Il turista e il Ramadan

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Ecco l’inizio dell’abbuffata del tramonto: datteri e zuppa. A seguire il resto.

Immaginate una nazione  intera, dai ragazzi ai vecchi, nessunissimo escluso. Tutti seduti al tavolo, allo stesso momento, con gli occhi fissi alla televisione che emette su tutti i canali lo stesso programma religioso. Davanti ad ognuno di loro c’è un piattino con tre datteri, una ciotola con una zuppa, un bicchiere con acqua, latte, succo di frutta.

Stanno lì seduti, immobili, con lo sguardo stralunato, le labbra tese, l’aspetto abbattuto. Aspettano per lunghi minuti, i più sconsiderati sono lì da mezz’ora, accarezzando di sottecchi i datteri.

Poi il prete dice qualcosa e, nello stesso istante, milioni di persone bevono un sorso di liquido e mettono in bocca il primo dattero. Milioni di datteri ingurgitati all’unisono. La sinfonia del dattero deglutito.

Siamo nel mese di Ramadan. I musulmani digiunano dal levarsi del sole al suo tramonto e questi precisi istanti sono comunicati dall’Iman, non sono affidati al poco certo criterio di ciascun fedele.

Il menù descritto è quello tunisino, ma la cerimonia si ripete uguale per tutti i quasi due miliardi di musulmani.

Durante quel mese, dal sorgere del sole al suo tramonto non è lecito mangiare, bere, fumare, trombare. È materia di dibattito teologico se si possa annusare profumi. È invece permesso farsi le iniezioni e, si immagina, le pere.

La vita è completamente sconvolta. I normali orari saltano. In Tunisia le attività fervono la mattina, i mercati sono affollatissimi  per la spesa della cena, con i prezzi che aumentano nettamente. Poi le attività si spengono nel pomeriggio: la gente si rintana in casa a soffrire in silenzio e a dormire. La città è spettrale, deserta. Al tramonto scatta la mandibola e non c’è un solo passante nelle vie. Anche chi è di turno come poliziotti, sanitari, receptionist degli alberghi, si addobba un tavolinetto in un angolo e mangia, al via dell’Imam. Degli altoparlanti, nelle strade, diffondono la sua attesa parola. In certe città si spara un colpo di cannone.
Dopo la cena tutti escono, la città pulsa di festa, i negozi riaprono, i cinema, i teatri, i bar si riempiono. Si organizzano concerti, mostre, performances, sfilate di moda, mercatini artigianali ed alimentari.  La prostituzione raddoppia il giro d’affari, nonostante che alcune lavoratrici si astengano, durante questo mese.  Si mangia, si beve ancora. A notte inoltrata si torna a casa e si va a letto, non dopo un ultimo spuntino.

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Anche i poliziotti in servizio nelle strade si preparano con trempo alla “rottura del digiuno”.

Al momento della “rottura del digiuno”, dopo i tre datteri e la zuppa canonica arrivano i piatti forti, ricchi, nutritivi. Il cibo è ridondante, grasso, zuccherino. Ci sono piatti speciali per il Ramadan; vanno moltissimo i dolcetti intrisi di miele.  Molto viene gettato, chi può spreca, si spende e si spande. È il momento per riunire le famiglie, ci si scambiano visite, si mangia tutti insieme. È l’equivalente del nostro pranzo di Natale, solo che è così tutte le sere, per un mese. Chi mangia all’aperto offre qualcosa ai passanti. Anche i gatti hanno digiunato tutto il giorno, ma ora hanno le loro buone porzioni. Aumentano gli infarti, gli ictus, i diabetici vanno in coma.

Ma non solo cibo. Durante il Ramadan, il musulmano è più buono, fa molta elemosina, anche i mendicanti mangiano come lupi. In questo mese non si delinque. I ladri si contengono, i truffatori si limitano, uccidere è doppiamente grave. Si può girare tranquillamente in angoli normalmente da evitare. Le donne circolano ancora più costumate del solito.

Ed il turista in tutto ciò?

Soffre abbastanza. Finisce per fare il Ramadan anche lui. Naturalmente nessuno gli chiede di digiunare: se non è musulmano non ha nessun dovere.

Ma…. Ma i bar ed i ristoranti sono del tutto chiusi, fino al tramonto. Non ci si può sedere al bar, non si può entrare in un ristorante. In nessuno. Eccetto quelli di alcuni grandi alberghi, ma sono o lontani, o cari, o entrambe le cose.

È certamente possibile comprare l’acqua e le  merendine nei negozi di alimentari e i dolci nelle pasticcerie, ma poi che fai? Ti metti a mangiare su una panchina di fronte agli affamati? Ti astieni oppure lo fai di nascosto, in camera o in un angolo deserto. Come nel “Fantasma della libertà” di Buñuel; o come fanno molti di loro, nascostamente, perché non bisogna dimenticare che dove c’è religione, c’è ipocrisia.

Eppure, camminando in qualche anfratto della città si ode all’improvviso, durante il giorno, dico, un inconfondibile tintinnare di posate. E si scopre, ben nascosta, una gargotta dove si mangia e si beve senza ritegno. Peccatori, ma felici.  Ma son luoghi che il turista difficilmente riesce a trovare.

Nel pomeriggio è tutto chiuso ed il turista non si diverte a passeggiare nel deserto. Ed in tutta la giornata non ha un bar dove sedere a riposarsi un po’.

Ma anche la cena può essere complicata. Se il tramonto è alle sei del pomeriggio che fai? Mangi a quell’ora con i locali oppure aspetti le otto con il rischio che il ristorante stia chiudendo perché ormai hanno già cenato tutti? Del resto, nei piccoli centri la cena si fa in famiglia ed i ristoranti non aprono nemmeno la sera. Può essere complicata la cosa e la cena del turista si può limitare ad un po’ di cibo di strada.

In Senegal le abitudini sono diverse. La giornata si svolge normalmente e la gente, via via che passano le ore è sempre più disperata per la fame, la sete, la mancanza di sigarette. Mezz’ora prima del tramonto scoppia il caos. Folle di gente inferocita fugge verso casa. Il traffico impazzisce, le persone diventano violente, irascibili, aggressive. Guai al turista che vi si trovi nel mezzo.

Poi c’è il problema dell’alcool. Si trova in quasi tutti i paesi musulmani (ma non in Mauritania) nei supermercati o in certi bar autorizzati. Invece, durante il Ramadan l’alcool sparisce dalla vendita e farsi una birra diventa un gran problema: solo negli alberghi di cui sopra. E dimenticatevi di ordinare una bottiglia di vino al ristorante.

Ci sono poi le tensioni religiose, in Marocco, ad esempio. Lì chi viene trovato ad infrangere il digiuno finisce in carcere, anche a lungo, anche se ha “consumato” in casa propria. E gli integralisti vanno a caccia degli infrattori, sollevando disturbi pubblici. Il turista, ancora una volta, non è implicato, ma l’atmosfera non è propizia.

Insomma, se possibile, evitiamo il Ramadan, è tutto più complicato. Quindi prima di partire, informatevi bene di quando cade il Ramadan. I mesi musulmani sono, infatti, lunari ed ogni anno decalano di una decina di giorni.

Hanno i turisti una responsabilità politica?

Pesante come le loro colonne, la situazione politica in Egitto.

Hanno i turisti una responsabilità politica?

La domanda è del tutto legittima; e non parlo degli aspetti ambientali, economici, sociali. In una parola, della sostenibilità del turismo o dei comportamenti del turista solidale, che son parole tanto di moda quanto povere di significato.

E non parlo nemmeno della lotta alla turistificazione che sta nascendo in certe citta particolarmente colpite dalla speculazione turistica.

Parlo proprio della politica in senso proprio; delle scelte che hanno un valore strettamente politico. Faccio alcuni esempi.

Una amica mi propone un viaggio in Dancalia; il posto mi affascina, da sempre lo tengo d’occhio, mi piacerebbe andarci. E’ un posto scomodo, è quasi inevitabile fare il viaggio con un gruppo. Mi spiega meglio come stanno le cose e fra le varie informazioni mi dice che il gruppo sarà accompagnato da alcune guardie armate. Io sobbalzo ed annullo, indignato, ogni mio interesse al viaggio. Io dico che non è possibile che un turista giri protetto da armati. E non per la sua sicurezza; ma, piuttosto, per la sua immagine negli occhi delle persone del luogo. Il turismo è sinonimo di pace e di scambio fra persone, non si può mescolare con le armi. Se c’e’ un certo numero di locali che vogliono attaccare il turista, in quel posto non ci si va, finché non abbiano risolto i loro problemi interni. Stessa cosa in Egitto. Si visitano i templi sotto il controllo delle mitragliatrici. Non è bello.

Altro esempio, sempre in Egitto. E’ corretto andare in un paese che non dice quel che è successo a Regeni? Il governo è pesantemente implicato nel caso; non sarebbe meglio il boicottaggio? Come in Turchia, dove Erdogan sta trasformando una democrazie in una dittatura personale.

Si dirà: io vado ed incontro la gente; do risorse a piccole economie familiari come le pensioni o i semplici ristoranti. Sto accanto alla gente, non mi immischio con il potere antidemocratico. E’ accettabile questo ragionamento? A me non sembra, direi che è paraculaggine. Visitare un luogo è comunque rendergli omaggio; avvicinarsi alla loro idea del mondo; portargli un saluto amichevole. Ecco, io non ho nessuna voglia di conoscere chi vota Erdogan e fa le manifestazioni in favore della pena di morte. Preferisco astenermi dal conoscerli. E non voglio esprimere nessuna vicinanza ad un paese che, nel suo complesso, permette che succeda quel che è successo a Regeni e ad un esercito di altri ed anonimi egiziani.

Bambini soldato in Africa.

Si dirà allora che ci sono tutti gli altri: quelli che lottano contro Erdogan e contro la dittatura egiziana. E’ vero, esistono e ci piacciono. Ma allora andiamo a trovare loro e trasformiamo un viaggio meramente turistico in una espressione di solidarietà politica, andando a conoscere e sostenere quegli oppositori. Il caso di Lorenzo Orsetti è molto chiaro, anche se estremo. Terzomondismo militante, si chiamava un tempo; internazionalismo militante. Magari stiamo attentini a non metterli in pericolo con comportamenti od esternazioni che a noi costano al massimo l’espulsione, a loro la tortura.

Quindi, provo disgusto per quelli che vanno apposta, proprio ora, in Egitto od in Turchia perché i prezzi son più bassi a causa delle rispettive crisi politiche. Sciacalli, li chiamerei.

Ed ancora: andiamo in Iran dove sono legali e frequentissime le punizioni corporali? E nei paesi dove è in vigore e largamente utilizzata la pena di morte? Ma allora cosa fare per tutti quei paesi che non sono democratici, ma di cui non sappiamo quasi niente, da un punto di vista politico? Nello stato padronale della Guinea Equatoriale ci andiamo o no? Andiamo in Cameroun dove ho visto, nei Commissariati, torturare ladruncoli? E quelli che vanno in Mauritania a visitare le antiche biblioteche pur sapendo che ci sono ancora gli schiavi, in quel paese?

La mia risposta è certamente NO per l’Iran. Non voglio aver niente a che fare con quel regime; non voglio incrociare uno dei loro sbirri. Per i paesi africani sono più possibilista (ma non per la Mauritania): son luoghi dove non c’e’ mai stato altro che il potere del capo. Piano, piano alcuni, stanno cercando di avere forme di potere un po’ più decenti e civili. Bisogna dar loro fiducia ed avere pazienza.

Ma invece non ho nessuna pazienza e non metterò piede negli Stati Uniti della pena di morte ai minorenni, degli omicidi dei Neri da parte della polizia, della carcerazione arbitraria, degli sceriffi eletti dal popolo. E non sarei andato nel Cile di Pinochet o nell’Argentina di Videla. Ho dei problemi anche con l’Ungheria di Orban; continuo ad andarci ma non mi sento più a mio agio.

Spero che non mi tocchi andarmene anche dall’Italia….

 

Gli ultimi schiavi

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Una via della capitale. Da Albert Herring, commons.wikimedia.org

Mentte voi state leggendo queste righe, vi sono uomini e donne che, nel mondo, non dispongono nemmeno di loro stessi. E non perche’ siano prigionieri, detenuti, sequestrati, rapiti; più o meno ingiustamente.

No, non dispongono di loro stessi perchè sono degli schiavi. Esattamente così: schiavi. Vivono in un sistema dove la schiavitù è una norma e loro sono nati dalla parte sbagliata. Come a Roma antica. Solo che succede oggi, in questo momento.

Succede in Mauritania, luogo poco turistico ed oggi anche assai pericoloso per via dei Salafiti che sono degli islamici integralisti con tendenza al rapimento dell’infedele. Luogo che offre poco, salvo lunghi viaggi o trekking nel deserto o la visita alla mirabile Chinguetti e alle sue biblioteche antiche e prestigiose.

Ma la Mauritania sta sulla strada che dalla Spagna porta a sud. Quindi chi volesse andare in Senegal in macchina ci deve passare. Prendendosi i rischi connessi e costeggiando la schiavitù.

Nouakchott, la capitale è città polverosa e senza capo nè coda. Piena di sabbia e vuota di bar dove bere una birra; l’islamicità dello Stato lo impedisce. La Mauritania non è un vero stato: è una congragazione di beduini dove la Francia la fa da padrona con la sua proverbiale ipocrisia, sfruttandone le importanti risorse naturali, soprattutto bauxite.

Un gruppo di Mori bianchi nei loro costumi tradizionali. Questi sono ex-salafisti pentiti. Da Magharebia attraverso Wikimedia Commons

Ma veniamo al punto. In Mauritania ci sono tre gruppi etnici ben differenziati: i Negro-africani, i Mori bianchi e i Mori neri.

I primi, chiamati da tutti proprio in quel modo,  sono una popolazione simile a quella del Senegal; stanno nella parte meridionale del paese e non sono sostanzialmente differenti da moltissime altre popolazioni della regione. Arrivarono in quelle zone in tempi relativamente recenti, quando già era presente il colonizzatore francese e spagnolo.

Con questo gruppo non vi è nessun problema particolare, eccettuati tutti quelli del Sahel. Il problema si trova affrontando gli altri due gruppi: i Mori bianchi sono di origine arabo-berbera islamici e chiari di carnagione ed occuparono il paese dopo secoli di lotta contro la popolazione locale nera. Gli sconfitti furono resi schiavi e lo sono ancora: ecco i Mori neri. Sono schiavi a tutti gli effetti. Vivono intorno al loro padrone che fa di loro cio’ che vuole. Lavorano per lui, sottostanno ai suoi ordini, si considerano parte di lui. Perchè la schiavitù sta nella testa, più che nelle leggi. Sono alcune centinaia di migliaia di persone, per dare un’idea delle dimensioni del fatto. Stime ufficiali, benevole, parlano di 150.000 persone nel  2014.

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La città di Chinguetti, ricca in biblioteche antiche. Da François COLIN attraverso commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1330737

Il padrone Moro bianco ha ovviamente diritti sessuali sulle sue schiave, anche se sono sposate. Ad un suo cenno accorrono ed il marito schiavo si fa da parte, consenziente. La ribellione, rara, provoca la morte, immancabilmente. Vi sono casi documentati.

Il padrone a volte sta in città, a volte sta fra i suoi schiavi. Sono beduini, culturalmente, e vivono in tende. La tenda del padrone sta al centro, le altre intorno. Siedono insieme, mangiano insieme, ma il padrone è lui e gli altri son sottomessi.

In cambio di fedeltà, lavoro e sottomissione il padrone è tenuto a non far morire di fame i suoi schiavi. A lui si rivolgono in caso di bisogno e lui deve provvedere. Ma non sempre può, vuole, fa. E’ a sua discrezione. Anche i bambini sono schiavi. Una famiglia di schiavi che vive in città un giorno riceve la visita del padrone che prende il loro figlio decenne per portarlo, lontano, nel deserto, a badare ai suoi numerosi cammelli. I genitori acconsentono (non potrebbero fare altro, ma comunque lo considerano il loro dovere) , il bambino parte; per invoglirlo il padrone gli regala un paio di jeans. Visto con i miei occhi.

Biram ould Dah ould Abeid, figlio di schiavi, attivista contro la schiavitù, condannato nel 2015 a 2 anni di prigione per le sue attività.

Non si tratta della schiavitù brutale delle piantagione di cotone degli Stati Uniti ottocenteschi. Si tratta della schiavitù africana, in cui una popolazione accetta di perdere la libertà un cambio di protezione. E’ la schiavitù antica in cui la sottomissione ha dei vantaggi: cibo e relativa sicurezza. Ma non puo’ più essere tollerata, oggi. Eppure in Mauritania, ogni venti anni aboliscono formalmente la schiavitù e tale frequenza indica che, in realtà niente cambia. L’ultima legge-fantoccio contro la schiavitù, infatti, è dell’agosto 2015.

Il bene più prezioso per i Mori bianchi non sono gli schiavi, ma i cammelli. Il numero dei cammelli è indice della ricchezza, del potere, della forza sociale di un individuo e della sua famiglia.

Il buon beduino Moro bianco vive nella capitale, ha una bella casa, ma nel cortile ha una tenda dove vive, come faceva Gheddafi in  Libia. Nel cortile ha anche alcune cammelle che forniscono il ricercatissimo e salato latte quotidiano. Per nutrirle fanno venire il fieno da lontanissimo, a carissimo prezzo. Il prezzo del prestigio di avere le cammelle nel cortile.

Ma ho visto di peggio.

Ho visitato una regione totalmente desertica, dove viveva un gruppo di schiavi. Mi chedevo cosa ci potessero fare in un luogo così disgraziato. Ebbi la tremenda risposta. Erano stati messi lì dai loro padroni come esca. Gli agenti umanitari, come me, finivano per vederli, morenti di fame, si impietosavano e avrebbero portato loro dell’aiuto umanitario: sacchi di mais come cibo. Che i loro padroni Mori bianchi avrebbero preso in buona parte per dare ai loro preziosi cammelli. Uomini, donne, bambini usati come esca per nutrire i cammelli. Questo fanno i Mori bianchi.

Nel mio gruppo di visitatori umanitari c’era una Mora bianca, funzionaria statale che mi accompagnava. Gli schiavi erano evidentemente disperati dalla fame. Facevano dei miserissimi campicelli di fagioli in una piccola pianura dove una antica diga francese riteneva un po’ di umidità. Ad un certo momento tirarono fuori un mezzo sacco di fagioli e lo regalarono alla ricca e grassa Mora bianca, in modo che intercedesse per loro, morti di fame, presso i loro stessi padroni. La Mora bianca prese e portò via il sacco, frettolosa e sdegnosa. Io non seppi reagire.

In quel miserabile villaggio vi era anche una scuola, naturalmente coranica. Dove, quindi, non vi è altro insegnamento che il Corano, da imparare a memoria in una lingua che non è quella dei bambini. Gli alunni tutti Mori neri, schiavi, tutti. Il maestro Moro bianco, perchè sia chiaro chi comanda. In un angolo, chi mi accompagnava e cercava di farmi capire, me la mostra con un gesto: una frusta, massimo strumento didattico per i piccoli schiavi.

Armatevi di coraggio, informatevi, prendete i vostri rischi, turisti. Andate in Mauritania, guardate, capite e riportate ciò che avete visto. E’ un bel paese, per chi ama il deserto.