Il fascino di Haiti vince le difficoltà

La costa di Jacmel.

Ovunque passiate la notte, ad Haiti, vi addormenterete udendo, vicini o lontani, dei tamburi che punteggiano la notte. Suoni profondi, ripetitivi, invocanti. Vi chiederete chi batte su quei tamburi con così tanta forza e così a lungo.  Non oserete uscire dal vostro albergo  dalla vostra casa per seguire quel ritmo e raggiungere la cerimonia, ma vi addormenterete nella calda notte con la consapevolezza che sta succedendo qualcosa, da qualche parte, nell’oscurità. E’ il caldo cuore nero di Haiti.

Haiti è il paese più povero dell’Occidente, è la prima repubblica nera del mondo, è il primo paese sudamericano che si è liberato dalla colonizzazione dei francesi (che, invece alle Antille ci sono ancora).

E’ quasi scevro dal turismo ed è abbasanza complicato da visitare. Ma ritengo che riservi emozioni importanti ed ormai rare. Lo sto assaggiando poco a poco com incursioni timide ma avvincenti partendo dalla Repubblica Dominicana.

Su queste barche si passano ora di viaggio fra località costiere non più servite da strade percorribili in auto.

Le strade sono in uno stato calamitoso, i trasporti sono molto difficili. Sulle poche strade ancora decenti circolano i bussini tipo 9 posti con 15 persone dentro più l’autista e il fattorino;  oppure dei pick-up il cui cassone è stato trasformato in camion tipo trasporto dei militari. Sulle strade peggiori vi sono i 4×4 a passo lungo con quattro file di sedili. Alcuni viaggi si fanno per mare, su delle barcacce, per mancanza di strade. Bisogna fare spesso lunghi giri, perchè le vie dirette sono in troppo cattivo stato. Su queste strade si può usare la moto-taxi, con due passeggeri (oltre al conducente), per meglio dividere le spese. Si finisce il viaggio a pezzi. Eppure….

Ovunque vi è un disastro ambientale continuo: la popolazione cucina con il carbone di legna e le montagne sono disboscate e brulle, le piogge tropicali provocano frane sulle pendici nudi e gli allagamenti sono certi, più volte l’anno. Le immondizie sono raccolte in misura largamente insufficente e ne ritroviamo mucchi fetidi ovunque. Le piogge spazzano tutto ed i corsi d’acqua portano enormi masse di plastica che finiscono prima in mare e poi tornano sulle spiagge. I fossi si intasano per la plastica e debordano sulle strade, fra le case. Nei quartieri periferici della capitale Port-au Prince, le condizioni di vita sono spaventose per lo stato delle abitazioni, la mancanza di fognature, l’immondizia imperante, il traffico caotico, la polvere e lo smog che ingessano la città sotto il sole soffocante dei Caraibi. La pericolosità di quella città è proverbiale. Mi sposto in moto-taxi che serpeggia fra le auto, i mucchi di monnezza, i rivoli di acqua laida nei quali grassi maiali urbani e bradi cercano cibo. L’autista attraversa a zig zag enormi pozze di acqua nera (le fogne sono intasate da secoli); sbanda, cercando di evitare di mettere un piede a terra, in quella mota viscida. Il caldo mi sfianca, il sole mi fonde, cerco di guardarmi attorno per individuare i malintenzionati: sono visibilissimo, unico bianco e straniero che viaggia in quel modo. Reggo l’anima con i denti e mi do dell’imbecille per essermi messo in quella situazione. Devo attraversare la città, il viaggio dura tantissimo. Il frastuono impera, la polvere soffoca, la disperazione di quelle condizioni di vita aggredisce l’anima. Eppure…

Jacmel fu città ricca e moderna.

La popolazione è povera, vi è uno stato di abbandono e di miseria imperante. L’impressione generale è di decadenza, di abbandono; ma si continua a costruire ovunque, bene o male che sia. Il paese vuole vivere. Riguardo alla sicurezza personale, altrove la situazione sembra molto migliore, addirittura buona, ma a Port-au-Prince è un inferno.  Al di fuori del quartiere-bene, Petionville, è veramente molto pericoloso girare e conviene affidarsi a gente conosciuta ed amica. E muoversi alla sveltina. Eppure….

I prezzi degli alberghi e dei ristoranti sono molto alti. Non vi è turismo, ma per molti anni vi è stato un gran numero di operatori umanitari e di truppe dell’ONU: facevano interventi di emergenza, dopo il terremoto, le turbolenze politiche, il colera, gli uragani. Persone dotate di buoni stipendi e di buone vetture che passavano il fine settimana nei luoghi più belli. Ciò ha gonfiato i prezzi. Ora i più di loro sono partiti o stanno per farlo e immagno che quegli esercizi andranno in crisi. Ma per il momento non abbassano i prezzi. Il livello dei servizi è abbastanza basso, nonostante il prezzo alto ed il personale è lontano dall’essere professionale. La luce manca molto spesso. Chi volesse risparmiare dovrebbe alloggiare in condizioni inaccettabili per le abitudini europee e comunque dovrebbe pagare relativamente caro. Ho visto locande in cui un pellegrino del Medioevo avrebbe rifiutato di alloggiare. Intendersi non è semplice: si parla creolo e solo pochi capiscono il francese, lo spagnolo o l’inglese. Eppure…

Il centro storico di Jacmel.

Eppure, la gente sorride ed è gradevole, accogliente, simpatica e viene voglia di conoscerla e di chiaccherarci. Si capisce che vi è tutto un mondo umano che merita di essere frequentato, capito, approfondito. Niente a che vedere con la sciatta superficialità della contigua Repubblica Dominicana.

Eppoi ci sono quei tamburi nella notte….

E’ il momento di andare a Cap Haitien

Questa città è un bel gioiellino, di eccellente bigiotteria, ridotto in cattivo stato, ma di grande  interesse. Haiti è uno Stato in assoluto sfacelo, da sempre e senza speranza di uscire da una miseria incattivita e pericolosa. Ma non per questo, (o forse proprio per questo) non offre al turista coraggioso degli aspetti di enorme interesse, difficili da trovare altrove. Cap Haitien è uno di questi aspetti: quasi vergine, con pochissimi visitatori (soprattutto stranieri residenti nel paese per scopi umanitari), ma ricchissimo di spunti per il viaggiatore accorto, esperto, interessato più al fatto umano che alla spiaggia. Cap Haitien è la seconda città di Haiti, facilmente raggiungibile in bus da Santo Domingo, la capitale della della Repubblica Dominicana  o da Santiago de los Caballeros. Ma anche dalla caotica capitale di Haiti, Port au Prince.

Cap Haitien conserva un bel centro storico fatto da strette strade su cui si affaccia una ricchissima collezione di case in tardo stile coloniale francese. E’ un centro profondamente vissuto, come si suol dire con cinismo, che si regge in piedi con difficoltà: non c’e’ niente di restaurato, rileccato, fasullo. Non siamo certo nell’esangue Europa. Le vecchie case coloniali sono ancora abitate dal popolo vero, che tira avanti con molte difficoltà e cerca di mantenere una parvenza di dignità alle proprie dimore. Tale patina di vita vera accresce il fascino di questa architettura così particolare nel suo amalgamare smanie aristocratiche dei coloni francesi e vita dei colonizzati caraibici. Anzi, la vita tropicale si è ormai impossessata da molto tempo dell’architettura coloniale dandogli un nuovo sapore che il colono francese avrebbe certamente disprezzato.  Ed in questi richiami contrapposti fra un passato forestiero e ricco ed un presente locale e povero che nasce il languido fascino del centro di Cap Haitien. Un luogo che sarebbe piaciuto all’autore di Tristi tropici.

Come gli sarebbe piaciuto il lungomare, molto mal ridotto, che corre lungo una spiaggia ciottolosa di incredibile sporcizia. Ma ospita due o tre gradevoli bar dove frescheggiare al tramonto.

Oltre al centro si sviluppa un quartiere commerciale, lungo la via che porta verso la Repubblica Dominicana. In queste strade si raggiunge il massimo orgasmo possibile del casino del traffico fra motociclettine cinesi, pick-up sconquassati e sorte di Api trasformati in bus; un pulsare di vita che dovrebbe far riflettere gli europei sul suo senso.

Ma a Cap Haitien non mancano gli angoli mistici, subito accanto al casino dei commerci: un cimitero dove si possono trovare cerimonie e sacrifici voudou, anche in pieno giorno. Stare attenti quando ci si avvicina; in certi casi si potrebbe essere non essere ben accetti (quindi bisogna andarsene; se invece non ti dicono nulla si può stare ad osservare la cerimonia). Si accendono piccoli fuochi, si sgozzano galli, si soffia alcool; in poche parole ci si intrattiene con i morti utilizzando quel che si ritiene essere il loro linguaggio.

Oltre Cap Haitien ci sono alcune spiagge abbastanza belle, a pochi km di una strada un pò in costruzione, un pò ancora in uno stato tremendo. Purtroppo la più bella è stata cialtronescamente privatizzata da Caribbean Cruise, le cui navi da crociera vi sbarcano migliaia di turisti una volta a settimana. Il resto del tempo è desolatamente vuota, circondata da inferriate che nemmeno Fort Knox. Nessuno vi accede, e siamo ai Caraibi, dove tutto è, in teoria, accessibile, basta convincere il guardiano. Qui non ci sono riuscito, anche offrendo una discreta mancia.

A una ventina di km dalla città vale la pena di visitare le assurde rovine, in un quadro naturale incantevole, del palazzo di Re Christophe di Haiti Nord, degli inizi del 1800. Folle ex schiavo che volle costruire la sua Versailles, senza terminarla mai. Ad ulteriori 7 chilometri questo re nero fece costruire una Fortezza. La strada è assolutamente impervia e ci si arriva o in moto o a cavallo o a piedi (da non dimenticare che siamo sotto il sole tropicale, io non ci ho nemmeno provato).

Ma soprattutto a Cap Haitien vi è l’affascinante Haiti!

 

 

 

 

 

Dietro la spiaggia, cosa? Andare ai Caraibi?

La canna da zucchero ai Caraibi, benedizione per i bianchi, maledizione per i neri.

Ma oltre alle spiagge di commovente bellezza sulle quali riposa la fama ed il fascino della parola Caraibi, cosa altro c’e’? Se vogliamo fare qualcosa d’altro che stare tutta la vacanza nell’atmosfera fittizia di un resort di lusso passando il tempo a bere rum su una spiaggia bianca, con l’acqua cristallina, all’ombra delle palme arcuate, che possiamo trovare?

Ebbene, la risposta è straordinariamente difficile e può essere: tutto e niente.

Dapprima bisogna considerare la grande variabilità fra le diverse isole, come geografia, clima, accoglienza, sviluppo, gente, lingua.   Vi è quindi una prima fonte di sorpresa quando si passa da un’isola all’altra e si trovano delle differenze abissali. Già questo potrebbe essere un motivo d’interesse: girare per le isole per vedere le differenze. Se siamo partiti con l’idea che i Caraibi sono tutti uguali, ci dovremmo ricredere prontamente e profondamente.

Le tipiche case di legno diffuse un pò in tutte le isole.

Purtroppo è abbastanza difficile (e caro) spostarsi fra le isole. In alcuni gruppi, le isole sono collegate fra di loro da traghetti (Montserrat-AntiguaBarbuda o le Granadine o GuadalupaDominicaMartinica-Santa Lucia o St. Martin-Anguilla-St Barthelemy), ma, in generale bisogna spostarsi in aereo con l’obbligo di passare da certi hub come St. Martin o la Guadalupa. I voli non sono molti e spesso non in connessione, bisognerà quindi prevedere una notte da passare nell’isola-scalo. Sono anche cari e con aerei piccoli, di compagnie locali dagli orari a volte molto elastici. In certi casi bisogna telefonare la sera prima per sapere se l’indomani si vola. Un turista europeo, abituato alle low cost nostrane resta abbastanza allibito. Il viaggio diventa rapidamente una specie di caccia al tesoro, impossibile da giocare per chi ha tempo e soldi contati. Percorrere la catena delle isole diventa complicato, lungo e molto caro. Paradossalmente molte isole sono più facilmente collegate alle loro madri-patrie coloniali (attuali o antiche) che fra di loro.

Preparazione di una carbonaia a Barbuda.

E qua si arriva ad un altro tema di interesse del viaggiare fra le isole caraibiche. La loro storia è abbastanza simile: in tutte le isole gli indigeni furono rapidamente sterminati, vi vennero portati grandi quantità di africani che, comandati da pochi bianchi, coltivarono la canna da zucchero fino all’abolizione della schiavitù. Ci si potrebbe quindi attendere situazioni sociali abbastanza omogenee. Invece si tratta di popoli molto diversi fra di loro: l’influenza dei colonizzatori è stata così grande da aver profondamente modellato quelle società. Quindi fra i benestanti e frequentemente razzisti abitanti della Guadalupa di stile, lingua e passaporto francese e i discretamente poveri abitanti di Dominica di stampo, lingua e guida (a sinistra) inglese, di influenza giamaicana e di nazionalità propria, la differenza è enorme anche se i chilometri di mare che dividono le due isole sono solo 42. Per non parlare poi degli abitanti della Repubblica Dominicana (Santo Domingo), di lingua spagnola, di discreta situazione economica e di facile accoglienza; ben diversi dai loro vicini di Haiti, sulla stessa isola, ma di stretta origine africana, di insopportabile povertà e dalla magia nera facile e temutissima. Ed ancora Cuba, che per la storia recente, ha preso un cammino del tutto prorio ed originale.

I resti di un mulino a vento per spremere la canna da zucchero.

Eppure, nonostante tali differenze permane, indelebile e dolorosa, l’immanenza di un passato fatto di ingiustizia assoluta e di dolori plurisecolari. Una macchia persistente di sofferenza  che la schiavitù ha lasciato sulla popolazione nera. Ma anche su quella bianca, spesso molto razzista. La schiavitù fu una nuvola nera che resta nel cielo dei Caraibi. La sofferenza che portò, anche se ormai ricoperta da molti strati di tempo, colpisce e non ti lascia a tuo agio. Molte di queste isole sono schegge di Africa finite dove non dovrebbero essere. La musica della Guadalupa rende bene l’idea di quel che voglio dire.

Vi è poi la sensazione di insularità, sempre molto forte. Quel misto di intimità che danno i luoghi piccoli e di claustrofobia perchè son troppo piccoli. Quel piacere di esserci e quella voglia di andarsene, in un altro luogo, dove non ci sia perennemente il mare a fermare i tuoi passi. Questa sensazione è ancora più forte nelle “isole doppie”, quando una piccola dipende in tutto e per tutto da un’altra isola più grande. E’ il caso di Les Saintes e di Marie Galante da Guadalupa, di Barbuda da Antigua.

Certo manca ai Caraibi, con l’eccezione di Santo Domingo e di Portorico (e, naturalmente, Cuba), ogni traccia di momumento di certo spessore o di edificio antico che non siano le solite fortezze. La storia vi è passata senza lasciar tracce materiali. E non si riesce a percepire un’attività culturale che possa richiamare l’attenzione. Unica eccezione pare essere il Carnevale molto sentito e diffuso. Il Carnevale è, appunto, la più rudimentale delle manifestazioni culturali e non è un caso che sia stao l’unico momento dell’anno nel quale gli schiavi avevano il permesso di scatenarsi.

I costumi tipici della Martinica sono di stoffa Madras, proveniente dall’India. Nemmeno questo era fatto localmente.

Pare quasi di poter dire che la cultura caraibica è disegnata sia dall’assenza di proprie caratteristiche stabili quanto dal fluire di mille influenze ondivaghe che piace andare a seguire a naso, a mente libera. Ci si trova, insomma, in una parte di mondo sconquassata da una terribile storia e frammentata in mille isole disomogenee in cui l’interesse, più culturale/antropologico che turistico, sta nell’osservare come questa umanità sta cercando di organizzarsi in società più stabili. Ogni isola a suo modo e con diversi risultati. E senza nessuna certezza di arrivarci alla stabilità. Infatti, dopo gli sconquassi dell’importazione degli schiavi ora assistiamo al non meno travolgente fenemeno dell’emigrazione.

Oltre le spiagge quindi non vi sarà niente per il turista affrettato e facilone, al quale consigliamo di restare nel resort, ignaro di ciò che sta oltre l’alto muro di recnzione che lo separa dalla realtà. Ma vi sarà un mondo variegato, sfuggevole, sottile e affascinante per chi vorrà addentrarvisi con il tempo, il rispetto e soprattuto la curiosità necessarie.