Paleolitico. La straordinaria occasione perduta da Isernia.

Il capannone che contiene la zona di scavo e conservazione.

Ai margini della città di Isernia si trova  una testimonianza preistorica di enorme importanza: è il più rilevante sito del Paleolitico antico italiano ed uno fra i principali europei.

E’ antichissimo: gli era stata una datazione vicina ai 700.000 anni, recentemente rivista a circa 580.000. Comunque tantissima roba. In quel luogo, a quei tempi, piccoli gruppi di uomini macellavano il frutto delle loro cacce e portavano via i migliori pezzi di carne. Rompevano le ossa e ne mangiavano il midollo. Caccia grossa: bisonti, elefanti, ippopotami, orsi (dai quali ricuperavano la pelliccia), leoni e molti altri. Quel luogo, sul bordo dell’acqua, venne poi ricoperta da sedimenti ed è rimasto tranquillo fino al 1978, quando ritornò alla vista in occasione della costruzione di una strada. Da allora continua ad essere scavata. Nel 2014 è stato trovato un dentino da latte di un bambino: è il resto umano più antico d’Italia. Molto abbondanti gli strumenti in pietra abbandonati da quelle genti: uomini, senza dubbio, ma molto, molto diversi da noi.

La ricostruzione, all’interno del Museo, di una delle zone scavate. Si nota la grande quantità di ossa.

Si capirà quindi l’interesse di un luogo del genere. E’ stato costruito un museo, un edificio che serve da Centro Studi ed un capannone completamente chiuso, ma a vetri, che copre una grande porzioni degli scavi. Questo permette di lasciare alla vista, ma protetta, quella spiaggia con tutte le ossa rotte e sparse esattamente come stava oltre mezzo milione di anni fa. La copertura a vetri permette anche ai visitatori di vedere gli archeologi all’opera, durante quel mese all’anno in cui scavano.

Purtroppo questa enorme opportunità turistica, didattica, divulgativa, lavorativa, culturale è terribilmente sottoutilizzata. Eppure Isernia avrebbe ben bisogno di iniziative per la sua valorizzazione.

L’unico totem disponibile nel suo elegante mobiletto.

Gli edifici sono grandi, spaziosi, ben concepiti. Ma sono semivuoti, disadorni, trasandati, poco accoglienti, poco vissuti, poco usati. Come in molti altri musei preistorici in Italia e nel mondo vi sono tre temi che si accavallano finendo per rendere incomprensibile il tutto: le informazioni sugli scavi effettuati in quel luogo, la vita dell’uomo nella Preistoria, le tecniche di scavo e di studio. Tutto insieme, tutto mescolato, tutto confuso.

Ed infatti l’importanza del sito non viene adeguatamente sottolineata. Il materiale esposto è poco (ve ne sarebbe molto altro) e non adeguatamente spiegato. Alcuni attrezzi ritrovati sono piccoli ed in una vetrina si perdono e non si riescono a vedere bene.  Il punto forte dell’esposizione è la ricostruzione di molti metri quadri di quell’antico spazio di macellazione; eppure non si sono fatti molti sforzi per renderlo comprensibile.

Questo tipo di museo è più un centro di interpretazione degli oggetti che un luogo per la loro esposizione. In questi casi c’e’ molto più da capire che da vedere: oggetti banali, se capiti, dicono molto della vita di quella gente. Se non capiti restano oggetti banali. Per fare ciò sono utilissimi i supporti mediatici: computer che spiegano come sanno fare loro. Ebbene in questo museo ce n’e’ solo uno. E’ incredibile ma se viene una classe di 20 ragazzi o un pulman di 40 turisti dovranno fare la coda alla sola postazione disponibile per cercare di afferrare qualcosa. E’ assolutamente incredibile. Bisogna però dire che a quel computer hanno fatto tutt’intorno un bel mobiletto di legno che lo si potrebbe mettere anche in salotto. Ed è un peccato, perchè il programma che vi gira sopra sarebbe anche ben fatto.

Alla biglietteria dei musei suole esserci un negozietto dove si vendono libri e cose del genere. Qui niente, solo un tavolo dove ci sono alcune pubblicazioni di vario tipo; si potrebbero consultare, ma sono troppo specialistiche per il vasto pubblico. Inoltre non sono protette ed il primo che vuole se le può portar via senza che nessuno se ne accorga. Del resto è anche difficile consultarle perche questo deve essere l’unico museo al mondo dove non esiste una sola sedia, poltrona, divano, panca o panchina, sella, dondolo dove ci si possa riposare un attimo. Se passate al museo due ore, starete in piedi due ore e tornerete a sedervi solo nella vostra macchina.

In cambio si troverà, in un angolo, solo e triste, un enorme elefante di resina, ma con la codina di pelo. Che ci sta a fare? Con tutti gli animali che erano presenti in quel luogo perchè riprodurre solo un elefante? E perchè proprio l’elefante, che tutti sanno come è fatto? Misteri di organizzazioni museali fatte da incapaci, da dilettanti improvvisati.

Si diceva dell’enorme, costoso e ben concepito capannone vetrato degli scavi. C’e’ bisogno di dire che quei vetri non sono puliti dai tempi del Paleolitico antico, chè ormai non ci si vede quasi più attraverso?

Eppure il personale non mancherebbe, stravaccato nella biglietteria ad aspettar la sera, che tanto, di visitatori, non ne vien quasi….

 

Fasulla Firenze

L’Antico Vinaio in Via de’ Neri. Il locale In Italia, in Europa, nel mondo, non so più, con più recensioni su Tripadvisor. Su questa si basa la fama. Il propietario invitato alle conferenze sul successo commerciale. Ora ha paerto altri due locali accanti. Una fabbrica di panini, la coda sempre. Una città piegata al profitto, allo sfruttamento del turista. Che vi si presta, beato e beota….

Firenze è ormai diventata un parco tematico del  Rinascimento. E ciò per la gioia dei suoi bottegai (e degli enormi capitali che vi sono stati investiti in alberghi e in appartamenti per affitti turistici) e per il dolore degli altri abitanti.  Questo stato di cose porta molte aberrazioni, fra le quali una è particolarmente sgradevole, per i turisti; il Viaggiatore Critico si mette sempre dalla loro parte.

Un numero importante di esercenti, che si dedicano a fornire pessimo cibo ad alti prezzi ai poveri turisti, considerati (con arrogante disprezzo) solo dei pennuti e quindi immediatamente spennati (o delle vacche e quindi munti) ha pensato bene di camuffare i loro tristi antri commerciali da botteghe tradizionali. Un pò come a Las Vegas si ricostruisce il Colosseo o le Piramidi, per estorcere più soldi ai malcapitati.

Incominciò una di quelle nobili famiglie fiorentine che hanno rinverdito (nel senso di verde dollaro) gli allori grazie alle viti e di lì è stato un dilagare senza freni, senza fantasia, senza intelligenza. Una gara a copiare, a fare come gli altri, in una assurda fiera dell’ovvio.

Per prima cosa il nome del locale: “Vecchio” o “Antico” è d’obbligo; poi “Fattoria”, “Bottega”, “Vinaio”, “Vendita”, “Corte”. Poi gli sporti, l’entrata: sempre di legno naturale, di foggia primi ‘900, un pò ridondanti e fasulli come una moneta da tre euro.

Pavimento in finto cotto, arredi da bottega tradizionale: tavolini di marmo, banconi di legno, sedie impagliate. Ma soprattutto l’immancabile e troneggiante affettatrice degli anni ’50, rossa e cromata, o le bilance, della stessa foggia. Tutto fittizio, fintamente alla buona, come casuale; l’impressione generale è leziosa, fasulla, stucchevole, appiccicosa. Io fiorentino, mi sento grandemente preso per il culo, da questi cialtroni. Nemmeno morto entro in quei locali e mi fanno molta pena quei turisti che lo fanno.

La strategia commerciale di questi bottegai è chiara: hanno sentito dire che non bisogna vendere cose, ma trasmettere la cultura che vi è dietro. Questa è la favola che ha permesso il miracolo turistico toscano. Non si vendono cose, ma atmosfere, storia, cultura. E siccome queste cose non hanno prezzo ecco che i prezzi applicati dai bottegai crescono…. La qualità può essere pessima, ma si riempiono la bocca con lo story telling. Una truffa, nient’altro che una truffa.

Anche la macelleria Falorni, a Greve in Chianti, una volta eccellente, è diventata commercialissima. I suoi salumi toscani si sono “tedeschizzati” per incontrare i gusti dei clienti numericamente dominanti.

E’ una enorme panzana che stravolge totalmente la “vera cultura toscana” trasformandola nella “visione che gli stranieri hanno della cultura toscana”.  Hanno trasformato una regione in un esperimento di marketing. E questi ignorantissimi bottegai hanno applicato la ricetta, probabilmente senza nemmeno capirla. Fanno finta di essere qualcosa che loro nemmeno sanno cosa è. Come possono riesumare il passato se non lo conoscono, non lo capiscono e soprattutto hanno come unico interesse guadagnare indebitamente un euro in più sul loro vile panino?

Frigoriferi a vista, diettamente sulla strada, a mostrare la bistecca alla fiorentina. Che tristezza, che povertà, che insulsaggine, che truffe…

Il loro cibo è dozzinale: affettati industrialissimi, focacce che di toscano non hanno niente, magari anche la pizza napoletana o i tramezzini romani, finti cantucci di Prato, schiacciate con l’olio di semi per riparmiare anche su quello. Vini al bicchiere, spesso senza vedere l’etichetta. Prezzi sconsiderati. E i turisti abboccano, come fanno al Mercato di San Lorenzo.  E molti vanno in questi finti alimentari sperando di spender meno che nella miriade di altrettanto falsi ristoranti che imperversano nel centro storico.

E li vedi moltiplicarsi questi buchini, nelle principali vie del centro storico, con una tristissima, ma carissima, offerta gastronomica. E dietro al banco ragazzotti senza nessuna professionalità, ma con una prosopopea vasta come la loro ignoranza.

Questa moda del finto vecchio è durata una ventina d’anni, ora sta finendo e ci si butta verso il minimalista (i bottegai sono perennemente in ritardo sulle tendenze, troppo distratti a contare i soldi), così si risparmia anche sugli arredi.

 

Lo strano mondo delle rievocazioni storiche

Non c’e’ gitante che non sia incappato, per volontà o per caso, in una rievocazione storica, in uno di quei mille borghi morenti che cercano nel turismo un motivo per non decedere definitivamente. Ma come funziona quel mondo?

Lo si scopre visitando l’annuale fiera del settore: Armi e Bagagli che si tiene a Piacenza a fine inverno e parlando con i numerosissimi partecipanti. Questa fiera è stupefacente. Vi si acquistano armi, vestiti e suppellettili di tutti tempi. Da gonnelle maschili dell’età del ferro a elmi e spade medievali a cimeli della seconda guerra mondiale. I venditori sono vestiti in stile e si possono osservare gladiatori romani intrattenersi con dame rinascimentali ed aviatori inglesi. Il colpo d’occhio è sconcertante e meraviglioso.

Numerosi gli stand di compagnie di rievicazione, delle diverse epoche e con diverse specializzazioni, che si offrono, dietro modesto compenso, per recitare nelle fiere.

Sembrerebbe una grande e gioiosa festa. Ed invece, quel mondo è in crisi! Il fatto non ci stupisce, cosa non lo è?

Il settore nasce una trentina di anni fa, nelle atmosfere un pò asfittiche di alcuni paesi dove dei giovani cominciarono ad avere l’idea (copiandosi gli uni con gli altri) di ammazzare il tempo ricostruendo il passato dei loro luoghi; prendendo spunto dall’esempio inarrivabile di Siena e del suo Palio. Ci si specializzò soprattutto in quel vasto e multiforme periodo che sta fra il Medioevo e Rinascimento, sorta di mare magnum in cui ci sta di tutto. Questa scelta fu anche influenzata dal crescente campanilismo di stampo un pò leghista che stava nascendo a quei tempi. Le pagliacciate di Pontida inspirarono molti gruppi: a nord questi gruppetti nascenti si concentrarono maggiormente sui Celti, mentre nel Lazio si guardò più volentieri ai Romani, rinverdendo i conflitti di oltre due millenni fa. Meno fortuna ebbero gli Etruschi o gli Italici, ancora meno i pur interessanti pre/protostorici.

Generalmente il livello culturale dei gruppi era abbastanza basso, molto amatoriale, con un forte sapore di approssimazione paesana.

Il tempo passa, si studia, le capacità migliorano, si imparano tecniche ed arti teatrali, l’attrezzatura si amplia e si raffina, si definiscono ruoli e performance delle compagnie di rievocazione. Si formano associazioni italiane ed europee, si organizzano convegni e manifestazioni continentali. Si delineano gruppi che fanno sfilate, simulano combattimenti, tirano con l’arco, rievocano matrimoni e visite reali, allestiscono botteghe artigiane, esibiscono falconi cacciatori; il tutto durante le fiere paesane o le manifestazioni di rievocazione. Le compagnie si esibiscono alcune volte l’anno, certamente nelle festività del loro paese, ma sono anche invitati da altri Comuni, in altre manifestazioni, a far colore.

Non è più il Rinascimento di una volta….

Nasce quindi una competizione fra le varie compagnie, per ottenere più contratti; si corre a farsi o a comprare le armi più verosimili e gli abiti più belli; ci si sforza di mettere in mostra abili artigiani ed attività attraenti. Si va alla fiera di Piacenza per comprare attrezzature: vanno forte le armi, prodotte soprattutto in Slovacchia e Polonia. Si abbandona poco a poco il Medioevo, dove erano un pò straccioni per concentrarsi sull’immaginifico Rinascimento. Per fare colpo sul pubblico si tralascia la verosimiglianza, per non dire la filologia, puntando quasi esclusivamente all’immagine.

Dietro a tutto ciò ci sono, ovviamente, le Amministrazioni Comunali che finanziano le feste e le compagnie di rievocazione che vi partecipano. Quello del rievocatore passa da essere una passione, un pò sguaiata, di ragazzi brufolosi a sembrare una specie di lavoro di adulti che vivono la crisi occupazionale italiana. Riescono ad inventarsi una qualche entrata economica. E’ l’età d’oro della rievocazione storica.

Ma le finanze dei Comuni vanno in crisi e questi pagano meno e meno spesso; le compagnie, nel frattempo, si sono moltiplicate e la concorrenza fra di loro aumenta; l’età e i bisogni economici dei componenti si accrescono; gli investimenti necessari a mantenere la competitività della compagnia si fanno più importanti; molte compagnie soccombono alla concorrenza; le motivazioni di passione ed economiche dei rievocatori zoppicano: incominciarono come ragazzi annoiati e volenterosi; ormai sono adulti ed hanno famiglia, hanno meno tempo e soldi da investire, vorrebbero, anzi, tirarci fuori qualcosa, almeno di che pagare le bollette di casa. Il pubblico segue sempre con passione, ma ha bisogno di novità.

La crisi dilaga.

La vittima di tutto ciò è la cultura. Quella che poteva essere una strada divertente per studiare e trasmettere il passato del proprio paese si è trasformata in una immane pagliacciata senza alcun contenuto storico, identitario, culturale. L’operazione non è più sostenibile. Invece di studiare il passato, le compagnie cercano di racimolare due soldi per comprare improbabili oggetti da parata che li mantengano sul mercato. La mercificazione della Storia; un accumulo di colori sgargianti che si mescolano in un grigio informe. Ancora una volta la perfida macchina acchiappa consenso delle Amministrazioni Comunali ha ucciso la creatura che stava nascendo. Ormai impossibile fare ragionamenti di qualità e di fedeltà filologica ai fatti rievocati. Tutto è piegato alla logica commerciale e turistica.

In mezzo a questa catastrofe si sono accese due luci che potrebbero risollevare le sorti di un settore che sembra ormai cotto.

La nuova via viene indicata da Guedelon e da Poggibonsi. Nel primo luogo si ricostruisce in scala reale un castello medievale, con sistemi che si vorrebbero quelli originali (sicurezza esclusa, ovviamente); la cosa regge grazie a finanziamenti pubblici e ad un grande afflusso di folla che paga un biglietto. L’iniziativa va avanti da moltissimi anni ed il castello si avvia al completamento. Gli organizzatori dicono di aver fornito importanti informazioni agli storici sulle tecniche di costruzione che hanno dovuto riscoprire. Vi sono alcune cadute di stile e molto orgoglio nazionalistico francese, ma la faccenda è certamente molto interessante.

A Poggibonsi, invece, un gruppo di giovani medievalisti, guidati da un professore universitario, hanno ricostruito l’abitato longobardo scavato lì accanto. La domenica il sito è aperto, accoglie visitatori e scolaresche e gli organizzatori compiono attività dell’epoca nei loro costumi. La correttezza filologica sembra rispettata, nei limite del possibile e l’iniziativa ha un grande successo.

Ora bisogna aspettare che si saldi lo spirito di Poggibonsi con i resti dell’armata disfatta dei rievocatori da parata, per vedere cosa può venir fuori.

L’incredibile museo di Verucchio (Rimini)

Elmo. Foto di Mosconi, Provincia di Rimini

Il Signore morì, fu bruciato e sepolto. In una grande cassa di legno furono deposti il secchio di bronzo con le sue ceneri, i suoi mantelli ed i suoi abiti, spille e gioielli, le sue armi, le decorazioni in bronzo dei suoi tre carri ed infiniti altri oggetti di gran pregio e di grande bellezza. Poi la cassa fu chiusa e sul coperchio si collocò il suo trono cerimoniale che aveva assistito, vuoto, alla lunga cerimonia del funerale. E la profonda fossa fu riempita di terra. Era l’anno 700 avanti Cristo, circa.

Se qualcuno avesse avuto la sfortuna di trovarsi sulla Riviera Romagnola, uno dei luoghi più brutti e tristi del mondo,  puo ricuperare il desiderio di vivere andando a visitare gli stupendi oggetti del Museo di Verucchio, a pochi chilometri da Rimini. Sono gli oggetti contenuti in centinaia di tombe dell’età del ferro; la più famosa è la tomba 89.

Spillone per chiudersi gli abiti. Si noteranno i tre cerchietti in prossimità dello snodo dell’ago. E’ lo stesso motivo che troviamo alle estremità inferiori della cresta dell’elmo. Foto di Mazzanti, Provincia di Rimini

Il Signore era di pochi anni più giovane di Omero e fu sepolto in un modo simile a come il poeta greco descrisse il funerale di Ettore di Troia.  Era ricco, la sua comunità si dedicava al commercio fra il mondo del nord-est e la Toscana. Verucchio è sulla strada che porta dalle rive dell’Adriatico verso l’Etruria. Era specialmente importante il commercio dell’ambra; una parte restava a Verucchio e si utilizzava per rivestire degli enormi spilloni usati per tener chiusi i mantelli.

Particolare dello schienale del trono. Su un piattaforma rialzata una donna di grandi dimensioni compie atti presumibilmente religiosi mentre degli uomini con lo scudo la proteggono. Foto della Sovrintendenza Archeologica di Bologna.

Sul secchio in cui si misero le sue ceneri e quel che rimaneva delle sue ossa abbrustolite, furono adagiati due suoi mantelli ed un  abito, con gli spilloni ancora agganciati. La sorte fu favorevole al Signore: le stoffe e gli elementi di legno del suo corredo si sono molto ben conservati. Il trono di legno, che poggiava sulla grande cassa, porta delicate incisioni di scene di vita e rituali della sua città. Vi è anche raffigurato un telaio doppio verticale dove due donne stanno tessendo, vogliamo immaginare, i suoi mantelli. Nella scena in basso, il Signore arriva al tempio, seduto su un carro. Dal lato opposto giunge un altro carro, di pari dimensioni, che porta una donna. Nel tempio si sta svolgendo un rito condotto da donne protette da uomini armati. I due sessi paiono avere pari dignità, addirittura alcune donne sembrano avere dimensioni maggiori delle altre figure, a dimostrare il loro ruolo predominante.

Sulla pira del Signore furono poggiati tre carri smontati; il legno bruciò ma gli ornamenti e le parti in bronzo furono raccolti dalla cenere e sistemati al centro della tomba, insieme a due lance, ad un giavellotto e a due meravigliosi elmi da parata, oltre ad un gran numero di vasi.

Il trono. Foto di P. Paritani, Provincia di Rimini

Città ricca doveva essere e raffinata. Dai molti oggetti esposti emerge una omogeneità di stile, una consapevolezza nella ricerca dell’adorno, un proprio design. Nessuna rozzezza, non la ricerca dell’utile, ma una chiara affermazione del bello. Certe decorazione sono di grande modernità, hanno un chiaro sapore Liberty. Di lì a pochissimo tempo saranno gli Etruschi, che qua già avvertiamo ampiamente.

Il museo è disposto per tombe, si può apprezzare, quindi, ogni corredo singolarmente ed in successione cronologica. L’allestimento comincia ad essere un pò datato, ma è comunque gradevole. Pochi purtroppo gli elementi didattici per migliorare la comprensione degli oggetti. A volte carente l’illuminazione e la leggibilità delle etichette.

Mille volte da raccomandarsi, questa emozionante visita.

Il Trentino ha perduto l’anima

Tipica casa trentina di fine ‘800. E’ villa Pischel a Serrada, di cui si parla qui….

Non vi sono solo gli scempi sulla natura creati dall’insostenibile industria dello sci; il Trentino, specialmente quello di montagna, sta perdendo l’anima in molti sensi.

….tipica casa attuale del Trentino montano nello stucchevole stile tirolese, che piace tanto ai turisti.

Forse le radici di questo male sono antiche, in quell’essere terra di confine verso le tedesche genti, barbari prima, esempi di efficenza poi. Miscela di popoli diversi, mal amalgamati, dilaniati dalla I guerra mondiale, sovraccariche di muti, mutui ed antichi rancori che le politiche recenti non riescono ad assopire. Deve contare anche il senso di isolamento, di gente rimasta là, fra le montagne, lontani dal libero circolare di persone ed idee, un pò come in Maremma. Son poi  genti di montagna, per loro natura chiusi e diffidenti: conta anche il leggero disprezzo con cui son guardati i montanari, da coloro che non lo sono. Influisce certo anche la presenza soffocante di una Chiesa bigotta e pervasiva.  Vi sono poi i deleteri effetti collaterali della pioggia di sovvenzioni statali che arrivano grazie allo Statuto Speciale che fa ricca quella Provincia a spese del resto d’Italia.

Si rende giusto onore ai trentini caduti con la divisa austriaca nella I guerra mondiale, ma non sfuggirà il tono polemico della lapide.

Sta di fatto che il Trentino montano ha volto gli occhi a nord, si è riscoperto Austroungarico, tedescofilo ed anche Cimbro. Tutto ciò è puramente immaginario dal momento che il Trentino di quel mondo tedesco non ha mai fatto parte integrante, semmai era terra di confine dei cui abitanti i veri austriaci e tedeschi diffidavano, a causa dei loro costumi, della loro lingua, della loro vicinanza con gli italiani. Dei terroni, insomma, come i Trentini amano definire la metà degli italiani.

Molti Trentini disprezzano gli italiani dai quali sono lautamente mantenuti e vorrebbero essere tedeschi che, a loro volta, li considerano un po’ barbari. Contraddizioni tremende.

Un pò diversa la situazione di pochi borghi intorno ad Asiago e a Luserna, dove sono veramente di origine bavarese: furono portati lì per dissodare quelle perdute valli montane in cui nessuno voleva andare.  Secondo un’altra versione, meno accreditata, sarebbero i resti dei Cimbri danesi che si rifugiarono in quei luoghi dopo essere stati sconfitti dai Romani ai tempi dei Cimbri e Teutoni, di scolastica memoria.  Ma son casi isolati rispetto alla situazione etnica della regione.

Bisogna dire che il turismo ha molta responsabilità in questo fenomeno; il turistame pecorone associa le montagne con le cartoline austriache o dell’Alto Adige e ci resta male se non trova gli stessi stereotipi anche in Trentino.

Felicissimi quindi i Trentini di camuffarsi  da tedeschi; loro lo vogliono, i turisti lo vogliono, perfetta corrispondenza!!

Ma non si diventa tedeschi solo volendolo, al massimo ci si camuffa. Ecco quindi che l’austera ed anche un pò triste, tipica architettura trentina, si trasforma nella leziosa e stucchevole scenografia tirolese; e le cameriere si adornano con i costumi tipici, altrettanto tirolesi; e si organizzano raduni e cerimonie intorno ai famigerati Schutzen che fanno risalire le loro origini alle milizie territoriali Austro-Ungariche, sbandierano la loro fratellanza con i terroristi altoatesini, non disdegnano la loro vicinanza al nazismo ed il disprezzo per l’Italia da cui, comunque, ricevono fondi.

Schutzen trentini che si credono austriaci. (By Daiana Boller via Wikimedia Commons)

E si da grande risalto alla lingua Cimbra che pur essendo un interessantissimo tema di storia delle popolazioni, è ormai un fossile antropologico ormai scomparso dalla vita quotidiana. E si rimpiange continuamente l’Austria; si piangono i morti austriaci della I guerra Mondiale; ci si dispiace infinitamente di essere dal lato sbagliato della frontiera. Pur essendo quasi tutti di evidente lingua, cultura, tradizioni e discendenza italiane. Altre contraddizioni insormontabili.

Così, un luogo di pace e di benessere è stato trasformato in un concentrato di contraddizioni, falsità storiche e culturali, tensioni, rancori, meschina difesa di una identità che non è la propria. Da evitare.

Insostenibile Trentino

Dosso della Martinella, 1640 mslm. Strade, tunnel di plastica, arrivo della seggiovia, cannoni sparaneve, una ruspa, piste. E’ montagna questa?

In pochi luoghi si trova un concentrato di contraddizioni, di sfacciata ipocrisia e di totale cinismo come in Trentino.

Le pendici delle montagne sono deturpate dalle piste, il fondo valle è un enorme parcheggio con brutte costruzioni turistiche. E si costruisce ancora ed ancora. (Il parcheggio è lasciato serrato perchè sia più facile pulirlo con gli spazzaneve)

Si diffonde l’immagine di una regione pulita, ben amministrata, rispettosa dell’ambiente, produttrice di mele sane, paradiso del turista, accogliente, onesta, lontana dalle ruberie dello Stato italiano. Meno prossima all’Italia che all’Austria, di cui si vuole scimmiottare l’architettura, i costumi, gli ornamenti.

Cannoni sparaneve mobili, pronti ad essere messi sulle piste.

La realtà è ben diversa. Negli ultimi anni il livello di razzismo nei confronti dei meridionali e dei nuovi immigrati è cresciuto fino ad ammorbare l’aria. E’ difficile parlare con un trentino senza che nella conversazioni entrino (da parte loro) commenti acidi sugli “altri”. Il risultato poi si vede: i pur numerosi immigrati recenti scivolano lungo i muri cercando non certo di integrarsi, ma di invisibilizzarsi. Quella che vuole essere la culla del Cattolicesimo sociale, a partire da Rosmini è in realtà un covo di bieca intolleranza. Sono arrivati ad incendiare gli edifici destinati all’accoglienza dei profughi.

I cannoni sparaneve hanno bisogno di acqua e di elettricità, i loro consumi energetici sono enormi. Quindi i boschi sono percorsi da una rete di condotti, fra gli alberi, peggio che in città.

Si dice che la Provincia di Trento è ben amministrata e che tutto funziona. Come potrebbe essere altrimenti, se lo Stato vi spende, per ogni cittadino, il doppio di quanto spende per ogni Lombardo? L’infernale meccanismo dello Statuto Speciale fa sì che che l’insieme degli italiani mantengano nel lusso i trentini con una pletora di dipendenti pubblici, enormi ed inutili investimenti nelle opere pubbliche, welfare affettuoso. E i Trentini, invece di ringraziare gli Italiani che si svenano per loro, li disprezzano e guardano scodinzolando all’Austria, come fosse la loro patria.

Ma il peggio lo abbiamo sull’ambiente. Questo non è rispettato, è invece piegato con assoluto cinismo alla nefasta economia del turismo invernale. Si compiono infiniti spregi a quelle montagne che vengono idilliacamente descritte nelle pubblicità e che, invece, subiscono, anno dopo anno, disboscamenti, rimodellazioni delle pendici, costruzione di laghetti sulle cime per l’innevamento artificiale, spianamenti per i parcheggi, costruzioni per alberghi, impianti di risalita, locali per i turisti. E’ un attività che non ha mai fine: ogni anno si aumenta, si ingrandisce, si perfeziona, si addomestica la montagna rendendola alla portata del più fatuo dei turisti che intende pavoneggiarsi sulle piste.

I cannoni consumano moltissima acqua. vengono quindi costruiti dei laghetti sulle cime delle montagne. Qui ad oltre 1600 mslm. Assolutamente innaturali, montagne cementificate.

Piste che ricevono sempre meno neve vera e sempre più neve artificiale al costo di 2 euro al metro cubo. Si deturpano le pendici con le piste, gli impianti, i fittissimi cannoni. Costi energetici spaventosi. Il paradosso è che mentre si disbosca e si produce anidride carbonica, allo stesso tempo ci si lamenta del fatto che nevica meno. Eccellente esempio di chi sega il ramo su cui è seduto.

Enormi lavori per aumentare di qualche centimetro la sede di una strada su cui non passeranno 100 auto al giorno. Banchina in aggetto.

E quelle migliaia di ettari di boschi falcidiati, le superfici di fragilissimo suolo di montagna asportato per rendere più armonioso il pendio, gli abnormi edifici delle stazioni dei mezzi di risalita, tunnel di plastica per superare pochi metri di dislivello, laghi sulle vette; tutte queste sono opere che nel resto d’Italia sarebbero proibite e definite criminali, ma in Trentino vengono approvate, benedette, finanziate. Eppoi si lamentano del malgoverno italiano.

L’economia della neve è morente: non solo perchè non nevica più, ma anche e soprattutto perchè il modello nato sull’emulazione degli Agnelli, che andavano a sciare in elicottero, durante la pausa pranzo, sta finendo. La gente si interessa ad altro  e vuole fare altro; si rimpiazzano malamente i vuoti lasciati dagli italiani con turisti dell’est europa. Un turismo meno attento alla qualità e più all’alcool ingurgitato, più arrogante e meno sensibile all’anima dei luoghi; appiattito sull’apparire sociale. Quindi poco sostenibile.

Cosa farà il Trentino delle sue montagne deturpate dall’industria dello sci quando nessuno ci andrà più? Si lamenterà ancora dell’Italia? Il Trentino non merita le montagne che ha avuto in sorte e non merita che voi ci andiate.

 

La straordinaria storia della Forra del Lupo a Serrada, Trentino

La valle di Terragnolo, presa d’infilata dalla trincea della Forra del Lupo.

Segue una storia di estremo interesse e di grande successo che segna una via innovativa e rivoluzionaria per il recupero dei beni culturali ed il loro rapporto con il turismo.

Serrada, comune di Folgaria, sopra Rovereto, in Trentino, era sulla linea del fronte della I Guerra Mondiale, dalla parte austriaca. Domina una valle dalla quale l’esercito italiano avrebbe potuto (è tentò di farlo) invadere gli altipiani soprastanti. L’esercito austriaco costrui, quindi, una lunga trincea, che corre lungo un costone che domina la vallata. La trincea fa parte di un più vasto sistema difensivo dell’Altopiano di Lavarone. Il paesaggio è molto attraente e caratteristico.

Questa trincea, lunga qualche chilometro, sepolta, nascosta dagli alberi, dimenticata, è stata rintracciata, parzialmente riscavata e ripulita, messa in sicurezza, inserita in un sentiero ufficiale, fornita di segnaletica e spiegazioni ed aperta al pubblico. Si è ricostruita l’antica toponomastaica cimbra dei luoghi attraversati. Ha una sua pagina FB, una cartina, un libro che riproduce il diario e le foto di un militare austriaco che vi passò alcuni mesi. E’ stata presentata alla stampa. Una porzione della trincea è particolarmente suggestiva in quanto percorre una profonda spaccatura del massiccio calcareo nel quale è stata scavata (è questo il punto propriamente detto la Forra del Lupo, anche se il nome si è poi allargato a designare tutta la zona).

Un tratto della trincea.

Il successo è stato clamoroso: è diventata la prima attrazione della zona, le visite sono numerosissime: bus e macchine affollano il parcheggio alla partenza del sentiero, commenti entusiasti. Altri luoghi trentini copiano il modello e il ripristino della trincea continua anno dopo anno.

Ma fin qui si tratta, semplicemente, di un caso fortunato di promozione turistica di una risorsa storica-naturalistica, recuperata dall’oblio. Una esperienza del tutto opposta a quelle proposte dal catastrofico turismo invernale.

L’aspetto straordinario della vicenda è che tutto questo lavoro è su base esclusivamente volontaria. Lavoro non da poco: sia intellettuale, per la ricerca delle vecchie foto negli archivi austriaci e per il fortunato ritrovamento del diario dell’austriaco militare; sia per gli aspetti strettamente manuali di spostare metri e metri cubi di terra e roccia, di tagliare gli alberi cresciuti nella trincea, di mettere scalini e protezioni dove necessario ed infine di ripulire tutto quanto, ogni anno, in primavera.

L’iniziatore è stato Paolo Spagnolli, un cultore di storia locale che ha riunito intorno all’iniziativa il sempre solerte e fattivo gruppo degli Alpini, altre Associazioni locali di amanti della montagna, cani sciolti, turisti volenterosi. Da non sottovalutare che il paese di Serrada conta ora 118 abitanti; hanno dato mano, quindi, altre persone da Terragnolo, Folgaria, Rovereto.

La vera e propia Forra, una profonda spaccatura nella roccia, parte integrante della trincea.

Le Istituzione pubbliche non sono intervenute se non con modestistissime forniture di materiali. Il lavoro ed i mezzi sono stati assolutamente privati. Ed ancora più notabile è il fatto che non si è creata intorno alla Forra del Lupo una Associazione specifica con responsabili e dinamiche associative, spesso pesanti ed energivore. Sembra che sia stato una sorta di movimento spontaneo, di lunga durata, di convergenza di interesse e di autonoma coordinazione sul fare.

Un meraviglioso esempio di riscoperta e valorizzazione della storia e della cultura locale (ma inserita a pieno titolo nella grande storia europea) operata da persone e gruppi assolutamente di base senza le interferenze (spesso deleterie) e la generosità monetaria (spesso pelosa) delle istituzione pubbliche. Un recupero autonomo ed autodiretto della propria identità.

Ed inoltre, ancora più importante, i visitatori conoscono la storia del recupero della Forra e del ruolo dei volontari; e per questo motivo apprezzano ancor di più la visita e sentono questo luogo proprio, in quanto nato dalla volontà del corpo sociale e non da decisioni degli Uffici. Ciò lo si legge nel libro di visite, posto nel punto più imponente della Forra.

Un modello da diffondere: 10, 100, 1000 Forre del Lupo!!

E le morti stagioni e la presente. Morta, anche lei, a Rovereto

Intimi angoli pastello del centro storico di Rovereto.

“E le morte stagioni, e la presente. E viva, e il suon di lei.” Dice il vecchio Leopardi nella più famosa poesia della letteratura italiana tutta. E mi viene in mente Rovereto, in Trentino.

Le morte stagioni sono quelle che vengono illustrate dai documentari presentati dalla pregevolissima Rassegna del Cinema Archeologico che ogni anno, da 28, si tiene a Rovereto. Per alcuni giorni un’alluvione di documentari da tutto il mondo mostrano il meglio della cinematografia su temi archeologici. E’ fra i primissimi Festival del genere nel mondo e richiama professionisti ed appassionati per 8 ore giornaliere di proiezioni. Si parla dalla più antica preistoria alla prima epoca industriale. Le morte stagioni, appunto.

Poi si esce dalle proiezioni, che hanno luogo nel bellissimo anfiteatro del Museo di Arte Contemporanea di Rovereto e ci si immerge, un pò frastoranti, nella “presente stagione, e viva, e nel suon di lei” del centro di Rovereto.

Il fatto è che codesta stagione presente pare, anche lei, poverina, defunta e sepolta.

Il centro storico di Rovereto è delizioso; un misto di influenze austriache e veneziane, ai cui Stati fu alternativamente sottoposta, che non presenta niente di particolarmente monumentale, ma che è omogeneo, raccolto, romanticamente vetusto, ben tenuto, gradevolmente illuminato durante la notte, silenzioso, ricco di angolini remoti, per lo più, scarsamente frequentato. Vi si passeggia come fuori dal mondo, dimentichi della presente stagione, aspettandoci di incontrare ad ogni angolo il giovane Mozart che qua tenne il suo primo concerto italiano. O il Vescovo Conte in procinto di andare ad eleggere l’Imperatore del Sacro Romano Impero. O Cesare Battisti, preso dalle sue foghe antiaustriache.

Composta festa dello street food nel centro di Rovereto. Tutto molto come si deve.

Il centro storico è un pò più animato nel lato verso il Corso Rosmini, il centro moderno. Vi sono alcuni bar in cui composti gruppi di giovanili Roveretani, compostamente seduti, bevono aperitivi compostamente serviti.

Perchè il problema è proprio questo: Rovereto, cittadina palesemente ricca, borghese, benestante, ampiamente protetta dal welfare diffuso che l’autonomia della Provincia di Trento permette (anche a spese del resto degli italiani), pare che abbia perso di vista la vita. Pochi i passanti e silenziosi; preponderanti le donne, da sole, giovani o giovanili, spesso in bicicletta, curate, eleganti, molto carine ma non appariscenti, che attraversano il centro come ectoplasmi.

L’irrisolta questione dell’identità di questa terra. Indubbiamente italiana, ma con il rimpianto di non essere tedesca.

Negozi dal sapore un pò vecchiotto che propongono merci inessenziali come cappelli vintage, strumenti musicali ottocentesci, ceramiche artigianali un pò kitsch. Un’aria un pò asettica, una luce un pò fredda, rumori un pò diffusi, un’atmosfera un pò distante. Decisa la gente, ma non frettolosa; si affrettano, ma con calma. Anche i numerosi immigrati paiono inamidati, irrigiditi per contatto (a distanza) con la popolazione autoctona. E queste sensazioni si spargono dal centro verso le prossime periferie. Tutto ordinato, ma sembra più per dovere socialmente imposto, che per propria e sovrana decisione.

Sensazioni strane, alternanti fra la comodità di tanta riservatezza e il desiderio di quella vita che non pare frequentare questo luogo. Tanto che mio padre ed alcuni amici suoi, volevano mettere del sapone (ai tempi assolutamente non ecologico) nella fontana in fondo al Corso Rosmini, che con i suoi zampilli l’avrebbe fatto schiumeggiare fino a sommergere l’intero centro portandovi un soffriggere di fantasia.

Gli acquisti a km 0

A  volte anche il Viaggiatore Critico abdica alla sua vocazione, appunto, critica e si fa trascinare dalla vacua moda dei cosiddetti “acquisti sul territorio”. Si aggira, quindi, fra campagne e città per comprare a caro prezzo cibi e bevande che potrebbe facilmente trovare intorno casa, con molto meno dispendio e pena.

Ma, si sa. Le cose cercate con il lanternino sono enormemente più buone che quelle vilmente barattate con la Coop o la Esselunga in cambio della pecunia.

La quarta e ultima (per il momento) genrazione dei Poli distillatori.

Ha quindi battuto la Padania e le Prealti venete rimediando un invidiabile bottino, dispiegato nella foto. Ha portato a casa:

  • Bianco di Custozza sfuso comprato sul territorio. Il prezzo è migliore del vino. Ma porta sulla tavola sentori risorgimentali di cui sentivamo la mancanza.
  • Mele insipide ed eccellenti fichi del contadino, ex-informatico di punta della Regione Veneto, di nome Beniamino e di origina da Marostica. E’ noto che gli ex-professionisti, dotati di buone risorse economiche, hanno prodotti migliori e soprattutto miglior accesso al mercato del contadino normale, ex- servo delle gleba. Quindi compriamo da chi non ha bisogno e lasciamo che ne ha, nelle mani degli infami intermediari.
  • Grappe del Poli, noto produttore di nicchia di Bassano del Grappa che riesce a riempire faraoniche cantine popolate da innumerevoli botti con pochi e piccoli distillatori, lascito delle laboriose generazioni precedenti. Miracolo!
  • Formaggi di diversa stagionatura di Asiago. Il produttore è il Caseificio Sociale di Pennar, il prodotto è tradizionale, molto conosciuto, buono. Si spaccia in bottega ricca di legni e robuste commesse di mezz’età, sinonimo di sincerità. E’ venerdi pomeriggio ed i buoni pensionati veneti sono appena arrivati alle loro seconde residenze montane e fanno rfornimento per il loro fine settimana e per la successiva settimana di figli e nipoti, incuranti del colesterolo, che tanto ci pensa il Servizio Sanitario Nazionale a spese della collettività. Il negozio offre scelta molto diversificata fra tipi di formaggio, durata della stagionatura, ma anche qualità del latte; se provenienti da vacche cibantesi di erbe alpine fiorite o no.  Si riparte con sacchetti carichi.
  • E per non farci mancare il multiculturalismo, si acquista direttamente dal lungamente ricercato importatore nigero-lombardo del vino di palma nigeriano, appunto. Ricerca di sapori africani, ma ci si ritrova sì, con succo della palma, ma non fermentato. Solita sòla nigeriana.
Si attende con attenzione e preoccupazione di esser serviti, non abbia a finire il cacio.

Si torna quindi con un bel carico a casa, felici dell’aver acquisato e mediamente soddisfatti degli acquisti effettuati. Ma, si sa, il bello è conoscere i prodotti del territorio, a km 0. Così ci hanno detto.

Firmato: Il Viaggiatore Tonto e Beato.

 

Grandezza e bassezza di Ercolano

La casa detta del tramezzo di legno ad Ercolano.

Ercolano: un assoluto miracolo. L’elevato spessore del fango vulcanico che seppellì la città, ha permesso la conservazione delle case della città romana fino ad una notevole altezza dei muri. Si percorre quindi una vera città, con tutto il suo alzato, molto più che a Pompei. Gli scavi non sono vasti e dispersivi e quindi è facile ed agevole percorrerli, anche se vi fanno un pò male i piedi, come è successo a me.

Si apprezza facilmente il vecchio fronte mare della città con la sua fortificazione e gli edifici di rappresentanza esterni. Vi è anche il tocco commovente dei numerosi scheletri dei poverini che cercarono di rifugiarsi nei depositi della merce, su quella che, ai tempi, era la spiagia. Gli scheletri, natrualmente sono dei calchi, ma molto realistici; si prova un vero moto di dispiacere per quelle povere persone.

Ercolano è senza dubbio un luogo di eccezionale interesse culturale e turistico.

Questa meraviglia è offuscata dalla pessima gestione che si fa del turista. O, per meglio dire, della sfacciataggine delle iene in agguato al turista-preda.

E non solo i ristoranti sulla via che porta dalla stazione della Circumvesuviana all’entrata degli scavi con le fotografie dei piatti, le scritte in 5 lingue, i camerieri buttadentro sulla porta del ristorante, i modi da pastori di turisti dei camerieri. Ristoranti che hanno prezzi per lo meno doppi rispetti alla media della zona. Ma anche anche i negozi che vendono la bottiglietta d’acqua a 4 volte il prezzo normale, sciacalli nell’anima. Infami bottegai.

Ma non solo: è vergognosa la presenza delle guide petulanti che si propongono con cieca insistenza e scarsa professionalità all’interno della biglietteria, come se fossero personale della Sovrintendenza. Non vi può non essere la connivenza della Direzione degli scavi e della Sicurezza.

In questi magazzini verso la spiaggia molti poveretti trovarono prima rifugio dall’eruzione e poi la morte.

Grave responsabilità della Sovrintendenza anche nel non dotare gli scavi di pannelli didattici, favorendo il mercimonio delle conoscenze, sia con le suddette guide che con le audio-guide in noleggio, sempre all’interno degli scavi. Inadempienza colpevole del Pubblico per favorire il Privato.

E non taciamo che 11 € di ingresso non sono pochi.

Raggiunti dall’eruzione. Sono calchi, ma comunque impressionanti.

Ma l’assalto al turista non è finito qui. Ad Ercolano sono riusciti ad allestire la truffa del famoso MAV, il Museo Archeologico Virtuale, a pochi passi dall’entrata degli scavi. L’idea è eccellente, lo stato attuale dell’esposizione, assolutamente penoso. Aperto nel 2008 da una Fondazione frutto della collaborazione di Regione, Provincia e Comune di Ercolano doveva mostrare le ricostruzioni virtuali della vita di Ercolano e Pompei. Non un oggetto, solo esposizione virtuale. A quasi 10 anni di distanza ci si ritrova con una tecnologia ormai vetusta e mai rinnovata, con ricostruzioni guaste completamente o parzialmente, con macchine non funzionanti, con il livello di interattività ormai prossimo allo zero. Le ricostruzione delle ville che ancora funzionano sono molto misere, semplici, frutto di una tecnologia del virtuale di dieci anni fa e che oggi pare addirittura puerile. Com Pacman o il Tetris. Ma che, in questo caso, non fanno tenerezza, ma tristezza. Contenuti poveri, istallazioni decadenti, un film 3D che non è 3D e che è miserrimo. Ambienti disadorni e polverosi. Uno squallore pervadente con i relitti di macchine guaste sparse nelle sale. Pareti bianche su cui non viene proiettato più neinte.

Il personale è maleducato. Il biglietto è di 8 euro, il Museo è in deficit ripianato dalla Regione, il direttore è un ex consigliere provinciale di Napoli, più noto per essere stato il coordinatore della campagna elettorale del PD per le elezioni politiche del 2013, nonchè candidato non eletto. Ancora occasioni sprecate, come ad Isernia.

E tutti questi fatti “stancano” la meraviglia degli scavi…..