La caccia alla balena alle Faroer

Abbastanza impressionante. Foto di Erik Christensen via Wikicommons.

Da qualche anno le Isole Faroer, a metà strada fra Islanda, Scozia e Norvegia hanno conosciuto uno straordinario incremento di visite turistiche che rischiano di sconvolgere e non poco l’ovattata atmosfera sonnolenta di queste nordiche terre e dei suoi 50.000 abitanti tradizionalmente pescatori e allevatori di pecore.

Non parleremo di questo, ma di un altro aspetto per il quale le Faroer sono ancora più conosciute e non in termini positivi, almeno per molti. Quando si parla di questo tema le polemiche divampano e quindi cerchiamo di affrontarlo in modo pacato.

Il fatto è che alle Faroer si cacciano e si uccidono una alto numero di balene, ogni anno. Vediamo i punti principale di questa spinosa faccenda:

  1. Vengono cacciati quasi esclusivamente i Globicefali. Sono balene che da adulte raggiungono i 5 – 6 metri di lunghezza per un peso compreso fra 1,5 e 3 tonnellate ciascuno. Se lasciati in pace vivrebbero fra i 45 ed i 60 anni. Normalmente vivono in branchi di una trentina di individui, dimostrando dei notevoli comportamenti sociali. Tanta roba. Sembrerebbe che i globicefali non sono per niente in pericolo di estinzione.
  2. Esistono dei registri delle catture fin dal 1700. Il numero degli esemplari cacciati ogni anno è assai variabile; la caccia dipende da molti fattori diversi. Per avere un’idea, negli ultimi 10 anni si sono cacciati fra i 500 ed i 1000 esemplari l’anno.
  3. L’attività della caccia alla balena è sottoposta a numerose regole, fin dai primi documenti disponibili, del 1298. Oggi le norme sono molte, rigide e la loro applicazione è strettamente controllata dalle autorità delle Faroer ed anche da quelle della Danimarca, paese da cui le Faroer dipendono, sia pure parzialmente. La caccia alle balene è quindi un fatto giuridicamente, socialmente ed economicamente molto importante e coinvolge l’intero corpo sociale degli abitanti delle isole. In nessun modo va considerato un’attività di pochi individui lasciati liberi di agire come vogliono. Non ci sono spazi di manovra per i singoli. E’ un fatto nazionale, non personale.
  4. Attualmente la caccia si svolge in questo modo: quando viene avvistato un branco di globicefali, un buon numero di barche escono dal porto più vicino e da quelli contigui, se necessario e possibile. Sono barche piccole, a motore. Si dispongono a semicerchio intorno alle balene; le circondano e le spingono verso la spiaggia. Quando si sono arenate interviene il personale rimasto a terra e, con dei coltelli particolari, recidono la colonna vertebrale delle balene che muoiono in qualche decina di secondi. Le balene che non si sono spiaggiate vengono uccise in mare e poi trascinate a riva con delle corde; in questo caso l’agonia dell’animale è molto più lunga. Nel recidere la colonna vertebrale si tagliano anche molte vene ed arterie: grandi quantità di sangue fuoriescono e l’acqua del mare si tinge di rosso. Sono state fatte molte foto di questo momento, assai impressionanti, e sono usate dagli animalisti per denunciare le uccisioni delle balene. Questo tipo di caccia fa sì che tutto il branco, o una sua gran parte, venga ucciso durante a stessa battuta. Vengono quindi uccise anche femmine incinte e piccoli. Dal momento che i branchi sono composti normalmente da una trentina di animali, i capi abbattuti saranno numerosi e solo pochi fortunati riusciranno a sfuggire in mare, oltre le barche che li circondano.
  5. Sono 17 le zone dove è consentita la caccia. Si tratta di baie o fiordi che terminano con una spiaggia che scende gradatamente nel mare, in modo da rendere possibile lo spiaggiamento delle balene. Altrove è illegale e proibito.Dopo l’abbattimento i globicefali sono lavorati e la carne ed il grasso vengono recuperati e distribuiti a che ne ha diritto.
  6. Deve esser chiara una cosa. La caccia alle balene alle Faroer non è un’attività sportiva. Non è nemmeno una sorta di rievocazione storica o un
    Idilliaci paesaggi tinti di sangue. La forza di immagini come questa hanno causato lo sdegno degli animalist ed infinite polemiche contro le Faroer. Foto di Erik Christensen via Wikicommons.

    tentativo di mantenere in vita una tradizione morta. Niente di tutto ciò.  E’ un’attività economica finalizzata all’approvvigionamento di carne e grasso commestibili. Per gli abitanti delle Faroer una pesca come tutte le altre. Partecipano alle diverse attività solo gli uomini.

  7. La carne ed il grasso delle balene vengono divisi in un modo complesso, ma strettamente normato. Hanno una parte i pescatori ed i macellai, un’altra va al villaggio che ha ospitato quella partita di caccia. Ma se quest’ultimo ha già ricevuto molti kg di preda negli ultimi tempi, la direzione della caccia può decidere di dare quella parte ad un altro villaggio nel quale non si può cacciare o che non ha avuto fortuna nelle cacce precedenti. Un certo giorno viene dato l’appuntamento per la distribuzione ai beneficiari. Se alcuni di loro non si presentano, la carne avanzata verrà data ad un altro villaggio ancora o a una qualche struttura sociale come case di riposo. Niente viene venduto. Nelle regole della ripartizione vedo criteri simili a quelli utilizzati dalle compagnie dei cacciatori di cinghiali della Maremma. Tutta le parti commestibili della balena vengono consumate e c’e’ chi dice che l’apporto nutritivo e calorico di quel massacro sia importante per il bilancio alimentare delle Faroer ed essenziale per le classi più povere. Ricordiamoci che, a causa del clima, i cibi vegetali prodotti in quelle isole sono assai modesti e quelli importati terribilmente cari. L’ultimo dato che ho trovato risale al 2007. In quell’anno le 633 balene uccise fornirono in media 8 kg di carne e grasso ad ogni abitante delle Faroer. Non moltissimo, ma nemmeno insignificante. La carne generalmente viene mangiata bollita.

Il giudizio su questa faccenda rimane molto difficile.

E’ evidente che è un’attività antica, tradizionale, compiuta ad uso alimentare in un luogo che non offre molto altro cibo a basso prezzo; inoltre le tecniche utilizzate oggi dovrebbero ridurre le sofferenze degli animali.  Del resto la caccia alle balene è stata praticata per secoli ovunque fosse possibile. Ne abbiamo parlato riguardo a Brava (Capo Verde) e alle Azzorre.

D’altra parte gli animalisti si sono scatenati contro le Faroer. Prima Greenpeace, che, poi, ha abbandonato la campagna. Successivamente e fino ad oggi, Sea Shepherd è particolarmente attiva in difesa dei globicefali delle Faroer.

Ognuna delle parti contrapposte ha i suoi argomenti. Il fatto che la caccia alle balene non sia uno sport, ma un’attività che produce cibo al pari degli allevamenti di bovini o di maiali (ma ad un prezzo molto più basso) è certamente un argomento molto forte.

Io non sono mai andato alle Faroer, anche se un pensierino, anni fa, ce lo avevo fatto. Poi le circostanze me lo impedirono.

Ma non ci andrò. Tutti gli argomenti dei cacciatori non bastano ad impedirmi di pensare che su quelle spiagge, in fondo a quelle baie, circondate da spettacolari ed idilliaci panorami, prossime ai caratteristici paesini di pescatori; su quelle spiagge, dicevo, vengono uccise decine di giganteschi mammiferi del mare. Le balene sono come gli elefanti; rappresentano molto di più di quel che sono. E’ la grandezza della natura fatta animale.

La caccia delle balene alle Faroer è come la corrida in Spagna. Viene da lontano, ma ormai è il momento di smettere. La sensibilità moderna lo esige. Anni fa mi trovavo in Svezia. Avevo affittato un appartamento ed andai a fare la spesa al supermercato. Comprai una confezione di una cosa scritta solo in svedese che non capivo cosa fosse. Tornai a casa, la feci al sugo e la mangiai. Solo dopo la padrona di casa mi disse che era carne di balena. Mi dispiace ancora.

Galapagos

Giovane leone marino. Foto di Pedro Szekely via Wikicommons.

E’ uno di quei nomi che per decenni ha rappresentato la lontananza assoluta, il confine estremo del turismo dei sogni. Poi si è banalizzato ed ora se ne sente parlare molto raramente.

Si tratta delle Galapagos, le isole del Pacifico, a mille chilometri dalle coste dell’Ecuador, a cui appartengono. Note soprattutto per l’isolamento in cui si trovano e che ha dato luogo a specie terrestri che non esistono in nessun altro luogo al mondo. Tale fatto fu prima notato dal giovane Darwin, mise poi radici nella sua mente ed infine dette origine alla teoria della selezione naturale che avete imparato a scuola.

Dovrebbero essere anche note per la presenza di una infame Colonia Penale Agricola dove il sistema giudiziario ecuatoriano mandò circa 300 persone fra il 1946 ed il 1959. Si trattava di supposti rei di delitti minori, ma in quell’isola ci morivano per tubercolosi, maltrattamenti, esecuzioni di secondini sadici, fame. I prigionieri erano obbligati a costruire un perfettamente inutile muro che i turisti oggi visitano. Non dimentichiamoci che il Sud America è la patria della violenza e della repressione; allora, esattamente come oggi, nello stesso paese. Nel ’59 ci fu una sollevazione con sequestro di uno yacht in seguito alla quale il regime ecuatoriano chiuse la colonia e trasformò l’intero arcipelago in un parco naturale.

A quei tempi era un luogo quasi irraggiungibile. Vi abitavano poche centinaia di persone, assolutamente perdute. Una nave faceva irregolare servizio. Nell’arcipelago si fermavano i velieri di eccentrici navigatori provenienti dall’America e diretti in Asia nel loro giro del mondo. Nei secoli era rifugio per i balenieri o i pirati. Tutte le guide parlano di una cassetta della posta dove i naviganti lasciavano le lettere che le navi che andavano verso Guayaquil, El Callao o Panama avrebbero preso e spedito dalla terra ferma. Quelle isole erano un mondo lontano, perduto, irraggiungibile. Più appartenente al mondo dei sogni che della realtà.

Bruttissime le iguane, ma inoffensive e disinteressate. Foto di Pedro Szekely via Wiki Commons.

Il Viaggiatore Critico abitava in Ecuador e ci andò, ovviamente. Spendendo anche poco di aereo in quanto residente in quel paese, mentre gli ancora non troppo numerosi turisti pagavano una fortuna.

La faccenda era molto complicata, tanto che una nuova forma di accoglienza turistica si stava organizzando e negli anni successivi si impose. Andiamo per passi.

Cosa si va a fare alle Galapagos? Credo che sia soprattutto per dirlo agli amici e vantarsene da buoni sborroni. Il clima è abbastanza arido, siamo nel mezzo del procelloso Oceano Pacifico e non c’e’ l’atmosfera adatta a fare delle vacanze balneari, pur essendoci alcune spiagge meravigliose. Lo sviluppo turistico delle isole si è esclusivamente rivolto all’osservazione della fauna. Che, bisogna riconoscere, è incredibile. Gli animali non sono mai stati disturbati e considerano l’uomo non come un nemico, ma come un pezzo di natura. E’ possibile avvicinarsi a pochi centimetri da uccelli, foche, trichechi, iguane. Ti camminano letteralmente fra i piedi e devi stare attento a non pestarli. In una occasione mi ero seduto su uno scoglio sul mare e ne venni malamente scacciato da un enorme tricheco (o leono marino, che dir si voglia) il quale, poverino, si era fatto male ed aveva una frattura esposta e sanguinolenta ad una zampa-pinna. In un’altra occasione feci una foto ad una foca che si era addormentata al sole; ero così vicino che, nonostante il rumore delle onde, si sveglio per il clic dell’otturatore. Se ti avvicini a quello spazio che una coppia di picudos dalle zampe azzurre considera la propria casa, questi uccelli cominciano a starnazzare vigorosamente, ma non pensano minimamente ad allontanarsi. Te ne andrai tu, nonostante che pesi molte decine di volte più di loro. Le iguane, di molti tipi diversi, ti guardano annoiate e distolgono presto lo sguardo. Insomma, è un quadro da “mondo ai tempi di Adamo ed Eva”. Un esempio di come potremmo essere felici se non fossimo delle merde. E’ commovente, lo riconosco.

Ma è sufficiente per fare un viaggio di 11.000 km? Se si hanno dei figli e si vuol fare della didattica sul terreno, forse. In caso contrario la spesa economica, energetica e di tempo che si è affrontata non credo venga ripagata da un pur simpaticissimo pennuto che ti starnazza dietro.

Il simpaticissimo picudo dalle zampe azzurre. Foto di Benjamint444 via Wiki Commons.

Il grande problema è come girare le isole. Queste sono numerose, alcune assai distanti ed ognuna ha il suo patrimonio di fauna e flora. Inoltre tutto l’arcipelago è una Riserva Naturale e sono pochissime le zone di libero accesso; sostanzialmente quelle intorno ai pochi centri poco abitati. In alcune zone si accede solo con le guide; nella maggioranza del territorio non ci si va proprio.

Si arriva ad uno dei due aeroporti che collegano il continente. A questo punto ci sono sostanzialmente tre possibilità.

La prima è quella che scelsi molti anni fa. Girare in paese e cercare delle barche che ti portano su una qualche altra isola, nei luoghi dove lo sbarco è permesso e puoi vedere da vicino gli animali. La cosa fu abbastanza frustrante, perché i turisti erano pochi, le piccole agenzie locali si rivelarono del tutto cialtronesche e le barche erano imprevedibili. Finimmo per girare molto meno di quello che avremmo voluto. In cambio passammo delle bellissime ore su una spiaggia deserta, in compagnia delle foche, ad un’ora di cammino dal paese. Alloggiammo in un molto economico alberghetto la cui specialità a colazione era la trippa in umido; tanto per dire il livello. Ma era molti anni fa e le cose si stavano già rapidamente evolvendo.

La seconda possibilità è la crociera. Arrivi all’aeroporto, ti portano su una navicella che farà il giro di alcune isole, viaggiando la notte e sbarcando di giorno per osservare gli animali o per fare il bagno. Animazione a bordo. La tristezza assoluta.

La terza possibilità è una miscela delle due precedenti. Si dorme a terra, negli alberghi, e ci si sposta da un’isola all’altra con delle barche veloci. Sull’isola si andranno a visitare le zone permesse con altre barche. Tutto ciò può esser fatto localmente ed improvvisando, come feci io; oppure, vista l’ansia permanente del turista normale, può essere fissato minuto per minuto dall’Italia, via internet con le agenzie locali. Sperando che mantengano gli accordi. Sperando, ripeto.

I costi? Sono spaventosi. 300 – 500 dollari per l’aereo dall’Ecuador continentale. 100 dollari per l’ingresso al parco naturale. Circa 400 dollari al giorno per la modalità con dormita a terra; 2 – 3000 dollari per i 5 – 7 giorni di crociera. Se ci si mette il viaggio dall’Italia e qualche giorno in Ecuador, una coppia non va troppo lontana dai 10.000 dollari. Fate un po’ voi, sempre per vedere l’uccello che vi starnazza contro.

Un pò affollato come Paradiso Terrestre? (foto di afp tratta da La Repubblica)

Gli altri aspetti da considerare. L’arcipelago – Parco naturale è super protetto. Non si può andare a zonzo come si vuole, giustamente. Quindi tutti i turisti finiscono per riunirsi nelle zone autorizzate e si finisce per essere nella solita calca turistica che tanto aborriamo. Sono numerosi i delusi: quelli che pensavano di andare nel Paradiso terrestre a limonare con Eva e si ritrovano in una sorta di zoo senza sbarre tipo Fasano. Il turismo è una lebbra che ricopre tutto ciò che tocca.

I turisti sono a numero più o meno chiuso. Siamo arrivati a 250.000 l’anno, ma il Governo spinge per aumentarli considerevolmente, per i soliti motivi economici. L’UNESCO e la comunità internazionale che gira intorno al Parco puntano i piedi. Come andrà a finire, secondo voi?

Considerato tutto ciò, il Viaggiatore Critico vi consiglia di non andare alle Galapagos.

 

 

 

Ecuador, subito.

Foto un pò da cartolina. Si tratta del Signor Chimborazo, 6300 metri. Foto di David Torres, via Wiki Commoins.

C’e’ un paese di cui nessuno parla mai e che nessuno visita, o quasi. E’ in mezzo a due paesi molto conosciuti e relativamente frequentati. Ma quello di cui parliamo, il cittadino italiano medio non sa nemmeno dov’e’. Eppure è probabilmente il paese che al mondo meriterebbe maggiormente di essere visitato.

Si tratta dell’Ecuador. E, giusto per l’italiano medio, sta proprio in mezzo fra Colombia e Perù.

Non ha le spiagge caraibiche come la Colombia o le rovine di Machu Picchu come in Perù; ma è un paese con un incredibile concentrato di paesaggi naturali e città storiche. E’ proprio questa la caratteristica principale dell’Ecuador, rispetto ai vicini paesi sudamericani: le piccole dimensioni e l’estrema varietà ambientale. In poche ore, nella stessa giornata, si può passare dalla foresta amazzonica, alla neve dei vulcani andini, alle spiagge del Pacifico. E’ una specie di riassunto tascabile del Sudamerica; il Bignami del mondo andino. In più, il centro storico di Quito (che sarebbe la capitale, sempre per l’italiano medio) è certamente il più bello fra quelli di tutte le capitali sudamericane. Sarebbe quindi una meta turistica eccezionale: in poche centinaia di chilometri si vedrebbero cose che altrove non si trovano in molte migliaia.  Invece quasi nessuno ci va; tutti attratti come falene dal vicino Perù, ben meno interessante, ben più ovvio e mille volte rimasticato. Questo dimostra ancora una volta come i turisti siano, molto spesso, un gregge di pecoroni inconsapevoli che vanno a farsi tosare dove i padroni del turismo decidono.

Ed infine, come sicurezza, pur trovandosi nell’infernale continente sudamericano, dove la vita vale meno di una cicca, l’Ecuador sta messo meglio di quasi tutti gli altri paesi. Anche se bisogna comunque stare molto attenti.

La magia della notte del centro storico di Quito. Foto di Avemundi via Wiki Commons.

Il giro classico dell’Ecuador prevede le due città storiche della parte andina: Quito e Cuenca. Soprattutto la prima che ha chiese, palazzi e tessuto urbano in bellissimo barocco coloniale, molto ben conservato e valorizzato. Io amavo percorrere il centro vecchio di notte, da solo, con le stradine debolmente illuminate, scendendo da San Francisco verso Santo Domingo o arrivando alla fine della via chiamata Mama Cuchara. A quell’altezza (2.800 metri slm) la notte fa freddino; l’aria è pungente e le stelle sono prepotenti. Quasi nessuno in giro, qualche vecchio indigeno (mai usare la parola indio, è dispregiativa) o degli ubriachi da scansare perché molesti. Atmosfere molto suggestive.

Immancabile la visita ai due maggiori vulcani: Cotopaxi e Chimborazo imponenti e d’altezza per noi proibitiva. Si arriva in macchina fin oltre i 4.000 metri; la mancanza d’ossigena fa arrancare il motore. Ma sono paesaggi commoventi; ci ho pianto più volte. Vastissime steppe di altitudine dolcemente modellate o rotte in profondi valloni. Il regno del silenzio, della nebbia, ma anche del vivissimo sole di altitudine, sotto un cielo grande; aria finissima, visibilità di chilometri e chilometri. Pecore ed indigeni. Si è leggeri a quell’altezza e vien fatto di camminare rapidamente; vai subito in debito di ossigeno e resti a boccheggiare per minuti, credendo di morire. Progetti di sviluppo italiani ci portarono, decenni fa, dei pini nostrali; nella terra delle radici c’erano le spore dei pineroli che gli ecuatoriani (non ecuadoregni come dicono i giornalisti ignoranti) non conoscevano e non mangiano: se ne trovano distese infinite.

Dalla zona andina si scende, verso ovest nella foresta amazzonica. Brusco salto che in due  tre ore ti porta sui fiumi che sboccheranno nel Rio delle Amazzoni e nell’Atlantico. Quando la strada arriva sul passo andino, sempre molto dolce e mai roccioso come sulle Alpi, si è soliti fermarsi e pisciare proprio sulla linea del crinale facendo ondeggiare il getto. Parte della vostra pipì andrà nel Pacifico, parte nell’Atlantico. Sono le soddisfazioni della vita.

Il fiume Pastaza va dalle Ande verso il Rio delle Amazzoni. Libero, nella foresta, senza ponti, argini, costruzioni. Un mondo ancora sano. Foto di Ondřej Žváček via Wiki Commons.

In Amazzonia (o Oriente, come dicono gli ecuatoriani) si cercano dei giri organizzati per passeggiare nella foresta o navigare con le piroghe nei fiumi. Sono tours un po’ banali, ma organizzarsi da soli diventa complicato e ci vuole molto tempo. La foresta amazzonica non è un bosco dove si possa andare a fare due passi; non c’e’ quasi niente di veramente pericoloso, ma è probabile che senza conoscere i luoghi si rischia di non vedere niente di interessante e di finire quasi subito nel fango.

Il tempo trascorre lentamente in Ecuador ed in Amazzonia ancora di più; anche se è vicina a Quito non si fa niente in uno o due giorni. Meglio prevederne quattro. Del resto è uno dei contesti eccezionali del pianeta e merita il maggior tempo possibile che potete dedicargli. E’ qui che ho fatto il viaggio più bello della mia vita.

Dall’Amazzonia si risale sulle Ande e si riprecipita dalla parte opposta, verso est e la vasta pianura costiera. Come per la parte orientale anche in questo caso sarà meraviglioso vedere come la natura passa dalla steppa d’altitudine del passo andino alla foresta pluviale pedemontana passando attraverso tutto il ventaglio dei passaggi intermedi. In due ora si assiste ad una perfetta lezione di geografia e botanica. Andando verso il mare si passerà infine alla savana arida e cespugliosa della parte centrale del paese.

Un piatto tipico andino è il cuy al forno. Si tratta del porcellino d’India, quello grosso. Fa un pò pena, ma è molto buono ed almeno non va a finire negli esperimenti clinici tipo vivisezione. Foto di Jtesla16 via Wiki Commons.

Se non siete amanti delle piantagioni di banano, di palma da olio e dei campi di riso e di soia, la pianura costiera ecuadoriana non vi darà molta soddisfazione. Ma vi permetterà di arrivare al mare con città di divertimento (e prostituzione e coca a vilissimo prezzo), belle spiagge e parchi naturali. Normalmente si comincia da Atacames a nord e si prosegue, spiaggia spiaggia fino alla Penisola di Santa Elena a sud. Si comproverà quanto siano fredde le acque del Pacifico, il cui nome è del tutto errato. Ma si saranno mangiati i vari cebiches, il piatto regionale, fatto di pesce o molluschi o crostacei cotti solo nel limone ed accompagnati di un trito di cipolle ed erbette.  La mattina, a colazione, sul tardino, con la birra, è una esperienza che ricorderete. E ricorderete anche la successiva diarrea dovuta al fatto che vi hanno rifilato prodotti mezzo marci, perché tanto siete stranieri e non ritornerete a protestare. Perché la parola “etica” in quel paese ha pochissimo corso, insieme a “rispetto” e “sincerità”.

La città principale del paese, Guayaquil, non presenta aspetti interessanti per il viaggiatore che non ami le grandi metropoli confuse e pericolosissime del Sud America.

Ci sarebbe, infine, l’unica meta turistica ecuatoriana conosciuta a livello mondiale: le incredibili Galapagos. ma questo è un altro viaggio.

Cominciate a fissare il volo per Quito. Ringrazierete il Viaggiatore Critico che ve lo ha consigliato.

L’isola dove non si può andare: Sentinel Nord.

Ecco l’isoletta di North Sentinel. Foto della NASA, Jesse Allen, via Wiki Commons.

A me questi tipi stanno simpaticissimi. Ben determinati, anche se un po’ brutali; e soprattutto decisissimi a conservare la propria pace e l’indipendenza.

Si parla dei Sentinelesi, gli abitanti dell’isola di North Sentinel, nell’arcipelago delle Andamane, Oceano Indiano, formalmente appartenente all’India, ma, di fatto, lo Stato più indipendente del mondo. E’ un’isolina di appena 59 km quadrati, equivalente a poco più di Ischia. Minuscola, quindi. E nemmeno troppo remota e lontana dalle rotte abituali. Si trova, infatti, a solo una quarantina di km dalla capitale delle Andamane, Port Blair; poche mezz’ore di navigazione di un qualsiasi natante, quindi.

L’ultimo straniero che ha voluto sbarcare a North Sentinel era un invasato missionario evangelico, convinto di dover diffondere la parola del suo Dio. I Sentinelesi lo hanno ucciso a colpi di freccia direttamente sulla spiaggia su cui era arrivato, in solitaria, dopo essersi procurato una barchetta. Non è stato possibile recuperare il corpo. E ciò è successo nel novembre del 2018.

Qualche anno prima la stessa sorte era toccata a due pescatori di una isola vicina la cui imbarcazione era andata alla deriva sulla costa dell’isola, mentre loro dormivano. Non si sono più svegliati. Del resto, quando un elicottero dell’esercito indiano prova a sorvolare l’isola viene bersagliato dalle frecce. Strenua e costante difesa da parte dei Sentinelesi.

E’ dal 1850 che la vicenda di Sentinel North è conosciuta; da quando gli inglesi arrivarono in queste isole. Gli altri popoli nativi delle isole Andamane come i Jarawa o gli Onge sono stati decimati dalle malattie, dalla deforestazione, dai fucili di Sua Maestà. Eppure anche loro avevano cercato di resistere, per quanto hanno potuto; e di evitare contatti con gli stranieri. Ma hanno perso e sono ormai ridotti a poche centinaia, protetti dalle leggi indiane ma braccati dal turismo senza scrupoli.

Invece i Sentinelesi, almeno fino a qui, ce l’hanno fatta. Non ha avuto successo nessuno dei molti tentativi fatti fin dalla fine del 1800 per stabilire dei contatti con loro. A volte hanno permesso che delle barche si avvicinassero alla spiaggia ed hanno accettato delle noci di cocco in dono; ma non c’e’ mai stato un vero scambio, un inizio di discorso. A nessuno è mai riuscito sedersi con loro sotto una palma, a cercare di fare amicizia.

Pare che abbiano una lingua diversa da quella degli altri gruppi vicini, già ricordati; in alcuni tentativi di approccio erano stati portati delle persone di questi gruppi, ma non hanno riconosciuto nessuna delle parole che gridavano, dalla spiaggia, i Sentinelesi. Anche quando hanno accettano le noci di cocco (che non nascono sull’isola) hanno fatto capire di non desiderare affatto ulteriori contatti tirando rapidamente fuori archi e lance. Oppure sparendo nella foresta. Una volta si misero tutti quanti a mimare una scopata di gruppo, come a dire che avevano altro da fare che ricevere visite (il mondo ti viene a far visita e tu fingi di far  sesso; non è delizioso come atteggiamento?).  Questo episodio e certi atteggiamenti delle donne, mostrati dai filmati, potrebbe far pensare al fatto che ci si trovi in presenza di una qualche forma di matriarcato.

In questo fotogramma del filmato si vede chiaramente come una donna interviene per allontanare l’uomo dal contatto con la barca che offriva noci di cocco. L’uomo è incuriosito, la donna molto preoccupata e lo porta in “salvo” con determinazione. L’uomo la lascia fare senza reagire. E’ una scena da matriarcato.

In altre occasioni sono stati lasciati sulla spiaggia dei regali. L’imbarcazione che li aveva portati si è poi allontanata ed è rimasta in osservazione a breve distanza. I Sentinelesi sono usciti dalla foresta: i maiali vivi che erano stati lasciati  sono stati subito uccisi e sotterrati senza esser consumati. Anche i giocattoli sono finiti sottoterra. Hanno invece portato via delle pentole.

Gli inglesi provarono anche a sbarcare e ad inoltrarsi nell’isola. Ma trovarono solo villaggi abbandonati in fretta: gli abitanti si erano nascosti nella fittissima foresta. In una occasione, sempre gli inglesi, riuscirono ad acchiappare e portar via due vecchi e qualche bambino, che non erano riusciti a scappare in tempo. I due vecchi morirono rapidamente ed i bambini furono riportati sulla spiaggia dell’isola e liberati. Questo fatto non deve certo aver migliorato l’opinione dei Sentinelesi riguardo chi sbarca sulla loro isola. In altre occasioni il tentativo di avvicinarsi alla spiaggia si è interrotto immediatamente a suon di frecce, di giavellotti e di inequivocabili gestualità aggressive (dal minuto 11).

Non si sa quante persone abitino sull’isola; le stime parlano di un numero fra 50 e 500, ma sono numeri inventati. Le riprese dagli elicotteri non mostrano campi o zone disboscate. Devono quindi vivere solo di caccia o pesca e di raccolta; come ai tempi del Paleolitico.  Dall’alto si sono visti tre villaggetti diversi con delle grandi capanne comuni. Costruiscono anche dei semplici ripari vicino alla spiaggia. Di loro abbiamo pochi filmati girati nelle rare occasioni in cui hanno accettato che una barca si avvicinasse alla spiaggia. Vi appaiono forti, in eccellente salute, nudi ma con degli ornamenti. Sembrano stare benissimo. Hanno fattezze fisiche simili a quelle degli africani, come gli altri popoli nativi delle Andamane.

Si dice che questi popoli siano arrivati in queste isole dall’Africa decine di migliaia di anni fa (ciò mi sembra tutto da verificare).  Non si sa da quando North Sentinel sia abitata; non si sa da quando i Sentinelesi si sono distaccati dagli Jarawa – Onge (ma il fatto che non si capiscano lascerebbe supporre che siano passate molte generazioni); non si sa se vi siano stati (e quando? e quanti?) scambi di sangue con altre popolazioni. Non si sa quale sia il livello di consanguineità.

In un paio di occasioni delle piccole navi si sono incagliate nella barriera corallina che circonda l’isola. In una di queste l’equipaggio della nave si rese conto che i Sentinelesi si stavano preparando ad abbordare la nave, ma furono salvati prima che ciò accadesse. La nave rimase lì a lungo, prima di essere rimorchoata via. Durante questo periodo i Sentinelesi devono esser saliti a bordo, hanno recuperato dei pezzi di metallo ed hanno fabbricato delle punte di freccia; come constatarono facilmente, a loro spese, i visitatori successivi.

E’ quindi evidente che i Sentinelesi sono del tutto consapevoli, da oltre due secoli, che esistono altri uomini, dotati di mezzi sorprendenti, che, a volte, portano doni, altre volte sembrano aggressivi. Sanno quindi che un altro mondo esiste; solo che non gliene frega assolutamente niente.

Alla fine l’India, su pressioni di Survival, ha deciso di proibire ogni avvicinamento all’isola e fa dei pattugliamenti per dissuadere chi volesse provarci. Delle navi della Marina indiana scrutano la spiaggia, di tanto in tanto, per vedere se la popolazione continua ad essere in vita ed in buona salute. Da un punto di vista strettamente formale, nessun rappresentante ufficiale dell’India ha mai messo piede sull’isola per rivendicarne l’appartenenza. North Sentinel è quindi uno stato indipendente che non ha nessun tipo di relazione diplomatica, commerciale o politica con nessun altro Stato. Un pugno di selvaggi sono riusciti a sconfiggere il colonialismo, l’Ordine Mondiale, il capitalismo ed anche il turismo. Con le frecce e le lance.

Ma la genialità dei Sentinelesi risiede soprattutto in un altro aspetto. Sono riusciti nello straordinario miracolo ecologico di continuare a vivere solo di caccia, pesca e raccolta in uno spazio ridottissimo. Ciò vuol dire che cacciano senza sterminare la fauna; raccolgono senza impoverire la flora; vivono nella foresta senza abbatterla; si riproducono senza cadere nel sovraffollamento o nei danni della consanguineità (almeno in apparenza). Tutto ciò è assolutamente miracoloso e dovrebbe esser fonte, per noi, di infinito rispetto.

Molluschi comprati e mangiati al mercato di Pontevedra

Il bel mercato del pesce della Coruna.

Il Viaggiatore critico è molto felice di far sapere ai suoi pochi lettori della eccellente abitudine che ha trovato al mercato di Pontevedra, in Galizia, all’estremità nord-occidentale della Spagna. Coste aspre protese verso il freddo e burrascoso Atlantico. Terre di gente forte, poco comunicativa, molto di destra, non particolarmente conosciuta per la profondità del loro pensiero. Ma questa volta l’hanno indovinata in pieno.

Grandi pescatori, i Galiziani ed in pieno Oceano; infinite storie di lotta con il mare, spesso finita in tragedie. Un tratto del litorale galiziano è conosciuto con il nome di “Costa della morte”. Ma mare pescosissimo e ricco di eccellenti pesci, molluschi, gasteropodi, crostacei. In grande quantità e varietà e di eccellente qualità. Il piatto re della gastronomia locale è il famoso “polpo alla gallega”.

Non stupisce, quindi, che nelle città si trovino dei mercati del pesce affascinanti, ricchi, invitanti, animati. Molti venditori ed acquirenti esperti. Mercati veri, non inquinati dalla presenza di merce e cibo da turistame. In particolare quello di Pontevedra, caratteristica cittadina di gradevole visita.

Il mercato è in un forte edificio della tipica pietra bionda che i galiziani squadrano in blocchi megalitici ed usano senza risparmio. Bei banchi: nuovi, funzionali, puliti. Molta merce, ben esposta, senza sovrabbondare in ghiaccio, come da noi. Venditori abbastanza specializzati nel senso che ognuno ha il suo tipo di pesce e che ogni banco è diverso dagli altri: non è che tutti offrono tutto, a vantaggio della qualità, direi.

Ma il bello viene ora: il turista accorto seguirà questa bell’abitudine dei locali. Comprerà i molluschi, i granchi, i pesci che vorrà, scegliendoli con accuratezza fra i diversi banchi. Per quanto molto più riservati degli altri spagnoli, i venditori non si lasceranno sfuggire l’occasione di far quattro chiacchere con il forestiero e si prodigheranno in consigli culinari. Ed ho anche avuto l’impressione che non cercheranno per forza di appiopparvi la fregatura. Una volta fatta la vostra bella spesina, come se foste al mercato rionale di casa vostra, salirete le scale del mercato ed al secondo piano troverete due dei tipici bar spagnoli. Consegnerete la vostra bustina al barista che, nel giro di qualche minuto che voi occuperete a bere birra ed a mangiare las tapas offerte, cucinerà i vostri acquisti al vapore, bolliti o alla piastra. Arriveranno in tavola e voi li divorerete contenti come Pasque. Se avete problemi su come affrontare certi molluschi sconosciuti o i grossi granchi, il barista vi aiuterà volentieri.

Il mercato del pesce di Pontevedra.

Si tratta naturalmente di cotture molto semplici e ciò per due motivi: per prima cosa perché è un cocedero e non un ristorante: un luogo di cottura, non di preparazione. Per seconda cosa perché gli spagnoli amano mangiare i molluschi ed i crostacei bolliti e freddi: è loro costume. A volte, nei bar, gli apprezzatissimi gamberetti sono serviti  in ciotole d’acqua con i ghiaccioli dentro.

A noi fa un po’ effetto, ma bisogna riconoscere che con la semplice bollitura il sapore naturale dell’animale viene apprezzato nella sua essenza, privo di aggiunte. Mangiare diversi tipi di molluschi e crostacei diventa quindi una vera e propria degustazione di cose spesso introvabili da noi. Ho mangiato dei percebres fino a quel momento del tutto sconosciuti per me; delle deliziose cozze al vapore, carnose e saporite, dei cannolicchi che mi fanno impazzire, sia lessati che alla piastra, dei gamberetti. Ed avrei voluto continuare se non fosse per il colesterolo che non mi abbandona. Il tutto innaffiato dalla birra alla spina spagnola che scende come nettare nel gargarozzo. Nei tavoli accanto mangiavano enormi granchi tipo granseole o centollas. Molto richiesti i gamberetti locali, di colore bruno, da vivi e crudi; poi rossi come gli altri, da cotti. Non ho provato o visto provare pesci alla piastra, ma credo che sia possibile farli fare.

Il costo della cottura è poco più che simbolico, al barista interessano le consumazioni alcoliche. Il costo dei molluschi è invece tutt’altro che modesto. I percebres vanno spesso oltre i 50 € per un kg, nel quale non c’e’ poi molto da mangiare. Carissimi anche i gamberetti locali o le vongole che non vanno al di sotto dei 20 €, per le varietà migliori. A prezzi bassi, invece, le cozze.

Un vero piacere.

Cannolicchi al vapore.

Che avevo provato solo altre due volte. Una al Puerto de Santa Maria, in Andalusia, vicino Cadice, dove c’e un venditore di roba di mare da cui compri le fagottate di roba che vuoi e poi te le fai friggere direttamente lì; il notissimo Romerijo. Ma si tratta dello stesso negozio, non c’e’ il piacere dello scegliere fra merce di diversi venditori; finisce per diventare un ristorante qualsiasi. Ed anche ad Essaouira, in Marocco, dove al porto si comprano i pesci dai pescatori che arrivano e ci si fanno abbrustolire sui carboni da dei grigliatori appostati nelle vicinanze. Eccellenti, ma manca la birra.

 

 

 

 

 

 

La strana sorte di Nazarè

Foto di Luis Ascenso via Wikicommons

Il paese di Nazarè, in Portogallo, è veramente riuscito a tirar fuori un cilindro dal coniglio: da modesta località balneare a capitale del surf.

Il turismo a Nazarè, ad un centinaio di km a nord di Lisbona, ha una storia antica. Una chiesa, posta su di un promontorio a picco sull’Oceano, ha una tradizione di pellegrinaggi lunga alcuni secoli. Vi andavano anche i reali portoghesi. In tempi più recenti, la bella e dorata spiaggia, ai piedi del promontorio, ha attirato molti turisti, in special modo italiani, trasformando il paesino di pescatori in un centro turistico di buon livello, come ce ne sono molti altri sulla costa del Portogallo. Spiagge molto belle, ma l’Atlantico è una faccenda complicata, sempre mossa e fredda e farci il bagno non è per tutti.

Un luogo carino, frequentato dai turisti internazionali e dai pellegrini portoghesi, ma sostanzialmente anonimo.

Quindici anni fa la svolta, inimmaginabile e potentissima.  Un portoghese notò che davanti al promontorio si formano delle onde gigantesche e segnalò il fatto al mondo dei surfisti. Onde ben superiori alla medie delle onde, già non indifferenti, che caratterizzano il litorale portoghese.

Il motivo di tanta grandezza è stato facilmente spiegato: proprio di fronte al promontorio di Nazarè viene a morire un importante canyon sottomarino. Le acque che percorrono il canyon, alla sua fine, vengono proiettate verso la superficie e creano la grande onda. Ciò avviene costantemente, ma l’onda da il suo meglio quando c’e’ comunque un forte movimento generale dell’Oceano.

La zona di mare interessata è molto piccola e le grandi onde si estendono solamente su una quarantina di metri; prima e dopo, al di fuori dell’uscita del canyon sottomarino sono onde normali, sia pure gigantesche per noi che siamo abituati all’Adriatico.

Quella zona di mare era ben conosciuta dai numerosi pescatori di Nazarè (colleghi di quelli di Povoa de Varzim) ed apprezzata per la grande pescosità dovuta ai fondali profondissimi del canyon; ma era anche molto temuta a causa dei gorghi che si formavano e delle forti correnti che provocarono molti naufragi e morti.

Nelle migliori condizioni le onde di Nazarè sono le più grandi del mondo. E’ qui che vengono stabiliti i record del mondo di altezza di onde cavalcate dai surfisti. Si danno cifre variabili e discordanti; certo misurare un’onda non è semplice e il mondo dei surfisti deve essere facile alle esagerazioni, tipo pescatori e cacciatori. Si va, comunque, dai 25 ai 35 metri di altezza. Insomma, un palazzo di dieci piani, tanto per dare un’idea.

L’impresa non è da ragazzi; ci vanno solo i massimi professionisti ed anche quelli hanno sempre a fianco più moto d’acqua, potentissime e guidate da altri campioni di surf, che capiscono al volo se le cose si mettono male ed intervengono immediatamente a recuperare il surfista travolto dall’onda, finito sott’acqua ed in grave debito di ossigeno. Del resto i surfisti hanno delle mute che in caso di bisogno si gonfiano e li riportano a galla, anche se sono svenuti per il peso dell’immane massa d’acqua che li ha sommersi, spingendoli verso il fondo. Ci sono filmati in cui si vedono primatisti del mondo arrivare a riva barcollanti per lo sfinimento.

Nazarè.

L’esercizio è complicato dal fatto che le onde vanno verso il promontorio roccioso e il surfista deve quindi avere l’abilità di finire il proprio percorso verso la spiaggia; se non lo fa rischia di andare a sbattere mortalmente contro le rocce.

Naturalmente ci sono siti specializzati nella previsioni dell’altezza delle onde di Nazarè, in modo che gli appassionati possono programmare le loro uscite in mare.

Il surf muove un sacco di gente. Ci sono i professionisti: australiani, brasiliani, hawaiani che vanno a gareggiare. I surfisti di secondo livello che vanno per dire di esserci stati. Gli appassionati semplici che vanno a vedere gli altri che ci provano. Molti i giornalisti, i fotografi professionisti, i fotoamatori. Molto presenti i fornitori di materiali per surf. Poi ci sono i curiosi di tutto come il Viaggiatore Critico. Ed infine quelli che vanno a Nazarè per averlo sentito nominare molte volte.

Le onde con i surfisti sopra si osservano dall’alto del promontorio. Vi si sale dal centro di Nazarè con un ascensore od in auto. Appena siamo sulla cima del promontorio si vede la prima onda: io ne son rimasto sconvolto, ed era un giorno tranquillo. Sul promontorio ci sono molte terrazze naturali dove gli osservatori ed i fotografi si appostano; più in basso c’e’ un bar – belvedere sul cui tetto si assiepano in molti.  I fotografi hanno i loro giganteschi teleobbiettivi. Tutta la faccenda è molto lunga. Bisogna aspettare che arrivi l’onda giusta e che i surfisti decidano di prenderla. Possono passare quarti d’ora fra una discesa e l’altra. Poi, all’improvviso, il surfista parte: la discesa dura qualche secondo; al termine vien preso dalla moto d’acqua e riportato a monte delle onde, aspettando una nuova occasione. Gli spettatori sono assai distanti e se non si ha una vista d’aquila non si vede poi molto. A me dopo un po’ è venuto a noia e son tornato in paese a farmi una birra.

Per Nazarè questa faccenda è stata un’incredibile benedizione. Durante l’estate hanno il loro solito turismo balneare, come d’abitudine. Dall’autunno cominciano i venti forti e l’arrivo del circo del surf. E’ sottoposto alle previsioni delle onde alte, ma, paradossalmente, più il tempo è brutto, più i surfisti trovano pane per i loro denti e vengono felici ed in massa. I ristoranti e gli alberghi restano in attesa del momento opportuno e si riempiono, allungando di tantissimo la propria stagione. Da notare che l’afflusso di questo turismo atletico, giovanile e sostanzialmente anglofono ha un po’ imbarbarito i costumi degli esercenti di Nazarè che sono, in generale, nettamente più maleducati della media nazionale. Ed anche i loro servizi sono di qualità poco soddisfacente.

Ma Nazarè resta un bell’esempio di miracolo turistico.

 

 

Delta del Danubio

Casa tradizionale a Mila 23. (Foto di Spiridon Ion Cepleanu da Wikimedia Commons)

Un viaggio insolito in un luogo insolito. Vicino ma fuori dal mondo, toccante ed affascinante. Un altro Delta, quello del Danubio.

Gli ambienti terrestre-fluviale-marino-lacustri mi emozionano, mi mettono una calma frenesia addosso; mi trasmettono la loro natura contraddittoria, complessa, variegata, multiforme. Ne ho parlato molto riguardo al Delta del Po, d’estate e d’inverno. Ma anche di quell’incredibile mondo a sé stante che è il Delta del Tigre a Buenos Aires o lo sbalorditivo Delta del Rio delle Amazzoni a Belém.

Qui si affronta un fiume di ben maggiore importanza, lunghezza e capienza del Po. Siamo lontani dal Danubio un po’ artefatto dell’Austria, paese nel quale attraversa linde contrade portando pensionati tedeschi in crociera. O anche da quello cosmopolita e foriero di lusinghe di Budapest o di Belgrado.  Qua siamo proprio in fondo al suo percorso, nell’angolo povero dell’ancor povera Romania, se non, addirittura, in Ucraina. Non ci sono più le paffutelle contadinotte tedesche o le raffinatissime ragazze ungheresi. Qui la fanno da padrone i rudi ed irsuti pescatori romeni con le loro mogli avvezze al freddo, all’umidità, al lavoro. Non ci sono più dighe, chiuse, centrali, banchine ben mantenute con i cigni che si allisciano voluttuosi le bianche piume. Fine delle piste ciclabili con le fontanelle per i ciclisti assetati. Qua siamo nel duro mondo della natura non doma e renitente ad aiutare l’umanità. Natura acquatica che frena i passi e terrestre che frena le barche. Posti durissimi, fin da sempre: Augusto ci mandò in esilio il pettegolo Ovidio, perché in un posto peggiore non lo poteva mandare. Balcani profondi, terre di mille suggestioni, ma anche di grande durezza.

Io ci andai molto anni fa, in un bellissimo viaggio in una Romania non ancora europeizzata; nel Delta fummo raggiunti dalla notizia della morte di mia suocera, e ciò vela quel ricordo. Per scrivere questo post con notizie più fresche, ho saccheggiato quest’altro articolo di un giovine blogger, che ringrazio. E tanto mi è piaciuto scrivere questo post che, pochi mesi dopo ci son dovuto tornare.

Foto di Cody escadron delta da Wikimedia Commons

E’ enorme, 3.500 km quadrati, venti volte il Delta del Po; in gran parte parco naturale. Il punto di accesso più facile è la brutta città di Tulcea, in Romania, prossima all’inizio del delta. Da lì partono i tre bracci del fiume, lunghi fra i 70 e i 120 km, che arrivano fino al Mar Nero. A differenza del delta del Po, largamente bonificato e coltivato o del delta del Tigre, diffusamente popolato di seconde residenze, il delta del Danubio è selvaggio e relativamente intonso. Il braccio centrale, quello di Sulina, è costantemente dragato per permettere la circolazione delle navi; per il resto è tutto lasciato a se stesso, fortunatamente. Non vi sono strade in tutta quell’enorme distesa che sta fra il braccio superiore, quello di Chilia, a nord e quello di San Giorgio a sud. Distese infinite di acqua, terra e fango senza strade. E siamo in Europa, un miracolo.

Nella muffita città di Tulcea si offrono al turista numerose possibilità per fare un giro nel Delta; ora molte di più di quando ci andai io. Vi sono dei trasporti pubblici per le poche cittadini e villaggi dell’interno del delta; battelli per i gruppi che fanno delle crocerine di qualche ora, motoscafi veloci per i turisti ricchi, barchette dei pescatori per i giri nei canali più piccoli. L’atmosfera è molto rilassata ed i prezzi sono modesti. Il turista si troverà a suo agio ed in assoluta sicurezza.

Molti romeni vanno a Sulima a passare le vacanze al mare: a pochi minuti a piedi dal villaggio vi sono delle grandi spiagge, meno belle ma certamente meno care di quelle più rinomate di Mamaia, vicino a Costanza.

Lungo certi canali del Delta sono nate attività per i turisti: baracche dove mangiare, chioschi dove noleggiare barche o kayak, postazioni per l’osservazione degli uccelli; nelle cittadine troveranno soluzioni di vario tipo per dormire, anche in case su palafitte. Ci sono anche dei musei sulla vita del Delta e dei punti di informazione.

Tutto ciò nello spirito un po’ dimesso e povero, ma molto accogliente, tipico della Romania e di quasi tutti i Balcani. L’economia del Delta, fino a poco tempo fa, esclusivamente basata sulla pesca fluviale o sui trasporti lungo il braccio principale del Danubio, si sta poco a poco trasformando e rinforzando con il turismo. E ciò non può che essere positivo, per evitare lo spopolamento di una zona già tradizionalmente ben poco abitata.

Foto di Ben Skála, Benfoto da Wikicommons

Nel mio primo viaggio, ricordo di aver visto accampamenti di pescatori su certe rive, fra fiume e laghi, in mezzo al fango: vivevano in tende, pescavano con barche a remi; le mogli affumicavano il pesce. Condizioni di vita poverissime e molto dure. Spero che siano migliorate, ma l’articolo citato dice che gli accampamenti esistono ancora. Isolati, lontani gli uni dagli altri. Il mio secondo, recentissimo, viaggio, l’ho fatto in pieno inverno ed il clima era troppo duro per poter fare degli accampamenti di pesca.

Naturalmente si mangia pesce di fiume accompagnato dalla solita mamaliguta cu smantana che sarebbe la polenta con la crema di latte sopra. Oppure le zuppe, che sono una delle specialità romene, ovviamente di pesce.

Ma cosa ci si va a fare in un delta? Perché in effetti, poi, a ben vedere, il paesaggio è assai monotono: tutto piattissimo, infinite rive boscose oltre alle quali poco si vede. Canaletti interni serpeggianti con le solite rive boscose ed acquitrini subito oltre la riva. L’acqua del fiume e dei canali è ovviamente melmosa, caffellatte. Borgate povere e recenti (il fiume ogni tanto spazza tutto) buttate là su rive fangose. Quando la vista si apre appaiono vastissimi spazi nudi di tutto fuorché dell’immancabile fila di alberi, laggiù in fondo.

Certo, nel Delta del Danubio vivono una infinità di specie di uccelli che vanno a nidificare in quelle tranquille distese e tanti pesci diversi e millanta piante diverse. E’ uno dei luoghi al mondo con la maggiore biodiversità. Ma son cose che possono attirare ornitologi o botanici. Il comune turista non saprà certamente distinguere un uccello da un altro, con la notevole eccezione del simbolo di questa regione: il pellicano. Flora e fauna non possono essere il motivo che attrae il turista comune nel Delta.

No, ciò che ci attira nei delta non sono i paesaggi o la flora o la fauna. Quel che ci affascina è la complessità dell’ambiente. Quella irresolutezza della natura che ha giocato con tutti gli elementi senza riuscire a separarli. E’ l’incertezza dell’essere; la situazione amletica del Creato. Ecco, la Genesi ci dice che il terzo giorno Dio separò l’acqua dall’asciutto che chiamò terra. Errore. Nei Delta non fu affatto così: l’acqua e la terra si opposero fermamente ai capricci divini: da un parte i maschi e dall’altra le femmine. Nel delta, acqua e terra vollero rimanere felicemente insieme, a giocare l’una con l’altro. Da questa unione sorsero infiniti esseri che non possono stare senza l’uno e senza l’altro. I più felici fra loro sono gli uccelli acquatici che stanno con le zampe nell’acqua, grufolano nel fango cercando vermetti e possono anche permettersi di sbattere le ali nell’aria.

E noi ci beiamo di questa felice comunità naturale.

Foto di AcaroDerivative work da Wikimedia Commons

 

 

Per la prossima volta

Avete passato o state per passare, ancora una volta, delle vacanze esecrabili? Vi spennano in cambio di servizi da centro di accoglienza immigrati? Non vedete nulla perchè sempre immersi in una folla sudata ed appiccicosa? E’ perchè non seguite il Viaggiatore Critico.

Ecco delle idee per la prossima volta che volete partire.

Case tradizionali in Bulgaria.

Costi bassi, Europa, auto propria. I Balcani. Sono la nuova frontiera del turismo europeo. Ci si sta benissimo, si mangia bene, si spende poco, la gente è molto gentile ed accogliente. I luoghi sono poco frequentati dal turismo sborrone ed il livello di sicurezza personale è molto alta (contrariamente a quello che pensano gli italiani). Gli inconvenienti sono la mancanza di lingue in comune e le non molte cose da vedere. E’ soprattutto un tursmo di sensazioni, di atmosfere. Quel che salta principalmente agli occhi è l’aria di passato, anche del nostro passato: scorre sotto gli occhi del visitatore una vita modesta, ma piena di speranze e di voglia di viverla, con semplicità. Una specie di Italia degli anni ’70, se non addirittura ’60, nei luoghi più poveri.

Il miglior modello di turismo consiste nell’andare con la propria auto (passando da Trieste o attraversando l’Adriatico, verso l’Albania o la Grecia) e girare senza meta, annusando l’aria e dando un’occhiata alla guida. Solo un’occhiata, senza impegno. Le spiagge dell’Albania meritano molto, soprattutto  a nord di Saranda. E in Albania si sta tranquillissimi, perchè tutti i loro delinquenti sono in Italia. In Macedonia piaceranno molti i laghi di Ochrid e di Prespa; la regione fra i due è montuosa e gradevole. Una puntatina nel nord della Grecia ci sta sempre bene. La Bulgaria offre molto ed è particolarmente accogliente. La vita notturna di Sofia merita qualche giorno; poi si può andare sul Mar Nero, anche se non è un granchè. Poco lontano c’e’ la grande Romania. Da non dimenticare un giro nelle campagne ungherese, frequentando le loro piccole terme, (qui una lista più o meno completa).  Insomma un viaggio che può essere lungo, vario, divertente, interessante. Soprattutto nuovo.

Dalla finestra di camera, a Pellestrina.

In Italia, stanziali. Pellestrina è il luogo giusto. Soggiornate in un paesino dimenticato da Dio, sulla laguna di Venezia. Da lì potete andare con i vaporetti a Venezia, a Chioggia, al mare del Lido. Ma vedrete che starete così bene, in paese, che non avrete voglia di allontanervene e ci passerete delle belle giornate fra la spiaggia (bruttina), il bar ed il ristorante a mangiar spaghetti alle arselle. Poi potete trasferirvi, in pochi chilometri,  nel Delta del Po, a vedere quel mondo strano, fatto più d’acqua che di terra.  Magari è meglio non andarci d’agosto, per il caldo, l’umidità e le zanzare, temibili. Prezzi contenuti nel Delta, abbastanza alti a Pellestrina; esosi i vaporetti veneziani.

Caraibi. State lontani dalla Cuba insignificante, da Santo Domingo trasformato in bordello a cielo aperto, da Saint Martin affollato, dalle isole anglofone iperturistiche,  dai resort lussuosi e carissimi, dalle stressatissime grandi isole francesi o dalle tremende crociere. Andate invece in un’isola-gioiello dove regna la calma e la serenità. Spiagge molto belle, ricettività familiare, interni agricoli e bucolici, bassissima affluenza. E’ l’isola di Marie Galante; è francese e quindi è come stare in Europa. Ma attenti al problema delle alghe, i famosi sargassi. A volte ne arrivano tonnellate, a riva; marciscono e puzzano rendendo impossibile la vita. Informatevi bene prima di partire. Oppure, la molto basica isola di Barbuda dove la vita del turista è difficile ma le spiaggie sono di commovente bellezza. Prezzi altini, in tutti i casi: più a Barbuda che a Marie Galante.

 

Immensità patagoniche

Patagonia, per sempre. Questo è un viaggione: difficile, lungo, caro, scomodo. Ma vedrete i luoghi più belli del mondo. Paesaggi incredibili, distanze immense, orizzonti infiniti. Deserti, ghiacciai, foreste nebbiose, torrenti impetuosi, mari gelidi. Viaggerete per giorni e giorni su brutte strade, mangerete gli agnelli cotti al riverbero dei falò, conoscerete le incredibili storie della fine del mondo. Chi non ci è stato non può immaginare; chi ci è stato torna con un’altra luce negli occhi. E’ un luogo che non si dimentica; si può finire per odiarlo, ma non ti lascerà più. Non è certo come una vacanza a Gatteo a mare. Ci vogliono dei bei soldi ed almeno tre settimane. Si può discendere la Carrettera Austral cilena o la mitica Ruta 40 argentina. Bisogna comunque arrivare ad Ushuaia. Le grandi attrazioni sono il ghiacciaio del Perito Moreno, la penisola di Valdez con le balene, il Parco delle Torri del Paine. Ma tutto il resto è ancora più interessante. Da programmare per bene, evitando i tour organizzati, cari ed insoddisfacenti. Evitare anche le crociere patagoniche; sono un pò delle truffette. Il meglio è andare in 5 o 6 ed affittare un pulmino robusto, dove, all’occorrenza, ci si possa arrangiare per dormire. E’ il viaggio della vita, obbligatoriamente durante il nostro inverno.

La Plaza de toros di melilla è facilmente visitabile.

Originale, dove non va nessuno. Melilla, enclave spagnola in Marocco. Vi è una bella spiaggia, la città è molto carina e vivibile, si mangia dell’eccellente pesce e, se si vuole, anche la cucina araba. Se ne può uscire per fare un giro in Marocco, magari a Fez, la cui Medina ritengo essere l’unico luogo interessante di quel paese. Zero turisti, si vive una città multiculturale, multietnica e piena di storie curiose. E’ stata anche sede del Tercio, la Legione Straniera della Spagna: fascistissimi, ma un pezzo di storia. Interessante osservare gli intensi traffici che si svolgono alla frontiera fra la città e il Marocco. Essenziale parlare lo spagnolo, per scambiare con la gente. Una vacanza balneo-antropologica. Ve ne potrete vantare con gli amici, che non sapranno nemmeno dove si trova questa città. Ci si arriva molto comodamente con Ryanair fino a Nador; da quest’aereoporto in 10 minuti di taxi si arriva a Melilla.

A praia da piscina; la spiaggia della piscina a Sao Tomè.

L’Africa possibile. E’ molto complicato andare in Africa; eppure qualche volta nella vita va fatto. E’ pur sempre il continente dove l’umanità è nata. Naturalmente non parlo di Malindi, colonia di italiani o della Namibia dei banali tours organizzati. Propongo una meta pochissimo conosciuta dagli italiani. Un luogo piccolo, raccolto, facile da girare, del tutto sicuro. Le belle isole di Sao Tomè e Principe, dove si trovano delle spiaggie, delle foreste densissime, dei bei panorami, una bella architettura coloniale, una storia intensa. E dove la vita pulsa, come quasi ovunque in Africa. Ci sono buoni alberghi, con delle belle piscine. Una decina di giorni in giro per Sao Tomè sarà una vacanza molto piacevole ed interessante. Ed anche innovativa. Il costo non è bassissimo, soprattutto a causa dell’aereo; obbligatorio passare da Lisbona. Sempre da Lisbona si deve passare per andare in Guinea Bissau. Un viaggio complesso, da professionisti, ma di infinito interesse.

Buon viaggio, questa volta.

Non come in Croazia

Terrificanti mostri a Dubrovnik. (Foto di László Szalai, via Wikimedia Commons)

La Croazia è un eccellente esempio di come non fare turismo. Si veda questo articolo sulla stupenda città di Dubrovnik, di estrema bellezza, e di come sia stata prostituita in favore dei turisti. Fino a perdere l’anima, oltre ai propri abitanti. La stessa cosa che avviene a Venezia, a Barcellona, in Trentino ed in mille altri luoghi.

Il turismo in Croazia cominciò intorno al 1966, quando la buonanima del Maresciallo Tito aprì la Jugoslavia all’entrata degli europei occidentali. I primi avventurosi trovarono il meraviglioso mare della Dalmazia ed un popolo povero che si faceva in quattro per offrire qualche stanza e qualche cibo agli inaspettati visitatori. Pionieri gli uni nel turismo e gli altri nell’accoglienza; si arrangiavano come potevano, spendendo poco i primi (soprattutto italiani e gli immancabili tedeschi) ed incassando molto i secondi; ciascuno con il proprio metro. E tutti soddisfattissimi, nonostante la precarietà di tutta la faccenda, a cominciare dalle strade, spesso in pessime condizioni, e dalla embrionarietà dei servizi. Nella stessa epoca cominciavano ad arrivare anche dei turisti dell’Est (cecoslovacchi, polacchi, tedeschi dell’est a cui non era permesso andare in Europa occidentale se non in pochi casi ed invece era consentito affacciarsi in Jugoslavia).

Il mare era meraviglioso, ma molto difficile: poche e piccole spiagge di ciottoli; la sabbia non esiste. Altrimenti scogli appuntiti e acque profonde, un problema per i bambini. Un’infinità di isole collegate da puzzolenti traghetti semi-artigianali. E poi barchette per andare nelle isole più piccole, per la giornata. C’era molto da sbattersi, ma i luoghi erano meravigliosi. Un turismo faticoso, ma pieno di soddisfazioni.

Anche in bassa stagione i gruppi di tedeschi non mancano mai. Qui a Lussino.

La Croazia marittima (meglio dire la Dalmazia) è fatta di calcare (con questa, stranissima, eccezione). I paesaggi sono forti: il bianco ed il grigio della roccia, che si alza spesso in imponenti montagne; il verde intenso delle pinete, fin sul mare; il rosso della poca ed arida terra; l’incredibile azzurro del mare, l’incessante canto delle cicala. La pietra dei mille borghi di stile e storia veneziani. Alcuni dei borghi sono di una bellezza stupefacente.

Erano vacanza da sogno: i conoscenti che andavano nella dirimpettaia riviera romagnala facevano pena, in confronto. Erano perenne bersaglio di ironie piene di disprezzo per le loro insulse vacanzine negli alberghetti con pensione completa.

Con gli anni, i turisti aumentarono ed i servizi migliorarono. Più strade, più alberghi, cibo migliore. Ma le difficolta del territorio restavano: la Dalmazia è ovunque scoscesa, non ci sono pianure, non ci sono spazi per mettere le case, le auto, le strade, le persone. Diventa tutto, rapidamente, un formicaio soffocante. Le poche spiagge sassose sono più affollate di un ufficio postale.

Cadde il muro di Berlino e frotte di ungheresi, polacchi, cecoslovacchi si riversarono senza ormai più freni politici su quello che era il loro mare più vicino ed anche più accessibile, dal punto di vista economico. Fu una carneficina che non è ancora finita. La Dalmazia è ormai diventata del tutto infrequentabile, durante il pieno della stagione. Al di fuori di questa si possono ancora trovare degli angoli interessanti, ma ci vuole naso, per evitare l’assoluta cementificazione che ha inondato la maggior parte dei luoghi, soprattutto sulla terraferma. Nelle isole, meno immediatamente raggiungibili, a volte, va un pò meglio.

Il modello predominante è ancora la casa di famiglia con alcune stanze che si danno in affitto o il piccolo alberghetto familiare. I ristoranti si sono un pò migliorati, ma i menu rimangono corti e ripetititvi.

Meravigliosa e rovinata Dubrovnik. Foto di Luna04 via WikiCommons)

Il turismo rappresenta il 20% del PIL della Croazia. Anni fa fecero, a tempo di record, un’autostrada che portasse fino a Dubrovnik i flussi turistici. Ci tengno molto al turismo; è una vacca che spremono senza ritegno. Da non dimenticare, inoltre, che i croati sono, in generale, simpatici come un calcio nelle palle, a digiuno. E terribilmente di destra. I tragicamente famosi Ustascia, alleati dei nazisti, erano croati.

Che la situazione sia ormai debordata ce lo racconta quest’altro articolo sul fenomeno dei turisti di un sol giorno, che vengono dalla Bosnia o da Zagabria e che i simpatici esercenti turistici della costa non vogliono ricevere perche occupano il loro metro quadrato di similspiaggia senza lasciare un centesimo. L’avidità senza freni, come a Firenze, del resto.

E per tornare a Dubrovnik, il mio cuore sanguina. Ho amato quella città e vederla ridotta a parco tematico della presenza veneziana nell’Adriatico, mi fa star male. Alla piaga dell’alluvione turistica normale si è aggiunta quella delle crociere. Quel porto è diventato il secondo dell’Adriatico, dopo Venezia, per numero di navi approdate. Ed ancora una volta si deve assistere alla discesa di questa massa di gente persa e ciabattosa che consumano inutilmente le vecchie pietre delle vie della città vecchia.

Quando finirà questo assurdo turismo che continua a tagliare, uno dopo l’altro, i rami su cui è seduto?

La spiaggia di Cofete

Tutte le foto sono della guida Alessandro Vergari, che con il suo gruppo Walden – Viaggi a Piedi, vi organizza un trekking tutti gli anni.

È uno dei luoghi più drammatici, inospitali, intimamente deserti che abbia visto. Rifiuta la vita, la scaccia, fa parte di un mondo dove l’umanità non è ben accetta. Strane e luttuose storie vi si intrecciano.

È la spiaggia di Cofete, sull’isola di Fuerteventura,  alle Canarie. Ne ho già parlato, la foto della copertina di questo blog è fatta lì, ma ci ritorno sopra perché è uno di quei i luoghi dove un turismo degno e pieno è ancora possibile. L’isola di Fuerteventura è un inferno di turismo massificato, sul lato che guarda l’Africa. Cofete, invece, guarda  l’Atlantico ed è sovrastata da una lunga montagna scoscesa e curva, lungo il mare che la separa dalla civiltà e la protegge da questa.
Villa Winter

La zona è molto arida, pochi cespugli cercano di sopravvivere ai freddi, continui ed impetuosi  venti atlantici. Su quelle pendici, fra quei dirupi brucano delle capre selvatiche ed assetate. Una volta l’anno dei pastori – acrobati scendano dalla cresta della montagna e le spingono fino a valle. I pastori, nella discesa, si aiutano con delle lunghe pertiche che appoggiano alla parete di roccia e che discendono con agilità. E’ una specie di prova di destrezza. Le capre vengono sospinte verso i recinti improvvisati sulla spiaggia, dove vengono marchiate e vaccinate; alcune verranno messe sui camion in direzione del macello, altre saranno liberate fino all’anno successivo. Questa giornata è una festa per tutta l’isola e molti vanno a Cofete ad osservare le prodezze dei pastori.

La spiaggia è lunga una decina di chilometri e forma un amplissimo anfiteatro a cui la montagna fa da gradinate. Assolutamente deserta, riarsa dal vento è bagnata da un oceano perennemente aggressivo. Acqua fredda, balneazione impensabile. Ospitava, tempo fa, il corpaccio semimummuficato ed insabbiato di una balena. Non è luogo da villeggiatura marina, è costante una bruma salmastra che ovatta i contorni del paesaggio.
Sulla costa della montagna, a mezza altezza, si staglia una casa importante, inopportuna, incongrua. Fu costruita da Winter un tedesco nazista, prima della guerra, si dice per dare appoggio ai sommergibili, durante le loro missioni in Atlantico, a caccia dei convogli alleati. Ora è in cattivo stato, ma pare ci viva il nipote del tedesco che la fa visitare, a pagamento, ai turisti.
Un facile sentiero parte dai pressi di Morro Jable, sul lato turistico dell’isola, e scavalca la linea della montagna. Dallo scollino ci si affaccia sulla baia e sulla spiaggia di Cofete. La vista è impressionante. Più facilmente, una strada sterrata ed in cattivo stato, fa un lungo giro intorno alle montagne ed arriva sulla spiaggia. Dove la strada finisce sopravvive a stento un piccolo bar – ristorante, strozzato dalla perenne mancanza d’acqua.
Poco più in basso, un cimitero percorso dalla sabbia portata dal vento conserva poche ed erose tombe. Sono di quegli sfortunati che provarono, a più riprese, decenni fa, a vivere in questo desolato luogo. Un folle e sfortunato tentativo di insediamento che costò a loro la vita e a tutti gli altri l’abbandono di quel luogo.
Il fortissimo fascino della spiaggia di Cofete sta proprio in questo. E’ a pochi chilometri dalla Gomorra turistica della costa orientale, ma sembra su un altro pianeta, dove il silenzio, il vento, l’aridita provocano quella disperazione che allontana la massa. Chi ce la fa ad andarci, ha in premio un paesaggio che resterà impresso nella memoria.
Una lunghissima e per certi versi disperante camminata condurrà, lungo tutta la spiaggia, fino al suo termine, verso le dune di Jandia. Lì si traversa l’isola nel suo punto più stretto e ci si ritrova sulla litoranea del lato africano, nei pressi di Costa Calma. E mai diversità fu più netta.