Lo straordinario volo 236 di Air Transat

L’eroe di questa avventura, Robert Piché. Foto da https://www.aerobuzz.fr

Questa è una fantastica storia del volo di un aereo passeggeri in cui cialtroneria e genialità si mescolano indissolubilmente. La storia ebbe luogo il 24 agosto 2001 e durò esattamente 102 minuti. Si tratta del volo 236 di Air Transat da Toronto a Lisbona, con 306 persone a bordo. Air Transat è la “compagnia di bandiera” del Quebec ed è un vanto per quel popolo in perenne polemica con gli altri canadesi anglofoni. Dopo questa vicenda il pilota è diventato un eroe nazionale e la compagnia è ancora più saldamente ancorata nei cuori dei Quebecois.
Ecco la storia.
Alcuni giorni prima, un motore di quell’aereo era stato sostituito d’urgenza per un guasto, con un motore nuovo. Purtroppo i due modelli di motore non erano esattamente uguali ed i meccanici trovarono difficoltà a montare il secondo al posto del primo. La difficoltà concerneva un tubo del carburante che non trovava un alloggiamento consono, come sul motore precedente ed andava a sfregare contro il tubo del lubrificante. Fecero presente la cosa ai responsabili che, però, ritennero di non poter mantenere l’aereo immobilizzato a terra in attesa dei pezzi di ricambio che avrebbero risolto il problema. Il motore venne quindi montato e l’aereo continuò il suo programma di voli.
Nei giorni seguenti, il tubo del carburante sfregò continuamente contro l’altro tubo, a causa delle vibrazioni del motore. Fino a che, quella famosa notte, in mezzo all’Atlantico, non si fessurò. Una fessura che si ingrandì rapidamente, minuto dopo minuto.
La prima avvisaglia del problema ci fu poco dopo le 5, quando, nella cabina di pilotaggio, scattò un allarme indicando un insolito abbassamento della temperatura dell’olio di un motore. Il carburante che fuoriusciva dal tubo rotto andava sull’impianto di circolazione del lubrificante, raffreddando l’olio. I piloti se ne accorsero, guardarono il manuale di istruzioni dell’aereo e non trovarono niente di di pertinente. Chiamarono allora il loro centro di assistenza che non seppe dare nessuna spiegazione ragionevole. Dedussero quindi che si trattasse di un guasto ai sistemi elettronici di controllo e si disinteressarono del problema.
Poco dopo un nuovo allarme. I serbatoi dell’ala dello stesso motore erano semivuoti. Quel motore sembrava consumare molto più del dovuto. Il fatto era di una gravità importante ma i piloti non si soffermarono a lungo sulla faccenda ed aprirono, semplicemente, la valvola che mette in relazione i serbatoi delle due ali. In questo modo riequilibrarono il contenuto dei due serbatoi.
Nel frattempo la fessura del tubo era diventata una tana ed il carburante usciva a fiotti.
Alle 5h45 il computer di bordo avvisò che non c’era abbastanza carburante per arrivare a Lisbona. I piloti, pur continuando a pensare che si trattasse di un ulteriore guasto del computer, cominciarono a pensare che ci potesse essere una fuga di carburante. Mandarono quindi una hostess a dare un’occhiata fuori, dai finestrini. L’hostess non vide niente, del resto era notte. Decisero comunque di cambiare la rotta e di andare verso l’aeroporto di Lajes, sull’isola di Terceira, alle Azzorre. Un aeroporto militare costruito dagli americani durante la guerra e mantenuto come importante base aerea del dispositivo della Nato. Lajes è dotato di una pista lunga ben 3 km. Dopo una ulteriore decina di minuti decidono di chiudere la valvola di interconnessione dei due serbatoi e di lasciare ogni motore con il carburante che aveva in proprio; salvo poi riaprirla poco dopo, in seguito ad una discussione con il centro di assistenza. Era ormai evidente che si trattasse una perdita, ma vi era incertezza su quale dei due motori fosse implicato.
Alle 6h13, a 150 miglia da Lajes il primo motore si fermò per mancanza di carburante. Erano passati 70 minuti dal primo allarme della temperatura dell’olio. L’aeroporto di Lajes fu informato, l’SOS lanciato, la compagnia, a Montreal in emergenza generale. 13 minuti dopo, a 65 miglia da Lajes si spense anche il secondo (e ultimo) motore. Tutti i sistemi elettrici a bordo si spensero, ad esclusione di alcuni, vitali, che possono funzionare con le batterie di emergenza.
In casi come questi i regolamenti impongono agli aerei in difficoltà di lasciare la quota di crociera e di abbassarsi rapidamente ad una quota molto inferiore. Ma il comandante non lo fece.
Il comandante è Robert Piché, 50enne, con un passato difficile. Pilota, poi licenziato, alcolizzato, barman e taxista, si ritrovò a pilotare per i narcotrafficanti colombiani e passò un anno e mezzo in carcere per aver portato con il suo aereo un gran carico di marijuana negli Stati Uniti. Liberato, rialcolizzato, si rimette in sesto e venne assunto da Air Transat che, evidentemente, aveva delle procedure di reclutamento assai allegre (vi dico io; questa è una storia di cialtroneria, soprattutto). Ad ogni modo un pilota che conosce la vita ed i suoi rischi.
Sono le 6h26 e Piché si ritrova con il suo aereo in mano, a motori spenti. Due possibilità; una è l’ammaraggio in pieno Atlantico, l’altra è planare per 65 miglia fino a Lajes.
Sceglie la seconda e per questo motivo non scende di quota, come vorrebbero mi regolamenti in caso di emergenza. Ha bisogno di avere tutti i suoi metri di altitudine per gestirli nel volo planato. L’aereo sfiora le 200 tonnellate di peso.
La planata dura 18 minuti. Piché non può sbagliare, non ha i motori per correggere la rotta. L’aeroporto di Lajes è vicino al mare. Se arriva molto corto finisce nell’Oceano; se arriva un po’ corto si schianta sulla scarpata dell’isola. Se arriva troppo lungo supera l’aeroporto e si schianta sulle colline dell’isola. Dalla sua ha solo la notevole lunghezza della pista.
Si rende conto che è troppo alto e quindi fa un giro completo di 360° per perdere quota; è ancora troppo alto e quindi aumenta l’inclinazione dell’aereo verso terra. Ma così facendo aumenta la velocità. Continua la discesa su un percorso ad S per continuare a perdere altezza senza troppo aumentare di velocità.
La pista la imbocca giusta; prende terra a 300 metri dal suo inizio. Ma ci arriva troppo veloce e troppo inclinato. L’aereo rimbalza per altri 500 metri e riatterra. A quel punto Piché riesce a frenare e a fermare l’aereo quando aveva ancora 700 metri di pista a sua disposizione. Piega il carrello e 4 gomme scoppiano: i danni sono minori; un principio di incendio al carrello viene rapidamente messo a tacere.
Il comandante ed il suo secondo ricevono il premio per i migliori piloti dell’anno. La planata viene considerata la maggiore impresa dell’aviazione commerciale di tutti i tempi. L’incredibile serie di errori precedenti vengono dimenticati, ma i regolamenti per questo tipo di incidenti sono modificati profondamente. Piché diventa un eroe nazionale ed andrà in pensione qualche anno dopo. Ed il Quebec, per una volta, ha qualcosa da festeggiare.

La fine di un amore

Ho dedicato molti post al Portogallo. Ho parlato del fascino impalpabile di quel paese. Mi sono commosso descrivendo l’atmosfera che strega chi ci va. Ma ora ho capito; era infatuazione e non amore. Tutta colpa della pisserità.

Per anni ho cercato di capire quale fosse l’essenza del Portogallo, perché mi attirasse tanto. Ed anche quali fossero le sue peculiarità, quel suo essere così diverso dal resto di Europa. Tutta diversa, ma mai così diversa come il Portogallo.

Ho girato, ho letto, ho parlato, ho riflettuto, ho chiesto, ho guardato ed ho visto. Alla fine ho capito.

Parto da questa foto. E’ un bar, prossimo al centro di Porto. E’ un tipico bar portoghese, di buon livello. Ce ne sono molti così. La sua caratteristica è di essere vecchio; non antico, vecchio. Ha quell’aria da anni sessanta, con i neon, le sedie tipo formica o imbottite di similpelle, gli spazi vasti ed un po’ disadorni. Secondo le abitudini di quell’epoca è molto funzionale, asettico, ma anche poco accogliente. E’ completamente fuori tempo, il suo anacronismo è la sua forza attuale. Lo straniero vi entra come si va ad un museo del design; ci si prende un caffè come se si stesse aspettando che arrivi il nonno. Siamo anche un po’ intimoriti da quest’aria trapassata. Ed i camerieri, vetusti, brutti, incattiviti dalla stanchezza ribadiscono l’effetto “viaggio nel tempo”. I locali ci vanno perché sono abituati a farlo. Per molti di loro quel bar è sempre esistito, è sempre stato così, è rassicurante.

Si potrebbe pensare che il proprietario di quel bar è un gran furbastro che gioca sul vintage per adescare turisti beoti. Non è così. Il Portogallo è stracolmo di questi esercizi commerciali che vengono direttamente da 5 decenni fa, quando il paese era ancora un Impero coloniale. Il primo nato nella storia dell’umanità, l’ultimo a scomparire.

Ma non è solo l’estetica di quel bar ad essere attardata; è anche il modo di fare in generale; l’essenza di un paese.

Dopo essermi soffermato su questo punto, mi è venuta in mente la seguente domanda: ” Ma a me (e a tutti gli altri numerosissimi italiani attratti dal Portogallo) questa apparenza vintage piace perché è bella o perché siamo nostalgici di un tempo passato?” La risposta non può che essere una: è la nostalgia che prevale, non può certo essere la bellezza, che è assai rara.

Una chiesa a Porto.

Quindi noi associamo il Portogallo ad una nostra nostalgia dei tempi passati; ciò appare straordinario se si pensa che quel paese asserisce di essere la patria della saudade, che sarebbe una delle molte forme diverse della nostalgia. Quindi al solo osservare quel bar di Porto (e tutti i suoi numerosissimi simili) noi avremmo colto l’essenza del Portogallo che si riverbera nel nostro animo provocando lo stesso sentimento, sia pure momentaneo, che pervade perennemente l’animo dei portoghesi. Siamo stati accalappiati dalla portoghesità!! Noi nostalgici ci ritroviamo bene in un paese che fa della nostalgia la propria filosofia di vita. Che vive, come dice Tabucchi, nel disio dantesco ricordando il passato ed aspettando il futuro.

E con questo ci avviciniamo al punto centrale della faccenda.

Vivere nella nostalgia e nella malinconica attesa di un futuro che lo richiami non è sano. Non possiamo far finta che il presente non esista o che sia solo un fastidio. Io sono un convinto assertore del hinc et nunc. Qui ed ora, solo e sempre. La nostalgia, la suadade, può essere il gioco di un momento, lo sfizio dell’annoiato; non può essere la condizione esistenziale del popolo portoghese e di chi si è avvicinato a quel paese.

Quando invece questo malsano stato d’animo prende il sopravvento, i danni sono enormi. Ed ecco che il portoghese diventa pissero e la portoghesità diventa pisserità.

Parola poco usata ma che disegna efficacemente colui che è perbenino in tutte le sue manifestazioni; che non si spreca in niente; che è tutto un po’ compunto e da poca relazione agli altri; che vuole apparire decente, ma che è semplicemente modesto e non perché sia povero, ma perché è limitato nei gusti, nell’animo, nell’intelletto. Gli oggetti pisseri non sono né belli né brutti, ma vorrebbero essere belli senza arrivare ad esserlo; sono però molto decenti e non faranno sfigurare. Ma daranno tristezza, perché vorrebbero esser di più, ma non sono riusciti ad esserlo. Né carne, né pesce; mai allegri, mai arrabbiati, sempre in una via di mezzo; un po’ presuntuosi della loro virtù e della loro storia, che però non hanno. Un abito pissero te lo puoi mettere, ma nessuno si accorgerà né di lui, né di te che lo indossi. Con una persona pissera non ci farai mai grandi discorsi, né grandi leticate; ha poco da dire, e quel poco lo dice in modo poco interessante. Ma non perché sia stupido; è semplicemente trattenuto, poco generoso nei sentimenti, restio ad esprimersi con chiarezza e espansività. Una persona anonima, bruttina, che non attira gli sguardi, che passa inosservata, che non ha alti e bassi.  Un pissero, in poche parole.

Un’aula dell’Università di Evora.

Ed ecco che, improvvisamente, i portoghesi, generalizzando, mi sono sembrati pisseri e pissero il loro paese. Tutto molto bellino, con le belle casine dai colori pastellino e le mattonelline dipinte ovunque. Ma mai (o quasi) un acuto verso il sublime o verso l’orrido; sempre tutto perbenino. Tutti un po’ bruttini (un po’ meno le nuove generazioni) ma che ci tengono a comportarsi decentemente con i loro prolissi ed infiniti giri di parole per non dire : Tu o Lei o Voi. Una lingua ricercatissima e leziosa che spende mille parole dove cento sono sufficienti, per evitare di dire con chiarezza quel che si ha sul cuore. L’enorme difficoltà ad avere rapporti diretti, franchi, forti, decisi con i portoghesi. Permalosi, mai spontanei, sempre un po’ impacciati; più formali che gentili. Sempre molto prevedibili.

Ma anche la loro grande suscettibilità; mai varcare quegli stretti confini che dividono le persone se non si vuole avere reazioni stizzose. Ma anche in questo caso, stizzose, non forti. Sempre contenute, mai veramente spontanee; rari i moti dell’anima. Reazioni pissere, appunto.

E’ per questo che si rifanno ad un passato mitizzato, che ci vogliono ancora vivere dentro, come in quel bar di Porto. La nostalgia di un passato imperiale, il desiderio di tornare ad essere grandi; disio, macerazione dell’anima.

E tutto ad un tratto il Portogallo mi è sembrato un paese pissero, sostanzialmente triste ed inutile. Non bello, ma lezioso. Non interessante, ma presuntuosetto.

Ed il mio amore è svanito. Ho capito che non era vero sentimento, ma mero desiderio di capire un luogo. Non ne parlerò più.

 

 

 

 

 

 

 

La strana sorte di Nazarè

Foto di Luis Ascenso via Wikicommons

Il paese di Nazarè, in Portogallo, è veramente riuscito a tirar fuori un cilindro dal coniglio: da modesta località balneare a capitale del surf.

Il turismo a Nazarè, ad un centinaio di km a nord di Lisbona, ha una storia antica. Una chiesa, posta su di un promontorio a picco sull’Oceano, ha una tradizione di pellegrinaggi lunga alcuni secoli. Vi andavano anche i reali portoghesi. In tempi più recenti, la bella e dorata spiaggia, ai piedi del promontorio, ha attirato molti turisti, in special modo italiani, trasformando il paesino di pescatori in un centro turistico di buon livello, come ce ne sono molti altri sulla costa del Portogallo. Spiagge molto belle, ma l’Atlantico è una faccenda complicata, sempre mossa e fredda e farci il bagno non è per tutti.

Un luogo carino, frequentato dai turisti internazionali e dai pellegrini portoghesi, ma sostanzialmente anonimo.

Quindici anni fa la svolta, inimmaginabile e potentissima.  Un portoghese notò che davanti al promontorio si formano delle onde gigantesche e segnalò il fatto al mondo dei surfisti. Onde ben superiori alla medie delle onde, già non indifferenti, che caratterizzano il litorale portoghese.

Il motivo di tanta grandezza è stato facilmente spiegato: proprio di fronte al promontorio di Nazarè viene a morire un importante canyon sottomarino. Le acque che percorrono il canyon, alla sua fine, vengono proiettate verso la superficie e creano la grande onda. Ciò avviene costantemente, ma l’onda da il suo meglio quando c’e’ comunque un forte movimento generale dell’Oceano.

La zona di mare interessata è molto piccola e le grandi onde si estendono solamente su una quarantina di metri; prima e dopo, al di fuori dell’uscita del canyon sottomarino sono onde normali, sia pure gigantesche per noi che siamo abituati all’Adriatico.

Quella zona di mare era ben conosciuta dai numerosi pescatori di Nazarè (colleghi di quelli di Povoa de Varzim) ed apprezzata per la grande pescosità dovuta ai fondali profondissimi del canyon; ma era anche molto temuta a causa dei gorghi che si formavano e delle forti correnti che provocarono molti naufragi e morti.

Nelle migliori condizioni le onde di Nazarè sono le più grandi del mondo. E’ qui che vengono stabiliti i record del mondo di altezza di onde cavalcate dai surfisti. Si danno cifre variabili e discordanti; certo misurare un’onda non è semplice e il mondo dei surfisti deve essere facile alle esagerazioni, tipo pescatori e cacciatori. Si va, comunque, dai 25 ai 35 metri di altezza. Insomma, un palazzo di dieci piani, tanto per dare un’idea.

L’impresa non è da ragazzi; ci vanno solo i massimi professionisti ed anche quelli hanno sempre a fianco più moto d’acqua, potentissime e guidate da altri campioni di surf, che capiscono al volo se le cose si mettono male ed intervengono immediatamente a recuperare il surfista travolto dall’onda, finito sott’acqua ed in grave debito di ossigeno. Del resto i surfisti hanno delle mute che in caso di bisogno si gonfiano e li riportano a galla, anche se sono svenuti per il peso dell’immane massa d’acqua che li ha sommersi, spingendoli verso il fondo. Ci sono filmati in cui si vedono primatisti del mondo arrivare a riva barcollanti per lo sfinimento.

Nazarè.

L’esercizio è complicato dal fatto che le onde vanno verso il promontorio roccioso e il surfista deve quindi avere l’abilità di finire il proprio percorso verso la spiaggia; se non lo fa rischia di andare a sbattere mortalmente contro le rocce.

Naturalmente ci sono siti specializzati nella previsioni dell’altezza delle onde di Nazarè, in modo che gli appassionati possono programmare le loro uscite in mare.

Il surf muove un sacco di gente. Ci sono i professionisti: australiani, brasiliani, hawaiani che vanno a gareggiare. I surfisti di secondo livello che vanno per dire di esserci stati. Gli appassionati semplici che vanno a vedere gli altri che ci provano. Molti i giornalisti, i fotografi professionisti, i fotoamatori. Molto presenti i fornitori di materiali per surf. Poi ci sono i curiosi di tutto come il Viaggiatore Critico. Ed infine quelli che vanno a Nazarè per averlo sentito nominare molte volte.

Le onde con i surfisti sopra si osservano dall’alto del promontorio. Vi si sale dal centro di Nazarè con un ascensore od in auto. Appena siamo sulla cima del promontorio si vede la prima onda: io ne son rimasto sconvolto, ed era un giorno tranquillo. Sul promontorio ci sono molte terrazze naturali dove gli osservatori ed i fotografi si appostano; più in basso c’e’ un bar – belvedere sul cui tetto si assiepano in molti.  I fotografi hanno i loro giganteschi teleobbiettivi. Tutta la faccenda è molto lunga. Bisogna aspettare che arrivi l’onda giusta e che i surfisti decidano di prenderla. Possono passare quarti d’ora fra una discesa e l’altra. Poi, all’improvviso, il surfista parte: la discesa dura qualche secondo; al termine vien preso dalla moto d’acqua e riportato a monte delle onde, aspettando una nuova occasione. Gli spettatori sono assai distanti e se non si ha una vista d’aquila non si vede poi molto. A me dopo un po’ è venuto a noia e son tornato in paese a farmi una birra.

Per Nazarè questa faccenda è stata un’incredibile benedizione. Durante l’estate hanno il loro solito turismo balneare, come d’abitudine. Dall’autunno cominciano i venti forti e l’arrivo del circo del surf. E’ sottoposto alle previsioni delle onde alte, ma, paradossalmente, più il tempo è brutto, più i surfisti trovano pane per i loro denti e vengono felici ed in massa. I ristoranti e gli alberghi restano in attesa del momento opportuno e si riempiono, allungando di tantissimo la propria stagione. Da notare che l’afflusso di questo turismo atletico, giovanile e sostanzialmente anglofono ha un po’ imbarbarito i costumi degli esercenti di Nazarè che sono, in generale, nettamente più maleducati della media nazionale. Ed anche i loro servizi sono di qualità poco soddisfacente.

Ma Nazarè resta un bell’esempio di miracolo turistico.

 

 

Le scritture degli analfabeti: Povoa de Varzim e Lapponia

Viaggiare con calma ed attenzione porta a delle scoperte emozionanti. Come questa che lega pescatori portoghesi e allevatori lapponi di renne. Analfabeti e scrittori.

Il primo luogo da visitare è Povoa de Varzim, a una trentina di chilometri a nord di Porto, in Portogallo. Ci si arriva facilmente con i frequenti trenini suburbani/metropolitana di Porto. E’ anche una buona alternativa per chi non volesse abitare nella cara e confusa Porto.

Povoa de Varzim è ora diventata un’anonima cittadina balneare, ma, in passato, fu un importante centro di pesca sia per la famosa sardina portoghese, che per gli altri pesci. Erano centinaia le famiglie di pescatori che si dividevano la spiaggia, dove tiravano in secco le barche ed il lungomare, dove asciugavano, riparavano, conservavano le reti e gli innumerevoli attrezzi del loro difficile mestiere.  Siamo sul temibile Atlantico che uccide più della guerra.

Gli attrezzi erano ovviamente tutti uguali o molto simili e dovevano essere resi riconoscibili dai rispettivi proprietari senza lasciare spazio a dubbi e a dissapori che una comunità in costante necessità di mutua solidarietà non si poteva permettere

Alcune sigle dei pescatori di Povoa. (Foto da http://www.freguesiapovoavarzim.pt/uniao-das-freguesias/freguesias/simbolos/ )

I poveri pescatori erano analfabeti e quindi non potevano usare delle scritte. Nei secoli si affermò quindi l’usanza di scegliere un simbolo geometrico come “firma” da apporre su ogni oggetto. Ogni pescatore aveva il suo simbolo e lo incideva sui suoi oggetti. I figli di quel pescatore adottavano lo stesso simbolo, aggiungendovi una linea, il primo figlio, due il secondo e così via. In quella società vigevano delle regole ereditarie stranissime: si potrebbe dire l’esatto contrario della salica. Ad ereditare gli attrezzi di pesca del padre (alla sua morte o al suo ritiro dal lavoro, se era così fortunato da arrivarci) era l’ultimogenito. Mentre gli altri fratelli uscivano a pesca con il padre (almeno fino a che non si erano fatti la propria famiglia e la propria barca) l’ultimo nato restava a casa in compagnia della madre. In questo modo, anche se gli uomini della famiglia fossero periti in mare, tutti insieme,  almeno uno sarebbe rimasto per mantenere la madre. Quando, poi, il padre, avesse deciso di smettere di pescare e fosse rimasto a casa, tutti i suoi beni, compreso il simbolo, sarebbero passati al minore dei figli che avrebbe cominciato la sua vita di pescatore. La conseguenza di questa tradizione sta nel fatto che il simbolo non avrebbe avuto bisogno di essere modificato nel passaggio dal padre al figlio. Quindi quel simbolo passava intatto di padre inultimo figlio per generazioni e generazioni.

Ognuno dei fratelli maggiori avrebbe trasmesso il proprio simbolo ai figli, i quali avrebbero aggiunto una linea se primogenito, due se secondi, tre se terzi. Quindi, il simbolo del nonno e capostipite si sarebbe conservato con le successive aggiunte di varie linee ad ogni generazione, fino a formare dei simboli in cui era possibile riconoscere un vero e proprio albero genealogico e di riconoscersi cugini di molti gradi di distanza.

Ogni abitante di Povoa era perfettamente in grado di “leggere” questo strano alfabeto e avrebbe indicato con certezza il proprietario di ogni oggetto. Ciò che per gli estranei alla comunità erano solo scarabocchi, per loro erano scritte piene di significato.

Si arrivava al punto di disegnare sulla lapide tombale il simbolo del morto, invece del nome, che ben pochi avrebbero saputo leggere. Il visitatore locale avrebbe facilmente capito che lì giaceva il tale, figlio di, nipoti di, pronipote di….

Un sistema del tutto simile lo ritroviamo fra gli allevatori Lapponi o Sami, in Finlandia. Le renne vivono libere in branchi, ma ognuna di loro ha un proprietario; una volta per anno tutte le renne vengono raccolte in un recinto. I piccoli restano sempre accanto alla loro madre; uno alla volta verranno catturati al lazo e marchiati come la madre.  La marchiatura consiste in tagli ed incisioni praticate in entrambi gli orecchi dell’animale. La forma e la successione dell’insieme degli intagli indicano con chiarezza il proprietario della renna. Anche in questo caso ogni allevatore utilizzerà il marchio della propria famiglia a cui avrà aggiunto un ulteriore segno che lo identificherà con certezza. Una specie di nome e cognome, insomma. L’operazione consiste nel tagliare via dei trinagolini sul bordo esterno dell’orecchio; è un pò truculemta e sanguinosa, abbastanza impressionante a giudicare dei filmati. Ma sembrerebbe che le ferite guariscano rapidamente.

I modellini di orecchie di renna con i marchi del proprietari sulle quali i bambini Sami imparano a leggere questo strano “alfabeto”. (Foto da https://www.kookynet.net/951.html)

Anche fra i Sami la comprensione della simbologia è un fatto comune. I più esperti arrivano a riconoscere fino a 600 nomi diversi. Le autorità comunitarie stampano dei libretti con tutti i simboli utilizzati. Una specie di elenco anagrafico degli allevatori nel quale al posto dei numeri ci sono le successione degli intagli. Ai bambini vengono date delle orecchie di cartone, già intagliate, sulle quali imparano a leggere. Quando lo sapranno fare bene potranno andare ad occuparsi delle renne in modo da riconoscere il proprietario di ognuna di loro e comportarsi di conseguenze, nelle varie operazioni.

Queste informazioni non vengono dai libri o da Internet, ma dalla visita del Museo Municipale di Povoa de Varzim e del Museo della cultura Sami di Inari. E dalle discussioni con il personale di questi musei, felice di poter scambiare quattro chiacchere con uno dei rari visitatori quotidiani.

Perché il viaggiare è questo: intuire tracce che legano gli uomini, nella diversità.

La temibile francesinha

Ecco il mostro.

Se in fatto di cibo venisse usata la parola kitsch, questo piatto se la meriterebbe a pieno titolo. Si tratta della francesinha, piatto tipico di Porto; è una delle manifestazioni nelle quali la cucina portoghese da il peggio di se stessa. Pare un incubo gastronomico; a vederla in foto si ha paura. Seconda solo alla poutine quebecoise, per orrore.

Si prepara in una terrina bassa da forno che poi va al tavolo. Vi sono molte versioni; la più classica prevede due fette di pane da toast. La prima viene accomodata sul fondo della terrina; sopra vi si mette una braciolina all’olio. Tale braciolina è uno dei capisaldi della dieta portoghese e si chiama prego, che vuol dire chiodo. Esiste in due versioni: prego no prato se è servita in un piatto; prego no pao se si mangia in un panino. Sempre braciolina all’olio, è.

Torniamo alla francesinha. Oltre alla braciola ci viene messa una bella fetta di prosciutto cotto, della salsiccia, del salamino piccante e una bella fetta di mortadella. Si badi bene che ho detto e…e…e, non ho detto …o…o…o.

Poi una sottiletta di formaggio. Si aggiunge la seconda fetta di pane da toast. Si aggiunge, sopra al pane, un uovo al tegamino. Sulla sommità e sui fianchi di questa montagna di cose si dispongono numerose sottilette di formaggio da fondere.

Si mette la terrina nel forno: le sottilette si fonderanno e ricopriranno integralmente il toast, colando lungo i lati e allargandosi sul fondo della terrina.

Si sforna la terrina. Nel frattempo avremo preparato un bel brodo grasso, molto particolare, i cui ingredienti sono i seguenti: birra, porto, whiskey, vino bianco, margarina, latte, pomodoro, rosso d’uovo, fecola di mais, dado, peperoncino, alloro; una vera bomba.

Il brodo molto caldo verrà abbondantemente versato sul toast completamente ricoperto di formaggio. Lo bagnerà e formerà una bella pozzetta sul fondo della terrina dove incontrerà il resto del formaggio colato dai lati del toast.

Se tutto ciò vi sembra leggerino, sappiate che la francesinha viene accompagnata da patate fritte che, spesso, vengono messe  a mollo nel brodo della terrina, in modo che anche loro diventino una specie di pappa, esattamente come il pane del toast.

E’ un obbrobrio culinario, degno di eterna ignominia. La sua creazione ha un colpevole del quale sappiamo nome e cognome. Si tratta di Daniel David Silva che, dopo aver lavorato nelle cucine francesi, (immaginiamo come lavapiatti) tornò in patria, a Porto, e nel 1953 preparò per la prima volta questo mostro, ispirandosi al croque-monsieur parigino.

La francesinha appartiene a quel tipo di piatti che sfidano chi li consuma; mangiarlo finisce per diventare una prova di forza, una questione da uomini valorosi, una specie di rito di iniziazione. La mangiano i ragazzi in vena di prove di ardimento. Mangiarne due consecutivamente diventa spunto di racconti e vanterie.

Il gusto è indefinibile; come tanti colori tutti insieme sfumano in un anonimo grigio. Vi si ritrovano i difetti capitali della cucina portoghese: l’accatastamento degli ingredienti quasi che la varietà fosse sinonimo di bontà (e ciò lo ritroviamo anche nella famigerata cucina brasiliana); la presenza di brodo in moltissime preparazioni, che meglio risulterebbero asciutte; il grande utilizzo del pane bagnato, senza nemmeno abbrustolirlo, che si trasforma in una pappa un po’ disgustosa.

Ma in qualche modo è anche la rivincita di un paese poverissimo che cercava, in quegli anni, di uscire dalla nera miseria. Ci riuscirà molti decenni dopo, poco tempo fa, grazie all’Europa ed alla modernità. Benessere che ora festeggia permettendosi piatti come la francesinha: pantagruelici, smodati, surreali, ipercalorici, stracolesterolici.

Un inno alla vita, alla gioia di vivere, prima che un ictus ti blocchi.

 

Il borseggiatore di Lisbona

L’elettrico che va a Belem, il teatro della vicenda. Foto di xiquinhosilva via Wikicommons.

Lisbona è una città ricca di molto fascino, ma anche di un buon numero di borseggiatori che operano soprattutto sugli autobus. E’ quindi relativamente probabile che si venga borseggiati. E’ però molto meno probabile che il turista incappi in una vicenda come questa che segue.

Sto camminando verso la fermata del tram (chiamato a Lisbona “o eletrico“, l’elettrico) di Santos, voglio andare a Belem, c’e’ una mostra e i pasteis de nata. Da lontano vedo arrivare il tram, spicco una corsa attraversando pericolosamente il viale e riesco a salire proprio mentre si chiudono le porte, alle mie spalle. Resto sulla soglia dal momento che tram è pieno zeppo di gente. Nello stesso momento ricevo uno spintone alle spalle e avverto chiaramente che qualcuno mi sta sfilando il portafoglio dalla tasca posteriore dei pantaloni. Le porte ormai hanno finito di chiudersi, io urlo e, d’impeto, afferro il braccio del tipo che sta davanti a me, palesemente estraneo a tutto. Il tipo reagisce malamente, con ragione. Per di più è un africano delle ex-colonie portoghesi ed il tema del razzismo è in agguato. L’elettrico non si muove e le porte, immediatamente, si riaprono. Mi giro verso l’esterno e vedo che fuori, sul marciapiedi della fermata, ci sono alcune persone, tutte raggruppate vicino alla porta ormai aperta. Lascio il braccio del tipo all’interno ed afferro quello del tipo più vicino all’esterno, con ancora maggior convinzione e forza.  E’ uno piccolino e magro, lo sto quasi sollevando di peso; mi grida preoccupato di essere un poliziotto. Lo lascio e mi indica il mio portafoglio sul pavimento del tram, fra i miei piedi. Tutto ciò è durato largamente meno di 10 secondi.

La situazione si chiarisce: mentre un complice mi dava una botta alle spalle per disorientarmi, il ladro mi rubava il portafoglio, tre poliziotti sbucavano (da dove?) bloccando complice e ladro. Questi si disfaceva del portafoglio gettandomelo fra i piedi. Tutto ciò avveniva nel brevissimo tempo che le porte del tram impiegano nel chiudersi.

Io recupero il portafoglio e scendo dall’elettrico che riparte per i fatti suoi. Io sono molto scettico: non capisco da dove possano essere sbucati i poliziotti e non capisco perché i due ladri si siano tranquillamente seduti sulla panchina della fermata senza essere ammanettati e senza cercare di scappare. Temo una grossa combine ai miei danni. Anche perché mi vogliono portare al commissariato per la denuncia. Penso nettamente ad un rapimento; sono molto teso, complice la botta di adrenalina che i rapidissimi fatti mi hanno provocato. Mi fanno vedere il distintivo, io mi calmo un po’ e finisco per accettare. Poi mi spiegheranno che fra poliziotti della squadra anti-borseggio e borseggiatori si conoscono perfettamente, anche per nome, ed un tentativo di fuga avrebbe aggiunto al reato di furto anche quello di resistenza, aggravando la posizione. Quindi i ladri erano rimasti calmissimi, certo più dei poliziotti e di me stesso, vittima della faccenda. Due facce, quelle dei ladri, che sarebbero state benissimo nei film di Pasolini, nelle borgate romane degli anni ’60.

Io accetto di seguirli al Commissariato anche perchè il poliziotto, dopo avermi fatto controllare che i soldi sono ancora nel portafoglio, me lo ha ripreso e non intende darmelo indietro, se non in ufficio.

Questo invece è il vecchio tram che va all’Alfama e che è perennemento preso d’assalto dai turisti.

Ci trasferiamo in tre macchine al Commissariato del Rossio, dove la polizia mi obbliga a fare la denuncia. Io non avrei voluto perché accanirsi contro due vecchi borseggiatori mi sembrava da vigliacchi. Mi assicurano che i borseggiatori non finiranno in carcere, che è solo un sistema per dissuaderli, che la polizia deve pur fare qualcosa contro questo fenomeno, che Lisbona è una città turistica e non si possono derubare continuamente i turisti. Dichiaro, stampano, firmo, me ne vado. Nel frattempo arrivano i due borseggiatori che non mi guardano con eccessiva amicizia.

Passa un anno, son tornato a Firenze, ho dimenticato la faccenda. Un giorno, un carabiniere mi arriva a casa e mi consegna un mandato di testimonianza del Tribunale di Lisbona nel processo contro Joaquim de Magalhães, per il furto. Devo presentarmi il tal giorno; nel foglio c’è un indirizzo mail del Tribunale. Scrivo chiedendo i soldi del biglietto aereo ed una diaria per dormire, mangiare, spostarmi, durante quei due o tre giorni che sarebbe durato il mio viaggio.

Mi rispondono subito che la mia testimonianza non è poi così necessaria, che non mi daranno un euro e che posso restare a casa mia (notoriamente i portoghesi sono un pò tirati). Me ne rallegro e ri-dimentico la faccenda.

Passano ancora alcuni mesi e mi arriva una convocazione del Tribunale di Firenze per una rogatoria internazionale, che già, detta così, suona malissimo. Sento il mio avvocato: mi dice che se non ci vado o mi mettono 500 euro di multa o i carabinieri mi vengono a prendere di peso. Il giorno fissato mi vesto per benino (non si sa mai) e ci vado. In un aula del Tribunale conveniamo: io, un tecnico in comunicazione, una traduttrice brasiliana (con cui il tecnico intesse subito una fitta conversazione), un giudice e una sorta di segretaria. Il tecnico all’ora X stabilisce una connessione audio e video (di pessima qualità) con la corrispondente aula del Tribunale di Lisbona, dove siede un sacco di gente, compreso Joaquim il borseggiatore, il giudice, i poliziotti, gli avvocati ed una traduttrice il cui italiano non è proprio perfetto. Il giudice di Lisbona mi interroga (come nei film): ricostruiamo tutta la vicenda con il ruolo di tutti quanti, compreso quel tipo che avevo preso per primo per un braccio e che non c’entrava assolutamente nulla. L’avvocato difensore balza sull’occasione e cerca di rimetterlo in causa dando tutta la colpa a lui. Dopo aver discusso per una mezz’ora di quel che era successo in meno di 10 secondi, il giudice si dichiara soddisfatto e mi congeda. Il tecnico spenge tutto, il giudice italiano che aveva assistito silente mi fa i complimenti per la mia esattezza nelle risposte e si va a casa.

Tutto ciò per un borseggio; mi è rimasta la curiosità di sapere quanto hanno dato al povero Joaquim, che, quel giorno, era uscito di casa solamente per andare a lavorare.

Portogallo

Il baccalà impera in Portogallo, anche nel tost.

Il Viaggiatore Critico, per molti anni, è stato stregato dalla cultura portoghese; dalla bellezza toccante di Lisbona, dal sottile fascino di quel paese; dalla storia profonda e complessa dell’Impero Portoghese con tutte le sue colonie, in molte delle quali ha vissuto. E’ stato un amore sottile, penetrante, ammaliante, sfuggente, malinconico e nostalgico. Esattamente quel che si chiama saudade.

Anno dopo anno Il Viaggiatore Critico ha scritto moltissimi post sul Portogallo e tutto quello che va con questo paese. Sempre alla ricerca di capire la radice del suo amore. Senza riuscirci, ovviamente. Più che ci pensava, meno che ci capiva, più che si intestardiva a voler far luce sul sentimento che si radicava sempre di più in lui.

Poi un giorno, camminando nell’imbrunire invernale, lungo una strada di Porto, davanti al bar Ceuta, il Viaggiatore Critico ha avuto l’illuminazione. In un attimo ha creduto di capire come stanno le cose e l’amore si è dissolto qual nebbia mattutina che incontra il sole della ragione. Ecco il suo ragionamento.

Ciò non toglie che tutto quel che ha scritto resti vero; è solo un pò oassato. E’ il ricordo di un amore che fu grande, anche se ora è cenere.

Il Viaggiatore Critico si è anche molto soffermato sulle Azzorre  e sui loro numerosi aspetti un pò deludenti.  Si parla molto delle strane vicende dell’isola di Flores; e ci si sofferma a lungo su uno scomodo viaggio all’incredibile isola di Corvo con la sua difficile storia, che pare un pò il riassunto della condizione umana universale.

Molto più positive sono, invece, le impressioni sulla bifrontica isola di Madeira. la cui visita viene caldamente consigliata.

Altri capitoli sulle vecchie colonie portoghesi. Prima di tutto la Guinea Bissau che si è rivelata essere un luogo di eccezionale interesse umano ed antropologico. Poi le remote Sao Tomè e Principe e la loro triste storia.

Ma anche Capo Verde, con le isole di Brava e di Fogo, dove non mancano soprusi moderni con vengono descritti con passione. Isole nel mezzo dell’Oceano dove dei viaggi difficili riservano sorprese non gradevoli.

Ed infine, il retaggio più vecchio ed ormai culturalmente più distante: il Brasile, il Rio delle Amazzoni, la coloniale città della Vecchia Goias.

Tutto un mondo infinito, che andrebbe conosciuto in profondità, ma per il quale il Viaggiatore Critico ha ormai perso molto del suo interesse iniziale. Peccato!

Le casine portoghesi

Ho parlato molto del Portogallo, così ricco di sottile, impalpabile e malinconico fascino. Mi sono lasciato come ultimo tema quello che più mi intenerisce: le casine.

I portoghesi, sia in patria, sia nelle loro numerose e sparpagliate colonie (Brasile compreso), hanno fatto e continuano a fare delle casine che ti fanno star bene. Usano toni pastello ben in armonia con le parti in bianco. Le dimensioni sono ridotte, gli elementi ornamentali frequenti, aggraziati, ma sobri, senza sconfinare nel lezioso Forse unpò, sì) o nel barocco. Le finestre fantasiose, invitanti. Le case, i palazzetti, gli edifici pubblici sono quasi sempre curati, ridipinti di fresco, tenuti in perfetta pulizia. Facciate nette, nitide, pulcre che fanno pendant con la chiarezza del cielo che sfuma verso l’Atlantico.

Son case che ti chiamano per essere abitate in letizia; crederesti che in loro niente di male può avvenire. Passeggi nelle vie dei borghi e ti senti protetto dalla serenità che gli edifici emanano copiosamente.

A volte fanno venire in mente il Rinascimento italiano e la sua tranquilla consapevolezza dell’armonia. Ma il Rinascimento è imponente, a tratti severo, rigido nel ritmo e nelle proporzioni, portatore di messaggi pubblici e politici; l’architettura portoghese è, invede, accomodante, familiare, alla mano, ti bisbiglia. Ti permette variazioni, distrazioni, improvvisazioni.

Quando arrivo in ambiente portoghese mi vien da sorridere, di sedermi in un bar e farmi una birretta. Come se fossi tornato a casa, dopo un periglioso viaggio. Lo dicevo anche nel primo post di questo blog, mi ripeto; passerei la mia vita a parlare di questo tema. Sensazioni dolcissime, un pò zuccherose, forse, ma gradevolissime.

Ma quel che è più straordinario è l’enorme divario che c’e’ fra le casine dei portoghesi ed i portoghesi stessi. Che sono persone portate facilmente alla polemica, al conflitto, a contatti rigidi e difficili. Spesso vanno sul tristino, sul depressuccio. Possono essere gentili, calmi ed alla mano, ma non mi sentirei di definirli sereni ed allegri. Mostrano, anzi, a volte, segni di aggressività ed insofferenza. Il litigio stizzoso è frequente.

In tempi recenti ebbero una delle Polizie politiche più terribili della storia e nelle colonie, che volevano diventare indipendenti, commisero delitti innominabili. Dietro alcune di quelle facciate così carine, in quegli edifici così gai, si torturava, si uccideva, si organizzavano terribili massacri.

Ed è questo l’elemento che mi affascina: la contraddizione fra la clarità delle abitazioni e l’oscurità degli animi; fra il fuori ed il dentro.  Come se si cercasse nell’architettura quella serenità che la Storia ha negato a questo popolo.

 

Il sottile richiamo del Portogallo

Il castello di Alandroal.

Sono anni ed anni che giro intorno al Portogallo, senza afferrarlo. Mi incanta, mi chiama, ma riesce a sgusciarmi via come vuole. L’ho preso da tutte le parti: dall’interno, dalle isole lontane, dalla capitale, dalle vecchie colonie. Niente. Capto elementi, ma il complesso continua a sfuggirmi.

Il primo elemento che mi prese fu la vastità del cielo che andava verso l’Atlantico e il colore della luce: nitido, chiaro, vivido. Una luce lucida.

Il secondo elemento che mi stupì fu la lingua. Neolatina, facile da leggere, ma artigliata dalle bocche dei portoghesi e trasformata in una successione di suoni cacofonici. Un popolo intero sembra impegnato a distorcere quelle povere parole, riducendole ad una serie di sibili e scoppiettii sorprendenti. La lotta a certe vocali è senza quartiere, la “e” è ormai in via di estinzione.

Evora

Il terzo elemento che mi sconcertò fu il carattere del popolo portoghese. Forse sbaglio a generalizzare, ma vi è un fondo di gentilezza e ben disposizione nei confronti dell’altro che si mescola con un istinto polemico, irascibile, conflittivo, permaloso, che trasforma qualsiasi malinteso o disaccordo in guerra sanguinosa. Quindi i rapporti o son buoni buoni o son cattivi cattivi. Difficile saper prendere un portoghese per il verso giusto.

Il quarto elemento che mi attrasse fu la malinconia che pervade i luoghi e la gente. Forse determinata dal colore della luce, forse da quella lingua sgraziata, forse dal frequente vento, forse dai difficili rapporti fra le persone, forse dall’esser finiti ai margini dell’Europa, forse dall’esser poveri di beni, ma ricchi di storia. Il Portogallo provoca in me ed in molti uno struggimento dell’animo, una tristezza calda, un desiderio di desiderare, un voler piangere sommessamente in un angolo. Questo sentimento profondo, comune, permanente è chiamato saudade; pervade l’aria ed intenerisce il cuore. Viaggio dopo viaggio, tale sensazione finisce per sovrapporsi all’idea stessa di Portogallo e a farsi tutt’uno con quel paese. Portogallo e saudade finiscono per essere la stessa cosa; un paese che è un sentimento e viceversa! Meraviglioso, no?

Vila Nova de Milfontes.

Il quinto elemento che mi sbalordì fu la bruttezza dei portoghesi. Tracagnotti, ordinari e pelosi gli uomini; insignificanti, sgraziate e slavatucce le donne. Trascurati ed informi nel vestire; popolani nei modi. Come se fosse un popolo uscito or ora dalla preistoria, relegato all’estremo dell’Europa come si faceva con i servi nelle soffitte. (Tristezza su tristezza, ovviamente). Alcuni decenni sono passati dalle mie prime osservazioni e ciò non è più del tutto vero: grazie al maggior benessere, ad Erasmus, alla democrazia, le giovani generazione sono diventate molto più belle ed affabili.

Il sesto elemento che mi interessò fu le connessioni di questo popolo con le colonie africane. Nessun’altra potenza ha mandato così tanti cittadini a colonizzare posti così lontani: erano soprattutto contadini poverissimi, spesso delle Azzorre, i più poveri fra i poveri . Si ritrovarono a possedere grande estensioni di terreno con dentro le popolazioni africane schiavizzate. Dopo pochi giorni dall’arrivo, i coloni si mescolavano agli africani, mangiavano insieme i loro cibi, facevano una montagna di figli con quelle donne. I vicini congolesi, che sono sempre stati dei fini filosofi, dicevano: “Ci sono i bianchi, ci sono i neri e ci sono i portoghesi”. Grande integrazione che non evitò immani crudeltà ed una durissima repressione al momento delle lotte di liberazione. E ritorna la difficoltà di capire il carattere portoghese, già accennato. da una parte si mescolarono intimamente agli africani colonizzati. dall’altro non esitarono a ucciderli e torturali come poche volte è successo al mondo. In quei paesi si formò una innovativa società meticcia che è peculiarità della colonizzazione portoghese e che, dopo l’indipendenza e fino ad oggi, si è in parte trasferita in Portogallo apportando colore e vitalità (e bellezza).

Pascoli e sughere a Freixo do Meio.

Il settimo elemento che mi sta commuovendo in questi ultimi anni è il mondo rurale. Paese collinare ed abbastanza arido, ma ricco di boschi e di enormi pascoli ombreggiati  da sughere, l’interno del paese è poco abitato, le strade son vuote, le distanze fra i centri abitati son grandi. Molte le case vuote nei paesi, a causa dell’emigrazione ininterrotta da molti decenni. Eppure sono quasi tutte ben conservate, con la cura che gli emigrati usano nel mantenere vivo il ricordo di una vita passata, che torna solo per qualche settimana d’estate. Son borghi lindi, dai colori bianchi e pastello, sobri, delicati. Infondono calma, racchiudono intimità, sembra che niente di male possa succedervi. Nella piazza non manca mai una pasticceria con quei dolci di tradizione conventuale dai quali il colesterolo vi assalta a mano armata. Negozietti come da noi negli anni ’60. Ristoranti dove si mangia a dismisura piatti mal preparati, ma a vilissimo prezzo. Sedie rosse della Sagres, in piazza, dove ci si siede a bere piccoli bicchieri di quella birra alla spina. Pochi i passanti, calma, dolce noia, sensazione di sicurezza, qualche chiacchera. La calma vi pervade, benessere.

Elementi di un innamoramento.

 

Le eccellenti abitudini dei ristoratori portoghesi

O cozido, caposaldo della cucina portoghese, affastellamento di carni e verdure.

I ristoranti tradizionali in Portogallo hanno ormai raggiunto la perfetta essenzialità nella difficile arte di ricevere i loro clienti. Un viaggio per comprendere come fanno sarebbe molto istruttivo per i ristoratori italiani, spesso molto fru-fru e poco professionali.

Il mondo della ristorazione tradizionale portoghese è del tutto differente da quello analogo italiano o europeo.

Per cominciare i ristoranti tradizionali portoghesi sono numerosissimi; se ne trovano ovunque, in quantità, anche nei posti più sperduti e lontani da ogni flusso turistico. Ci si chiede come facciano a reggere: nel seguito dell’articolo, la risposta. Poi sono anche bar; riescono quindi ad essere sempre aperti, offrendo i due servizi. E sono molto frequentati dagli abitanti del quartiere per il caffè, la birretta, il vino, regolarmente in cartone. Quindi sono dei veri luoghi di aggregazione popolare, come si diceva un tempo. Hanno la stessa funzione che avevano (e parzialmente hanno ancora) da noi i bar di paese; ma con l’aggiunta della preparazione dei pasti.

La gestione è strettamente famigliare: babbo al banco ed a servire, mamma in cucina, figli, nipoti, vicini di casa ad aiutare. Da notare, con grande soddisfazione, che non vi sono quei giovani camerieri/e belli, eleganti, inutili, incapaci, arroganti e malpagati che inquinano la ristorazione italiana.  In Portogallo imperano camerieri vecchi ed anche malandati, ma di grande capacità e professionalità.

I locali sono tutti uguali e tutti brutti. Molto alluminio anodizzato, luci al neon, vetrine ed espositori come da noi furoreggiavano negli anni ’50, ’60, ’70. Generalmente stiamo sullo squalliduccio, sul vecchio un pò deprimente: la necessità di un rinnovamento balza agli occhi; non son certo locali accoglienti.

Ciò sembrerebbe un aspetto molto negativo, soprattutto per noi italiani che diamo molta importanza all’aspetto dei ristoranti che frequentiamo. Ma riflettiamo meglio. Nella grande maggioranza dei casi si va in un ristorante per mangiare qualcosa che ci piaccia: il quadro in cui mangiamo è secondario. Se vogliamo invitare a cena una donna o delle persone che ci sono importanti, andremo comunque in un ristorante di lusso, non tradizionale. Quindi, che ce ne facciamo dell’eleganza nelle trattorie? Perchè poi, a ben vedere, quella ricercatezza fittizia di cui si pavoneggiano molti ristoranti italiani è spesso ripetitiva, stucchevole, provinciale.

La mobilia dei ristoranti portoghesi è così essenziale e standardizzata che i costi per comprarla devono essere stati molto bassi. Ed anche quei pochi soldi sono stati sborsati alcuni decenni fa ed ormai largamente ammortizzati. Bisogna anche dire che non si investono somme colossali e infinite energie nella pulizia dei locali. Tutto il contrario.

Ma l’aspetto assolutamente straordinario della ristorazione tradizionale portoghese è la dimensione dei piatti. Quantità mai viste al mondo. In certi luoghi, ancor più tradizionali della media, nel menu ci saranno due prezzi per ogni piatto: uno per la porzione ed uno per la mezza porzione. Ecco, la loro mezza porzione è equivalente ad una nostra bella porzione; la loro porzione intera sfama una famiglia intera, canino compreso.

I camerieri ti mettono in guardia; se ordini un primo ed un secondo ti indirizzano verso le mezze prozioni perchè nessuno è mai riuscito a mangiarne due intere. Al che io chiedo regolarmente il perchè di tanta quantità se nessuno la mangia. E mi rispondono che ci sono persone che prendono un solo piatto e con quello è giusto che riescano a sfamarsi. Il mio applauso, alla faccia delle porzioncine rachitiche che ti rifilano molti degli imbelli ristoratori italiani.

Ma a costi come si va? Bassi, bassi, bassi. Un primo sta spesso sotto i 3 euro ed un secondo di carne può non arrivare ai 6 euro. Con quelle quantità, è incredibile. Il vino della casa sta sui 5 euro al litro. E’ vero che i costi in Portogallo sono abbastanza più bassi che in Italia, ma  come fanno?  Semplicemente perchè la gestione è familiare, i costi non strettamente legati al cibo sono soppressi (arredamento, rinnovamento, pubblicità) e i clienti sono molti.

Quei ristoranti sono sempre affollati di belle tavolate che mangiano e bevono come se non esistesse nè un domani, nè il colesterolo. Si mangia molto e si spende poco; meglio andare al ristorante che mangiare in casa. Molti pensionati preferiscono pranzare al ristorante, piuttosto che preparselo da se. A cena mangiano una cosina in casa ed il problema dell’alimentazione è risolto. Ecco il segreto dei bravi ristoratori tradizionali portoghesi: cibo tradizionale, porzioni mastodontiche, prezzi bassi e nessun fronzolo. Ricetta imbattibile, l’essenzialità a tavola. Niente smancerie e finezze stantie.

Resta l’ultima domanda: ma come si mangia in quei ristoranti?

Ebbene, si mangia male, perchè la cucina tradizionale portoghese sembra che sia stata concepita dall’uomo di Neanderthal in un giorno di cattivo umore: senza il minimo garbo. La stessa essenzialità di cui sopra si ritrova nelle preparazioni: una grande pentola, tutti gli ingredienti dentro, una bella bollitura e si serve!! Unica lodevolissima eccezione è il baccalà che viene cucinato in mille modi e con infinito amore.