Un viaggio molto antico (II parte)

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Il momento del massimo prosciugamento del Mediterraneo dirante il Messiniano. (Vedi I parte) Foto di Paubahi, Wikicommons.

Può causare meraviglia il fatto che su quattro siti “antichi” della Sardegna, ben tre siano concentrati nella zona di Tempio Pausania. Ci sono alcune spiegazioni: intanto è solo in quella zona che sono state fatte ricerche approfondite, da personale qualificato della Sovrintendenza, in seguito al primo ritrovamento casuale. Come a dire che se si cercasse anche altrove, forse qualcosa si troverebbe. Un secondo motivo può stare nel fatto che quella zone è di dolci colline interessate da lavori agricoli. Muovere la terra con i mezzi agricoli fa emergere le selci. Se gli stessi luoghi fossero stati a macchia mediterranea o a boschi, le selci sarebbero rimaste interrate e sconosciute. Normalmente, in Sardegna, i campi stanno in pianura (terreni alluvionali recenti, dove non ci possono essere resti così antichi) e le colline non sono coltivate. Ed infine non va dimenticato che l’aspra orografia della Sardegna ha certamente causato importanti fenomeni erosivi che hanno portato a valle, distruggendoli, molti degli eventuali resti antichi.

Il quarto sito è a Ottana dove sono state raccolte un buon numero di selci scheggiate in cinque diversi luoghi, prossimi gli uni agli altri. Il materiale usato viene da giacimenti in prossimità, esattamente come nei due primi siti. Ma le similitudini si fermano qui: infatti le tecniche usate ad Ottana sembrano ad un livello tecnologico nettamente superiore a quello dei due primi siti. Tutt’altra cosa, molto distante.

La lunga descrizione dei complessi di selci che abbiamo appena fatto (non per amore di pedanteria) introduce un tema centrale nello studio della Preistoria: l’analisi delle selci e la loro attribuzione ad una o ad un’altra fase culturale. Il tema è di una complessità straordinaria ed è centrale nel lavoro di un preistorico; ne è l’essenza. Un insieme di selci, che agli occhi di un semplice interessato può sembrare muto, allo sguardo del professionista svela molte informazioni. Facciamo un esempio: i bifacciali di cui abbiamo parlato prima (o amigdale) sono stati prodotti solo in un certo momento, sia pure molto lungo, della preistoria (con una piccola eccezione, ma lasciamo stare). Trovarne uno in un sito permette di assegnare quello scavo all’unica cultura umana che li faceva. Un altro esempio: quando si trovano, in Europa,  delle selci scheggiate secondo la bellissima tecnica levallois si può esser certi che siamo prima di 40.000 fa e che le fece l’uomo di Neandertal o il suo antenato. Ed anche quando si trovano degli strumentini in selce molto piccoli  e di forma ben geometrica sappiamo che siamo nel Mesolitico.

Ricostruzione artistica di vari tipi del cervo antico, il Megaloceros. Foto di Apokryltaros, Wikicommons

Ma questi – ed alcuni altri – sono esempi molto facili; nella maggioranza dei casi il riconoscimento non è così semplice. La fattura degli strumenti in pietra dipende da una grande quantità di variabili: il tipo di pietra e la sua attitudine ad essere scheggiata; la capacità tecnica dell’artigiano, il tipo di utilizzazione che si doveva fare di ogni singolo strumento, il contesto in cui gli strumenti venivano usati (area abitativa / di lavoro / di caccia), il tipo di supporto sul quale l’attrezzo veniva, eventualmente, immanicato.

Eppure, nonostante tutte queste variabili, negli strumenti in pietra, nelle selci usate da ogni grande complesso culturale umano preistorico, vi è un’aria specifica, un sapore caratteristico, uno stile riconoscibile. E’ un po’ come con i vestiti: entrando in una sartoria ognuno di noi riconoscerebbe se vi si producono toghe romane, abiti rinascimentali o abiti da lavoro ottocenteschi. E’ una semplice questione di stile della produzione. Ecco, con le selci è un po’ la stessa cosa, solo molto più difficile, soprattutto perché per noi le selci sono oggetti strani, da bambini non ne abbiamo mai viste in mano ai nostri padri.

Torniamo al nostro mistero sardo; nel Paleolitico antico vi erano sostanzialmente quattro grandi stili di produzione di strumenti. Nel più antico si toglievano delle schegge ad un ciottolo e si otteneva uno strumento: è il chopping tool. Nel secondo stile lo strumento guida per il riconoscimento è il famoso bifacciale. Nel quarto si incomincia ad utilizzare la tecnica levallois che si svilupperà nel Paleolitico Medio. Il terzo stile è quello che interessa a noi: si chiama Clactoniano e consisteva nel togliere da un nucleo di selce delle schegge, grossomodo rotondeggianti, i cui bordi venivano leggermente scheggiati (o ritoccati) per raddrizzare ed irrobustire il filo che sarebbe stato utilizzato nelle varie operazioni che si volevano compiere. Ecco, negli strumenti dei primi tre siti sardi, prima descritti, lo stile che si “respira” è il Clactoniano. Nel quarto sito – Ottana – vi sarebbe addirittura un sentore dello stile (o tecnica) levallois. In assenza di datazioni ottenute con un qualche sistema scientifico, l’archeologo si è basato sulla sua sensibilità agli stili delle selci, per attribuire al Paleolitico antico quei siti in Sardegna e quindi arguire che l’uomo vi arrivò in tempi antichissimi.

Non solo. Si dibatte il seguente, affascinante, tema, su cui avevamo promesso di tornare. Fra le varie ipotesi precedentemente avanzate, rispetto ai rapporti che ci possono essere fra le selci dei due primi siti, ammettiamo che si decida di considerare quelle del primo sito (Sa Coa de Sa Multa) più antiche di quelle del secondo (A Sa Pedrosa-Pantallinu). In altre parole lo stile di lavorazione del primo sito è più antico del secondo, e ciò IN BASE all’esperienza che si ha dell’evoluzione degli stili di scheggiatura sul continente. Si ipotizza anche che i fabbricatori del primo sito siano arrivati in Sardegna in occasione del massimo ritiro del mare avvenuto circa 325.000 anni fa. La domanda centrale è questa. Come è possibile che l’evoluzione dello stile di scheggiatura che è avvenuto in Sardegna, fra il primo ed il secondo sito, abbia percorso lo stesso cammino di quanto avveniva sul continente, pur senza esistere alcun legame fra le due popolazioni di scheggiatori?  Può sembrare lo stesso problema delle piramidi egiziane e maya od azteche. Perché due popoli senza legami arrivarono a fare costruzioni simili? In realtà qui la faccenda è diversa; le piramidi sono costruzione “spontanee”, quasi obbligate, se si vuole avere una vicinanza al cielo. Lo stile di fabbricazione delle selci deriva dalla scelta di un modus operandi di scheggiatura fra i mille possibili. Per il secondo sito si avanza con prudenza una datazione di 200.000 – 100.000 anni fa, sulla base delle caratteristiche del suolo su cui le selci poggiavano. Possiamo realmente pensare che il gruppo umano passato per primo in Sardegna 325.000 anni fa (e che produsse le selci del primo sito) abbia evoluto la propria tecnica durante 125.000 – 225.000 anni (per arrivare alle selci del secondo sito) in modo del tutto parallelo a quanto avveniva sul continente? L’ipotesi, francamente, pare peregrina. Ecco quindi che sorge la possibilità che il primo gruppo si sia estinto (magari per i motivi di consanguineità già accennati) e che una nuova traversata abbia avuto luogo al successivo abbassamento marino, avvenuto circa 165.000 anni fa. E che questo secondo gruppo sia il produttore delle selci del secondo sito. Anch’esso si sarebbe poi estinto. I conti degli anni tornano; certo sono ipotesi, per il momento.

Ma…

Ma, come succede con gli abiti, a volte, gli stili si confondono, si mescolano, si ripetono, si mimetizzano. Per le selci, il caso (e molti altri motivi) ha voluto che durante il Neolitico o le prime età dei metalli, si fosse continuato a scheggiare e si siano riprese delle tecniche antiche. Ecco quindi che altri archeologi, vedendo gli stessi complessi di strumenti sardi ora descritti, abbiano pensato che siano di poco precedenti il Neolitico. Cadrebbe quindi ogni ipotesi antica ed anche ogni reale interesse.

Il mistero resta per il momento intatto. Ma anche in questo caso c’e’ solo da aspettare nuove ritrovamenti, nuove ricerche sui materiali già trovati e sui suoli nei quali sono stati trovati, nuovi studi con nuove tecniche. Un giorno il mistero sarà sciolto.

Per terminare: come è andata a finire la colonizzazione della Sardegna, o, per meglio dire, come è incominciata, quella che continua fino ad ora?

Dopo le prime due colonizzazioni abortite, di cui abbiamo parlato fino ad ora, se ne prospetta una terza, ormai in tempi molto più recenti, verso i 20.000 anni da noi; in occasione di un terzo minimo climatico, con il conseguente abbassamento del mare ed avvicinamento delle due coste. Le testimonianze di questo terzo evento stanno nella Grotta Corbeddu presso Dorgali. In questo caso ci sono anche dei resti ossei umani (ovviamente sapiens) ed in particolare una falange ed un osso del cranio. Quest’ultimo presenterebbe delle caratteristiche deviate dalla norma; si potrebbe quindi trattare di un fenomeno di deriva genetica, di endemizzazione. Un prodotto dell’isolamento a cui tale popolazione fu sottoposta; si tratterebbe della conferma della teoria prima esposta secondo la quale una popolazione composta inizialmente da un numero ristretto di persone non riesce a sopravvivere in un ambiente isolato. Quindi anche questo terzo tentativo di insediamento sarebbe fallito. Fortunatamente in questo caso ci sono delle selci di stile molto chiaro e che puntano tranquillamente verso quelle date. Ma la presenza umana nel Paleolitico abbastanza recente non fa particolare meraviglia; il possesso, da parte di quelle genti, di tecniche minimali di navigazione non stupisce eccessivamente.

Ed ancora. Fra gli esperti c’è, quindi, il seguente modello di arrivo dell’umanità in Sardegna: al momento dei minimi marini ci sarebbero stati degli attraversamenti di gruppi umani, ma troppo piccoli per avere una autonomia genetica che impedisse loro di estinguersi in poco tempo. E ciò sarebbe avvenuto tre volte. L’ipotesi è suggestiva, ma presenta un problema maggiore. I minimi marini non erano fenomeni ch duravano una stagione. Sono processi lunghissimi che si misurano almeno in decenni se non in secoli. E non sono improvvisi, ma assai lenti. Quindi la riva toscana e quella di Capo Corso rimasero progressivamente più vicine e dopo progressivamente più lontane per tempi lunghi. Se presumiamo che quegli antichi gruppi avessero capacità marinare, dovremmo aspettarci che fossero numerosi i drappelli che attraversavano il mare arrivando in Sardegna; anno dopo anno, nella stagione più favorevole. E questo lento e lungo esodo avrebbe permesso di rimpolpare ed accrescere il pool genico degli isolani. A meno che la popolazione che avesse accesso alla costa toscana fosse solo una, geneticamente molto omogenea e numericamente molto scarsa. Vi sono altre due possibilità: la prima è che realmente ci sia stato, e ciò per tre volte a centinaia di migliaia di anni di distanza, dei brevi momenti in cui il passaggio poté essere effettuato a piedi, all’asciutto, e questo per un brevissimo tempo. Quella gente non avrebbe avuto capacità marinare, ma avrebbero sfruttato un brevissima finestra temporale di terra emersa per passare. Passato quel’attimo sarebbero rimasti isolati fino all’estinzione.  Ma su ciò non ci sono evidenze geologiche. L’ultima ipotesi prevedrebbe degli arrivi assolutamente involontari e non desiderati: come un’onda anomala o di piena, uno tsunami, un inseguimento di nemici sanguinari. Questa ipotesi renderebbe ragione del numero ridotto degli individui formanti il gruppo colonizzatore. Attraversare il mare sarebbe stato un “incidente” da evitare e quando successo, da non ripetere.

Il quarto tentativo di colonizzazione sarà quello buono; ma ormai siamo a 8.000 anni fa, al Mesolitico: i cervi saranno sterminati e si vivrà principalmente del prolago. Arriveranno poi i commerci marittimi di ossidiana, l’agricoltura e l’introduzione di tutto il bestiame domestico. Ma questa è un’altra storia.

 

Un viaggio molto antico

Il simpatico prolago, estinto, anche se qualcuno dice di averlo visto. Foto di Prolagussardus, wikicommons.

I nostri remotissimi antenati saranno andati in Sardegna? A piedi?

La Sardegna è un’isola. E’ un’ovvietà, ma tale caratteristica ha fatto nascere una grande quantità di dilemmi di tipo archeologico. Il primo, il più importante, riguarda il momento nel quale l’umanità vi mise piede per la prima volta. La discussione, fra i pochi paletnologi esperti di Sardegna è vivissima. Le prove sono scarse ed i dubbi molteplici e profondi; le ipotesi non mancano.

Ne è stata avanzata una straordinaria, secondo la quale il primo popolamento dell’isola sarebbe avvenuto in un tempo antichissimo; ben superiore a quanto avremmo mai potuto immaginare prima che certi ritrovamenti, che poi vedremo, venissero a galla. Si parla addirittura di circa 320.000 anni fa; una data sconcertante, se si pensa che l’arrivo in Sardegna comporta necessariamente la costruzione e l’uso di una imbarcazione. Capacità che dovrebbe essere stata del tutto al di fuori della portata delle genti di quel tempo. Ma può anche darsi che non ci sia stato bisogno di nessuna imbarcazione. Come è possibile?

La storia dell’umanità è sempre stata tributaria delle condizioni climatiche dei luoghi dove ha vissuto. L’alternanza di momenti freddi e momenti caldi ha avuto grandi influenze sulla vita, umana ed animale. Proprio in quell’epoca menzionata, la glaciazione che era in atto (chiamata di Mindel, secondo la vecchia nomenclatura) raggiunse il suo acme. Di conseguenza i ghiacciai pervennero al massimo della loro estensione ed altezza: di volume, in altre parole, assorbendo grandi quantità di acqua che fu tolta ai mari il ui livello si abbassò. Sardegna e Corsica divennero una sola isola, le coste della Toscana si spostarono verso la Corsica e la distanza marina fra il continente e la duplice isola divenne minima, pari a pochi chilometri. Certamente si arrivava a piedi asciutti fin’oltre l’isola della Capraia e da lì la costa avanzata del Capo Corso era perfettamente visibile, vicina.

E’ certo che alcuni animali arrivarono sull’isola. Si tratta di un cervo, il Megaloceros, oggi estinto e del cuon: una miscela di cane e volpe, di cui alcuni lontani cugini vivono ancora in Asia. Da tener presente chi i due animali sono buoni nuotatori, all’occorrenza. Arrivando sull’isola, vi trovarono, probabilmente, la fauna locale in cattivo stato ed incapace di opporre loro molta resistenza. Quella fauna terrestre vi era arrivata ai tempi della famosa crisi messiniana o in qualche glaciazione successiva.

Il cuon asiatico, ancora esistente, lontano parente di quello sardo. Foto di Keven Law Wikicommons.

La crisi messiniana risale a circa cinque milioni di anni fa, quando lo Stretto di Gibilterra si chiuse completamente. Il Mediterraneo rimase un mare isolato e l’acqua che vi arrivava dai fiumi, pur copiosissima, non era sufficiente a compensare le perdite che aveva per evaporazione. Il livello si abbassò gradualmente e si creò una profonda depressione dove le temperature salirono, aumentando ancora di più l’evaporazione; come sta succedendo attualmente al Mar Morto, ma in scala infinitamente maggiore[1].

Dopo la chiusura dello Stretto, il Mediterraneo, lentamente, si svuotò quasi completamente e rimasero solo dei grandi laghi fra la Sardegna e la Spagna. La fauna ebbe quindi tutto l’agio di invadere questi nuovi spazi ed arrivare in Sardegna. Lo stretto di Gibilterra tornò poi ad aprirsi ed in pochi anni di inimmaginabile inondazione, il Mediterraneo si riempì nuovamente: la fauna arrivata in Sardegna vi rimase intrappolata continuando la propria evoluzione in un contesto chiuso. Fra questa fauna, un animale in particolare sarebbe poi diventato importante per il proseguo della nostra vicenda: il Prolagus sardus, una sorta di unione fra un coniglio ed un criceto, più grosso del coniglio attuale. L’ultima popolazione di prolago rimase in vita sulla disabitata isola di Tavolara, dove si è estinto solo nel 1774. Si dice che qualche esemplare sia ancora avvistato, ma è abbastanza improbabile.

Al massimo delle glaciazioni lo spazio fra la Toscana e la Corsica-Sardegna era minuscolo.

Quando il cervo ed il cuon arrivarono in Sardegna si trovarono molto a loro agio e la fauna precedente oppose poca resistenza al loro insediamento, in quanto ormai sfinita dal lungo isolamento, dai cambiamenti di clima, dalla consanguineità, dalla mancanza di apporti di “sangue fresco” da altre zone. Il cuon, in particolare, aveva una quantità di prolificissimi prolaghi da mangiare. Ricordiamo che in Sardegna non vi era nessun altro degli animali ai quali noi siamo abituati a pensare: bovini, cavalli, cani, gatti, conigli, lepri ed altro. Tutti questi animali arriveranno, moltissimi millenni dopo, sulle navi dei Neolitici.

Ma perché parliamo del cervo e del cuon? Ci interessano molto perché sono la palese dimostrazione che degli animali riuscirono a passare dalla Toscana alla Corsica. Viene quindi da chiedersi se l’uomo non sarebbe stato in grado di fare altrettanto; magari seguendo delle mandrie di cervi che stava cacciando e che si sarebbero avventurate in mare.

Può sorgere un ulteriore dubbio. Si da per certo che un tratto di mare abbia continuato a separare Toscana e Corsica anche nel peggiore dei momenti freddi. Questo lo si deduce confrontando il livello calcolato del mare in quel momento e la profondità attuale del braccio di mare fra la Capraia e Capo Corso (altrove la profondità è sempre maggiore). Naturalmente non può essere escluso, con assoluta certezza, che i calcoli dell’antico livello del mare siano imperfetti o che il fondo del mare non si sia approfondito nel frattempo, per un qualche problema tettonico o per l’erosione, che esiste anche sui fondali. Non ci sentiremmo quindi di escludere, con assoluta certezza, che quel braccio di mare si sia veramente asciugato, sia pure per un tempo brevissimo, o comunque ridotto a tali modeste dimensioni da non scoraggiare nemmeno un modesto nuotatore.

Detto tutto ciò, non possiamo dimenticare un illustrissimo precedente. In Indonesia, sull’isola di Flores, sarebbero arrivati degli Homo erectus ben 700.000 anni fa, superando un braccio di mare di 19 chilometri. Si dovrebbe quindi ammettere una capacità di navigare terribilmente più antica di quanto ritenuto fino a pochissimi anni fa; quando si pensava che il primo navigatore fosse stato il sapiens.

Comunque stiano le cose, il punto centrale della nostra storia sarda è che degli animali arrivarono in Sardegna e che se lo fecero loro, anche l’uomo avrebbe potuto farlo. Per togliere un dubbio che potrebbe esser nato, diciamo subito che non vi è la possibilità che avessero potuto utilizzare dei blocchi di ghiaccio alla deriva. Faceva freddo, ma non così tanto. Certo avrebbero potuto utilizzare dei tronchi, altrettanto alla deriva. Comunque con difficoltà perché l’acqua doveva essere assai freddina.

A questo punto, nel dibattito fra archeologi si inserì un argomento veramente curioso. Una equipe olandese scavò e studiò negli anni ’80 e ’90 le ossa dei vecchi animali sardi. Non erano archeologi, ma paleontologi: i sistemi di scavo sono simili. La quantità di informazioni sugli antichi cervi e cani sardi aumentò di molto. Ora, i paleontologi sanno per esperienza che una specie animale, quando resta confinata in una isola, specie se povera di alimenti, come la Sardegna, molto montuosa e rocciosa, ha la tendenza a divenire più piccola. Per evidenti motivi di “parsimonia” nel consumo delle scarse risorse disponibili. Questo avvenne con l’elefante siciliano che, sull’isola, diventò un nanetto di 90 centimetri. Ma ciò succede solo se non ha predatori. Se invece li ha, quella specie è obbligata a restare di buone dimensioni per essere in grado di resistere ai predatori, o con la lotta, o con la fuga. Il nostro antico cervo sardo rimase delle sue dimensioni o le diminuì di poco. Tale fatto lascia pensare che avesse un predatore. E questo predatore non è certo il vecchio cuon sardo, troppo piccolo e già troppo impegnato a correre dietro alla facile preda prolago. Tale predatore non poteva essere che l’uomo.

Ci si chiederà, ormai, se quest’uomo arrivato in Sardegna ci abbia lasciato qualche traccia e come è finito. Cominciamo dall’ultimo punto. Ed immaginiamoci una piccola popolazione di uomini e donne che arrivano su una grande isola deserta. Hanno una infinità di risorse a loro disposizione e nessuna concorrenza. Gli animali, cervi esclusi, non conoscono la vena cacciatrice dell’uomo e quindi, probabilmente, si fanno avvicinare con grande innocenza, come successe e succede ancora alle isole Galapagos. La vita di quel gruppo è facilissima. Potrebbe sembrare un vero paradiso. Ma vi è un’enorme insidia che li attende, dentro di loro, nel loro DNA. Lo spettro della consanguineità. Un piccolo gruppo umano, se non è in grado di mescolarsi con altri gruppi è destinato a scomparire in poche generazioni. Il numero di queste dipende dalla quantità iniziale dei componenti del gruppo e dalla loro variabilità genetica. Ora, vi sono alcuni esempi che sembrano andare contro questo punto di vista. Il primo è, ancora una volta, quello degli uomini di Flores, in Indonesia, che sembrano esser sopravvissuti in totale isolamento molte centinaia di migliaia di anni, sia pur andando verso una miniaturizzazione che li portò ad essere alti meno di un metro. Ma è anche vero che le informazioni su quella vicenda sono ancora troppo scarse e frammentarie per poter affermare qualcosa di conclusivo. Un secondo esempio è l’isola di Pasqua; ma in questo caso l’isolamento della popolazione è durato poche centinaia di anni ed è probabile che nuove ondate di popolamento siano giunte, durante quei secoli, rinvigorendo il corredo genetico degli isolani.  Ma vi è anche un esempio, clamoroso, che conferma la teoria innanzi detta: in Croazia, a pochi chilometri da Lussino e a poche decine di chilometri da Venezia, Fiume o Zara c’e’ un’isoletta, Susak, tristemente famosa per l’alto tasso di consanguineità della popolazione, il cui stato di salute fisico e mentale è molto degradato. Eppure sono sempre stati circondati da tanti altri gruppi umani. Ma vi è anche l’esempio contrario, anche se molto poco conosciuto, dell’isola di Sentinel.

In conclusione è possibile ipotizzare che i primi “scopritori” umani della Sardegna-Corsica, se arrivati in piccoli gruppi – magari già molto omogenei geneticamente – e rimasti isolati, non avrebbero avuto molte possibilità di durare a lungo: si sarebbero estinti.

Ma lasciamo le supposizioni e veniamo alle prove della presenza umana antica in Sardegna ed in Corsica. Tralasciamo quelle che sono troppo esili numericamente o troppo dubbie da un punto di vista archeologico. Restiamo su quelle consistenti. Si tratta di soli quattro siti, che abbiano restituito una consistente quantità di pietre scheggiate dall’uomo. Solo pietre, non c’e’ nient’altro. La sfortuna ha voluto che, nei luoghi scavati, non vi sia stata nessuna possibilità di trovare degli elementi che potessero essere sottoposti ad almeno una delle numerose e diverse tecniche di datazione. Niente di niente, nemmeno i pollini per avere un’idea della flora o qualche pezzo di ossa di animale. Gli archeologi si sono quindi trovati in mano solo delle selci, certamente scheggiate intenzionalmente.

I quattro siti principali sono i seguenti: Sa Coa de Sa Multa, Sa Pedrosa-Pantallinu, Riu Altana; i tre nell’Anglona (la zona di Tempio Pausania) ed Ottana, nel Nuorese.

In nessun caso ci sono tracce dei grossi strumenti bifacciali – che una volta si chiamavano amigdale – che caratterizzano con certezza il Paleolitico più antico. Ma è pur vero che vi è tutto un filone di popoli, in quell’epoca, che non facevano quel tipo di strumento ed usavano esclusivamente delle schegge per i loro attrezzi di lavoro.

A Sa Coa de Sa Multa vi era un’officina di lavorazione di selce che affiorava a breve distanza. Si scheggiavano dei blocchi facendo pochi tipi di strumenti. La tecnica usata era una sola ed assai semplice. La sensazione di antichità di questo sito è corroborata dalle caratteristiche del suolo su cui agivano coloro che preparavano le selci. Ripetiamo, sulla sola osservazione del tipo di suolo formatosi a quel tempo e poi rimasto sepolto.

Nello scavo di A Sa Pedrosa-Pantallinu lo strato principale è a sua volta suddiviso in tre o quattro fasi di abitazione separate fra loro da sottili strati alluvionali. Si trattava quindi di un luogo di frequentazione che venne più volte invaso dalle acque di un fiume. Anche in questo caso, come nel precedente, della selce era naturalmente presente e qui veniva estratta ed elaborata. Vi si trovano quindi pezzi di materia prima, assieme a strumenti già finiti. Una sorta, quindi, di cava-laboratorio. Gli strumenti, alcune centinaia quelli scavati ed ancora in studio, sembrano di fattura un po’ più evoluta di quelli del sito precedente. I tipi di strumento sono pochi, anche in questo caso. L’aspetto interessante è che alcune selci portano i segni caratteristici di essere state esposte al gelo. Dovrebbero quindi essere precedenti almeno all’ultima glaciazione che è di circa 20.000 anni fa. Molto precedenti se si pensa che una datazione sull’osservazione del suolo rimanderebbe a 200 – 100.000 anni fa. Andrebbero studiate le eventuali differenze fra i materiali provenienti dai diversi strati – intervallati dalle alluvioni – per identificare dei segni di evoluzione fra le tecniche dello strato inferiore, più antico e quelli degli strati superiori, più recenti. Siamo in attesa che qualcuno lo faccia.

Dal terzo sito, Riu Altana, provengono numerose selci, trovate lungo il fiume. Non sono stai fatti scavi. Molto difficile, quindi, dare indicazioni precise. Si sono potute dividere in due gruppi principali, in base al loro stato fisico: molto rovinato dall’acqua o ancora abbastanza ben conservate. La suddivisione non sembri arbitraria; probabilmente il fiume ha intaccato, molto tempo fa, il vecchio piano di campagna che conteneva il primo gruppo e solo più recentemente il luogo che conteneva il secondo gruppo. E’ quindi legittimo supporre che i due insiemi fossero da sempre distinti. Un gruppo sembrerebbe assomigliare alle selci di Sa Coa de Sa Multa, l’altro gruppo a quelle di A Sa Pedrosa-Pantallinu. L’ipotesi avanzata verterebbe sulla possibilità di due frequentazione di questa regione, una successiva all’altra con una evoluzione per quanto riguarda le tecniche di scheggiatura. Resta senza risposta la domanda se si trattasse dello stesso gruppo umano che abbia raffinato le proprie capacità artigianali o se fossero due gruppi umani diversi con diverse abilità. Ma non si può nemmeno teoricamente escludere che fosse lo stesso gruppo umano, con le stesse capacità, che preparasse strumenti più  o meno raffinati a seconda dei bisogni del momento. Una ipotesi che presenteremo nel prossimo post tenterà di chiarire questo dilemma.

[1] Fra le due guerre mondiali si discusse molto di un progetto che voleva tornare ad isolare il Mediterraneo, per mezzo di una diga fra Marocco e Spagna, allo scopo di disporre di nuova terra grazie alla discesa del livello del Mediterraneo e di produrre energia elettrica sfruttando il salto che si sarebbe creato fra l’Atlantico ed il nostro mare.

Il paese che non dovrebbe esistere

Vi è un paese curioso, molto bello, inaspettato, pieno di storie strane. E’ Scanno, in Abruzzo.

Non dovrebbe esistere: si trova in una posizione impossibile. La valle dei fiumi Sagittario e Tasso è relativamente ampia nella parte superiore, dove sta Scanno, ma si restringe, verso lo sbocco inferiore nella Valle Peligna, in una lunga e strettissima gola fra erte e grigie pareti di roccia. Tali Gole del Sagittario rendono difficilissimo l’accesso alla parte superiore della valle. Fino all’inizio del 1900 non c’era proprio la strada e si arrivava a Scanno solo grazie ad una mulattiera che serpeggiava sul fondo delle Gole disputandosi con il fiume il pochissimo spazio disponibile fra le rocce.

Ma perchè fu quindi costruito questo paese, che ha resti anche romani? Perchè sulle alture ci sono vastissimi pascoli nei quali hanno brucato ed ingrassato infinite greggi di pecore. Greggi che passavano l’inverno in Puglia e l’estate sui monti di Scanno: il vecchio sistema della transumanza. Con questa importantissima fonte di reddito si costituirono in paese delle belle fortune di alcune famiglie che arricchirono il borgo di importanti palazzi, chiese, muraglie. La pietra è il bel calcare bianco locale. Il paese vecchio è su una specie di promontorio, molto mosso, in forte salita. L’effetto è delizioso: strade e stradine, scalinate, belle case e palazzi, slarghi e strettoie. Il colpo d’occhio è meraviglioso. Impossibile accedere al centro vecchio in auto o moto.

E’ tutto così caratteristico che il paese è diventato, fin da metà ‘900, un terreno prediletto per i fotografi. Moltissimi dei grandi maestri vi sono passati e vi hanno scattato foto divenute celeberrime. Sulle loro tracce appassionati di fotografia attuali continuano a percorrere le stradine del borgo cercando ispirazione e inquadrature; chi organizza corsi di fotografia si onora di portare i propri allievi in questo luogo.

Questa faccenda della transumanza delle greggi faceva sì che quasi tutti gli uomini passassero l’inverno lontano da casa, lasciando il paese in mano ad una sorta di matriarcato di fatto. Le donne furono quindi obbligate a gestire i figli ed i beni in autonomia, sviluppando un forte carattere. Forse per questo motivo Scanno è l’ultimo paese in Italia nel quale il costume tradizionale venga ancora usato, quotidianamente, dalle donne più anziane. Il costume della festa è particolamrente ricco ed elaborato. Alcune volte all’anno viene organizzata una rievocazione durante la quale molte donne sfilano con i vecchi costumi pazientemente mantenuti, riparati, indossati. Immancabili, quindi, le foto a queste donne, fra le viuzze di pietra del borgo. Scorci antichi.

La ricchezza del paese la si vede anche dalla presenza di una importante tradizione orafa che ha prodotto alcuni gioielli tradizionali. Ci sono ancora alcune oreficerie artigianali, sul corso principale. E pare incredibile che un paese così isolato ed inaccessibile possa esser stato tanto ricco.

Ma le eccezionalità di Scanno non finiscono qui: poco sotto il paese c’e’ un bel lago nel quale si può anche fare il bagno. Dalla parte opposta c’e’ il Passo Godi, a 1600 metri, circondato da montagne che oltrepassano i 2.000. Insomma, montagne vere.

E’ relativamente vicino a Roma e nei periodi di gran caldo frotte di anziani romani si rifugiano fra queste montagne a prendere il fresco. Ed ancora: è la prima vera montagna per chi viene dalla Puglia; li vedi allora questi turisti, abituati alle strade diritte, avventurarsi esitanti ed impauriti sulla strada stretta e tortuosa che sale al paese. Oppure vengono d’inverno, a vedere la neve, su cui è anche possibile sciare.

Fin dagli anni ’60 Scanno ebbe un notevolissimo sviluppo turistico basato soprattutto su romani e pugliesi. E’ nata intorno al borgo vecchio, fortunatamente rimasto intatto, una corona di orribili costruzione residenziali ed alberghiere nello stile di quegli anni; certamente uno dei peggiori nella storia dell’umanità. Edifici nati male ed invecchiati peggio; un pò disabitati, un pò cadenti. Triste edilizia delle seconde case nell’epoca del boom.

E qui incomincia l’inarrestabile parabola discendente di Scanno.  La risorsa pecore e’ ormai ridotta ad un paio di aziende residuali. Il turismo stanziale langue; gli alberghi di un tempo sono ormai ridotti a misere pensioni dove si trascinano i tradizionali habituès, sempre più anziani e sempre meno numerosi, un anno dopo l’altro. Nessuna capacità di rinnovarsi, di creare attività. L’impianto sciistico è perennemente in fallimento; le possibilità di camminare d’estate sono poche, non essendo mai stati segnati i sentieri in modo accettabile; la cucina è modesta, poco curata e meno invitante; gli abitanti sono gentili come un cazzotto nello stomaco; un deposito di pezzi polverosi, aperto solo a chiamata, gioca il ruolo di museo locale; le produzioni locali di salumi e formaggi sono venduti a prezzi esosi per una qualità banale. Gli Scannesi si rifanno spesso ai loro antenati Sanniti e vanno fieri delle Forche Caudine. Trattano i visitatori un pò nello stesso modo.

Scanno è l’esempio vivente (morente, sarebbe meglio dire) del cambio di tipo di turismo: il tempo della vacanza residenziale lunga un mese è finito. Ora si vogliono numerose vacanzine di breve durata, ma di ricchi e variati contenuti. Non si vuole più respirare l’aria buona, si cercano esperienze appaganti. E queste esperienze vanno costruite, organizzate, gestite con professionalità. E quest’ultimo attributo sembra crudelmente mancare agli Scannesi.

Insomma, quello che è un unicum nazionale per i costumi tradizionali, un borgo superbo ed una bizzarria storica e geografica sta morendo soffocato dalla grettezza degli abitanti e dalla povertà culturale delle Amministrazioni Pubbliche. E la popolazione diminuisce ogni anno.

Scanno vale ampiamente una visita per poter meravigliarsi del borgo. Una visita breve, di un paio di notti (e vi consiglio questo B&B, in una casa del borgo). Aspettando che i suoi abitanti riescano a capire che bisogna offrire qualcos’altro di decente, oltre al borgo, a chi arriva fino a quassù.

Le terme Asmana a Firenze

La piscina principale. Foto dal sito delle terme.

A volte chi scrive è un po’ scoraggiato da quel che vede e poi vuole raccontare. E non sa se rassegnarsi o continuare a dire che le cose non dovrebbero andare così.

E’ quel che è successo all’Asmana: centro benessere, terme, ecc, in posizione centrale fra Firenze, Prato ed i Comuni della Piana fiorentina. Una zona molto abitata. E’ aperto da ben quattro anni, ancora non me ne ero accorto.

Accanto all’autostrada ed in vista della chiesa del Michelucci, le terme sono ospitate in una costruzione di stile “villetta abusiva anni ’70 disegnata dal geometra” e sono dotate di ampio e comodo parcheggio.

C’e’ una piscina principale dalle forme rotondeggianti parzialmente all’interno e parzialmente all’esterno. Esternamente due piscinette più piccole. Pochi giochi d’acqua: solo una rotonda in cui l’acqua forma una corrente che ti trascina e qualche postazione con le bollicine. Nessun getto dall’alto per il massaggio alla cervicale.  Un bar si affaccia sulla piscina principale. Ci sono poi tre o quattro saune abbastanza grandi, un paio di bagni turchi, una piscinetta interna. Lettini ovunque, alcune stanze per distendersi nel silenzio. Locali per i massaggi, un bar con panini ed un ristorante con un menu dall’aria salutista. L’edificio è tagliato in modo furbo, sembra molto più grande di quel che in realtà sia.  L’arredamento è strettamente minimalista – risparmioso del tipo di quello che si trova nei negozi tipo “Bamboo – India”. Non manca il Budda, le poltroncine di finto vimini, le ambientazioni marocchine.

E fin qui sarebbe tutto molto banale e già visto mille volte, ma potrebbe anche andare. Lo scoraggiamento comincia ora.

Le piscine sono tutte profonde 135 cm; l’acqua a me da all’ombelico. Ma soprattutto si risparmia sul riscaldamento: la temperatura è al limite inferiore del tiepido, un grado in meno e farebbe freddo. Non si ha la sensazione del calore, che è proprio il motivo per il quale si va alle terme. Stessa cosa per le saune; solo una sfiora gli 80 gradi, che è poco per una vera sauna. Le altre sono tiepide; ci si può stare a lungo e non si arriva quasi nemmeno a sudare. Perfettamente inutili; va da se che non c’e’ il secchio con l’acqua da gettare con il romaiolo sulle pietre. Le ambientazioni sono fantasiste: India (saune in India?), wine  sauna (????) in un edificio a sé, sauna alle erbe. La vasca dell’acqua fredda è lontana dalle saune interne e comunque nessuno la usa, visto il poco riscaldamento delle saune stesse. Molta scena e pochissimo contenuto.

Va un po’ meglio nel bagno turco dove la temperatura, complice il vapore, da una discreta sensazione. L’ambientazione è marocchina ed il tutto è chiamato Hamman; in una stanza viene anche fatto (pagando un extra) il lavaggio con la schiuma.

Ci sono andato a cavallo dell’ora di pranzo di un giorno della settimana e c’era abbastanza gente. Mi immagino la ressa il fine settimana. Ed infatti, all’entrata di alcune saune ho visto i famigerati paletti con i nastri per regolare le file. Quarti d’ora d’attesa per entrare in una sauna stracolma di gente? Sta di fatto che gli armadietti sono 900, ma che è impensabile che queste terme possano contenere tutta quella gente.

Molte cerimonie nelle saune, con il solito tipo aitante che sventola l’asciugamano facendo finta di essere Sandokan.

Errori gravi della direzione. All’entrata danno il braccialetto con il numero dell’armadietto. Pare che questi braccialetti siano conservati in ordine progressivo; quindi le persone che arrivano una dopo l’altra alla biglietteria si troveranno ad avere armadietti contigui disturbandosi a vicenda al momento di spogliarsi. Il bar della piscina principale è uno solo con due banconi: uno esterno ed uno interno. Ebbene, durante l’inverno si serve solo al bancone interno, nonostante che i barman siano prossimi anche al bancone esterno e che le persone volentieri vorrebbero bere qualcosa rimando all’esterno.

Prezzi da 21 euro per due ore a 34 per tutta la giornata. Cari gli extra, compresi i noleggi di teli e ciabatte.

Insomma, è sempre la solita faccenda. Si investe il meno possibile, molto fumo negli occhi, prosopopea ed arroganza, servizi modesti, scarsa cura dell’ospite. Massimizzare il profitto, minimizzare gli sforzi, circuire il cliente che, probabilmente, non ha idea di cosa sua una vera sauna, delle terme veramente piacevoli, o dei centri benessere da professionisti. Vi è soprattutto l’insopportabile arroganza dell’apparire senza essere. E la gente continua a cadere nella trappola, cieca e sorda ad ogni evidenza. Poi, intendiamoci, una mezza giornata ci si può anche passare, ma siamo lontanissimi da quel che dovrebbe essere un centro benessere…..

Le sfide di Guido. Ce la farà?

La ricostruzione del teatro romano di Firenze.

Segnalo un tentativo innovatore e coraggioso di modificare l’impecorimento delle masse turistiche incolonnate verso le più viete ovvietà turistiche. Un’agenzia cerca di mettere in luce aspetti turistici meno conosciuti, ma molto interessanti. E ciò con un sistema di prenotazione particolare. Ce la farà a crearsi uno spazio?

I love Guido è un’agenzia on-line di visite guidate. Chi è interessato sceglie il giro proposto ed aspetta. Quando si raggiunge il numero di 5 partecipanti il tour è confermato. Quante più persone partecipano (con un limite) tanto più il costo per persona diminuisce. Il costo attuale è chiaramente indicato sul sito. Il vantaggio per il turista è evidente. Il sistema è anche furbo perché il partecipante già iscritto avrà tutto l’interesse a trovare altri turisti; diventa, quindi, il miglior “promotore” del gruppo. Lo svantaggio, molto grave, è che probabilmente non si saprà fino agli ultimi giorni se il tour si farà o no. Il turista rischia di perdere una parte del poco tempo che ha, mancando l’opportunità di vedere ciò che aveva destato la sua curiosità.

Ma l’aspetto più interessante dell’offerta di Guido è aver messo l’accento su temi meno frequentati dal turismo di massa. Ad esempio si cercano i poco visibili resti romani di Firenze, ma fondamentali per il successivo sviluppo medievale e rinascimentale della città. A Parigi si visita il cimitero del Pere Lachaise, a Milano ci si occupa dell’epoca spagnola e della peste del Manzoni. Nel Lazio si visita passeggiando i siti sannitici di Faragola e si contribuisce alla ricostruzione di un museo locale distrutto da un incendio. Lo schema ricorda quello proposto da Migrantour.

La peste di Milano!!

Tutto ciò rappresenta il sogno di molti che si sono occupati di divulgazione di beni culturali e che sono sempre stati soggiogati, affogati e dispersi dalla prepotenza degli attrattori turistici principali: il Rinascimento a Firenze, l’antichità a Roma, il Duomo di Milano, il Louvre e Versailles a Parigi. Per gli altri aspetti non c’è posto. Guido cerca di spingere gli outsider, pur dovendo, per evidente motivi economici, mantenere nel catalogo anche gli “inevitabili”.

I tour si concludono con un riposino in un bar con scambio di impressioni e consumazione a carico del partecipante. Si parla anche di pubblicazione sui social dell’esperienza appena trascorsa. Questo punto rinforza il carattere di condivisione, sharing, della proposta di Guido.

Si tratterebbe, quindi, di una declinazione moderna e più sostenibile dell’offerta turistica, nel solco dell’economia circolare. Il turista dovrebbe avere un’esperienza più vasta, i luoghi sarebbero meno affollati, le guide sarebbero maggiormente a loro agio, beni culturali minori sarebbero maggiormente valorizzati ed i biglietti di ingresso favorirebbero la loro conservazione.

Tutto bello, quindi. Ma bisogna vedere se i turisti pecoroni accetteranno queste proposte. Certo il gruppo che fa Venezia, Firenze, Roma in 5 giorni non lo potrà fare. Ma si spera che questi gruppi spariscano, come successe agli Unni di Attila. Lo potrà invece fare il turista ragionevole che preferirà una sola città girandosela comodamente.

Vedremo. Nel frattempo Guido dovrà migliorare gli aspetti digitali, ancora un po’ claudicanti e vegliare che le guide incarnino gli aspetti innovativi della proposta senza cadere nella routine della solita visita da sbrigare con rapidità.

 

 

L’orto delle meraviglie

Quando la biodiversità non è una chiacchera per attirare finanziamenti, ma un fatto.

In una Firenze ormai prostituta ed inutile, ho trovato un posticino la cui visita vi consiglio, poveri turisti che avete creduto a quel che vi hanno raccontato su questa città. Ma la consiglio anche ai locali.

E’ a una ventina di chilometri dal centro, oltre Grassina, a Castel Ruggero. E non parlo dell’omonimo lago frequentato prima dagli alternativi ed ora dai gay; tutti nudi, comunque. Poche centinaia di metri oltre il lago vi è un’antica villa-fortilizio al cui fianco troverete un delizioso orto-giardino. E’ una riedizione dell’orto del signore rinascimentale che si dilettava nel far coltivare piante rare e sorprendenti con cui stupire amici e ingelosire gli avversari politici. Fra le corti italiane e poi europee era tutto un fiorire di scambi, furti, spionaggi allo scopo di avere le piante ed i frutti  più strani possibili. Si spendevano fortune per avere bulbi e semi di piante e varietà nuove e sconosciute. Specialmente di agrumi ed è per questo che tutte le ville rinascimentali avevano una “Limonaia” dove quelle piante venivano messe a svernare; e le Limonaie erano di miglior qualità ed estetica delle case dove vivevano i giardinieri. Quella era passione da ricchi annoiati.

In questo caso il signore non rinascimentale, ma attuale, è Nicolò D’Afflitto la cui famiglia possiede da un secolo la villa-fortilizio, insieme a vigneti ed oliveti da cui trae olio e vino. E’ uno dei più importanti enologi italiani, al servizio di marchi importanti. Pur avendo molto altro da fare, lui e la moglie Pascale sono stati colti da divorante e totalitaria passione per l’orto. In 20 anni hanno trasformato un ettaro di terraccia, accanto casa, in un delizioso giardino delle meraviglie. Il pezzo forte è la collezione di pomodori, ormai arrivata alla stupefacente cifra di 500 varietà diverse, rinnovate, ovviamente, tutti gli anni; in misura di una pianta per varietà. Ci si aggira fra i filari trovando infinita gamma di forme, dimensioni, colori. E son tutti pomodori. Mi sono aggirato fra i filari ed avevo licenza di mangiare (ed anche di portar via un sacchetto): una vertigine! Il sapore dei diversi frutti possono essere anche abbastanza diversi, pur essendo sempre pomodori. Ma mettere in bocca tanti frutti diversi per dimensione e colore mi ha dato la stessa gioia che devono provare i bambini quando mettono in bocca tutto quel che trovano. Alla fine del giro ognuno si fa una propria classifica personale e ricomincia il giro per affinarla, modificarla, confermarla, assodarla.

Vi è poi una importante collezione di peonie, molte patate, una bella varietà di amaranti con le bizzarre forme delle loro infiorescenze ed anche cucurbitacee varie. I peperoncini sono in numero di 50, con tutta la gamma della piccantezza. Non mancano alberi di fichi, di mele, di giuggiole e svariati pergolati di uve sotto i quali una vasca e dei sedili invogliano alla conversazione, come in un giardino non solo rinascimentale, ma anche balcanico. Lavanda, fiori, erbe aromatiche, tutto mescolato. Per tradizione familiare nessun estraneo lavora nell’orto, salvo che per certe operazioni particolarmente pesanti. E’ in primis Pascale che se ne occupa a tempo pieno, con il marito ed i figli, quando possono. Gli è presa così, non vanno nemmeno in ferie per non lasciar solo l’orto.

Pochi dei molti pomodori.

Ma perché lo fanno? Appunto, passione, perché aspetti economici non ce ne son quasi. E’ solo da poco che vendono qualche cesta di frutti vari, oppure cedono a ristoratori vicini dei prodotti. Fanno anche conserve: marmellate, paste di peperoncini e l’ovvia pomarola, nella quale vi sono anche altre verdure, oltre al pomodoro. Ma le conserve non sono vendute. Le consumano in famiglia, le regalano. Ricevono visite di gruppi di appassionati, fanno una festa del pomodoro, accolgono scolaresche con le quali fanno dei laboratori sui semi o sulle piantine, che regalano. Fino a pochissimo tempo fa, il giardino non era nemmeno recintato; si poteva entrare, avvertire e mangiare.  A volte ti danno anche un sacchetto (di carta) in modo che tu possa portar vie le cose con facilità. Hanno messo un cancello a causa di furti di alcune varietà rare e pregiate di peonie.

Insomma, una faccenda da non credere. Evidentemente la famiglia ha entrate dalle altre attività e il mantenimento dell’orto è solo una grande passione: che va condivisa e non “privatizzata”. Qua il loro sito.

Ma c’e’ di più ed è questo il motivo che giustifica questo post, a dir la verità un po’ troppo zuccheroso, finora. La mia stima per quest’orto e per chi lo tira avanti nasce dalla filosofia con cui è gestito. Chi è arrivato fin qua a leggere si sarà immaginato un lindo giardino perfetto nelle linee e nella manutenzione. Pulcro, asettico, lezioso, stucchevole, come se fossimo in Trentino.  Invece non è affatto così. L’orto è certamente ben gestito, ma è anche “lavori in corso”; si bada all’essenziale, che è la produzione e non l’aspetto.  Niente è perfetto, tutto è funzionale. L’occhio non vede la serenità rinascimentale che può essere delle architetture, ma non deve essere della biologia; vede l’imperfezione dell’umano lavoro. Ci sarebbe molto da tagliare, da potare, da sbarbare, da ripiantare, da mettere in ordine. Ma questo verrà fatto domani, la settimana prossima, forse mai. Perché l’agricoltura è scelta delle priorità, risparmio di risorse, rispetto dei cicli, disprezzo della forma ed attenzione ai risultati concreti. Non siamo nel giardino di un archistar, siamo nel campo con il contadino. Ci sono anche le galline, da qualche parte e, si sa, le galline cacano. Ovunque ed in continuazione.

Ed è questo aspetto “fattivo” e non “vetrina” ciò che riscatta quest’orto: non capriccio di ricchi, ma vita vera e pomodori da mangiare schizzandosi la camicia. E la conferma l’ho avuto alla fine della mia visita. Avevo visto un’assenza quasi totale di erbacce. Troppo totale per non sollevare la mia curiosità. Ho chiesto; ebbene si. Si usa la chimica, anche se poca ed oculata. Che non è il diavolo; è ciò che ci vuole quando vogliamo fare frutta e non chiacchere da ecologisti di FB.

Bravi.

Freud e Musatti in Trentino

Cesare Musatti, 1897 – 1985

Questo post prende spunto da quest’altro (di un interessante blog che consiglio) sulle vacanze che Sigmund Freud passava a Lavarone, in Trentino. Vi andò molte volte fra il 1900 ed il 1923.  Nel corso della prima visita si emozionò moltissimo e ritenne che Lavarone forse il sud (rispetto a Vienna, in effetti lo è) e disse che il loro cuore andava verso quel punto cardinale. Come ben sanno gli italiani che, da almeno un paio di millenni e mezzo, si ritrovano invasi dai tedeschi: a volte con le lance, a volte con i panzer, a volte con i camper.

Durante una di queste vacanze, Freud fu visto, in riva al lago, da un ragazzo di Milano. Che altri non era che Cesare Musatti, il più celebre degli psicanalisti della vecchia scuola italiana. Questo incontro fu importantissimo per Musatti che potè affermare una filiazione diretta, almeno visiva, dal maestro. Su questo particolare i freudiani sono molto attenti e la attendibilità di ognuno di loro si misura anche su quanti analisti si interpongono fra la propria persona ed il Maestro, lungo la catena della trasmissione della loro disciplina. (Io, ad esempio posso dire di aver visto una persona, Musatti, che ha visto Freud; come vedete, non sono messo affatto male. peccato che non sono psicanalista…)  Vezzi loro, andiamo avanti.

Cosa ci faceva Musatti ragazzo a Lavarone? Naturalmente vi era in gita, insieme ai suoi genitori. Ma non vi passava le vacanze. Loro le vacanze le trascorrevano, più modestamente, a pochi chilometri da lì, a Serrada, comune di Folgaria. Da Milano, venivano in treno fino a Rovereto e da lì in carrozza a Serrada, ma avendo l’accortezza di passare una notte a mezza strada, perché si riteneva che passare d’un sol colpo dalla pianura ai 1250 metri di altitudine di Serrada fosse molto pericoloso per la salute.

Ma, cosa ci faceva Musatti a Serrada? Il padre del ragazzo Cesare era un milanese, socialista, deputato. Ed era in amicizia con il suo coetaneo, avvocato a Milano, socialista e trentino: Antonio Pischel (o Piscel o Pischl) di antiche origini bavaresi, ma con la famiglia residente a Rovereto. Questo signore era, a sua volta, vicinissimo all’irridentista Cesare Battisti, la cui fama, triste sorte e agiografia fascista finirono per eclissare  politicamente il Pischel. Cosa di cui si dispiacque molto. ora mi sto chiedendo se sia stato un caso che Musatti padre abbia dato al figlio il nome di Cesare, oppure se non fosse in onore a Cesare Battisti. Mi informo e ve lo dico.

La metà non più Trattoria del Cacciatore negli anni ’60.

Continuiamo. Come costumavano le buone famiglie di Rovereto, anche i Pischel amavano fuggire le afose estati dell’angusta valle dell’Adige, rifugiandosi nell’amena località di Serrada, immediatamente soprastante, ma in altitudine e fresca. Vi andavano a piedi o a cavallo, perchè non vi fu strada carreggiabile fino ai primi del ‘900. I Pischel amarono tanto Serrada che vi costruirono una villa, grande ma essenziale, crcondata da un parco lasciato a vegetazione naturale. La villa fu costruita fra il 1870 ed il 1880 e fu ed è tanto amata dai Pischel che continuano ad abitarvi e ne affittano una parte su Airbnb.

Quindi l’amico Antonio Pischel invitava l’amico Musatti padre e famiglia a passare l’estate a Serrada nella sua villa di famiglia. E i Musatti vi andavano volentieri perchè al giovane e malaticcio Cesare l’aria di montagna giovava molto.

Ma…

Ma, si sa, i socialisti si muovono in gruppo e la villa Pischel, non grandissima, non poteva accogliere tutti gli ospiti. Quindi il ragazzo Musatti finiva a dormire presso la vicinissima Locanda Trattoria del Cacciatore. Nata questa prima del 1882, negli stessi tempi in cui si costruiva la villa Pischel.

Questo esercizio alberghiero fu il primo a sorger a Serrada, per dare alloggio ai roveretani villeggianti. Ma anche ai cacciatori cittadini che venivano ad abbattere  caprioli ed uccelli da fare con la polenta.  Chi non dormiva in questa scarna locanda affittava delle stanze presso gli abitanti. Questi erano circa 400 persone che vivevano dell’allevamento di qualche vacca e della coltivazione delle patate. Si assisteva ai primordi della nascita del turismo estivo, in una minuscola comunità ruralissima. Il turismo invernale arriverà molto tempo dopo.

Non dimentichiamoci che le vacanze dei Musatti avvengono prima della I Guerra Mondiale, quando Serrada era ancora sotto il dominio dell’austriaco imperatore Cecco Beppe. Ma era molto vicina al confine. Tanto che l’esercito austriaco cominciò a costruirvi strade, posti di guardia, un articolato sistema di trincee (fra cui il sistema della Forra del Lupo) e perfino l’imponente forte del Dosso delle Somme. Con tanti militari in giro, i roveretani smisero di salire a Serrada, non era certo sicuro per le mogli e le figlie. La locanda del Cacciatore fallì e nel 1913 fu comprata da un signor Potrich della vicina frazione della Guardia. Purtroppo l’anno dopo incominciò la guerra, questo Potrich fu chiamato alle armi e ci lasciò le penne. Subentrarono quindi i figli che si divisero l’edificio che ospitava la Locanda. Una parte tornò ad esser casa (affittata ai turisti l’estate) e fu proprio lì che il vostro Viaggiatore Critico passava le sue vacanze infantili, al pari di Musatti, fra le stesse mura, sessant’anni dopo. L’altra parte continuò ad essere Locanda, fino a che negli anni ’60 l’attività fu trasferita a poche centinaia di metri da là nell’Hotel Pineta che è ancora in funzione.

Paleolitico. La straordinaria occasione perduta da Isernia.

Il capannone che contiene la zona di scavo e conservazione.

Ai margini della città di Isernia si trova  una testimonianza preistorica di enorme importanza: è il più rilevante sito del Paleolitico antico italiano ed uno fra i principali europei.

E’ antichissimo: gli era stata una datazione vicina ai 700.000 anni, recentemente rivista a circa 580.000. Comunque tantissima roba. In quel luogo, a quei tempi, piccoli gruppi di uomini macellavano il frutto delle loro cacce e portavano via i migliori pezzi di carne. Rompevano le ossa e ne mangiavano il midollo. Caccia grossa: bisonti, elefanti, ippopotami, orsi (dai quali ricuperavano la pelliccia), leoni e molti altri. Quel luogo, sul bordo dell’acqua, venne poi ricoperta da sedimenti ed è rimasto tranquillo fino al 1978, quando ritornò alla vista in occasione della costruzione di una strada. Da allora continua ad essere scavata. Nel 2014 è stato trovato un dentino da latte di un bambino: è il resto umano più antico d’Italia. Molto abbondanti gli strumenti in pietra abbandonati da quelle genti: uomini, senza dubbio, ma molto, molto diversi da noi.

La ricostruzione, all’interno del Museo, di una delle zone scavate. Si nota la grande quantità di ossa.

Si capirà quindi l’interesse di un luogo del genere. E’ stato costruito un museo, un edificio che serve da Centro Studi ed un capannone completamente chiuso, ma a vetri, che copre una grande porzioni degli scavi. Questo permette di lasciare alla vista, ma protetta, quella spiaggia con tutte le ossa rotte e sparse esattamente come stava oltre mezzo milione di anni fa. La copertura a vetri permette anche ai visitatori di vedere gli archeologi all’opera, durante quel mese all’anno in cui scavano.

Purtroppo questa enorme opportunità turistica, didattica, divulgativa, lavorativa, culturale è terribilmente sottoutilizzata. Eppure Isernia avrebbe ben bisogno di iniziative per la sua valorizzazione.

L’unico totem disponibile nel suo elegante mobiletto.

Gli edifici sono grandi, spaziosi, ben concepiti. Ma sono semivuoti, disadorni, trasandati, poco accoglienti, poco vissuti, poco usati. Come in molti altri musei preistorici in Italia e nel mondo vi sono tre temi che si accavallano finendo per rendere incomprensibile il tutto: le informazioni sugli scavi effettuati in quel luogo, la vita dell’uomo nella Preistoria, le tecniche di scavo e di studio. Tutto insieme, tutto mescolato, tutto confuso.

Ed infatti l’importanza del sito non viene adeguatamente sottolineata. Il materiale esposto è poco (ve ne sarebbe molto altro) e non adeguatamente spiegato. Alcuni attrezzi ritrovati sono piccoli ed in una vetrina si perdono e non si riescono a vedere bene.  Il punto forte dell’esposizione è la ricostruzione di molti metri quadri di quell’antico spazio di macellazione; eppure non si sono fatti molti sforzi per renderlo comprensibile.

Questo tipo di museo è più un centro di interpretazione degli oggetti che un luogo per la loro esposizione. In questi casi c’e’ molto più da capire che da vedere: oggetti banali, se capiti, dicono molto della vita di quella gente. Se non capiti restano oggetti banali. Per fare ciò sono utilissimi i supporti mediatici: computer che spiegano come sanno fare loro. Ebbene in questo museo ce n’e’ solo uno. E’ incredibile ma se viene una classe di 20 ragazzi o un pulman di 40 turisti dovranno fare la coda alla sola postazione disponibile per cercare di afferrare qualcosa. E’ assolutamente incredibile. Bisogna però dire che a quel computer hanno fatto tutt’intorno un bel mobiletto di legno che lo si potrebbe mettere anche in salotto. Ed è un peccato, perchè il programma che vi gira sopra sarebbe anche ben fatto.

Alla biglietteria dei musei suole esserci un negozietto dove si vendono libri e cose del genere. Qui niente, solo un tavolo dove ci sono alcune pubblicazioni di vario tipo; si potrebbero consultare, ma sono troppo specialistiche per il vasto pubblico. Inoltre non sono protette ed il primo che vuole se le può portar via senza che nessuno se ne accorga. Del resto è anche difficile consultarle perche questo deve essere l’unico museo al mondo dove non esiste una sola sedia, poltrona, divano, panca o panchina, sella, dondolo dove ci si possa riposare un attimo. Se passate al museo due ore, starete in piedi due ore e tornerete a sedervi solo nella vostra macchina.

In cambio si troverà, in un angolo, solo e triste, un enorme elefante di resina, ma con la codina di pelo. Che ci sta a fare? Con tutti gli animali che erano presenti in quel luogo perchè riprodurre solo un elefante? E perchè proprio l’elefante, che tutti sanno come è fatto? Misteri di organizzazioni museali fatte da incapaci, da dilettanti improvvisati.

Si diceva dell’enorme, costoso e ben concepito capannone vetrato degli scavi. C’e’ bisogno di dire che quei vetri non sono puliti dai tempi del Paleolitico antico, chè ormai non ci si vede quasi più attraverso?

Eppure il personale non mancherebbe, stravaccato nella biglietteria ad aspettar la sera, che tanto, di visitatori, non ne vien quasi….

 

Fasulla Firenze

In quel parco tematico del  Rinascimento che è diventata Firenze, per la gioia dei suoi bottegai e per il dolore degli altri abitanti, fra le molte aberrazioni, ve ne è una particolarmente sgradevole.

Un numero importante di esercenti, che si dedicano a fornire pessimo cibo ad alti prezzi ai poveri turisti, considerati solo dei pennuti e quindi immediatamente spennati, ha pensato bene di camuffarsi da botteghe tradizionali.

Incominciò una di quelle famiglie nobili che hanno rinverdito gli allori grazie alle viti e di lì è stato un dilagare senza freni, senza fantasia, senza intelligenza.

Per prima cosa il nome del locale: “Vecchio” o “Antico” è d’obbligo; poi “Fattoria”, “Bottega”, “Vinaio”, “Vendita”, “Corte”. Poi gli sporti, l’entrata: sempre di legno naturale, di foggia primi ‘900, un pò ridondante e fasulli come una moneta da tre euro.

Pavimento in finto cotto, arredi da bottega tradizionale: tavolini di marmo, banconi di legno, sedie impagliate. Ma soprattutto l’immancabile e troneggiante affettatrice degli anni ’50, rossa e cromata, o le bilance, della stessa foggia. Tutto fittizio, fintamente alla buona, come casuale; l’impressione generale è leziosa, fasulla, stucchevole, appiccicosa.

La strategia commerciale di questi bottegai è chiara: hanno sentito dire che non bisogna vendere cose, ma trasmettere la cultura che vi è dietro. Questa è la favola che ha permesso il miracolo turistico toscano.

Anche la macelleria Falorni, a Greve in Chianti, una volta eccellente, è diventata commercialissima.

In realtà è una enorme panzana che stravolge totalmente la “vera cultura toscana” trasformandola nella “visione che gli stranieri hanno della cultura toscana”.  Hanno trasformato una regione in un esperimento di marketing. E questi ignorantissimi bottegai hanno applicato la ricetta, probabilmente senza nemmeno capirla. Fanno finta di essere qualcosa che loro nemmeno sanno cosa è. Come possono riesumare il passato se non lo conoscono, non lo capiscono e soprattutto hanno come unico interesse guadagnare indebitamente un euro in più sul loro vile panino?

Il loro cibo è dozzinale: affettati industrialissimi, focacce che di toscano non hanno niente, magari anche la pizza napoletana o i tramezzini romani, finti cantucci di Prato. Vini al bicchiere, spesso senza vedere l’etichetta. Prezzi sconsiderati. E i turisti abboccano, come fanno al Mercato di San Lorenzo.  E molti vanno in questi finti alimentari sperando di spender meno che nella miriade di altrettanto falsi ristoranti che imperversano nel centro storico.

Questa moda del finto vecchio è durata una ventina d’anni, ora sta finendo e ci si butta verso il minimalista (i bottegai sono perennemente in ritardo sulle tendenze, troppo distratti a contare i soldi), così si risparmia anche sugli arredi.

 

Lo strano mondo delle rievocazioni storiche

Non c’e’ gitante che non sia incappato, per volontà o per caso, in una rievocazione storica, in uno di quei mille borghi morenti che cercano nel turismo un motivo per non decedere definitivamente. Ma come funziona quel mondo?

Lo si scopre visitando l’annuale fiera del settore: Armi e Bagagli che si tiene a Piacenza a fine inverno e parlando con i numerosissimi partecipanti. Questa fiera è stupefacente. Vi si acquistano armi, vestiti e suppellettili di tutti tempi. Da gonnelle maschili dell’età del ferro a elmi e spade medievali a cimeli della seconda guerra mondiale. I venditori sono vestiti in stile e si possono osservare gladiatori romani intrattenersi con dame rinascimentali ed aviatori inglesi. Il colpo d’occhio è sconcertante e meraviglioso.

Numerosi gli stand di compagnie di rievicazione, delle diverse epoche e con diverse specializzazioni, che si offrono, dietro modesto compenso, per recitare nelle fiere.

Sembrerebbe una grande e gioiosa festa. Ed invece, quel mondo è in crisi! Il fatto non ci stupisce, cosa non lo è?

Il settore nasce una trentina di anni fa, nelle atmosfere un pò asfittiche di alcuni paesi dove dei giovani cominciarono ad avere l’idea (copiandosi gli uni con gli altri) di ammazzare il tempo ricostruendo il passato dei loro luoghi; prendendo spunto dall’esempio inarrivabile di Siena e del suo Palio. Ci si specializzò soprattutto in quel vasto e multiforme periodo che sta fra il Medioevo e Rinascimento, sorta di mare magnum in cui ci sta di tutto. Questa scelta fu anche influenzata dal crescente campanilismo di stampo un pò leghista che stava nascendo a quei tempi. Le pagliacciate di Pontida inspirarono molti gruppi: a nord questi gruppetti nascenti si concentrarono maggiormente sui Celti, mentre nel Lazio si guardò più volentieri ai Romani, rinverdendo i conflitti di oltre due millenni fa. Meno fortuna ebbero gli Etruschi o gli Italici, ancora meno i pur interessanti pre/protostorici.

Generalmente il livello culturale dei gruppi era abbastanza basso, molto amatoriale, con un forte sapore di approssimazione paesana.

Il tempo passa, si studia, le capacità migliorano, si imparano tecniche ed arti teatrali, l’attrezzatura si amplia e si raffina, si definiscono ruoli e performance delle compagnie di rievocazione. Si formano associazioni italiane ed europee, si organizzano convegni e manifestazioni continentali. Si delineano gruppi che fanno sfilate, simulano combattimenti, tirano con l’arco, rievocano matrimoni e visite reali, allestiscono botteghe artigiane, esibiscono falconi cacciatori; il tutto durante le fiere paesane o le manifestazioni di rievocazione. Le compagnie si esibiscono alcune volte l’anno, certamente nelle festività del loro paese, ma sono anche invitati da altri Comuni, in altre manifestazioni, a far colore.

Non è più il Rinascimento di una volta….

Nasce quindi una competizione fra le varie compagnie, per ottenere più contratti; si corre a farsi o a comprare le armi più verosimili e gli abiti più belli; ci si sforza di mettere in mostra abili artigiani ed attività attraenti. Si va alla fiera di Piacenza per comprare attrezzature: vanno forte le armi, prodotte soprattutto in Slovacchia e Polonia. Si abbandona poco a poco il Medioevo, dove erano un pò straccioni per concentrarsi sull’immaginifico Rinascimento. Per fare colpo sul pubblico si tralascia la verosimiglianza, per non dire la filologia, puntando quasi esclusivamente all’immagine.

Dietro a tutto ciò ci sono, ovviamente, le Amministrazioni Comunali che finanziano le feste e le compagnie di rievocazione che vi partecipano. Quello del rievocatore passa da essere una passione, un pò sguaiata, di ragazzi brufolosi a sembrare una specie di lavoro di adulti che vivono la crisi occupazionale italiana. Riescono ad inventarsi una qualche entrata economica. E’ l’età d’oro della rievocazione storica.

Ma le finanze dei Comuni vanno in crisi e questi pagano meno e meno spesso; le compagnie, nel frattempo, si sono moltiplicate e la concorrenza fra di loro aumenta; l’età e i bisogni economici dei componenti si accrescono; gli investimenti necessari a mantenere la competitività della compagnia si fanno più importanti; molte compagnie soccombono alla concorrenza; le motivazioni di passione ed economiche dei rievocatori zoppicano: incominciarono come ragazzi annoiati e volenterosi; ormai sono adulti ed hanno famiglia, hanno meno tempo e soldi da investire, vorrebbero, anzi, tirarci fuori qualcosa, almeno di che pagare le bollette di casa. Il pubblico segue sempre con passione, ma ha bisogno di novità.

La crisi dilaga.

La vittima di tutto ciò è la cultura. Quella che poteva essere una strada divertente per studiare e trasmettere il passato del proprio paese si è trasformata in una immane pagliacciata senza alcun contenuto storico, identitario, culturale. L’operazione non è più sostenibile. Invece di studiare il passato, le compagnie cercano di racimolare due soldi per comprare improbabili oggetti da parata che li mantengano sul mercato. La mercificazione della Storia; un accumulo di colori sgargianti che si mescolano in un grigio informe. Ancora una volta la perfida macchina acchiappa consenso delle Amministrazioni Comunali ha ucciso la creatura che stava nascendo. Ormai impossibile fare ragionamenti di qualità e di fedeltà filologica ai fatti rievocati. Tutto è piegato alla logica commerciale e turistica.

In mezzo a questa catastrofe si sono accese due luci che potrebbero risollevare le sorti di un settore che sembra ormai cotto.

La nuova via viene indicata da Guedelon e da Poggibonsi. Nel primo luogo si ricostruisce in scala reale un castello medievale, con sistemi che si vorrebbero quelli originali (sicurezza esclusa, ovviamente); la cosa regge grazie a finanziamenti pubblici e ad un grande afflusso di folla che paga un biglietto. L’iniziativa va avanti da moltissimi anni ed il castello si avvia al completamento. Gli organizzatori dicono di aver fornito importanti informazioni agli storici sulle tecniche di costruzione che hanno dovuto riscoprire. Vi sono alcune cadute di stile e molto orgoglio nazionalistico francese, ma la faccenda è certamente molto interessante.

A Poggibonsi, invece, un gruppo di giovani medievalisti, guidati da un professore universitario, hanno ricostruito l’abitato longobardo scavato lì accanto. La domenica il sito è aperto, accoglie visitatori e scolaresche e gli organizzatori compiono attività dell’epoca nei loro costumi. La correttezza filologica sembra rispettata, nei limite del possibile e l’iniziativa ha un grande successo.

Ora bisogna aspettare che si saldi lo spirito di Poggibonsi con i resti dell’armata disfatta dei rievocatori da parata, per vedere cosa può venir fuori.