Il turismo della miseria

E’ ormai un classico. La guida che porta la turista occidentale in una bidonville a fotografare i bambini poveri, che sono così carini… Foto di Hannah Reyes Morales – tratto da “Il controverso fenomeno dello slum tourism”, National Geographic, 9.5.2018

Vogliamo parlare di quelli che vanno a visitare la miseria?

Fra le tante distorsioni del turismo ve ne è una particolarmente grave, complessa, preoccupante, densa di significati. Sono i turisti che vanno a visitare luoghi particolarmente poveri, dove vive una umanità in piena miseria. I visitatori delle bidonville, delle favelas, degli immondezzai dove rovistano battaglioni di capatori. E’ il cosiddetto slums tourism.

La cosa è antica; la visita delle sofferenze altrui è sempre stato molto interessante. Lo stesso Dante non si privò di un bel giro fra i disgraziati dell’inferno. I nobilastri europei, che scendevano in Italia per il loro Grand Tour formativo, amavano osservare la plebe italiana ed i loro poveri tuguri comparandoli stupefatti con le magnifiche rovine dei loro antenati dell’Impero Romano. E al tempo del positivismo si andava nei quartieri operai di Londra per concepire (e forse realizzare) azioni filantropiche.

Nel turismo moderno, alcuni cominciarono, già diversi anni fa, ad andare a visitare le favelas di Rio di Janeiro. Provando i brividi della miseria, delle bande di delinquenti, delle squadroni della morte, dei narcotrafficanti grondanti sangue e dollari. Tanto che alla fine certe favelas sono diventati simil-lusso e vi si possono affittare appartamenti su Airbnb. Vi venivano accompagnati i turisti in occasione delle Olimpiadi di Rio.

Nel frattempo prendeva piedi la piaga del turismo solidale, nel quale i turisti sono portati a vedere orfanotrofi, scuole di periferie, ospedali di amputati; nel quadro di progetti ai quali contribuiscono con pochi spiccioli.  E in questo contesto, la visita di Korogocho, il quartiere che vive sulla discarica di Nairobi è diventato un must, andando a far visita al padre Alex Zanotelli che vi viveva e lavorava (fino a quando ha deciso di tornare in Italia, abbandonando i poveri alla loro miseria).

Ormai ci sono agenzie specializzate nella visita degli slums indiani (anche con corsi di cucina), alberghi di lusso in Sud Africa che hanno ricostruito angoli di bidonville posticcia, ma fedele. E secondo l’UNICEF, nei luoghi turistici della Cambogia nascono falsi orfanotrofi con falsi orfani per estorcere qualche dollaro ai turisti che li visitano. E a Napoli si trovano su Airbnb i “bassi” dove pernottare facendo finta di essere in una commedia di Eduardo in un delirio kitsch di luoghi comuni partenopei e di voyeurismo pauperistico. Un palestinese affitta su Airbnb una camera nel campo profughi di Betlemme e porta i turisti a parlare con una povera vecchia i cui due nipoti sono stati uccisi dagli israeliani. Per non parlare poi dei giri a Chernobyl.

In questo quadro disgustoso proliferano gli articoli dei giornali, le dotte dissertazioni etico – sociali, gli studi antropologici.

La posizione predominante è ovvia: gli sporchi occidentali si “divertono” (proprio così) a vedere i poveri per qualche ora e poi a tornarsene nel loro agio, felici di non esserlo. Gli sporchi occidentali di sinistra aggiungono ipocrisia trasformando queste visite in viaggi di studio della condizione umana di cui prendere maggiormente coscienza e consapevolezza. Gli sporchi occidentali di destra confermano le loro idee sulla supremazia della razza bianca e sul fatto che uno è povero soprattutto perché è stronzo. Gli sporchi occidentali cristiani raggiungono il massimo dell’ipocrisia, versando una lacrimuccia, donando una miseria e pregando insieme ai poveri che tanto il Regno dei Cieli sarà loro.

In ogni caso questo turismo viene descritto come deteriore, abusivo, tragico. Ci si spinge a definirlo “crimine contro l’umanità”.  Paradossalmente, invece, gli abitanti degli slums visitati non ci trovano niente in contrario ed, in larghissima maggioranza, sono contenti di ricevere dei turisti, come se i loro quartieri fossero divenuti i centri delle città.

Gli organizzatori del turismo della miseria usano facili e superficiali argomenti: che la conoscenza mutua fra poveri e turisti è comunque un fatto positivo; che qualcosa i turisti lasciano sempre; che i luoghi dei poveri hanno finalmente la possibilità di mostrare i lati positivi che pure non mancano loro perdendo così, o almeno riducendo, la loro aura di maledizione (solidarietà fra persone, attività ricreative, allegria dei bambini); che sono esperienze che resteranno impresse nei turisti per sempre, avvicinandoli emozionalmente alle sofferenze della vita. Argomenti di un cinismo aberrante.

L’UNICEF si occupa dei falsi orfanotrofi in Asia nei quali i bambini vengono tenuti, pur avendo almeno un genitore, per ricevere soldi dai turisti.

Ma, indipendentemente da tutte queste considerazioni dei fautori e degli avversari del turismo della miseria, se i turisti son contenti ed i poveri pure, perché non lasciarli fare smettendo di emettere moralismi di bassa lega o giustificazioni pelose? Se la gente si mescola consenziente perché preoccuparsi? Se i poveri non vogliono i turisti non hanno che prenderli a sassate e quelli smetteranno subito. Se i turisti sono dei biechi individui che godono delle sofferenze altrui, a noi che ce ne cale? Gli vogliamo forse redimere come missionari della Compagnia del Buon Turismo? Se i tour operators della miseria  son degli sciacalli, sono in eccellente e vastissima compagnia.

Il punto, secondo il Viaggiatore Critico è tutt’altro, ed è per questo che bisogna osservare con attenzione il turismo della miseria.

Eccolo: questo tipo di viaggi si colloca pienamente nel campo del turismo “esperienziale” che sta sostituendo quello delle “visite”.  Non si va più a vedere, ma si cerca di vivere. Del resto Airbnb sta puntando molto di più sulle esperienze che sugli affitti e quel settore gli sta crescendo in mano  molto più rapidamente di quello delle notti.

Quindi si mangia, si cucina, si fanno corsi, si preparano candele, si torniscono vasi, si potano le vigne, si ferrano i cavalli, si tessono sciarpe, si fanno tour etilici, si provano sostanze, si cammina, cavalca, pedala, veleggia e così via. Mi pare chiaro che il vecchio turismo non funziona più. I centri storici sono ormai diventati luoghi sterili  ripieni degli stessi negozi ovunque nel mondo. I musei hanno scassato la minchia ed escluso i forzati della cultura, gli altri ne fanno anche volentieri a meno. Il turista si sta annoiando, bisogna trovargli altri passatempi; è necessario rinnovare l’offerta. Il turismo sta morendo, dobbiamo trapiantargli nuovi organi perché continui a far girare l’economia.

I turisti vogliono vedere come vive la gente per davvero? Vogliono viaggiare secondo la formula magica del like a local? Ed ecco che gli forniamo i giri nella miseria. I poveri hanno alcune eccellenti caratteristiche agli occhi del turista: sono soggetti fotografici molto interessanti; si capisce bene come vivono perché lo fanno per strada; si lasciano osservare volentieri in quanto hanno dovuto mettere da parte l’orgoglio da molto tempo; si corrompono con poco e con poco li fai sorridere; in generale, sono docili; sono tanti ed in molti luoghi, così che è facile organizzare dei tours, anche esclusivi.

La macchina economica avanza implacabile e cieca: per il turismo è l’ora delle esperienze; del toccare con mano la miseria. Domani vedremo cosa si potrà inventare. Probabilmente lo sviluppo del turismo di guerra (i primi esempi si stanno vedendo) o l’accoglienza presso gli ultimi popoli tradizionali ancora esistenti (con il loro definitivo annullamento).

Per il momento i poveri (che turisti non possono essere) sembrano i migliori sostenitori del turismo. I paradossi.

PS. A scanso di critiche, il tono generale di questo articolo è amaramente ironico.

 

 

 

Il cosiddetto Mal d’Africa

Sono tutti lì a parlare del Mal d’Africa. Dice di soffrirne anche chi è stato 15 giorni in un resort a Malindi. Ci si sente così importanti e giramondo e viaggiatori incalliti e cosmopoliti quando si soffre il Mal d’Africa. Mi paion tutti dei Livingstone appena sbarcati a Londra dopo 5 anni di esplorazioni nelle foreste dell’Africa non nera, ma nerissima.

Del resto l’origine di questa singolare sindrome deve essere collocata in ambiente letterario, romantico e coloniale. Quei funzionari spesso inglesi o francesi che, dopo aver passato decenni in Africa a fare le peggio ignominie, tornavano a casa e sospiravano, nei tramonti grigi della loro vecchiaia, pensando ai mezzogiorni torridi di colori della loro gioventù in Africa.

Non si sa cosa sia il Mal d’Africa, ma prima che quest’articolo finisca, ve lo dirò io.

Non è solo la malinconica nostalgia di quelle terre esotiche. C’e’ chi afferma che è la memoria genetica dei nostri tessuti. Il nostro DNA è nato in Africa (siamo tutti immigrati) e quando ci ritorniamo è come se rientrassimo, dopo lunghissimo viaggio, nella nostra vera casa. Più in particolare nelle savane, dal momento che è lì che delle scimmie sono scese dagli alberi decidendo di camminare sulle zampe di dietro e di utilizzare quelle davanti per uccidere altri animali da mangiare. Questa puttanata la diceva Richard Leakey, uno della famiglia dei paleontologi umani del Kenya.

Altri invece dicono che il Mal d’Africa va cercato nell’inconscio; nella memoria collettiva inconscia che ci fa ricordare i luoghi che abitammo centomila anni fa. In particolare, secondo questa teoria, gli africani, notoriamente dei selvaggi incalliti, non disporrebbero del senso del tempo. E quando noi bianchi evoluti ci troviamo a contatto con loro, questa mancanza della dimensione temporale risveglia in noi l’antico ricordo di quando del tempo non ce ne fregava niente nemmeno a noi e si stava meglio. Da qui un sentimento di familiarità con quei luoghi e quelle genti. Ridicole fantasie,

C’e’ poi tutto il filone romantico della faccenda. I tramonti nella savana, con il cappello coloniale di sughero sulla testa e la sahariana addosso; sorseggiando un the insieme a Robert Redford, come se fossimo comparse nel film “La mia Africa”, mentre i negri lavorano nella piantagione di caffè e si odono cantare in lontananza. Questo è il modello di Mal d’Africa più diffuso fra la gente. Nella versione da turismo di massa questa versione del Mal d’Africa si coniuga in molti modi diversi: su un cammello scureggione che vi trasporta per una mezzoretta nelle dune ingombre di immondizia del Marocco. O in un villaggio senegalese, attraversato per caso durante un giro in gruppo, dove i bambini corrono dietro alle macchine (non avendo, in quel momento, nessun altro gioco più divertente da fare) chiedendo le caramelle. Oppure in una spiaggia di Zanzibar, con le palme regolamentari, mentre al tramonto si beve un martini, mi raccomando, molto secco. Per non parlare del peggior modello: quello della festa notturna nel villaggio turistico con il gruppo di musicisti locali vestiti al modo tradizionale con le scatenate ballerine nude al modo tradizionale. Questo è il vertice massimo del Mal d’Africa trash.

Quando si torna a casa ci si sofferma un attimo, si ripensa a quei momenti e con lo sguardo sognante si mormora sul filo delle labbra: “Ho il Mal d’Africa”. Tutte stronzate.

Poi ci sono i poeti; quelli che dicono: “Mal d’Africa è disegnare con gli occhi il contorno di un baobab che si staglia sullo sfondo del cielo basso e turchese”. Oppure: “Il Mal d’Africa è il ricordo di una luce tutta particolare, mai vista né prima né dopo in nessun’altra parte del pianeta, che appare nel tardo pomeriggio e ricopre tutto come fosse una coperta d’oro.” Ragli asinini, direi.

Altri ancora preferiscono restare più vicino a terra ed identificano il Mal d’Africa con quella infinita serie di malattie che si prendono in Africa e per le quali molti ci hanno lasciato le penne. Ad esempio Rimbaud ci rimise prima una gamba e poi la vita, Blixen ci prese la sifilide, un milione ci son morti di malaria. Questo, secondo loro, è il vero Mal d’Africa ed hanno evidentemente ragione.

Invece, molti altri si sperticano in mirabolanti spiegazioni che vanno dalle dimensioni del cielo, alla intensità dei colori, al carattere degli africani, alla semplicità della vita in Africa, alla facilità dei rapporti umani, alla riscoperta dei veri valori della vita, alla Natura incontaminata, selvaggia, onnipresente, avvolgente; alla presenza dei grandi animali (che a sentir loro, pare si aggirino per tutte le strade). Teorie le più cervellotiche, strampalate, inconsistenti e fantasiose. Bisogna però dire che da quando l’Italia è sommersa dall’attuale mefitica ondata di razzismo, degli africani e del loro modo di vivere si parla sempre meno. Forse per il timore che quel modo di vivere, così simpatico presso di loro, ce lo portino qua. E ciò non ci piace, perche soffriamo del Mal d’Africa, ma a casa nostra comandiamo noi. Fetenti.

Comunque son tutte fandonie. Ve lo spiego io: il Mal d’Africa sono le quattro S.

Sesso, Soldi, Sbronze, Superiorità. Che son quattro cose che fanno venir fuori il peggio dell’animo umano. Il Mal d’Africa è una malattia propria di quelli che soffrono anche il male della quinta S: gli Stronzi.

Sesso. Gli africani sono sodi, spesso atletici, hanno grandi tette, culi, cazzi. La loro pelle è fresca, morbida, tesa. Inoltre non sono stati (in generale) rovinati dal cattolicesimo o dall’Islam, entrambe religioni sessuofobe. Gli africani fanno sesso come prendere un caffè; senza dargli tanta importanza. E’ una faccenda sociale, di pronta beva. Alla portata di tutti. Il Mal d’Africa è una sana trombata senza tante storie.

Soldi. Il bianco che è in Africa ha dei soldi in tasca. O ci lavora ed ha un buon stipendio perché se no non avrebbe lasciato casa propria. O ha delle attività economiche che gli rendono bene, se no se ne sarebbe già andato. O ci fa il pensionato e quindi ha la pensione. O è turista e quindi si può permettere quel viaggio. In tutti i casi in Africa i bianchi hanno dei soldi in tasca; e gli africani questo lo sanno benissimo. Il Mal d’Africa è un portafoglio ben messo.

Sbronze. Tradizionalmente e per un motivo non ben chiaro, in Africa è socialmente ben accetto bere molto. Qui non si parla di giovani; si tratta di uomini e donne ben adulti, di buona condizione sociale. In Europa si limiterebbero a qualche bicchiere, almeno pubblicamente. Si sbronzerebbero solo in privato od in cerchi ristretti.  In Africa, no. Si può bere fino a sfondarsi senza nessuna vergogna, ritegno o censura sociale. E’ evidente che in questa maniera la vita è molto più facile e dolce. Il Mal d’Africa sono sbronze libere!

Superiorità. E qui viene il punto più dolente ed infame. Gli africani sono stati schiacciati dalla colonizzazione. Sono stati trattati come bestie. Hanno imparato ad aver paura dei bianchi; come i leoni hanno paura dei domatori. I tempi son cambiati, ma non poi troppo. Nelle vie africane, quando un bianco passeggia (raramente, vanno soprattutto in macchina) gli africani si scansano. Se va in un ufficio, gli permettono di saltare la coda; lo fanno sedere anche se non ci sarebbero sedie libere. Se parla viene ascoltato. Il bianco pezzente a casa propria, in Africa diventa una persona importante. Si diceva: ” Quando  arriva in Africa un bianco diventa immediatamente giovanissimo, bellissimo, ricchissimo”.  Le donne se lo contendono: un bianco da prestigio sociale fra le amiche e comprerà molti regalini. Esattamente la stessa cosa per le donne: bianche che non battono chiodo in Europa, in Africa si ritrovano con modelli.  Anche i turisti vivono questa ondata di improvvisa popolarità e considerazione. Il personale di servizio s’inchina davanti a loro che a casa non li guarda nemmeno il cane. In Africa anche gli accattoni europei sono re. I meschini sono persone importanti. I brutti, belli e gli stupidi intelligenti.

Eccolo il vostro tanto romantico Mal d’Africa. Semplicemente sopraffazione psicologica dell’uomo sull’uomo.

Infami, verranno gli africani e vi mangeranno tutti.

Ecuador, subito.

Foto un pò da cartolina. Si tratta del Signor Chimborazo, 6300 metri. Foto di David Torres, via Wiki Commoins.

C’e’ un paese di cui nessuno parla mai e che nessuno visita, o quasi. E’ in mezzo a due paesi molto conosciuti e relativamente frequentati. Ma quello di cui parliamo, il cittadino italiano medio non sa nemmeno dov’e’. Eppure è probabilmente il paese che al mondo meriterebbe maggiormente di essere visitato.

Si tratta dell’Ecuador. E, giusto per l’italiano medio, sta proprio in mezzo fra Colombia e Perù.

Non ha le spiagge caraibiche come la Colombia o le rovine di Machu Picchu come in Perù; ma è un paese con un incredibile concentrato di paesaggi naturali e città storiche. E’ proprio questa la caratteristica principale dell’Ecuador, rispetto ai vicini paesi sudamericani: le piccole dimensioni e l’estrema varietà ambientale. In poche ore, nella stessa giornata, si può passare dalla foresta amazzonica, alla neve dei vulcani andini, alle spiagge del Pacifico. E’ una specie di riassunto tascabile del Sudamerica; il Bignami del mondo andino. In più, il centro storico di Quito (che sarebbe la capitale, sempre per l’italiano medio) è certamente il più bello fra quelli di tutte le capitali sudamericane. Sarebbe quindi una meta turistica eccezionale: in poche centinaia di chilometri si vedrebbero cose che altrove non si trovano in molte migliaia.  Invece quasi nessuno ci va; tutti attratti come falene dal vicino Perù, ben meno interessante, ben più ovvio e mille volte rimasticato. Questo dimostra ancora una volta come i turisti siano, molto spesso, un gregge di pecoroni inconsapevoli che vanno a farsi tosare dove i padroni del turismo decidono.

Ed infine, come sicurezza, pur trovandosi nell’infernale continente sudamericano, dove la vita vale meno di una cicca, l’Ecuador sta messo meglio di quasi tutti gli altri paesi. Anche se bisogna comunque stare molto attenti.

La magia della notte del centro storico di Quito. Foto di Avemundi via Wiki Commons.

Il giro classico dell’Ecuador prevede le due città storiche della parte andina: Quito e Cuenca. Soprattutto la prima che ha chiese, palazzi e tessuto urbano in bellissimo barocco coloniale, molto ben conservato e valorizzato. Io amavo percorrere il centro vecchio di notte, da solo, con le stradine debolmente illuminate, scendendo da San Francisco verso Santo Domingo o arrivando alla fine della via chiamata Mama Cuchara. A quell’altezza (2.800 metri slm) la notte fa freddino; l’aria è pungente e le stelle sono prepotenti. Quasi nessuno in giro, qualche vecchio indigeno (mai usare la parola indio, è dispregiativa) o degli ubriachi da scansare perché molesti. Atmosfere molto suggestive.

Immancabile la visita ai due maggiori vulcani: Cotopaxi e Chimborazo imponenti e d’altezza per noi proibitiva. Si arriva in macchina fin oltre i 4.000 metri; la mancanza d’ossigena fa arrancare il motore. Ma sono paesaggi commoventi; ci ho pianto più volte. Vastissime steppe di altitudine dolcemente modellate o rotte in profondi valloni. Il regno del silenzio, della nebbia, ma anche del vivissimo sole di altitudine, sotto un cielo grande; aria finissima, visibilità di chilometri e chilometri. Pecore ed indigeni. Si è leggeri a quell’altezza e vien fatto di camminare rapidamente; vai subito in debito di ossigeno e resti a boccheggiare per minuti, credendo di morire. Progetti di sviluppo italiani ci portarono, decenni fa, dei pini nostrali; nella terra delle radici c’erano le spore dei pineroli che gli ecuatoriani (non ecuadoregni come dicono i giornalisti ignoranti) non conoscevano e non mangiano: se ne trovano distese infinite.

Dalla zona andina si scende, verso ovest nella foresta amazzonica. Brusco salto che in due  tre ore ti porta sui fiumi che sboccheranno nel Rio delle Amazzoni e nell’Atlantico. Quando la strada arriva sul passo andino, sempre molto dolce e mai roccioso come sulle Alpi, si è soliti fermarsi e pisciare proprio sulla linea del crinale facendo ondeggiare il getto. Parte della vostra pipì andrà nel Pacifico, parte nell’Atlantico. Sono le soddisfazioni della vita.

Il fiume Pastaza va dalle Ande verso il Rio delle Amazzoni. Libero, nella foresta, senza ponti, argini, costruzioni. Un mondo ancora sano. Foto di Ondřej Žváček via Wiki Commons.

In Amazzonia (o Oriente, come dicono gli ecuatoriani) si cercano dei giri organizzati per passeggiare nella foresta o navigare con le piroghe nei fiumi. Sono tours un po’ banali, ma organizzarsi da soli diventa complicato e ci vuole molto tempo. La foresta amazzonica non è un bosco dove si possa andare a fare due passi; non c’e’ quasi niente di veramente pericoloso, ma è probabile che senza conoscere i luoghi si rischia di non vedere niente di interessante e di finire quasi subito nel fango.

Il tempo trascorre lentamente in Ecuador ed in Amazzonia ancora di più; anche se è vicina a Quito non si fa niente in uno o due giorni. Meglio prevederne quattro. Del resto è uno dei contesti eccezionali del pianeta e merita il maggior tempo possibile che potete dedicargli. E’ qui che ho fatto il viaggio più bello della mia vita.

Dall’Amazzonia si risale sulle Ande e si riprecipita dalla parte opposta, verso est e la vasta pianura costiera. Come per la parte orientale anche in questo caso sarà meraviglioso vedere come la natura passa dalla steppa d’altitudine del passo andino alla foresta pluviale pedemontana passando attraverso tutto il ventaglio dei passaggi intermedi. In due ora si assiste ad una perfetta lezione di geografia e botanica. Andando verso il mare si passerà infine alla savana arida e cespugliosa della parte centrale del paese.

Un piatto tipico andino è il cuy al forno. Si tratta del porcellino d’India, quello grosso. Fa un pò pena, ma è molto buono ed almeno non va a finire negli esperimenti clinici tipo vivisezione. Foto di Jtesla16 via Wiki Commons.

Se non siete amanti delle piantagioni di banano, di palma da olio e dei campi di riso e di soia, la pianura costiera ecuadoriana non vi darà molta soddisfazione. Ma vi permetterà di arrivare al mare con città di divertimento (e prostituzione e coca a vilissimo prezzo), belle spiagge e parchi naturali. Normalmente si comincia da Atacames a nord e si prosegue, spiaggia spiaggia fino alla Penisola di Santa Elena a sud. Si comproverà quanto siano fredde le acque del Pacifico, il cui nome è del tutto errato. Ma si saranno mangiati i vari cebiches, il piatto regionale, fatto di pesce o molluschi o crostacei cotti solo nel limone ed accompagnati di un trito di cipolle ed erbette.  La mattina, a colazione, sul tardino, con la birra, è una esperienza che ricorderete. E ricorderete anche la successiva diarrea dovuta al fatto che vi hanno rifilato prodotti mezzo marci, perché tanto siete stranieri e non ritornerete a protestare. Perché la parola “etica” in quel paese ha pochissimo corso, insieme a “rispetto” e “sincerità”.

La città principale del paese, Guayaquil, non presenta aspetti interessanti per il viaggiatore che non ami le grandi metropoli confuse e pericolosissime del Sud America.

Ci sarebbe, infine, l’unica meta turistica ecuatoriana conosciuta a livello mondiale: le incredibili Galapagos. Ma questo è un altro viaggio.

Cominciate a fissare il volo per Quito. Ringrazierete il Viaggiatore Critico che ve lo ha consigliato.

Turisti accattoni

Foto diveuta famosa per il problema dei begpackers in Tailandia. Qusti due vendono cartoline per pagarsi il viaggio. Pubblicata su Twitter da Solo Traveller.

Il viaggiare a volte scatena sconcertanti impulsi nascosti nelle profondità delle persone. E’ un male che viene da lontano, dai tempi dei pellegrini. I quali partivano da casa loro con le tasche quasi sempre vuote ed arrivavano fino a Roma o a Santiago di Compostela mendicando, rubacchiando, facendo qualche lavoro dai contadini trovati lungo i cammini. Lo facevano per espiare i peccati e vivere in povertà, dicevano. In realtà erano dei grandissimi scrocconi, invisi alle genti che dovevano sopportare il loro passaggio.

Oggi succede, più spesso di quanto si creda, la stessa cosa. E’ normale che la coppietta di giovani di scarse risorse voglia comunque concedersi una bella vacanza e cerchi di risparmiare sui voli, sugli alberghi o i campeggi e che mangi un panino sulla panchina dei giardini. Del resto è una lotta accanita ed infinita fra il turista risparmievole e l’esercente avido. Il primo a chiedere accanitamente sconti e a dormire in tre in una sigola; l’altro a speculare appena possibile sui prezzi quando l’affluenza cresce: compagnie low cost ed albergatori soprattutto. Le due categorie (turisti ed esercenti) si odiano e cercano di truffarsi a vicenda. Gli albergatori tendono delle trappole pubblicando tariffe molto basse che però non sono rimborsabili; il turista ci casca, poi vuol cambiare la data, non può e ci perde l’intera somma versata.  A sua volta, alla prima occasione, ruberà gli asciugamani della camera e trasformerà una prima colazione compresa nel prezzo, in un pranzo natalizio da dodici portate. Un mondo di avvoltoi.

Ma alcuni turisti vanno molto oltre ed il viaggio diventa per loro un’accanita gara al risparmio. Sembra che non viaggino per conoscere, ma per risparmiare; anche se non ne hanno bisogno. E’ una sfida con se stessi a non spendere; a fregare gli altri; ad ingegnarsi per il centesimo.  Diventano degli accattoni feroci. A casa loro non potrebbero comportarsi così, sarebbero socialmente banditi. In viaggio si scatenano. Lo fanno soprattutto nei paesi poveri, dove già le cose costerebbero poco; si accaniscono a pagare ancora meno, ancor meglio se non pagano. Arrivano a truffare, rubare.

Alcuni aneddoti. In viaggio in Tanzania, con Avventure nel mondo. Una coppia fa da cassiera all’intero gruppo. La mattina il bussino parte dall’albergo per andare altrove, tutti tacitamente convinti che i cassieri abbiano pagato il conto della notte. Poco dopo vengono raggiunti dalla Polizia con il proprietario dell’albergo. Erano scappati intascando il conto di tutto il gruppo.

Un begpacker. Foto da Il Fatto Quotidiano.

Anni fa nacque una sorta di gara a percorrere tutta l’Africa, da nord a sud in bicicletta, spendendo 1 euro al giorno (ripeto un euro) che andava interamente o quasi nelle riparazioni del mezzo provato da quelle tremende strade. Quindi i ciclisti vivevano dell’elemosina degli africani, nei villaggi. Un europeo, probabilmente agiato (i poveri non fanno queste cose) che si fa mantenere per mesi dai miseri contadini africani.

Io stesso, non ancora del tutto adolescente, in un viaggio in Marocco rubai, con grande destrezza, uno spillone berbero che un misero commerciante vendeva su un telo steso a terra, al mercato. Ne presi in mano diversi, uno dopo l’altro, riposandoli subito dopo. Poi, ne nascosi uno nel palmo chiuso della mano e mi allontanai. Sfide giovanili. Me ne vergogno ancora.

Alle Canarie i turisti italiani sono molto malvisti in quanto hanno il vezzo di andarsene dagli alberghi senza pagare. A Fogo, Capo Verde, ho visto coppie che avevano speso molte centinaio di euro a testa per arrivare fino a lì, piangere miseria per avere uno sconto di 5 euro sui 20 che costava una camera affittata presso i contadini.

In Asia è divenuta una moda, recentemente. Nonostante che si trovino in paesi estremamente economici come India, Thailandia, Vietnam, dei giovani turisti mostrano dei cartelli ai passanti chiedendo l’elemosina per continuare il loro viaggio. Alcuni decenni fa suonavano nelle metropolitane ed in cambio dei soldi davano la loro musica. Scambio dignitosissimo. Ora no, chiedono l’elemosina agli indiani, per viaggiare; ci si può credere? In molti casi arriva la Polizia e li fa rimpatriare a forza, disturbando il dolce far niente delle rispettive Ambasciate. Questi turisti vengono chiamati begpackers e pare che comincino ad essere un vero problema. Decenni fa succedeva lo stesso con gli hippies a Goa, ma almeno, in quell’occasione, c’era una parvenza di ricerca spirituale.

Senza arrivare a tanto ho conosciuto stormi di turisti che cercano e si passano notizie su dove mangiare o dormire spendendo di meno; anche se il costo di quella notte o di quel pranzo sia ridicolo per gli standard europei. Altri che vanno nei mercati tropicali a fine mattinata per avere la frutta marcescente a poco. Ho conosciuto genovesi che passavano mesi in India vivendo in una grotta. Dei cooperanti pagati molte migliaia di dollari al mese abitare scantinati nelle periferie delle capitali africane.

Qui non si tratta di mercanteggiare negli acquisti come è giusto che sia per limitare il lievitare dei prezzi dovuto alla vostra qualità di turisti, nei mercati di mezzo mondo. Ciò è legittimo. Qui si tratta di limare centesimi a costi che sono già bassissimi. Centesimi che, riportati in Italia dopo le vacanze, evaporano in un aperitivo.

In questo interessante articolo si fa presente la possibilità che il turista accattone, in realtà, si sobbarchi la fatica di esserlo per poter postare sui social delle foto che gli diano lo status symbol di viaggiatore incallito e rotto a tutte le traversie. Una specie di medaglia alla resilienza. E questa osservazione, che potrebbe essere molto accertata, mi permette di tornare all’ardito parallelo con l’antico pellegrino. Anche lui andava in giro mendicando per poi poter rivendicare di fronte a tutti la sua santità, la sua purezza di spirito, mentre gli altri erano rimasti sotto le loro calde coperte.

In entrambi i casi si tratta di autopromozione. Di dimostrarsi migliori degli altri. E nel frattempo, come vantaggio aggiuntivo, si mangia a sbafo.

La bassezza umana non ha limiti ed il turismo la tira fuori tutta.

 

 

Turismo radioattivo a Chernobyl

Edifici a Chernobyl
La città abbandonata. Foto di Jorge Franganillo via Wiki Commons.

Nelle pieghe del mondo del turismo si trovano, a volte, delle faccende sconcertanti. Una di queste è l’aver trasformato un luogo maledetto come Chernobyl in una importante destinazione turistica; quest’anno deve aver raggiunto i 100.000 visitatori. Ripeto centomila. Roba da non credere.

La storia è semplice: dal 2011 si sono cominciate ad organizzare delle visite, partendo da Kiev, che dista un paio di ore di macchina. Evidentemente i livelli di radioattività lo permettono; non ci sono reali pericoli. Alcuni dei vecchi abitanti sono anche tornati a vivere nelle loro case, nelle campagne circostanti la centrale atomica. Magari muoiono di tumore, ma gli ci vuole anni e lo fanno a casa propria. Nonostante si trovino nell’area di esclusione, le autorità lasciano fare, forse stanche di dover lottare con vecchi bisbetici ed incapoiti.

Qualche ora di visita non rappresenta nessun inconveniente sanitario per i turisti. E non deve nemmeno essere un problema per le guide che ci vanno tutti i gorni.  Il viaggio costa un centinaio di dollari (che non è poco per i costi ucraini).

Si vedono i resti della città dei lavoratori della centrale: Prypjat, evacuata da un momento all’altro ed invasa dalla vegetazione. Si visitano le scuole abbandonate, con i quaderni sui banchi; la ruota della giostra mai inaugurata, le bamboline di pezza che giacciono sul suolo polveroso dell’asilo. Da un tetto (16 piani senza ascensore), si scorge, lontano, il sarcofago della centrale. Si visitano i vecchi monumenti sovietici. Si sorbisce un po’ di consegne sui protocolli di difesa dalle radiazioni, probabilmente più per far scena, che per reale necessità. Poi si torna a Kiev.

L’aspetto della pericolosità della zona visitata è di difficile gestione, per i responsabili politici della zon e del paese tutto. Infatti se viene detto che le radiazioni residue sono ancora pericolose, il turismo diminuisce e si viene a perdere degli introiti importanti. Se invece viene detto che sono completamente sparite i turisti non si potranno più beare della emozionante sensazione di pericolo che proviene dal supporre di essere attraversati dai mortali raggi gamma, quasi ci si trovasse ad Hiroshima a fine ’45. Per questo motivo la posizione ufficiale è ambigua: dice che le radiazioni ci sono, ma sono deboli. I gruppi vanno in giro con un contatore di radiazioni e le persone fanno i video ai ticchettii dell’apparecchio, tutte felici. Quanto ci sia di vero e quanto di artificioso ad usum turisti, non si può sapere.

Ad ogni modo la visita a Chernobyl porta degli introiti interessanti ed il Governo è ben contento. Quest’anno, addirittura, il numero delle visite si è impennato per via della serie di Sky sull’incidente alla Centrale. Come a dire che la sciagura di molti dell’86 è la fortuna di alcuni, oggi. Ovverosia, trasformare un problema in una opportunità. Ossia, tirar fuori soldi anche dai morti. Il turismo ci è riuscito molte altre volte.

Il fenomeno appare inesplicabile. Perchè un turista va a vedere dei casermoni sovietici, privi di ogni interesse, abbandonati ed intorno ai quali la natura sta riprendendo tutti i suoi spazi?

Non si tratta certo di uno spirito pioneristico; di una avventurosa riconquista di spazi umani abbandonati dopo l’Olocausto Nucleare. I luoghi infatti sono pieni di turisti (alcune migliaia al giorno) e di avventuroso non c’e’ proprio niente. E non si può nemmeno dire che si voglia sfidare il pericolo come si fa con i tori di Pamplona. Le radiazioni non si vedono e se anche ti colpissero te ne accorgeresti fra decenni. Nessuna suspense.

Vogliamo pensare che c’e’ un sottofondo di polemica politica? Si va cioè a vedere uno dei peggiori fallimenti del sistema socialista sovietico? Forse qualcuno, ma non credo che siano molti i turisti che abbiano questo tipo di interessi.

Si tratta forse di turisti che non hanno nient’altro da fare e vedere? Convengo sul fatto che l’Ucraina non è particolarmente ricca di attrazioni turistiche, ma non ne è nemmeno del tutto sprovvista. Trasformare Chernobyl nella prima destinazione turistica del paese è veramente eccessivo.

Questa foto è famosa. La turista che si spoglia e si fa fotografare fra le rovine di Chernobyl. Fece scandalo per la mancanza di rispetto per la tragedia.

Esiste quindi la possibilità che sia un ulteriore episodio di quello che è definito il turismo nero. Ovverosia il desiderio patologico di andare a vedere le disgrazie o, almeno, i luoghi delle disgrazie. Come il luogo dove fu ucciso Versace, la diga del Vajont (ci sono stato anch’io), l’albergo di Rigopiano, il relitto della Costa Concordia all‘isola del Giglio. Si arriva in questi luoghi e ci si fa un selfie che si pubblica sui social. Riproduco qui accanto la foto di una procace turista che si è aperta la tuta antiradiazioni e si è fatta la foto in reggiseno. E’ stata molto criticata, ma ha avuto notorietà mondiale.

Quindi, escludendo una piccola percentuale di persone che sono interessate all’energia atomica ed un altro piccolo numero che rendono un sincero omaggio ai morti di Chernobyl, tutti gli altri sarebbero degli sciacalli che vanno in luogo così maledetto solo per far vedere che ci sono stati.

E’ questo un esempio di quel che è diventato il turismo? Siamo partiti dal turismo per vedere, siamo poi approdati al turismo esperienziale per provare emozioni; ed infine siamo arrivati al turismo esibizionistico, giusto per apparire. Questa riflessione non vuole essere bigotto moralismo. Vuole compiangere la perfetta inutilità di un turismo di questo tipo.

Tempo fa succedeva lo stesso con quelli che andavano alle Maldive. Trent’anni faceva moltissimo status.  Ma almeno erano le Maldive: spiagge tropicali ed alberghi bellissimi. Fare la stessa cosa in un sito radioattivo mi sembra di una tristezza e di uno squallore senza fine.

Contrariamente alla stragrande maggioranza dei luoghi di cui questo blog parla, il Viaggiatore Critico a Chernobyl non c’e’ andato (e nemmeno pensa di andarci). Ha però letto degli articoli di blogger che ci sono andati. Spesso invitati e spesati dalle agenzie di viaggio locali. La sensazione che si trae da queste letture è desolante. I blogger si inventano delle cose che non stanno né in cielo né in terra. Vedono un cane con un occhio più grande dell’altro e desumono che sono state le radiazioni. Il vischio sugli alberi diventa una mutazione vegetale.  Ci si dilunga sulla pantomima della misurazione delle radiazioni. I libri lasciati aperti sui banchi di scuola (probabilmente messi ad arte dalle agenzie che organizzano le visite) provocano commozione. Ci si lamenta che i passeri non cinguettano (d’inverno, sotto la neve?), quando invece si sa che la fauna è molto aumentata nella pace della zona interdetta. Una congerie di pochezze che non riescono a nascondere due cose: che è stato pagato per andarci e che si è annoiato a bestia.

Che bello, la natura che invade, copre ed annulla le intromissioni umane! Foto di Antanana via Wiki Commons.

Questa è la faccenda. Mete turistiche costruite ad arte, mantenute a forza di strattagemmi e visitate per la colpevole inerzia pecoresca di molti dei turisti. Meglio restare a casa.

 

 

 

La complicata festa dell’Alarde di Hondarribia

L’Alarde de Hondarribia. La sfilata. Foto dal sito della Fondazione che organizza la manifestazione.

Questa è una vicenda tutta spagnola in terra basca ed è anche molto istruttiva di come vanno certe faccende turistiche.

Hondarribia (in basco, mentre in spagnolo sarebbe Fuenterrabia) è una cittadina proprio alla frontiera con la Francia, sull’oceano Atlantico. Nel 1638 la popolazione difese con successo la città dagli attacchi francesi. Da quel momento tutti gli anni, fino ad oggi, in settembre, la popolazione sfila in ricordo dell’evento. Tale sfilata è chiamata Alarde che vorrebbe letteralmente dire rivista militare.  Ci sono stati molti cambiamenti nei secoli; da metà del 1800 si sono formate delle “compagnie” per quartiere o per mestiere, che sfilano l’una dopo l’altra, vestiti alla basca, suonando dei pifferi e/o portando dei fucili. Sono migliaia di persone. In testa una compagnia di “boscaioli” che in realtà è la crema della società cittadina, una specie di massoneria nella quale non si entra che per nascita e reddito. La manifestazione è piuttosto monotona.

Fin qui i fatti. Ora i significati. Come succede a Siena con il Palio, la festa non è solo una festa. In realtà è un complesso rito identitario e federativo della città. E’ una cerimonia interclassista ed intergenerazionale. E’ il patrimonio immateriale della città, l’Alarde rappresenta il fondo dell’anima degli abitanti di quella città. E’ cosa loro, proprio come a Siena. Da un punto di vista politico è evidente che è una forma per smussare le tensioni sociali; tutto ciò che è federativo finisce per diventare un modo di conservare il potere da parte di chi ce l’ha. E non è per caso che la prima compagnia che sfila sia proprio quella della crema della città. Per l’appunto vestiti in un modo molto diverso dagli altri e con degli stranissimi ed enormi cappelli, tipo quelli della guardia reale inglese. Quindi, prima e diversi passano i maggiorenti, dietro il popolo. E che stia buonino; questa pare essere la base politica dell’Alarde.

Poco si sa della festa durante il Franchismo. Certo l’identità assolutamente basca della festa doveva stridere con lo spirito spagnolissimo del regime. Ma la Chiesa, sempre franchista, era massicciamente presente nella cerimonia e la borghesia cittadina, in fondo, trovava nel regime sufficienti vantaggi per dimenticare il nazionalismo basco. Uno dei principali esponenti dell’Alarde prefranchista, un certo generale repubblicano, fu infatti fucilato ed insieme a lui un gran numero di socialisti baschi della città. Tanto che negli anni successivi alla guerra le sfilate furono tristi e sparute, ma si continuarono a fare, anche con la presenza di Franco, in una occasione.

Si capisce, insomma, che l’Alarde non fu affatto un luogo di resistenza al franchismo e di nazionalismo basco. Ma qualcosa di strano successe comunque. E fu un fatto a cui gli studiosi del turismo dettero enorme importanza.

Anche Franco assisteva all’Alarde di Hondarribia, in quei tempi Fuenterrabia.

Ecco cosa avvenne. Verso la sua fine, il regime franchista espresse un’ansia di modernizzazione e di sviluppo di quel paese che aveva condannato alla miseria per tre decenni. In particolare ad Hondarribia fu costruito ed inaugurato dal proprio Generalissimo, un Parador Nacional: un grande albergo di lusso per turisti stranieri. Dalle sue finestre si poteva veder passare la sfilata del Alarde ed il governo locale decise di raddoppiare le parate, facendone una la mattina ed una il pomeriggio, ad usum turisti.

In quegli anni girava nella zona un giovane studioso americano, tale Davydd J. Greenwood, a cui parve che il popolo di Hondarribia fosse molto malcontento per la “turistizzazione” della loro sfilata. Credette anche che non si riuscisse più a trovare le persone per fare la parata e che il Comune avrebbe dovuto pagarle per metterla in piazza. Una tradizione secolare sarebbe stata quindi uccisa dal turismo. Su questa sua intuizione, ci fece un dotto articolo che fu pubblicato. Gli studiosi di turismo vi si gettarono sopra prendendo Hondarribia come esempio dei danni che il turismo può fare al patrimonio culturale di un luogo e lodando l’integrità degli abitanti che preferivano eutanasiare una festa che corromperla con sguardi estranei.

In realtà della teoria dell’americano non vi è traccia nella storia dell’Alarde; gli stessi partecipanti alla festa non ne sanno niente e non si ricordano di niente. Probabilmente fu un abbaglio dello studioso. E ciò è un peccato perché in tempi di rivolta contro l’overturismo, quali quelli che noi viviamo attualmente, un esempio di reazione composta e netta della popolazione contro l’eccesso dei turisti sarebbe stata molto interessante. Un gran bel precedente, sarebbe stato, se solo fosse stato vero. Peccato.

Erano anche gli anni del ritorno prepotente del nazionalismo basco e nel 1975, subito dopo la sfilata si formò una manifestazione politica contro la Spagna, durante la quale la tremenda Guardia Civile uccise un manifestante; tale Jesus Zabala, di 22 anni, che ad ogni Alarde viene a tutt’oggi ricordato.

Ma la parte più interessante della storia arriva ora. Tutte le compagnie che sfilano durante l’Alarde sono maschili; ovviamente, perché ricordano le milizie che difesero la città. Quindi la città, nel giorno della sfilata, si divide in due: quasi tutti gli uomini sfilano, quasi tutte le donne fanno da spettatori. Ogni compagnia ha una sola donna: una cantiniera che sfila all’inizio. Ricorda le donne che davano da bere ai militari, dopo le guardie. Ruolo in certi periodi molto apprezzato, in altri ridotto a rango quasi di prostituta. Vabbè.

Sfilano le donne e le spettatrici si nascondano dietro i teli neri. Foto di Cadenaser.

Dalla fine degli anni ’90, nella scia del femminismo rampante in Spagna, delle donne hanno voluto partecipare alla sfilata. Il Comune e gli abitanti si sono massicciamente opposti. Le donne, allora, han fatto ricorso al tribunale che ha sancito il loro diritto a partecipare alla manifestazione. Si è formata un’ulteriore compagnia, mista di molte donne e pochissimi uomini che fa la sua rivista in ultima posizione, non partecipa ufficialmente e non ha diritto di fare tutta la cerimonia. L’organizzazione della sfilata era a cura del Comune. Dopo che il tribunale ha ingiunto al Comune di ammettere la compagnia mista, il Comune stesso ha preferito disfarsi del compito e passarlo ad una Fondazione che, in quanto soggetto privato, non ha l’obbligo di inserire nel programma completo la compagnia mista. Quando quest’ultima sfila, viene giù il mondo dai fischi e dagli urli degli spettatori, in grande maggioranza, come già detto, donne. Molte portano cartelli negri, danno alla sfilata le spalle, o si coprono i volti con lunghi teli di plastica nera. Le polemiche fioccano, anche a livello nazionale. Una roba da non credere, tanto casino per una festa.

La spiegazione è semplice e ritrova un po’ di quegli elementi che lo studioso americano aveva annusato a fine anni ’60. Gli abitanti, compatti, dicono che l’Alarde è affar loro, che è sempre stato senza donne (salvo la cantiniera), che rappresenta la loro identità e che non saranno delle femministe venute da fuori o un tribunale a dettar legge nella loro tradizione. E si badi bene che le donne di Hondarribia sono le più accanite a non volere la compagnia mista. Al limite gli uomini sembrano più possibilisti.

La vicenda è tipicamente spagnola; intorno alle feste si fa una grande polemica che sfocia nella politica (l’Alarde sarebbe diventato ora un feudo della destra) e finisce per mescolare tutto in un tale casino che nessuno ci capisce più niente.

Ma è anche un grande segno di vitalità della festa, se qualcuno arriva alle mani (è successo) per difenderne una sua visione. Quindi non solo folclore, non solo pattume turistico, ma anche forte sentimento di identità. Una faccenda che va seguita.

 

 

 

Rivolta contro il turismo

 

La rivolta degli abitanti delle grandi città, travolte dal flusso turistico, si sta organizzando e diventa movimento politico. Il turismo che veniva lodato come rimedio economico per i territori non industrializzati viene ora indicato come fonte di nuovo impoverimento e come fattore di ulteriore ingiustizia sociale.  Non si parla di lotta ai turisti come persone (la manifestazione di Barceloneta lo insegna), ma di ferma opposizione a quei grandi agenti economici e alle loro manovre che, sotto il nome di sviluppo turistico, alterano il tessuto delle città turistiche e snaturano la vita delle persone che normalmente vi abiterebbero.

Si è creata una rete sud europea delle città contro la turistificazione: SET (qui la pagina – blog del nodo di Firenze con i link). Per il momento vi aderiscono movimenti, associazioni, gruppi, individui di: Barcellona, Palma de Maiorca, Lisbona, Venezia, Firenze, Valencia, Siviglia, Pamplona, Malaga, Madrid, Napoli. Il I, 2, 3 marzo 2019 vi sarà una riunione a Firenze. Qui il programma.

Il tema centrale è quello dell’espulsione degli abitanti dei centri storici per far posto ai turisti, negli alberghi o nei B&B. Il tema è antico ed ha preso negli anni diversi nomi. Molti decenni fa si incominciò a parlare del fatto che i legittimi abitanti dei centri storici ricevevano lo sfratto per far posto agli studenti fuori sede. Questi protestavano meno per la fatiscenza delle case e pagavano complessivamente affitti più alti. Più recentemente si è diffuso il concetto di “gentrificazione” intendendo con ciò il fenomeno per il quale vecchi quartieri della città vengono svuotati di attività produttive e dei loro lavoratori, per far posto alla borghesia, dopo un processo di “riqualificazione” urbanistica ed abitativa. Come se le fabbriche, i laboratori e gli operai fossero “squalificati” e i professionisti borghesi che andavano ad abitare nei loft fossero “qualificati”. Infine è degli ultimi anni la selvaggia riconversione degli appartamenti dei centri storici che sono finiti in gran numero su Airbnb, mentre i vecchi abitanti, spesso anziani, sono stati costretti a spostarsi nelle anonime periferie. E si badi bene che non sono i piccoli proprietari a mettere la loro abitazione su Airbnb, ma spesso sono gruppi finanziari che comprano molti appartamenti per piazzarli sul mercato dell’affitto turistico. Altri gruppi immobiliari sono allora intervenuti ed in combutta con gli enti locali hanno comprato vecchi edifici abbandonati in posizioni centrali trasformandoli nei cosiddetti “studentati”. Non sono le classiche Case dello Studente come il nome lascerebbe intendere, ma dei lussuosi residence dove una parte delle camere sono per gli studenti, ad alto prezzo. Mentre il resto delle camere è per normali turisti. Ancora una spoliazione del normale tessuto cittadino. Questo il caso di Firenze.

Gli altri, forti, inconvenienti riscontrati dagli abitanti delle città turistiche sono: i normali esercizi commerciali sono stati chiusi; al loro posto vi sono negozi e servizi per i turisti: negozi 24h, fast food o ristorazione dozzinale, souvenir, agenzie di escursioni. Il volto, in senso stretto, delle vie centrali delle città turistiche è completamente cambiato ed in peggio.

I prezzi sono aumentati, i trasporti pubblici sono invasi dai turisti, i servizi per i residenti scarseggiano.  Il turismo è soggetto a stagionalità; quindi i lavoratori sono chiamati con contratti di breve durata ai quali alternano periodi di disoccupazione. Molto diffuso il ricorso a manodopera straniera (soprattutto nelle cucine e come cameriere ai piani negli alberghi), in condizioni ambientali e legali precarie. Intasamento di tutto, presenza dei turisti ovunque, le enormi navi da crociera nella laguna di Venezia, i bus al Piazzale Michelangelo, il porto intasato di Bayahibe.

Ma questo è solo l’aspetto visto dalla parte dell’abitante della città turistica. Lo stesso selvaggio sfruttamento delle risorse colpisce anche il turista. Estrema massificazione, affollamento insopportabile, prezzi elevati, servizi scadenti e dozzinali sono l’altra faccia della medaglia. Quella che patiscono i turisti.

Succede spesso che nascano delle discussioni fra i lavoratori a contatto al pubblico ed i turisti. Da entrambi i lati vi è esasperazione: da una parte per eccesso di lavoro a basso salario; dall’altra per servizi scadenti a prezzi alti. E le scintille scoccano. Lo sfruttamento regna sovrano.

I cittadini si stanno organizzando per diminuire l’impatto del turismo; per i lavoratori è molto più difficile per la loro parcellizzazione, per essere stranieri, per subire facilmente i ricatti dei contratti stagionali, per essere tradizionalmente una categoria poco organizzata. Per i turisti è del tutto impossibile; il massimo che possono fare è lamentarsi su Tripadvisor. Eppure la resistenza alla turistificazione è la stessa battaglia per tutti.

 

 

Quel che il turista cerca e non trova (quasi) mai

Il turista è come Tantalo, sempre teso alla ricerca di ciò che desidera pur senza poterlo mai raggiungere. O come il gatto che corre per cercare di acchiappare la propria coda. Perché il turismo sega il ramo su cui è seduto, ma poi a cadere a terra è il turista. Parlo qui, naturalmente del turista attento e curioso, non di quello che va in Crociera o a Rimini. Quelli son vacanzieri.

E’ tutto un problema di backstage, del dietro le quinte, di ciò che succede lontano dagli occhi del passante, dell’estraneo. Il turista che va a visitare un luogo lontano, una città importante, un ambiente naturale sconosciuto, si pone mille domande. Se va a in India vorrebbe sapere cosa pensano in cuor loro gli indiani quando assistono alle loro cerimonie religiose o quando si siedono sulla spiaggia, a migliaia, al tramonto, a vedere il sole che sparisce nell’Oceano. Se  va sulle Dolomiti, dopo aver osservato il panorama, si chiede come sarà quel luogo nella mezza stagione e cosa fanno quelli che vi abitano, quando non ci sono più turisti. Se gli capita di mangiare una bistecca alla fiorentina in centro a Firenze e non è del tutto stupido, si chiede se i fiorentini mangiano quel tipo di bistecca e come realmente è quella che loro vogliono mangiare.

Perché il turista che non sia un cialtrone, vorrebbe capire quel che sta vedendo, desidererebbe sapere quel che avviene quando lui non c’e’, sarebbe la sua massima aspirazione riuscire a carpire i pensieri delle persone che lui incontra nel suo viaggiare. Non si vuole fermare all’apparenza, ha curiosità antropologiche ed addirittura etnologiche; vuole penetrare nel backstage. Tanto che fioriscono espressioni come: ” Visitare una città like a local“, “Dormire presso l’abitante” come se fossimo sui parenti; o si utilizza il metodo del “couchsurfing” dormendo sui divani altrui; certo, per risparmiare, ma anche per sentirsi, fosse solo per una notte, un abitante di quella casa, un membro di quella famiglia che la mattina, di fretta, si alza per andare a lavorare. E si affittano appartamenti su Airbnb, facendo finta di essere vecchi residenti nel quartiere, passando dal fornaio e facendo una capatina al bar per una birretta. Strattagemmi per sentirsi locali e non turisti che vanno, loro!, in albergo. E vanno molto quei siti e quei gruppi su FB dove si ritrovano gli expat di una certa città, ai quali i turisti chiedono consigli su cosa vedere e dove mangiare: “Dove mangiate voi residenti, non i turisti come noi”.

E ciò avviene perché ormai il turismo è una lebbra che divora se stesso. Là dove vanno numerosi i turisti, l’atmosfera cambia, le persone diventano ciniche, sfrontate, maleducate, avide; i ristoranti adattano i loro menu ai supposti gusti dei turisti, diminuiscono la qualità ed aumentano i prezzi; spariscono le piccole attività locali che fanno il colore di una città; tutto diventa, falso, artefatto, plastificato e mercificato. Le città subiscono la gentrificazione. L’omologazione è massima. Il turismo diventa inutile; nei luoghi visitati si vedranno solo altri turisti. Sarà diventato inutile viaggiare dal momento che tutto sarà uguale ed andrai solo a vedere persone come te che cercano ciò che non c’e’ più.

Ed eccoci al mito di Tantalo; il turista che cerca il diverso troverà solo l’uguale a se stesso, mentre il diverso si ritira e gli sfugge. Il backstage, quel che c’e’ dietro, non esiste più: è tutto oscenamente spiattellato davanti agli occhi del visitatore; è tutto ad una sola dimensione. Gli stessi locali non lo sono più; sono solo dei servitori del turista, assimilati a lui, nella lingua, l’inglese, e nei costumi.

Si dirà: ma le Piramidi, la Venere di Botticelli e le terme di Budapest sono ancora là, sono valori immutabili ed incorruttibili. Ebbene no; perché se intorno alla Gioconda c’e’ una selva di bastoni da selfie, la Gioconda non è più il miglior dipinto della storia dell’umanità: è un fenomeno da baraccone.

Questa degradazione del turismo sta ormai entrando nelle coscienze: il termine turistico era positivo fino a qualche anno fa come sinonimo di bello ed usufruibile. Ora ha preso un’accezione negativa, è sinonimo di dozzinale, affollato, di bassa qualità.

Le cosiddette nuove destinazioni sono immediatamente invase e fanno la fine di tutte le altre in un baleno. Lisbona ed il Portogallo ne sono un esempio. Niente sfugge alla penetrazione capillare dell’asfalto del turismo che penetra nelle più remote grinze del mondo.

Ed il turista intelligente ormai si è accorto di questa faccenda e se ne dispiace fortemente. E comincia ad immaginare che il turismo, dopo l’incredibile boom degli ultimi decenni, sia in via di declino e forse diventerà come le sigarette: una faccenda da vecchi, anche un po’ schifosa. Ed un intero settore commerciale mondiale crollerà.

Resta solo una via al turista. Andare dove è certo che nessuno va; andarci in bassissima stagione; rifiutare ciò che è citato dalle riviste, dai siti, dalle trasmissioni per turisti. Cercare le persone e non il paesaggio o l’opera d’arte. Perché di quelle ce ne sono moltissime e quasi tutte non ancora visitate e rovinate.

 

 

Il decalogo del Viaggiatore Critico

Perchè i turisti si devono far trattare come dei bambini? Qua i famigerati Coco-Taxi di Cuba. Foto di Adam Jones via WikiCommons
  1. Il viaggio non si programma con anticipo. Si va dove ti porta il cuore. Non si stabiliscono tappe, percorsi, luoghi da visitare. Non si prenotano alberghi, salvo quello della prima notte, per riposarsi dopo il primo spostamento. Durante questo si leggiucchia la guida e si decide dove andare. Si improvvisa secondo lo stato d’animo. Soprattutto non ci si impongono mete da raggiungere. I compiti li abbiamo lasciati in ufficio, in fabbrica, a casa.
  2. Non si effettuano viaggi organizzati, se non in caso di estrema necessità (Corea del Nord, scalata dell’Everest, viaggio al Polo Nord). Si va in coppia, in famiglia, con pochi amici: affrontando le difficoltà con animo calmo e senso di responsabilità personale.  Non abbiamo bisogno di una organizzazione che ci protegga. Ma è ancor meglio andare da soli e fare, ogni giorno, esattamente quel che si ha voglia di fare. Il viaggio è sensazioni, non necessariamente condivisione.
  3. Si eviteranno le destinazioni turistiche più conosciute. E’ perfettamente inutile andare a Parigi se non siete amanti della cultura francese; è noioso andare ad Ibiza o a Rimini se non siete gente da discoteca; è penoso andare sulle Dolomiti perché amate le montagne e poi trovarvi incolonnati sui sentieri come in centro in città. Andate a Firenze e vi trovate nella Disneyland del Rinascimento?
  4. Si andrà invece in luoghi dove vanno in pochi; di cui poco si parla; la cui ubicazione in pochi conoscono: Pellestrina, Melilla, Barbuda, Svanezia.  Come scoprire questi luoghi nascosti? Sta in questo il mestiere di viaggiatore. Ognuno, poi, ha i suoi e li confida solo agli amici più stretti.
  5. Ci interesseranno le atmosfere più che i monumenti; si vorrà capire più che vedere; ci si intratterrà più con le persone che con i musei. Si cercherà la vita, molto di più che la foto. Anzi, la macchina fotografica è meglio dimenticarsela a casa.
  6. Si sfuggiranno come la peste i grandi alberghi, i ristoranti con le fotografie dei piatti attaccati sulla vetrina, i locali consigliati dalle guide, i negozi per turisti. In quegli esercizi non c’e’ niente di nuovo, di vero, di interessante, di emozionante. Per andare in quei luoghi potevate rimanere a casa. Si eviteranno con assoluta determinazione i McDonald, gli Star Bucks, i ristoranti italiani (ammenoche non siate dei ricercatori di quel mostro che è la cucina italiana all’estero).
  7. Si dormirà in alberghetti e in B&B con poche stelle, si mangerà in ristoranti frequentati dagli abitanti, meglio se hanno il menu solo nella lingua locale. Si farà spesso ricorso al cibo di strada. Ci si sposterà con i mezzi pubblici, si frequenteranno i peggiori bar di Caracas (cit.).
  8. Si passerà, soprattutto, molto tempo seduti nei bar a bere birra, vino, the, secondo i luoghi ed i gusti. Si cercherà di attaccare discorso con i vecchietti, in una lingua qualsiasi. Si parlerà di calcio, donne, tempo, cibo, politica (se non pericoloso) pur di scambiarsi qualcosa con la gente del posto. Potranno sbocciare gemme di filosofia od antipatie insanabili. Ma il muro che divide il turista ed il locale vacillerà.
  9. Si eviterà di visitare i luoghi-ciarpame turistico. Quei luoghi dove vanno a finire tutti i turisti, guidati da guide in carta o carne ed ossa. I monumenti più ovvi, i palazzi insulsi del ‘700 se non dell’800: Versailles, il Parlamento di Budapest. I belvedere fitti di bancarelle, le chiese miracolate. Le case di illustri, le statue simbolo come la Sirenetta di Copenaghen o il Bambino che Piscia di Bruxelles o la Fontana di Trevi.
  10. E’ fondamentale non tramortire le palle a chi trovate in giro con i racconti dei precedenti viaggi fatti. Non si capisce per quale motivo chi viaggia abbia bisogno di raccontare a chi non gliene può fregare di meno, dove è andato negli anni precedenti, con tutti i dettagli. Deve essere una malattia; merita l’isolamento fino alla guarigione completa.
  11. Il Viaggiatore non da elemosine; non incoraggia la professione dell’accattone da turista; non si sente buono perché da pochi spiccioli. E’ molto probabile che i veri bisognosi, al turista non ci arrivano nemmeno.
  12. Non ci si comporta da turisti; ci si veste sobriamente, non si fa niente di ciò che non si farebbe a casa propria, non si fa i gradassi o i condiscendenti, non c’e’ bisogno di eccitarsi se per una volta non siete i pezzenti che normalmente siete a casa vostra. Si cerca di mimetizzarsi nel corpo sociale che visitiamo; ciò è evidentemente impossibile, ma il cercare di farlo denota umiltà e sarà apprezzato da qui locali che vi hanno fra i piedi.
  13. Si evitino gli altri turisti. Se sentite delle persone parlare italiano cominciate ad inveire in ostrogoto: si allontaneranno.
  14. Non si visitano i centri commerciali, ma i mercati. Si va nei supermercati per vedere cosa mangiano i locali. Si prende il caffè alle macchinette per sapere com’è. Si cerca di prendere un appartamentino per poter avere il grande piacere di andare a fare la spesa di tutte quelle strane cose che vendono nei negozi locali, bevande comprese e soprattutto, specie se alcoliche.
  15. Nei paesi poveri si evita di cominciare a cercare le donne appena sbarcati dall’aereo. Fa sfigato.
Anche a Porto i taxi tipo Ape, per turisti.

Hanno i turisti una responsabilità politica?

Pesante come le loro colonne, la situazione politica in Egitto.

Hanno i turisti una responsabilità politica?

La domanda è del tutto legittima; e non parlo degli aspetti ambientali, economici, sociali. In una parola, della sostenibilità del turismo o dei comportamenti del turista solidale, che son parole tanto di moda quanto povere di significato.

E non parlo nemmeno della lotta alla turistificazione che sta nascendo in certe citta particolarmente colpite dalla speculazione turistica.

Parlo proprio della politica in senso proprio; delle scelte che hanno un valore strettamente politico. Faccio alcuni esempi.

Una amica mi propone un viaggio in Dancalia; il posto mi affascina, da sempre lo tengo d’occhio, mi piacerebbe andarci. E’ un posto scomodo, è quasi inevitabile fare il viaggio con un gruppo. Mi spiega meglio come stanno le cose e fra le varie informazioni mi dice che il gruppo sarà accompagnato da alcune guardie armate. Io sobbalzo ed annullo, indignato, ogni mio interesse al viaggio. Io dico che non è possibile che un turista giri protetto da armati. E non per la sua sicurezza; ma, piuttosto, per la sua immagine negli occhi delle persone del luogo. Il turismo è sinonimo di pace e di scambio fra persone, non si può mescolare con le armi. Se c’e’ un certo numero di locali che vogliono attaccare il turista, in quel posto non ci si va, finché non abbiano risolto i loro problemi interni. Stessa cosa in Egitto. Si visitano i templi sotto il controllo delle mitragliatrici. Non è bello.

Altro esempio, sempre in Egitto. E’ corretto andare in un paese che non dice quel che è successo a Regeni? Il governo è pesantemente implicato nel caso; non sarebbe meglio il boicottaggio? Come in Turchia, dove Erdogan sta trasformando una democrazie in una dittatura personale.

Si dirà: io vado ed incontro la gente; do risorse a piccole economie familiari come le pensioni o i semplici ristoranti. Sto accanto alla gente, non mi immischio con il potere antidemocratico. E’ accettabile questo ragionamento? A me non sembra, direi che è paraculaggine. Visitare un luogo è comunque rendergli omaggio; avvicinarsi alla loro idea del mondo; portargli un saluto amichevole. Ecco, io non ho nessuna voglia di conoscere chi vota Erdogan e fa le manifestazioni in favore della pena di morte. Preferisco astenermi dal conoscerli. E non voglio esprimere nessuna vicinanza ad un paese che, nel suo complesso, permette che succeda quel che è successo a Regeni e ad un esercito di altri ed anonimi egiziani.

Bambini soldato in Africa.

Si dirà allora che ci sono tutti gli altri: quelli che lottano contro Erdogan e contro la dittatura egiziana. E’ vero, esistono e ci piacciono. Ma allora andiamo a trovare loro e trasformiamo un viaggio meramente turistico in una espressione di solidarietà politica, andando a conoscere e sostenere quegli oppositori. Il caso di Lorenzo Orsetti è molto chiaro, anche se estremo. Terzomondismo militante, si chiamava un tempo; internazionalismo militante. Magari stiamo attentini a non metterli in pericolo con comportamenti od esternazioni che a noi costano al massimo l’espulsione, a loro la tortura.

Quindi, provo disgusto per quelli che vanno apposta, proprio ora, in Egitto od in Turchia perché i prezzi son più bassi a causa delle rispettive crisi politiche. Sciacalli, li chiamerei.

Ed ancora: andiamo in Iran dove sono legali e frequentissime le punizioni corporali? E nei paesi dove è in vigore e largamente utilizzata la pena di morte? Ma allora cosa fare per tutti quei paesi che non sono democratici, ma di cui non sappiamo quasi niente, da un punto di vista politico? Nello stato padronale della Guinea Equatoriale ci andiamo o no? Andiamo in Cameroun dove ho visto, nei Commissariati, torturare ladruncoli? E quelli che vanno in Mauritania a visitare le antiche biblioteche pur sapendo che ci sono ancora gli schiavi, in quel paese?

La mia risposta è certamente NO per l’Iran. Non voglio aver niente a che fare con quel regime; non voglio incrociare uno dei loro sbirri. Per i paesi africani sono più possibilista (ma non per la Mauritania): son luoghi dove non c’e’ mai stato altro che il potere del capo. Piano, piano alcuni, stanno cercando di avere forme di potere un po’ più decenti e civili. Bisogna dar loro fiducia ed avere pazienza.

Ma invece non ho nessuna pazienza e non metterò piede negli Stati Uniti della pena di morte ai minorenni, degli omicidi dei Neri da parte della polizia, della carcerazione arbitraria, degli sceriffi eletti dal popolo. E non sarei andato nel Cile di Pinochet o nell’Argentina di Videla. Ho dei problemi anche con l’Ungheria di Orban; continuo ad andarci ma non mi sento più a mio agio.

Spero che non mi tocchi andarmene anche dall’Italia….