Il turista e il Ramadan

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Ecco l’inizio dell’abbuffata del tramonto: datteri e zuppa. A seguire il resto.

Immaginate una nazione  intera, dai ragazzi ai vecchi, nessunissimo escluso. Tutti seduti al tavolo, allo stesso momento, con gli occhi fissi alla televisione che emette su tutti i canali lo stesso programma religioso. Davanti ad ognuno di loro c’è un piattino con tre datteri, una ciotola con una zuppa, un bicchiere con acqua, latte, succo di frutta.

Stanno lì seduti, immobili, con lo sguardo stralunato, le labbra tese, l’aspetto abbattuto. Aspettano per lunghi minuti, i più sconsiderati sono lì da mezz’ora, accarezzando di sottecchi i datteri.

Poi il prete dice qualcosa e, nello stesso istante, milioni di persone bevono un sorso di liquido e mettono in bocca il primo dattero. Milioni di datteri ingurgitati all’unisono. La sinfonia del dattero deglutito.

Siamo nel mese di Ramadan. I musulmani digiunano dal levarsi del sole al suo tramonto e questi precisi istanti sono comunicati dall’Iman, non sono affidati al poco certo criterio di ciascun fedele.

Il menù descritto è quello tunisino, ma la cerimonia si ripete uguale per tutti i quasi due miliardi di musulmani.

Durante quel mese, dal sorgere del sole al suo tramonto non è lecito mangiare, bere, fumare, trombare. È materia di dibattito teologico se si possa annusare profumi. È invece permesso farsi le iniezioni e, si immagina, le pere.

La vita è completamente sconvolta. I normali orari saltano. In Tunisia le attività fervono la mattina, i mercati sono affollatissimi  per la spesa della cena, con i prezzi che aumentano nettamente. Poi le attività si spengono nel pomeriggio: la gente si rintana in casa a soffrire in silenzio e a dormire. La città è spettrale, deserta. Al tramonto scatta la mandibola e non c’è un solo passante nelle vie. Anche chi è di turno come poliziotti, sanitari, receptionist degli alberghi, si addobba un tavolinetto in un angolo e mangia, al via dell’Imam. Degli altoparlanti, nelle strade, diffondono la sua attesa parola. In certe città si spara un colpo di cannone.
Dopo la cena tutti escono, la città pulsa di festa, i negozi riaprono, i cinema, i teatri, i bar si riempiono. Si organizzano concerti, mostre, performances, sfilate di moda, mercatini artigianali ed alimentari.  La prostituzione raddoppia il giro d’affari, nonostante che alcune lavoratrici si astengano, durante questo mese.  Si mangia, si beve ancora. A notte inoltrata si torna a casa e si va a letto, non dopo un ultimo spuntino.

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Anche i poliziotti in servizio nelle strade si preparano con trempo alla “rottura del digiuno”.

Al momento della “rottura del digiuno”, dopo i tre datteri e la zuppa canonica arrivano i piatti forti, ricchi, nutritivi. Il cibo è ridondante, grasso, zuccherino. Ci sono piatti speciali per il Ramadan; vanno moltissimo i dolcetti intrisi di miele.  Molto viene gettato, chi può spreca, si spende e si spande. È il momento per riunire le famiglie, ci si scambiano visite, si mangia tutti insieme. È l’equivalente del nostro pranzo di Natale, solo che è così tutte le sere, per un mese. Chi mangia all’aperto offre qualcosa ai passanti. Anche i gatti hanno digiunato tutto il giorno, ma ora hanno le loro buone porzioni. Aumentano gli infarti, gli ictus, i diabetici vanno in coma.

Ma non solo cibo. Durante il Ramadan, il musulmano è più buono, fa molta elemosina, anche i mendicanti mangiano come lupi. In questo mese non si delinque. I ladri si contengono, i truffatori si limitano, uccidere è doppiamente grave. Si può girare tranquillamente in angoli normalmente da evitare. Le donne circolano ancora più costumate del solito.

Ed il turista in tutto ciò?

Soffre abbastanza. Finisce per fare il Ramadan anche lui. Naturalmente nessuno gli chiede di digiunare: se non è musulmano non ha nessun dovere.

Ma…. Ma i bar ed i ristoranti sono del tutto chiusi, fino al tramonto. Non ci si può sedere al bar, non si può entrare in un ristorante. In nessuno. Eccetto quelli di alcuni grandi alberghi, ma sono o lontani, o cari, o entrambe le cose.

È certamente possibile comprare l’acqua e le  merendine nei negozi di alimentari e i dolci nelle pasticcerie, ma poi che fai? Ti metti a mangiare su una panchina di fronte agli affamati? Ti astieni oppure lo fai di nascosto, in camera o in un angolo deserto. Come nel “Fantasma della libertà” di Buñuel; o come fanno molti di loro, nascostamente, perché non bisogna dimenticare che dove c’è religione, c’è ipocrisia.

Eppure, camminando in qualche anfratto della città si ode all’improvviso, durante il giorno, dico, un inconfondibile tintinnare di posate. E si scopre, ben nascosta, una gargotta dove si mangia e si beve senza ritegno. Peccatori, ma felici.  Ma son luoghi che il turista difficilmente riesce a trovare.

Nel pomeriggio è tutto chiuso ed il turista non si diverte a passeggiare nel deserto. Ed in tutta la giornata non ha un bar dove sedere a riposarsi un po’.

Ma anche la cena può essere complicata. Se il tramonto è alle sei del pomeriggio che fai? Mangi a quell’ora con i locali oppure aspetti le otto con il rischio che il ristorante stia chiudendo perché ormai hanno già cenato tutti? Del resto, nei piccoli centri la cena si fa in famiglia ed i ristoranti non aprono nemmeno la sera. Può essere complicata la cosa e la cena del turista si può limitare ad un po’ di cibo di strada.

In Senegal le abitudini sono diverse. La giornata si svolge normalmente e la gente, via via che passano le ore è sempre più disperata per la fame, la sete, la mancanza di sigarette. Mezz’ora prima del tramonto scoppia il caos. Folle di gente inferocita fugge verso casa. Il traffico impazzisce, le persone diventano violente, irascibili, aggressive. Guai al turista che vi si trovi nel mezzo.

Poi c’è il problema dell’alcool. Si trova in quasi tutti i paesi musulmani (ma non in Mauritania) nei supermercati o in certi bar autorizzati. Invece, durante il Ramadan l’alcool sparisce dalla vendita e farsi una birra diventa un gran problema: solo negli alberghi di cui sopra. E dimenticatevi di ordinare una bottiglia di vino al ristorante.

Ci sono poi le tensioni religiose, in Marocco, ad esempio. Lì chi viene trovato ad infrangere il digiuno finisce in carcere, anche a lungo, anche se ha “consumato” in casa propria. E gli integralisti vanno a caccia degli infrattori, sollevando disturbi pubblici. Il turista, ancora una volta, non è implicato, ma l’atmosfera non è propizia.

Insomma, se possibile, evitiamo il Ramadan, è tutto più complicato. Quindi prima di partire, informatevi bene di quando cade il Ramadan. I mesi musulmani sono, infatti, lunari ed ogni anno decalano di una decina di giorni.

Per la prossima volta

Avete passato o state per passare, ancora una volta, delle vacanze esecrabili? Vi spennano in cambio di servizi da centro di accoglienza immigrati? Non vedete nulla perchè sempre immersi in una folla sudata ed appiccicosa? E’ perchè non seguite il Viaggiatore Critico.

Ecco delle idee per la prossima volta che volete partire.

Case tradizionali in Bulgaria.

Costi bassi, Europa, auto propria. I Balcani. Sono la nuova frontiera del turismo europeo. Ci si sta benissimo, si mangia bene, si spende poco, la gente è molto gentile ed accogliente. I luoghi sono poco frequentati dal turismo sborrone ed il livello di sicurezza personale è molto alta (contrariamente a quello che pensano gli italiani). Gli inconvenienti sono la mancanza di lingue in comune e le non molte cose da vedere. E’ soprattutto un tursmo di sensazioni, di atmosfere. Quel che salta principalmente agli occhi è l’aria di passato, anche del nostro passato: scorre sotto gli occhi del visitatore una vita modesta, ma piena di speranze e di voglia di viverla, con semplicità. Una specie di Italia degli anni ’70, se non addirittura ’60, nei luoghi più poveri.

Il miglior modello di turismo consiste nell’andare con la propria auto (passando da Trieste o attraversando l’Adriatico, verso l’Albania o la Grecia) e girare senza meta, annusando l’aria e dando un’occhiata alla guida. Solo un’occhiata, senza impegno. Le spiagge dell’Albania meritano molto, soprattutto  a nord di Saranda. E in Albania si sta tranquillissimi, perchè tutti i loro delinquenti sono in Italia. In Macedonia piaceranno molti i laghi di Ochrid e di Prespa; la regione fra i due è montuosa e gradevole. Una puntatina nel nord della Grecia ci sta sempre bene. La Bulgaria offre molto ed è particolarmente accogliente. La vita notturna di Sofia merita qualche giorno; poi si può andare sul Mar Nero, anche se non è un granchè. Poco lontano c’e’ la grande Romania. Da non dimenticare un giro nelle campagne ungherese, frequentando le loro piccole terme, (qui una lista più o meno completa).  Insomma un viaggio che può essere lungo, vario, divertente, interessante. Soprattutto nuovo.

Dalla finestra di camera, a Pellestrina.

In Italia, stanziali. Pellestrina è il luogo giusto. Soggiornate in un paesino dimenticato da Dio, sulla laguna di Venezia. Da lì potete andare con i vaporetti a Venezia, a Chioggia, al mare del Lido. Ma vedrete che starete così bene, in paese, che non avrete voglia di allontanervene e ci passerete delle belle giornate fra la spiaggia (bruttina), il bar ed il ristorante a mangiar spaghetti alle arselle. Poi potete trasferirvi, in pochi chilometri,  nel Delta del Po, a vedere quel mondo strano, fatto più d’acqua che di terra.  Magari è meglio non andarci d’agosto, per il caldo, l’umidità e le zanzare, temibili. Prezzi contenuti nel Delta, abbastanza alti a Pellestrina; esosi i vaporetti veneziani.

Caraibi. State lontani dalla Cuba insignificante, da Santo Domingo trasformato in bordello a cielo aperto, da Saint Martin affollato, dalle isole anglofone iperturistiche,  dai resort lussuosi e carissimi, dalle stressatissime grandi isole francesi o dalle tremende crociere. Andate invece in un’isola-gioiello dove regna la calma e la serenità. Spiagge molto belle, ricettività familiare, interni agricoli e bucolici, bassissima affluenza. E’ l’isola di Marie Galante; è francese e quindi è come stare in Europa. Ma attenti al problema delle alghe, i famosi sargassi. A volte ne arrivano tonnellate, a riva; marciscono e puzzano rendendo impossibile la vita. Informatevi bene prima di partire. Oppure, la molto basica isola di Barbuda dove la vita del turista è difficile ma le spiaggie sono di commovente bellezza. Prezzi altini, in tutti i casi: più a Barbuda che a Marie Galante.

 

Immensità patagoniche

Patagonia, per sempre. Questo è un viaggione: difficile, lungo, caro, scomodo. Ma vedrete i luoghi più belli del mondo. Paesaggi incredibili, distanze immense, orizzonti infiniti. Deserti, ghiacciai, foreste nebbiose, torrenti impetuosi, mari gelidi. Viaggerete per giorni e giorni su brutte strade, mangerete gli agnelli cotti al riverbero dei falò, conoscerete le incredibili storie della fine del mondo. Chi non ci è stato non può immaginare; chi ci è stato torna con un’altra luce negli occhi. E’ un luogo che non si dimentica; si può finire per odiarlo, ma non ti lascerà più. Non è certo come una vacanza a Gatteo a mare. Ci vogliono dei bei soldi ed almeno tre settimane. Si può discendere la Carrettera Austral cilena o la mitica Ruta 40 argentina. Bisogna comunque arrivare ad Ushuaia. Le grandi attrazioni sono il ghiacciaio del Perito Moreno, la penisola di Valdez con le balene, il Parco delle Torri del Paine. Ma tutto il resto è ancora più interessante. Da programmare per bene, evitando i tour organizzati, cari ed insoddisfacenti. Evitare anche le crociere patagoniche; sono un pò delle truffette. Il meglio è andare in 5 o 6 ed affittare un pulmino robusto, dove, all’occorrenza, ci si possa arrangiare per dormire. E’ il viaggio della vita, obbligatoriamente durante il nostro inverno.

La Plaza de toros di melilla è facilmente visitabile.

Originale, dove non va nessuno. Melilla, enclave spagnola in Marocco. Vi è una bella spiaggia, la città è molto carina e vivibile, si mangia dell’eccellente pesce e, se si vuole, anche la cucina araba. Se ne può uscire per fare un giro in Marocco, magari a Fez, la cui Medina ritengo essere l’unico luogo interessante di quel paese. Zero turisti, si vive una città multiculturale, multietnica e piena di storie curiose. E’ stata anche sede del Tercio, la Legione Straniera della Spagna: fascistissimi, ma un pezzo di storia. Interessante osservare gli intensi traffici che si svolgono alla frontiera fra la città e il Marocco. Essenziale parlare lo spagnolo, per scambiare con la gente. Una vacanza balneo-antropologica. Ve ne potrete vantare con gli amici, che non sapranno nemmeno dove si trova questa città. Ci si arriva molto comodamente con Ryanair fino a Nador; da quest’aereoporto in 10 minuti di taxi si arriva a Melilla.

A praia da piscina; la spiaggia della piscina a Sao Tomè.

L’Africa possibile. E’ molto complicato andare in Africa; eppure qualche volta nella vita va fatto. E’ pur sempre il continente dove l’umanità è nata. Naturalmente non parlo di Malindi, colonia di italiani o della Namibia dei banali tours organizzati. Propongo una meta pochissimo conosciuta dagli italiani. Un luogo piccolo, raccolto, facile da girare, del tutto sicuro. Le belle isole di Sao Tomè e Principe, dove si trovano delle spiaggie, delle foreste densissime, dei bei panorami, una bella architettura coloniale, una storia intensa. E dove la vita pulsa, come quasi ovunque in Africa. Ci sono buoni alberghi, con delle belle piscine. Una decina di giorni in giro per Sao Tomè sarà una vacanza molto piacevole ed interessante. Ed anche innovativa. Il costo non è bassissimo, soprattutto a causa dell’aereo; obbligatorio passare da Lisbona. Sempre da Lisbona si deve passare per andare in Guinea Bissau. Un viaggio complesso, da professionisti, ma di infinito interesse.

Buon viaggio, questa volta.

Mercati mondiali

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Sao Paulo.

Il Viaggiatore Critico ha notato, come avranno fatto in molti, la profonda modificazione che hanno avuto certi mercati alimentari delle grande città. Quegli edifici, spesso di architettura elegante e leggera, fatti di ferro, ai tempi della Torre Eiffel; oppure di nervature di cemento, se più recenti. Posti sempre nelle zone centrali delle città dove il popolo andava a rifornirsi di verdura, frutte, grani e, quando possibile, carne e pesce.  Luoghi in antico pieni di confusione, spesso di sporcizia, di gente di bassa lega. Sembrava veramente di essere al mercato. Io li visito spesso, mi piacciono e mi piace vedere la verdura esposta: da un sacco di informazioni sulla città.

Poi sono arrivati gli urbanisti, gli architetti, gli assessori, gli imprenditori. In poche parola: la turistificazione. Probabilmente il primo caso è stato Les Halles di Parigi, poi hanno seguito tutti gli altri.  Cosa sono diventati?

In quasi tutti i casi il popolo vociferante ne è stato estromesso, relegato ai discount di periferia. In certi casi, subdolamente, è stato lasciato un angolo “naturale”; una specie di riserva indiana dove trovare un pò di banchi ed un pò di popolo a far colore.

Vi sono fortemente penetrati i venditori di cibo e paccotiglia varia da turisti. I banchi sembrano vecchi e tradizionali, ben sistemati, ben illuminati; ma vi si trovan cibi che non entrano in nessuna casa di gente del luogo. Prezzi sconsiderati o cibi fasulli; decorativi e non nutritivi; da turisti, appunto.  Anche i mercati delle città turistiche dei paesi arabi sono diventati così. Mucchi enormi di variopinte spezie, sforzi scenografici imponenti per il turistame di bocca buona. In Marocco sono particolarmente abili.

In tutti i mercati vi è sempre stato qualche banco che faceva da mangiare: piatti semplici, popolari, veri. Qualche banco. Ora sono straordinariamente aumentati di numero. Ed anche di varietà. I vecchi menu si sono allungati, vi sono stati inseriti piatti prima impensabili in un mercato. Vi si mangiavano piatti economici, da gente di mercato, non certo care prelibatezze. Vedere servito il salmone selvaggio nel mercato del vecchio porto di Helsinki è un insulto alla storia di quel luogo. Così come a Beirut i vecchi souks sono stati distrutti dalla guaerra e ricostruiti dal capitalismo più sfacciato diventando negozi e ristoranti di gran lusso. Stessa cosa a Vienna.

In alcuni casi è tutto il mercato ad esser diventato una sorta di ristorante, di food corner da centro commerciale. E’ l’indecoroso caso del secondo piano del Mercato di San Lorenzo a Firenze.  Più raffinato, ma altrettanto fasullo anche il mercato di Lisbona, dove rinomati chefs si sfidano lungo il perimetro dell’enorme salone pieno di gente, seduta ai tavoli, esattamente, ancora una volta, come nei centri commerciali. Piatti cari. Banchi di delikatessen di altissimo livello a Kiev, in mezzo alla povertà di una città ancora in molte difficoltà: un mercato che è passato da vendere le patate delle vecchine ad offrire i gamberetti freschi del Sud America. Indecente.

In altri luoghi, miracolosamente, un certo equilibrio si è mantenuto, come a Budapest. Il mercatone, in pieno centro, è ancora pieno di veri banchi con vera verdura ed i molti banchi di cibo pronto, pur destinati ai numerosi turisti, hanno mantenuto un’aria popolana, da mercato. Vi si mangia male, ma a poco prezzo e nel mezzo alla confusione. Lo stesso a Sao Paulo dove c’e’ un po’ di robaccia da turisti, ma anche molta vita vera di gente vera. In Vietnam, poi, il mercato tradizionale ed i suoi cibi, regnano sovrani; un gran piacere!

Due città molto vicine, due mercati del pesce con destini contrapposti: Santiago del Cile e Valparaiso. Il primo è diventato un insieme di ristoranti fighetti. Il secondo è popolarissimo, con tutti i prodotti veri e con un angolo di bettole. Ma a Santiago c’e’ il mercato generale, enorme, incasinatissimo e sporco dove ci sono le trattorie da mercato in piena regola. E di turisti, solo io.

Il premio per il miglior mercato va a quello di Pontevedra, in Galizia, Spagna. Si può comprare il pesce e farselo cuocere sul posto. Roba da turisti: zero.

Traffici di frontiera a Melilla.

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La multiple barriera fra Melilla e il Marocco.

Melilla (con Ceuta) è l’unica frontiera terrestre fra l’Europa ed il mondo arabo. Se all’interno della città vi è una lodevole situazione di mutua accettazione fra genti diversi, sulla frontiera succedono cose veramente strane e turbanti.

La città è isolata dal resto del Marocco con una tripla o quadrupla linea di rete di notevole altezza accompagnata dal filo spinato, rinforzato da tremende lame. Su queste lame vi è sempre stato un gran dibattito, in Spagna. L’attuale Governo socialista ha annunciato di volerle togliere.

In questa muraglia di ferro vi sono tre varchi dei quali uno, solo pedonale. La frontiera è controllatissima sia da una parte che dall’altra.

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Il Marocco, di là dalle reti, al valico del Barrio Chino.

Dal lato marocchino vi è una modesta montagna, il Gurugù, sul quale vivono accampati centinaia di africani ed arabi che cercano il modo di passare le reti. Fanno blitz, aspettano le circostanze favorevoli (notte oscura, maltempo, forti venti che abbattono le barriere), attaccano contemporaneamente in diversi luoghi, si fanno massacrare di botte dai feroci poliziotti marocchini, alcuni ci muoiono, alcuni riescono a passare. Ma in pochi, molti cadono dalle reti e si rompono delle ossa, quasi tutti mostrano tremende ferite causate dalle lame del filo spinato.   E’ una guerra continua. Le reti le ha pagate l’Unione Europea. E’ praticata l’espulsione immediata dopo lo scavalcamento; ancor prima di sapere chi è l’immigrato.

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Le indicazioni per il passaggio dei portatori. Nel disegno sembrano agili turisti con lo zaino. Non è così.

Ai tre varchi della frontiera, soprattutto a quello pedonale detto del Barrio Chino, avviene invece l’altro e più incredibile fenomeno legato a questa strana frontiera.

Bisogna sapere che gli abitanti della provincia marocchina che circonda Melilla hanno la possibilità di entrarvi  senza visto. Non vi possono passare la notte e, naturlamente, non possono prendere la nave per andare in Europa. Ma in Melilla possono entrare ed uscire come vogliono.

Inoltre una legge marocchina, di infinita ipocrisia, dice che gli oggetti portati dalle persone (e non dai mezzi)  sono esenti da tasse ed imposte doganali.

Ed infine, per la legislazione spagnola e con altrettanta ipocrisia, Melilla è porto franco e, quindi, le merci extracomunitarie vi entrano con poche tasse di importazione.

IMG_20160222_131946Il risultato diabolico della combinazione di queste tre norme di due nazioni è che nel polveroso e sudicio piazzale sul lato spagnolo della frontiera arrivano camion e camion di tutti i tipi di merci, sbarcate dalle navi che attraccano nel porto, sempre dal lato spagnolo. Le merci vengono  caricate sui gropponi di uomini, ma soprattute donne, che si mettono in lunghissima e penosa fila per passare la frontiera verso il Marocco. Persone trasformate in bestie da soma, tanto che vengono chiamate Mulas.

IMG_20160222_131959Queste donne sono spesso anziane (ne ho vista una cieca, accompagnata da un’altra), vanno piegate in due sotto carichi enormi e pesantissimi e ricevono 3 o 4 euro per ogni viaggio. Ad ogni passaggio devono dare una moneta alla Polizia marocchina. Il percorso è lungo qualche centinaio di metri fra il luogo di carico e quello di scarico, dal lato marocchino; la fila è lenta e le interruzione frequenti; durante le interruzion non riescono a scaricare il fardello perche’ non c’e’ nessuno che le può aiutare a rimetterselo sulle spalle; in un giorno non riescono a fare più di tre o quattro viaggi; ci sono calche, sgomitate, cadute, soprusi; la polizia spagnola mantiene l’ordine con i manganelli in mano; dal lato marocchino è certamente peggio, l’arbitrarietà vi regna sovrana: la fila scorre o si arresta secondo i capricci della polizia.

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Si trasporta merci anche sull’autobus.

Da qualche tempo sono permessi anche carrellini, tipo quelli per fare la spesa, anche se si muovono male sullo sterrato dei piazzali. Alcuni usano una tavola di skateboard su cui appoggiano balle e lavatrici. I frigoriferi sono smontati, trasportati e rimontati dall’altra parte. Nell’ultima parte del percorso i portatori passano fra imponenti sbarre con delle pericolose porte a tornello: vengono chiamate “le gabbie”. Nessuna facilitazione, nessuna tettoia per l’ombra, nessuna rampa per superare gli scalini. Solo urla e manganelli. Ci sono stati casi di morte da fatica o da calca. Ricoveri a causa delle botte.

Queste formichine spostano volumi enormi di merci; navi intere, fagotto dopo fagotto. Pensate: una nave che scarica decine di container che vengono ridotti in fagotti, scatole, borsoni e che passano la frontiera su delle persone. Pare una faccenda biblica. Riforniscono i mercati di tutto il Marocco. Si dice che 500.000 persone vivono grazie ai commerci che i portatori hanno permesso. Melilla, certamente, è ricca grazie a loro. Il Medioevo.

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Nei pressi dei valichi di frontiera magazzini di merci e di cibo destinati al Marocco.

Ma le meraviglie doganali di Melilla non sono ancora finite. Altra storia al valico di Farhana. E’ piccolo, ma si rimane colpiti da una lunghissima fila di grosse auto in sosta, cariche di merci, sulla strada di accesso al valico, con i guidatori seduti al volante. Ero andato a curiosare e non riuscio a capire cosa aspettassero; la porta della frontiera era era aperta e libera: perchè non passavano. Alla fine l’ho chiesto e me l’hanno spiegato: aspettano tutti un cenno che arriva dal lato marocchino. Ad un certo momento scatta un meccanismo, certo truffaldino, per cui si interrompe il controllo sull’entrata dei veicoli. Quindi, rapidissimamente, tutte quelle vetture si mettono in moto e passano come fulmini dall’altra parte, senza controllo (e spese) doganali. Per questo motivo gli autisti sono al volante: il passaggio deve essere compiuto in tempi fulminei, prima che torni il controllo.

Melilla, città da conoscere…..

Interessantissima Melilla.

IMG_20160219_225022Melilla è città dai mille volti. Non solo la pacifica convivenza di culture altrove fortemente contrapposte o i mille traffici clandestini alla frontiera o gli attacchi degli extracomunitari alla fortezza Europa.

E’ anche una bella città dotata di storica fortezza ben restaurata, di spiaggia non da buttar via, di ricca gastronomia e soprattutto di un delizioso quartiere centrale.

Fu costruito all’inizio del ‘900, in pieno boom economico dovuto alle miniere del Rif, a quei tempi sotto controllo spagnolo. Per quanto non vi sia niente di eccezionale, l’insieme è delizioso. Vi coabitano insieme i numerosi stili archettottonici di quel momento, primo fra tutti il IMG_20160219_161952Liberty, o modernismo come lo chiamano in Spagna; ma in buona compagnia degli altri stili coevi. Il risultato è estremamente armonioso e piacevole. Gli edifici di interesse architettonico sono oltre 500 e se si pensa che siamo in Africa e che tutt’intorno c’e’ il Marocco, l’effetto è sconcertante.

Ancor più piacevole è l’atmosfera anni ’60 che si vive a Melilla, la calma, il poco traffico, l’aria di marginalità vissuta con dignità ed orgoglio, l’idea di vivere in un enclave, come se ci trovassimo in un luogo fuori del tempo ed in un tempo fuori luogo. La gente socievolissima. Le genti, meglio dire, perchè la mescolanza è grande e gradevole.

IMG_20160222_113539Delizioso anche mangiare per tapas nei bar ristoranti. Insieme al bicchiere di vino e birra ti danno, allo stesso prezzo, un piattino, a tua scelta, di eccellente pesce. Vi ho mangiato delle soglioline ai ferri commoventi. Oppure un tè alla menta nei bar mussulmani.

Melilla vale largamente il viaggio e qualche giorno di permanenza. Pochissimi turisti e niente di spettacolare da vedere, ma molti spunti interessanti: antropologici, storici, sociali. Prezzi IMG_20160221_220857contenuti visto che è Porto Franco. Cari, per arrivarci, aerei e traghetti. Meglio arrivarci via Nador con Ryanair e da lì con taxi, individuale o collettivo, a poco costo.

 

Melilla, un universo, un esempio per l’Europa.

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La Fortezza di Melilla.

I 12 km quadrati di Melilla (enclave spagnola in Marocco) contengono più varietà umana di tante nazioni di grandi dimensioni. Vi si trova di tutto, come fosse una esposizione antropologica. E’ affascinante, inesauribile.  E’ una delle poche vere colonie rimaste al mondo.

In pochi giorni ci ho visto:

  • Spagnoli residenti lì da generazioni, spesso con una certa tendenza politica destrorsa; ma si sa, i coloni lo sono spesso.
  • Marocchini berberi divenuti spagnoli da un paio di generazioni e del tutto spagnolizzati pur conservando la lingua e la religione originale.
  • Le loro figlie, con velo, ma di modi agitati ed incontenibili come le loro coetanee spagnole. Ne ho viste che si baciavano in strada con un uomo e ne ho udite lanciare improperi pesantissimi in spagnolo!!!
  • Marocchini arabi arrivati da poco in zona per via dei commerci e malvisti un pò da tutti.
  • Spagnoli del co
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    La caserma del Tercio, una delle milizie più terribili del ‘900.

    ntinente arrivati lì per lo stesso motivo.

  • Una collezione completa di militari spagnoli di ogni arma immaginabile. Melilla va difesa con le migliori forze della nazione! Presente anche la legione straniera spagnola, El Tercio, che fino a pochi decenni fa era probabilmente la milizia statale più famigerata del mondo intero. Vi sono anche ingenti forze di Polizia e della  insopportabile, per arroganza, Guardia Civile. E’ l’unica frontiera terrestre fra Africa ed Europa e va difesa.
  • Ebrei, che hanno la loro Sinagoga e che vi risiedono, anche loro, da generazioni innumeri.
  • Mi dicono che ci sono anche degli Indù, anche se non ho capito bene come e quando ci siano capitati. Hanno comunque un loro tempio.
  • Terra di commercio, non possono mancare numerosi cinesi con i loro negozi di cianfrusaglie.
  • Immigrati extracomunitari di tutte le origini che son riusciti, in un modo o nell’altro, ad infilarsi nella città e che sperano di uscire dal triste centro di identificazione e di essere mandati sul continente. Ve ne sono di adulti e di minorenni, quest’ultimi assai in balia di se stessi e poco controllabili.
  • Barbuti dalla faccia brutta e di non certa origine.
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Deliziose trigliettine ai ferri.

Allo stesso modo ci sono bar di tutti i tipi, ricordando che il bar è il centro della socialità spagnola. Vi sono:

  • Bar di spagnoli-spagnoli dove si beve vino e birra e si mangiano las tapas tipicamente spagnole.
  • Bar di berberi-spagnoli dove si beve birra e si mangiano deliziose tapas di pesce e di molluschi.
  • Bar di berberi-berberi dove si beve tè o frullati e si mangia la pizza e il kebab.
  • Ristoranti arabi con menu marocchino classico.
  • Bar di mussulmani stretti stretti dove si beve il tè o cafè e non si mangia niente.

Naturlamente ci sono i quartieri spagnoli e quelli marocchini e, al loro interno, le diverse sfumatura di livello sociale. Un mosaico complessissimo.

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Spagnole e berbere sul bus.

Ma la cosa meravigliosa è che tutti quanti convivono, detestandosi un pò mutuamente, ma in pace e rispetto. Allora si capisce che Melilla può essere l’esempio per l’Europa intera: comunità diverse e storicamente separate che convivono in uno stesso spazio pur senza troppo mescolarsi. Mantengono la propria cultura, difendendola e andandone fieri, ma senza disprezzare apertamente e provocare le altre. Ognuno padrone in casa propria, ma civile nello spazio comune. Un buon condominio, insomma, dove non necesariamente ci si ama, dove si può litigare, ma dove non si fa mai mancare almeno il buongiorno e buonasera.

Melilla si radicalizza in questi tempi bui. Un barista mi ha detto una bella frase: “In questo momento i mussulmani sono più mussulmani, i cristiani più cristiani, gli ebrei più ebrei”. Il velo delle donne è chiaramente una dichiarazione culturale; le bandierine spagnole altrettanto. Ma vanno avanti in modo civile. Complimenti, Melilla!

Nador, nuova tristezza

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Bellissime fragole, ma certamente sature di chimica.

Ci sono ricascato. Nonostante tutto quello che avevo detto del Marocco qui e qui, ci son tornato. per poche ore, a Nador, uscendo dalla frontiera di Melilla; frontiera terrestre, passata a piedi e quindi il cambiamento fra i due lati ti colpisce immediatamente e fortemente.

E subito ho ritrovato tutta la tristezza del Marocco, di quegli uomini depressi e mal rasati, di quelle donne deprimenti ed infagottate, di quella torma di giovani esasperati dalla misera e dalla mancanza di ragazze; dallo sguardo obliquo ed incattivito. Stanno sulla porta che da sulla Spagna, in attesa che possa succedere qualcosa per gettarvicisi dentro. Sono famelici di soldi, possibilità, libertà, donne. Fanno male al cuore, sono infelicissimi. Il supplizio di Tantalo. Poi si vede il resto: il disordine delle strade, sempiterni mercati di cianfrusaglie, la sporcizia della cialtronaggine neghittosa. La corruzione e la violenza della Polizia di frontiera.

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Il lattaio porta a porta.

Mi sono aggirato nel centro di Nador, fra i mercati, che altro non c’e’. I commercianti sono meno insistenti che altrove, in Marocco; forse perchè i turisti sono pochissimi. Comunque ti mentono spudoratamente su tutto e ti vogliono affibbiare fischi quando tu gli chiedi fiaschi. Fanno finta di non capire, poi dicono che i loro fischi son proprio i tuoi fiaschi e finiscono per dire che i tuoi fiaschi non esistono. Scoraggiante, mi innervosisco rapidamente. Non trovo quel che cercavo, ci rinuncio.

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Il famoso ristorante Mahraba di Nador. Guesto gusto freddissimo, lucido, con i neon colorati è esattamente l’opposto di ciò che noi chiamiamo “accogliente”.

Sono quindi andato nel miglior ristorante della città, di quel freddo e squallido lusso che è la caratteristica principale della decorazione e dell’arredamento marocchino moderno (vedi foto). Vi ho mangiato uno scipitissimo couscous accompagnato dall’acqua, perchè l’alcool non sta bene.

Depressissimo anch’io ho preso un taxi collettivo e son tornato a Melilla dove mi son fatto una birra con le salsicce di sangue di maiale.

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Il triste couscous di un triste ristorante in una triste giornata.

L’insopportabile Marocco II

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Tipico interno di ristorante in stile neo-marocchino. A Nador.

Squallore e freddezza. Nel Marocco attuale va di moda un ben preciso stile architettonico e di arredamento che va sotto il nome di stile neo-marocchino. I nuovi quartieri sono fatti in quello stile ed i nuovi alberghi, ristoranti, negozi sono fatti ed arredati in quel modo. Ebbene è uno stile freddo, poco accogliente, scostante, disumano. Difficile spiegare questo punto ma se si capita in un salone marocchino moderno si ha immediatamente la voglia di andarsene. Spazi grandi, colori chiari, luce fredda e fastidiosa, estrema freddezza e carenza di vita. Gli stessi negozi moderni pur se espongono merci di pregio sono di scoraggiante squallore. I villaggi tradizionali sono invece immersi in un disordine ed una sporcizia ingiustificata. Non si tratta affatto di povertà, ma proprio di indifferenza al luogo dove si vive. Eppure l’agricoltura vi è anche ricca e le case non sono poverissime. Sono invece completamente differenti i villaggi berberi, benchè siano molto più poveri. La differenza si riconosce da lontano: grande pulizia, ordine, cura ed attenzione delle case e degli spazi comuni. Sono villaggi che infondono serenità, tanto quelli arabi danno tristezza.

Tristezza generalizzata. I marocchini non sono molto diversi dai noi 100_0617europei del sud. Le loro e le nostre vicende si sono incrociate innumerevoli volte nei millenni cosi come il nostro sangue. La cultura è un pò diversa, ma siamo tutti mediterranei; alla fin fine siamo lo stesso popolo, cosa che non direi mai dei tedeschi. Ed invece no. I marocchini trasmettono perennemente una bruttissima energia, niente della vitalità e della passione del sud. Sono imbruttiti, sembrano a disagio, non sorride mai nessuno, paiono perfino sgraziati nei movimenti. Spesso volti patibolari, barbe di una settimana, sguardi obliqui, diffidenza palpabile. Belli invece gli occhi delle donne, scuri ed intensi, promettenti l’irraggiungibile. Ed infine c’e’ la disgrazia della djellaba, quel tunicone pesante e sformato che indossano tutti, dal Re al contadino. Spesso fra il grigio ed il marroncino. Tristissimo.

Artigianato scoraggiante. I marocchini sono degli 100_0320eccellenti artigiani del cuoio, dei metalli, della ceramica. Se ne vedono molti al lavoro, con abilità e grande velocità di esecuzione. Ma non hanno capacità di rinnovamento. Sono rigidi come deve essere la loro cultura autoritaria e repressiva. Potrebbero fare meraviglie con quei materiali e con la loro capacità, ma invece si ostinano a fare sempre gli stessi oggetti. Si tratta delle famose “marocchinerie” che vengono ripette uguali da qualche secolo. Sono oggetti che furono belli ed “esotici” molti decenni fa ma che ormai sono venuti a noia a tutti. Ho visto delle bellissime lampade al mercato di Fez, molto innovative. Ho chiesto quanto costassero, mi piacevano. Mi risposero che era un ordine di un architetto straniero e che non rientravano nella loro produzione normale. Incredibile! Inoltre la fattura dei piccoli oggetti è spesso assai tirata via, tanto è roba per turisti. Unica eccezione: ciò che si trova al mercato artigianale di Rabat la cui clientela non è turistica, ma piuttosto degli addetti delle ambasciate. Oggetti molto belli, molto curati e molto cari.

I piccoli europei vi abbondano. Il Marocco percorre la strada 100_0473invero pericolosa che lo vuol portare ad essere la Florida dell’Europa, come succede in Portogallo. Il clima invernale mite, la disponibilità di manodopera sottopagata, l’indifferenza statale alla protezione ambientale e culturale, i regimi fiscali favorevoli, hanno fatto sì che decine di migliaia di coppie europee (soprattutto francesi e spagnole) abbiano deciso di comprar casa in quel paese. Si va dai cari e pregievolmente restaurati palazzi di pregio all’interno dei centri storici delle antiche città, agli appartamenti dalle bizzarre ed intricate volumetrie dei quartieri poveri dei medesimi centri storici, alle villette a schiera in  residenze chiuse da inferriate, agli appartamentini nei casermoni sulla spiaggia. Per tutti i gusti e tutte le tasche, meno quelle ricche per davvero, che non vengono certo in Marocco a passare le vacanze. Questa fauna europea, galvanizzata all’inizio dall’avventura coloniale, finisce poi con l’amareggiarsi per la pochezza del luogo e le difficoltà di aver rapporti con i locali. Si ritrova quindi a frequentare circoli chiusi di connazionali annoiati in cui lo sport preferito è parlar male dei marocchini e dei loro usi. I rapporti fra la comunità stanziale e quella europea finiscono per deteriorarsi in una atmosfera di rancore e diffidenza reciproca. Tali europei sono del resto, molto spesso, dei meschini colonialisti in ritardo sulla storia. Infrequentabili, spesso razzisti.

Poco da vedere. Non si capisce bene cosa vada a vedere il turistame in 100_0404Marocco. Esotismo di paccottiglia in grande quantità, ben poche le eccezioni. Ancor meno i luoghi non inquinati da bancarelle ed arrembaggi di venditori. Il deserto di Ouarzazate non vale minimamente la pena; è in più carissimo farvi una giratina. Marrakesh è un parco tematico, Essaouira è un parco tematico al mare, Casablanca, Tangeri, Rabat, prive di qualsiasi interesse. Nador, tristissima, da passarci solo per andare a visitare Melilla (questa sì, interessantissima, ma spagnola). La natura in Marocco è spesso arida e poco accogliente.

Possono forse rivestire un pò di interesse per il turista la Medina di Fez in cui si aggroviglia la vita e certe città fortificate dell’interno che mostrano antiche architetture stupefacenti (vedi le foto di quest’articolo). Ma vanno cercate e trovate pazientemente, fuori dai circuiti turistici ovvi.

Due eccezioni importanti. Una antropologica, l’altra gastronomica. IMG_20141112_124627La prima è rappresentata dai Berberi, gli antichi abitanti del Marocco prima dell’arrivo degli arabi che li hanno relegati alle montagne, alla povertà, al disprezzo. I loro abiti sono colorati, i modi sembrano più aperti, meno diffidenti e chiusi. I loro villaggi spiccano per ordine, pulizia e amor proprio. In certe zone i loro villaggi si alternano in modo vistosissimo con quelli malandati della popolazione maggioritaria. Varrebbe la pena approfondire con attenzione questo tema ed incentrare sui Berberi un eventuale (e poco consigliato ) viaggio in Marocco.
La seconda eccezione è molto particolare. Vicino a Rabat vi è la bella foresta di querce da sughero della Mamoura. Ebbene, quella particolare varietà di quercia produce delle grossissime ghiande dal buon sapore. Fra Ottobre e Novembre vi è una grande attività di raccolta e di vendita lungo le strade che la percorrono. Le ghiande possono essere mangiate crude o come le caldarroste e sono molto buone.

L’insopportabile Marocco I

Il vostro Viaggiatore Critico ha avuto la sfortuna di andare alcune volte in Marocco, per differenti motivi; delle quali le ultime due molto recentemente. E lo ha trovato un posto assolutamente da non frequentare per numerosi e diversi motivi.

La caccia al turista. E’ lo sport più praticato nel paese e sembra alquanto redditizio a giud100_0706icare dal numero di persone che vi si dedicano. Dimentichi la preda di poter avere un solo momento di pace quando visita luoghi turistici! Sarà costantemente angosciato da venditori di qualcosa o di accompagnatori verso qualcosa. Non riuscirà a liberarsene, se non comprando e pagando. Se non compri o paghi verrai insultato, sbeffeggiato, offeso. Sei una vittima e se qualcuno ti verrà in soccorso sarà esclusivamente per venderti qualcos’altro od accompagnarti verso qualcos’altro: un incubo. La tattica più vigliacca della guida non richiesta è quella di camminare un passo avanti a te e di far credere che ti sta portando in un negozio dove invece sei entrato di sua spontanea volontà. Dopo l’acquisto pretenderà dal negoziante il 10 % del valore dell’acquisto. Questa è la tariffa ufficiale.
Impossibile guardare una vetrina senza che il negoziante si precipiti fuori e ti tiri dentro. Impossibile far due chiacchere con i passanti senza che ti vogliano appioppare qualcosa.
Impossibile riposarsi in un angolo senza che ti disturbino innumerevoli volte.
Impossibile non farsi fregare foss’anche per un bicchier d’acqua.
E soprattutto evitate di accettare quel melenso tè che vi viene offerto costantemente. Quello che viene spacciato per segno dell’ospitalità magrebina è in realtà un guinzaglio che vi costerà ben caro alla fine della storia.
In Marocco non si è scelto di accogliere degli ospiti, ma bensì di attirare delle prede in una gabbia stretta in cui spennarli senza cautela. Ci si sente un pò come quel tipo che finì nelle mani del canaro della Magliana.

Si mangia male. Pochi i piatti offerti nei ristoranti e sempre gli stessi. Il solito couscous, l100_0252’immancabile tajine e poco altro. Potete fare il giro del Marocco e starci dei mesi, mangerete sempre le stesse poche ed uguali cose. Dopo una settimana ne avrete il voltastomaco. Un po’ meglio sono quelle numerose baracche lungo le strade di grande comunicazione dove arrostiscono la carne sulla brace. Il pane è buono e qualche brandello di carne abbrustolita può far piacere; dimenticarsi una birra che pur ci starebbe benissimo.

Stato di polizia. Il Marocco non è un paese democratico. Il padre 100_0451dell’attuale Sovrano presenziava personalmente alle sedute di tortura dei suoi oppositori. L’attuale, quando si sposta fra le sue residenze (una in ogni città) blocca tutto. Sulle strade dove passa, autostrade comprese, ad ogni angolo, ponte, fosso, ci sono poliziotti. Quest’ultimi sono comunque onnipresenti. I posti di blocco sono frequentissimi, ad ogni accesso alle città e cittadine e sono dotati delle famigerate bande chiodate. Le multe fioccano implacabili: ho visto multare un povero vecchio su un motorino scassatissimo per avere una cesta di polli sul portabagagli. Nugoli di poliziotti su grossissime moto nuove e brillanti. Spero proprio di non finire mai in quelle mani.

Le donne. Impossibile rivolgere la parola ad una donna foss’anche 100_0716decrepita e foste voi stessi una donna. Subito interverrà un uomo a metter bocca e l’allontanerà.

(Continua qua)