Le terme di Rapolano Terme

La prima piscina esterna delle Terme della Querciolaia. La più bella. Foto dal sito delle Terme.

Fa sempre molto piacere andare, d’inverno, a mettersi nell’acquiccina calduccina delle piscine delle Terme di Rapolano, a circa 25 km da Siena, verso Arezzo. Una delle innumerevoli terme della Toscana meridionale.

Vediamo come fare per rendere piacevole al massimo l’esperienza.

Che tipo di terme? A Rapolano troverete le terme per il pubblico generale, un po’ come a Budapest. Non c’e’ spazio né per nudismi come a Bad Gastein, per atmosfere tecnologiche come a Bucarest, per vezzi modaioli come all’Asmana. A Rapolano trova il loro spazio gente molto tranquilla e che si accontenta dell’acqua calda, senza altri ingredienti.

Quali terme? In effetti gli stabilimenti termali di Rapolano sono due, a tre km di distanza l’uno dall’altro. Le Terme dell’Antica Querciolaia e le Terme di San Giovanni. Le acque fanno parte dello stesso sistema idrotermale, ma sono leggermente differenti. Le prime hanno una minore quantità di carbonato di calcio disciolto, un leggero odore di zolfo in più e una temperatura leggermente inferiore. Quest’ultimo è un notevole difetto in quanto, d’inverno, nelle piscine all’aperto si può avvertire una leggera sensazione di mancanza di temperatura per raggiungere il benessere perfetto. Si può restare in acqua tutto il tempo che si vuole, ma si è perennemente in cerca del refolo di acqua più caldo del resto della piscina. Tutto ciò sembra dovuto al fatto che la portata iniziale del getto d’acqua delle Terme della Querciolaia era modesto. Si perforò più in profondità e si riuscì a trovare molto più acqua, ma, ahimè, ad una temperatura leggermente inferiore. Ovviamente, al di fuori dell’inverno, la differenza di temperatura fra le due terme è del tutto ininfluente.

I locali delle Terme di San Giovanni sono certamente migliori di quelli della Querciolaia. Più spaziosi, meglio curati, più nuovi, molti spazi relax con belle poltrone. In poche parole la Querciolaia è popolare e San Giovanni è borghese.  La gestione della Querciolaia è mista Comune/privati; l’ingresso in settimana è a 13 euro, a San Giovanni 15. La differenza del prezzo è minore della differenza dei locali. San Giovanni è privata (ma come possono essere private delle acque termali?). Accanto alle terme si ha un albergo di buon livello; e nelle terme c’e’ una parte che è riservata ai clienti dell’albergo e alla quale i clienti esterni non possono accedere. Ciò è abbastanza sgradevole.

Entrambe le terme hanno delle piscine interne. San Giovanni una sola, ottagonale con sedili immersi ed un bocca d’acqua che forma una cascata. Dalla vasca interna si accede a quelle esterne. La Querciolaia ha due vasche interne abbastanza piccole, purtroppo senza sedili nell’acqua. Un  corridoio porta ad un vano dove si lasciano gli accappatoi, si entra in acqua e si può accedere direttamente alla parte esterna.

Le piscine esterne. Sono più grandi quelle di San Giovanni, ma la prima, quella più calda è maggiormente gradevole alla Querciolaia. Entrambe hanno sedili in acqua. Oltre ci sono ancora delle piscine, ma l’acqua scende rapidamente di temperatura e sono utilizzabili solo in estate. Prati e giardini tutt’intorno, più vasti, ancora una volta, a San Giovanni. Pochi i giochi d’acqua, bella cascata nella prima piscina esterna della Querciolaia.

La vasca ottagonale interna delle Terme di San Giovanni. Il pezzo forte di queste terme. Foto dal sito delle terme di San Giovanni.

Le due terme hanno bar con ristorante, di modesto livello quello della Querciolaia, con bella vista a San Giovanni. Naturalmente sono disponibili i soliti servizi aggiuntivi di massaggi ecc, ecc.

Gravissima pecca di San Giovanni è la persistente ed inguaribile maleducazione del personale. Passano gli anni e l’ignoranza di costoro resta intatta. Veramente fastidiosa, mentre alla Querciolaia si respira aria di simpatica famiglia.

Quando andare? Da escludere, a parere del Viaggiatore Critico, tutto il periodo delle vacanze scolastiche. Le mammine di tutto il mondo vi portano la prole. Non si capisce che senso abbia andare alle terme d’estate, quando una qualsiasi piscina andrebbe ugualmente bene.

Da evitare anche il sabato e la domenica, in ogni stagione, per l’affollamento.

Da evitare anche il venerdì perché cominciano ad arrivare i pendolari del fine settimana. Inoltre in quel giorno le terme restano aperte fino all’una e vi va una fauna dai pensieri lascivi.

Restano quindi i primi 4 giorni della settimana. Meglio se piove, fa freddo, tira vento, nevica ed i lupi son discesi a valle. E’ il momento perfetto. Non c’e’ quasi nessuno ed è delizioso stare nelle piscine all’aperto, in mezzo alla nebbia, al gelo, ma nell’acqua calda. Vanno evitate anche i giorni delle feste patronali dei paesi vicini perché pare che sia abitudine diffusa di andare a festeggiare tutti alle terme.

Chi va alle terme? Vi sono due popoli distinti che si mescolano negli effluvi sulfurei. Uno è quello locale, dei dintorni, di Siena. Popolo rurale, bottegaio, paesano, a volte un po’ arricchito. Sono zone di buona disponibilità economica e di vecchia tradizione di saper vivere (Boccaccio era di queste parti) e quindi un biglietto per le terme sono in molti a poterselo permettere e a volerselo concedere. Popolo contento di star nell’acqua, le donne chiaccherano con le donne, gli uomini silenziosi con la bocca a filo dell’acqua che sguardano le eventuali figliole presenti.

Poi c’e l’altro popolo; quello forestiero. Si incrociano qua pattuglie provenienti da Roma con quelle di origine padano – milanese. In entrambi i casi sono coppie, o gruppetti di amici in pensione, che hanno deciso di visitare la Toscana, o che, addirittura, vi hanno messo su casa. Sono benestanti, professionisti, soddisfattissimi di se stessi e di esser così cool da stare nella piscina delle terme. Immancabilmente fanno la lista di tutte le terme toscane che hanno visitato facendone una classifica. Poi parlano di alberghi, B&B, borghi, ristoranti. Se la tirano tantissimo  e sembrano la guida della Lonely Planet; altrettanto inutili. Perché, in realtà non hanno capito assolutamente niente. Sono caduti nella trappola della via toscana del turismo: enogastronomia, accoglienza diffusa, borghi, campagna e cultura. In realtà non si rendono conto che la loro presenza ha completamente snaturato una regione agricola facendola diventare insopportabilmente stucchevole e leziosa. Che quel che loro credono di cercare (ed anche di trovare) è esattamente ciò che stanno distruggendo con la loro presenza.  Questo secondo tipo di popolo sborroncello ovviamente frequenta San Giovanni e disdegna la Querciolaia.

Quindi? Quindi vale molto la pena andare a Rapolano. Per il pubblico frequentante e per il personale consiglio la Querciolaia. Per i locali e per la temperatura dell’acqua San Giovanni. Per le piscine se la giocano alla pari. Il meglio è alternare le due.

Buon bagno.

I marmisti di Carrara e la giornata Studi Aperti

Elias Naman e la sua Paolina Borghese.

Erano gli ultimi giorni di Agosto 2019. Faceva un caldo becco e stavo per andar via, in Tunisia. Non avevo nessuna voglia di schiodarmi dal letto con aria condizionata. Poi il dovere del Viaggiatore Critico prese il sopravvento e mi ritrovai in autostrada, con i miraggi sull’asfalto, per andare a Carrara a godermi il piacere delle Giornate “Studi Aperti” dei famosissimi marmisti di quella città. Ed ero anche abbastanza emozionato, perché non è cosa di tutti i giorni fare delle simili visite.

E fortunatamente che non si fanno tutti i giorni; non sopravvivremo a lungo. Organizzazione pessima; che certo non rende onore agli stupendi artigiani.

Ho letto bene il programma sul sito ed ho capito che c’e’ una quantità di roba da vedere; quindi arrivo prestino, il primo giorno d’apertura. Approdo che son le 14h30 di un venerdì infuocato. Vien voglia di piangere, dal caldo. M son portato anche spazzolino e camicia in più, nel caso la cosa sia assolutamente meravigliosa e che valga la pena passare la notte a Carrara per continuare la visita il giorno dopo (per dire come ero pieno di buona volontà).

Parcheggio dove mi dicono di parcheggiare. Il sito web della manifestazione fa assolutamente cacare. Ci sarebbe una cartina con i pallini degli Studi Aperti, ma non è interattiva e quindi vedi i pallini, ma non sai dove sei tu. In poche parole non serve a nulla, anche perché sul cellulare è troppo piccola per essere comprensibile e non è zoomabile. Bisogna quindi cercare la cartina fisica. Che il sito promette essere disponibile in un certo studio in via Elisa, vicinissimo al mio parcheggio. Smadonno un po’ e trovo via Elisa e lo Studio che invece di essere aperto è del tutto chiuso. Parcheggiando avevo intravisto un ufficio di informazioni turistiche. Ci vado, certo di trovare tutto ciò di cui ho bisogno. Scopro sbigottito che questo ufficio turistico è aperto solo la mattina del lunedì: il resto del lunedì e tutti gli altri 6 giorni è chiuso (vedi foto). Un ufficio turistico che apre 4 ore a settimana??

A Carrara l’ufficio informazioni turistiche è aperto 4 ore a settimana.

Non c’e’ nessuno per la strada. Trovo una signora che. alla mia domanda, telefona al figlio. In due non sanno nulla, ma la signora si lamenta del Comune che non sa organizzare le cose. Mi pare anche a me. Guardo sul sito dell’evento, in cerca di indicazioni e trovo, almeno, l’indirizzo dell’Organizzazione ed il numero di telefono. Penso di andare da loro a cercare la cartina che mi dirà dove sono questi Studi da visitare. Guardo meglio i contatti: presa in giro assoluta. L’indirizzo è Via di via 123, il telefono è 123456. Sono talmente affranto dal caldo che provo anche a fare quel numero di telefono prima di capire.

Smadonno ulteriormente e mi dirigo verso il centro, non sapendo cos’altro fare.

In centro trovo qualche raro passante: chiedo a questo e a quello notizie degli Studi Aperti. La gente o non sa o racconta le cose più inverosimili: uno mi dice che devo aspettare la settimana seguente per avere una mostra di macchine agricole. Lo mando in culo senza ritegno e senza rimpianto.

Finalmente trovo un barista molto gentile che mi da la cartina: sono salvo, lo ringrazio commosso; ora so dove andare a trovare gli Studi Aperti. Sulla cartina vedo che sono moltissimi, sparpagliati in tutta la città; pregusto delizie artistiche a non finire.

Il buon barista mi consiglia di cominciare dallo studio Grinberg, molto vicino. Ci vado ed ho una deliziosa conversazione con un giovane scultore non so più se mezzo svizzero o mezzo francese. Scolpisce colonne di fumo da macchine incendiate. Gongolo.

Mi consiglia di continuare con la visita dello Studio Nicoli, uno dei più antichi e famosi della città. Ma mentre mi spiega la strada arriva una famigliola che c’e’ appena stata e lo ha trovato chiuso. E con questo son già due (compreso quello di Via Elisa) gli studi ad esser chiusi nel giorno degli Studi Aperti.

Vado quindi verso il Duomo, sul cui sagrato alcuni scultori stanno lavorando, in diretta. I poveretti sono malamente protetti dal sole delle 3 del pomeriggio con dei miseri ombrelloni da spiaggia. Evidentemente il Comune non è nemmeno riuscito ad alzare un gazebo, per degli artisti che danno lustro alla città ed all’evento. Micragnosi.

In questo laboratorio c’e’ di tutto.

Percorro poi via Finelli. Dei 4 studi citati nella mappa che avrei dovuto trovare in questa strada, di aperti ce n’e’ solo uno, con delle simpatiche ragazze. In cambio trovo un pittore, Romeo, che, almeno lui, è aperto.

Passò un ponte e mi trovo sulla via principale di Carrara che si chiama Carriona e che deve portare su, verso le cave. Trovo facilmente una sorta di centro sociale con cinema dove mi parlano a lungo e con passione dei gravi problemi ambientali portati dalle cave di marmo, in inarrestabile espansione per fornire i mercati arabi e russi. Molto bene, ma io volevo vedere i laboratori dei marmisti.

Finalmente ne trovo uno vero ed importante. Si tratta di Elias Naman, siriano. Sta facendo una sorta di Paolina Borghese su commissione. Non usa nient’altro che martello e scalpelli. E’ gentilissimo, mi piace; gli do più volte del pazzo; ride contento, lo vorrei abbracciare.  Continuo e trovo subito una ragazza nera con delle belle cose. Comincio ad esser contento della mia giornata.

Continuo e trovo lo studio Vanelli, interessantissimo; ma non trovo lo studio Supra Lab pur citato dalla carta. Poco oltre trovo un laboratorio che pare uscito dall’800 che fa stupendi pezzi di incastro. Non mi sembra che ci sia sulla carta. Chiacchero a lungo con il tipo: qui non sono scultori, ma fanno elementi di arredamento, adorni. Ma con maestria e risultati entusiasmanti.

Riscendo la Carriona e la buona sorte mi abbandona: la mappa della manifestazione è pessima, molto imprecisa, non ci si ritrova. Mi imbatto in un piccolo gregge di tedeschi che cercano anche loro lo studio Giusti in via di Grazzano; lo cerchiamo insieme, non riusciamo a trovarlo. In cambio troviamo il bravo falegname Giacomo. Abbandono alla loro sorte il tedescume e scendo ancora sulla Carriona. Trovo lo Studio Costa, ma è chiuso, anche lui ( a dir la verità non faceva parte dell’evento Studi Aperti e quindi niente da dire). Mi avevano detto che Costa ha un robot che riproduce da sole le sculture. Gli mettono davanti un modello ed un blocco di marmo e dopo un po’ ha riprodotto perfettamente il modello. Mi sarebbe piaciuto vederlo all’opera.

Non solo sculture, ma anche elementi architettonici.

Perché comincio a capire che di scultori come il siriano Elias, che fa tutto a mano, ce ne sono pochi. Soprattutto si fanno copie da modelli in marmo o, più facilmente, in gesso. Lo scultore modella il gesso e l’artigiano, poi, copia in marmo. Hanno un curioso strumento fatto di asticelle appuntite, per riprodurre le dimensioni del modello sul blocco di marmo.

Torno quindi indietro e cerco l’interno del numero 1 di Via San Martino, dove la carta mette un sacco di pallini di Studi Aperti. E’ un calvario: rompo le palle alla metà degli abitanti di Carrara e finalmente riesco a trovarlo. Ma immaginare che fosse lì era veramente difficile. Tutti i carraresi lo sanno, ma nessun forestiero riuscirebbe a trovarlo da solo o con quella pessima cartina che hanno fatto. Ma era così difficile mettere una freccia ad indicare l’entrata? Non ci sono arrivati quei geni dell’organizzazione?

Nel frattempo si è fatto tardi ed è un vero peccato. Due Studi sono chiusi: il personale se ne è andato via prima dell’orario, tanto non veniva nessuno!! Visito la Cooperativa dove trovo uno stagista che mi commuove per la passione. Ed una signora russa che segue una sua scultura ciclopica. C’è un altro laboratorio, già immerso nella penombra. Vi si costruiscono delle sorte di enormi minareti per chissà quale sceicco.

Su Carrara incombono le cave di marmo.

Ceno con grande soddisfazione al circolo di via San Martino: pesce fritto ed abbondante vinellino fresco. 10 agli artisti, agli artigiani ed alla gente di Carrara, gentilissimi. Li ho molto disturbati con le mie domande, e mi hanno dato tutte le indicazioni che potevano. 2 agli organizzatori. Dei veri incapaci che dovrebbero vergognarsi del casino che hanno fatto. Se non sapete farlo, non fatelo.

Andate a visitare gli studi di Carrara, la gente è gentile, vi farà vedere quel che è possibile. Ma evitate le giornate degli Studi Aperti.

Di chi era il dentino di Isernia: campeggiatori, macellai o carognari?

Il dentino da latte ritrovato ad Isernia nel 2014. La datazione è di 570.000 anni. Foto di: http://www.unife.it, Claudio Berto, Julie Harnaud via Wki Commons.

Siamo nell’attuale periferia meridionale di Isernia. E ci troviamo verso l’incredibile data di 570 mila anni fa. La zona non è profondamente incisa come la vediamo oggi; è invece pianeggiante, tanto che in alcuni punti si è formata una palude. Intorno delle montagne. Il clima è leggermente più fresco e secco dell’attuale. Nella parte pianeggiante prevalgono le praterie con degli alberi sparsi. Sono luoghi ideali per il pascolo degli erbivori. Ma lungo i fiumi ed intorno alla palude, la presenza dell’acqua e dell’umidità notturna, favorisce la presenza di molti altri alberi che perdono le foglie d’autunno: ontani, pioppi, salici, platani. La vegetazione è fitta e vi è del sottobosco. Si tratta di quelle che vengono chiamate “foreste a galleria”, proprio perché formano delle gallerie all’interno delle quali scorre il fiume; alle spalle della galleria si trovano le savane, le praterie. Sulle alture circostanti, la temperatura più fresca ed una buona presenza di umidità permette la crescita dei castagni e dei faggi. E’ molto difficile paragonare un paesaggio preistorico ad uno attuale europeo: le profonde trasformazioni fatte dall’uomo hanno sconvolto tutto: regimazioni dei corsi d’acqua, coltivazione dei campi, sistemazione delle colline.  Ma se vogliamo farci un’idea del paesaggio di quel luogo in quel momento, possiamo pensare a certe zone poche abitate della Maremma fra il profondo sud della Toscana e l’inizio del Lazio. Vasti spazi aperti, con foreste a gallerie dove c’e’ l’acqua e boschi sulle alture. Il tutto un po’ più freddo di come sia ora la Maremma. In altre parole: vedendo quel paesaggio non troveremmo niente di particolarmente strano; ci parrebbe familiare, solo molto “naturale”.

Resteremmo invece sbalorditi al vedere gli animali che si aggirano in codesto bucolico paesaggio. Non crederemmo ai nostri occhi e sarà anche difficile credere a quanto state leggendo. E’ invece tutto provato, fin nei minimi dettagli. Nelle praterie vedremmo molti bisonti, ma anche degli elefanti e dei rinoceronti. A dar loro la caccia, addirittura, dei leoni e dei leopardi. Sulle alture, delle specie di capre. Più vicini alla vegetazione lungo i fiumi e la palude troveremmo dei cervi, dei daini e dei caprioli, addirittura degli orsi; nella macchia più fitta dei cinghiali ghiotti delle ghiande di leccio.

Non deve stupire la strana mescolanza di animali, che noi associamo a climi freddi, come i bisonti,  in compagnia di altri, di tipo “africano”. Ci sono due spiegazioni. La prima ci dice che questi animali non sono esattamente come quelli esistenti attualmente; erano i loro progenitori con alcune caratteristiche leggermente differenti e che potevano essersi adattati a climi differenti da quelli in cui vivono i loro attuali discendenti. Ad esempio, i mammut sono pur sempre degli elefanti, eppure vivevano nel freddo della Siberia. La seconda spiegazione ci dice invece che molti degli animali scomparsi dall’Europa, lo sono semplicemente per il fatto che sono stati sterminati dall’uomo. Se non fosse per costui, i leoni si aggirerebbero nei boschi appenninici; e se non fosse per i Parchi nazionali africani, i leoni sarebbero spariti anche da quel continente.

Nella palude sguazzavano gli ippopotami, si posavano i germani reali e i tuffetti, nuotava la tartaruga d’acqua insieme a numerosi pesci e stazionavano le rane. Sulle rive si aggiravano diverse specie di roditori ed alcuni insettivori del tipo della talpa. Insomma una flora ed una fauna molto varia: un bellissimo esempio di biodiversità. L’accostamento di una ambiente a prateria, di uno ricco di vegetazione arborea e di un terzo acquatico, come la palude, ha permesso un vero formicolio di vita dove la ricerca del cibo è certamente più agevole.

Verso i margini della palude vi era uno spazio libero, probabilmente fangoso, ove si svolgeva una parte interessante della vita del microcosmo che abbiamo appena descritto. Ebbene, quello spazio è ancora lì e viene scavato poco a poco fin dal 1978, quando tornò alla luce in occasione della costruzione di una strada che lo prese in pieno. Fortuna volle che fosse presente un colto appassionato, che se ne accorse e dette l’allarme.

Quello spazio, di qualche centinaia di metri quadrati,  fu provvidenzialmente salvato dalle ingiurie del tempo grazie a degli importantissimi fenomeni vulcanici, ben conosciuti in Campania e Molise, che ricoprirono il tutto con un bello strato di materiale vulcanico “leggero”, in un modo simile a quello che avvenne a Pompei, ormai quasi ai giorni nostri. E’ molto probabile che sia stato il vulcano di Roccamonfina, a 35 km da Isernia, ad eruttare quella pomice. Il vulcano si è poi estinto circa 50.000 fa, ma la zona è ancora oggi sismica e sottoposta a movimenti tettonici.

Ma cosa c’era in quello spazio e cosa c’e’ rimasto ancora, che ha riempito di entusiasmo gli archeologi e di meraviglia i visitatori? Moltissime cose, che danno una enorme quantità di informazioni sulle vicende che vi si svolsero – vale la pena ricordarlo – 570.000 anni fa, decina di millenni più, decina di millenni meno. Il problema, magari, sta nelle interpretarle correttamente. Il fatto fondamentale è che in quell’ambiente vi era un elemento ulteriore, finora taciuto: l’uomo! E dopo vedremo di che tipo.

Lo spazio è in lieve discesa e presenta una base di terra fine, che diventava fanghiglia quando si bagnava, ricoperto da uno strato quasi continuo di sassi di travertino di medie dimensioni e da una quantità stupefacente di ossa degli stessi animali di cui abbiamo parlato precedentemente. Le ossa non sono in connessione anatomica e ciò vuol dire che sono state disarticolate dallo scheletro a cui appartenevano, spostate, manipolate. Fra i blocchi di travertino e le ossa sono anche state trovate delle buone quantità di schegge di selce. La materia prima, da cui sono state tolte le schegge, proviene dai dintorni, se ne trova ancora. Questo tipo di pietra si forma naturalmente all’interno delle rocce calcaree. In questo caso si presenta sottoforma di lastre di pochi centimetri di spessore. Queste lastre sono state scheggiate dall’uomo per trarne degli attrezzi che sono poi stati abbandonati fra i sassi e le ossa.

Soffermiamoci sulle ossa. La caratteristica principale è che il campionario presente non è casuale; in altre parole non ci sono un po’ tutte le ossa, in percentuale simile a quella nella quale sono rappresentate negli scheletri dei diversi animali. Ce ne sono solo alcune ed in particolare i crani e le ossa lunghe, almeno per quanto riguarda gli animali di dimensioni più grosse.  Inoltre le ossa non sono affatto intere, ma molte sono state spezzate; e ciò è successo quando erano ancora fresche. Questo particolare lo si deduce dalle caratteristiche del punto di rottura, ben diverse se l’osso si è rotto da fresco o da secco. Altro aspetto fondamentale è la differente presenza delle ossa dei differenti animali. Quello di gran lunga più rappresentato è il bufalo con diverse decine di esemplari, poi viene il cervo e il cinghiale. Sporadici gli elefanti e gli orsi, un solo esemplare di leone. In questi casi si parla di “numero minimo di individui”. Il concetto è intuitivo: si contano tutti i tipi di ossa della stessa specie e si identifica quello più presente. Diciamo sia stato il femore destro: se ve ne sono 10, ci devono essere stati almeno 10 individui, anche se probabilmente ce n’erano molti di più e gli altri femori destri sono finiti altrove.

Le ossa non solo erano spezzate, ma avevano subito altre manipolazioni. E’ comune, negli studi sul Paleolitico, osservare con estrema attenzione la superficie delle ossa animali, ritrovate negli scavi, per identificare delle eventuali tracce. Tale scienza si chiama, con poca fantasia, “tracceologia” ed è molto utilizzata anche in ambito forense. Sono necessarie analisi con microscopi avanzati; ma ormai vi è una buona conoscenza di quale operazione eseguita con quale strumento è stata effettuata su tale osso, solo osservando la forma e la posizione dei graffi lasciati . Un buon tracceologo osseo riesce a far parlare l’osso che ha studiato.  Nel caso di cui stiamo parlando, lo studio è stato particolarmente difficile in quanto la superficie delle ossa, per quanto ben protetta dal materiale vulcanico che le aveva ricoperte, si era in qualche modo “erosa” facendo perdere di consistenza e di dettagli i graffi lasciati dall’uomo. Con dura pena i tracceologi hanno comunque potuto stabilire che dalle ossa si era tolta la carne e si erano asportati i tendini utilizzando gli attrezzi in pietra che erano stati trovati lì intorno, fra i sassi e le ossa stesse. Naturalmente non vi è corrispondenza diretta fra quel graffio e quello strumento specifico; ma si sa con certezza che quel tipo di attrezzo in pietra ha lasciato sulle ossa quelle striature.

Inoltre è noto che durante la preistoria, le ossa lunghe e certe ossa del cranio, come le mandibole, venivano spezzate per trarne il succulento midollo, buono e nutriente, esattamente come facciamo noi con l’ossobuco. Il cranio veniva sfondato per mangiare il cervello, ovviamente.

Le pietre scheggiate, le selci, non erano di buona fattura. Già la materia prima non è di gran qualità: le lastre hanno uno spessore di pochi centimetri. Venivano poste su una pietra e con un’altra si batteva sul bordo: si staccava una scheggia. Se ne traevano delle schegge abbastanza informi e fini (e ciò era un vantaggio perché tagliavano meglio), lunghe quei pochi centimetri che rappresentavano lo spessore della lastra di partenza. Non vi sono casi di schegge tolte tenendo la lastra in piedi e sfruttandone la lunghezza o la larghezza, invece dello spessore; probabilmente la cattiva qualità della selce lo avrebbe impedito. La fattura di queste schegge dà l’idea di un attrezzo fatto in fretta, su due piedi, alla buona, senza particolare attenzione. Gli archeologi sperimentali sono intervenuti ed hanno studiato il caso, arrivando a conclusioni impressionanti.

Non desti stupore la massa di studi a cui hanno dato il via questi scavi. Il sito di Isernia – La Pineta (così si chiama ufficialmente) è certamente il più importante del Paleolitico Inferiore italiano.

La prima esperienza è consistita nello scheggiare esattamente quel tipo di lastra con la stessa tecnica che si era potuta desumere dall’osservazione delle schegge “vere”. Queste ultime sembravano essere caratterizzata dalla presenza, in molte di loro, di sorte di denticoli lungo i bordi. Si poteva presumere che tali denticoli fossero stati fatti intenzionalmente per ottenere un ben preciso strumento che si adattasse a delle particolari operazioni che si voleva eseguire. Invece è stato dimostrato che i denticoli sono il risultato spontaneo della scheggiatura di quel tipo di materiale con quel tipo di tecnica (la semplice percussione con un ciottolo). Quindi venne confermata l’impressione di selci “tirate via”, fatte alla buona. E, meravigliosamente, questa impressione fu confermata quando gli archeologi sperimentali riprodussero, con le schegge che loro stessi avevano fatto, le operazioni di scarnificazione su delle ossa di animale attuale. Ebbene, fu visto che dopo 10 o 15 minuti di lavoro il filo tagliente delle schegge era ormai rovinato e che non serviva più a gran cosa. L’ipotesi molto consistente suggerisce, quindi, che quegli uomini scheggiassero sommariamente le lastrine di selce che si trovavano sottomano e che dopo pochi minuti di uso l’attrezzo fosse ormai inservibile e venisse gettato, per farsene un altro nuovo. Dei veri e propri coltellini “usa e getta”. I bordi delle schegge sono consumati da tutti i lati; ciò vuol dire che l’utilizzatore se lo girava fra le dita via via che notava che un taglio era ormai rovinato, per andare a cercarne un altro ancora buono. Naturalmente i tracceologi hanno esaminato anche le schegge utilizzate ed hanno confermato l’uso che ne veniva fatto: scarnificazione e taglio dei tendini. Per rompere le ossa, queste venivano percosse da ciottoli o sbattute contro le pietre.

Ricapitoliamo i fatti ed affrontiamo il difficile capitolo della interpretazione del sito. Abbiamo una superficie coperta da pietre travertinose ed ossa di animali scarnificate ed intenzionalmente spezzate. La scarnificazione veniva effettuata con schegge grossolanamente preparate sul luogo. Le ossa sembrano essere state scelte in base al loro tipo ed in base all’animale a cui appartenevano.  Cosa avveniva, realmente in quel luogo?

Ebbi la fortuna di assistere ad una conferenza di Carlo Peretto e della sua equipe dell’Università di Ferrara, incaricati dello scavo, nei primi anni ’80. Lo scavo era iniziato da poco e si avevano le prime impressioni. Fu una conferenza emozionante. Peretto fu misuratissimo e non avanzò nessuna ipotesi. Ma appariva in grande tensione e disse una serie di frasi che furono chiare ai presenti: sprizzava entusiasmo da tutti i pori. Trent’anni dopo, in un’altra conferenza, a Verona, confermò pubblicamente che, in quegli anni, stavano lavorando su una ipotesi straordinaria. La rievocò con l’amabile nostalgia che si riserva ad un sogno di gioventù, ahimè, fallace.

Si pensava che gli antichi uomini avessero ricoperto quello spazio fangoso con le pietre e le ossa per farne un luogo di soggiorno. Certe piccole porzioni di terra, rotondeggianti e prive di pietre o di ossa, furono interpretate come i punti dove dei pali erano stati alzati per sorreggere tende di pelli o coperture di frasche. I crani sarebbero stati appoggiati con la calotta cranica verso l’alto in modo da rendere più agevole il camminarci sopra. Si sarebbe trattato della prima bonifica e della prima costruzione di un vero e proprio riparo, quasi una casa, della storia dell’umanità. La scoperta del secolo.

Poi gli scavi proseguirono e l’area diventò veramente troppo grande per essere stata un’abitazione; molti altri studi contribuirono alla comprensione del sito e si arrivò ad una più matura riflessione. Quella fantastica ipotesi venne accantonata.

Si è quindi pensato che si trattasse di una area di macellazione; un “macello”. Rappresenterebbe il luogo dove si svolgeva solo una della diversi fasi del processo di ricerca del cibo da parte di quella gente. Gli animali sarebbero stai cacciati ove possibile, scuoiati e ridotti in pezzi trasportabili. Le parti più interessanti sarebbero state portate nello spazio che ora è in scavo, dove sarebbe stata tolta loro la carne ed i tendini (da usare nei molti modi possibili); le ossa e i crani rimanenti sarebbero stati spezzati per prendere midollo e cervello. Ed infine la carne sarebbe stata portata in un terzo luogo per essere cotta e mangiata. Infatti nell’area non ci sono zone che mostrino le caratteristiche tipiche dei focolari (arrossamenti o decolorazioni delle pietre dovuti a lunghe esposizioni al fuoco), salvo in un punto, ma molto dubbio.

Questa ipotesi presenta alcuni aspetti critici. Il più importante verte sulla natura delle ossa presenti nello spazio scavato. Sono soprattutto crani ed ossa lunghe. Ora, appare problematico credere che dei cacciatori si caricassero sulle spalle una testa di bisonte per portarla al macello per trarne il cervello ed un po’ di midollo dalla mascella. Per non parlare poi del teschio di elefante e delle zanne. Perché portare delle zanne al macello ed abbandonarle lì? Ma anche: perché spostare una pesante zampa che può essere facilmente scarnificata là dove l’animale è stato ucciso? La carne può essere poi tagliata in pezzi di peso comodo ad essere portati da una sola persona. Questi uomini erano certamente robustissimi, ma di piccola taglia ed una coscia di bisonte ha un peso notevole. Poco spiegabile anche la relativa assenza di altre ossa. E’ certamente vero che i diversi tipi di ossa hanno una diversa resistenza al passare del tempo ed alcune spariscono; ma ciò non pare essere una spiegazione sufficiente al fatto che le ossa sembrino selezionate. Ed ancora: quel luogo è ricoperto, oltre che dalle ossa, da una grande quantità di sassi di travertino. Tali sassi non sono affatto arrotondati dall’acqua, ma sono irti di piccoli spunzoni. Non ci può essere luogo più scomodo per camminare, per sedersi, per inginocchiarsi mentre si lavora intorno alla scarnificazione di una zampa di bisonte. Ai tempi ci poteva essere dell’erba che facilitava le cose; ma non si capisce per quale motivo quei macellai avrebbero dovuto scegliere un luogo pieno di sassi quando potevano andare poco lontano su della comoda terra. L’unico vantaggio di quell’area sembra essere la presenza di ciottoli di calcare di cui servirsi per fare gli attrezzi “usa e getta” (non si usava solo la selce, ma anche tali ciottoli).

Si potrebbe pensare che quell’area fosse il greto della palude, che gli animali vi andassero ad abbeverarsi e lì fossero cacciati e spezzettati. Ma se così fosse  si dovrebbero trovare TUTTE le ossa od almeno quelle più resistenti. Il che non è.

Resta quindi un’altra possibilità, meno romantica. Si poteva trattare di una spiaggia della palude o del fiume, dove delle piene potevano portare le carcasse di animali affogati dalle alluvioni. Sulle quali, quei nostri progenitori si attivavano per contendere la carne ai batteri della putrefazione. Ulteriori ondate di piena avrebbero portato via le ossa meno pesanti lasciando sul posto solo quelle molto pesanti o quelle che erano rimaste incastrate fra le pietre.

Gli scavi continuano anche se lentamente – solo poche settimane ogni anno  –  nuovi elementi emergono e analisi più avanzate vengono compiute. Le esperienze si accrescono, altri esperti prendono in mano le cose. Ne sia ad esempio il tema della datazione del sito, che non è stato nemmeno sfiorato in questo capitolo. Le misurazioni sono ormai numerose e sono state fatte con metodi diversi. La datazione del sito è cambiata negli anni e si è venuta via via affinando fino a raggiungere l’attuale ipotesi, assai attendibile. Bisogna quindi avere solo pazienza e avremo delle idee sempre più precise su ciò che quella antica gente faceva realmente in quel luogo.

Ma chi erano costoro? Proprio nella campagna di scavi del 2014 emerse un elemento che riportò Isernia – La Pineta sui giornali. Una cosa anche commovente. In una di quelle lontanissime giornate, passate fra le carcasse degli animali, vi era anche un bambino. E forse addentando una di quelle ossa, per farsi una tartara su due piedi, magari ben frollata, ci perse un dentino da latte, un incisivo superiore. Che è stato ritrovato. Questa è la storia che avremmo voluto raccontare. In realtà il dentino non era ancora pronto a cadere, la radice non si era ancora riassorbita (anche i denti da latte hanno delle radici, sia pure più piccole; ad un certo momento cominciano a riassorbirsi e quando sono sparite, il dentino cade). Quindi quel bambino, di 6 anni circa, il dentino lo perse perché morì. Non sottovalutiamo il dentino: è il reperto umano più antico d’Italia!

Da un solo dentino, per di più da latte, non è stato possibile dedurre molte informazioni antropologiche di quella popolazione. Si trattava certamente dell’Uomo di Heidelberg che a quei tempi dominava l’Europa, dopo esservi immigrato dall’Africa. Dopo del tempo quell’uomo si trasformerà nel più noto Neandertal. Ma questa è tutt’altra storia.

Intorno al sito di Isernia è stato costruito un imponente Museo, forse un po’ deludente nei contenuti didattici ed esplicativi. Una parte dell’area scavata è stata tolta da dov’era e ricostruita nel museo ed è facilmente osservabile in molti dettagli. Ma l’area maggiore è ancora in posto ed è coperta da un enorme capannone vetrato. Il visitatore può quindi osservare, anche se un po’ da lontano ed attraverso dei vetri dove la polvere dei millenni si deposita, l’area di scavo. Durante le campagne di lavoro si può anche assistere alle operazioni e con un po’ di fortuna farsi amici di uno studente che potrà spiegare qualche dettaglio.

Per leggerne di più sul sito bisogna far riferimento alle numerose pubblicazioni di Carlo Peretto su Isernia che costellano tutta la sua carriera, fino ai giorni nostri.

Un viaggio molto antico (II parte)

[Incomincia qui]

Il momento del massimo prosciugamento del Mediterraneo dirante il Messiniano. (Vedi I parte) Foto di Paubahi, Wikicommons.

Può causare meraviglia il fatto che su quattro siti “antichi” della Sardegna, ben tre siano concentrati nella zona di Tempio Pausania. Ci sono alcune spiegazioni: intanto è solo in quella zona che sono state fatte ricerche approfondite, da personale qualificato della Sovrintendenza, in seguito al primo ritrovamento casuale. Come a dire che se si cercasse anche altrove, forse qualcosa si troverebbe. Un secondo motivo può stare nel fatto che quella zone è di dolci colline interessate da lavori agricoli. Muovere la terra con i mezzi agricoli fa emergere le selci. Se gli stessi luoghi fossero stati a macchia mediterranea o a boschi, le selci sarebbero rimaste interrate e sconosciute. Normalmente, in Sardegna, i campi stanno in pianura (terreni alluvionali recenti, dove non ci possono essere resti così antichi) e le colline non sono coltivate. Ed infine non va dimenticato che l’aspra orografia della Sardegna ha certamente causato importanti fenomeni erosivi che hanno portato a valle, distruggendoli, molti degli eventuali resti antichi.

Il quarto sito è a Ottana dove sono state raccolte un buon numero di selci scheggiate in cinque diversi luoghi, prossimi gli uni agli altri. Il materiale usato viene da giacimenti in prossimità, esattamente come nei due primi siti. Ma le similitudini si fermano qui: infatti le tecniche usate ad Ottana sembrano ad un livello tecnologico nettamente superiore a quello dei due primi siti. Tutt’altra cosa, molto distante.

La lunga descrizione dei complessi di selci che abbiamo appena fatto (non per amore di pedanteria) introduce un tema centrale nello studio della Preistoria: l’analisi delle selci e la loro attribuzione ad una o ad un’altra fase culturale. Il tema è di una complessità straordinaria ed è centrale nel lavoro di un preistorico; ne è l’essenza. Un insieme di selci, che agli occhi di un semplice interessato può sembrare muto, allo sguardo del professionista svela molte informazioni. Facciamo un esempio: i bifacciali di cui abbiamo parlato prima (o amigdale) sono stati prodotti solo in un certo momento, sia pure molto lungo, della preistoria (con una piccola eccezione, ma lasciamo stare). Trovarne uno in un sito permette di assegnare quello scavo all’unica cultura umana che li faceva. Un altro esempio: quando si trovano, in Europa,  delle selci scheggiate secondo la bellissima tecnica levallois si può esser certi che siamo prima di 40.000 fa e che le fece l’uomo di Neandertal o il suo antenato. Ed anche quando si trovano degli strumentini in selce molto piccoli  e di forma ben geometrica sappiamo che siamo nel Mesolitico.

Ricostruzione artistica di vari tipi del cervo antico, il Megaloceros. Foto di Apokryltaros, Wikicommons

Ma questi – ed alcuni altri – sono esempi molto facili; nella maggioranza dei casi il riconoscimento non è così semplice. La fattura degli strumenti in pietra dipende da una grande quantità di variabili: il tipo di pietra e la sua attitudine ad essere scheggiata; la capacità tecnica dell’artigiano, il tipo di utilizzazione che si doveva fare di ogni singolo strumento, il contesto in cui gli strumenti venivano usati (area abitativa / di lavoro / di caccia), il tipo di supporto sul quale l’attrezzo veniva, eventualmente, immanicato.

Eppure, nonostante tutte queste variabili, negli strumenti in pietra, nelle selci usate da ogni grande complesso culturale umano preistorico, vi è un’aria specifica, un sapore caratteristico, uno stile riconoscibile. E’ un po’ come con i vestiti: entrando in una sartoria ognuno di noi riconoscerebbe se vi si producono toghe romane, abiti rinascimentali o abiti da lavoro ottocenteschi. E’ una semplice questione di stile della produzione. Ecco, con le selci è un po’ la stessa cosa, solo molto più difficile, soprattutto perché per noi le selci sono oggetti strani, da bambini non ne abbiamo mai viste in mano ai nostri padri.

Torniamo al nostro mistero sardo; nel Paleolitico antico vi erano sostanzialmente quattro grandi stili di produzione di strumenti. Nel più antico si toglievano delle schegge ad un ciottolo e si otteneva uno strumento: è il chopping tool. Nel secondo stile lo strumento guida per il riconoscimento è il famoso bifacciale. Nel quarto si incomincia ad utilizzare la tecnica levallois che si svilupperà nel Paleolitico Medio. Il terzo stile è quello che interessa a noi: si chiama Clactoniano e consisteva nel togliere da un nucleo di selce delle schegge, grossomodo rotondeggianti, i cui bordi venivano leggermente scheggiati (o ritoccati) per raddrizzare ed irrobustire il filo che sarebbe stato utilizzato nelle varie operazioni che si volevano compiere. Ecco, negli strumenti dei primi tre siti sardi, prima descritti, lo stile che si “respira” è il Clactoniano. Nel quarto sito – Ottana – vi sarebbe addirittura un sentore dello stile (o tecnica) levallois. In assenza di datazioni ottenute con un qualche sistema scientifico, l’archeologo si è basato sulla sua sensibilità agli stili delle selci, per attribuire al Paleolitico antico quei siti in Sardegna e quindi arguire che l’uomo vi arrivò in tempi antichissimi.

Non solo. Si dibatte il seguente, affascinante, tema, su cui avevamo promesso di tornare. Fra le varie ipotesi precedentemente avanzate, rispetto ai rapporti che ci possono essere fra le selci dei due primi siti, ammettiamo che si decida di considerare quelle del primo sito (Sa Coa de Sa Multa) più antiche di quelle del secondo (A Sa Pedrosa-Pantallinu). In altre parole lo stile di lavorazione del primo sito è più antico del secondo, e ciò IN BASE all’esperienza che si ha dell’evoluzione degli stili di scheggiatura sul continente. Si ipotizza anche che i fabbricatori del primo sito siano arrivati in Sardegna in occasione del massimo ritiro del mare avvenuto circa 325.000 anni fa. La domanda centrale è questa. Come è possibile che l’evoluzione dello stile di scheggiatura che è avvenuto in Sardegna, fra il primo ed il secondo sito, abbia percorso lo stesso cammino di quanto avveniva sul continente, pur senza esistere alcun legame fra le due popolazioni di scheggiatori?  Può sembrare lo stesso problema delle piramidi egiziane e maya od azteche. Perché due popoli senza legami arrivarono a fare costruzioni simili? In realtà qui la faccenda è diversa; le piramidi sono costruzione “spontanee”, quasi obbligate, se si vuole avere una vicinanza al cielo. Lo stile di fabbricazione delle selci deriva dalla scelta di un modus operandi di scheggiatura fra i mille possibili. Per il secondo sito si avanza con prudenza una datazione di 200.000 – 100.000 anni fa, sulla base delle caratteristiche del suolo su cui le selci poggiavano. Possiamo realmente pensare che il gruppo umano passato per primo in Sardegna 325.000 anni fa (e che produsse le selci del primo sito) abbia evoluto la propria tecnica durante 125.000 – 225.000 anni (per arrivare alle selci del secondo sito) in modo del tutto parallelo a quanto avveniva sul continente? L’ipotesi, francamente, pare peregrina. Ecco quindi che sorge la possibilità che il primo gruppo si sia estinto (magari per i motivi di consanguineità già accennati) e che una nuova traversata abbia avuto luogo al successivo abbassamento marino, avvenuto circa 165.000 anni fa. E che questo secondo gruppo sia il produttore delle selci del secondo sito. Anch’esso si sarebbe poi estinto. I conti degli anni tornano; certo sono ipotesi, per il momento.

Ma…

Ma, come succede con gli abiti, a volte, gli stili si confondono, si mescolano, si ripetono, si mimetizzano. Per le selci, il caso (e molti altri motivi) ha voluto che durante il Neolitico o le prime età dei metalli, si fosse continuato a scheggiare e si siano riprese delle tecniche antiche. Ecco quindi che altri archeologi, vedendo gli stessi complessi di strumenti sardi ora descritti, abbiano pensato che siano di poco precedenti il Neolitico. Cadrebbe quindi ogni ipotesi antica ed anche ogni reale interesse.

Il mistero resta per il momento intatto. Ma anche in questo caso c’e’ solo da aspettare nuove ritrovamenti, nuove ricerche sui materiali già trovati e sui suoli nei quali sono stati trovati, nuovi studi con nuove tecniche. Un giorno il mistero sarà sciolto.

Per terminare: come è andata a finire la colonizzazione della Sardegna, o, per meglio dire, come è incominciata, quella che continua fino ad ora?

Dopo le prime due colonizzazioni abortite, di cui abbiamo parlato fino ad ora, se ne prospetta una terza, ormai in tempi molto più recenti, verso i 20.000 anni da noi; in occasione di un terzo minimo climatico, con il conseguente abbassamento del mare ed avvicinamento delle due coste. Le testimonianze di questo terzo evento stanno nella Grotta Corbeddu presso Dorgali. In questo caso ci sono anche dei resti ossei umani (ovviamente sapiens) ed in particolare una falange ed un osso del cranio. Quest’ultimo presenterebbe delle caratteristiche deviate dalla norma; si potrebbe quindi trattare di un fenomeno di deriva genetica, di endemizzazione. Un prodotto dell’isolamento a cui tale popolazione fu sottoposta; si tratterebbe della conferma della teoria prima esposta secondo la quale una popolazione composta inizialmente da un numero ristretto di persone non riesce a sopravvivere in un ambiente isolato. Quindi anche questo terzo tentativo di insediamento sarebbe fallito. Fortunatamente in questo caso ci sono delle selci di stile molto chiaro e che puntano tranquillamente verso quelle date. Ma la presenza umana nel Paleolitico abbastanza recente non fa particolare meraviglia; il possesso, da parte di quelle genti, di tecniche minimali di navigazione non stupisce eccessivamente.

Ed ancora. Fra gli esperti c’è, quindi, il seguente modello di arrivo dell’umanità in Sardegna: al momento dei minimi marini ci sarebbero stati degli attraversamenti di gruppi umani, ma troppo piccoli per avere una autonomia genetica che impedisse loro di estinguersi in poco tempo. E ciò sarebbe avvenuto tre volte. L’ipotesi è suggestiva, ma presenta un problema maggiore. I minimi marini non erano fenomeni ch duravano una stagione. Sono processi lunghissimi che si misurano almeno in decenni se non in secoli. E non sono improvvisi, ma assai lenti. Quindi la riva toscana e quella di Capo Corso rimasero progressivamente più vicine e dopo progressivamente più lontane per tempi lunghi. Se presumiamo che quegli antichi gruppi avessero capacità marinare, dovremmo aspettarci che fossero numerosi i drappelli che attraversavano il mare arrivando in Sardegna; anno dopo anno, nella stagione più favorevole. E questo lento e lungo esodo avrebbe permesso di rimpolpare ed accrescere il pool genico degli isolani. A meno che la popolazione che avesse accesso alla costa toscana fosse solo una, geneticamente molto omogenea e numericamente molto scarsa. Vi sono altre due possibilità: la prima è che realmente ci sia stato, e ciò per tre volte a centinaia di migliaia di anni di distanza, dei brevi momenti in cui il passaggio poté essere effettuato a piedi, all’asciutto, e questo per un brevissimo tempo. Quella gente non avrebbe avuto capacità marinare, ma avrebbero sfruttato un brevissima finestra temporale di terra emersa per passare. Passato quel’attimo sarebbero rimasti isolati fino all’estinzione.  Ma su ciò non ci sono evidenze geologiche. L’ultima ipotesi prevedrebbe degli arrivi assolutamente involontari e non desiderati: come un’onda anomala o di piena, uno tsunami, un inseguimento di nemici sanguinari. Questa ipotesi renderebbe ragione del numero ridotto degli individui formanti il gruppo colonizzatore. Attraversare il mare sarebbe stato un “incidente” da evitare e quando successo, da non ripetere.

Il quarto tentativo di colonizzazione sarà quello buono; ma ormai siamo a 8.000 anni fa, al Mesolitico: i cervi saranno sterminati e si vivrà principalmente del prolago. Arriveranno poi i commerci marittimi di ossidiana, l’agricoltura e l’introduzione di tutto il bestiame domestico. Ma questa è un’altra storia.

 

Un viaggio molto antico

Il simpatico prolago, estinto, anche se qualcuno dice di averlo visto. Foto di Prolagussardus, wikicommons.

I nostri remotissimi antenati saranno andati in Sardegna? A piedi?

La Sardegna è un’isola. E’ un’ovvietà, ma tale caratteristica ha fatto nascere una grande quantità di dilemmi di tipo archeologico. Il primo, il più importante, riguarda il momento nel quale l’umanità vi mise piede per la prima volta. La discussione, fra i pochi paletnologi esperti di Sardegna è vivissima. Le prove sono scarse ed i dubbi molteplici e profondi; le ipotesi non mancano.

Ne è stata avanzata una straordinaria, secondo la quale il primo popolamento dell’isola sarebbe avvenuto in un tempo antichissimo; ben superiore a quanto avremmo mai potuto immaginare prima che certi ritrovamenti, che poi vedremo, venissero a galla. Si parla addirittura di circa 320.000 anni fa; una data sconcertante, se si pensa che l’arrivo in Sardegna comporta necessariamente la costruzione e l’uso di una imbarcazione. Capacità che dovrebbe essere stata del tutto al di fuori della portata delle genti di quel tempo. Ma può anche darsi che non ci sia stato bisogno di nessuna imbarcazione. Come è possibile?

La storia dell’umanità è sempre stata tributaria delle condizioni climatiche dei luoghi dove ha vissuto. L’alternanza di momenti freddi e momenti caldi ha avuto grandi influenze sulla vita, umana ed animale. Proprio in quell’epoca menzionata, la glaciazione che era in atto (chiamata di Mindel, secondo la vecchia nomenclatura) raggiunse il suo acme. Di conseguenza i ghiacciai pervennero al massimo della loro estensione ed altezza: di volume, in altre parole, assorbendo grandi quantità di acqua che fu tolta ai mari il ui livello si abbassò. Sardegna e Corsica divennero una sola isola, le coste della Toscana si spostarono verso la Corsica e la distanza marina fra il continente e la duplice isola divenne minima, pari a pochi chilometri. Certamente si arrivava a piedi asciutti fin’oltre l’isola della Capraia e da lì la costa avanzata del Capo Corso era perfettamente visibile, vicina.

E’ certo che alcuni animali arrivarono sull’isola. Si tratta di un cervo, il Megaloceros, oggi estinto e del cuon: una miscela di cane e volpe, di cui alcuni lontani cugini vivono ancora in Asia. Da tener presente chi i due animali sono buoni nuotatori, all’occorrenza. Arrivando sull’isola, vi trovarono, probabilmente, la fauna locale in cattivo stato ed incapace di opporre loro molta resistenza. Quella fauna terrestre vi era arrivata ai tempi della famosa crisi messiniana o in qualche glaciazione successiva.

Il cuon asiatico, ancora esistente, lontano parente di quello sardo. Foto di Keven Law Wikicommons.

La crisi messiniana risale a circa cinque milioni di anni fa, quando lo Stretto di Gibilterra si chiuse completamente. Il Mediterraneo rimase un mare isolato e l’acqua che vi arrivava dai fiumi, pur copiosissima, non era sufficiente a compensare le perdite che aveva per evaporazione. Il livello si abbassò gradualmente e si creò una profonda depressione dove le temperature salirono, aumentando ancora di più l’evaporazione; come sta succedendo attualmente al Mar Morto, ma in scala infinitamente maggiore[1].

Dopo la chiusura dello Stretto, il Mediterraneo, lentamente, si svuotò quasi completamente e rimasero solo dei grandi laghi fra la Sardegna e la Spagna. La fauna ebbe quindi tutto l’agio di invadere questi nuovi spazi ed arrivare in Sardegna. Lo stretto di Gibilterra tornò poi ad aprirsi ed in pochi anni di inimmaginabile inondazione, il Mediterraneo si riempì nuovamente: la fauna arrivata in Sardegna vi rimase intrappolata continuando la propria evoluzione in un contesto chiuso. Fra questa fauna, un animale in particolare sarebbe poi diventato importante per il proseguo della nostra vicenda: il Prolagus sardus, una sorta di unione fra un coniglio ed un criceto, più grosso del coniglio attuale. L’ultima popolazione di prolago rimase in vita sulla disabitata isola di Tavolara, dove si è estinto solo nel 1774. Si dice che qualche esemplare sia ancora avvistato, ma è abbastanza improbabile.

Al massimo delle glaciazioni lo spazio fra la Toscana e la Corsica-Sardegna era minuscolo.

Quando il cervo ed il cuon arrivarono in Sardegna si trovarono molto a loro agio e la fauna precedente oppose poca resistenza al loro insediamento, in quanto ormai sfinita dal lungo isolamento, dai cambiamenti di clima, dalla consanguineità, dalla mancanza di apporti di “sangue fresco” da altre zone. Il cuon, in particolare, aveva una quantità di prolificissimi prolaghi da mangiare. Ricordiamo che in Sardegna non vi era nessun altro degli animali ai quali noi siamo abituati a pensare: bovini, cavalli, cani, gatti, conigli, lepri ed altro. Tutti questi animali arriveranno, moltissimi millenni dopo, sulle navi dei Neolitici.

Ma perché parliamo del cervo e del cuon? Ci interessano molto perché sono la palese dimostrazione che degli animali riuscirono a passare dalla Toscana alla Corsica. Viene quindi da chiedersi se l’uomo non sarebbe stato in grado di fare altrettanto; magari seguendo delle mandrie di cervi che stava cacciando e che si sarebbero avventurate in mare.

Può sorgere un ulteriore dubbio. Si da per certo che un tratto di mare abbia continuato a separare Toscana e Corsica anche nel peggiore dei momenti freddi. Questo lo si deduce confrontando il livello calcolato del mare in quel momento e la profondità attuale del braccio di mare fra la Capraia e Capo Corso (altrove la profondità è sempre maggiore). Naturalmente non può essere escluso, con assoluta certezza, che i calcoli dell’antico livello del mare siano imperfetti o che il fondo del mare non si sia approfondito nel frattempo, per un qualche problema tettonico o per l’erosione, che esiste anche sui fondali. Non ci sentiremmo quindi di escludere, con assoluta certezza, che quel braccio di mare si sia veramente asciugato, sia pure per un tempo brevissimo, o comunque ridotto a tali modeste dimensioni da non scoraggiare nemmeno un modesto nuotatore.

Detto tutto ciò, non possiamo dimenticare un illustrissimo precedente. In Indonesia, sull’isola di Flores, sarebbero arrivati degli Homo erectus ben 700.000 anni fa, superando un braccio di mare di 19 chilometri. Si dovrebbe quindi ammettere una capacità di navigare terribilmente più antica di quanto ritenuto fino a pochissimi anni fa; quando si pensava che il primo navigatore fosse stato il sapiens.

Comunque stiano le cose, il punto centrale della nostra storia sarda è che degli animali arrivarono in Sardegna e che se lo fecero loro, anche l’uomo avrebbe potuto farlo. Per togliere un dubbio che potrebbe esser nato, diciamo subito che non vi è la possibilità che avessero potuto utilizzare dei blocchi di ghiaccio alla deriva. Faceva freddo, ma non così tanto. Certo avrebbero potuto utilizzare dei tronchi, altrettanto alla deriva. Comunque con difficoltà perché l’acqua doveva essere assai freddina.

A questo punto, nel dibattito fra archeologi si inserì un argomento veramente curioso. Una equipe olandese scavò e studiò negli anni ’80 e ’90 le ossa dei vecchi animali sardi. Non erano archeologi, ma paleontologi: i sistemi di scavo sono simili. La quantità di informazioni sugli antichi cervi e cani sardi aumentò di molto. Ora, i paleontologi sanno per esperienza che una specie animale, quando resta confinata in una isola, specie se povera di alimenti, come la Sardegna, molto montuosa e rocciosa, ha la tendenza a divenire più piccola. Per evidenti motivi di “parsimonia” nel consumo delle scarse risorse disponibili. Questo avvenne con l’elefante siciliano che, sull’isola, diventò un nanetto di 90 centimetri. Ma ciò succede solo se non ha predatori. Se invece li ha, quella specie è obbligata a restare di buone dimensioni per essere in grado di resistere ai predatori, o con la lotta, o con la fuga. Il nostro antico cervo sardo rimase delle sue dimensioni o le diminuì di poco. Tale fatto lascia pensare che avesse un predatore. E questo predatore non è certo il vecchio cuon sardo, troppo piccolo e già troppo impegnato a correre dietro alla facile preda prolago. Tale predatore non poteva essere che l’uomo.

Ci si chiederà, ormai, se quest’uomo arrivato in Sardegna ci abbia lasciato qualche traccia e come è finito. Cominciamo dall’ultimo punto. Ed immaginiamoci una piccola popolazione di uomini e donne che arrivano su una grande isola deserta. Hanno una infinità di risorse a loro disposizione e nessuna concorrenza. Gli animali, cervi esclusi, non conoscono la vena cacciatrice dell’uomo e quindi, probabilmente, si fanno avvicinare con grande innocenza, come successe e succede ancora alle isole Galapagos. La vita di quel gruppo è facilissima. Potrebbe sembrare un vero paradiso. Ma vi è un’enorme insidia che li attende, dentro di loro, nel loro DNA. Lo spettro della consanguineità. Un piccolo gruppo umano, se non è in grado di mescolarsi con altri gruppi è destinato a scomparire in poche generazioni. Il numero di queste dipende dalla quantità iniziale dei componenti del gruppo e dalla loro variabilità genetica. Ora, vi sono alcuni esempi che sembrano andare contro questo punto di vista. Il primo è, ancora una volta, quello degli uomini di Flores, in Indonesia, che sembrano esser sopravvissuti in totale isolamento molte centinaia di migliaia di anni, sia pur andando verso una miniaturizzazione che li portò ad essere alti meno di un metro. Ma è anche vero che le informazioni su quella vicenda sono ancora troppo scarse e frammentarie per poter affermare qualcosa di conclusivo. Un secondo esempio è l’isola di Pasqua; ma in questo caso l’isolamento della popolazione è durato poche centinaia di anni ed è probabile che nuove ondate di popolamento siano giunte, durante quei secoli, rinvigorendo il corredo genetico degli isolani.  Ma vi è anche un esempio, clamoroso, che conferma la teoria innanzi detta: in Croazia, a pochi chilometri da Lussino e a poche decine di chilometri da Venezia, Fiume o Zara c’e’ un’isoletta, Susak, tristemente famosa per l’alto tasso di consanguineità della popolazione, il cui stato di salute fisico e mentale è molto degradato. Eppure sono sempre stati circondati da tanti altri gruppi umani. Ma vi è anche l’esempio contrario, anche se molto poco conosciuto, dell’isola di Sentinel.

In conclusione è possibile ipotizzare che i primi “scopritori” umani della Sardegna-Corsica, se arrivati in piccoli gruppi – magari già molto omogenei geneticamente – e rimasti isolati, non avrebbero avuto molte possibilità di durare a lungo: si sarebbero estinti.

Ma lasciamo le supposizioni e veniamo alle prove della presenza umana antica in Sardegna ed in Corsica. Tralasciamo quelle che sono troppo esili numericamente o troppo dubbie da un punto di vista archeologico. Restiamo su quelle consistenti. Si tratta di soli quattro siti, che abbiano restituito una consistente quantità di pietre scheggiate dall’uomo. Solo pietre, non c’e’ nient’altro. La sfortuna ha voluto che, nei luoghi scavati, non vi sia stata nessuna possibilità di trovare degli elementi che potessero essere sottoposti ad almeno una delle numerose e diverse tecniche di datazione. Niente di niente, nemmeno i pollini per avere un’idea della flora o qualche pezzo di ossa di animale. Gli archeologi si sono quindi trovati in mano solo delle selci, certamente scheggiate intenzionalmente.

I quattro siti principali sono i seguenti: Sa Coa de Sa Multa, Sa Pedrosa-Pantallinu, Riu Altana; i tre nell’Anglona (la zona di Tempio Pausania) ed Ottana, nel Nuorese.

In nessun caso ci sono tracce dei grossi strumenti bifacciali – che una volta si chiamavano amigdale – che caratterizzano con certezza il Paleolitico più antico. Ma è pur vero che vi è tutto un filone di popoli, in quell’epoca, che non facevano quel tipo di strumento ed usavano esclusivamente delle schegge per i loro attrezzi di lavoro.

A Sa Coa de Sa Multa vi era un’officina di lavorazione di selce che affiorava a breve distanza. Si scheggiavano dei blocchi facendo pochi tipi di strumenti. La tecnica usata era una sola ed assai semplice. La sensazione di antichità di questo sito è corroborata dalle caratteristiche del suolo su cui agivano coloro che preparavano le selci. Ripetiamo, sulla sola osservazione del tipo di suolo formatosi a quel tempo e poi rimasto sepolto.

Nello scavo di A Sa Pedrosa-Pantallinu lo strato principale è a sua volta suddiviso in tre o quattro fasi di abitazione separate fra loro da sottili strati alluvionali. Si trattava quindi di un luogo di frequentazione che venne più volte invaso dalle acque di un fiume. Anche in questo caso, come nel precedente, della selce era naturalmente presente e qui veniva estratta ed elaborata. Vi si trovano quindi pezzi di materia prima, assieme a strumenti già finiti. Una sorta, quindi, di cava-laboratorio. Gli strumenti, alcune centinaia quelli scavati ed ancora in studio, sembrano di fattura un po’ più evoluta di quelli del sito precedente. I tipi di strumento sono pochi, anche in questo caso. L’aspetto interessante è che alcune selci portano i segni caratteristici di essere state esposte al gelo. Dovrebbero quindi essere precedenti almeno all’ultima glaciazione che è di circa 20.000 anni fa. Molto precedenti se si pensa che una datazione sull’osservazione del suolo rimanderebbe a 200 – 100.000 anni fa. Andrebbero studiate le eventuali differenze fra i materiali provenienti dai diversi strati – intervallati dalle alluvioni – per identificare dei segni di evoluzione fra le tecniche dello strato inferiore, più antico e quelli degli strati superiori, più recenti. Siamo in attesa che qualcuno lo faccia.

Dal terzo sito, Riu Altana, provengono numerose selci, trovate lungo il fiume. Non sono stai fatti scavi. Molto difficile, quindi, dare indicazioni precise. Si sono potute dividere in due gruppi principali, in base al loro stato fisico: molto rovinato dall’acqua o ancora abbastanza ben conservate. La suddivisione non sembri arbitraria; probabilmente il fiume ha intaccato, molto tempo fa, il vecchio piano di campagna che conteneva il primo gruppo e solo più recentemente il luogo che conteneva il secondo gruppo. E’ quindi legittimo supporre che i due insiemi fossero da sempre distinti. Un gruppo sembrerebbe assomigliare alle selci di Sa Coa de Sa Multa, l’altro gruppo a quelle di A Sa Pedrosa-Pantallinu. L’ipotesi avanzata verterebbe sulla possibilità di due frequentazione di questa regione, una successiva all’altra con una evoluzione per quanto riguarda le tecniche di scheggiatura. Resta senza risposta la domanda se si trattasse dello stesso gruppo umano che abbia raffinato le proprie capacità artigianali o se fossero due gruppi umani diversi con diverse abilità. Ma non si può nemmeno teoricamente escludere che fosse lo stesso gruppo umano, con le stesse capacità, che preparasse strumenti più  o meno raffinati a seconda dei bisogni del momento. Una ipotesi che presenteremo nel prossimo post tenterà di chiarire questo dilemma.

[1] Fra le due guerre mondiali si discusse molto di un progetto che voleva tornare ad isolare il Mediterraneo, per mezzo di una diga fra Marocco e Spagna, allo scopo di disporre di nuova terra grazie alla discesa del livello del Mediterraneo e di produrre energia elettrica sfruttando il salto che si sarebbe creato fra l’Atlantico ed il nostro mare.

Scanno: il paese che non dovrebbe esistere

Vi è un paese curioso, molto bello, inaspettato, pieno di storie strane. E’ Scanno, in Abruzzo. Così strano che merita largamente una visita.

Scanno non dovrebbe esistere: si trova in una posizione impossibile. La valle dei fiumi Sagittario e Tasso è relativamente ampia nella parte superiore, dove sta Scanno, ma si restringe, verso lo sbocco inferiore nella Valle Peligna, formando una lunga e strettissima gola fra erte e grigie pareti di roccia. Tali Gole del Sagittario rendono difficilissimo l’accesso alla parte superiore della valle. Le Gole formano un imbuto, un collo di bottiglia temibile. Fino all’inizio del 1900 non c’era nessuna vera strada e arrivava a Scanno solo una difficile mulattiera che serpeggiava sul fondo delle Gole disputandosi con il fiume il pochissimo spazio disponibile fra le rocce. Mulattiera che diventava impraticabile quando il fiume si alzava di livello, con lo sciogliersi della neve e le piogge primaverili od autunnali. Il paese restava isolato.

Ma perchè fu quindi costruito questo paese, che ha resti anche romani? Per motivi economici: sulle alture ci sono vastissimi pascoli nei quali hanno brucato ed ingrassato infinite greggi di pecore. Greggi che passavano l’inverno in Puglia e l’estate sui monti di Scanno: il vecchio sistema della transumanza. Con questa importantissima fonte di reddito alcune famiglie costituirono delle belle fortune arricchendo il borgo di importanti palazzi, chiese, muraglie. La zona è ricca di un bel calcare bianco che fu utilizzato nelle costruzioni. Il paese vecchio è su una specie di promontorio, molto mosso, in forte salita. L’effetto è delizioso: strade e stradine, scalinate, belle case e palazzi, slarghi e strettoie, fughe di viuzze con il verde delle montagne intorno come sfondo. Il colpo d’occhio è meraviglioso. Impossibile accedere al centro vecchio in auto o moto.

E’ tutto così caratteristico che il paese è diventato, fin da metà ‘900, un terreno prediletto per i fotografi. Moltissimi dei grandi maestri vi sono passati e vi hanno scattato foto divenute celeberrime. Sulle loro tracce, appassionati di fotografia dei giorni nostri percorrono le stradine del borgo cercando ispirazione e inquadrature; chi organizza corsi di fotografia si onora di portare i propri allievi in questo luogo.

Questa faccenda della transumanza delle greggi faceva sì che quasi tutti gli uomini passassero l’inverno lontano da casa, lasciando il paese in mano ad una sorta di matriarcato di fatto. Le donne furono quindi obbligate a gestire i figli ed i beni in autonomia, sviluppando un forte carattere. Forse per questo motivo Scanno è l’ultimo paese in Italia nel quale il costume tradizionale venga ancora usato, quotidianamente, dalle donne più anziane. Questa cosa è assolutamente straordinaria; un pezzo di tradizione antica unico in Italia. Il costume della festa è particolamrente ricco ed elaborato. Alcune volte all’anno viene organizzata una rievocazione durante la quale molte donne sfilano con i vecchi costumi pazientemente mantenuti, riparati, indossati. Immancabili, quindi, le foto a queste donne, fra le viuzze di pietra del borgo. Scorci antichi. A capitarci per caso si resta basiti.

La ricchezza del paese la si vede anche dalla presenza di una importante tradizione orafa che ha prodotto alcuni gioielli tradizionali. Ci sono ancora alcune oreficerie artigianali, sul corso principale. E pare incredibile che un paese così isolato ed inaccessibile possa esser stato tanto ricco.

Ma le eccezionalità di Scanno non finiscono qui: poco sotto il paese c’e’ un bel lago nel quale si può anche fare il bagno. Dalla parte opposta c’e’ il Passo Godi, a 1600 metri, circondato da montagne che oltrepassano i 2.000. Insomma, montagne vere, sulle quali è anche possibile sciare, quasi tutti gli anni.

E’ relativamente vicino a Roma e nei periodi di gran caldo frotte di anziani romani si rifugiano fra queste montagne a prendere il fresco. Ed ancora: è la prima vera montagna per chi viene dalla Puglia; li vedi allora questi turisti, abituati alle strade diritte, fra gli olivi pugliesi, avventurarsi esitanti ed impauriti sulla strada stretta e tortuosa che sale al paese. Oppure vengono d’inverno, a vedere come è fatta la neve.

Negli anni ’60 Scanno ebbe un notevolissimo sviluppo turistico, basato soprattutto su romani e pugliesi. E’ nata intorno al borgo vecchio, fortunatamente rimasto intatto, una corona di orribili costruzione residenziali ed alberghiere nello stile di quegli anni; certamente uno dei più infelici nella storia dell’umanità. Edifici nati male ed invecchiati peggio; un pò disabitati, un pò cadenti. Triste edilizia delle seconde case nell’epoca del boom.

E qui incomincia l’inarrestabile parabola discendente di Scanno.  La risorsa pecore e’ ormai ridotta ad un paio di aziende residuali. Il turismo stanziale langue; gli alberghi che un tempo si volevano pretenziosi sono ormai ridotti a misere pensioni la cui manutenzione è ridotta ad minima. Vi si trascinano gli habituès di sempre, ogni anno più anziani e meno numerosi, per semplice legge naturale. Nessuna capacità di rinnovarsi, di creare attività. L’impianto sciistico è perennemente in fallimento; le possibilità di camminare d’estate sono poche, non essendo mai stati segnati i sentieri in modo accettabile; la cucina è modesta, poco curata e meno invitante; gli abitanti sono gentili come un cazzotto nello stomaco; un deposito di pezzi polverosi, aperto solo a chiamata, gioca il ruolo di museo locale; le produzioni locali di salumi e formaggi sono venduti a prezzi esosi per una qualità banale.

Gli Scannesi si rifanno spesso ai loro antenati Sanniti e vanno fieri delle Forche Caudine alle quali obbligarono gli altezzosi romani. Millenni dopo i romani continuano a venire in questa zona e ad essere trattati nello stesso modo scortese.

Scanno è l’esempio vivente (morente, sarebbe meglio dire) del cambio di tipo di turismo: il tempo della vacanza residenziale lunga un mese è finito. Ora si vogliono numerose vacanzine di breve durata, ma di ricchi e variati contenuti. Non si vuole più respirare l’aria buona, si cercano esperienze appaganti. E queste esperienze vanno costruite, organizzate, gestite con professionalità. E quest’ultimo attributo sembra crudelmente mancare agli Scannesi.

Insomma, quello che è un unicum nazionale per i costumi tradizionali, un borgo di superba bellezza ed una bizzarria storica e geografica sta morendo; soffocato dalla grettezza degli abitanti e dalla povertà culturale delle Amministrazioni Pubbliche. E la popolazione tanto residente quanto turistica diminuisce ogni anno. Ci si affida a qualche iniziativa estemporanea, passeggera, corta come le competizioni di Iron Man che non lasciano niente.

Scanno vale ampiamente una visita per poter meravigliarsi del borgo. Una visita breve, di un paio di notti (e vi consiglio questo B&B, in una casa del borgo). Aspettando che i suoi abitanti riescano a capire che bisogna offrire qualcos’altro di decente, oltre al borgo, a chi arriva fino a quassù.

Le terme Asmana a Firenze

La piscina principale. Foto dal sito delle terme.

A volte chi scrive è un po’ scoraggiato da quel che vede e poi vuole raccontare. E non sa se rassegnarsi o continuare a dire che le cose non dovrebbero andare così.

E’ quel che è successo all’Asmana: centro benessere, terme, ecc, in posizione centrale fra Firenze, Prato ed i Comuni della Piana fiorentina. Una zona molto abitata. E’ aperto da ben quattro anni, ancora non me ne ero accorto.

Accanto all’autostrada ed in vista della chiesa del Michelucci, le terme sono ospitate in una costruzione di stile “villetta abusiva anni ’70 disegnata dal geometra” e sono dotate di ampio e comodo parcheggio.

C’e’ una piscina principale dalle forme rotondeggianti parzialmente all’interno e parzialmente all’esterno. Esternamente due piscinette più piccole. Pochi giochi d’acqua: solo una rotonda in cui l’acqua forma una corrente che ti trascina e qualche postazione con le bollicine. Nessun getto dall’alto per il massaggio alla cervicale.  Un bar si affaccia sulla piscina principale. Ci sono poi tre o quattro saune abbastanza grandi, un paio di bagni turchi, una piscinetta interna. Lettini ovunque, alcune stanze per distendersi nel silenzio. Locali per i massaggi, un bar con panini ed un ristorante con un menu dall’aria salutista. L’edificio è tagliato in modo furbo, sembra molto più grande di quel che in realtà sia.  L’arredamento è strettamente minimalista – risparmioso del tipo di quello che si trova nei negozi tipo “Bamboo – India”. Non manca il Budda, le poltroncine di finto vimini, le ambientazioni marocchine.

E fin qui sarebbe tutto molto banale e già visto mille volte, ma potrebbe anche andare. Lo scoraggiamento comincia ora.

Le piscine sono tutte profonde 135 cm; l’acqua a me da all’ombelico. Ma soprattutto si risparmia sul riscaldamento: la temperatura è al limite inferiore del tiepido, un grado in meno e farebbe freddo. Non si ha la sensazione del calore, che è proprio il motivo per il quale si va alle terme. Stessa cosa per le saune; solo una sfiora gli 80 gradi, che è poco per una vera sauna. Le altre sono tiepide; ci si può stare a lungo e non si arriva quasi nemmeno a sudare. Perfettamente inutili; va da se che non c’e’ il secchio con l’acqua da gettare con il romaiolo sulle pietre. Le ambientazioni sono fantasiste: India (saune in India?), wine  sauna (????) in un edificio a sé, sauna alle erbe. La vasca dell’acqua fredda è lontana dalle saune interne e comunque nessuno la usa, visto il poco riscaldamento delle saune stesse. Molta scena e pochissimo contenuto.

Va un po’ meglio nel bagno turco dove la temperatura, complice il vapore, da una discreta sensazione. L’ambientazione è marocchina ed il tutto è chiamato Hamman; in una stanza viene anche fatto (pagando un extra) il lavaggio con la schiuma.

Ci sono andato a cavallo dell’ora di pranzo di un giorno della settimana e c’era abbastanza gente. Mi immagino la ressa il fine settimana. Ed infatti, all’entrata di alcune saune ho visto i famigerati paletti con i nastri per regolare le file. Quarti d’ora d’attesa per entrare in una sauna stracolma di gente? Sta di fatto che gli armadietti sono 900, ma che è impensabile che queste terme possano contenere tutta quella gente.

Molte cerimonie nelle saune, con il solito tipo aitante che sventola l’asciugamano facendo finta di essere Sandokan.

Errori gravi della direzione. All’entrata danno il braccialetto con il numero dell’armadietto. Pare che questi braccialetti siano conservati in ordine progressivo; quindi le persone che arrivano una dopo l’altra alla biglietteria si troveranno ad avere armadietti contigui disturbandosi a vicenda al momento di spogliarsi. Il bar della piscina principale è uno solo con due banconi: uno esterno ed uno interno. Ebbene, durante l’inverno si serve solo al bancone interno, nonostante che i barman siano prossimi anche al bancone esterno e che le persone volentieri vorrebbero bere qualcosa rimando all’esterno.

Prezzi da 21 euro per due ore a 34 per tutta la giornata. Cari gli extra, compresi i noleggi di teli e ciabatte.

Insomma, è sempre la solita faccenda. Si investe il meno possibile, molto fumo negli occhi, prosopopea ed arroganza, servizi modesti, scarsa cura dell’ospite. Massimizzare il profitto, minimizzare gli sforzi, circuire il cliente che, probabilmente, non ha idea di cosa sua una vera sauna, delle terme veramente piacevoli, o dei centri benessere da professionisti. Vi è soprattutto l’insopportabile arroganza dell’apparire senza essere. E la gente continua a cadere nella trappola, cieca e sorda ad ogni evidenza. Poi, intendiamoci, una mezza giornata ci si può anche passare, ma siamo lontanissimi da quel che dovrebbe essere un centro benessere…..

Le sfide di Guido. Ce la farà?

La ricostruzione del teatro romano di Firenze.

Segnalo un tentativo innovatore e coraggioso di modificare l’impecorimento delle masse turistiche incolonnate verso le più viete ovvietà turistiche. Un’agenzia cerca di mettere in luce aspetti turistici meno conosciuti, ma molto interessanti. E ciò con un sistema di prenotazione particolare. Ce la farà a crearsi uno spazio?

I love Guido è un’agenzia on-line di visite guidate. Chi è interessato sceglie il giro proposto ed aspetta. Quando si raggiunge il numero di 5 partecipanti il tour è confermato. Quante più persone partecipano (con un limite) tanto più il costo per persona diminuisce. Il costo attuale è chiaramente indicato sul sito. Il vantaggio per il turista è evidente. Il sistema è anche furbo perché il partecipante già iscritto avrà tutto l’interesse a trovare altri turisti; diventa, quindi, il miglior “promotore” del gruppo. Lo svantaggio, molto grave, è che probabilmente non si saprà fino agli ultimi giorni se il tour si farà o no. Il turista rischia di perdere una parte del poco tempo che ha, mancando l’opportunità di vedere ciò che aveva destato la sua curiosità.

Ma l’aspetto più interessante dell’offerta di Guido è aver messo l’accento su temi meno frequentati dal turismo di massa. Ad esempio si cercano i poco visibili resti romani di Firenze, ma fondamentali per il successivo sviluppo medievale e rinascimentale della città. A Parigi si visita il cimitero del Pere Lachaise, a Milano ci si occupa dell’epoca spagnola e della peste del Manzoni. Nel Lazio si visita passeggiando i siti sannitici di Faragola e si contribuisce alla ricostruzione di un museo locale distrutto da un incendio. Lo schema ricorda quello proposto da Migrantour.

La peste di Milano!!

Tutto ciò rappresenta il sogno di molti che si sono occupati di divulgazione di beni culturali e che sono sempre stati soggiogati, affogati e dispersi dalla prepotenza degli attrattori turistici principali: il Rinascimento a Firenze, l’antichità a Roma, il Duomo di Milano, il Louvre e Versailles a Parigi. Per gli altri aspetti non c’è posto. Guido cerca di spingere gli outsider, pur dovendo, per evidente motivi economici, mantenere nel catalogo anche gli “inevitabili”.

I tour si concludono con un riposino in un bar con scambio di impressioni e consumazione a carico del partecipante. Si parla anche di pubblicazione sui social dell’esperienza appena trascorsa. Questo punto rinforza il carattere di condivisione, sharing, della proposta di Guido.

Si tratterebbe, quindi, di una declinazione moderna e più sostenibile dell’offerta turistica, nel solco dell’economia circolare. Il turista dovrebbe avere un’esperienza più vasta, i luoghi sarebbero meno affollati, le guide sarebbero maggiormente a loro agio, beni culturali minori sarebbero maggiormente valorizzati ed i biglietti di ingresso favorirebbero la loro conservazione.

Tutto bello, quindi. Ma bisogna vedere se i turisti pecoroni accetteranno queste proposte. Certo il gruppo che fa Venezia, Firenze, Roma in 5 giorni non lo potrà fare. Ma si spera che questi gruppi spariscano, come successe agli Unni di Attila. Lo potrà invece fare il turista ragionevole che preferirà una sola città girandosela comodamente.

Vedremo. Nel frattempo Guido dovrà migliorare gli aspetti digitali, ancora un po’ claudicanti e vegliare che le guide incarnino gli aspetti innovativi della proposta senza cadere nella routine della solita visita da sbrigare con rapidità.

PS. Dopo oltre un anno dalla visita effettuata con Guido e la pubblicazione del post, direi che Guido è ancora vivo ma non ce l’ha fatta. Il sito rimane claudicante, come dicevo un anno fa. Ha ancora l’aspetto del sito fatto per cominciare: è rimasto in quella fase, senza crescere e migliorarsi. Il blog non è più aggiornato da almeno 4 mesi. I luoghi in cui Guido agisce non sono numerosi: Puglia, Firenze, Milano, Parigi e pochi altri. Le visite proposte sono numerose, ma rispetto ad un anno fa, hanno perso di smalto e sono diventate meno innovative e curiose. Anche Guido si è un pò adagiato nella ovvietà turistica. Ma il fatto che più dispiace è che sembra che non vi siano clienti. Vige sempre la regola delle 5 persone come minimo per far partire un giro. Ed ecco che nell’offerta tutte, ma proprio tutte, le visite previste hanno tre persone già iscritte. Quella che parte domani e quella che parte fra un mese. Il motivo è evidente. La coppia che vule fare un giro vede che mancano solo loro due per farlo partire e si iscrivono. La visita parte, ma i visitatori saranno solo loro due. I prezzi sono abbastanza alti e la guida potrà comunque vedersi ragionevolmente pagata il suo lavoro per quelle due ore che dura il giro. Ma in questo modo si perde completamente il senso della condivisione e della “socialità” dell’operazione. Torna ad essere una normale e banale visita turistica con la propria guida, caramente pagata. Peccato, Guido non ce l’ha fatta.

 

L’orto delle meraviglie

Quando la biodiversità non è una chiacchera per attirare finanziamenti, ma un fatto.

In una Firenze ormai prostituta ed inutile, ho trovato un posticino la cui visita vi consiglio, poveri turisti che avete creduto a quel che vi hanno raccontato su questa città. Ma la consiglio anche ai locali.

E’ a una ventina di chilometri dal centro, oltre Grassina, a Castel Ruggero. E non parlo dell’omonimo lago frequentato prima dagli alternativi ed ora dai gay; tutti nudi, comunque. Poche centinaia di metri oltre il lago vi è un’antica villa-fortilizio al cui fianco troverete un delizioso orto-giardino. E’ una riedizione dell’orto del signore rinascimentale che si dilettava nel far coltivare piante rare e sorprendenti con cui stupire amici e ingelosire gli avversari politici. Fra le corti italiane e poi europee era tutto un fiorire di scambi, furti, spionaggi allo scopo di avere le piante ed i frutti  più strani possibili. Si spendevano fortune per avere bulbi e semi di piante e varietà nuove e sconosciute. Specialmente di agrumi ed è per questo che tutte le ville rinascimentali avevano una “Limonaia” dove quelle piante venivano messe a svernare; e le Limonaie erano di miglior qualità ed estetica delle case dove vivevano i giardinieri. Quella era passione da ricchi annoiati.

In questo caso il signore non rinascimentale, ma attuale, è Nicolò D’Afflitto la cui famiglia possiede da un secolo la villa-fortilizio, insieme a vigneti ed oliveti da cui trae olio e vino. E’ uno dei più importanti enologi italiani, al servizio di marchi importanti. Pur avendo molto altro da fare, lui e la moglie Pascale sono stati colti da divorante e totalitaria passione per l’orto. In 20 anni hanno trasformato un ettaro di terraccia, accanto casa, in un delizioso giardino delle meraviglie. Il pezzo forte è la collezione di pomodori, ormai arrivata alla stupefacente cifra di 500 varietà diverse, rinnovate, ovviamente, tutti gli anni; in misura di una pianta per varietà. Ci si aggira fra i filari trovando infinita gamma di forme, dimensioni, colori. E son tutti pomodori. Mi sono aggirato fra i filari ed avevo licenza di mangiare (ed anche di portar via un sacchetto): una vertigine! Il sapore dei diversi frutti possono essere anche abbastanza diversi, pur essendo sempre pomodori. Ma mettere in bocca tanti frutti diversi per dimensione e colore mi ha dato la stessa gioia che devono provare i bambini quando mettono in bocca tutto quel che trovano. Alla fine del giro ognuno si fa una propria classifica personale e ricomincia il giro per affinarla, modificarla, confermarla, assodarla.

Vi è poi una importante collezione di peonie, molte patate, una bella varietà di amaranti con le bizzarre forme delle loro infiorescenze ed anche cucurbitacee varie. I peperoncini sono in numero di 50, con tutta la gamma della piccantezza. Non mancano alberi di fichi, di mele, di giuggiole e svariati pergolati di uve sotto i quali una vasca e dei sedili invogliano alla conversazione, come in un giardino non solo rinascimentale, ma anche balcanico. Lavanda, fiori, erbe aromatiche, tutto mescolato. Per tradizione familiare nessun estraneo lavora nell’orto, salvo che per certe operazioni particolarmente pesanti. E’ in primis Pascale che se ne occupa a tempo pieno, con il marito ed i figli, quando possono. Gli è presa così, non vanno nemmeno in ferie per non lasciar solo l’orto.

Pochi dei molti pomodori.

Ma perché lo fanno? Appunto, passione, perché aspetti economici non ce ne son quasi. E’ solo da poco che vendono qualche cesta di frutti vari, oppure cedono a ristoratori vicini dei prodotti. Fanno anche conserve: marmellate, paste di peperoncini e l’ovvia pomarola, nella quale vi sono anche altre verdure, oltre al pomodoro. Ma le conserve non sono vendute. Le consumano in famiglia, le regalano. Ricevono visite di gruppi di appassionati, fanno una festa del pomodoro, accolgono scolaresche con le quali fanno dei laboratori sui semi o sulle piantine, che regalano. Fino a pochissimo tempo fa, il giardino non era nemmeno recintato; si poteva entrare, avvertire e mangiare.  A volte ti danno anche un sacchetto (di carta) in modo che tu possa portar vie le cose con facilità. Hanno messo un cancello a causa di furti di alcune varietà rare e pregiate di peonie.

Insomma, una faccenda da non credere. Evidentemente la famiglia ha entrate dalle altre attività e il mantenimento dell’orto è solo una grande passione: che va condivisa e non “privatizzata”. Qua il loro sito.

Ma c’e’ di più ed è questo il motivo che giustifica questo post, a dir la verità un po’ troppo zuccheroso, finora. La mia stima per quest’orto e per chi lo tira avanti nasce dalla filosofia con cui è gestito. Chi è arrivato fin qua a leggere si sarà immaginato un lindo giardino perfetto nelle linee e nella manutenzione. Pulcro, asettico, lezioso, stucchevole, come se fossimo in Trentino.  Invece non è affatto così. L’orto è certamente ben gestito, ma è anche “lavori in corso”; si bada all’essenziale, che è la produzione e non l’aspetto.  Niente è perfetto, tutto è funzionale. L’occhio non vede la serenità rinascimentale che può essere delle architetture, ma non deve essere della biologia; vede l’imperfezione dell’umano lavoro. Ci sarebbe molto da tagliare, da potare, da sbarbare, da ripiantare, da mettere in ordine. Ma questo verrà fatto domani, la settimana prossima, forse mai. Perché l’agricoltura è scelta delle priorità, risparmio di risorse, rispetto dei cicli, disprezzo della forma ed attenzione ai risultati concreti. Non siamo nel giardino di un archistar, siamo nel campo con il contadino. Ci sono anche le galline, da qualche parte e, si sa, le galline cacano. Ovunque ed in continuazione.

Ed è questo aspetto “fattivo” e non “vetrina” ciò che riscatta quest’orto: non capriccio di ricchi, ma vita vera e pomodori da mangiare schizzandosi la camicia. E la conferma l’ho avuto alla fine della mia visita. Avevo visto un’assenza quasi totale di erbacce. Troppo totale per non sollevare la mia curiosità. Ho chiesto; ebbene si. Si usa la chimica, anche se poca ed oculata. Che non è il diavolo; è ciò che ci vuole quando vogliamo fare frutta e non chiacchere da ecologisti di FB.

Bravi.

Freud e Musatti in Trentino

Cesare Musatti, 1897 – 1985

Questo post prende spunto da quest’altro (di un interessante blog che consiglio) sulle vacanze che Sigmund Freud passava sul Lago di Lavarone, in Trentino. Vi andò molte volte fra il 1900 ed il 1923.  Nel corso della prima visita si emozionò moltissimo e ritenne che Lavarone fosse il sud (rispetto a Vienna, in effetti lo è). Disse anche che il loro cuore di nordici andava verso quel punto cardinale. (Non solo il cuore, aggiungerebbero gli italiani che, da almeno un paio di millenni e mezzo, si ritrovano invasi dai tedeschi: a volte con le lance, a volte con i panzer, a volte con i camper. Ma questo è un altro discorso). Del resto è noto il grande amore che i tedeschi hanno per i laghi, non si è mai ben capito per quale motivo; a me fa molta maliconia tutta quell’acqua che vorrebbe essere mare, ma non può esserlo.

Durante una di queste vacanze, Freud fu visto, in riva al lago, da un ragazzo di Milano. Che altri non era che Cesare Musatti, il più celebre degli psicanalisti della vecchia scuola italiana. Questo incontro fu importantissimo per Musatti che potè affermare una filiazione diretta, almeno visiva, dal maestro. Su questo particolare i freudiani sono molto attenti e la attendibilità di ognuno di loro si misura anche su quanti analisti si interpongono fra la propria persona ed il Maestro, lungo la catena della trasmissione della loro disciplina. (Io, ad esempio posso dire di aver visto una persona, Musatti, che ha visto Freud; come vedete, non sono messo affatto male. Peccato che non sono psicanalista…)  Vezzi loro, andiamo avanti.

Cosa ci faceva Musatti ragazzo a Lavarone? Naturalmente vi era in gita, insieme ai suoi genitori. Ma non vi passava le vacanze. Loro le vacanze le trascorrevano, più modestamente, a pochi chilometri da lì, a Serrada, frazione del comune di Folgaria. Da Milano, venivano in treno fino a Rovereto e da lì in carrozza a Serrada. Ma, prudenti, avevano l’accortezza di passare una notte a mezza strada, perché si riteneva che passare d’un sol colpo dalla pianura ai 1250 metri di altitudine di Serrada fosse molto pericoloso per la salute.

Ma, cosa ci faceva Musatti a Serrada? Il padre del ragazzo Cesare era un milanese, socialista, deputato. Ed era in amicizia con il suo coetaneo, avvocato a Milano, socialista e trentino: Antonio Pischel (o Piscel o Pischl) di antiche origini bavaresi, ma con la famiglia residente a Rovereto. Questo signore Pischel era, a sua volta, vicinissimo all’irridentista Cesare Battisti, la cui fama (insieme alla triste sorte subita ed all’agiografia fascista) finirono per eclissare  politicamente il Pischel. Cosa di cui si dispiacque molto.

Ora mi sto chiedendo se sia stato un caso che Musatti padre abbia dato al figlio il nome di Cesare, oppure se non fosse in onore a Cesare Battisti. Mi informo e ve lo dico.

La metà non più “Trattoria del Cacciatore” negli anni ’60.

Continuiamo. Come costumavano le buone famiglie di Rovereto, anche i Pischel amavano fuggire le afose estati dell’angusta valle dell’Adige, rifugiandosi nell’amena località di Serrada, immediatamente soprastante, ma molto più in alto e deliziosamente fresca. Vi andavano a piedi o a cavallo, perchè non vi fu strada carreggiabile fino ai primi del ‘900. I Pischel amarono tanto Serrada che vi costruirono una villa, grande ma senza fronzoli, crcondata da un parco lasciato a vegetazione naturale. La villa fu costruita fra il 1870 ed il 1880 e fu ed è tanto amata dai Pischel che continuano ad abitarvi affittandone una parte su Airbnb.

Quindi l’amico Antonio Pischel invitava l’amico Musatti padre e famiglia a passare l’estate a Serrada nella sua villa di famiglia. E i Musatti vi andavano volentieri perchè al giovane e malaticcio Cesare l’aria di montagna giovava molto.

Ma…

Ma, si sa, i socialisti si muovono in gruppo e la villa Pischel, grande ma non grandissima, non poteva accogliere tutti gli ospiti. Quindi il ragazzo Musatti finiva a dormire presso la vicinissima Locanda Trattoria del Cacciatore. Nata questa prima del 1882, negli stessi tempi in cui si costruiva la villa Pischel.

Questo esercizio alberghiero fu il primo a sorger a Serrada, per dare alloggio ai roveretani villeggianti. Ma anche ai cacciatori cittadini che venivano ad abbattere  caprioli ed uccelli da fare con la polenta.  Chi non dormiva in questa scarna locanda affittava delle stanze presso gli abitanti. Questi erano circa 400 persone che vivevano dell’allevamento di qualche vacca e della coltivazione delle patate. Si assisteva ai primordi della nascita del turismo estivo, in una minuscola comunità ruralissima. Il turismo invernale arriverà molto tempo dopo.

Non dimentichiamoci che le vacanze dei Musatti avvengono prima della I Guerra Mondiale, quando Serrada era ancora sotto il dominio dell’austriaco imperatore Cecco Beppe. Ma era molto vicina al confine. Tanto che l’esercito austriaco cominciò a costruirvi strade, posti di guardia, un articolato sistema di trincee (fra cui il sistema della Forra del Lupo) e perfino l’imponente forte del Dosso delle Somme. Con tanti militari in giro, i roveretani smisero di salire a Serrada, timorosi per le conseguenze che potessero derivare dalla vicinanza fra tanti baldi militari e le loro sensibili mogli e figlie. La locanda del Cacciatore fallì e nel 1913 fu comprata da un signor Potrich della vicina frazione della Guardia. Purtroppo l’anno dopo incominciò la guerra, questo povero Potrich fu chiamato alle armi e ci lasciò le penne. Subentrarono quindi i figli che si divisero l’edificio che ospitava la Locanda. Una parte tornò ad esser casa (affittata ai turisti l’estate) e fu proprio lì che il vostro Viaggiatore Critico passava le sue vacanze infantili, al pari di Musatti, fra le stesse mura, sessant’anni dopo. L’altra parte continuò ad essere Locanda, fino a che negli anni ’60 l’attività fu trasferita a poche centinaia di metri da là, nell’Hotel Pineta che è ancora in funzione.

Freud continuò ad andare a Lavarono ancora per qualche anno, anche dopo che il Trentino era divenuto italiano. Poi nel 1923, ormai divenuto una celebrità internazionale, smise di andarci. Musatti continuò a frequentare la zona, fino alla sua morte. Credo che preferisse soprattutto Folgaria, andava vestito di pesanti camicie a quadri e non lesinava conferenze pubbliche. Il Viaggiatore Critico continua a far capolino a Serrada, di tanto in tanto, meglio se fuori stagione.