Hanno i turisti una responsabilità politica?

Pesante come le loro colonne, la situazione politica in Egitto.

Hanno i turisti una responsabilità politica?

La domanda è del tutto legittima; e non parlo degli aspetti ambientali, economici, sociali. In una parola, della sostenibilità del turismo o dei comportamenti del turista solidale, che son parole tanto di moda quanto povere di significato.

Parlo proprio della politica in senso proprio; delle scelte che hanno un valore strettamente politico. Faccio alcuni esempi.

Una amica mi propone un viaggio in Dancalia; il posto mi affascina, da sempre lo tengo d’occhio, mi piacerebbe andarci. E’ un posto scomodo, è quasi inevitabile fare il viaggio con un gruppo. Mi spiega meglio come stanno le cose e fra le varie informazioni mi dice che il gruppo sarà accompagnato da alcune guardie armate. Io sobbalzo ed annullo, indignato, ogni mio interesse al viaggio. Io dico che non è possibile che un turista giri protetto da armati. E non per la sua sicurezza; ma, piuttosto, per la sua immagine negli occhi delle persone del luogo. Il turismo è sinonimo di pace e di scambio fra persone, non si può mescolare con le armi. Se c’e’ un certo numero di locali che vogliono attaccare il turista, in quel posto non ci si va, finché non abbiano risolto i loro problemi interni. Stessa cosa in Egitto. Si visitano i templi sotto il controllo delle mitragliatrici. Non è bello.

Altro esempio, sempre in Egitto. E’ corretto andare in un paese che non dice quel che è successo a Regeni? Il governo è pesantemente implicato nel caso; non sarebbe meglio il boicottaggio? Come in Turchia, dove Erdogan sta trasformando una democrazie in una dittatura personale.

Si dirà: io vado ed incontro la gente; do risorse a piccole economie familiari come le pensioni o i semplici ristoranti. Sto accanto alla gente, non mi immischio con il potere antidemocratico. E’ accettabile questo ragionamento? A me non sembra, direi che è paraculaggine. Visitare un luogo è comunque rendergli omaggio; avvicinarsi alla loro idea del mondo; portargli un saluto amichevole. Ecco, io non ho nessuna voglia di conoscere chi vota Erdogan e fa le manifestazioni in favore della pena di morte. Preferisco astenermi dal conoscerli. E non voglio esprimere nessuna vicinanza ad un paese che, nel suo complesso, permette che succeda quel che è successo a Regeni e ad un esercito di altri ed anonimi egiziani.

Bambini soldato in Africa.

Si dirà allora che ci sono tutti gli altri: quelli che lottano contro Erdogan e contro la dittatura egiziana. E’ vero, esistono e ci piacciono. Ma allora andiamo a trovare loro e trasformiamo un viaggio meramente turistico in una espressione di solidarietà politica, andando a conoscere e sostenere quegli oppositori. Terzomondismo militante, si chiamava un tempo. Magari stiamo attentini a non metterli in pericolo con comportamenti od esternazioni che a noi costano al massimo l’espulsione, a loro la tortura.

Quindi, provo disgusto per quelli che vanno apposta, proprio ora, in Egitto od in Turchia perché i prezzi son più bassi a causa delle rispettive crisi politiche. Sciacalli, li chiamerei.

Ed ancora: andiamo in Iran dove sono legali e frequentissime le punizioni corporali? E nei paesi dove è in vigore e largamente utilizzata la pena di morte? Ma allora cosa fare per tutti quei paesi che non sono democratici, ma di cui non sappiamo quasi niente, da un punto di vista politico? Nello stato padronale della Guinea Equatoriale ci andiamo o no? Andiamo in Cameroun dove ho visto, nei Commissariati, torturare ladruncoli? E quelli che vanno in Mauritania a visitare le antiche biblioteche pur sapendo che ci sono ancora gli schiavi, in quel paese?

La mia risposta è certamente NO per l’Iran. Non voglio aver niente a che fare con quel regime; non voglio incrociare uno dei loro sbirri. Per i paesi africani sono più possibilista (ma non per la Mauritania): son luoghi dove non c’e’ mai stato altro che il potere del capo. Piano, piano alcuni, stanno cercando di avere forme di potere un po’ più decenti e civili. Bisogna dar loro fiducia ed avere pazienza.

Ma invece non ho nessuna pazienza e non metterò piede negli Stati Uniti della pena di morte ai minorenni, degli omicidi dei Neri da parte della polizia, della carcerazione arbitraria, degli sceriffi eletti dal popolo. E non sarei andato nel Cile di Pinochet o nell’Argentina di Videla. Ho dei problemi anche con l’Ungheria di Orban; continuo ad andarci ma non mi sento più a mio agio.

Spero che non mi tocchi andarmene anche dall’Italia….

 

Gli ultimi schiavi

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Una via della capitale. Da Albert Herring, commons.wikimedia.org

Mentte voi state leggendo queste righe, vi sono uomini e donne che, nel mondo, non dispongono nemmeno di loro stessi. E non perche’ siano prigionieri, detenuti, sequestrati, rapiti; più o meno ingiustamente.

No, non dispongono di loro stessi perchè sono degli schiavi. Esattamente così: schiavi. Vivono in un sistema dove la schiavitù è una norma e loro sono nati dalla parte sbagliata. Come a Roma antica. Solo che succede oggi, in questo momento.

Succede in Mauritania, luogo poco turistico ed oggi anche assai pericoloso per via dei Salafiti che sono degli islamici integralisti con tendenza al rapimento dell’infedele. Luogo che offre poco, salvo lunghi viaggi o trekking nel deserto o la visita alla mirabile Chinguetti e alle sue biblioteche antiche e prestigiose.

Ma la Mauritania sta sulla strada che dalla Spagna porta a sud. Quindi chi volesse andare in Senegal in macchina ci deve passare. Prendendosi i rischi connessi e costeggiando la schiavitù.

Nouakchott, la capitale è città polverosa e senza capo nè coda. Piena di sabbia e vuota di bar dove bere una birra; l’islamicità dello Stato lo impedisce. La Mauritania non è un vero stato: è una congragazione di beduini dove la Francia la fa da padrona con la sua proverbiale ipocrisia, sfruttandone le importanti risorse naturali, soprattutto bauxite.

Un gruppo di Mori bianchi nei loro costumi tradizionali. Questi sono ex-salafisti pentiti. Da Magharebia attraverso Wikimedia Commons

Ma veniamo al punto. In Mauritania ci sono tre gruppi etnici ben differenziati: i Negro-africani, i Mori bianchi e i Mori neri.

I primi, chiamati da tutti proprio in quel modo,  sono una popolazione simile a quella del Senegal; stanno nella parte meridionale del paese e non sono sostanzialmente differenti da moltissime altre popolazioni della regione. Arrivarono in quelle zone in tempi relativamente recenti, quando già era presente il colonizzatore francese e spagnolo.

Con questo gruppo non vi è nessun problema particolare, eccettuati tutti quelli del Sahel. Il problema si trova affrontando gli altri due gruppi: i Mori bianchi sono di origine arabo-berbera islamici e chiari di carnagione ed occuparono il paese dopo secoli di lotta contro la popolazione locale nera. Gli sconfitti furono resi schiavi e lo sono ancora: ecco i Mori neri. Sono schiavi a tutti gli effetti. Vivono intorno al loro padrone che fa di loro cio’ che vuole. Lavorano per lui, sottostanno ai suoi ordini, si considerano parte di lui. Perchè la schiavitù sta nella testa, più che nelle leggi. Sono alcune centinaia di migliaia di persone, per dare un’idea delle dimensioni del fatto. Stime ufficiali, benevole, parlano di 150.000 persone nel  2014.

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La città di Chinguetti, ricca in biblioteche antiche. Da François COLIN attraverso commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1330737

Il padrone Moro bianco ha ovviamente diritti sessuali sulle sue schiave, anche se sono sposate. Ad un suo cenno accorrono ed il marito schiavo si fa da parte, consenziente. La ribellione, rara, provoca la morte, immancabilmente. Vi sono casi documentati.

Il padrone a volte sta in città, a volte sta fra i suoi schiavi. Sono beduini, culturalmente, e vivono in tende. La tenda del padrone sta al centro, le altre intorno. Siedono insieme, mangiano insieme, ma il padrone è lui e gli altri son sottomessi.

In cambio di fedeltà, lavoro e sottomissione il padrone è tenuto a non far morire di fame i suoi schiavi. A lui si rivolgono in caso di bisogno e lui deve provvedere. Ma non sempre può, vuole, fa. E’ a sua discrezione. Anche i bambini sono schiavi. Una famiglia di schiavi che vive in città un giorno riceve la visita del padrone che prende il loro figlio decenne per portarlo, lontano, nel deserto, a badare ai suoi numerosi cammelli. I genitori acconsentono (non potrebbero fare altro, ma comunque lo considerano il loro dovere) , il bambino parte; per invoglirlo il padrone gli regala un paio di jeans. Visto con i miei occhi.

Biram ould Dah ould Abeid, figlio di schiavi, attivista contro la schiavitù, condannato nel 2015 a 2 anni di prigione per le sue attività.

Non si tratta della schiavitù brutale delle piantagione di cotone degli Stati Uniti ottocenteschi. Si tratta della schiavitù africana, in cui una popolazione accetta di perdere la libertà un cambio di protezione. E’ la schiavitù antica in cui la sottomissione ha dei vantaggi: cibo e relativa sicurezza. Ma non puo’ più essere tollerata, oggi. Eppure in Mauritania, ogni venti anni aboliscono formalmente la schiavitù e tale frequenza indica che, in realtà niente cambia. L’ultima legge-fantoccio contro la schiavitù, infatti, è dell’agosto 2015.

Il bene più prezioso per i Mori bianchi non sono gli schiavi, ma i cammelli. Il numero dei cammelli è indice della ricchezza, del potere, della forza sociale di un individuo e della sua famiglia.

Il buon beduino Moro bianco vive nella capitale, ha una bella casa, ma nel cortile ha una tenda dove vive, come faceva Gheddafi in  Libia. Nel cortile ha anche alcune cammelle che forniscono il ricercatissimo e salato latte quotidiano. Per nutrirle fanno venire il fieno da lontanissimo, a carissimo prezzo. Il prezzo del prestigio di avere le cammelle nel cortile.

Ma ho visto di peggio.

Ho visitato una regione totalmente desertica, dove viveva un gruppo di schiavi. Mi chedevo cosa ci potessero fare in un luogo così disgraziato. Ebbi la tremenda risposta. Erano stati messi lì dai loro padroni come esca. Gli agenti umanitari, come me, finivano per vederli, morenti di fame, si impietosavano e avrebbero portato loro dell’aiuto umanitario: sacchi di mais come cibo. Che i loro padroni Mori bianchi avrebbero preso in buona parte per dare ai loro preziosi cammelli. Uomini, donne, bambini usati come esca per nutrire i cammelli. Questo fanno i Mori bianchi.

Nel mio gruppo di visitatori umanitari c’era una Mora bianca, funzionaria statale che mi accompagnava. Gli schiavi erano evidentemente disperati dalla fame. Facevano dei miserissimi campicelli di fagioli in una piccola pianura dove una antica diga francese riteneva un po’ di umidità. Ad un certo momento tirarono fuori un mezzo sacco di fagioli e lo regalarono alla ricca e grassa Mora bianca, in modo che intercedesse per loro, morti di fame, presso i loro stessi padroni. La Mora bianca prese e portò via il sacco, frettolosa e sdegnosa. Io non seppi reagire.

In quel miserabile villaggio vi era anche una scuola, naturalmente coranica. Dove, quindi, non vi è altro insegnamento che il Corano, da imparare a memoria in una lingua che non è quella dei bambini. Gli alunni tutti Mori neri, schiavi, tutti. Il maestro Moro bianco, perchè sia chiaro chi comanda. In un angolo, chi mi accompagnava e cercava di farmi capire, me la mostra con un gesto: una frusta, massimo strumento didattico per i piccoli schiavi.

Armatevi di coraggio, informatevi, prendete i vostri rischi, turisti. Andate in Mauritania, guardate, capite e riportate ciò che avete visto. E’ un bel paese, per chi ama il deserto.