Scanno: il paese che non dovrebbe esistere

Vi è un paese curioso, molto bello, inaspettato, pieno di storie strane. E’ Scanno, in Abruzzo. Così strano che merita largamente una visita.

Scanno non dovrebbe esistere: si trova in una posizione impossibile. La valle dei fiumi Sagittario e Tasso è relativamente ampia nella parte superiore, dove sta Scanno, ma si restringe, verso lo sbocco inferiore nella Valle Peligna, formando una lunga e strettissima gola fra erte e grigie pareti di roccia. Tali Gole del Sagittario rendono difficilissimo l’accesso alla parte superiore della valle. Le Gole formano un imbuto, un collo di bottiglia temibile. Fino all’inizio del 1900 non c’era nessuna vera strada e arrivava a Scanno solo una difficile mulattiera che serpeggiava sul fondo delle Gole disputandosi con il fiume il pochissimo spazio disponibile fra le rocce. Mulattiera che diventava impraticabile quando il fiume si alzava di livello, con lo sciogliersi della neve e le piogge primaverili od autunnali. Il paese restava isolato.

Ma perchè fu quindi costruito questo paese, che ha resti anche romani? Per motivi economici: sulle alture ci sono vastissimi pascoli nei quali hanno brucato ed ingrassato infinite greggi di pecore. Greggi che passavano l’inverno in Puglia e l’estate sui monti di Scanno: il vecchio sistema della transumanza. Con questa importantissima fonte di reddito alcune famiglie costituirono delle belle fortune arricchendo il borgo di importanti palazzi, chiese, muraglie. La zona è ricca di un bel calcare bianco che fu utilizzato nelle costruzioni. Il paese vecchio è su una specie di promontorio, molto mosso, in forte salita. L’effetto è delizioso: strade e stradine, scalinate, belle case e palazzi, slarghi e strettoie, fughe di viuzze con il verde delle montagne intorno come sfondo. Il colpo d’occhio è meraviglioso. Impossibile accedere al centro vecchio in auto o moto.

E’ tutto così caratteristico che il paese è diventato, fin da metà ‘900, un terreno prediletto per i fotografi. Moltissimi dei grandi maestri vi sono passati e vi hanno scattato foto divenute celeberrime. Sulle loro tracce, appassionati di fotografia dei giorni nostri percorrono le stradine del borgo cercando ispirazione e inquadrature; chi organizza corsi di fotografia si onora di portare i propri allievi in questo luogo.

Questa faccenda della transumanza delle greggi faceva sì che quasi tutti gli uomini passassero l’inverno lontano da casa, lasciando il paese in mano ad una sorta di matriarcato di fatto. Le donne furono quindi obbligate a gestire i figli ed i beni in autonomia, sviluppando un forte carattere. Forse per questo motivo Scanno è l’ultimo paese in Italia nel quale il costume tradizionale venga ancora usato, quotidianamente, dalle donne più anziane. Questa cosa è assolutamente straordinaria; un pezzo di tradizione antica unico in Italia. Il costume della festa è particolamrente ricco ed elaborato. Alcune volte all’anno viene organizzata una rievocazione durante la quale molte donne sfilano con i vecchi costumi pazientemente mantenuti, riparati, indossati. Immancabili, quindi, le foto a queste donne, fra le viuzze di pietra del borgo. Scorci antichi. A capitarci per caso si resta basiti.

La ricchezza del paese la si vede anche dalla presenza di una importante tradizione orafa che ha prodotto alcuni gioielli tradizionali. Ci sono ancora alcune oreficerie artigianali, sul corso principale. E pare incredibile che un paese così isolato ed inaccessibile possa esser stato tanto ricco.

Ma le eccezionalità di Scanno non finiscono qui: poco sotto il paese c’e’ un bel lago nel quale si può anche fare il bagno. Dalla parte opposta c’e’ il Passo Godi, a 1600 metri, circondato da montagne che oltrepassano i 2.000. Insomma, montagne vere, sulle quali è anche possibile sciare, quasi tutti gli anni.

E’ relativamente vicino a Roma e nei periodi di gran caldo frotte di anziani romani si rifugiano fra queste montagne a prendere il fresco. Ed ancora: è la prima vera montagna per chi viene dalla Puglia; li vedi allora questi turisti, abituati alle strade diritte, fra gli olivi pugliesi, avventurarsi esitanti ed impauriti sulla strada stretta e tortuosa che sale al paese. Oppure vengono d’inverno, a vedere come è fatta la neve.

Negli anni ’60 Scanno ebbe un notevolissimo sviluppo turistico, basato soprattutto su romani e pugliesi. E’ nata intorno al borgo vecchio, fortunatamente rimasto intatto, una corona di orribili costruzione residenziali ed alberghiere nello stile di quegli anni; certamente uno dei più infelici nella storia dell’umanità. Edifici nati male ed invecchiati peggio; un pò disabitati, un pò cadenti. Triste edilizia delle seconde case nell’epoca del boom.

E qui incomincia l’inarrestabile parabola discendente di Scanno.  La risorsa pecore e’ ormai ridotta ad un paio di aziende residuali. Il turismo stanziale langue; gli alberghi che un tempo si volevano pretenziosi sono ormai ridotti a misere pensioni la cui manutenzione è ridotta ad minima. Vi si trascinano gli habituès di sempre, ogni anno più anziani e meno numerosi, per semplice legge naturale. Nessuna capacità di rinnovarsi, di creare attività. L’impianto sciistico è perennemente in fallimento; le possibilità di camminare d’estate sono poche, non essendo mai stati segnati i sentieri in modo accettabile; la cucina è modesta, poco curata e meno invitante; gli abitanti sono gentili come un cazzotto nello stomaco; un deposito di pezzi polverosi, aperto solo a chiamata, gioca il ruolo di museo locale; le produzioni locali di salumi e formaggi sono venduti a prezzi esosi per una qualità banale.

Gli Scannesi si rifanno spesso ai loro antenati Sanniti e vanno fieri delle Forche Caudine alle quali obbligarono gli altezzosi romani. Millenni dopo i romani continuano a venire in questa zona e ad essere trattati nello stesso modo scortese.

Scanno è l’esempio vivente (morente, sarebbe meglio dire) del cambio di tipo di turismo: il tempo della vacanza residenziale lunga un mese è finito. Ora si vogliono numerose vacanzine di breve durata, ma di ricchi e variati contenuti. Non si vuole più respirare l’aria buona, si cercano esperienze appaganti. E queste esperienze vanno costruite, organizzate, gestite con professionalità. E quest’ultimo attributo sembra crudelmente mancare agli Scannesi.

Insomma, quello che è un unicum nazionale per i costumi tradizionali, un borgo di superba bellezza ed una bizzarria storica e geografica sta morendo; soffocato dalla grettezza degli abitanti e dalla povertà culturale delle Amministrazioni Pubbliche. E la popolazione tanto residente quanto turistica diminuisce ogni anno. Ci si affida a qualche iniziativa estemporanea, passeggera, corta come le competizioni di Iron Man che non lasciano niente.

Scanno vale ampiamente una visita per poter meravigliarsi del borgo. Una visita breve, di un paio di notti (e vi consiglio questo B&B, in una casa del borgo). Aspettando che i suoi abitanti riescano a capire che bisogna offrire qualcos’altro di decente, oltre al borgo, a chi arriva fino a quassù.

Il decalogo del Viaggiatore Critico

Perchè i turisti si devono far trattare come dei bambini? Qua i famigerati Coco-Taxi di Cuba. Foto di Adam Jones via WikiCommons
  1. Il viaggio non si programma con anticipo. Si va dove ti porta il cuore. Non si stabiliscono tappe, percorsi, luoghi da visitare. Non si prenotano alberghi, salvo quello della prima notte, per riposarsi dopo il primo spostamento. Durante questo si leggiucchia la guida e si decide dove andare. Si improvvisa secondo lo stato d’animo. Soprattutto non ci si impongono mete da raggiungere. I compiti li abbiamo lasciati in ufficio, in fabbrica, a casa.
  2. Non si effettuano viaggi organizzati, se non in caso di estrema necessità (Corea del Nord, scalata dell’Everest, viaggio al Polo Nord). Si va in coppia, in famiglia, con pochi amici: affrontando le difficoltà con animo calmo e senso di responsabilità personale.  Non abbiamo bisogno di una organizzazione che ci protegga. Ma è ancor meglio andare da soli e fare, ogni giorno, esattamente quel che si ha voglia di fare. Il viaggio è sensazioni, non necessariamente condivisione.
  3. Si eviteranno le destinazioni turistiche più conosciute. E’ perfettamente inutile andare a Parigi se non siete amanti della cultura francese; è noioso andare ad Ibiza o a Rimini se non siete gente da discoteca; è penoso andare sulle Dolomiti perché amate le montagne e poi trovarvi incolonnati sui sentieri come in centro in città. Andate a Firenze e vi trovate nella Disneyland del Rinascimento?
  4. Si andrà invece in luoghi dove vanno in pochi; di cui poco si parla; la cui ubicazione in pochi conoscono: Pellestrina, Melilla, Barbuda, Svanezia.  Come scoprire questi luoghi nascosti? Sta in questo il mestiere di viaggiatore. Ognuno, poi, ha i suoi e li confida solo agli amici più stretti.
  5. Ci interesseranno le atmosfere più che i monumenti; si vorrà capire più che vedere; ci si intratterrà più con le persone che con i musei. Si cercherà la vita, molto di più che la foto. Anzi, la macchina fotografica è meglio dimenticarsela a casa.
  6. Si sfuggiranno come la peste i grandi alberghi, i ristoranti con le fotografie dei piatti attaccati sulla vetrina, i locali consigliati dalle guide, i negozi per turisti. In quegli esercizi non c’e’ niente di nuovo, di vero, di interessante, di emozionante. Per andare in quei luoghi potevate rimanere a casa. Si eviteranno con assoluta determinazione i McDonald, gli Star Bucks, i ristoranti italiani (ammenoche non siate dei ricercatori di quel mostro che è la cucina italiana all’estero).
  7. Si dormirà in alberghetti e in B&B con poche stelle, si mangerà in ristoranti frequentati dagli abitanti, meglio se hanno il menu solo nella lingua locale. Si farà spesso ricorso al cibo di strada. Ci si sposterà con i mezzi pubblici, si frequenteranno i peggiori bar di Caracas (cit.).
  8. Si passerà, soprattutto, molto tempo seduti nei bar a bere birra, vino, the, secondo i luoghi ed i gusti. Si cercherà di attaccare discorso con i vecchietti, in una lingua qualsiasi. Si parlerà di calcio, donne, tempo, cibo, politica (se non pericoloso) pur di scambiarsi qualcosa con la gente del posto. Potranno sbocciare gemme di filosofia od antipatie insanabili. Ma il muro che divide il turista ed il locale vacillerà.
  9. Si eviterà di visitare i luoghi-ciarpame turistico. Quei luoghi dove vanno a finire tutti i turisti, guidati da guide in carta o carne ed ossa. I monumenti più ovvi, i palazzi insulsi del ‘700 se non dell’800: Versailles, il Parlamento di Budapest. I belvedere fitti di bancarelle, le chiese miracolate. Le case di illustri, le statue simbolo come la Sirenetta di Copenaghen o il Bambino che Piscia di Bruxelles o la Fontana di Trevi.
  10. E’ fondamentale non tramortire le palle a chi trovate in giro con i racconti dei precedenti viaggi fatti. Non si capisce per quale motivo chi viaggia abbia bisogno di raccontare a chi non gliene può fregare di meno, dove è andato negli anni precedenti, con tutti i dettagli. Deve essere una malattia; merita l’isolamento fino alla guarigione completa.
  11. Il Viaggiatore non da elemosine; non incoraggia la professione dell’accattone da turista; non si sente buono perché da pochi spiccioli. E’ molto probabile che i veri bisognosi, al turista non ci arrivano nemmeno.
  12. Non ci si comporta da turisti; ci si veste sobriamente, non si fa niente di ciò che non si farebbe a casa propria, non si fa i gradassi o i condiscendenti, non c’e’ bisogno di eccitarsi se per una volta non siete i pezzenti che normalmente siete a casa vostra. Si cerca di mimetizzarsi nel corpo sociale che visitiamo; ciò è evidentemente impossibile, ma il cercare di farlo denota umiltà e sarà apprezzato da qui locali che vi hanno fra i piedi.
  13. Si evitino gli altri turisti. Se sentite delle persone parlare italiano cominciate ad inveire in ostrogoto: si allontaneranno.
  14. Non si visitano i centri commerciali, ma i mercati. Si va nei supermercati per vedere cosa mangiano i locali. Si prende il caffè alle macchinette per sapere com’è. Si cerca di prendere un appartamentino per poter avere il grande piacere di andare a fare la spesa di tutte quelle strane cose che vendono nei negozi locali, bevande comprese e soprattutto, specie se alcoliche.
  15. Nei paesi poveri si evita di cominciare a cercare le donne appena sbarcati dall’aereo. Fa sfigato.
Anche a Porto i taxi tipo Ape, per turisti.

Levanzo, Egadi, Trapani.

IMG_20160404_125446Vi sono a volte viaggi che, nati per caso o per noia, si rivelano improvvisamente come molto felici. E destinazioni che parevano purgatori si trasformano in dolcissimi paradisi. Uno di questi si è rivelato essere Levanzo, la minore delle Egadi, di fronte a Trapani. Fuori stagione, s’intende.

Ci son capitato quasi per caso, volendo andare nella più importante Favignana. Mi ci sono invece fermato qualche giorno, sono stato benissimo, ripartendo ci ho lasciato il cuore e a Favignana nemmeno ci sono andato.

Nell’isola c’e’ un solo paese, dove si sbarca, fatto da qualche decina di case, durante l’inverno ci abitano in 40 persone, in là con gli anni. Un solo negozio di tutto, due bar.  Un alberghetto, qualche camera nel paese. Nient’altro, ma il colore del mare nel porto ti fa piangere di commozione. La foto ne è una pallida riproduzione.

IMG_20160404_130139In tutta l’isola non c’e’ nessuna spiaggia di sabbia, finalmente. Niente vacanze famigliari.

Si fa il giro completo dell’isola a piedi in un giorno, molto comodamente. Si troverà qualche casa al centro dell’isola, intorno ad una bella pianura in miniatura. Fu proprietà della mitica famiglia dei Florio che ci facevano i loro vini, ora è dei voraci Prada. La terra non è più coltivata, solo pochissimi orti dei vecchi del paese che ci vanno con l’Ape. Gli antichi terrazzamenti, una volta coltivati, sono stati rimboschiti con dei pini. Non so quanto rispettino la storia vegetale dell’isola, ma l’effetto è bello. Qualche stalla abbandonata sulle pendici della montagna. Agricoltura ed allevamto certo difficili, ai tempi. La terra sembra riarsa e povera. Verso il mare c’e’ anche una famosa grotta dipinta nel Paleolitico.

Dal lato opposto dell’isola, delle caserme ed un faro: tutto abbandonato, roso, eroso, scrostato, mediterraneo. Ora il faro è stato dato in concessione per farne un albergo. Verrà ristrutturato e l’imponente edificio non andrà perso. Ma si perderà completamente il sapore selvaggio del vecchio faro e l’affascinante atmosfera di salmastra decadenza che ha offerto durante gli ultimi decenni. Diventerà una struttura fasulla, chiusa, elitaria. Il luogo è assolutamente stupendo.

IMG_20160404_132636Ho trovato gli isolani subito amichevoli; incrocio su un sentiero un pescatore pensionato che mi  offre le patelle appena pescate, che mangio ancora vive. Ma si guarda in giro, deve essere proibita la raccolta. Sul porto stuzzico tre vecchietti che si stanno annoiando. E diventano subito maldicenti gli uni contro gli altri, separati da faide non cruente, ma profondissime. Sono l’unico turista del momento, assolutamente fuori stagione. Li distraggo dalla monotonia quotidiana, ci scambiamo facilmente profondità filosofiche. Racconto storie di mari lontani che mi invento su due piedi. Loro aggiungono riflessioni da marinaio. Ovunque c’e’ quell’atmosfera da Mediterraneo dimenticato, come nell’omonimo film.

I prezzi mi son sembrati molto accessibili, ma era bassa stagione. Ho dormito nell’albergo del porto, mi è stato riservato un trattamento più che familiare e mi hanno abbondantemente nutrito. Naturalmente si chiama Hotel Paradiso!

Un luogo dove andare per dimenticarsi, per rinunciare al mondo, per far finta, riuscendoci, di non esistere.

 

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Il faro, ora affittato e trasformato in albergo.

 

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Pellestrina, un paradiso.

657La Laguna di Venezia è separata dal mare da due lunghe e strette isole: quella di Pellestrina e quella del Lido. Sulle tre aperture (una fra Chioggia e l’isola di Pellestrina, la seconda fra le due isole e la terza fra l’isola del Lido e Punta dei Sabbioni, ormai già terraferma) vengono costruite le colossali opere del Mose che tati soldi ci sono costate, probabilmente per niente.

Mentre sull’isola del Lido giace una città priva di interesse, l’isola di Pellestrina è un vero paradiso: è abitata solo da 4.000 persone e la penetrazione turistica appare ancora molto contenuta. Probabilmente una certa scomodità per raggiungerla l’ha preservata dall’invasione dei nuovi barbari turistici. Sull’isola vi sono solo due strutture ricettive: una locanda Stravedo (min. 67685 euro a notte) ed un Ittioturismo Le Valli (minimo 70 euro a notte), entrambi con pochissime camere ed apertura solo stagionale. E’ anche possibile affittare degli appartamenti durante la stagione a circa 500 euro a settimana. Vi è anche una sorta di villaggio turistico all’inizio dell’isola, dalla parte di Chioggia (Bosco di Caroman) ma è roba da preti difficilmente accessibile dal comune turista. Pellestrina sembra essere soprattutto una meta per la gita in giornata, da parte dei veneti, il sabato e la domenica. Ci sono infatti alcuni ristoranti da fine settimana, abbastanza cari, con menu corti e dalla qualità non sempre eccelsa: spaghetti alle vongole e frittura mista i piatti nazionali. Poco altro in paese: un supermercatino COOP, pochi bar ed una eccellente pasticceria.

Si arriva a Pellestrina o da Chioggia o dal Lido. Da Chioggia c’e’ qualche vaporetto al giorno, solo a piedi o in bicicletta. Dal Lido, invece arriva il bus che percorre tutta l’isola. Quindi è possibile prendere il vaporetto a Chioggia, scendere a Pellestrina, trovare il bus che percorre tutta l’isola, prende il ferry per passare sull’altra isola ed infine arrivare per strada al Lido. Dove si trovano i vaporetti per venezia o il bus per i Sabbioni. Sembra complicato ed un pò lo è, ma funziona bene. I biglietti per i non residenti sono assai cari.

677L’isola di Pellestrina è lunga una decina di km e stretta poche decine di metri. Tutto il lato mare è di spiaggia. La quale non è molto bella, ma è totalmente libera e selvatica: nessun bagno, nessuna pulizia, nessun chiosco. Certo l’acqua è bassa ed un pò fangosa, così come la spiaggia stessa. Alle sue spalle si erge un imponente muro lungo quanto l’isola che la protegge dalle mareggiate. Oltre il muro corre la strada che percorre tutta l’isola. Fra la strada e la laguna si distribuiscono le case con qualche orto. I paesi sono due: Pellestrina e San Pietro in Volta, separati da qualche centinaio di metri di campicelli. I borghi sono schiacciati fra la strada e la laguna; poche decine di metri. Sono quindi stretti e molto lunghi. Le case più antiche guardano verso la laguna e verso Venezia; si affacciano su una piccola stradina lungolaguna. E’ qui che si svolge quel poco di vita che c’e’. Qui attraccano anche numerosi pescherecci.

I paesi hanno sofferto dell’emigrazione. In effetti spostarsi tutti i giorni per lavorare a Mestre o a Venezia, pur molto vicine, diventa un notevole sacrificio. La gente se ne è andata e molte delle case, non più abitate, hanno preso quell’aria sbiadita e rilassata  che è incantevole. Altre case sono ben mantenute, anche se i proprietari abitano altrove e vi vengono di tanto in tanto.

Pellestrina ha sempre vissuto di pesca e di un pò di attività cantieristica, per i vaporetti di Venezia. Si pescavano soprattutto le vongole, che davano eccellenti risultati e le famiglie, nei decenni passati, si sono ben arricchite. Non hanno, quindi, mai avuto bisogno di pensare ad altre attività, più impegnative, come il turismo. Hanno avuto la fortuna di evitare le ingombranti presenze forestiere che tanto hanno nociuto a Venezia.

Ora la pesca da risultati economici molto minori e gli abitanti vorrebbero molto volentieri uno sviluppo del turismo, ma non sanno come fare a richiamarlo ed a gestirlo. I primi tentativi di organizzazione sembrano piuttosto timidi ed incerti.

660Troviamo quindi sull’isola un’atmosfera di pace, di tranquillità, di rilassatezza del tutto incredibili, a pochi minuti dal casino di Venezia.

Niente traffico, sicurezza assoluta, urbanità degli abitanti, facilità nei contatti. I pochi bambini vagano liberi per le strade, i molti vecchi stanno al solicino659. La sera rientrano con il vaporetto da Chioggia o dal Lido, i lavoratori e riportano un pò di vivacità.

Niente di particolarmente bello, ma una atmosfera irripetibile. Un paradiso. Da visitare con lo stesso spirito calmo ed attento alle atmosfere locali con cui avremo visitato Comacchio ed il Delta del Po, non lontani.

Tale idilliaca atmosfera durerà o verrà travolta dal turismo dei gtandi numeri? Non mi faccio illusioni.

Hotel Iberostar Ensenachos, Cuba. Un incubo!

La faraonica facciata posteriore del corpo centrale

Le coste dell’isola di Cuba sono costellate da molti isolotti, piccoli, bassi sul mare, riuniti in mini-arcipelaghi. Sono ricoperti dallo stupefacente bosco di mangrovie e circondati da lunghe spiagge di fine sabbia bianca ombreggiata da palme; siamo ai Caraibi!!

Tali isolotti sono naturalmente finiti nel tritacarne del turismo dei charters e sventrati dalle costruzioni e dall’uso intensivo.  Uno degli isolotti si chiama Ensenachos ed è completamente occupato da un hotel, dal medesimo nome dell’isola, appartenente alla catena Iberostar. Vi ho soggiornato per quattro lunghi giorni, perchè a volte mi voglio proprio male. Questi sono gli alberghi alternativi alle case private.

Ensenachos fa parte dell’archipelago di Santa Maria, unito alla terraferma da una recentissima strada di decine di km che calpesta diversi isolotti e crea barriere alla circolazione delle acque della laguna. In questo modo tutto l’equilibrio della laguna e della vita che contenava è stato sconvolto.

L’intero isolotto ed il suo bosco sono stati asserviti alla costruzione di questo mutliforme albergo: una parte centrale, una lunga serie di edifici ottoganali con patio interno comprendente ognuno una ventina di camere ed una serie di corpi con piscine e servizi vari. Il tutto è grandissimo, ci si sfinisce a camminare dalla camera alla spiaggia, al ristorante, al bar, alla piscina, km e km alla fine della giornata. Si prende allora uno dei numerosi mezzi elettrici, condotto da appositi autisti, che sfrecciano in su e in giù sugli stessi percorsi usati dai turisti – pedoni con rischi di investimenti.

E’ tutto numeroso all’Iberostar Ensenachos: centinaia le camere, quattro le piscine, una decina i ristoranti e punti di ristoro, alcuni aperti 24 / 24,  altrettanti i bar. Purtroppo è tutto terribilmente monotono.

I clienti godono della formula all- inclusive: puoi mangiare e bere tutto quello che vuoi, dove vuoi, o quasi. La sera spettacolino musicale e discoteca.

L’aspetto generale è pretenzioso e massiccio, per niente accogliente. Stona soprattutto la maestuosità delle strutture inserite violentemente nella natura tropicale, che si vendica dell’oltraggio degradandole grazie all’attacco dalle temibili muffe caraibiche che ne erodono vernici e cementi.

Si vive in un mondo fittizio dove Cuba è assente e  la dolce natura tropicale è schiacciata da questa dura presenza estranea ed estraneante.

Non tutti i turisti sono uguali ed al vostro arrivo vi mettono al polso un braccialetto di questo o quel colore, a seconda di quanto hai pagato. In base a ciò avrai il diritto di accedere a questa o quella piscina / ristorante. I ristoranti, falsamente tematici, vanno prenotati e puoi andarci solo una volta ogni due o tre giorni; gli altri giorni devi andare all’infernale mega self-service dove fai anche la colazione ed il pranzo.

E’ situato nel corpo centrale dell’albergo; una grande stanza circondata da buffet e due o tre sconfinate sale dove consumare il cibo, se tale nome può adattarsi a quel che viene ammannito.

L’hotel è frequentatissimo da canadesi e il Canada è certamente il luogo dove ho peggio mangiato in vita mia. Quindi, per far sentire i canadesi a casa loro, il buffet è pieno di ogni grazia di Dio, ma tutto di una qualità orripilante. Negli alcuni giorni che vi ho passato, ho mangiato di tutto, proprio di tutto, ma non ho potuto definire commestibile uno solo di quei cibi. E’ un risultato eccezionale, difficilmente raggiungibile.  Anche le bevande, nei diversi bar, sono scarsine e nonostante che tu possa chiedere gratuitamente tutto quel che vuoi, finisci per non chiedere più niente, scoraggiato dall’insipidità di ciò che ti si offre.

Le camere sono inutilmente vaste, come piazze d’armi, l’esatto contrario di un nido d’amore.  Si è pensato che la quantità di metri quadri potesse compensare la pochezza della qualità dell’accoglienza.

Il personale è mediamente gentile, ma spesso sbrigativo ed annoiato. La direzione del personale deve essere un pò razzista perchè i dipendenti afro-cubani sono scarsissimi e tutti dediti esclusivamente alla ramazza.  Gli spettacoli serotini sono brevi e tirati via, non lasciano ricordi; la discoteca, quando c’ero io, del tutto deserta. I miei colleghi ospiti, in generale, li ho trovati brutti ed anche un pò antipatici.

Unico vantaggio dell’albergo: in una porzione della spiaggia, indubbiamente assai bella anche se strettina,  è praticabile il nudismo, fatto assai raro a Cuba.