sono stato anch’io), l’albergo di Rigopiano, il relitto della Costa Concordia all‘isola del Giglio. Si arriva in questi luoghi e ci si fa un selfie che si pubblica sui social. Riproduco qui accanto la foto di una procace turista che si è aperta la tuta antiradiazioni e si è fatta la foto in reggiseno. E’ stata molto criticata, ma ha avuto notorietà mondiale.

Quindi, escludendo una piccola percentuale di persone che sono interessate all’energia atomica ed un altro piccolo numero che rendono un sincero omaggio ai morti di Chernobyl, tutti gli altri sarebbero degli sciacalli che vanno in luogo così maledetto solo per far vedere che ci sono stati.

E’ questo un esempio di quel che è diventato il turismo? Siamo passati dal turismo per vedere, al turismo esperienziale per finire al turismo per apparire. Questa riflessione non vuole essere bigotto moralismo. Vuole compiangere la perfetta inutilità di un turismo di questo tipo. Tempo fa succedeva lo stesso con quelli che andavano alle Maldive. Trent’anni faceva moltissimo status.  Ma almeno erano le Maldive: spiagge ed alberghi bellissimi. Fare la stessa cosa in un sito radioattivo mi sembra di una tristezza e di uno squallore senza fine.

Contrariamente alla stragrande maggioranza dei luoghi di cui questo blog parla, il Viaggiatore Critico a Chernobyl non c’e’ andato (e nemmeno pensa di andarci). Ha però letto degli articoli di blogger che ci sono andati. Spesso invitati dalle agenzie di viaggio locali. La sensazione che si trae da queste letture è desolante. I blogger si inventano delle cose che non stanno né in cielo né in terra. Vedono un cane con un occhio più grande dell’altro e desumono che sono state le radiazioni. Una sorta di vischio sugli alberi diventa una mutazione vegetale.  Ci si dilunga sulla pantomima della misurazione delle radiazioni. I libri lasciati aperti sui banchi di scuola (probabilmente messi ad arte dalle agenzie che organizzano le visite) provocano commozione. Ci si lamenta che i passeri non cinguettano (d’inverno, sotto la neve?), quando invece si sa che la fauna è molto aumentata nella pace della zona interdetta. Una congerie di pochezze che non riescono a nascondere due cose: che è stato pagato per andarci e che si è annoiato a bestia.

Che bello, la natura che invade, copre ed annulla le intromissioni umane! Foto di Antanana via Wiki Commons.

Questa è la faccenda. Mete turistiche costruite ad arte, mantenute a forza di strattagemmi e visitate per la colpevole inerzia pecoresca di molti dei turisti. Meglio restare a casa.

 

 

 

La complicata festa dell’Alarde di Hondarribia

L’Alarde de Hondarribia. La sfilata. Foto dal sito della Fondazione che organizza la manifestazione.

Questa è una vicenda tutta spagnola in terra basca ed è anche molto istruttiva di come vanno certe faccende turistiche.

Hondarribia (in basco, mentre in spagnolo sarebbe Fuenterrabia) è una cittadina proprio alla frontiera con la Francia, sull’oceano Atlantico. Nel 1638 la popolazione difese con successo la città dagli attacchi francesi. Da quel momento tutti gli anni, fino ad oggi, in settembre, la popolazione sfila in ricordo dell’evento. Tale sfilata è chiamata Alarde che vorrebbe letteralmente dire rivista militare.  Ci sono stati molti cambiamenti nei secoli; da metà del 1800 si sono formate delle “compagnie” per quartiere o per mestiere, che sfilano l’una dopo l’altra, vestiti alla basca, suonando dei pifferi e/o portando dei fucili. Sono migliaia di persone. In testa una compagnia di “boscaioli” che in realtà è la crema della società cittadina, una specie di massoneria nella quale non si entra che per nascita e reddito. La manifestazione è piuttosto monotona.

Fin qui i fatti. Ora i significati. Come succede a Siena con il Palio, la festa non è solo una festa. In realtà è un complesso rito identitario e federativo della città. E’ una cerimonia interclassista ed intergenerazionale. E’ il patrimonio immateriale della città, l’Alarde rappresenta il fondo dell’anima degli abitanti di quella città. E’ cosa loro, proprio come a Siena. Da un punto di vista politico è evidente che è una forma per smussare le tensioni sociali; tutto ciò che è federativo finisce per diventare un modo di conservare il potere da parte di chi ce l’ha. E non è per caso che la prima compagnia che sfila sia proprio quella della crema della città. Per l’appunto vestiti in un modo molto diverso dagli altri e con degli stranissimi ed enormi cappelli, tipo quelli della guardia reale inglese. Quindi, prima e diversi passano i maggiorenti, dietro il popolo. E che stia buonino; questa pare essere la base politica dell’Alarde.

Poco si sa della festa durante il Franchismo. Certo l’identità assolutamente basca della festa doveva stridere con lo spirito spagnolissimo del regime. Ma la Chiesa, sempre franchista, era massicciamente presente nella cerimonia e la borghesia cittadina, in fondo, trovava nel regime sufficienti vantaggi per dimenticare il nazionalismo basco. Uno dei principali esponenti dell’Alarde prefranchista, un certo generale repubblicano, fu infatti fucilato ed insieme a lui un gran numero di socialisti baschi della città. Tanto che negli anni successivi alla guerra le sfilate furono tristi e sparute, ma si continuarono a fare, anche con la presenza di Franco, in una occasione.

Si capisce, insomma, che l’Alarde non fu affatto un luogo di resistenza al franchismo e di nazionalismo basco. Ma qualcosa di strano successe comunque. E fu un fatto a cui gli studiosi del turismo dettero enorme importanza.

Anche Franco assisteva all’Alarde di Hondarribia, in quei tempi Fuenterrabia.

Ecco cosa avvenne. Verso la sua fine, il regime franchista espresse un’ansia di modernizzazione e di sviluppo di quel paese che aveva condannato alla miseria per tre decenni. In particolare ad Hondarribia fu costruito ed inaugurato dal proprio Generalissimo, un Parador Nacional: un grande albergo di lusso per turisti stranieri. Dalle sue finestre si poteva veder passare la sfilata del Alarde ed il governo locale decise di raddoppiare le parate, facendone una la mattina ed una il pomeriggio, ad usum turisti.

In quegli anni girava nella zona un giovane studioso americano, tale Davydd J. Greenwood, a cui parve che il popolo di Hondarribia fosse molto malcontento per la “turistizzazione” della loro sfilata. Credette anche che non si riuscisse più a trovare le persone per fare la parata e che il Comune avrebbe dovuto pagarle per metterla in piazza. Una tradizione secolare sarebbe stata quindi uccisa dal turismo. Su questa sua intuizione, ci fece un dotto articolo che fu pubblicato. Gli studiosi di turismo vi si gettarono sopra prendendo Hondarribia come esempio dei danni che il turismo può fare al patrimonio culturale di un luogo e lodando l’integrità degli abitanti che preferivano eutanasiare una festa che corromperla con sguardi estranei.

In realtà della teoria dell’americano non vi è traccia nella storia dell’Alarde; gli stessi partecipanti alla festa non ne sanno niente e non si ricordano di niente. Probabilmente fu un abbaglio dello studioso. E ciò è un peccato perché in tempi di rivolta contro l’overturismo, quali quelli che noi viviamo attualmente, un esempio di reazione composta e netta della popolazione contro l’eccesso dei turisti sarebbe stata molto interessante. Un gran bel precedente, sarebbe stato, se solo fosse stato vero. Peccato.

Erano anche gli anni del ritorno prepotente del nazionalismo basco e nel 1975, subito dopo la sfilata si formò una manifestazione politica contro la Spagna, durante la quale la tremenda Guardia Civile uccise un manifestante; tale Jesus Zabala, di 22 anni, che ad ogni Alarde viene a tutt’oggi ricordato.

Ma la parte più interessante della storia arriva ora. Tutte le compagnie che sfilano durante l’Alarde sono maschili; ovviamente, perché ricordano le milizie che difesero la città. Quindi la città, nel giorno della sfilata, si divide in due: quasi tutti gli uomini sfilano, quasi tutte le donne fanno da spettatori. Ogni compagnia ha una sola donna: una cantiniera che sfila all’inizio. Ricorda le donne che davano da bere ai militari, dopo le guardie. Ruolo in certi periodi molto apprezzato, in altri ridotto a rango quasi di prostituta. Vabbè.

Sfilano le donne e le spettatrici si nascondano dietro i teli neri. Foto di Cadenaser.

Dalla fine degli anni ’90, nella scia del femminismo rampante in Spagna, delle donne hanno voluto partecipare alla sfilata. Il Comune e gli abitanti si sono massicciamente opposti. Le donne, allora, han fatto ricorso al tribunale che ha sancito il loro diritto a partecipare alla manifestazione. Si è formata un’ulteriore compagnia, mista di molte donne e pochissimi uomini che fa la sua rivista in ultima posizione, non partecipa ufficialmente e non ha diritto di fare tutta la cerimonia. L’organizzazione della sfilata era a cura del Comune. Dopo che il tribunale ha ingiunto al Comune di ammettere la compagnia mista, il Comune stesso ha preferito disfarsi del compito e passarlo ad una Fondazione che, in quanto soggetto privato, non ha l’obbligo di inserire nel programma completo la compagnia mista. Quando quest’ultima sfila, viene giù il mondo dai fischi e dagli urli degli spettatori, in grande maggioranza, come già detto, donne. Molte portano cartelli negri, danno alla sfilata le spalle, o si coprono i volti con lunghi teli di plastica nera. Le polemiche fioccano, anche a livello nazionale. Una roba da non credere, tanto casino per una festa.

La spiegazione è semplice e ritrova un po’ di quegli elementi che lo studioso americano aveva annusato a fine anni ’60. Gli abitanti, compatti, dicono che l’Alarde è affar loro, che è sempre stato senza donne (salvo la cantiniera), che rappresenta la loro identità e che non saranno delle femministe venute da fuori o un tribunale a dettar legge nella loro tradizione. E si badi bene che le donne di Hondarribia sono le più accanite a non volere la compagnia mista. Al limite gli uomini sembrano più possibilisti.

La vicenda è tipicamente spagnola; intorno alle feste si fa una grande polemica che sfocia nella politica (l’Alarde sarebbe diventato ora un feudo della destra) e finisce per mescolare tutto in un tale casino che nessuno ci capisce più niente.

Ma è anche un grande segno di vitalità della festa, se qualcuno arriva alle mani (è successo) per difenderne una sua visione. Quindi non solo folclore, non solo pattume turistico, ma anche forte sentimento di identità. Una faccenda che va seguita.

 

 

 

Il Cammino di Santiago

Lungo è il Cammino. Foto di José Antonio Gil Martínez via Wiki Commons

Il Cammino di Santiago è certamente uno dei maggiori e più incredibili fenomeni turistici degli ultimi 30 anni in Europa. Lo sviluppo, la notorietà e i numeri che questo percorso ha raggiunto non hanno uguali.

La geografia la conosciamo tutti: oltre 750 km che vanno dalla mitica Roncisvalle sulla frontiera francese fino a Santiago de Compostela in Galizia. Tutti su percorso quasi dedicato ed abbondantemente segnalato con la famosa conchiglia del pellegrino. Altri cammini di Santiago si sono aggiunti negli ultimi decenni. La destinazione è sempre la stessa ma la partenza è dal Portogallo, dall’Andalusia, dalla Catalogna o addirittura da remoti paesi europei per arrivare a Roncisvalle.

Anche la storia è conosciuta. Pellegrinaggio famosissimo nel Medioevo era la terza destinazione religiosa dopo Roma e Gerusalemme. Occupata questa dagli arabi, Santiago divenne la seconda, forse la prima come affetto che i pellegrini gli tributavano. Andare a Santiago rappresentò per molti e per secoli l’avventura, il viaggio, la libertà dai vincoli della vita quotidiana. Al di là degli aspetti religiosi il pellegrino medievale ed il turista moderno hanno moltissimi tratti (pregi e difetti inclusi) in comune.

Poi i tempi passarono, ma la forza del Cammino di Santiago non si spense del tutto e bricioli di attività rimasero; alcuni devoti continuarono la tradizione. Partivano dalla frontiera francese ed arrivavano a Santiago, sempre a piedi e con la loro conchiglia fissata sul mantello. Ad ogni comune avevano l’abitudine di farsi mettere un timbro su un libretto. Negli anni ’70 chi fosse arrivato a Santiago con tutti i timbri giusti, aveva il diritto di passare una notte gratuitamente nel Parador di quella città, hotel di gran lusso. Questo per dire quanti pochi fossero i pellegrini che facevano tutto il percorso.

A questo punto San Giacomo (Santiago) deve aver fatto un miracolo. Per l’abilità di qualcuno o forse (più probabilmente) per un fortuito ed irrepetibile insieme di circostanze favorevoli, il Cammino di Santiago è sbocciato ed in 20 anni è diventato il campione assoluto dei percorsi di trekking a livello europeo e direi anche mondiale. Un successo senza precedenti. Tutti lo hanno fatto o lo vogliano fare o lo faranno; anche gente che di camminare non ne mastica molto.

E’ stato ben segnalato e durante tutto il percorso sono sorte centinaia di imprese turistiche che offrono dormire, mangiare e bere ai camminanti. Il giro d’affari è colossale e il Cammino ha ridato fiato a quelle molte zone agricole e povere che attraversa. Il percorso è in realtà del tutto fittizio. Ai tempi i pellegrini vivevano di elemosine e di piccoli lavori; non potevano quindi passare tutti sullo stesso percorso; si disperdevano su ampli territori convergenti verso Santiago, ma ognuno faceva il suo percorso. Oggi, invece la direttrice è unica. E ciò crea forti scompensi fra il paesino attraversato dal Cammino in cui fiorisce l’economia del viandante ed il paesino accanto ormai morente. In altre parole, mentre nel Medioevo si aveva la massima dispersione dei pellegrini, con il capitalismo si ha la massima concentrazione dei turisti. Così anche i capitali investiti si concentrano e i profitti si massimizzano. Potenza del denaro!

Ormai l’aspetto religioso del Cammino è assolutamente marginale; i turisti sembrano molto più interessati a soddisfare la carne che a purificare l’anima. Nonostante ciò, molti degli ostelli che costellano il percorso sono in mano religiose. In alcuni casi sono esercizi economici come tutti, in altri casi vi è ancora uno spirito da antico “ospedale per pellegrini”, ad esempio a Roncisvalle o a Ponferrada, dove ci sono anche dei volontari che cercano di riparare i piedi piagati dei camminanti, con grande spirito di servizio al prossimo; specie se si tratta dei poveri piedini di belle figliole.

Perché, in realtà, nel  fiume di persone che vanno verso Santiago prevalgono i giovani. Il motivo è chiaro: si parte all’avventura, le forze non mancano, i prezzi degli ostelli e del cibo sono molto bassi, si trova facilmente compagnia, cammin facendo. Ogni sera è una festa, si beve molto, non si balla perché fanno male i piedi, ma si intessono relazioni. Insomma una bella passeggiata pagana che ricorda un po’ quello che fu, in tempi passati, il pellegrinaggio alla Vergine del Rocio.

Camminanti e tipi strani. Foto di Jose Luis Cernadas Iglesias via Wiki ommons.

Non ci sono tappe prefissate lungo il Cammino di Santiago. Si parte e ci si ferma dove si vuole, tanto si è sicuri di trovare un ostello ogni pochi chilometri; l’unico inconveniente può consistere nel trovarlo pieno e di dover proseguire fino al seguente o a quello dopo ancora. Può essere un po’ angosciante. Per questo motivo c’e’ una certa tendenza a fermarsi abbastanza presto, nel pomeriggio. I più furbi dormono fuori dell’ostello, nel sacco  a pelo o sotto una tendina, usufruendo (a pagamento) dei servizi dell’ostello ma evitando gli inconvenienti del trovarlo “completo”.

Si trovano soprattutto ostelli con camerate, in cui si dorme nel proprio sacco a pelo. Ma ci sono anche pensioni con camere normali; molto spesso la struttura ha sia la camerata per i giovani e gli sportivi sia le camere per un pubblico più calmo. I prezzi sono sempre modici. I mille locali dove si può mangiare offrono spesso il “piatto del pellegrino” abbondante, nutriente ed economico, anche se non buonissimo. Prevalgono le patate. Ma si trovano anche piatti normali, per la sera.

Ad ogni modo una vacanza lungo il Cammino viene ad essere molto economica e qui sta uno dei segreti del suo successo. Aspetto che altri cammini, come la Via Francigena, non sono riusciti a replicare.

Non essendoci tappe prefissate ognuno è libero di fare i chilometri quotidiani che preferisce. I meno esperti ne faranno una quindicina, i più incalliti vanno anche a 50. Finiscono per formarsi dei gruppi spontanei di persone che hanno la stessa velocità di crociera: ci si conosce all’ostello, ci si ritrova il giorno dopo in cammino, si pranza insieme, si torna a ritrovarsi il giorno dopo ad una sosta, si scambiano impressioni e consigli, si sparla degli altri camminanti, si calcolano quanti diavoli di chilometri mancano alla fine. Ci si sente far parte di una porzione di umanità che si muove concorde verso un obbiettivo; una specie di esodo, di transumanza, di calata dell’orda barbarica. Un fiume di gente sofferente per la stanchezza, ma soddisfatta di far quel che fa. E questi non sono sentimenti frequenti, di questi tempi.

Alcuni fanno tutto il percorso di 750 chilometri; molti altri ne fanno una parte: tre giorni, dieci giorni, quindici giorni di cammino; altri ancora ne fanno un certo pezzo il primo anno; il secondo lo riprendono da dove lo hanno lasciato l’anno precedente e così via fino a concluderlo. Pochissimi fanno l’andata ed il ritorno. Quest’ultimo è molto difficile perchè le indicazioni ci sono solo per l’andata e non per il ritorno.

Tipico ostello in un paese della Galizia. Di strutture così ce ne sono centinaia. Foto di Pacopac via Wiki Commons.

Non c’e’ niente di veramente interessante nel Cammino di Santiago classico. Si scavalla una montagna abbastanza erta, ma non bella, o Cebreiro; la discesa dei Pirenei offre bei paesaggi, fra i fiumi nei quali il giovane Hemingway pescava le trote. Molto altro non c’e’. E’ l’atmosfera che si crea fra i camminanti il vero segreto del successo di questa iniziativa turistica.

Poi si arriva a Santiago ed è tutto finito.

Gli italiani all’estero ed i turisti

Al turista italiano può capitare di incrociare, durante i propri viaggi, altri italiani che sono stabilmente residenti nel paese visitato. Questo fatto è assai probabile, dal momento che l’emigrazione italiana nel mondo è, storicamente, enorme (anche se ce ne vogliamo dimenticare, in questi periodi bui). Alcuni turisti rifuggono dall’inconro con altri italiani (sono in viaggio anche per dimenticarseli, almeno per un momento); altri, invece, amano riconoscerli e scambiarci due parole nella lingua materna.

Le due categorie, turisti e residenti, non sono molto compatibili, a dire la verità. I primi sono attratti dai residenti ed a volte ne sono addirittura affascinati: parlano la lingua locale, sanno tutto, si muovono con agilità. I residenti sono invece un po’ annoiati dai turisti che fanno sempre le stesse domande e non sanno mai niente. Li trovano fastidiosi ed impiccioni. Difficilmente verrà loro in mente di invitarli una sera a cena a casa propria. Mentre il locale si batte contro le difficoltà quotidiane, il turista è incantato da una chiesa o dal merengue. Difficile intendersi con due punti di vista così lontani.

Ma è bene che il turista sappia distinguere le diverse categorie di italiani residenti per meglio poter scegliere una strategia di approccio. Par carpir loro i segreti interni della località visitata. I residenti si beccano sui mille gruppi FB “Italiani a…”

Emigrati storici ed i loro discendenti. I secondi ormai non hanno più niente di italiano, salvo il cognome. Parlano male o nulla l’italiano ed al massimo vi intratterranno con la nonna siciliana e la sua lasagna. Perfettamente inutile frequentarli. I primi saranno ormai molto vecchi ed ampiamente rincoglioniti. Si ricorderanno vagamente di un’Italia povera da cui sono fuggiti. Conservano nel loro cuore il dolore del distacco dal loro paesello, dalla famiglia, dagli amici; sono ancora rabbiosi per esser stati obbligati dalla miseria all’emigrazione. Molti dei loro amici di infanzia sono rimasti a casa e la loro vita non è poi stata troppo male. Forse era meglio restare, senza patire il trauma della lontanaza.  Parlano con fervore della loro nuova patria, un po’ perché ha comunque permesso loro di vivere, un po’ perché se dicessero di esser finiti in una merda di posto dovrebbero ammettere di aver sbagliato tutto in vita loro. In generale sono persone abbastanza agrie e non conviene intrattenervicisi soverchiamente. Ovverosia, lasciateli perdere. Molti sono sfacciatamente di destra; vissuti con il mito del self made man, una specie di eroe contro la solidarietà fra individui.

I pensionati.  Una categoria assai recente di italiani residenti all’estero sono i pensionati. La pensione di chi prende la residenza all’estero non viene tassata; ed in certe nazioni i pensionati esteri non sono tassati dallo Stato in cui risiedono. Quindi queste coppiette si ritrovano con una pensione fortemente aumentata e magari in un paese con il costo della vita moderato. Sono improvvisamente diventati ricchi! All’inizio affrontano la loro vita con estrema gioia e soddisfazione. Da buoni italiani sono soprattutto felici di gabbare lo Stato e di non pagare le tasse. Scoprono un paese nuovo, hanno i dindini in tasca; paion fanciulli al primo giorno di vacanza natalizie.

Ma….   Ma poi arriva la realtà. Hanno l’obbligo di vivere in quel paese per almeno 6 mesi l’anno e sei mesi sono tanti. Si parla di paesi come il Portogallo, la Tunisia (solo per i pensionati statali), l’Albania, la Bulgaria, il Cile. Non parlano la lingua e a quell’età non riescono ad impararla (prova a parlare il bulgaro a 65 anni….). Ogni problema diventa insormontabile: una fuga d’acqua, i rapporti con il proprietario della casa, i prodotti al mercato sempre un po’ diversi da quelli italiani, la solitudine. Finiscono fatalmente fra di loro, intristiti, a parlar male del paese dove son finiti e dei loro abitanti. Pochi quelli soddisfatti della vita. Trasmetteranno al turista amarezza e rancore. E comunque non avranno capito e saputo quasi nulla del posto dove abitano.  Non saranno di nessuna utilità.

Un po’ meglio può andare con i pensionati ricchi, slegati dal semestrale obbligo di residenza. Loro sono liberi di tornare in Italia quanto vogliono, avranno acquistato una seconda (o terza) casa alle Canarie, a Malindi, a Miami e vivono sereni. Ma difficilmente vorranno avere a che fare con un turista come voi che, magari, alloggia nell’alberghetto ed ha, come secondo fine, quello di scroccare una cena come si deve.

I disoccupati espulsi. Frotte di giovani italiani, stanchi di fare i maloccupati nella  pesantissima atmosfera nazionale, mollano gli ormeggi e la famiglia e migrano in posti che paiono loro attraenti: Londra, Irlanda, Portogallo, Atene, Sud Africa ed altre esoticità. Fanno spesso lavori infami come lavapiatti, addetti ai famigerati call center, smanettoni informatici, improvvisati pizzaioli. Ho conosciuto venditori di aloe vera alle Canarie, camerieri di bar periferici ad Atene, istruttrici di pilates a Lisbona. Ma almeno hanno uno stipendiuccio, vivono in un ambiente diverso e spesso stimolante e si son levati di torno dalla patria depressione. Ecco, se il turista è di quella fascia di età, questi sono i migliori compagni possibili: conoscono tutti i locali e vi ci portano volentieri, sono prodighi di consigli, tengono blog su cosa fare la sera o quali sono le migliori spiagge della zona. Si muovono molto con i giovani locali e se vi comportate come si deve vi aggregheranno alle loro uscite.

La marmaglia.  Vi è poi un’altra categoria di italiani all’estero che ho già ampiamente descritto in questo post su Santo Domingo. Ma sono frequenti anche altrove, soprattutto nei paesi più poveri dell’Italia. Sono una mandria di razzisti, cafoni, fascisti e puttanieri (anche donne, s’intende) che hanno lasciato (in alcuni casi hanno dovuto lasciare, in fretta) l’Italia per andare a fare i gradassi a spese di quelli che son costretti a chinare il capo per miseria. Sanno tutto loro, sanno fare tutto loro, i locali sono delle cacche, buoni/e solo ad esser trombati. Poi li ritrovi a vendere tranci di pizza e ad affittare gli ombrelloni. Loro sono emigrati ma gioiscono per gli annegamenti nel Mediterraneo. Sputano sentenze e si dannano il fegato per l’invidia; parlano malissimo gli uni degli altri, facendosi incessantemente le scarpe a vicenda. Conoscono bene l’ambiente dove abitano, parlano i dialetti locali, sarebbero una fonte infinita di informazioni, aneddoti, storie di vita vera. Ma la loro frequentazione è scoraggiante e sconsigliata. E sono legioni. Sono gli emigrati degli ultimi 20 – 25 anni, frutto della deliquescenza italiana. Ne sono il pus. Occhio, sono maestri nell’arte di non pagare.

I lavoratori. Ci sono, infine, i lavoratori. Quelle persone serie che stano all’estero per fare la loro normale vita. Gente che ha un lavoro, una casa, magari una famiglia, amici italiani e locali. Persone, purtroppo, che hanno poco tempo da passare con i turisti. E magari anche poca voglia, vista la brevità e l’inevitabile superficialità del rapporto.

Si conferma quindi che i rapporti fra turisti e residenti sono difficilmente praticabili. Due mondi separati che hanno la tendenza a restarlo; a conferma della sostanziale “anormalità” del fenomeno turistico.

L’oasi di Tozeur zoppica

Le palme dell’oasi di Tozeur.

Le oasi sono una delle meraviglie del mondo. Quella di Tozeur è una delle piu’ belle per dimensioni, organizzazione, storia. E’ nel sud della Tunisia. Fu citta’ romana, tappa dei commerci nord africani, citta’ medievale di primaria importanza, culla di scuole filosofiche. Ora é tappa di un turismo cialtrone e distratto che passa accanto ad un tesoro, senza nemmeno accorgersene. Fa male al cuore.

Tozeur sta sul margine di una conca. Sul fondo giace una enorme distesa di sale, il Chott el Djerid, altra meraviglia da visitare con raccoglimento. L’acqua, proveniente dalle montagne dell’Atlante sgorga sul lato della conca e, prima di finire sul fondo salato, da vita all’imponente palmeto di Tozeur: 1000 ettari con 400.000 alberi.

Il contrasto fra i dintorni montuosi e riarsi o con il Chott piatto e bianco di sale, é scioccante. La macchia del verde dell’oasi é una gioia per gli occhi. Passeggiare fra le fitte palme é un grande piacere per il corpo e per l’anima. Le diverse parcelle, pur recintate, sono di libero accesso e vi si puo’ passeggiare con calma; saremo sempre oggetto della spontanea ospitalità tunisina. Nel palmeto ci si sente salvi, fra gli alberi. L’aspra natura esterna si trasforma nella gentile natura dell’oasi. Il passaggio é commovente. Bisogna passare giorni e giorni nell’oasi per apprezzarne il grande valore. Ogni mattina la ritroviamo con gioia.

Il Chott el Djerid, il grande lago salato dove va a finire l’acqua residua dell’oasi di Tozeur.

Il palmeto di Tozeur é anche un grande esempio di sapienza agricola antica. Le coltivazioni si svolgono su tre piani: nel primo, superiore, ci stanno le palme da dattero. Sotto le palme ci sono gli alberi da frutto: dolci fichi, succosi melograni, delicate albicocche e pesche, meravigliosi agrumi. Al piano inferiore ci sono gli ortaggi per gli uomini e le erbe per le pecore, i cavalli, i bovini. La luminosità é così intensa che anche gli ortaggi e le erbe del piano inferiore hanno la loro parte di luce e possono crescere senza inconvenienti. Il terreno é suddiviso in quadrati dotati di bordi leggermente rialzati. Queste parcelle vengono inondate d’acqua fornita secondo il turno dell’irrigazione; si cammina su questi arginetti.

Non si poteva costruire nel palmeto: non uno spicchio di terra irrigua doveva essere utilizzato per altro che non fosse l’agricoltura. Le case e le stalle si costruivano subito fuori dall’area dove poteva arrivare l’acqua. E ci fu un saggio, ai tempi di Dante Alighieri che trovo’ il sistema definitivo per distribuire equamente l’acqua, in modo che tutte le parcelle potessero averne in misura sufficente ed a tempo debito. E quel sistema é andato avanti fino a pochi anni fa. Per evitare l’accumulo dei sali nel terreno, una certa parte dell’acqua deve colare via, andando a finire nel lago salato, lavando la terra agricola dai residui non graditi.

Le palme offrivano combustibile, fibre per tessere, foglie per coprire ed intrecciare. Dalla linfa si otteneva un vino di palma il cui uso era consentito, in certe circostanze, anche dall’Islam.

Le 200 diverse varieta’ di datteri che erano presenti nell’oasi maturavano in tempi diversi, assicurando la scalarità di raccolta e di consumo. Si dice che grandi carovane di cammelli carichi di ceste di datteri lasciavano Tozeur per portare questa ricchezza in molti e lontani paesi. Ancora oggi, al mercato di Tozeur si trovano datteri di strane forme, colori e consistenza; ben diversi dal Deglet Nour che é l’unica varietà che compare sulle noste tavole natalizie. E si trova anche la marmellata di datteri, le mandorle fresche di cui si mangia anche il guscio, il latte di cammella, salato e dal sapore di fieno.

Non vi pare un meraviglioso luogo dove i turisti potrebbero passare due o tre belle giornate? Ebbene, no! I pur numerosi turisti sfiorano appena questa oasi, magari soltanto per visitare un triste luogo che é stato costruito all’interno del palmeto che espone dinosauri e un parco tematico religioso. I turisti vengono principalmente portati a visitare delle piccole e misere oasi montane, nei dintorni di Tozeur, con poche palme arroccate fra polverosi dirupi rocciosi, percorsi da miseri corsi d’acqua ed invasi da fastidiosi venditori della solita paccottiglia da turistame, come succede continuamente in Marocco. Certe scelte delle agenzie di viaggio sono incomprensibili. Hanno a disposizione un tesoro e si afferrano alla polvere. Nell’oasi si potrebbero svolgere bellissime passeggiate, pic nic raffinati sotto le palme, banchetti a base del cinghiale che é animale diffuso e nocivo nel palmeto, degustazioni dei diversi tipi di datteri ed altre frutte, spiegazioni ecologistiche sulla raffinata gestione dell’oasi; sarebbe un grande piacere. Invece niente, una passata veloce e povera di contenuti, quando va bene. Altrimenti proprio niente, nemmeno c’entrano nel palmeto.

Sopra le palme, nel mezzo i fichi e sotto l’erba per le pecore.

Ma tutta l’oasi é in grave crisi. Invece di affidarsi all’acqua che sgorga naturalmente, si sono fatte perforazioni profonde e l’acqua scarseggia in certi anni; si sono impiantati altri e nuovi palmeti che hanno perturbato la distribuzione dell’acqua; le vecchie varieta’ sono sostituite dalla Deglet Nour, da esportazione, mettendo in pericolo la bio-diversità; si é permesso di costruire nel palmeto, perdendo terra irrigua e sciupandoi il paesaggio. Il vecchio sistema della mezzadria che dava al lavoratore tutta la produzione della frutta e delle erbe é in crisi: si ricorre maggiormente al lavoro salariato, diminuendo fortemente la cura del palmeto; i giovani preferiscono gli impieghi nel turismo o l’emigrazione. Ed anche il tursmo é in profonda crisi a causa dell’abbandono da parte dei turisti dei paesi arabi per paure vere, presunte o create ad arte.

Alberghi di centinaia di camere ormai ridotti in rovina.

Insomma, un gioiello del Magreb sta perdendo colpi da tutte le parti e si lascia sfuggire le nuove opportunità. Cosa possiamo immaginare di piu’ interessante di un agriturismo nell’oasi? Ed invece nessuno ci sta pensando…..

L’isola dove non si può andare: Sentinel Nord.

Ecco l’isoletta di North Sentinel. Foto della NASA, Jesse Allen, via Wiki Commons.

A me questi tipi stanno simpaticissimi. Ben determinati, anche se un po’ brutali; e soprattutto decisissimi a conservare la propria pace e l’indipendenza.

Si parla dei Sentinelesi, gli abitanti dell’isola di North Sentinel, nell’arcipelago delle Andamane, Oceano Indiano, formalmente appartenente all’India, ma, di fatto, lo Stato più indipendente del mondo. E’ un’isolina di appena 59 km quadrati, equivalente a poco più di Ischia. Minuscola, quindi. E nemmeno troppo remota e lontana dalle rotte abituali. Si trova, infatti, a solo una quarantina di km dalla capitale delle Andamane, Port Blair; poche mezz’ore di navigazione di un qualsiasi natante, quindi.

L’ultimo straniero che ha voluto sbarcare a North Sentinel era un invasato missionario evangelico, convinto di dover diffondere la parola del suo Dio. I Sentinelesi lo hanno ucciso a colpi di freccia direttamente sulla spiaggia su cui era arrivato, in solitaria, dopo essersi procurato una barchetta. Non è stato possibile recuperare il corpo. E ciò è successo nel novembre del 2018.

Qualche anno prima la stessa sorte era toccata a due pescatori di una isola vicina la cui imbarcazione era andata alla deriva sulla costa dell’isola, mentre loro dormivano. Non si sono più svegliati. Del resto, quando un elicottero dell’esercito indiano prova a sorvolare l’isola viene bersagliato dalle frecce. Strenua e costante difesa da parte dei Sentinelesi.

E’ dal 1850 che la vicenda di Sentinel North è conosciuta; da quando gli inglesi arrivarono in queste isole. Gli altri popoli nativi delle isole Andamane come i Jarawa o gli Onge sono stati decimati dalle malattie, dalla deforestazione, dai fucili di Sua Maestà. Eppure anche loro avevano cercato di resistere, per quanto hanno potuto; e di evitare contatti con gli stranieri. Ma hanno perso e sono ormai ridotti a poche centinaia, protetti dalle leggi indiane ma braccati dal turismo senza scrupoli.

Invece i Sentinelesi, almeno fino a qui, ce l’hanno fatta. Non ha avuto successo nessuno dei molti tentativi fatti fin dalla fine del 1800 per stabilire dei contatti con loro. A volte hanno permesso che delle barche si avvicinassero alla spiaggia ed hanno accettato delle noci di cocco in dono; ma non c’e’ mai stato un vero scambio, un inizio di discorso. A nessuno è mai riuscito sedersi con loro sotto una palma, a cercare di fare amicizia.

Pare che abbiano una lingua diversa da quella degli altri gruppi vicini, già ricordati; in alcuni tentativi di approccio erano stati portati delle persone di questi gruppi, ma non hanno riconosciuto nessuna delle parole che gridavano, dalla spiaggia, i Sentinelesi. Anche quando hanno accettano le noci di cocco (che non nascono sull’isola) hanno fatto capire di non desiderare affatto ulteriori contatti tirando rapidamente fuori archi e lancie. Oppure sparendo nella foresta. Una volta si misero tutti quanti a mimare una scopata di gruppo, come a dire che avevano altro da fare che ricevere visite (il mondo ti viene a far visita e tu fingi di far  sesso; non è delizioso come atteggiamento?).  Questo episodio e certi atteggiamenti delle donne, mostrati dai filmati, potrebbe far pensare al fatto che ci si trovi in presenza di una qualche forma di matriarcato.

In questo fotogramma del filmato si vede chiaramente come una donna interviene per allontanare l’uomo dal contatto con la barca che offriva noci di cocco. L’uomo è incuriosito, la donna molto preoccupata e lo porta in “salvo” con determinazione. L’uomo la lascia fare senza reagire. E’ una scena da matriarcato.

In altre occasioni sono stati lasciati sulla spiaggia dei regali. L’imbarcazione che li aveva portati si è poi allontanata ed è rimasta in osservazione a breve distanza. I Sentinelesi sono usciti dalla foresta: i maiali vivi che erano stati lasciati  sono stati subito uccisi e sotterrati senza esser consumati. Anche i giocattoli sono finiti sottoterra. Hanno invece portato via delle pentole.

Gli inglesi provarono anche a sbarcare e ad inoltrarsi nell’isola. Ma trovarono solo villaggi abbandonati in fretta: gli abitanti si erano nascosti nella fittissima foresta. In una occasione, sempre gli inglesi, riuscirono ad acchiappare e portar via due vecchi e qualche bambino, che non erano riusciti a scappare in tempo. I due vecchi morirono rapidamente ed i bambini furono riportati sulla spiaggia dell’isola e liberati. Questo fatto non deve certo aver migliorato l’opinione dei Sentinelesi riguardo chi sbarca sulla loro isola. In altre occasioni il tentativo di avvicinarsi alla spiaggia si è interrotto immediatamente a suon di frecce, di giavellotti e di inequivocabili gestualità aggressive (dal minuto 11).

Non si sa quante persone abitino sull’isola; le stime parlano di un numero fra 50 e 500, ma sono numeri inventati. Le riprese dagli elicotteri non mostrano campi o zone disboscate. Devono quindi vivere solo di caccia o pesca e di raccolta; come ai tempi del Paleolitico.  Dall’alto si sono visti tre villaggetti diversi con delle grandi capanne comuni. Costruiscono anche dei semplici ripari vicino alla spiaggia. Di loro abbiamo pochi filmati girati nelle rare occasioni in cui hanno accettato che una barca si avvicinasse alla spiaggia. Vi appaiono forti, in eccellente salute, nudi ma con degli ornamenti. Sembrano stare benissimo. Hanno fattezze fisiche simili a quelle degli africani, come gli altri popoli nativi delle Andamane.

Si dice che questi popoli siano arrivati in queste isole dall’Africa decine di migliaia di anni fa (ciò mi sembra tutto da verificare).  Non si sa da quando North Sentinel sia abitata; non si sa da quando i Sentinelesi si sono distaccati dagli Jarawa – Onge (ma il fatto che non si capiscano lascerebbe supporre che siano passate molte generazioni); non si sa se vi siano stati (e quando? e quanti?) scambi di sangue con altre popolazioni. Non si sa quale sia il livello di consanguineità.

In un paio di occasioni delle piccole navi si sono incagliate nella barriera corallina che circonda l’isola. In una di queste l’equipaggio della nave si rese conto che i Sentinelesi si stavano preparando ad abbordare la nave, ma furono salvati prima che ciò accadesse. La nave rimase lì a lungo, prima di essere rimorchoata via. Durante questo periodo i Sentinelesi devono esser saliti a bordo, hanno recuperato dei pezzi di metallo ed hanno fabbricato delle punte di freccia; come constatarono facilmente, a loro spese, i visitatori successivi.

E’ quindi evidente che i Sentinelesi sono del tutto consapevoli, da oltre due secoli, che esistono altri uomini, dotati di mezzi sorprendenti, che, a volte, portano doni, altre volte sembrano aggressivi. Sanno quindi che un altro mondo esiste; solo che non gliene frega assolutamente niente.

Alla fine l’India, su pressioni di Survival, ha deciso di proibire ogni avvicinamento all’isola e fa dei pattugliamenti per dissuadere chi volesse provarci. Delle navi della Marina indiana scrutano la spiaggia, di tanto in tanto, per vedere se la popolazione continua ad essere in vita ed in buona salute. Da un punto di vista strettamente formale, nessun rappresentante ufficiale dell’India ha mai messo piede sull’isola per rivendicarne l’appartenenza. North Sentinel è quindi uno stato indipendente che non ha nessun tipo di relazione diplomatica, commerciale o politica con nessun altro Stato. Un pugno di selvaggi sono riusciti a sconfiggere il colonialismo, l’Ordine Mondiale, il capitalismo ed anche il turismo. Con le frecce e le lance.

Ma la genialità dei Sentinelesi risiede soprattutto in un altro aspetto. Sono riusciti nello straordinario miracolo ecologico di continuare a vivere solo di caccia, pesca e raccolta in uno spazio ridottissimo. Ciò vuol dire che cacciano senza sterminare la fauna; raccolgono senza impoverire la flora; vivono nella foresta senza abbatterla; si riproducono senza cadere nel sovraffollamento o nei danni della consanguineità (almeno in apparenza). Tutto ciò è assolutamente miracoloso e dovrebbe esser fonte, per noi, di infinito rispetto.

Scanno: il paese che non dovrebbe esistere

Vi è un paese curioso, molto bello, inaspettato, pieno di storie strane. E’ Scanno, in Abruzzo. Così strano che merita largamente una visita.

Scanno non dovrebbe esistere: si trova in una posizione impossibile. La valle dei fiumi Sagittario e Tasso è relativamente ampia nella parte superiore, dove sta Scanno, ma si restringe, verso lo sbocco inferiore nella Valle Peligna, formando una lunga e strettissima gola fra erte e grigie pareti di roccia. Tali Gole del Sagittario rendono difficilissimo l’accesso alla parte superiore della valle. Le Gole formano un imbuto, un collo di bottiglia temibile. Fino all’inizio del 1900 non c’era nessuna vera strada e arrivava a Scanno solo una difficile mulattiera che serpeggiava sul fondo delle Gole disputandosi con il fiume il pochissimo spazio disponibile fra le rocce. Mulattiera che diventava impraticabile quando il fiume si alzava di livello, con lo sciogliersi della neve e le piogge primaverili od autunnali. Il paese restava isolato.

Ma perchè fu quindi costruito questo paese, che ha resti anche romani? Per motivi economici: sulle alture ci sono vastissimi pascoli nei quali hanno brucato ed ingrassato infinite greggi di pecore. Greggi che passavano l’inverno in Puglia e l’estate sui monti di Scanno: il vecchio sistema della transumanza. Con questa importantissima fonte di reddito alcune famiglie costituirono delle belle fortune arricchendo il borgo di importanti palazzi, chiese, muraglie. La zona è ricca di un bel calcare bianco che fu utilizzato nelle costruzioni. Il paese vecchio è su una specie di promontorio, molto mosso, in forte salita. L’effetto è delizioso: strade e stradine, scalinate, belle case e palazzi, slarghi e strettoie, fughe di viuzze con il verde delle montagne intorno come sfondo. Il colpo d’occhio è meraviglioso. Impossibile accedere al centro vecchio in auto o moto.

E’ tutto così caratteristico che il paese è diventato, fin da metà ‘900, un terreno prediletto per i fotografi. Moltissimi dei grandi maestri vi sono passati e vi hanno scattato foto divenute celeberrime. Sulle loro tracce, appassionati di fotografia dei giorni nostri percorrono le stradine del borgo cercando ispirazione e inquadrature; chi organizza corsi di fotografia si onora di portare i propri allievi in questo luogo.

Questa faccenda della transumanza delle greggi faceva sì che quasi tutti gli uomini passassero l’inverno lontano da casa, lasciando il paese in mano ad una sorta di matriarcato di fatto. Le donne furono quindi obbligate a gestire i figli ed i beni in autonomia, sviluppando un forte carattere. Forse per questo motivo Scanno è l’ultimo paese in Italia nel quale il costume tradizionale venga ancora usato, quotidianamente, dalle donne più anziane. Questa cosa è assolutamente straordinaria; un pezzo di tradizione antica unico in Italia. Il costume della festa è particolamrente ricco ed elaborato. Alcune volte all’anno viene organizzata una rievocazione durante la quale molte donne sfilano con i vecchi costumi pazientemente mantenuti, riparati, indossati. Immancabili, quindi, le foto a queste donne, fra le viuzze di pietra del borgo. Scorci antichi. A capitarci per caso si resta basiti.

La ricchezza del paese la si vede anche dalla presenza di una importante tradizione orafa che ha prodotto alcuni gioielli tradizionali. Ci sono ancora alcune oreficerie artigianali, sul corso principale. E pare incredibile che un paese così isolato ed inaccessibile possa esser stato tanto ricco.

Ma le eccezionalità di Scanno non finiscono qui: poco sotto il paese c’e’ un bel lago nel quale si può anche fare il bagno. Dalla parte opposta c’e’ il Passo Godi, a 1600 metri, circondato da montagne che oltrepassano i 2.000. Insomma, montagne vere, sulle quali è anche possibile sciare, quasi tutti gli anni.

E’ relativamente vicino a Roma e nei periodi di gran caldo frotte di anziani romani si rifugiano fra queste montagne a prendere il fresco. Ed ancora: è la prima vera montagna per chi viene dalla Puglia; li vedi allora questi turisti, abituati alle strade diritte, fra gli olivi pugliesi, avventurarsi esitanti ed impauriti sulla strada stretta e tortuosa che sale al paese. Oppure vengono d’inverno, a vedere come è fatta la neve.

Negli anni ’60 Scanno ebbe un notevolissimo sviluppo turistico, basato soprattutto su romani e pugliesi. E’ nata intorno al borgo vecchio, fortunatamente rimasto intatto, una corona di orribili costruzione residenziali ed alberghiere nello stile di quegli anni; certamente uno dei più infelici nella storia dell’umanità. Edifici nati male ed invecchiati peggio; un pò disabitati, un pò cadenti. Triste edilizia delle seconde case nell’epoca del boom.

E qui incomincia l’inarrestabile parabola discendente di Scanno.  La risorsa pecore e’ ormai ridotta ad un paio di aziende residuali. Il turismo stanziale langue; gli alberghi che un tempo si volevano pretenziosi sono ormai ridotti a misere pensioni la cui manutenzione è ridotta ad minima. Vi si trascinano gli habituès di sempre, ogni anno più anziani e meno numerosi, per semplice legge naturale. Nessuna capacità di rinnovarsi, di creare attività. L’impianto sciistico è perennemente in fallimento; le possibilità di camminare d’estate sono poche, non essendo mai stati segnati i sentieri in modo accettabile; la cucina è modesta, poco curata e meno invitante; gli abitanti sono gentili come un cazzotto nello stomaco; un deposito di pezzi polverosi, aperto solo a chiamata, gioca il ruolo di museo locale; le produzioni locali di salumi e formaggi sono venduti a prezzi esosi per una qualità banale.

Gli Scannesi si rifanno spesso ai loro antenati Sanniti e vanno fieri delle Forche Caudine alle quali obbligarono gli altezzosi romani. Millenni dopo i romani continuano a venire in questa zona e ad essere trattati nello stesso modo scortese.

Scanno è l’esempio vivente (morente, sarebbe meglio dire) del cambio di tipo di turismo: il tempo della vacanza residenziale lunga un mese è finito. Ora si vogliono numerose vacanzine di breve durata, ma di ricchi e variati contenuti. Non si vuole più respirare l’aria buona, si cercano esperienze appaganti. E queste esperienze vanno costruite, organizzate, gestite con professionalità. E quest’ultimo attributo sembra crudelmente mancare agli Scannesi.

Insomma, quello che è un unicum nazionale per i costumi tradizionali, un borgo di superba bellezza ed una bizzarria storica e geografica sta morendo; soffocato dalla grettezza degli abitanti e dalla povertà culturale delle Amministrazioni Pubbliche. E la popolazione tanto residente quanto turistica diminuisce ogni anno. Ci si affida a qualche iniziativa estemporanea, passeggera, corta come le competizioni di Iron Man che non lasciano niente.

Scanno vale ampiamente una visita per poter meravigliarsi del borgo. Una visita breve, di un paio di notti (e vi consiglio questo B&B, in una casa del borgo). Aspettando che i suoi abitanti riescano a capire che bisogna offrire qualcos’altro di decente, oltre al borgo, a chi arriva fino a quassù.

Rivolta contro il turismo

 

La rivolta degli abitanti delle grandi città, travolte dal flusso turistico, si sta organizzando e diventa movimento politico. Il turismo che veniva lodato come rimedio economico per i territori non industrializzati viene ora indicato come fonte di nuovo impoverimento e come fattore di ulteriore ingiustizia sociale.  Non si parla di lotta ai turisti come persone (la manifestazione di Barceloneta lo insegna), ma di ferma opposizione a quei grandi agenti economici e alle loro manovre che, sotto il nome di sviluppo turistico, alterano il tessuto delle città turistiche e snaturano la vita delle persone che normalmente vi abiterebbero.

Si è creata una rete sud europea delle città contro la turistificazione: SET (qui la pagina – blog del nodo di Firenze con i link). Per il momento vi aderiscono movimenti, associazioni, gruppi, individui di: Barcellona, Palma de Maiorca, Lisbona, Venezia, Firenze, Valencia, Siviglia, Pamplona, Malaga, Madrid, Napoli. Il I, 2, 3 marzo 2019 vi sarà una riunione a Firenze. Qui il programma.

Il tema centrale è quello dell’espulsione degli abitanti dei centri storici per far posto ai turisti, negli alberghi o nei B&B. Il tema è antico ed ha preso negli anni diversi nomi. Molti decenni fa si incominciò a parlare del fatto che i legittimi abitanti dei centri storici ricevevano lo sfratto per far posto agli studenti fuori sede. Questi protestavano meno per la fatiscenza delle case e pagavano complessivamente affitti più alti. Più recentemente si è diffuso il concetto di “gentrificazione” intendendo con ciò il fenomeno per il quale vecchi quartieri della città vengono svuotati di attività produttive e dei loro lavoratori, per far posto alla borghesia, dopo un processo di “riqualificazione” urbanistica ed abitativa. Come se le fabbriche, i laboratori e gli operai fossero “squalificati” e i professionisti borghesi che andavano ad abitare nei loft fossero “qualificati”. Infine è degli ultimi anni la selvaggia riconversione degli appartamenti dei centri storici che sono finiti in gran numero su Airbnb, mentre i vecchi abitanti, spesso anziani, sono stati costretti a spostarsi nelle anonime periferie. E si badi bene che non sono i piccoli proprietari a mettere la loro abitazione su Airbnb, ma spesso sono gruppi finanziari che comprano molti appartamenti per piazzarli sul mercato dell’affitto turistico. Altri gruppi immobiliari sono allora intervenuti ed in combutta con gli enti locali hanno comprato vecchi edifici abbandonati in posizioni centrali trasformandoli nei cosiddetti “studentati”. Non sono le classiche Case dello Studente come il nome lascerebbe intendere, ma dei lussuosi residence dove una parte delle camere sono per gli studenti, ad alto prezzo. Mentre il resto delle camere è per normali turisti. Ancora una spoliazione del normale tessuto cittadino. Questo il caso di Firenze.

Gli altri, forti, inconvenienti riscontrati dagli abitanti delle città turistiche sono: i normali esercizi commerciali sono stati chiusi; al loro posto vi sono negozi e servizi per i turisti: negozi 24h, fast food o ristorazione dozzinale, souvenir, agenzie di escursioni. Il volto, in senso stretto, delle vie centrali delle città turistiche è completamente cambiato ed in peggio.

I prezzi sono aumentati, i trasporti pubblici sono invasi dai turisti, i servizi per i residenti scarseggiano.  Il turismo è soggetto a stagionalità; quindi i lavoratori sono chiamati con contratti di breve durata ai quali alternano periodi di disoccupazione. Molto diffuso il ricorso a manodopera straniera (soprattutto nelle cucine e come cameriere ai piani negli alberghi), in condizioni ambientali e legali precarie. Intasamento di tutto, presenza dei turisti ovunque, le enormi navi da crociera nella laguna di Venezia, i bus al Piazzale Michelangelo, il porto intasato di Bayahibe.

Ma questo è solo l’aspetto visto dalla parte dell’abitante della città turistica. Lo stesso selvaggio sfruttamento delle risorse colpisce anche il turista. Estrema massificazione, affollamento insopportabile, prezzi elevati, servizi scadenti e dozzinali sono l’altra faccia della medaglia. Quella che patiscono i turisti.

Succede spesso che nascano delle discussioni fra i lavoratori a contatto al pubblico ed i turisti. Da entrambi i lati vi è esasperazione: da una parte per eccesso di lavoro a basso salario; dall’altra per servizi scadenti a prezzi alti. E le scintille scoccano. Lo sfruttamento regna sovrano.

I cittadini si stanno organizzando per diminuire l’impatto del turismo; per i lavoratori è molto più difficile per la loro parcellizzazione, per essere stranieri, per subire facilmente i ricatti dei contratti stagionali, per essere tradizionalmente una categoria poco organizzata. Per i turisti è del tutto impossibile; il massimo che possono fare è lamentarsi su Tripadvisor. Eppure la resistenza alla turistificazione è la stessa battaglia per tutti.