Per la prossima volta

Avete passato, ancora una volta, delle vacanze esecrabili? Vi hanno spennato in cambio di servizi da centro di accoglienza immigrati? Non avete visto nulla perchè sempre immersi in una folla sudata ed appiccicosa? E’ perchè non seguite il Viaggiatore Critico.

Ecco delle idee per la prossima volta che volete partire.

Case tradizionali in Bulgaria.

Costi bassi, Europa, auto propria. I Balcani. Sono la nuova frontiera del turismo europeo. Ci si sta benissimo, si mangia bene, si spende poco, la gente è molto gentile ed accogliente, sono poco frequentati dal turismo sborrone, livello di sicurezza personale molto alta (contrariamente a quello che pensano gli italiani). Gli inconvenienti sono la mancanza di lingue in comune e le non molte cose da vedere. E’ soprattutto un tursmo di sensazioni, di atmosfere. Un ritorno ad una vita modesta, ma piena di speranze e di voglia di viverla. Una specie di Italia degli anni ’70. Il modello di turismo migliore consiste nell’andare con la propria auto (passando da Trieste o attraversando l’Adriatico, verso l’Albania o la Grecia) e girare senza meta, annusando l’aria e dando un’occhiata alla guida. Solo un’occhiata, senza impegno. Le spiagge dell’Albania meritano molto, soprattutto  a nord di Saranda. E in Albania si sta tranquillissimi, perchè tutti i loro delinquenti sono in Italia. In Macedonia piaceranno molti i laghi di Ochrid e di Prespa; la regione fra i due è montuosa e gradevole. Una puntatina nel nord della Grecia ci sta sempre bene. La Bulgaria offre molto ed è particolarmente accogliente. La vita notturna di Sofia merita qualche giorno; poi si può andare sul Mar Nero, anche se non è un granchè. Poco lontano c’e’ la grande Romania. Da non dimenticare un giro nelle campagne ungherese, frequentando le loro piccole terme. Insomma un viaggio che può essere lungo, vario, divertente, interessante. Soprattutto nuovo.

Dalla finestra di camera, a Pellestrina.

In Italia, stanziali. Pellestrina è il luogo giusto. Soggiornate in un paesino dimenticato da Dio, sulla laguna di Venezia. Da lì potete andare con i vaporetti a Venezia, a Chioggia, al mare del Lido. Ma vedrete che starete così bene, in paese, che non avrete voglia di allontanervene e ci passerete delle belle giornate fra la spiaggia (bruttina), il bar ed il ristorante a mangiar spaghetti alle arselle. Poi potete trasferirvi, in pochi chilometri,  nel Delta del Po, a vedere quel mondo strano, fatto più d’acqua che di terra.  Magari è meglio non andarci d’agosto, per il caldo, l’umidità e le zanzare, addestrate dall’ISIS. Prezzi contenuti nel Delta, abbastanza alti a Pellestrina; esosi i vaporetti veneziani.

Caraibi. State lontani dalla Cuba insignificante, da Santo Domingo trasformato in bordello a cielo aperto, da Saint Martin affollato, dalle isole anglofone iperturistiche,  dai resort lussuosi e carissimi o dalle tremende crociere. Andate in un’isola-gioiello dove regna la calma e la serenità. Spiagge molto belle, ricettività familiare, interni agricoli e bucolici, bassissima affluenza. E’ l’isola di Marie Galante; è francese e quindi è come stare in Europa. Ma attenti al problema delle alghe. A volte ne arrivano tonnellate, a riva; marciscono e puzzano rendendo impossibile la vita. Informatevi bene prima di partire. Oppure, la molto basica isola di Barbuda dove la vita del turista è difficile ma le spiaggie sono di commovente bellezza. Prezzi altini, in tutti i casi: più a Barbuda che a Marie Galante.

 

Immensità patagoniche

Patagonia, per sempre. Questo è un viaggione: difficile, lungo, caro, scomodo. Ma vedrete i luoghi più belli del mondo. Paesaggi incredibili, distanze immense, orizzonti infiniti. Deserti, ghiacciai, foreste nebbiose, torrenti impetuosi, mari gelidi. Viaggerete per giorni e giorni su brutte strade, mangerete gli agnelli cotti al riverbero dei falò, conoscerete le incredibili storie della fine del mondo. Chi non ci è stato non può immaginare; chi ci è stato torna con un’altra luce negli occhi. E’ un luogo che non si dimentica; si può finire per odiarlo, ma non ti lascerà più. Non è certo come una vacanza a Gatteo a mare. Ci vogliono dei bei soldi ed almeno tre settimane. Si può discendere la Carrettera Austral cilena o la mitica Ruta 40 argentina. Bisogna comunque arrivare ad Ushuaia. Le grandi attrazioni sono il ghiacciaio del Perito Moreno, la penisola di Valdez con le balene, il Parco delle Torri del Paine. Ma tutto il resto è ancora più interessante. Da programmare per bene, evitando i tour organizzati, cari ed insoddisfacenti. Evitare anche le crociere patagoniche; sono un pò delle truffette. Il meglio è andare in 5 o 6 ed affittare un pulmino robusto, dove, all’occorrenza, ci si possa arrangiare per dormire. E’ il viaggio della vita, obbligatoriamente durante il nostro inverno.

La Plaza de toros di melilla è facilmente visitabile.

Originale, dove non va nessuno. Melilla, enclave spagnola in Marocco. Vi è una bella spiaggia, la città è molto carina e vivibile, si mangia dell’eccellente pesce e, se si vuole, anche la cucina araba. Se ne può uscire per fare un giro in Marocco, magari a Fez, la cui Medina ritengo essere l’unico luogo interessante di quel paese. Zero turisti, si vive una città multiculturale, multietnica e piena di storie curiose. E’ stata anche sede del Tercio, la Legione Straniera della Spagna: fascistissimi, ma un pezzo di storia. Interessante osservare gli intensi traffici che si svolgono alla frontiera fra la città e il Marocco. Essenziale parlare lo spagnolo, per scambiare con la gente. Una vacanza balneo-antropologica. Ve ne potrete vantare con gli amici, che non sapranno nemmeno dove si trova questa città. Ci si arriva molto comodamente con Ryanair fino a Nador; da quest’aereoporto in 10 minuti di taxi si arriva a Melilla.

A praia da piscina; la spiaggia della piscina a Sao Tomè.

L’Africa possibile. E’ molto complicato andare in Africa; eppure qualche volta nella vita va fatto. E’ pur sempre il continente dove l’umanità è nata. Naturalmente non parlo di Malindi, colonia di italiani o della Namibia dei banali tours organizzati. Propongo una meta pochissimo conosciuta dagli italiani. Un luogo piccolo, raccolto, facile da girare, del tutto sicuro. Le belle isole di Sao Tomè e Principe, dove si trovano delle spiaggie, delle foreste densissime, dei bei panorami, una bella architettura coloniale, una storia intensa. E dove la vita pulsa, come quasi ovunque in Africa. Ci sono buoni alberghi, con delle belle piscine. Una decina di giorni in giro per Sao Tomè sarà una vacanza molto piacevole ed interessante. Ed anche innovativa. Il costo non è bassissimo, soprattutto a causa dell’aereo; obbligatorio passare da Lisbona.

Buon viaggio, questa volta.

Mercati mondiali

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Sao Paulo.

Il Viaggiatore Critico ha notato, come avranno fatto in molti, la profonda modificazione che hanno avuto molti dei mercati alimentari delle grande città. Quegli edifici, spesso di architettura elegante e leggera, fatti di ferro, ai tempi della Torre Eiffel; oppure di nervature di cemento, se più recenti. Posti sempre nelle zone centrali delle città dove il popolo andava a rifornirsi di verdura, frutte, grani e, quando possibile, carne e pesce.  Luoghi in antico pieni di confusione, spesso di sporcizia, di gente di bassa lega. Sembrava veramente di essere al mercato. Io li visito spesso, mi piacciono e mi piace vedere la verdura esposta: da un sacco di informazioni sulla città.

Poi sono arrivati gli urbanisti, gli architetti, gli assessori, gli imprenditori. Probabilmente il primo caso è stato Les Halles di Parigi, poi hanno seguito tutti gli altri.  Cosa sono diventati?

In quasi tutti i casi il popolo vociferante ne è stato estromesso, relegato ai discount di periferia. In certi casi, subdolamente, è stato lasciato un angolo “naturale”; una specie di riserva indiana dove lasciare un pò di banchi ed un pò di popolo a far colore.

Vi sono fortemente penetrati i venditori di cibo e paccotiglia varia da turisti. I banchi sembrano vecchi e tradizionali, ben sistemati, ben illuminati; ma vi si trovan cibi che non entrano in nessuna casa di gente del luogo. Prezzi sconsiderati o cibi fasulli; decorativi e non nutritivi; da turisti, appunto.  I mercati delle città turistiche dei paesi arabi sono diventati così. Mucchi enormi di variopinte spezie, sforzi scenografici imponenti per il turistame di bocca buona. In Marocco sono particolarmente abili.

In tutti i mercati vi è sempre stato qualche banco che faceva da mangiare: piatti semplici, popolari, veri. Qualche banco. Ora sono straordinariamente aumentati di numero. Ed anche di varietà. I vecchi menu si sono allungati, vi sono stati inseriti piatti prima impensabili in un mercato. Vi si mangiavano piatti economici, da gente di mercato, non certo care prelibatezze. Vedere servito il salmone selvaggio nel mercato del vecchio porto di Helsinki è un insulto alla storia di quel luogo. Così come a Beirut i vecchi souks sono stati distrutti dalla guaerra e ricostruiti dal capitalismo più sfacciato diventando negozi e ristoranti di gran lusso.

In alcuni casi è tutto il mercato ad esser diventato una sorta di ristorante, di food corner da centro commerciale. E’ l’indecoroso caso del secondo piano del Mercato di San Lorenzo a Firenze.  Più raffinato, ma altrettanto fasullo anche il mercato di Lisbona, dove rinomati chefs si sfidano dai lati dell’enorme salone pieno di gente. Piatti cari. Banchi di delikatessen di altissimo livello a Kiev, in mezzo alla povertà di una città ancora in molte difficoltà: un mercato che è passato da vendere le patate delle vecchine ad offrire i gamberetti freschi del Sud America. Indecente.

In altri luoghi, miracolosamente, un certo equilibrio si è mantenuto, come a Budapest. Il mercatone, in pieno centro, è ancora pieno di veri banchi con vera verdura ed i molti banchi di cibo pronto, pur destinati ai numerosi turisti, hanno mantenuto un’aria popolana, da mercato. Vi si mangia male, ma a poco prezzo e nel mezzo alla confusione. Lo stesso a Sao Paulo dove c’e’ un po’ di robaccia da turisti, ma anche molta vita vera di gente vera. In Vietnam, poi, il mercato tradizionale ed i suoi cibi, regnano sovrani; un gran piacere!

Due città molto vicine, due mercati del pesce con destini contrapposti: Santiago del Cile e Valparaiso. Il primo è diventato un insieme di ristoranti fighetti. Il secondo è popolarissimo, con tutti i prodotti veri e con un angolo di bettole. Ma a Santiago c’e’ il mercato generale, enorme, incasinatissimo e sporco dove ci sono le trattorie da mercato in piena regola. E di turisti, solo io.

Traffici di frontiera a Melilla.

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La multiple barriera fra Melilla e il Marocco.

Melilla (con Ceuta) è l’unica frontiera terrestre fra l’Europa ed il mondo arabo. Se all’interno della città vi è una lodevole situazione di mutua accettazione fra genti diversi, sulla frontiera succedono cose veramente strane e turbanti.

La città è isolata dal resto del Marocco con una tripla o quadrupla linea di rete di notevole altezza accompagnata dal filo spinato, rinforzato da tremende lame. Vi sono tre varchi dei quali uno, solo pedonale. La frontiera è controllatissima sia da una parte che dall’altra.

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Il Marocco, di là dalle reti, al valico del Barrio Chino.

Dal lato marocchino vi è una modesta montagna, il Gurugù, sul quale vivono accampati centinaia di africani ed arabi che cercano il modo di passare le reti. Fanno blitz, aspettano le circostanze favorevoli (notte oscura, maltempo, forti venti che abbattono le barriere), attaccano contemporaneamente in diversi luoghi, si feriscono, si fanno massacrare di botte dai feroci poliziotti marocchini, alcuni ci muoiono, alcuni ci riescono. Ma in pochi. E’ una guerra continua. Le reti le ha pagate l’Unione Europea. E’ praticata l’espulsione immediata dopo lo scavalcamento; ancor prima di sapere chi è l’immigrato.

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Le indicazioni per il passaggio dei portatori. Nel disegno sembrano agili turisti con lo zaino. Non è così.

In forma legale avviene invece l’altro e più incredibile fenomeno ai tre varchi della frontiera, soprattutto a quello pedonale del Barrio Chino.

Bisogna sapere che gli abitanti della provincia marocchina esterna a Melilla hanno la possibilità di entrarvi  senza visto. Non vi possono passare la notte e, naturlamente, non possono prendere la nave per andare in Europa. Ma in Melilla possono entrare ed uscire come vogliono.

Inoltre una legge marocchina, di infinita ipocrisia, dice che gli oggetti portati dalle persone (e non dai mezzi)  sono esenti da tasse ed imposte doganali.

Ed infine, per la legislazione spagnola, Melilla è porto franco e, quindi, le merci extracomunitarie vi entrano con poche tasse di importazione.

IMG_20160222_131946Il risultato diabolico della combinazione di queste tre norme di due nazioni è che nel polveroso e sudicio piazzale sul lato spagnolo della frontiera arrivano camion e camion di tutti i tipi di merci, sbarcate dalle navi che attraccano nel porto, sempre dal lato spagnolo. Le merci vengono  caricate sui gropponi di uomini, ma soprattute donne, che si mettono in lunghissima e penosa fila per passare la frontiera verso il Marocco. Persone trasformate in bestie da soma, tanto che vengono chiamate Mulas.

IMG_20160222_131959Queste donne sono spesso anziane (ne ho vista una cieca, accompagnata da un’altra), vanno piegate in due sotto carichi enormi e pesantissimi e ricevono 3 o 4 euro per ogni viaggio. Ad ogni passaggio devono dare una moneta alla Polizia marocchina. Il percorso è lungo qualche centinaio di metri fra il luogo di carico e quello di scarico, dal lato marocchino; la fila è lenta e le interruzione frequenti; durante le interruzion non riescono a scaricare il fardello perche’ non c’e’ nessuno che le può aiutare a rimetterselo sulle spalle; in un giorno non riescono a fare più di tre o quattro viaggi; ci sono calche, sgomitate, cadute, soprusi; la polizia spagnola mantiene l’ordine con i manganelli in mano; dal lato marocchino è certamente peggio, l’arbitrarietà vi regna sovrana: la fila scorre o si arresta secondo i capricci della polizia.

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Si trasporta merci anche sull’autobus.

Da qualche tempo sono permessi anche carrellini, tipo quelli per fare la spesa, anche se si muovono male sullo sterrato dei piazzali. Alcuni usano una tavola di skateboard su cui appoggiano balle e lavatrici. I frigoriferi sono smontati, trasportati e rimontati dall’altra parte. Nell’ultima parte del percorso i portatori passano fra imponenti sbarre con delle pericolose porte a tornello: vengono chiamate “le gabbie”. Nessuna facilitazione, nessuna tettoia per l’ombra, nessuna rampa per superare gli scalini. Solo urla e manganelli. Ci sono stati casi di morte da fatica o da calca. Ricoveri a causa delle botte.

Queste formichine spostano volumi enormi di merci; navi intere, fagotto dopo fagotto. Riforniscono i mercati di tutto il Marocco. Si dice che 500.000 persone vivono grazie ai commerci che i portatori hanno permesso. Melilla, certamente, è ricca grazie a loro. Il Medioevo.

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Nei pressi dei valichi di frontiera magazzini di merci e di cibo destinati al Marocco.

Altra storia al valico di Farhana. E’ piccolo, ma si rimane colpiti da una lunghissima fila di grosse auto in sosta, cariche di merci, sulla strada di accesso al valico, con i guidatori seduti al volante. Non capivo cosa aspettassero, la porta di uscita era aperta e libera. Alla fine me l’hanno spiegato: aspettano tutti un cenno che arriva dal lato marocchino. Ad un certo momento scatta un meccanismo, certo truffaldino, per cui si interrompe il controllo sull’entrata dei veicoli. Quindi, rapidissimamente, tutte quelle vetture si mettono in moto e passano come fulmini dall’altra parte, senza controllo (e spese) doganali. Per questo motivo gli autisti sono al volante: il passaggio deve essere compiuto in tempi fulminei, prima che torni il controllo.

Melilla, città da conoscere…..

Interessantissima Melilla.

IMG_20160219_225022Melilla è città dai mille volti. Non solo la pacifica convivenza di culture altrove fortemente contrapposte o i mille traffici clandestini alla frontiera o gli attacchi degli extracomunitari alla fortezza Europa.

E’ anche una bella città dotata di storica fortezza ben restaurata, di spiaggia non da buttar via, di ricca gastronomia e soprattutto di un delizioso quartiere centrale.

Fu costruito all’inizio del ‘900, in pieno boom economico dovuto alle miniere del Rif, a quei tempi sotto controllo spagnolo. Per quanto non vi sia niente di eccezionale, l’insieme è delizioso. Vi coabitano insieme i numerosi stili archettottonici di quel momento, primo fra tutti il IMG_20160219_161952Liberty, o modernismo come lo chiamano in Spagna; ma in buona compagnia degli altri stili coevi. Il risultato è estremamente armonioso e piacevole. Gli edifici di interesse architettonico sono oltre 500 e se si pensa che siamo in Africa e che tutt’intorno c’e’ il Marocco, l’effetto è sconcertante.

Ancor più piacevole è l’atmosfera anni ’60 che si vive a Melilla, la calma, il poco traffico, l’aria di marginalità vissuta con dignità ed orgoglio, l’idea di vivere in un enclave, come se ci trovassimo in un luogo fuori del tempo ed in un tempo fuori luogo. La gente socievolissima. Le genti, meglio dire, perchè la mescolanza è grande e gradevole.

IMG_20160222_113539Delizioso anche mangiare per tapas nei bar ristoranti. Insieme al bicchiere di vino e birra ti danno, allo stesso prezzo, un piattino, a tua scelta, di eccellente pesce. Vi ho mangiato delle soglioline ai ferri commoventi. Oppure un tè alla menta nei bar mussulmani.

Melilla vale largamente il viaggio e qualche giorno di permanenza. Pochissimi turisti e niente di spettacolare da vedere, ma molti spunti interessanti: antropologici, storici, sociali. Prezzi IMG_20160221_220857contenuti visto che è Porto Franco. Cari, per arrivarci, aerei e traghetti. Meglio arrivarci via Nador con Ryanair e da lì con taxi, individuale o collettivo, a poco costo.

 

Melilla, un universo, un esempio per l’Europa.

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La Fortezza di Melilla.

I 12 km quadrati di Melilla (enclave spagnola in Marocco) contengono più varietà umana di tante nazioni di grandi dimensioni. Vi si trova di tutto, come fosse una esposizione antropologica. E’ affascinante, inesauribile.  E’ una delle poche vere colonie rimaste al mondo.

In pochi giorni ci ho visto:

  • Spagnoli residenti lì da generazioni, spesso con una certa tendenza politica destrorsa; ma si sa, i coloni lo sono spesso.
  • Marocchini berberi divenuti spagnoli da un paio di generazioni e del tutto spagnolizzati pur conservando la lingua e la religione originale.
  • Le loro figlie, con velo, ma di modi agitati ed incontenibili come le loro coetanee spagnole. Ne ho viste che si baciavano in strada con un uomo e ne ho udite lanciare improperi pesantissimi in spagnolo!!!
  • Marocchini arabi arrivati da poco in zona per via dei commerci e malvisti un pò da tutti.
  • Spagnoli del co
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    La caserma del Tercio, una delle milizie più terribili del ‘900.

    ntinente arrivati lì per lo stesso motivo.

  • Una collezione completa di militari spagnoli di ogni arma immaginabile. Melilla va difesa con le migliori forze della nazione! Presente anche la legione straniera spagnola, El Tercio, che fino a pochi decenni fa era probabilmente la milizia statale più famigerata del mondo intero. Vi sono anche ingenti forze di Polizia e della  insopportabile, per arroganza, Guardia Civile. E’ l’unica frontiera terrestre fra Africa ed Europa e va difesa.
  • Ebrei, che hanno la loro Sinagoga e che vi risiedono, anche loro, da generazioni innumeri.
  • Mi dicono che ci sono anche degli Indù, anche se non ho capito bene come e quando ci siano capitati. Hanno comunque un loro tempio.
  • Terra di commercio, non possono mancare numerosi cinesi con i loro negozi di cianfrusaglie.
  • Immigrati extracomunitari di tutte le origini che son riusciti, in un modo o nell’altro, ad infilarsi nella città e che sperano di uscire dal triste centro di identificazione e di essere mandati sul continente. Ve ne sono di adulti e di minorenni, quest’ultimi assai in balia di se stessi e poco controllabili.
  • Barbuti dalla faccia brutta e di non certa origine.
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Deliziose trigliettine ai ferri.

Allo stesso modo ci sono bar di tutti i tipi, ricordando che il bar è il centro della socialità spagnola. Vi sono:

  • Bar di spagnoli-spagnoli dove si beve vino e birra e si mangiano las tapas tipicamente spagnole.
  • Bar di berberi-spagnoli dove si beve birra e si mangiano deliziose tapas di pesce e di molluschi.
  • Bar di berberi-berberi dove si beve tè o frullati e si mangia la pizza e il kebab.
  • Ristoranti arabi con menu marocchino classico.
  • Bar di mussulmani stretti stretti dove si beve il tè o cafè e non si mangia niente.

Naturlamente ci sono i quartieri spagnoli e quelli marocchini e, al loro interno, le diverse sfumatura di livello sociale. Un mosaico complessissimo.

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Spagnole e berbere sul bus.

Ma la cosa meravigliosa è che tutti quanti convivono, detestandosi un pò mutuamente, ma in pace e rispetto. Allora si capisce che Melilla può essere l’esempio per l’Europa intera: comunità diverse e storicamente separate che convivono in uno stesso spazio pur senza troppo mescolarsi. Mantengono la propria cultura, difendendola e andandone fieri, ma senza disprezzare apertamente e provocare le altre. Ognuno padrone in casa propria, ma civile nello spazio comune. Un buon condominio, insomma, dove non necesariamente ci si ama, dove si può litigare, ma dove non si fa mai mancare almeno il buongiorno e buonasera.

Melilla si radicalizza in questi tempi bui. Un barista mi ha detto una bella frase: “In questo momento i mussulmani sono più mussulmani, i cristiani più cristiani, gli ebrei più ebrei”. Il velo delle donne è chiaramente una dichiarazione culturale; le bandierine spagnole altrettanto. Ma vanno avanti in modo civile. Complimenti, Melilla!

Nador, nuova tristezza

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Bellissime fragole, ma certamente sature di chimica.

Ci sono ricascato. Nonostante tutto quello che avevo detto del Marocco qui e qui, ci son tornato. per poche ore, a Nador, uscendo dalla frontiera di Melilla; frontiera terrestre, passata a piedi e quindi il cambiamento fra i due lati ti colpisce immediatamente e fortemente.

E subito ho ritrovato tutta la tristezza del Marocco, di quegli uomini depressi e mal rasati, di quelle donne deprimenti ed infagottate, di quella torma di giovani esasperati dalla misera e dalla mancanza di ragazze; dallo sguardo obliquo ed incattivito. Stanno sulla porta che da sulla Spagna, in attesa che possa succedere qualcosa per gettarvicisi dentro. Sono famelici di soldi, possibilità, libertà, donne. Fanno male al cuore, sono infelicissimi. Il supplizio di Tantalo. Poi si vede il resto: il disordine delle strade, sempiterni mercati di cianfrusaglie, la sporcizia della cialtronaggine neghittosa. La corruzione e la violenza della Polizia di frontiera.

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Il lattaio porta a porta.

Mi sono aggirato nel centro di Nador, fra i mercati, che altro non c’e’. I commercianti sono meno insistenti che altrove, in Marocco; forse perchè i turisti sono pochissimi. Comunque ti mentono spudoratamente su tutto e ti vogliono affibbiare fischi quando tu gli chiedi fiaschi. Fanno finta di non capire, poi dicono che i loro fischi son proprio i tuoi fiaschi e finiscono per dire che i tuoi fiaschi non esistono. Scoraggiante, mi innervosisco rapidamente. Non trovo quel che cercavo, ci rinuncio.

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Il famoso ristorante Mahraba di Nador. Guesto gusto freddissimo, lucido, con i neon colorati è esattamente l’opposto di ciò che noi chiamiamo “accogliente”.

Sono quindi andato nel miglior ristorante della città, di quel freddo e squallido lusso che è la caratteristica principale della decorazione e dell’arredamento marocchino moderno (vedi foto). Vi ho mangiato uno scipitissimo couscous accompagnato dall’acqua, perchè l’alcool non sta bene.

Depressissimo anch’io ho preso un taxi collettivo e son tornato a Melilla dove mi son fatto una birra con le salsicce di sangue di maiale.

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Il triste couscous di un triste ristorante in una triste giornata.

L’insopportabile Marocco II

(Comincia qua)

Squallore e freddezza. Vi è un preciso stile architettonico e di 100_0376arredamento marocchino. I nuovi quartieri sono fatti in quello stile ed i nuovi alberghi sono fatti ed arredati così. Ebbene è uno stile freddo, poco accogliente, scostante, disumano. Difficile spiegare questo punto ma se si capita in un salone marocchino moderno si ha immediatamente la voglia di andarsene. Spazi grandi, colori chiari, estrema freddezza e carenza di vita. Gli stessi negozi moderni pur se espongono merci di pregio sono di scoraggiante squallore. I villaggi tradizionali sono invece immersi in un disordine ed una sporcizia ingiustificata. Non si tratta affatto di povertà, ma proprio di indifferenza al luogo dove si vive. Eppure l’agricoltura vi è anche ricca e le case non sono poverissime. Ma completamente diversi e molto gradevoli e puliti i villaggi berberi, benchè siano molto più poveri. La differenza si riconosce da lontano.

Tristezza generalizzata. I marocchini non sono molto diversi dai noi 100_0617europei del sud. Le loro e le nostre vicende si sono incrociate innumerevoli volte nei millenni cosi come i nostri sangui. La cultura è diversa, ma siamo tutti mediterranei. Ed invece no. I marocchini trasmettono perennemente una bruttissima energia, niente della vitalità e della passione del sud. Sono brutti, sembrano a disagio, non sorride mai nessuno, paiono perfino sgraziati nei movimenti. Spesso volti patibolari, barbe di una settimana, sguardi obliqui, diffidenza palpabile. Belli invece gli occhi delle donne, scuri ed intensi, promettenti l’irraggiungibile. Ed infine c’e’ la disgrazia della djellaba, quel tunicone pesante e sformato che indossano tutti, dal Re al contadino. Spesso fra il grigio ed il marroncino. Tristissimo.

Artigianato scoraggiante. I marocchini sarebbero anche degli 100_0320eccellenti artigiani del cuoio, dei metalli, della ceramica. Ma non hanno capacità di rinnovamento. Sono rigidi come deve essere la loro cultura autoritaria e repressiva. Potrebbero fare meraviglie con quei materiali e con la loro capacità, ma invece si ostinano a fare sempre gli stessi oggetti che sono ormai venuti a noia a tutti, ormai impresentabili. Inoltre la fattura dei piccoli oggetti è spesso assai tirata via, tanto è roba per turisti. Unica eccezione: ciò che si trova al mercato artigianale di Rabat la cui clientela non è turistica, ma piuttosto degli addetti delle ambasciate. Oggetti molto belli, molto curati e molto cari.

I piccoli europei vi abbondano. Il Marocco percorre la strada 100_0473invero pericolosa che lo vuol portare ad essere la Florida dell’Europa. Il clima invernale mite, la disponibilità di manodopera sottopagata, l’indifferenza statale alla protezione ambientale e culturale, i regimi fiscali favorevoli hanno fatto sì che decine di migliaia di coppie europee (soprattutto francesi e spagnole) abbiano deciso di comprar casa in quel paese. Si va dai cari e pregevolmente restaurati palazzi di pregio all’interno dei centri storici delle antiche città, agli appartamenti dalle bizzarre ed intricate volumetrie dei quartieri poveri dei medesimi centri storici, alle villette a schiera in rigogliosi compounds chiusi da inferriate, agli appartamentini nei casermoni sulla spiaggia. Per tutti i gusti e tutte le tasche, meno quelle ricche per davvero, che non vengono certo in Marocco a passare le vacanze. Tutta questa fauna europea, galvanizzata all’inizio dall’idea di avere un posto al sole, finisce poi con l’amareggiarsi per la pochezza del luogo e le difficoltà di aver rapporti con i locali. Si ritrova quindi a frequentare circoli chiusi di connazionali annoiati in cui lo sport preferito è parlar male dei marocchini e dei loro usi. I rapporti fra la comunità stanziale e quella migratrice invernale finiscono per deteriorarsi in una atmosfera di rancore e diffidenza. Tali europei sono del resto, molto spesso, dei meschini colonialisti in ritardo sulla storia. Infrequentabili.

Poco da vedere. Non si capisce bene cosa vada a vedere il turistame in 100_0404Marocco. Esotismo di paccottiglia in grande quantità, ben poche le eccezioni. Ancor meno i luoghi non inquinati da bancarelle ed arrembaggi di venditori. Il deserto di Ouarzazate non vale minimamente la pena; è in più carissimo farvi una giratina. Marrakesh è un parco tematico, Essaouira è un parco tematico al mare, Casablanca, Tangeri, Rabat, prive di qualsiasi interesse. Nador, tristissima, da passarci solo per andare a visitare Melilla (questa sì, interessantissima, ma spagnola). La natura in Marocco è spesso arida e poco accogliente.

Possono forse rivestire un pò di interesse per il turista la Medina di Fez in cui si aggroviglia la vita e certe città fortificate dell’interno che mostrano antiche architetture stupefacenti. Ma vanno cercate e trovate pazientemente, fuori dai circuiti turistici ovvi.

Due eccezioni importanti. Una antropologica, l’altra gastronomica. IMG_20141112_124627La prima è rappresentata dai Berberi, gli antichi abitanti del Marocco prima dell’arrivo degli arabi che li hanno relegati alle montagne, alla povertà, al disprezzo. I loro abiti sono colorati, i modi sembrano più aperti, meno diffidenti e chiusi. I loro villaggi spiccano per ordine, pulizia e amor proprio. In certe zone i loro villaggi si alternano in modo vistosissimo con quelli malandati della popolazione maggioritaria. Varrebbe la pena approfondire con attenzione questo tema ed incentrare sui Berberi un eventuale (e poco consigliato ) viaggio in Marocco.
La seconda eccezione è molto particolare. Vicino a Rabat vi è la bella foresta di querce da sughero della Mamoura. Ebbene, quella particolare varietà di quercia produce delle grossissime ghiande dal buon sapore. Fra Ottobre e Novembre vi è una grande attività di raccolta e di vendita lungo le strade che la percorrono. Le ghiande possono essere mangiate crude o come le caldarroste e sono molto buone.