Il Medioevo oggi a Poggibonsi e a Guedelon

Il castello di Guedelon in piena costruzione. Foto di Benoît Prieur via WikiCommons.

La voglia di ritorno al Medioevo pare non placarsi in Europa. Non solo da un punto di vista sociale e politico (il che non piace affatto al Viaggiatore Critico), ma anche dal punto di visto culturale e storico (il che piace molto di più). Oltre alle varie e viete rievocazioni storiche di cui abbiamo già parlato abbondantemente qui, ci sono dei tentativi molto più seri e profondi per rivivere quei momenti storici. In particolare a Poggibonsi con la ricostruzione di un villaggio franco e a Guedelon, in Francia, con un castello di qualche secolo più tardo. Due esempi in pieno sviluppo e che riscuotono un successo di pubblico straordinario.

L’esperienza di Guedelon comincia nel 1998 quando apre un cantiere per la ricostruzione di un castello idealmente nato intorno al 1230. Vennero presi a testimone dei castelli realmente costruiti in quel periodo; se ne studiano le piante e le tecniche di costruzione che poi vengono riprodotte fedelmente nel castello di Guedelon. Le pietre vengono scolpite a mano, le travi segate con i segoni impugnati da due persone; si riproducono le macchine da cantiere per alzare i blocchi sulle impalcature. E’ tutto come era (o come si immagina che fosse stato) nel XIII secolo con l’eccezione delle norme di sicurezza imposte dalla modernità: occhiali per gli scalpellini, caschi per i muratori, scarpe antinfortunistiche, rinforzi in metallo per le gru in legno. Alla visita, il colpo d’occhio è effettivamente straordinario. Falegnami, scalpellini, muratori, manovali, fonditori, fabbricanti di mattoni e tegole a cui si aggiungono osti, tavernieri, cantastorie. Tutti lavorano di buona lena in questo grosso cantiere medievale stando, allo stesso tempo, immersi in una marea di visitatori.

Perché, in effetti, Guedelon è diventato un affare colossale: 70 persone nello staff; 40 lavoratori manuali stabili, decine di volontari per brevi periodi, 300.000 visitatori l’anno, ristoranti medievali, libri, contenuti digitali di ogni tipo. Il bilancio della faccenda è di diversi milioni di euro annuali, sembra, addirittura, senza sovvenzioni pubbliche. I lavori proseguono lentissimi; il cantiere è in funzione solo fra aprile ed ottobre. Il ritmo dei lavoratori è blando, sia perché sono costantemente interrotti dalle domande dei visitatori, sia perché le tecniche antiche erano per loro stessa natura lente, sia perché lo scopo della cosa è la costruzione e non il castello finito. I lavori iniziati nel 1998 sono ancora molto lontani dalla conclusione, ci vorranno decenni.

L’atmosfera generale è tipicamente francese e non del tutto gradevole. Moltissimo autocompiacimento: tutti quanti sprizzano soddisfazione da tutti i pori e sembra che abbiano inventato la ruota e scoperto la penicillina allo stesso tempo. Si sentono bravissimi ed intelligentissimi. Nessuna critica ha motivo di esistere. Dicono ai visitatori che cimentarsi nella ricostruzione ha permesso di capire fino in fondo i problemi e le soluzioni che avevano trovato i costruttori del XIII secolo. Quindi la comprensione architettonica ed ingegneristica dei castelli veri è molto migliorata grazie a Guedelon. Ciò è probabilmente vero, ma l’occhio critico del Viaggiatore, durante la visita, ha colto dei comportamenti dei costruttori che assomigliavano più ai maldestri tentativi di un campo di boy scout che alla perizia manuale dei muratori, scalpellini e falegnami medievali.

Muratori al castello di Guedelon. Foto di Ronny Siegel via Wikicommons

Guedelon è un miscuglio di molte cose: grosso affare economico (15 euro l’ingresso), luogo di scampagnata familiare estiva, vanto nazionalistico un po’ sbruffone (tutti i francesi si ritengono discendenti diretti di Carlo Magno), ma anche l’emozione di vedere un castello lievitare piano piano, fatto a mano. Una visita vale la pena, a condizione di andarci con lo spirito adatto e di sorvolare con indulgenza sulle frequenti scivolate verso la semplice rievocazione storica di paese.

Una delle case dell’Archeodromo di Poggibonsi, foto dal loro sito.

Molto diversa l’esperienza dell’Archeodromo di Poggibonsi, in Toscana, e per diversi aspetti. Alla base c’e’ una consapevolezza scientifica molto maggiore. Sulla collinetta che domina la brutta cittadina di Poggibonsi è stato scavato un centro abitato che parte dal V secolo per arrivare fino al Rinascimento. La stessa equipe che ha scavato, dell’Università di Siena e con Marco Valenti come punto di riferimento, si è lanciata, dal 2013 e grazie a fondi pubblici, nella ricostruzione del villaggio come era ai tempi di Carlo Magno. Si ricostruisce, quindi un villaggio del IX – X secolo, accanto ai resti di quello originale e cercando di mantenere la massima fedeltà alle strutture originali, per quanto sia possibile intuire grazie ai resti scavati. Essendosi perduto tutto l’alzato in legno, il compito non è semplice. Anche in questo caso, come a Guedelon, le tecniche di costruzione antiche sono integrate da certi accorgimenti moderni per ovvi motivi di sicurezza. Ogni anno si aggiunge una capanna e altri elementi come forno, orto, staccionata, ecc.

Poggibonsi è molto più piccolo, in tutti i sensi, di Guedelon. Là si tratta di un castello in pietra, qua di capanne di legno, paglia, fango. La costruzione della capanna annuale prende relativamente poche giornate di lavoro di poche persone. E’ aperto solo la domenica pomeriggio per il pubblico normale; durante la settimana, per le scuole, su prenotazione. Sui 30.000 i visitatori, un decimo di quelli di Guedelon. L’ingresso dominicale è gratuito, il Comune finanzia perché è contentissimo che ci sia tanta gente che va a Poggibonsi che è un posto in cui non è mai andato nessuno se non per alcun proprio obbligo.

Ma Valenti, con coraggio e spregio del pericolo, ha giocato tre carte importanti.

La prima carta è aver popolato il villaggio di personaggi. Sono gli stessi studenti che impersonano, con i dovuti abiti ed attrezzi, gli abitanti del villaggio carolingio. Ognuno ha un proprio nome ed una funzione. Intrattengono i visitatori con spiegazioni, ma anche con storie e racconti. Poggibonsi non è quindi un cantiere popolato da operai medievali, come Guedelon, ma è un villaggio carolingio con una sua vita sia pure limitata alla domenica. Evidentemente più che si va nei dettagli della ricostruzione di un abitato antico e più che le scelte dell’organizzatore diventano ardue, arbitrarie, fantasiose. A questo punto bisogna fidarsi dell’onestà intellettuale dell’equipe. Dobbiamo ritenere che ciò che ci raccontano sia almeno molto verosimile, non potendo pretendere che sia vero. In altre parole dobbiamo sperare che non ci raccontino delle gran panzane. Essendo dei noti professionisti dell’archeologia, vogliamo credere che sia così. Ma, inevitabilmente, un leggero sospetto che a volte la ricerca della spettacolarità prevalga sulla filologia della ricostruzione, ci assale dolorosamente.

L’interno della casa principale dell’Archeodromo di Poggibonsi. Foto dal loro sito.

Tale sospetto ci travolge quando Valenti gioca la seconda carta che è quella dell’inserimento di eventi moderni nel quadro del suo villaggio. Su richiesta e a pagamento si può cenare nel villaggio, ci si può sposare con il rito carolingio e successivamente banchettare con cibi medievali  (tutti vestiti in costume, compreso il delegato comunale che ti sposa per davvero); ci si organizza una festa di compleanno per i bambini; si partecipa a corsi per adulti di tessitura, scherma ecc, ecc. Il giudizio su tutto ciò è molto complesso: si può amare una tale revocazione amplissima della vita ai tempi di Carlo Magno e si può detestare una simile fantasiosa farsa.

Valenti deve essersi reso conto del pericolo (anche perché glielo hanno fatto notare in parecchi e non sempre con garbo) ed ha giocato una terza carta. Eccellente questa e che sembra mancare a Guedelon, dove sono troppo pieni di se stessi per fare una simile operazione.

Valenti ha cominciato a riflettere, a parlare, a scrivere libri su come raccontare l’antichità ed in particolare il Medioevo. Ed è ciò su cui bisogna mettersi’accordo con calma e determinazione. È necessario trovare il giusto equilibrio fra l’esattezza scientifica dell’archeologia e la necessità di comunicare propria della divulgazione dei temi scientifici al largo pubblico. Destreggiarsi fra l’arida verità e la colorita, cialtrona approssimazione. Il compito è arduo, ma la risposta entusiasta del pubblico da ragione a chi persegue con forza questa via.

Per questi motivi vale la pena visitare l’Archeodromo di Poggibonsi ed il castello di Guedelon.

Io, i francesi, non li reggo più.

Luigi XIV, il Re Sole. Tutto girava intorno a lui.

Devo confessare che io non reggo più i francesi. Non li sopporto proprio più. Ho anche smesso di andare in Francia, di vedere la televisione francese, di leggere i loro libri, di vedere i loro film, di ascoltare la loro musica, di interessarmi alle loro faccende, fossero pure i Gilets jaunes.

Perché? Non lo so di preciso, ma non ne posso proprio più.

Eppure ho subito una loro profonda influenza culturale, ne ho imparato bene la lingua, ho seguito gli affari politici e culturali, ho vissuto in mezzo a loro, ho apprezzato il camembert, ho avuto capi, colleghi, sottoposto francesi. Poi ho detto basta.

Ora ne sono profondamente insofferente.

Mi da fastidio come parlano; con quel tono un po’ scocciato e supponente di dover spiegare cose ovvie che l’ascoltatore dovrebbe sapere, se non fosse così ottuso; sbufficchiando e facendo la bocchina a culo di gallina. E i loro modismi? Quel ripetere le solite quattro viete formulette che vogliono sembrare disinvolte, ma sono solo penose. (pas terrible, pas possible, vachement, c’est deguelasse, du n’importe quoi, allez! c’est parti!). Che se gliele togli restano lì a boccheggiare muti come trote appena pescate. Il vizio di usare molte parole per dire poche cose. L’uso di parole che vorrebbero essere spiritose quando invece sono solo trite e ritrite: godasses per scarpe, bagnole per macchina, à poil per nudo, mec e nana per uomo e ragazza. Insopportabilmente stucchevole e ripetitivo.

Il loro senso dell’humour? E’ sbalorditivo come possano ridere di battute sempre uguali e mille volte ripetute. Possono assistere allo stesso numero comico ripetuto e ripetuto quasi identico e continuano a riderne. Monotonia, nessuna variazione agli schemi. Sono così contenti di aver capito la battuta che vi si afferrano, impauriti di non capire la seguente, diversa.

Sembrano sempre un po’ arrabbiati, come se la tua esistenza li disturbasse, in qualche loro affare di primaria importanza. Si guardano gli uni gli altri con insofferenza e superiorità; sono obbligati ad ignorarsi o a scontrarsi, quando non possono ignorarsi.

Prendete le donne eleganti. Guardate le loro gambe: hanno sempre dei tacchi accentuati e dei polpacci magri, con i muscoli nervosi, ben scolpiti, tesi ed indaffarati. Tacchettano qua e là smaniando e dando ordini, appena possibile.

Gli ordini vengono impartiti ricoperti da formule di politesse a cui più nessuno crede; ampollose, ma dette con toni ultimativi che lasciano intravedere la fucilazione alla prima esitazione (s’il vous plait, j’aimerais bien, puis-je vous demander, voudriez-vous bien).

E’ un continuo gioco di intimidazione e apparenti buone maniere. I francesi cercano di sopraffarsi vicendevolmente a colpi di fioretto. Si dicono cose terribili con modi apparentemente gentilissimi. Si disprezzano con raffinatezza.

Svevo Moltrasio, autore, regista, attore di una serie web sui difetti dei francesi. Molto seguita ed amata da chi conosce i francesi. Meno comprensibile, forse, per chi non li conosce. La serie si chiama Ritals, che è il nome dispregiativo che viene dato agli italiani in Francia.

Naturalmente tutto ciò ha una spiegazione. La Francia è di gran lunga il paese più antico dell’Europa occidentale. Inghilterra e Spagna sono arrivati all’attuale consistenza in epoche più recenti; Italia e Germania da ben poco tempo. La Francia è stata, invece, un paese unitario (con modeste differenze dai confini attuali) da sempre, con una forte monarchia centrale di stanza a Parigi. Questa città è assolutamente centrale in Francia, tutto è concentrato lì. Non vi sono equivalenti di Milano, Barcellona, Amburgo, Francoforte. A Parigi risiedeva un re potentissimo, circondato da una folla di nobili che componevano la Corte. A cui si aggiungevano artisti, intellettuali, condottieri. La crema di una nazione intera era concentrata a Corte, dove sbafavano il frutto del lavoro di milioni di disgraziati che languivano nel resto del paese. Ed è a Corte che nasce la cultura dei francesi; non nei borghi come in Italia, nei conventi come in Spagna, nei castelli in campagna come in Inghilterra o nei magazzini delle merci come in Olanda.

Immaginiamoci quindi una società di ricchi oziosi che si disputano l’un con l’altro la benevolenza della Maestà, accompagnata immancabilmente dai soldi degli appannaggi. E come si combattono questi ricchi, pigri, dispettosi ed infantili Signori? Con le battute salaci; con le risposte acide; con l’astio del mio sangue più blu del tuo; con l’eleganza raffinata dei modi e degli abiti, ma non certo dell’animo; con il disprezzo verso gli altri. Bisognava scintillare per attrarre l’attenzione del Re, ed i suoi soldi. Si doveva essere brillanti di spirito, svelti di lingua, eleganti nei modi. La sostanza contava poco, l’immagine moltissimo. In quelle Corti avvelenate dagli odi doveva predominare l’abitudine sciacallesca di sbranare chi si trovasse in difficoltà; un avversario eliminato! Tutto ciò è la cultura francese attuale.

Di particolare sgradevolezza è, ai giorni nostri, l’ultima abitudine appena menzionata. Se il loro interlocutore falla in un qualche modo, il francese medio è subito pronto ad avventarglisi contro facendogli rimarcare l’errore commesso, l’imprecisione dimostrata, una qualche inadeguatezza nello svolgere un compito. Pare che ne godano a rinfacciarsi le cose: totale mancanza di signorilità, umanità, sensibilità. Degli avvoltoi in cerca delle mancanza altrui. Ed è per questo che quando un francese si trova in fallo, reagisce con veemenza; per parare i colpi che stanno per arrivare copiosi.

L’arroganza e la supponenza grondano copiosi in Francia, grande guele la chiamano loro stessi. La mancanza di educazione impera sovrana. Ad una cena formale a cui partecipavo ho sentito un francese dire che gli italiani sono tutti magnaccia. Non conto le volte che dei francesi, appena si son resi conto del mio accento italiano, hanno esclamato felici: “Mafioso”. Innumerevoli le volte che non riconoscendo il vostro accento vi chiederanno da dove venite; e non perché gliene importi qualcosa, ma solo per farvi rimarcare il fatto che siete stranieri; giusto per tenervi a distanza. In un ristorante a Tolosa si sono rifiutati di servirmi perché in compagnia di una donna nera.

In questo contesto è facile immaginarsi come i francesi abbiano trattato, trattino e tratteranno i loro colonizzati prima in Africa e poi in casa loro. Abissi di razzismo, molto spesso mascherato da quell’aria di accondiscendenza che è gentile avere nei confronti degli inferiori. Paternalismo, aria di sufficienza, velato (se non aperto) disprezzo. E’ una cosa insopportabile. Non c’e’ quindi da meravigliarsi se, frequentemente, divampino episodi di cieca violenza; come quando bruciavano le macchine o si organizzano attentati terroristici. Se ci avete fatto caso gli autori di quest’ultimi sono quasi tutti nati in Francia. Si dicono combattenti islamisti, ma le loro azioni credo siano, più semplicemente, risposta al disprezzo di cui quelle persone, e le loro comunità, sono state fatte perennemente oggetto.

Qualcuno dirà che non tutti i francesi sono così e che vi sono delle eccellenti e sensibili persone. Ovviamente è così, soprattutto nelle contrade marginali del paese. Ma essendo la Francia una nazione straordinariamente accentrata, lo spirito, le abitudini, l’essenza del paese si costruisce a Parigi e da lì si irradiano incontenibili verso il resto della Francia.

Io non ci vado più, per non rovinarmi il fegato, ed altrettanto consiglio a voi.

La tristezza della Guadalupa.  (Non andateci) 

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Foresta densissima alla Basse-Terre

Che consigliare?  Vale la pena di andare alla Guadalupa oppure no?
La risposta e’ certa, chiara,  rotonda, netta: no.

Eppure i punti positivi sono numerosi: pur trovandoci ai Caraibi è un’isola francese, quindi è come essere in Europa. da un punto di vista amministrativo siamo proprio in Europa. Di conseguenza le condizioni di vita, di sicurezza, sanitarie e sociali sono come in Francia; del tutto comparibili a quelle che troviamo in Italia.  In altre parole si puo’ vivere alla Guadalupa come se si fosse all’isola d’Elba, pur vivendo nel clima e nei paesaggi dei Caraibi. Una accoppiata molto comoda, bisogna riconoscere.

Ci sono poi delle bellissime spiagge ed una grande e verdissima montagna ricca di vegetazione tropicale che si puo’ anche percorrere a piedi.
Inoltre si mangia molto bene alla Guadalupa.  La cucina delle Antille e’ varia,  saporita, succolenta e gustosa.  Intingoli che si possono principalmente trovare nelle modeste trattorie frequentate dai locali, nei paesini. Si beve dell’ottimo rum.

E si trovano anche degli spunti molto interessanti nella storia dell’isola, ricca di avvenimenti di pirati e bucanieri e contraddistinta dalla tragedia della schiavitu’ e della canna da zucchero. La mescola di popoli e di culture che affollano l’isola è un tema di grande interesse che il turista curioso potrà cercare di approfondire discutendone con i locali (se glielo permettono). Tutti questi sono motivi e spunti di approfondimento che possono ben riempire una vacanza alla Guadalupa. Infine bisogna riconoscere che si tratta di un angolo dei Caraibi diverso da molti altri.

Ebbene, nonostante tutto ciò, gli aspetti negativi prevalgono.

Se decidete di andare nel mondo tropicale e’ perche volete trovare un sapore esotico, e per far ciò siete disposti a confrontarvi con alcune difficoltà. Se vi dovete ritrovare nel traffico come a casa, con i supermercati ed i centri commerciali come a casa, con le regole, gli orari, lo stress e le nevrosi quasi come a casa, tanto vale andare veramente all’Elba o in Sardegna dove le spiagge non sono da meno. Senza dimenticare il fatto che il viaggio in aereo è caro e che i prezzi della Guadalupa sono molto più alti di quelli nostrani.

Inoltre.  Il fatto che sia Francia fa si che il turismo sia quasi esclusivamente domestico: questo vuol dire che la maggioranza dei turisti sono francesi che pur volendo l’esotico, scelgono quello di casa, per evitare ogni inconveniente . Si tratta quindi di un turismo assai pantofolaio e conservatore. Manca l’internazionalismo turistico e sovrabbonda il nazional-popolare; questo aspetto ci piace molto, senza dubbio, ma un pò meno quando è a stragrande maggioranza francese.

Fra gli altri aspetti negativi della Guadalupa vi è il diffusissimo razzismo contro i bianchi che rende tesa l’aria e potenzialmente periglioso ogni rapporto con il popolo locale. Può succedere di essere insultati anche se non avete fatto assolutamente niente di strano. A me è successo per non aver salutato uno sconosciuto incrociato per strada; sono alla ricerca di pretesti per attaccare i bianchi. Si vogliono vendicare della dominazione coloniale francese, ma io che c’entro?

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La morte di una palma. Foto emblematica della Guadaluope.

In piu’ mancano quei luoghi e quei momenti piacevoli che allietano i turisti abituati al mediterraneo. Difficilissimo, per non dire impossibile, recarsi in città e trovare un bel negozio (tutti emigrati nei centri commerciali), un bar accogliente, un ristorante non dozzinalissimo, un corso dove passeggiare.  Questo stato di cose potrebbe essere accettabile in un paese povero, come se ne trovano in questa regione. Ma è incomprensibile che ciò avvenga in Francia.

Insomma,  ci troviamo in un luogo di schiavi dove e’ arrivato il welfare.  Vi e’ un certo benessere con  diritti e servizi pubblici di buon livello. Ma i due secoli e mezzo trascorsi dall’abolizione della schiavitu’ non sono bastati per costruire uno stile di vita piacevole. I padroni bianchi vivevano molto bene, ma niente di quello stile è passato nè agli schiavi, nè ai discendenti attuali di quegli schiavi. La schiavitù è alla Guadalupa una maledizione che non cessa di produrre infelicità.

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La canna da zucchero, maledizione di generazioni di schiavi africani e benedizione di generazioni di padroni francesi.

Paradossalmente si può affermare che la vita che menano gli africani attuali che sono rimasti nei paesi di origine degli schiavi, sia molto più difficile dal punto di vista economico e civile, ma indubbiamente più ricca per quanto riguarda la socialità, i semplici piaceri di base, le manifestazioni personali. Tutto ciò mi è fonte di infinita tristezza.

Le ferite portate dalla schiavitù sono rimaste aperte nei rapporti fra gli individui; anche all’interno della comunità nera. Ed il motivo è chiaro: il colono divideva i propri schiavi per evitare che si unissero e gli si rivoltassero contro. Quella atmosfera di mutua diffidenza è rimasto.

E per tutti quel era un luogo di dolore: i bianchi volevano solo arricchirsi nel modo più rapido possibile; gli schiavi volevano solo sopravvivere. Non c’era spazio per i piaceri della vita o per gli scambi della convivenza sociale. Era un luogo d’inferno e tale è rimasto fino ad ora, mutatis mutandis.

Risparmiatevela, la Guadaloupe  Le spiagge fra Le Gosier e Saint Francois o la costa montuosa della Basse-Terre non valgono tutta questa pena. E alla Martinica o a Saint Martin non è meglio. Le Antille francesi sono state un buco nell’acqua durante il mio viaggio.