La fine di un amore

Ho dedicato molti post al Portogallo. Ho parlato del fascino impalpabile di quel paese. Mi sono commosso descrivendo l’atmosfera che strega chi ci va. Ma ora ho capito; era infatuazione e non amore. Tutta colpa della pisserità.

Per anni ho cercato di capire quale fosse l’essenza del Portogallo, perché mi attirasse tanto. Ed anche quali fossero le sue peculiarità, quel suo essere così diverso dal resto di Europa. Tutta diversa, ma mai così diversa come il Portogallo.

Ho girato, ho letto, ho parlato, ho riflettuto, ho chiesto, ho guardato ed ho visto. Alla fine ho capito.

Parto da questa foto. E’ un bar, prossimo al centro di Porto. E’ un tipico bar portoghese, di buon livello. Ce ne sono molti così. La sua caratteristica è di essere vecchio; non antico, vecchio. Ha quell’aria da anni sessanta, con i neon, le sedie tipo formica o imbottite di similpelle, gli spazi vasti ed un po’ disadorni. Secondo le abitudini di quell’epoca è molto funzionale, asettico, ma anche poco accogliente. E’ completamente fuori tempo, il suo anacronismo è la sua forza attuale. Lo straniero vi entra come si va ad un museo del design; ci si prende un caffè come se si stesse aspettando che arrivi il nonno. Siamo anche un po’ intimoriti da quest’aria trapassata. Ed i camerieri, vetusti, brutti, incattiviti dalla stanchezza ribadiscono l’effetto “viaggio nel tempo”. I locali ci vanno perché sono abituati a farlo. Per molti di loro quel bar è sempre esistito, è sempre stato così, è rassicurante.

Si potrebbe pensare che il proprietario di quel bar è un gran furbastro che gioca sul vintage per adescare turisti beoti. Non è così. Il Portogallo è stracolmo di questi esercizi commerciali che vengono direttamente da 5 decenni fa, quando il paese era ancora un Impero coloniale. Il primo nato nella storia dell’umanità, l’ultimo a scomparire.

Ma non è solo l’estetica di quel bar ad essere attardata; è anche il modo di fare in generale; l’essenza di un paese.

Dopo essermi soffermato su questo punto, mi è venuta in mente la seguente domanda: ” Ma a me (e a tutti gli altri numerosissimi italiani attratti dal Portogallo) questa apparenza vintage piace perché è bella o perché siamo nostalgici di un tempo passato?” La risposta non può che essere una: è la nostalgia che prevale, non può certo essere la bellezza, che è assai rara.

Una chiesa a Porto.

Quindi noi associamo il Portogallo ad una nostra nostalgia dei tempi passati; ciò appare straordinario se si pensa che quel paese asserisce di essere la patria della saudade, che sarebbe una delle molte forme diverse della nostalgia. Quindi al solo osservare quel bar di Porto (e tutti i suoi numerosissimi simili) noi avremmo colto l’essenza del Portogallo che si riverbera nel nostro animo provocando lo stesso sentimento, sia pure momentaneo, che pervade perennemente l’animo dei portoghesi. Siamo stati accalappiati dalla portoghesità!! Noi nostalgici ci ritroviamo bene in un paese che fa della nostalgia la propria filosofia di vita. Che vive, come dice Tabucchi, nel disio dantesco ricordando il passato ed aspettando il futuro.

E con questo ci avviciniamo al punto centrale della faccenda.

Vivere nella nostalgia e nella malinconica attesa di un futuro che lo richiami non è sano. Non possiamo far finta che il presente non esista o che sia solo un fastidio. Io sono un convinto assertore del hinc et nunc. Qui ed ora, solo e sempre. La nostalgia, la suadade, può essere il gioco di un momento, lo sfizio dell’annoiato; non può essere la condizione esistenziale del popolo portoghese e di chi si è avvicinato a quel paese.

Quando invece questo malsano stato d’animo prende il sopravvento, i danni sono enormi. Ed ecco che il portoghese diventa pissero e la portoghesità diventa pisserità.

Parola poco usata ma che disegna efficacemente colui che è perbenino in tutte le sue manifestazioni; che non si spreca in niente; che è tutto un po’ compunto e da poca relazione agli altri; che vuole apparire decente, ma che è semplicemente modesto e non perché sia povero, ma perché è limitato nei gusti, nell’animo, nell’intelletto. Gli oggetti pisseri non sono né belli né brutti, ma vorrebbero essere belli senza arrivare ad esserlo; sono però molto decenti e non faranno sfigurare. Ma daranno tristezza, perché vorrebbero esser di più, ma non sono riusciti ad esserlo. Né carne, né pesce; mai allegri, mai arrabbiati, sempre in una via di mezzo; un po’ presuntuosi della loro virtù e della loro storia, che però non hanno. Un abito pissero te lo puoi mettere, ma nessuno si accorgerà né di lui, né di te che lo indossi. Con una persona pissera non ci farai mai grandi discorsi, né grandi leticate; ha poco da dire, e quel poco lo dice in modo poco interessante. Ma non perché sia stupido; è semplicemente trattenuto, poco generoso nei sentimenti, restio ad esprimersi con chiarezza e espansività. Una persona anonima, bruttina, che non attira gli sguardi, che passa inosservata, che non ha alti e bassi.  Un pissero, in poche parole.

Un’aula dell’Università di Evora.

Ed ecco che, improvvisamente, i portoghesi, generalizzando, mi sono sembrati pisseri e pissero il loro paese. Tutto molto bellino, con le belle casine dai colori pastellino e le mattonelline dipinte ovunque. Ma mai (o quasi) un acuto verso il sublime o verso l’orrido; sempre tutto perbenino. Tutti un po’ bruttini (un po’ meno le nuove generazioni) ma che ci tengono a comportarsi decentemente con i loro prolissi ed infiniti giri di parole per non dire : Tu o Lei o Voi. Una lingua ricercatissima e leziosa che spende mille parole dove cento sono sufficienti, per evitare di dire con chiarezza quel che si ha sul cuore. L’enorme difficoltà ad avere rapporti diretti, franchi, forti, decisi con i portoghesi. Permalosi, mai spontanei, sempre un po’ impacciati; più formali che gentili. Sempre molto prevedibili.

Ma anche la loro grande suscettibilità; mai varcare quegli stretti confini che dividono le persone se non si vuole avere reazioni stizzose. Ma anche in questo caso, stizzose, non forti. Sempre contenute, mai veramente spontanee; rari i moti dell’anima. Reazioni pissere, appunto.

E’ per questo che si rifanno ad un passato mitizzato, che ci vogliono ancora vivere dentro, come in quel bar di Porto. La nostalgia di un passato imperiale, il desiderio di tornare ad essere grandi; disio, macerazione dell’anima.

E tutto ad un tratto il Portogallo mi è sembrato un paese pissero, sostanzialmente triste ed inutile. Non bello, ma lezioso. Non interessante, ma presuntuosetto.

Ed il mio amore è svanito. Ho capito che non era vero sentimento, ma mero desiderio di capire un luogo. Non ne parlerò più.

 

 

 

 

 

 

 

La strana sorte di Nazarè

Foto di Luis Ascenso via Wikicommons

Il paese di Nazarè, in Portogallo, è veramente riuscito a tirar fuori un cilindro dal coniglio: da modesta località balneare a capitale del surf.

Il turismo a Nazarè, ad un centinaio di km a nord di Lisbona, ha una storia antica. Una chiesa, posta su di un promontorio a picco sull’Oceano, ha una tradizione di pellegrinaggi lunga alcuni secoli. Vi andavano anche i reali portoghesi. In tempi più recenti, la bella e dorata spiaggia, ai piedi del promontorio, ha attirato molti turisti, in special modo italiani, trasformando il paesino di pescatori in un centro turistico di buon livello, come ce ne sono molti altri sulla costa del Portogallo. Spiagge molto belle, ma l’Atlantico è una faccenda complicata, sempre mossa e fredda e farci il bagno non è per tutti.

Un luogo carino, frequentato dai turisti internazionali e dai pellegrini portoghesi, ma sostanzialmente anonimo.

Quindici anni fa la svolta, inimmaginabile e potentissima.  Un portoghese notò che davanti al promontorio si formano delle onde gigantesche e segnalò il fatto al mondo dei surfisti. Onde ben superiori alla medie delle onde, già non indifferenti, che caratterizzano il litorale portoghese.

Il motivo di tanta grandezza è stato facilmente spiegato: proprio di fronte al promontorio di Nazarè viene a morire un importante canyon sottomarino. Le acque che percorrono il canyon, alla sua fine, vengono proiettate verso la superficie e creano la grande onda. Ciò avviene costantemente, ma l’onda da il suo meglio quando c’e’ comunque un forte movimento generale dell’Oceano.

La zona di mare interessata è molto piccola e le grandi onde si estendono solamente su una quarantina di metri; prima e dopo, al di fuori dell’uscita del canyon sottomarino sono onde normali, sia pure gigantesche per noi che siamo abituati all’Adriatico.

Quella zona di mare era ben conosciuta dai numerosi pescatori di Nazarè (colleghi di quelli di Povoa de Varzim) ed apprezzata per la grande pescosità dovuta ai fondali profondissimi del canyon; ma era anche molto temuta a causa dei gorghi che si formavano e delle forti correnti che provocarono molti naufragi e morti.

Nelle migliori condizioni le onde di Nazarè sono le più grandi del mondo. E’ qui che vengono stabiliti i record del mondo di altezza di onde cavalcate dai surfisti. Si danno cifre variabili e discordanti; certo misurare un’onda non è semplice e il mondo dei surfisti deve essere facile alle esagerazioni, tipo pescatori e cacciatori. Si va, comunque, dai 25 ai 35 metri di altezza. Insomma, un palazzo di dieci piani, tanto per dare un’idea.

L’impresa non è da ragazzi; ci vanno solo i massimi professionisti ed anche quelli hanno sempre a fianco più moto d’acqua, potentissime e guidate da altri campioni di surf, che capiscono al volo se le cose si mettono male ed intervengono immediatamente a recuperare il surfista travolto dall’onda, finito sott’acqua ed in grave debito di ossigeno. Del resto i surfisti hanno delle mute che in caso di bisogno si gonfiano e li riportano a galla, anche se sono svenuti per il peso dell’immane massa d’acqua che li ha sommersi, spingendoli verso il fondo. Ci sono filmati in cui si vedono primatisti del mondo arrivare a riva barcollanti per lo sfinimento.

Nazarè.

L’esercizio è complicato dal fatto che le onde vanno verso il promontorio roccioso e il surfista deve quindi avere l’abilità di finire il proprio percorso verso la spiaggia; se non lo fa rischia di andare a sbattere mortalmente contro le rocce.

Naturalmente ci sono siti specializzati nella previsioni dell’altezza delle onde di Nazarè, in modo che gli appassionati possono programmare le loro uscite in mare.

Il surf muove un sacco di gente. Ci sono i professionisti: australiani, brasiliani, hawaiani che vanno a gareggiare. I surfisti di secondo livello che vanno per dire di esserci stati. Gli appassionati semplici che vanno a vedere gli altri che ci provano. Molti i giornalisti, i fotografi professionisti, i fotoamatori. Molto presenti i fornitori di materiali per surf. Poi ci sono i curiosi di tutto come il Viaggiatore Critico. Ed infine quelli che vanno a Nazarè per averlo sentito nominare molte volte.

Le onde con i surfisti sopra si osservano dall’alto del promontorio. Vi si sale dal centro di Nazarè con un ascensore od in auto. Appena siamo sulla cima del promontorio si vede la prima onda: io ne son rimasto sconvolto, ed era un giorno tranquillo. Sul promontorio ci sono molte terrazze naturali dove gli osservatori ed i fotografi si appostano; più in basso c’e’ un bar – belvedere sul cui tetto si assiepano in molti.  I fotografi hanno i loro giganteschi teleobbiettivi. Tutta la faccenda è molto lunga. Bisogna aspettare che arrivi l’onda giusta e che i surfisti decidano di prenderla. Possono passare quarti d’ora fra una discesa e l’altra. Poi, all’improvviso, il surfista parte: la discesa dura qualche secondo; al termine vien preso dalla moto d’acqua e riportato a monte delle onde, aspettando una nuova occasione. Gli spettatori sono assai distanti e se non si ha una vista d’aquila non si vede poi molto. A me dopo un po’ è venuto a noia e son tornato in paese a farmi una birra.

Per Nazarè questa faccenda è stata un’incredibile benedizione. Durante l’estate hanno il loro solito turismo balneare, come d’abitudine. Dall’autunno cominciano i venti forti e l’arrivo del circo del surf. E’ sottoposto alle previsioni delle onde alte, ma, paradossalmente, più il tempo è brutto, più i surfisti trovano pane per i loro denti e vengono felici ed in massa. I ristoranti e gli alberghi restano in attesa del momento opportuno e si riempiono, allungando di tantissimo la propria stagione. Da notare che l’afflusso di questo turismo atletico, giovanile e sostanzialmente anglofono ha un po’ imbarbarito i costumi degli esercenti di Nazarè che sono, in generale, nettamente più maleducati della media nazionale. Ed anche i loro servizi sono di qualità poco soddisfacente.

Ma Nazarè resta un bell’esempio di miracolo turistico.

 

 

Le scritture degli analfabeti

Viaggiare con calma ed attenzione porta a delle scoperte emozionanti. Come questa che lega pescatori portoghesi e allevatori lapponi di renne. Analfabeti e scrittori.

Il primo luogo da visitare è Povoa de Varzim, a una trentina di chilometri a nord di Porto, in Portogallo. Ora è diventata un’anonima cittadina balneare, ma, in passato, fu un importante centro di pesca sia per la famosa sardina portoghese, che per gli altri pesci. Erano centinaia le famiglie di pescatori che si dividevano la spiaggia, dove tiravano in secco le barche ed il lungomare, dove asciugavano, riparavano, conservavano le reti e gli innumerevoli attrezzi del loro difficile mestiere.  Attrezzi tutti uguali, ma che dovevano essere riconosciuti dai rispettivi proprietari senza lasciare spazio a dubbi e a dissapori che una comunità in costante necessità di mutua solidarietà non si poteva permettere

Alcune sigle dei pescatori di Povoa. (Foto da http://www.freguesiapovoavarzim.pt/uniao-das-freguesias/freguesias/simbolos/ )

Nei secoli si affermò quindi l’usanza di scegliere un simbolo geometrico come “firma” da apporre su ogni oggetto. Ogni pescatore aveva il suo simbolo e lo incideva sui suoi oggetti. I figli di quel pescatore adottavano lo stesso simbolo, aggiungendovi una linea, il primo figlio, due il secondo e così via. In quella società l’erede dei beni del padre era l’ultimogenito; mentre gli altri fratelli uscivano a pesca con il padre (almeno fino a che non si erano fatti la propria famiglia e la propria barca) l’ultimo nato restava a casa in compagnia della madre. In questo modo, anche se gli uomini della famiglia fossero periti in mare, tutti insieme,  almeno uno sarebbe rimasto per mantenere la madre. Quando, poi, il padre, avesse deciso di smettere di pescare e fosse rimasto a casa, tutti i suoi beni, compreso il simbolo, sarebbero passati al minore dei figli che avrebbe cominciato la sua vita di pescatore. In questo modo il simbolo non avrebbe avuto bisogno di essere modificato nel passaggio dal padre al figlio.

Ognuno degli altri fratelli avrebbe trasmesso il proprio simbolo ai figli, i quali avrebbero aggiunto una linea se primogenito, due se secondi, tre se terzi. Quindi, il simbolo del nonno e capostipite si sarebbe conservato con le successive aggiunte di varie linee ad ogni generazione, fino a formare dei simboli in cui era possibile riconoscere un vero e proprio albero genealogico.

Ogni abitante di Povoa era perfettamente in grado di “leggere” questo strano alfabeto e avrebbe indicato con certezza il proprietario di ogni oggetto. Ciò che per gli estranei alla comunità erano solo scarabocchi, per loro erano scritte piene di significato.

Si arrivava al punto di disegnare sulla lapide tombale il simbolo del morto, invece del nome, che ben pochi avrebbero saputo leggere. Il visitatore avrebbe facilmente capito che lì giaceva il tale, figlio di, nipoti di, pronipote di….

Un sistema del tutto simile lo ritroviamo fra gli allevatori Lapponi o Sami, in Finlandia. Le renne vivono libere in branchi, ma ognuna di loro ha un proprietario; una volta l’anno vengono raccolte in un recinto. I piccoli restano sempre accanto alla loro madre; uno alla volta verranno catturati al lazo e marchiati come la madre.  La marchiatura consiste in tagli ed incisioni praticate in entrambi gli orecchi dell’animale. La forma e la successione dell’insieme degli intagli indicano con chiarezza il proprietario della renna. Anche in questo caso ogni allevatore utilizzerà il marchio della propria famiglia a cui avrà aggiunto un ulteriore segno che lo identificherà con certezza. Una specie di nome e cognome, insomma. L’operazione è un pò truculemta e sanguinaria, ma sembra che le ferite guariscano rapidamente.

I modellini di orecchie di renna con i marchi del proprietari sulle quali i bambini Sami imparano a leggere questo strano “alfabeto”. (Foto da https://www.kookynet.net/951.html)

Anche fra i Sami la comprensione della simbologia è un fatto comune. I più esperti arrivano a riconoscere fino a 600 nomi diversi. Le autorità comunitarie stampano dei libretti con tutti i simboli utilizzati. Una specie di elenco telefonico degli allevatori nel quale al posto dei numeri ci sono le successione degli intagli. Ai bambini vengono date delle orecchie di cartone, già intagliate, sulle quali imparano a leggere. Quando lo sapranno fare bene potranno andare ad occuparsi delle renne in modo da riconoscere il proprietario di ognuna di loro e comportarsi di conseguenze, nelle varie operazioni.

Queste informazioni non vengono dai libri o da Internet, ma dalla visita del Museo Municipale di Povoa de Varzim e del Museo della cultura Sami di Inari. E dalle discussioni con il personale di questi musei, felice di poter scambiare quattro chiacchere con uno dei rari visitatori quotidiani.

Perché il viaggiare è questo: intuire tracce che legano gli uomini, nella diversità.

 

La temibile francesinha

Ecco il mostro.

Se in fatto di cibo venisse usata la parola kitsch, questo piatto se la meriterebbe a pieno titolo. Si tratta della francesinha, piatto tipico di Porto; è una delle manifestazioni nelle quali la cucina portoghese da il peggio di se stessa. Pare un incubo gastronomico; a vederla in foto si ha paura. Seconda solo alla poutine quebecoise, per orrore.

Si prepara in una terrina bassa da forno che poi va al tavolo. Vi sono molte versioni; la più classica prevede due fette di pane da toast. La prima viene accomodata sul fondo della terrina; sopra vi si mette una braciolina all’olio. Tale braciolina è uno dei capisaldi della dieta portoghese e si chiama prego, che vuol dire chiodo. Esiste in due versioni: prego no prato se è servita in un piatto; prego no pao se si mangia in un panino. Sempre braciolina all’olio, è.

Torniamo alla francesinha. Oltre alla braciola ci viene messa una bella fetta di prosciutto cotto, della salsiccia, del salamino piccante e una bella fetta di mortadella. Si badi bene che ho detto e…e…e, non ho detto …o…o…o.

Poi una sottiletta di formaggio. Si aggiunge la seconda fetta di pane da toast. Si aggiunge, sopra al pane, un uovo al tegamino. Sulla sommità e sui fianchi di questa montagna di cose si dispongono numerose sottilette di formaggio da fondere.

Si mette la terrina nel forno: le sottilette si fonderanno e ricopriranno integralmente il toast, colando lungo i lati e allargandosi sul fondo della terrina.

Si sforna la terrina. Nel frattempo avremo preparato un bel brodo grasso, molto particolare, i cui ingredienti sono i seguenti: birra, porto, whiskey, vino bianco, margarina, latte, pomodoro, rosso d’uovo, fecola di mais, dado, peperoncino, alloro; una vera bomba.

Il brodo molto caldo verrà abbondantemente versato sul toast completamente ricoperto di formaggio. Lo bagnerà e formerà una bella pozzetta sul fondo della terrina dove incontrerà il resto del formaggio colato dai lati del toast.

Se tutto ciò vi sembra leggerino, sappiate che la francesinha viene accompagnata da patate fritte che, spesso, vengono messe  a mollo nel brodo della terrina, in modo che anche loro diventino una specie di pappa, esattamente come il pane del toast.

E’ un obbrobrio culinario, degno di eterna ignominia. La sua creazione ha un colpevole del quale sappiamo nome e cognome. Si tratta di Daniel David Silva che, dopo aver lavorato nelle cucine francesi, (immaginiamo come lavapiatti) tornò in patria, a Porto, e nel 1953 preparò per la prima volta questo mostro, ispirandosi al croque-monsieur parigino.

La francesinha appartiene a quel tipo di piatti che sfidano chi li consuma; mangiarlo finisce per diventare una prova di forza, una questione da uomini valorosi, una specie di rito di iniziazione. La mangiano i ragazzi in vena di prove di ardimento. Mangiarne due consecutivamente diventa spunto di racconti e vanterie.

Il gusto è indefinibile; come tanti colori tutti insieme sfumano in un anonimo grigio. Vi si ritrovano i difetti capitali della cucina portoghese: l’accatastamento degli ingredienti quasi che la varietà fosse sinonimo di bontà (e ciò lo ritroviamo anche nella famigerata cucina brasiliana); la presenza di brodo in moltissime preparazioni, che meglio risulterebbero asciutte; il grande utilizzo del pane bagnato, senza nemmeno abbrustolirlo, che si trasforma in una pappa un po’ disgustosa.

Ma in qualche modo è anche la rivincita di un paese poverissimo che cercava, in quegli anni, di uscire dalla nera miseria. Ci riuscirà molti decenni dopo, poco tempo fa, grazie all’Europa ed alla modernità. Benessere che ora festeggia permettendosi piatti come la francesinha: pantagruelici, smodati, surreali, ipercalorici, stracolesterolici.

Un inno alla vita, alla gioia di vivere, prima che un ictus ti blocchi.

 

Il borseggiatore di Lisbona

L’elettrico che va a Belem, il teatro della vicenda. Foto di xiquinhosilva via Wikicommons.

E’ noto che Lisbona è una città ricca di molto fascino, ma anche di un buon numero di borseggiatori che operano soprattutto sugli autobus. Quindi può succedere che il turista incappi in una vicenda come questa che segue.

Sto camminando verso la fermata del tram (chiamato a Lisbona “o eletrico“, l’elettrico) di Santos, per andare verso Belém. Da lontano lo vedo arrivare, corro, attraverso il viale scansando pericolosamente le macchine e riesco a salirci proprio mentre si chiudono le porte, alle quali do le spalle, ovviamente. Non avanzo perché il bus è pieno. Nello stesso momento ricevo uno spintone alle spalle e avverto chiaramente che qualcuno mi sta sfilando il portafoglio dalla tasca posteriore dei pantaloni. Le porte ormai hanno finito di chiudersi, io urlo e, d’impeto, afferro il braccio del tipo che sta davanti a me, palesemente estraneo a tutto. Il tipo reagisce malamente, con ragione. L’elettrico non si muove e le porte, immediatamente, si riaprono. Mi giro verso l’esterno e vedo che fuori, sul marciapiedi della fermata, ci sono delle persone, vicino alle porte ormai aperte. Lascio il braccio del tipo all’interno ed afferro quello del tipo più vicino all’esterno, con ancora maggior convinzione e forza.  E’ uno piccolino e magro, lo sto quasi sollevando di peso; mi grida preoccupato di essere un poliziotto. Lo lascio e mi indica il mio portafoglio a terra. Tutto ciò è durato certamente meno di 10 secondi.

La situazione si chiarisce: mentre un complice mi dava una botta alle spalle per disorientarmi, il ladro mi rubava il portafoglio, tre poliziotti sbucavano (da dove?) bloccando complice e ladro. Questi si disfaceva del portafoglio gettandomelo fra i piedi.

Io recupero il portafoglio e scendo dall’elettrico che riparte per i fatti suoi. Io sono molto scettico: non capisco da dove possano essere sbucati i poliziotti e non capisco perché i due ladri si siano tranquillamente seduti sulla panchina della fermata senza essere ammanettati e senza cercare di scappare. Temo una grossa combine ai miei danni. Anche perché mi vogliono portare al commissariato per la denuncia. Penso nettamente ad un rapimento. Mi fanno vedere il distintivo, io mi calmo un po’ e finisco per accettare. Poi mi spiegheranno che fra poliziotti della squadra anti-borseggio e borseggiatori si conoscono perfettamente, anche per nome, ed un tentativo di fuga avrebbe aggiunto al reato di furto anche quello di resistenza, aggravando la posizione. Quindi i ladri erano rimasti calmissimi, certo più dei poliziotti, pieni di adrenalina per l’operazione e di me stesso, vittima della faccenda. Due facce, quelle dei ladri, che sarebbero state benissimo nei film di Pasolini, nelle borgate romane degli anni ’60.

Questo invece è il vecchio tram che va all’Alfama e che è perennemento preso d’assalto dai turisti.

Ci trasferiamo in tre macchine al Commissariato del Rossio, dove la polizia mi obbliga a fare la denuncia. Io non avrei voluto perché accanirsi contro due vecchi borseggiatori mi sembrava da vigliacchi. Mi assicurano che i borseggiatori non finiranno in carcere, che è solo un sistema per dissuaderli, che la polizia deve pur fare qualcosa contro questo fenomeno, che Lisbona è una città turistica e non si possono derubare continuamente i turisti.

Passa un anno, son tornato a Firenze, ho dimenticato la faccenda. Un giorno, un carabiniere mi arriva a casa e mi consegna un mandato di testimonianza del Tribunale di Lisbona nel processo contro Joaquim de Magalhães, per il furto. Devo presentarmi il tal giorno; nel foglio c’è un indirizzo mail del Tribunale. Scrivo chiedendo i soldi del biglietto aereo ed una diaria per dormire, mangiare, spostarmi, durante quei due o tre giorni che sarebbe durato il mio viaggio.

Mi rispondono subito che la mia testimonianza non è poi così necessaria (notoriamente i portoghesi sono un pò tirati). Me ne rallegro e ri-dimentico la faccenda.

Passano ancora alcuni mesi e mi arriva una convocazione del Tribunale di Firenze per una rogatoria internazionale, che già, detta così, suona malissimo. Sento il mio avvocato: mi dice che se non ci vado o mi mettono 500 euro di multa o i carabinieri mi vengono a prendere di peso. Il giorno fissato mi vesto per benino (non si sa mai) e ci vado. In un aula del Tribunale conveniamo: io, un tecnico in comunicazione, una traduttrice brasiliana con cui il tecnico intesse subito una fitta conversazione, un giudice e una sorta di segretaria. Il tecnico all’ora X stabilisce una connessione audio e video (di pessima qualità) con la corrispondente aula del Tribunale di Lisbona, dove siede un sacco di gente, compreso Joaquim, il giudice, i poliziotti, gli avvocati ed una traduttrice il cui italiano non è proprio perfetto. Il giudice di Lisbona mi interroga (come nei film): ricostruiamo tutta la vicenda con il ruolo di tutti quanti, compreso quel tipo che avevo preso per primo per un braccio e che non c’entrava assolutamente nulla. L’avvocato difensore cerca di rimetterlo in causa e dare tutta la colpa a lui. Dopo aver discusso per una mezz’ora di quel che era successo in meno di 10 secondi, il giudice si dichiara soddisfatto e mi congeda. Il tecnico spenge tutto e si va a casa.

Tutto ciò per un borseggio; mi è rimasta la curiosità di sapere quanto hanno dato al povero Joaquim, che, quel giorno, era uscito di casa solamente per andare a lavorare.

Portogallo

Il baccalà impera in Portogallo, anche nel tost.

Questo blog del Viaggiatore Critico contiene molti post sul Portogallo e sul mondo lusofono. Eccone la lista:

Le casine portoghesi

Ho parlato molto del Portogallo, così ricco di sottile, impalpabile e malinconico fascino. Mi sono lasciato come ultimo tema quello che più mi intenerisce: le casine.

I portoghesi, sia in patria, sia nelle loro numerose e sparpagliate colonie (Brasile compreso), hanno fatto e continuano a fare delle casine che ti fanno star bene. Usano toni pastello ben in armonia con le parti in bianco. Le dimensioni sono ridotte, gli elementi ornamentali frequenti, aggraziati, ma sobri, senza sconfinare nel lezioso Forse unpò, sì) o nel barocco. Le finestre fantasiose, invitanti. Le case, i palazzetti, gli edifici pubblici sono quasi sempre curati, ridipinti di fresco, tenuti in perfetta pulizia. Facciate nette, nitide, pulcre che fanno pendant con la chiarezza del cielo che sfuma verso l’Atlantico.

Son case che ti chiamano per essere abitate in letizia; crederesti che in loro niente di male può avvenire. Passeggi nelle vie dei borghi e ti senti protetto dalla serenità che gli edifici emanano copiosamente.

A volte fanno venire in mente il Rinascimento italiano e la sua tranquilla consapevolezza dell’armonia. Ma il Rinascimento è imponente, a tratti severo, rigido nel ritmo e nelle proporzioni, portatore di messaggi pubblici e politici; l’architettura portoghese è, invede, accomodante, familiare, alla mano, ti bisbiglia. Ti permette variazioni, distrazioni, improvvisazioni.

Quando arrivo in ambiente portoghese mi vien da sorridere, di sedermi in un bar e farmi una birretta. Come se fossi tornato a casa, dopo un periglioso viaggio. Lo dicevo anche nel primo post di questo blog, mi ripeto; passerei la mia vita a parlare di questo tema. Sensazioni dolcissime, un pò zuccherose, forse, ma gradevolissime.

Ma quel che è più straordinario è l’enorme divario che c’e’ fra le casine dei portoghesi ed i portoghesi stessi. Che sono persone portate facilmente alla polemica, al conflitto, a contatti rigidi e difficili. Spesso vanno sul tristino, sul depressuccio. Possono essere gentili, calmi ed alla mano, ma non mi sentirei di definirli sereni ed allegri. Mostrano, anzi, a volte, segni di aggressività ed insofferenza. Il litigio stizzoso è frequente.

In tempi recenti ebbero una delle Polizie politiche più terribili della storia e nelle colonie, che volevano diventare indipendenti, commisero delitti innominabili. Dietro alcune di quelle facciate così carine, in quegli edifici così gai, si torturava, si uccideva, si organizzavano terribili massacri.

Ed è questo l’elemento che mi affascina: la contraddizione fra la clarità delle abitazioni e l’oscurità degli animi; fra il fuori ed il dentro.  Come se si cercasse nell’architettura quella serenità che la Storia ha negato a questo popolo.