Galapagos

Giovane leone marino. Foto di Pedro Szekely via Wikicommons.

E’ uno di quei nomi che per decenni ha rappresentato la lontananza assoluta, il confine estremo del turismo dei sogni. Poi si è banalizzato ed ora se ne sente parlare molto raramente.

Si tratta delle Galapagos, le isole del Pacifico, a mille chilometri dalle coste dell’Ecuador, a cui appartengono. Note soprattutto per l’isolamento in cui si trovano e che ha dato luogo a specie terrestri che non esistono in nessun altro luogo al mondo. Tale fatto fu prima notato dal giovane Darwin, mise poi radici nella sua mente ed infine dette origine alla teoria della selezione naturale che avete imparato a scuola.

Dovrebbero essere anche note per la presenza di una infame Colonia Penale Agricola dove il sistema giudiziario ecuatoriano mandò circa 300 persone fra il 1946 ed il 1959. Si trattava di supposti rei di delitti minori, ma in quell’isola ci morivano per tubercolosi, maltrattamenti, esecuzioni di secondini sadici, fame. I prigionieri erano obbligati a costruire un perfettamente inutile muro che i turisti oggi visitano. Non dimentichiamoci che il Sud America è la patria della violenza e della repressione; allora, esattamente come oggi, nello stesso paese. Nel ’59 ci fu una sollevazione con sequestro di uno yacht in seguito alla quale il regime ecuatoriano chiuse la colonia e trasformò l’intero arcipelago in un parco naturale.

A quei tempi era un luogo quasi irraggiungibile. Vi abitavano poche centinaia di persone, assolutamente perdute. Una nave faceva irregolare servizio. Nell’arcipelago si fermavano i velieri di eccentrici navigatori provenienti dall’America e diretti in Asia nel loro giro del mondo. Nei secoli era rifugio per i balenieri o i pirati. Tutte le guide parlano di una cassetta della posta dove i naviganti lasciavano le lettere che le navi che andavano verso Guayaquil, El Callao o Panama avrebbero preso e spedito dalla terra ferma. Quelle isole erano un mondo lontano, perduto, irraggiungibile. Più appartenente al mondo dei sogni che della realtà.

Bruttissime le iguane, ma inoffensive e disinteressate. Foto di Pedro Szekely via Wiki Commons.

Il Viaggiatore Critico abitava in Ecuador e ci andò, ovviamente. Spendendo anche poco di aereo in quanto residente in quel paese, mentre gli ancora non troppo numerosi turisti pagavano una fortuna.

La faccenda era molto complicata, tanto che una nuova forma di accoglienza turistica si stava organizzando e negli anni successivi si impose. Andiamo per passi.

Cosa si va a fare alle Galapagos? Credo che sia soprattutto per dirlo agli amici e vantarsene da buoni sborroni. Il clima è abbastanza arido, siamo nel mezzo del procelloso Oceano Pacifico e non c’e’ l’atmosfera adatta a fare delle vacanze balneari, pur essendoci alcune spiagge meravigliose. Lo sviluppo turistico delle isole si è esclusivamente rivolto all’osservazione della fauna. Che, bisogna riconoscere, è incredibile. Gli animali non sono mai stati disturbati e considerano l’uomo non come un nemico, ma come un pezzo di natura. E’ possibile avvicinarsi a pochi centimetri da uccelli, foche, trichechi, iguane. Ti camminano letteralmente fra i piedi e devi stare attento a non pestarli. In una occasione mi ero seduto su uno scoglio sul mare e ne venni malamente scacciato da un enorme tricheco (o leono marino, che dir si voglia) il quale, poverino, si era fatto male ed aveva una frattura esposta e sanguinolenta ad una zampa-pinna. In un’altra occasione feci una foto ad una foca che si era addormentata al sole; ero così vicino che, nonostante il rumore delle onde, si sveglio per il clic dell’otturatore. Se ti avvicini a quello spazio che una coppia di picudos dalle zampe azzurre considera la propria casa, questi uccelli cominciano a starnazzare vigorosamente, ma non pensano minimamente ad allontanarsi. Te ne andrai tu, nonostante che pesi molte decine di volte più di loro. Le iguane, di molti tipi diversi, ti guardano annoiate e distolgono presto lo sguardo. Insomma, è un quadro da “mondo ai tempi di Adamo ed Eva”. Un esempio di come potremmo essere felici se non fossimo delle merde. E’ commovente, lo riconosco.

Ma è sufficiente per fare un viaggio di 11.000 km? Se si hanno dei figli e si vuol fare della didattica sul terreno, forse. In caso contrario la spesa economica, energetica e di tempo che si è affrontata non credo venga ripagata da un pur simpaticissimo pennuto che ti starnazza dietro.

Il simpaticissimo picudo dalle zampe azzurre. Foto di Benjamint444 via Wiki Commons.

Il grande problema è come girare le isole. Queste sono numerose, alcune assai distanti ed ognuna ha il suo patrimonio di fauna e flora. Inoltre tutto l’arcipelago è una Riserva Naturale e sono pochissime le zone di libero accesso; sostanzialmente quelle intorno ai pochi centri poco abitati. In alcune zone si accede solo con le guide; nella maggioranza del territorio non ci si va proprio.

Si arriva ad uno dei due aeroporti che collegano il continente. A questo punto ci sono sostanzialmente tre possibilità.

La prima è quella che scelsi molti anni fa. Girare in paese e cercare delle barche che ti portano su una qualche altra isola, nei luoghi dove lo sbarco è permesso e puoi vedere da vicino gli animali. La cosa fu abbastanza frustrante, perché i turisti erano pochi, le piccole agenzie locali si rivelarono del tutto cialtronesche e le barche erano imprevedibili. Finimmo per girare molto meno di quello che avremmo voluto. In cambio passammo delle bellissime ore su una spiaggia deserta, in compagnia delle foche, ad un’ora di cammino dal paese. Alloggiammo in un molto economico alberghetto la cui specialità a colazione era la trippa in umido; tanto per dire il livello. Ma era molti anni fa e le cose si stavano già rapidamente evolvendo.

La seconda possibilità è la crociera. Arrivi all’aeroporto, ti portano su una navicella che farà il giro di alcune isole, viaggiando la notte e sbarcando di giorno per osservare gli animali o per fare il bagno. Animazione a bordo. La tristezza assoluta.

La terza possibilità è una miscela delle due precedenti. Si dorme a terra, negli alberghi, e ci si sposta da un’isola all’altra con delle barche veloci. Sull’isola si andranno a visitare le zone permesse con altre barche. Tutto ciò può esser fatto localmente ed improvvisando, come feci io; oppure, vista l’ansia permanente del turista normale, può essere fissato minuto per minuto dall’Italia, via internet con le agenzie locali. Sperando che mantengano gli accordi. Sperando, ripeto.

I costi? Sono spaventosi. 300 – 500 dollari per l’aereo dall’Ecuador continentale. 100 dollari per l’ingresso al parco naturale. Circa 400 dollari al giorno per la modalità con dormita a terra; 2 – 3000 dollari per i 5 – 7 giorni di crociera. Se ci si mette il viaggio dall’Italia e qualche giorno in Ecuador, una coppia non va troppo lontana dai 10.000 dollari. Fate un po’ voi, sempre per vedere l’uccello che vi starnazza contro.

Un pò affollato come Paradiso Terrestre? (foto di afp tratta da La Repubblica)

Gli altri aspetti da considerare. L’arcipelago – Parco naturale è super protetto. Non si può andare a zonzo come si vuole, giustamente. Quindi tutti i turisti finiscono per riunirsi nelle zone autorizzate e si finisce per essere nella solita calca turistica che tanto aborriamo. Sono numerosi i delusi: quelli che pensavano di andare nel Paradiso terrestre a limonare con Eva e si ritrovano in una sorta di zoo senza sbarre tipo Fasano. Il turismo è una lebbra che ricopre tutto ciò che tocca.

I turisti sono a numero più o meno chiuso. Siamo arrivati a 250.000 l’anno, ma il Governo spinge per aumentarli considerevolmente, per i soliti motivi economici. L’UNESCO e la comunità internazionale che gira intorno al Parco puntano i piedi. Come andrà a finire, secondo voi?

Considerato tutto ciò, il Viaggiatore Critico vi consiglia di non andare alle Galapagos.

 

 

 

Ecuador, subito.

Foto un pò da cartolina. Si tratta del Signor Chimborazo, 6300 metri. Foto di David Torres, via Wiki Commoins.

C’e’ un paese di cui nessuno parla mai e che nessuno visita, o quasi. E’ in mezzo a due paesi molto conosciuti e relativamente frequentati. Ma quello di cui parliamo, il cittadino italiano medio non sa nemmeno dov’e’. Eppure è probabilmente il paese che al mondo meriterebbe maggiormente di essere visitato.

Si tratta dell’Ecuador. E, giusto per l’italiano medio, sta proprio in mezzo fra Colombia e Perù.

Non ha le spiagge caraibiche come la Colombia o le rovine di Machu Picchu come in Perù; ma è un paese con un incredibile concentrato di paesaggi naturali e città storiche. E’ proprio questa la caratteristica principale dell’Ecuador, rispetto ai vicini paesi sudamericani: le piccole dimensioni e l’estrema varietà ambientale. In poche ore, nella stessa giornata, si può passare dalla foresta amazzonica, alla neve dei vulcani andini, alle spiagge del Pacifico. E’ una specie di riassunto tascabile del Sudamerica; il Bignami del mondo andino. In più, il centro storico di Quito (che sarebbe la capitale, sempre per l’italiano medio) è certamente il più bello fra quelli di tutte le capitali sudamericane. Sarebbe quindi una meta turistica eccezionale: in poche centinaia di chilometri si vedrebbero cose che altrove non si trovano in molte migliaia.  Invece quasi nessuno ci va; tutti attratti come falene dal vicino Perù, ben meno interessante, ben più ovvio e mille volte rimasticato. Questo dimostra ancora una volta come i turisti siano, molto spesso, un gregge di pecoroni inconsapevoli che vanno a farsi tosare dove i padroni del turismo decidono.

Ed infine, come sicurezza, pur trovandosi nell’infernale continente sudamericano, dove la vita vale meno di una cicca, l’Ecuador sta messo meglio di quasi tutti gli altri paesi. Anche se bisogna comunque stare molto attenti.

La magia della notte del centro storico di Quito. Foto di Avemundi via Wiki Commons.

Il giro classico dell’Ecuador prevede le due città storiche della parte andina: Quito e Cuenca. Soprattutto la prima che ha chiese, palazzi e tessuto urbano in bellissimo barocco coloniale, molto ben conservato e valorizzato. Io amavo percorrere il centro vecchio di notte, da solo, con le stradine debolmente illuminate, scendendo da San Francisco verso Santo Domingo o arrivando alla fine della via chiamata Mama Cuchara. A quell’altezza (2.800 metri slm) la notte fa freddino; l’aria è pungente e le stelle sono prepotenti. Quasi nessuno in giro, qualche vecchio indigeno (mai usare la parola indio, è dispregiativa) o degli ubriachi da scansare perché molesti. Atmosfere molto suggestive.

Immancabile la visita ai due maggiori vulcani: Cotopaxi e Chimborazo imponenti e d’altezza per noi proibitiva. Si arriva in macchina fin oltre i 4.000 metri; la mancanza d’ossigena fa arrancare il motore. Ma sono paesaggi commoventi; ci ho pianto più volte. Vastissime steppe di altitudine dolcemente modellate o rotte in profondi valloni. Il regno del silenzio, della nebbia, ma anche del vivissimo sole di altitudine, sotto un cielo grande; aria finissima, visibilità di chilometri e chilometri. Pecore ed indigeni. Si è leggeri a quell’altezza e vien fatto di camminare rapidamente; vai subito in debito di ossigeno e resti a boccheggiare per minuti, credendo di morire. Progetti di sviluppo italiani ci portarono, decenni fa, dei pini nostrali; nella terra delle radici c’erano le spore dei pineroli che gli ecuatoriani (non ecuadoregni come dicono i giornalisti ignoranti) non conoscevano e non mangiano: se ne trovano distese infinite.

Dalla zona andina si scende, verso ovest nella foresta amazzonica. Brusco salto che in due  tre ore ti porta sui fiumi che sboccheranno nel Rio delle Amazzoni e nell’Atlantico. Quando la strada arriva sul passo andino, sempre molto dolce e mai roccioso come sulle Alpi, si è soliti fermarsi e pisciare proprio sulla linea del crinale facendo ondeggiare il getto. Parte della vostra pipì andrà nel Pacifico, parte nell’Atlantico. Sono le soddisfazioni della vita.

Il fiume Pastaza va dalle Ande verso il Rio delle Amazzoni. Libero, nella foresta, senza ponti, argini, costruzioni. Un mondo ancora sano. Foto di Ondřej Žváček via Wiki Commons.

In Amazzonia (o Oriente, come dicono gli ecuatoriani) si cercano dei giri organizzati per passeggiare nella foresta o navigare con le piroghe nei fiumi. Sono tours un po’ banali, ma organizzarsi da soli diventa complicato e ci vuole molto tempo. La foresta amazzonica non è un bosco dove si possa andare a fare due passi; non c’e’ quasi niente di veramente pericoloso, ma è probabile che senza conoscere i luoghi si rischia di non vedere niente di interessante e di finire quasi subito nel fango.

Il tempo trascorre lentamente in Ecuador ed in Amazzonia ancora di più; anche se è vicina a Quito non si fa niente in uno o due giorni. Meglio prevederne quattro. Del resto è uno dei contesti eccezionali del pianeta e merita il maggior tempo possibile che potete dedicargli. E’ qui che ho fatto il viaggio più bello della mia vita.

Dall’Amazzonia si risale sulle Ande e si riprecipita dalla parte opposta, verso est e la vasta pianura costiera. Come per la parte orientale anche in questo caso sarà meraviglioso vedere come la natura passa dalla steppa d’altitudine del passo andino alla foresta pluviale pedemontana passando attraverso tutto il ventaglio dei passaggi intermedi. In due ora si assiste ad una perfetta lezione di geografia e botanica. Andando verso il mare si passerà infine alla savana arida e cespugliosa della parte centrale del paese.

Un piatto tipico andino è il cuy al forno. Si tratta del porcellino d’India, quello grosso. Fa un pò pena, ma è molto buono ed almeno non va a finire negli esperimenti clinici tipo vivisezione. Foto di Jtesla16 via Wiki Commons.

Se non siete amanti delle piantagioni di banano, di palma da olio e dei campi di riso e di soia, la pianura costiera ecuadoriana non vi darà molta soddisfazione. Ma vi permetterà di arrivare al mare con città di divertimento (e prostituzione e coca a vilissimo prezzo), belle spiagge e parchi naturali. Normalmente si comincia da Atacames a nord e si prosegue, spiaggia spiaggia fino alla Penisola di Santa Elena a sud. Si comproverà quanto siano fredde le acque del Pacifico, il cui nome è del tutto errato. Ma si saranno mangiati i vari cebiches, il piatto regionale, fatto di pesce o molluschi o crostacei cotti solo nel limone ed accompagnati di un trito di cipolle ed erbette.  La mattina, a colazione, sul tardino, con la birra, è una esperienza che ricorderete. E ricorderete anche la successiva diarrea dovuta al fatto che vi hanno rifilato prodotti mezzo marci, perché tanto siete stranieri e non ritornerete a protestare. Perché la parola “etica” in quel paese ha pochissimo corso, insieme a “rispetto” e “sincerità”.

La città principale del paese, Guayaquil, non presenta aspetti interessanti per il viaggiatore che non ami le grandi metropoli confuse e pericolosissime del Sud America.

Ci sarebbe, infine, l’unica meta turistica ecuatoriana conosciuta a livello mondiale: le incredibili Galapagos. ma questo è un altro viaggio.

Cominciate a fissare il volo per Quito. Ringrazierete il Viaggiatore Critico che ve lo ha consigliato.

L’isola dove non si può andare: Sentinel Nord.

Ecco l’isoletta di North Sentinel. Foto della NASA, Jesse Allen, via Wiki Commons.

A me questi tipi stanno simpaticissimi. Ben determinati, anche se un po’ brutali; e soprattutto decisissimi a conservare la propria pace e l’indipendenza.

Si parla dei Sentinelesi, gli abitanti dell’isola di North Sentinel, nell’arcipelago delle Andamane, Oceano Indiano, formalmente appartenente all’India, ma, di fatto, lo Stato più indipendente del mondo. E’ un’isolina di appena 59 km quadrati, equivalente a poco più di Ischia. Minuscola, quindi. E nemmeno troppo remota e lontana dalle rotte abituali. Si trova, infatti, a solo una quarantina di km dalla capitale delle Andamane, Port Blair; poche mezz’ore di navigazione di un qualsiasi natante, quindi.

L’ultimo straniero che ha voluto sbarcare a North Sentinel era un invasato missionario evangelico, convinto di dover diffondere la parola del suo Dio. I Sentinelesi lo hanno ucciso a colpi di freccia direttamente sulla spiaggia su cui era arrivato, in solitaria, dopo essersi procurato una barchetta. Non è stato possibile recuperare il corpo. E ciò è successo nel novembre del 2018.

Qualche anno prima la stessa sorte era toccata a due pescatori di una isola vicina la cui imbarcazione era andata alla deriva sulla costa dell’isola, mentre loro dormivano. Non si sono più svegliati. Del resto, quando un elicottero dell’esercito indiano prova a sorvolare l’isola viene bersagliato dalle frecce. Strenua e costante difesa da parte dei Sentinelesi.

E’ dal 1850 che la vicenda di Sentinel North è conosciuta; da quando gli inglesi arrivarono in queste isole. Gli altri popoli nativi delle isole Andamane come i Jarawa o gli Onge sono stati decimati dalle malattie, dalla deforestazione, dai fucili di Sua Maestà. Eppure anche loro avevano cercato di resistere, per quanto hanno potuto; e di evitare contatti con gli stranieri. Ma hanno perso e sono ormai ridotti a poche centinaia, protetti dalle leggi indiane ma braccati dal turismo senza scrupoli.

Invece i Sentinelesi, almeno fino a qui, ce l’hanno fatta. Non ha avuto successo nessuno dei molti tentativi fatti fin dalla fine del 1800 per stabilire dei contatti con loro. A volte hanno permesso che delle barche si avvicinassero alla spiaggia ed hanno accettato delle noci di cocco in dono; ma non c’e’ mai stato un vero scambio, un inizio di discorso. A nessuno è mai riuscito sedersi con loro sotto una palma, a cercare di fare amicizia.

Pare che abbiano una lingua diversa da quella degli altri gruppi vicini, già ricordati; in alcuni tentativi di approccio erano stati portati delle persone di questi gruppi, ma non hanno riconosciuto nessuna delle parole che gridavano, dalla spiaggia, i Sentinelesi. Anche quando hanno accettano le noci di cocco (che non nascono sull’isola) hanno fatto capire di non desiderare affatto ulteriori contatti tirando rapidamente fuori archi e lancie. Oppure sparendo nella foresta. Una volta si misero tutti quanti a mimare una scopata di gruppo, come a dire che avevano altro da fare che ricevere visite (il mondo ti viene a far visita e tu fingi di far  sesso; non è delizioso come atteggiamento?).  Questo episodio e certi atteggiamenti delle donne, mostrati dai filmati, potrebbe far pensare al fatto che ci si trovi in presenza di una qualche forma di matriarcato.

In questo fotogramma del filmato si vede chiaramente come una donna interviene per allontanare l’uomo dal contatto con la barca che offriva noci di cocco. L’uomo è incuriosito, la donna molto preoccupata e lo porta in “salvo” con determinazione. L’uomo la lascia fare senza reagire. E’ una scena da matriarcato.

In altre occasioni sono stati lasciati sulla spiaggia dei regali. L’imbarcazione che li aveva portati si è poi allontanata ed è rimasta in osservazione a breve distanza. I Sentinelesi sono usciti dalla foresta: i maiali vivi che erano stati lasciati  sono stati subito uccisi e sotterrati senza esser consumati. Anche i giocattoli sono finiti sottoterra. Hanno invece portato via delle pentole.

Gli inglesi provarono anche a sbarcare e ad inoltrarsi nell’isola. Ma trovarono solo villaggi abbandonati in fretta: gli abitanti si erano nascosti nella fittissima foresta. In una occasione, sempre gli inglesi, riuscirono ad acchiappare e portar via due vecchi e qualche bambino, che non erano riusciti a scappare in tempo. I due vecchi morirono rapidamente ed i bambini furono riportati sulla spiaggia dell’isola e liberati. Questo fatto non deve certo aver migliorato l’opinione dei Sentinelesi riguardo chi sbarca sulla loro isola. In altre occasioni il tentativo di avvicinarsi alla spiaggia si è interrotto immediatamente a suon di frecce, di giavellotti e di inequivocabili gestualità aggressive (dal minuto 11).

Non si sa quante persone abitino sull’isola; le stime parlano di un numero fra 50 e 500, ma sono numeri inventati. Le riprese dagli elicotteri non mostrano campi o zone disboscate. Devono quindi vivere solo di caccia o pesca e di raccolta; come ai tempi del Paleolitico.  Dall’alto si sono visti tre villaggetti diversi con delle grandi capanne comuni. Costruiscono anche dei semplici ripari vicino alla spiaggia. Di loro abbiamo pochi filmati girati nelle rare occasioni in cui hanno accettato che una barca si avvicinasse alla spiaggia. Vi appaiono forti, in eccellente salute, nudi ma con degli ornamenti. Sembrano stare benissimo. Hanno fattezze fisiche simili a quelle degli africani, come gli altri popoli nativi delle Andamane.

Si dice che questi popoli siano arrivati in queste isole dall’Africa decine di migliaia di anni fa (ciò mi sembra tutto da verificare).  Non si sa da quando North Sentinel sia abitata; non si sa da quando i Sentinelesi si sono distaccati dagli Jarawa – Onge (ma il fatto che non si capiscano lascerebbe supporre che siano passate molte generazioni); non si sa se vi siano stati (e quando? e quanti?) scambi di sangue con altre popolazioni. Non si sa quale sia il livello di consanguineità.

In un paio di occasioni delle piccole navi si sono incagliate nella barriera corallina che circonda l’isola. In una di queste l’equipaggio della nave si rese conto che i Sentinelesi si stavano preparando ad abbordare la nave, ma furono salvati prima che ciò accadesse. La nave rimase lì a lungo, prima di essere rimorchoata via. Durante questo periodo i Sentinelesi devono esser saliti a bordo, hanno recuperato dei pezzi di metallo ed hanno fabbricato delle punte di freccia; come constatarono facilmente, a loro spese, i visitatori successivi.

E’ quindi evidente che i Sentinelesi sono del tutto consapevoli, da oltre due secoli, che esistono altri uomini, dotati di mezzi sorprendenti, che, a volte, portano doni, altre volte sembrano aggressivi. Sanno quindi che un altro mondo esiste; solo che non gliene frega assolutamente niente.

Alla fine l’India, su pressioni di Survival, ha deciso di proibire ogni avvicinamento all’isola e fa dei pattugliamenti per dissuadere chi volesse provarci. Delle navi della Marina indiana scrutano la spiaggia, di tanto in tanto, per vedere se la popolazione continua ad essere in vita ed in buona salute. Da un punto di vista strettamente formale, nessun rappresentante ufficiale dell’India ha mai messo piede sull’isola per rivendicarne l’appartenenza. North Sentinel è quindi uno stato indipendente che non ha nessun tipo di relazione diplomatica, commerciale o politica con nessun altro Stato. Un pugno di selvaggi sono riusciti a sconfiggere il colonialismo, l’Ordine Mondiale, il capitalismo ed anche il turismo. Con le frecce e le lance.

Ma la genialità dei Sentinelesi risiede soprattutto in un altro aspetto. Sono riusciti nello straordinario miracolo ecologico di continuare a vivere solo di caccia, pesca e raccolta in uno spazio ridottissimo. Ciò vuol dire che cacciano senza sterminare la fauna; raccolgono senza impoverire la flora; vivono nella foresta senza abbatterla; si riproducono senza cadere nel sovraffollamento o nei danni della consanguineità (almeno in apparenza). Tutto ciò è assolutamente miracoloso e dovrebbe esser fonte, per noi, di infinito rispetto.

Molluschi comprati e mangiati al mercato di Pontevedra

Il bel mercato del pesce della Coruna.

Il Viaggiatore critico è molto felice di far sapere ai suoi pochi lettori della eccellente abitudine che ha trovato al mercato di Pontevedra, in Galizia, all’estremità nord-occidentale della Spagna. Coste aspre protese verso il freddo e burrascoso Atlantico. Terre di gente forte, poco comunicativa, molto di destra, non particolarmente conosciuta per la profondità del loro pensiero. Ma questa volta l’hanno indovinata in pieno.

Grandi pescatori, i Galiziani ed in pieno Oceano; infinite storie di lotta con il mare, spesso finita in tragedie. Un tratto del litorale galiziano è conosciuto con il nome di “Costa della morte”. Ma mare pescosissimo e ricco di eccellenti pesci, molluschi, gasteropodi, crostacei. In grande quantità e varietà e di eccellente qualità. Il piatto re della gastronomia locale è il famoso “polpo alla gallega”.

Non stupisce, quindi, che nelle città si trovino dei mercati del pesce affascinanti, ricchi, invitanti, animati. Molti venditori ed acquirenti esperti. Mercati veri, non inquinati dalla presenza di merce e cibo da turistame. In particolare quello di Pontevedra, caratteristica cittadina di gradevole visita.

Il mercato è in un forte edificio della tipica pietra bionda che i galiziani squadrano in blocchi megalitici ed usano senza risparmio. Bei banchi: nuovi, funzionali, puliti. Molta merce, ben esposta, senza sovrabbondare in ghiaccio, come da noi. Venditori abbastanza specializzati nel senso che ognuno ha il suo tipo di pesce e che ogni banco è diverso dagli altri: non è che tutti offrono tutto, a vantaggio della qualità, direi.

Ma il bello viene ora: il turista accorto seguirà questa bell’abitudine dei locali. Comprerà i molluschi, i granchi, i pesci che vorrà, scegliendoli con accuratezza fra i diversi banchi. Per quanto molto più riservati degli altri spagnoli, i venditori non si lasceranno sfuggire l’occasione di far quattro chiacchere con il forestiero e si prodigheranno in consigli culinari. Ed ho anche avuto l’impressione che non cercheranno per forza di appiopparvi la fregatura. Una volta fatta la vostra bella spesina, come se foste al mercato rionale di casa vostra, salirete le scale del mercato ed al secondo piano troverete due dei tipici bar spagnoli. Consegnerete la vostra bustina al barista che, nel giro di qualche minuto che voi occuperete a bere birra ed a mangiare las tapas offerte, cucinerà i vostri acquisti al vapore, bolliti o alla piastra. Arriveranno in tavola e voi li divorerete contenti come Pasque. Se avete problemi su come affrontare certi molluschi sconosciuti o i grossi granchi, il barista vi aiuterà volentieri.

Il mercato del pesce di Pontevedra.

Si tratta naturalmente di cotture molto semplici e ciò per due motivi: per prima cosa perché è un cocedero e non un ristorante: un luogo di cottura, non di preparazione. Per seconda cosa perché gli spagnoli amano mangiare i molluschi ed i crostacei bolliti e freddi: è loro costume. A volte, nei bar, gli apprezzatissimi gamberetti sono serviti  in ciotole d’acqua con i ghiaccioli dentro.

A noi fa un po’ effetto, ma bisogna riconoscere che con la semplice bollitura il sapore naturale dell’animale viene apprezzato nella sua essenza, privo di aggiunte. Mangiare diversi tipi di molluschi e crostacei diventa quindi una vera e propria degustazione di cose spesso introvabili da noi. Ho mangiato dei percebres fino a quel momento del tutto sconosciuti per me; delle deliziose cozze al vapore, carnose e saporite, dei cannolicchi che mi fanno impazzire, sia lessati che alla piastra, dei gamberetti. Ed avrei voluto continuare se non fosse per il colesterolo che non mi abbandona. Il tutto innaffiato dalla birra alla spina spagnola che scende come nettare nel gargarozzo. Nei tavoli accanto mangiavano enormi granchi tipo granseole o centollas. Molto richiesti i gamberetti locali, di colore bruno, da vivi e crudi; poi rossi come gli altri, da cotti. Non ho provato o visto provare pesci alla piastra, ma credo che sia possibile farli fare.

Il costo della cottura è poco più che simbolico, al barista interessano le consumazioni alcoliche. Il costo dei molluschi è invece tutt’altro che modesto. I percebres vanno spesso oltre i 50 € per un kg, nel quale non c’e’ poi molto da mangiare. Carissimi anche i gamberetti locali o le vongole che non vanno al di sotto dei 20 €, per le varietà migliori. A prezzi bassi, invece, le cozze.

Un vero piacere.

Cannolicchi al vapore.

Che avevo provato solo altre due volte. Una al Puerto de Santa Maria, in Andalusia, vicino Cadice, dove c’e un venditore di roba di mare da cui compri le fagottate di roba che vuoi e poi te le fai friggere direttamente lì; il notissimo Romerijo. Ma si tratta dello stesso negozio, non c’e’ il piacere dello scegliere fra merce di diversi venditori; finisce per diventare un ristorante qualsiasi. Ed anche ad Essaouira, in Marocco, dove al porto si comprano i pesci dai pescatori che arrivano e ci si fanno abbrustolire sui carboni da dei grigliatori appostati nelle vicinanze. Eccellenti, ma manca la birra.

 

 

 

 

 

 

La strana sorte di Nazarè

Foto di Luis Ascenso via Wikicommons

Il paese di Nazarè, in Portogallo, è veramente riuscito a tirar fuori un cilindro dal coniglio: da modesta località balneare a capitale del surf.

Il turismo a Nazarè, ad un centinaio di km a nord di Lisbona, ha una storia antica. Una chiesa, posta su di un promontorio a picco sull’Oceano, ha una tradizione di pellegrinaggi lunga alcuni secoli. Vi andavano anche i reali portoghesi. In tempi più recenti, la bella e dorata spiaggia, ai piedi del promontorio, ha attirato molti turisti, in special modo italiani, trasformando il paesino di pescatori in un centro turistico di buon livello, come ce ne sono molti altri sulla costa del Portogallo. Spiagge molto belle, ma l’Atlantico è una faccenda complicata, sempre mossa e fredda e farci il bagno non è per tutti.

Un luogo carino, frequentato dai turisti internazionali e dai pellegrini portoghesi, ma sostanzialmente anonimo.

Quindici anni fa la svolta, inimmaginabile e potentissima.  Un portoghese notò che davanti al promontorio si formano delle onde gigantesche e segnalò il fatto al mondo dei surfisti. Onde ben superiori alla medie delle onde, già non indifferenti, che caratterizzano il litorale portoghese.

Il motivo di tanta grandezza è stato facilmente spiegato: proprio di fronte al promontorio di Nazarè viene a morire un importante canyon sottomarino. Le acque che percorrono il canyon, alla sua fine, vengono proiettate verso la superficie e creano la grande onda. Ciò avviene costantemente, ma l’onda da il suo meglio quando c’e’ comunque un forte movimento generale dell’Oceano.

La zona di mare interessata è molto piccola e le grandi onde si estendono solamente su una quarantina di metri; prima e dopo, al di fuori dell’uscita del canyon sottomarino sono onde normali, sia pure gigantesche per noi che siamo abituati all’Adriatico.

Quella zona di mare era ben conosciuta dai numerosi pescatori di Nazarè (colleghi di quelli di Povoa de Varzim) ed apprezzata per la grande pescosità dovuta ai fondali profondissimi del canyon; ma era anche molto temuta a causa dei gorghi che si formavano e delle forti correnti che provocarono molti naufragi e morti.

Nelle migliori condizioni le onde di Nazarè sono le più grandi del mondo. E’ qui che vengono stabiliti i record del mondo di altezza di onde cavalcate dai surfisti. Si danno cifre variabili e discordanti; certo misurare un’onda non è semplice e il mondo dei surfisti deve essere facile alle esagerazioni, tipo pescatori e cacciatori. Si va, comunque, dai 25 ai 35 metri di altezza. Insomma, un palazzo di dieci piani, tanto per dare un’idea.

L’impresa non è da ragazzi; ci vanno solo i massimi professionisti ed anche quelli hanno sempre a fianco più moto d’acqua, potentissime e guidate da altri campioni di surf, che capiscono al volo se le cose si mettono male ed intervengono immediatamente a recuperare il surfista travolto dall’onda, finito sott’acqua ed in grave debito di ossigeno. Del resto i surfisti hanno delle mute che in caso di bisogno si gonfiano e li riportano a galla, anche se sono svenuti per il peso dell’immane massa d’acqua che li ha sommersi, spingendoli verso il fondo. Ci sono filmati in cui si vedono primatisti del mondo arrivare a riva barcollanti per lo sfinimento.

Nazarè.

L’esercizio è complicato dal fatto che le onde vanno verso il promontorio roccioso e il surfista deve quindi avere l’abilità di finire il proprio percorso verso la spiaggia; se non lo fa rischia di andare a sbattere mortalmente contro le rocce.

Naturalmente ci sono siti specializzati nella previsioni dell’altezza delle onde di Nazarè, in modo che gli appassionati possono programmare le loro uscite in mare.

Il surf muove un sacco di gente. Ci sono i professionisti: australiani, brasiliani, hawaiani che vanno a gareggiare. I surfisti di secondo livello che vanno per dire di esserci stati. Gli appassionati semplici che vanno a vedere gli altri che ci provano. Molti i giornalisti, i fotografi professionisti, i fotoamatori. Molto presenti i fornitori di materiali per surf. Poi ci sono i curiosi di tutto come il Viaggiatore Critico. Ed infine quelli che vanno a Nazarè per averlo sentito nominare molte volte.

Le onde con i surfisti sopra si osservano dall’alto del promontorio. Vi si sale dal centro di Nazarè con un ascensore od in auto. Appena siamo sulla cima del promontorio si vede la prima onda: io ne son rimasto sconvolto, ed era un giorno tranquillo. Sul promontorio ci sono molte terrazze naturali dove gli osservatori ed i fotografi si appostano; più in basso c’e’ un bar – belvedere sul cui tetto si assiepano in molti.  I fotografi hanno i loro giganteschi teleobbiettivi. Tutta la faccenda è molto lunga. Bisogna aspettare che arrivi l’onda giusta e che i surfisti decidano di prenderla. Possono passare quarti d’ora fra una discesa e l’altra. Poi, all’improvviso, il surfista parte: la discesa dura qualche secondo; al termine vien preso dalla moto d’acqua e riportato a monte delle onde, aspettando una nuova occasione. Gli spettatori sono assai distanti e se non si ha una vista d’aquila non si vede poi molto. A me dopo un po’ è venuto a noia e son tornato in paese a farmi una birra.

Per Nazarè questa faccenda è stata un’incredibile benedizione. Durante l’estate hanno il loro solito turismo balneare, come d’abitudine. Dall’autunno cominciano i venti forti e l’arrivo del circo del surf. E’ sottoposto alle previsioni delle onde alte, ma, paradossalmente, più il tempo è brutto, più i surfisti trovano pane per i loro denti e vengono felici ed in massa. I ristoranti e gli alberghi restano in attesa del momento opportuno e si riempiono, allungando di tantissimo la propria stagione. Da notare che l’afflusso di questo turismo atletico, giovanile e sostanzialmente anglofono ha un po’ imbarbarito i costumi degli esercenti di Nazarè che sono, in generale, nettamente più maleducati della media nazionale. Ed anche i loro servizi sono di qualità poco soddisfacente.

Ma Nazarè resta un bell’esempio di miracolo turistico.

 

 

Per la prossima volta

Avete passato o state per passare, ancora una volta, delle vacanze esecrabili? Vi spennano in cambio di servizi da centro di accoglienza immigrati? Non vedete nulla perchè sempre immersi in una folla sudata ed appiccicosa? E’ perchè non seguite il Viaggiatore Critico.

Ecco delle idee per la prossima volta che volete partire.

Case tradizionali in Bulgaria.

Costi bassi, Europa, auto propria. I Balcani. Sono la nuova frontiera del turismo europeo. Ci si sta benissimo, si mangia bene, si spende poco, la gente è molto gentile ed accogliente. I luoghi sono poco frequentati dal turismo sborrone ed il livello di sicurezza personale è molto alta (contrariamente a quello che pensano gli italiani). Gli inconvenienti sono la mancanza di lingue in comune e le non molte cose da vedere. E’ soprattutto un tursmo di sensazioni, di atmosfere. Quel che salta principalmente agli occhi è l’aria di passato, anche del nostro passato: scorre sotto gli occhi del visitatore una vita modesta, ma piena di speranze e di voglia di viverla, con semplicità. Una specie di Italia degli anni ’70, se non addirittura ’60, nei luoghi più poveri.

Il miglior modello di turismo consiste nell’andare con la propria auto (passando da Trieste o attraversando l’Adriatico, verso l’Albania o la Grecia) e girare senza meta, annusando l’aria e dando un’occhiata alla guida. Solo un’occhiata, senza impegno. Le spiagge dell’Albania meritano molto, soprattutto  a nord di Saranda. E in Albania si sta tranquillissimi, perchè tutti i loro delinquenti sono in Italia. In Macedonia piaceranno molti i laghi di Ochrid e di Prespa; la regione fra i due è montuosa e gradevole. Una puntatina nel nord della Grecia ci sta sempre bene. La Bulgaria offre molto ed è particolarmente accogliente. La vita notturna di Sofia merita qualche giorno; poi si può andare sul Mar Nero, anche se non è un granchè. Poco lontano c’e’ la grande Romania. Da non dimenticare un giro nelle campagne ungherese, frequentando le loro piccole terme, (qui una lista più o meno completa).  Insomma un viaggio che può essere lungo, vario, divertente, interessante. Soprattutto nuovo.

Dalla finestra di camera, a Pellestrina.

In Italia, stanziali. Pellestrina è il luogo giusto. Soggiornate in un paesino dimenticato da Dio, sulla laguna di Venezia. Da lì potete andare con i vaporetti a Venezia, a Chioggia, al mare del Lido. Ma vedrete che starete così bene, in paese, che non avrete voglia di allontanervene e ci passerete delle belle giornate fra la spiaggia (bruttina), il bar ed il ristorante a mangiar spaghetti alle arselle. Poi potete trasferirvi, in pochi chilometri,  nel Delta del Po, a vedere quel mondo strano, fatto più d’acqua che di terra.  Magari è meglio non andarci d’agosto, per il caldo, l’umidità e le zanzare, temibili. Prezzi contenuti nel Delta, abbastanza alti a Pellestrina; esosi i vaporetti veneziani.

Caraibi. State lontani dalla Cuba insignificante, da Santo Domingo trasformato in bordello a cielo aperto, da Saint Martin affollato, dalle isole anglofone iperturistiche,  dai resort lussuosi e carissimi, dalle stressatissime grandi isole francesi o dalle tremende crociere. Andate invece in un’isola-gioiello dove regna la calma e la serenità. Spiagge molto belle, ricettività familiare, interni agricoli e bucolici, bassissima affluenza. E’ l’isola di Marie Galante; è francese e quindi è come stare in Europa. Ma attenti al problema delle alghe, i famosi sargassi. A volte ne arrivano tonnellate, a riva; marciscono e puzzano rendendo impossibile la vita. Informatevi bene prima di partire. Oppure, la molto basica isola di Barbuda dove la vita del turista è difficile ma le spiaggie sono di commovente bellezza. Prezzi altini, in tutti i casi: più a Barbuda che a Marie Galante.

 

Immensità patagoniche

Patagonia, per sempre. Questo è un viaggione: difficile, lungo, caro, scomodo. Ma vedrete i luoghi più belli del mondo. Paesaggi incredibili, distanze immense, orizzonti infiniti. Deserti, ghiacciai, foreste nebbiose, torrenti impetuosi, mari gelidi. Viaggerete per giorni e giorni su brutte strade, mangerete gli agnelli cotti al riverbero dei falò, conoscerete le incredibili storie della fine del mondo. Chi non ci è stato non può immaginare; chi ci è stato torna con un’altra luce negli occhi. E’ un luogo che non si dimentica; si può finire per odiarlo, ma non ti lascerà più. Non è certo come una vacanza a Gatteo a mare. Ci vogliono dei bei soldi ed almeno tre settimane. Si può discendere la Carrettera Austral cilena o la mitica Ruta 40 argentina. Bisogna comunque arrivare ad Ushuaia. Le grandi attrazioni sono il ghiacciaio del Perito Moreno, la penisola di Valdez con le balene, il Parco delle Torri del Paine. Ma tutto il resto è ancora più interessante. Da programmare per bene, evitando i tour organizzati, cari ed insoddisfacenti. Evitare anche le crociere patagoniche; sono un pò delle truffette. Il meglio è andare in 5 o 6 ed affittare un pulmino robusto, dove, all’occorrenza, ci si possa arrangiare per dormire. E’ il viaggio della vita, obbligatoriamente durante il nostro inverno.

La Plaza de toros di melilla è facilmente visitabile.

Originale, dove non va nessuno. Melilla, enclave spagnola in Marocco. Vi è una bella spiaggia, la città è molto carina e vivibile, si mangia dell’eccellente pesce e, se si vuole, anche la cucina araba. Se ne può uscire per fare un giro in Marocco, magari a Fez, la cui Medina ritengo essere l’unico luogo interessante di quel paese. Zero turisti, si vive una città multiculturale, multietnica e piena di storie curiose. E’ stata anche sede del Tercio, la Legione Straniera della Spagna: fascistissimi, ma un pezzo di storia. Interessante osservare gli intensi traffici che si svolgono alla frontiera fra la città e il Marocco. Essenziale parlare lo spagnolo, per scambiare con la gente. Una vacanza balneo-antropologica. Ve ne potrete vantare con gli amici, che non sapranno nemmeno dove si trova questa città. Ci si arriva molto comodamente con Ryanair fino a Nador; da quest’aereoporto in 10 minuti di taxi si arriva a Melilla.

A praia da piscina; la spiaggia della piscina a Sao Tomè.

L’Africa possibile. E’ molto complicato andare in Africa; eppure qualche volta nella vita va fatto. E’ pur sempre il continente dove l’umanità è nata. Naturalmente non parlo di Malindi, colonia di italiani o della Namibia dei banali tours organizzati. Propongo una meta pochissimo conosciuta dagli italiani. Un luogo piccolo, raccolto, facile da girare, del tutto sicuro. Le belle isole di Sao Tomè e Principe, dove si trovano delle spiaggie, delle foreste densissime, dei bei panorami, una bella architettura coloniale, una storia intensa. E dove la vita pulsa, come quasi ovunque in Africa. Ci sono buoni alberghi, con delle belle piscine. Una decina di giorni in giro per Sao Tomè sarà una vacanza molto piacevole ed interessante. Ed anche innovativa. Il costo non è bassissimo, soprattutto a causa dell’aereo; obbligatorio passare da Lisbona. Sempre da Lisbona si deve passare per andare in Guinea Bissau. Un viaggio complesso, da professionisti, ma di infinito interesse.

Buon viaggio, questa volta.

Non come in Croazia

Terrificanti mostri a Dubrovnik. (Foto di László Szalai, via Wikimedia Commons)

La Croazia è un eccellente esempio di come non fare turismo. Si veda questo articolo sulla stupenda città di Dubrovnik, di estrema bellezza, e di come sia stata prostituita in favore dei turisti. Fino a perdere l’anima, oltre ai propri abitanti. La stessa cosa che avviene a Venezia, a Barcellona, in Trentino ed in mille altri luoghi.

Il turismo in Croazia cominciò intorno al 1966, quando la buonanima del Maresciallo Tito aprì la Jugoslavia all’entrata degli europei occidentali. I primi avventurosi trovarono il meraviglioso mare della Dalmazia ed un popolo povero che si faceva in quattro per offrire qualche stanza e qualche cibo agli inaspettati visitatori. Pionieri gli uni nel turismo e gli altri nell’accoglienza; si arrangiavano come potevano, spendendo poco i primi (soprattutto italiani e gli immancabili tedeschi) ed incassando molto i secondi; ciascuno con il proprio metro. E tutti soddisfattissimi, nonostante la precarietà di tutta la faccenda, a cominciare dalle strade, spesso in pessime condizioni, e dalla embrionarietà dei servizi. Nella stessa epoca cominciavano ad arrivare anche dei turisti dell’Est (cecoslovacchi, polacchi, tedeschi dell’est a cui non era permesso andare in Europa occidentale se non in pochi casi ed invece era consentito affacciarsi in Jugoslavia).

Il mare era meraviglioso, ma molto difficile: poche e piccole spiagge di ciottoli; la sabbia non esiste. Altrimenti scogli appuntiti e acque profonde, un problema per i bambini. Un’infinità di isole collegate da puzzolenti traghetti semi-artigianali. E poi barchette per andare nelle isole più piccole, per la giornata. C’era molto da sbattersi, ma i luoghi erano meravigliosi. Un turismo faticoso, ma pieno di soddisfazioni.

Anche in bassa stagione i gruppi di tedeschi non mancano mai. Qui a Lussino.

La Croazia marittima (meglio dire la Dalmazia) è fatta di calcare (con questa, stranissima, eccezione). I paesaggi sono forti: il bianco ed il grigio della roccia, che si alza spesso in imponenti montagne; il verde intenso delle pinete, fin sul mare; il rosso della poca ed arida terra; l’incredibile azzurro del mare, l’incessante canto delle cicala. La pietra dei mille borghi di stile e storia veneziani. Alcuni dei borghi sono di una bellezza stupefacente.

Erano vacanza da sogno: i conoscenti che andavano nella dirimpettaia riviera romagnala facevano pena, in confronto. Erano perenne bersaglio di ironie piene di disprezzo per le loro insulse vacanzine negli alberghetti con pensione completa.

Con gli anni, i turisti aumentarono ed i servizi migliorarono. Più strade, più alberghi, cibo migliore. Ma le difficolta del territorio restavano: la Dalmazia è ovunque scoscesa, non ci sono pianure, non ci sono spazi per mettere le case, le auto, le strade, le persone. Diventa tutto, rapidamente, un formicaio soffocante. Le poche spiagge sassose sono più affollate di un ufficio postale.

Cadde il muro di Berlino e frotte di ungheresi, polacchi, cecoslovacchi si riversarono senza ormai più freni politici su quello che era il loro mare più vicino ed anche più accessibile, dal punto di vista economico. Fu una carneficina che non è ancora finita. La Dalmazia è ormai diventata del tutto infrequentabile, durante il pieno della stagione. Al di fuori di questa si possono ancora trovare degli angoli interessanti, ma ci vuole naso, per evitare l’assoluta cementificazione che ha inondato la maggior parte dei luoghi, soprattutto sulla terraferma. Nelle isole, meno immediatamente raggiungibili, a volte, va un pò meglio.

Il modello predominante è ancora la casa di famiglia con alcune stanze che si danno in affitto o il piccolo alberghetto familiare. I ristoranti si sono un pò migliorati, ma i menu rimangono corti e ripetititvi.

Meravigliosa e rovinata Dubrovnik. Foto di Luna04 via WikiCommons)

Il turismo rappresenta il 20% del PIL della Croazia. Anni fa fecero, a tempo di record, un’autostrada che portasse fino a Dubrovnik i flussi turistici. Ci tengno molto al turismo; è una vacca che spremono senza ritegno. Da non dimenticare, inoltre, che i croati sono, in generale, simpatici come un calcio nelle palle, a digiuno. E terribilmente di destra. I tragicamente famosi Ustascia, alleati dei nazisti, erano croati.

Che la situazione sia ormai debordata ce lo racconta quest’altro articolo sul fenomeno dei turisti di un sol giorno, che vengono dalla Bosnia o da Zagabria e che i simpatici esercenti turistici della costa non vogliono ricevere perche occupano il loro metro quadrato di similspiaggia senza lasciare un centesimo. L’avidità senza freni, come a Firenze, del resto.

E per tornare a Dubrovnik, il mio cuore sanguina. Ho amato quella città e vederla ridotta a parco tematico della presenza veneziana nell’Adriatico, mi fa star male. Alla piaga dell’alluvione turistica normale si è aggiunta quella delle crociere. Quel porto è diventato il secondo dell’Adriatico, dopo Venezia, per numero di navi approdate. Ed ancora una volta si deve assistere alla discesa di questa massa di gente persa e ciabattosa che consumano inutilmente le vecchie pietre delle vie della città vecchia.

Quando finirà questo assurdo turismo che continua a tagliare, uno dopo l’altro, i rami su cui è seduto?

La spiaggia di Cofete

Tutte le foto sono della guida Alessandro Vergari, che con il suo gruppo Walden – Viaggi a Piedi, vi organizza un trekking tutti gli anni.

È uno dei luoghi più drammatici, inospitali, intimamente deserti che abbia visto. Rifiuta la vita, la scaccia, fa parte di un mondo dove l’umanità non è ben accetta. Strane e luttuose storie vi si intrecciano.

È la spiaggia di Cofete, sull’isola di Fuerteventura,  alle Canarie. Ne ho già parlato, la foto della copertina di questo blog è fatta lì, ma ci ritorno sopra perché è uno di quei i luoghi dove un turismo degno e pieno è ancora possibile. L’isola di Fuerteventura è un inferno di turismo massificato, sul lato che guarda l’Africa. Cofete, invece, guarda  l’Atlantico ed è sovrastata da una lunga montagna scoscesa e curva, lungo il mare che la separa dalla civiltà e la protegge da questa.
Villa Winter

La zona è molto arida, pochi cespugli cercano di sopravvivere ai freddi, continui ed impetuosi  venti atlantici. Su quelle pendici, fra quei dirupi brucano delle capre selvatiche ed assetate. Una volta l’anno dei pastori – acrobati scendano dalla cresta della montagna e le spingono fino a valle. I pastori, nella discesa, si aiutano con delle lunghe pertiche che appoggiano alla parete di roccia e che discendono con agilità. E’ una specie di prova di destrezza. Le capre vengono sospinte verso i recinti improvvisati sulla spiaggia, dove vengono marchiate e vaccinate; alcune verranno messe sui camion in direzione del macello, altre saranno liberate fino all’anno successivo. Questa giornata è una festa per tutta l’isola e molti vanno a Cofete ad osservare le prodezze dei pastori.

La spiaggia è lunga una decina di chilometri e forma un amplissimo anfiteatro a cui la montagna fa da gradinate. Assolutamente deserta, riarsa dal vento è bagnata da un oceano perennemente aggressivo. Acqua fredda, balneazione impensabile. Ospitava, tempo fa, il corpaccio semimummuficato ed insabbiato di una balena. Non è luogo da villeggiatura marina, è costante una bruma salmastra che ovatta i contorni del paesaggio.
Sulla costa della montagna, a mezza altezza, si staglia una casa importante, inopportuna, incongrua. Fu costruita da Winter un tedesco nazista, prima della guerra, si dice per dare appoggio ai sommergibili, durante le loro missioni in Atlantico, a caccia dei convogli alleati. Ora è in cattivo stato, ma pare ci viva il nipote del tedesco che la fa visitare, a pagamento, ai turisti.
Un facile sentiero parte dai pressi di Morro Jable, sul lato turistico dell’isola, e scavalca la linea della montagna. Dallo scollino ci si affaccia sulla baia e sulla spiaggia di Cofete. La vista è impressionante. Più facilmente, una strada sterrata ed in cattivo stato, fa un lungo giro intorno alle montagne ed arriva sulla spiaggia. Dove la strada finisce sopravvive a stento un piccolo bar – ristorante, strozzato dalla perenne mancanza d’acqua.
Poco più in basso, un cimitero percorso dalla sabbia portata dal vento conserva poche ed erose tombe. Sono di quegli sfortunati che provarono, a più riprese, decenni fa, a vivere in questo desolato luogo. Un folle e sfortunato tentativo di insediamento che costò a loro la vita e a tutti gli altri l’abbandono di quel luogo.
Il fortissimo fascino della spiaggia di Cofete sta proprio in questo. E’ a pochi chilometri dalla Gomorra turistica della costa orientale, ma sembra su un altro pianeta, dove il silenzio, il vento, l’aridita provocano quella disperazione che allontana la massa. Chi ce la fa ad andarci, ha in premio un paesaggio che resterà impresso nella memoria.
Una lunghissima e per certi versi disperante camminata condurrà, lungo tutta la spiaggia, fino al suo termine, verso le dune di Jandia. Lì si traversa l’isola nel suo punto più stretto e ci si ritrova sulla litoranea del lato africano, nei pressi di Costa Calma. E mai diversità fu più netta.

Portogallo

Il baccalà impera in Portogallo, anche nel tost.

Il Viaggiatore Critico, per molti anni, è stato stregato dalla cultura portoghese; dalla bellezza toccante di Lisbona, dal sottile fascino di quel paese; dalla storia profonda e complessa dell’Impero Portoghese con tutte le sue colonie, in molte delle quali ha vissuto. E’ stato un amore sottile, penetrante, ammaliante, sfuggente, malinconico e nostalgico. Esattamente quel che si chiama saudade.

Anno dopo anno Il Viaggiatore Critico ha scritto moltissimi post sul Portogallo e tutto quello che va con questo paese. Sempre alla ricerca di capire la radice del suo amore. Senza riuscirci, ovviamente. Più che ci pensava, meno che ci capiva, più che si intestardiva a voler far luce sul sentimento che si radicava sempre di più in lui.

Poi un giorno, camminando nell’imbrunire invernale, lungo una strada di Porto, davanti al bar Ceuta, il Viaggiatore Critico ha avuto l’illuminazione. In un attimo ha creduto di capire come stanno le cose e l’amore si è dissolto qual nebbia mattutina che incontra il sole della ragione. Ecco il suo ragionamento.

Ciò non toglie che tutto quel che ha scritto resti vero; è solo un pò oassato. E’ il ricordo di un amore che fu grande, anche se ora è cenere.

Il Viaggiatore Critico si è anche molto soffermato sulle Azzorre  e sui loro numerosi aspetti un pò deludenti.  Si parla molto delle strane vicende dell’isola di Flores; e ci si sofferma a lungo su uno scomodo viaggio all’incredibile isola di Corvo con la sua difficile storia, che pare un pò il riassunto della condizione umana universale.

Molto più positive sono, invece, le impressioni sulla bifrontica isola di Madeira. la cui visita viene caldamente consigliata.

Altri capitoli sulle vecchie colonie portoghesi. Prima di tutto la Guinea Bissau che si è rivelata essere un luogo di eccezionale interesse umano ed antropologico. Poi le remote Sao Tomè e Principe e la loro triste storia.

Ma anche Capo Verde, con le isole di Brava e di Fogo, dove non mancano soprusi moderni con vengono descritti con passione. Isole nel mezzo dell’Oceano dove dei viaggi difficili riservano sorprese non gradevoli.

Ed infine, il retaggio più vecchio ed ormai culturalmente più distante: il Brasile, il Rio delle Amazzoni, la coloniale città della Vecchia Goias.

Tutto un mondo infinito, che andrebbe conosciuto in profondità, ma per il quale il Viaggiatore Critico ha ormai perso molto del suo interesse iniziale. Peccato!

Il lato oscuro di Sao Tomè

La villa padronale di una azienda del cacao, as roças.

L’isola di Sao Tomè non è solo un gradevole e piccolissimo paese perso nell’Atlantico equatoriale. Dietro vi è una storia piena di dolore, che è bene che il turista sappia.

Quando i portoghesi vi arrivarono, l’isola era deserta; gli africani non hanno un gran spirito marinaresco e non l’avevano mai raggiunta, troppo lontana dalle coste africane. Per qualche decennio non successe molto: ci mandarono solo un pò di ebrei che scomodavano in patria. Tanto che delle famiglie ebree sono ancora presenti nel paese e lo era anche, per parte di madre, il presidente Fradique, quello che barattava frittura mista per cacao.

Prima della metà del ‘500, la cosa si mosse rapidamente. Sao Tomè divenne produttore di zucchero: merce ricchissima in Europa, a quei tempi; entrava in tutti i piatti, anche in quelli che per noi, ora, sono salati. In mancanza di popolazione autoctona, i lavoratori della canna erano schiavi africani. L’isola divenne anche base per le navi commerciali che, dalle colonie dell’Angola e poi del Mozambico, andavano in Portogallo. Ed infine era un porto sicuro per i traffici negrieri verso il Brasile.

Il delizioso edifico del vecchio aeroporto, nel tipico stile portoghese dei tempi di Salazar.

Il commercio dello zucchero saotomeense venne a deperire a causa dell’inarrestabile concorrenza del Sud America e vi fu una stasi. Alla quale subentrò rapidamente la sfrenata corsa al cafè e al cacao che ricoprì ogni angolo adatto dell’isola, suddivisa in quei mini-stati che erano diventate le grandi fattorie coloniali, chiamate as roças. Organizzazione capillare del territorio, degli uomini, delle costruzioni; tutto per il cacao del quale Sao Tomè divenne uno dei primi produttori mondiali. A forza di schiavi. Questi venivano dalla Nigeria, poi dal Congo, dall’Angola; meno dal dirimpettaio Gabon, i cui popoli avevano fama di essere di pessimo carattere e di scarsa propensione al lavoro. Dal Gabon veniva del cibo, perchè a Sao Tomè tutta la terra coltivabile era dedicata al cacao e non c’era spazio per coltivare il riso o le banane. L’isola è molto scoscesa ed intere zone, non coltivabili restavano jungle impenetrabili.

Molti uomini bianchi e poche donne bianche; le africane schiave che diventavano le concubine dei portoghesi venivano liberate; lo stesso accadde ai primi schiavi arrivati sull’isola (os forros) in quanto si vollero apparentare, in qualche modo, ai primi coloni. Si formò, quindi, una sorta di società fortemente meticciata di uomini e donne libere che fecero da cinghia di trasmissione fra i proprietari terrieri, i commercianti, gli artigiani e gli amministratori portoghesi e la grande massa degli schiavi agricoli o domestci. Dei kapò, in altre parole.

Alcuni schiavi riuscivano a fuggire ed a sopravvivere nell’inferno verde delle zone più montagnose dell’isola; nonostante i tremendi castighi inflitti ai fuggitivi ricatturati e le altrettanto tremende storie che venivano messe in giro sulla presenza di serpenti giganteschi che abitavano le impervie foreste. Divennero un gruppo etnico e linguistico ancora esistente, che si chiama Os Angolares.

Nel 1875 finì la schiavitù nelle colonie portoghesi, ma a Sao Tomè non se ne accorse nessuno. Non vi era altro lavoro che quello agricolo, tutta la terra fertile era in mano alle aziende del cacao, i loro proprietari facevano evidentmente cartello. Che altro poteva fare uno schiavo se non continuare ad esserlo?

La produzione del cacao continuava a crescere e as roças avevano bisogno di ancor più manodopera. Venivano importati lavoratori dall’Angola e dal Mozambico con contratti capestro che finivano per assomigliare di molto alla stessa schiavitù. Delle ribellioni finivano con centinaia di morti fra i rivoltosi; l’ultima, tremenda, nel 1953. Gli inglesi, con infinito cinismo, organizzarono un boicottaggio al cacao di Sao Tomè in quanto prodotto da lavoratori in condizioni servili; in questo contesto è calato il romanzo “Equatore” di Tavares che tanto successo ebbe qualche anno fa e che tanti turisti portò a Sao Tomè. In realtà gli inglesi non facevano altro che tentare di diminuire la concorrenza che quel cacao faceva al proprio.

Edifici coloniali nel centro della capitale.

Per aumentare ulteriormente la pressione sui lavoratori, i portoghesi importarono dei sorveglianti da Capo Verde. Erano meticci, razzisti e spietati; l’odio fra le due comunità fu feroce. Quando il paese divenne indipendente e socialista, nel 1975, il potere passò alla parte nera della popolazione; i capoverdiani rimasti se la videro bruttissima e vissero per anni in condizioni pietose.

Non va infine dimenticato che la colonizzazione portoghese fu caratterizzata da due elementi: da una parte una grande propensione al meticciamento ed alla convivenza fra coloni portoghesi e popolazioni africane, quando invece francesi ed inglesi mettevano rigide distanze. Ma dall’altra parte vi era una durezza, una crudeltà, una scelleratezza senza pari; sadismo, direi, esercizio patologico del potere.

Insomma, Sao Tomè è terra d’Africa, ma dove gli africani sono altrettanto stranieri di quanto lo furono i coloni portoghesi. Ma questi se ne sono andati. Invece gli africani ci son rimasti, creando un paese ed una cultura propria, frutto di un profondo meticciamento fra elementi portoghesi, a cominciare dalla lingua, la religione (e, curiosamente, la pasticceria) ed elementi delle diverse origini africane degli schiavi e dei lavoratori importati.  E’ successo a Sao Tomè, in piccolissimo, quel che è successo, in grandissimo, in America Latina: la creazione di nuove culture. Per questo Sao Tomè è così interessante.

Nonostante le infinite sofferenze provate, gli abitanti di Sao Tomè sono calmi, ragionevoli e gentili. Ma il turista deve sapere quel che quella terra ha visto, anche se oggi appare un’oasi di pace e di tranquillità.