Le scritture degli analfabeti

Viaggiare con calma ed attenzione porta a delle scoperte emozionanti. Come questa che lega pescatori portoghesi e allevatori lapponi di renne. Analfabeti e scrittori.

Il primo luogo da visitare è Povoa de Varzim, a una trentina di chilometri a nord di Porto, in Portogallo. Ora è diventata un’anonima cittadina balneare, ma, in passato, fu un importante centro di pesca sia per la famosa sardina portoghese, che per gli altri pesci. Erano centinaia le famiglie di pescatori che si dividevano la spiaggia, dove tiravano in secco le barche ed il lungomare, dove asciugavano, riparavano, conservavano le reti e gli innumerevoli attrezzi del loro difficile mestiere.  Attrezzi tutti uguali, ma che dovevano essere riconosciuti dai rispettivi proprietari senza lasciare spazio a dubbi e a dissapori che una comunità in costante necessità di mutua solidarietà non si poteva permettere

Alcune sigle dei pescatori di Povoa. (Foto da http://www.freguesiapovoavarzim.pt/uniao-das-freguesias/freguesias/simbolos/ )

Nei secoli si affermò quindi l’usanza di scegliere un simbolo geometrico come “firma” da apporre su ogni oggetto. Ogni pescatore aveva il suo simbolo e lo incideva sui suoi oggetti. I figli di quel pescatore adottavano lo stesso simbolo, aggiungendovi una linea, il primo figlio, due il secondo e così via. In quella società l’erede dei beni del padre era l’ultimogenito; mentre gli altri fratelli uscivano a pesca con il padre (almeno fino a che non si erano fatti la propria famiglia e la propria barca) l’ultimo nato restava a casa in compagnia della madre. In questo modo, anche se gli uomini della famiglia fossero periti in mare, tutti insieme,  almeno uno sarebbe rimasto per mantenere la madre. Quando, poi, il padre, avesse deciso di smettere di pescare e fosse rimasto a casa, tutti i suoi beni, compreso il simbolo, sarebbero passati al minore dei figli che avrebbe cominciato la sua vita di pescatore. In questo modo il simbolo non avrebbe avuto bisogno di essere modificato nel passaggio dal padre al figlio.

Ognuno degli altri fratelli avrebbe trasmesso il proprio simbolo ai figli, i quali avrebbero aggiunto una linea se primogenito, due se secondi, tre se terzi. Quindi, il simbolo del nonno e capostipite si sarebbe conservato con le successive aggiunte di varie linee ad ogni generazione, fino a formare dei simboli in cui era possibile riconoscere un vero e proprio albero genealogico.

Ogni abitante di Povoa era perfettamente in grado di “leggere” questo strano alfabeto e avrebbe indicato con certezza il proprietario di ogni oggetto. Ciò che per gli estranei alla comunità erano solo scarabocchi, per loro erano scritte piene di significato.

Si arrivava al punto di disegnare sulla lapide tombale il simbolo del morto, invece del nome, che ben pochi avrebbero saputo leggere. Il visitatore avrebbe facilmente capito che lì giaceva il tale, figlio di, nipoti di, pronipote di….

Un sistema del tutto simile lo ritroviamo fra gli allevatori Lapponi o Sami, in Finlandia. Le renne vivono libere in branchi, ma ognuna di loro ha un proprietario; una volta l’anno vengono raccolte in un recinto. I piccoli restano sempre accanto alla loro madre; uno alla volta verranno catturati al lazo e marchiati come la madre.  La marchiatura consiste in tagli ed incisioni praticate in entrambi gli orecchi dell’animale. La forma e la successione dell’insieme degli intagli indicano con chiarezza il proprietario della renna. Anche in questo caso ogni allevatore utilizzerà il marchio della propria famiglia a cui avrà aggiunto un ulteriore segno che lo identificherà con certezza. Una specie di nome e cognome, insomma. L’operazione è un pò truculemta e sanguinaria, ma sembra che le ferite guariscano rapidamente.

I modellini di orecchie di renna con i marchi del proprietari sulle quali i bambini Sami imparano a leggere questo strano “alfabeto”. (Foto da https://www.kookynet.net/951.html)

Anche fra i Sami la comprensione della simbologia è un fatto comune. I più esperti arrivano a riconoscere fino a 600 nomi diversi. Le autorità comunitarie stampano dei libretti con tutti i simboli utilizzati. Una specie di elenco telefonico degli allevatori nel quale al posto dei numeri ci sono le successione degli intagli. Ai bambini vengono date delle orecchie di cartone, già intagliate, sulle quali imparano a leggere. Quando lo sapranno fare bene potranno andare ad occuparsi delle renne in modo da riconoscere il proprietario di ognuna di loro e comportarsi di conseguenze, nelle varie operazioni.

Queste informazioni non vengono dai libri o da Internet, ma dalla visita del Museo Municipale di Povoa de Varzim e del Museo della cultura Sami di Inari. E dalle discussioni con il personale di questi musei, felice di poter scambiare quattro chiacchere con uno dei rari visitatori quotidiani.

Perché il viaggiare è questo: intuire tracce che legano gli uomini, nella diversità.

 

Vale la pena visitare l’Estonia?

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L’orrido trenino da turisti nel delizioso centro storico di Tallinn.

Alcune considerazioni:

  1. L’unica vera attrazione del Paese è la città vecchia di Tallinn che è un vero gioiello. Purtroppo è iperturisticizzata, piena di ristorantacci e di negoziucci di souvenir. Finisce per essere stucchevole e fastidiosa. E’ una città molto estesa, a volte fra un quartiere e l’altro ci sono delle foreste attraversate dai sentieri che portano al supermercato. O al cimitero….
  2. Il paesaggio in generale è molto rurale e bucolico. E’ un paese piatto fatto da campi e da foreste fittamente intervallate. Con paesini dalle chiese con il campanile acuto. Le case sono sempre distanziate l’una dall’altra, anche nei paesi; non vi è un vero e proprio centro. Case molto belle, spesso di legno. Ma tutto abbastanza monotono, con poche eccezioni.
  3. Gli estoni – estoni sono di una riservatezza che sfiora l’autismo. Difficilissimo averci  quei contatti empatici che fanno parte delle piacevolezze di un viaggio.
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    In costume, al bancomat della banca Svedese. Tutto un programma.

    Non reagiscono a nessun tipo di gentilezza e a dir la verità sembrano anche un pò villani, a volte. Ma forse non lo sono; deve essere l’effetto dell’enorme riservatezza, diciamo. Molte ragazze sono di una bellezza sconcertante. Inoltre, in media, le donne sembrano più alte degli uomini. Ma di colori e di modi molto simili a quelli dei ghiaccioli al limone.  Gli estoni – russi sono molto più espansivi e caciaroni. Si riescono a stabilire contatti.

  4. E’ un paese che si gira molto bene. Buone strade, ben indicate, trasporti pubblici eccellenti: regolari, frequenti, economici, pochissimo affollati. Il traffico è sempre modestissimo ed ordinatissimo.
  5. Della cucina se ne parla qua. Ma è meglio non farci conto.
  6. L’atmosfera è molto bella. Vi è quella chiarezza di colori, quella nitidezza della luce, quella leggerezza dell’aria che sono caratteristiche del nord e che commuovono l’animo, come in Finlandia. Vi è pace in quel paese, ci si rasserena. Il tramonto, quando soleggiato, è una festa per il cuore.
  7. Tanto che gli estoni paiono veramente molto calmi: si muovono lentamente, non vedi persone affrettate, non vi è che poco traffico, i trasporti pubblici sono
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    A Tallinn, fra un quartiere e l’altro vi possono essere delle foreste!!

    puliti, in orario, poco affollati. Nei negozi vi è sempre molto personale ed i clienti non si accalcano; i negozi hanno orari lunghissimi, tutti i giorni della settimana. Molti i negozi deserti, con la commessa seduta dietro il banco che guarda nel vuoto, ci si chiede come faccia fine mese. La gente passeggia molto, con andatura decisa, ma rilassata. In generale non danno l’idea di essere molto vispi, paiono andare in crisi con ben poco. Molti i bar dove si fa sussurata conversazione. Pochi sorridono, ridere è escluso. La loro sembra una vita lontana dallo stress e dalle preoccupazioni. Una sensazione di calma pervade il visitatore. Ma si sente la mancanza della vita.

  8. E’ certamente un paese ancora un pò povero. I prezzi sono di qualcosa inferiori a quelli italiani, ma vi è un’organizzazione della vita che permette di spendere relativamente poco: oltre ai ristoranti vi sono i bar nei quali si può sempre mangiare ad un livello del tutto simile a quello dei ristoranti, ma ad un prezzo assai modico. E vi sono anche dignitosissimi alberghi a prezzi molto ragionevoli.
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    La campagna, un po’ monotona.

    Inoltre è chiaro che una parte della popolazione (direi soprattutto i russi) è ancora in difficoltà; vi è quindi una certa aria di fatica che umanizza il quadro, per altri versi idilliaco, della vita estone. E tale fatica fa la differenza con la perfezione della Scandinavia a cui l’Estonia fa evidentemente riferimento, dal momento che gli abitanti si dicono scandinavi e non slavi (estoni – russi a parte, s’intende).

  9. Il visitatore ha quindi la possibilità in Estonia di vivere l’algida serenità scandinava, ma trovandola un pò meno algida ed un pò più umana. E tutto ciò senza farsi terribilmente pelare dai terribili prezzi scandinavi. Questo pare il punto centrale di un viaggio in Estonia: cogliere uno stile di vita che a noi pare quai perfetto. Questo stile di vita è di recente istallazione, iniziato dopo l’uscita dell’Estonia dall’Unione Sovietica e sta evidentemente cercando una sua completezza. Sta cercando la perfezione; sperando che non cada nella disumanità scandinava. E in questo gli Estoni mi son piaciuti.
  10. Non bisogna dimenticare la travagliatissima storia di questo piccolo paese, mai indipendente, o quasi. Ce l’hanno molto con il periodo sovietico dandogli tutte le colpe di questo mondo e dimenticando i grandi pregi che ebbe in campo
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    Il povero mercato dei russi.

    culturale ed architettonico. La Storia farà giustizia, prima o poi: L’estonia deve quel che è oggi anche (molto) all’appartenenza all’Unione Sovietica. Ad esempio, è riuscita a sfuggire al capitalismo efferrato degli anni ’60 e ’70 che ha devastato le nostre città conservando qui le vecchie e deliziose case di legno.

  11. Detto tutto ciò, riaffermata la gradevoleeza del viaggio, espressa la simpatia verso il popolo estone e sottolineata la preoccupazione per la non floridissima situazione della parte russa della popolazione; detto tutto ciò, si conclude che un viaggio in Estonia si giustifica solo se non avete veramente niente di meglio da fare.

Mercati mondiali

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Sao Paulo.

Il Viaggiatore Critico ha notato, come avranno fatto in molti, la profonda modificazione che hanno avuto certi mercati alimentari delle grande città. Quegli edifici, spesso di architettura elegante e leggera, fatti di ferro, ai tempi della Torre Eiffel; oppure di nervature di cemento, se più recenti. Posti sempre nelle zone centrali delle città dove il popolo andava a rifornirsi di verdura, frutte, grani e, quando possibile, carne e pesce.  Luoghi in antico pieni di confusione, spesso di sporcizia, di gente di bassa lega. Sembrava veramente di essere al mercato. Io li visito spesso, mi piacciono e mi piace vedere la verdura esposta: da un sacco di informazioni sulla città.

Poi sono arrivati gli urbanisti, gli architetti, gli assessori, gli imprenditori. In poche parola: la turistificazione. Probabilmente il primo caso è stato Les Halles di Parigi, poi hanno seguito tutti gli altri.  Cosa sono diventati?

In quasi tutti i casi il popolo vociferante ne è stato estromesso, relegato ai discount di periferia. In certi casi, subdolamente, è stato lasciato un angolo “naturale”; una specie di riserva indiana dove trovare un pò di banchi ed un pò di popolo a far colore.

Vi sono fortemente penetrati i venditori di cibo e paccotiglia varia da turisti. I banchi sembrano vecchi e tradizionali, ben sistemati, ben illuminati; ma vi si trovan cibi che non entrano in nessuna casa di gente del luogo. Prezzi sconsiderati o cibi fasulli; decorativi e non nutritivi; da turisti, appunto.  Anche i mercati delle città turistiche dei paesi arabi sono diventati così. Mucchi enormi di variopinte spezie, sforzi scenografici imponenti per il turistame di bocca buona. In Marocco sono particolarmente abili.

In tutti i mercati vi è sempre stato qualche banco che faceva da mangiare: piatti semplici, popolari, veri. Qualche banco. Ora sono straordinariamente aumentati di numero. Ed anche di varietà. I vecchi menu si sono allungati, vi sono stati inseriti piatti prima impensabili in un mercato. Vi si mangiavano piatti economici, da gente di mercato, non certo care prelibatezze. Vedere servito il salmone selvaggio nel mercato del vecchio porto di Helsinki è un insulto alla storia di quel luogo. Così come a Beirut i vecchi souks sono stati distrutti dalla guaerra e ricostruiti dal capitalismo più sfacciato diventando negozi e ristoranti di gran lusso. Stessa cosa a Vienna.

In alcuni casi è tutto il mercato ad esser diventato una sorta di ristorante, di food corner da centro commerciale. E’ l’indecoroso caso del secondo piano del Mercato di San Lorenzo a Firenze.  Più raffinato, ma altrettanto fasullo anche il mercato di Lisbona, dove rinomati chefs si sfidano lungo il perimetro dell’enorme salone pieno di gente, seduta ai tavoli, esattamente, ancora una volta, come nei centri commerciali. Piatti cari. Banchi di delikatessen di altissimo livello a Kiev, in mezzo alla povertà di una città ancora in molte difficoltà: un mercato che è passato da vendere le patate delle vecchine ad offrire i gamberetti freschi del Sud America. Indecente.

In altri luoghi, miracolosamente, un certo equilibrio si è mantenuto, come a Budapest. Il mercatone, in pieno centro, è ancora pieno di veri banchi con vera verdura ed i molti banchi di cibo pronto, pur destinati ai numerosi turisti, hanno mantenuto un’aria popolana, da mercato. Vi si mangia male, ma a poco prezzo e nel mezzo alla confusione. Lo stesso a Sao Paulo dove c’e’ un po’ di robaccia da turisti, ma anche molta vita vera di gente vera. In Vietnam, poi, il mercato tradizionale ed i suoi cibi, regnano sovrani; un gran piacere!

Due città molto vicine, due mercati del pesce con destini contrapposti: Santiago del Cile e Valparaiso. Il primo è diventato un insieme di ristoranti fighetti. Il secondo è popolarissimo, con tutti i prodotti veri e con un angolo di bettole. Ma a Santiago c’e’ il mercato generale, enorme, incasinatissimo e sporco dove ci sono le trattorie da mercato in piena regola. E di turisti, solo io.

Il premio per il miglior mercato va a quello di Pontevedra, in Galizia, Spagna. Si può comprare il pesce e farselo cuocere sul posto. Roba da turisti: zero.

Originalissima crociera di Capodanno a Capo Nord

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La rotta del postale della compagnia Hurtigurten. A volte sono navi grandi, a volte vecchie, piccole e molto romantiche, nella notte, d’inverno, nel Mare del Nord… Da Wikicommons by Tastocke – Own work.

Il Viaggiatore critico si sente di consigliarvi una crocerina che lui stesso ha fatto qualche anno fa, durante un viaggio invernale in Finlandia. Dopo essere arrivato con vari bus e nella più totale oscurità che durava 22 ore al giorno a Vadso, nel nord della Norvegia, aveva avuto l’idea di prendere il famoso postale dei fiordi norvegesi che si fa tutta la costa. A Vadso esiste ancora il traliccio da cui partì il dirigibile di Nobile. Le partenze del postale pare che siano grossomodo giornaliere. Di primissima mattina (tanto era comunque buio) prese il postale che quel giorno era il delizioso e vecchio Lofoten che lo portò in due giorni a  Hammerfest passando a pochissima distanza da Capo Nord. Tutto molto romantico e la fortuna volle che le temperature fossero  di pochi gradi sottozero. Il culmine del viaggio fu la cena dell’ultimo dell’anno. La nave si ormeggiò per qualche ora nel porto di una cittadina fatata, assolutamente deserta ed immersa nel ghiaccio ed accolse una trentina di abitanti che condivisero la ricca cena con i pochi passeggeri della nave. Dopo brindisi e saluti gli ospiti scesero e la nave ripartì nel nero fondo del Mare Artico. Bellissimo ed originalissimo.

Il meglio della mia Finlandia.

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Bungalow dell’eco-ostello di Linnansaari.
Un approdo, un fuoco, due salsicce….

Noleggiare una piccola barca con un motore da 10 cavalli a Oravi (carucci, ma completi e professionali) e girare nell’intrico di acqua, terra ed alberi fermandosi ad accendere un fuoco ed arrostirsi quel che si vuole (ma solo fuori dal Parco, dentro è proibito). Ancor meglio noleggiare una canoa, la tenda e quanto ci voglia e passare alcuni giorni fra le isole, remando e camminando. Acqua fredda e zanzare fameliche ma tontolone. Andare a sera all’Eco-ostello del parco per fare una sauna e visitare l’interessantissima azienda agricola del parco di Linnansaari, gestita come 100 anni fa.

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Parco di Linnansaari.

Viaggiare in macchina, o in bus per quelle infinite strade deserte, costeggiate da fiori o da neve, nella perenne luce o nel perenne buio, in quella che sembra una sola infinita foresta, chiazzata da acqua o da modeste radure; talvolta dei campi o dei pascoli rasati. Scarso il traffico, ordinatissimo e rispettoso di ogni regola immaginabile. Quasi mai dei paesi, rare le cittadine ed anche quelle semi-deserte, con pochi passanti. Ovunque un’atmosfera chiara; di luoghi che sembrano stare in un altro mondo rispetto a quello che abbiamo conosciuto fino a quel momento. Senso di estraneamento, ma gradevole, pacifico. Pare che nessuno abbia fretta o che sia particolarmente interessato a fare quel che sta facendo. E’ un paese astratto, rarefatto, diafano, liscio, accomodante, riservato. Ti senti sempre a tuo agio e ti chiedi perchè non ci sei venuto prima. Poi a viverci, magari, sarà un incubo per la mancanza di rumore e di emozioni forti; ma almeno per il tempo di un viaggio da turisti mi sembra un paradiso di beatitudine.

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Il municipio di Saynatsalo di Alvar Aalto del 1949.

E la stessa sensazione la danno gli interni, quelli nel famoso stile finlandese. Di grande semplicità e luminosità, sono altrettanto rarefatti del mondo esterno.  Negli alberghi, nei ristoranti, nei negozi, a volte anche nei ristori lungo le strade. Luoghi dove ti sembra che niente di male può avvenire, esattamente come in quella natura boscosa e lacustre dove i pericoli sembrano banditi dalla mano benevola delle Fate del Nord.  Atmosfere senza conflitti ed aggressività.

E la magia della notte fonda alle 11 della mattina, d’inverno, oltre il circolo polare, con il ghiaccio che scricchiola sotto le scarpe e la vita che pare scorrere normalmente: i bambini a scuola, gli adulti al lavoro, le nonne che vanno a fare la spesa con una specie di carrello del supermercato a forma di slitta che permette loro di sostenersi e di non scivolare. Poi viene un pò di chiarore e si vedono le renne nel parco cittadino di Rovaniemi e, più a nord, i laghi completamente ghiacciati dove duri uomini si divertono a correre sulle motoslitte.  E’ luce fugace, dopo un paio di ore di chiarore si torna al buio pesto e non sai più che momento della giornata sia e quando verrà il prossimo domani. Un viaggio sempre di notte; anche nel ricordo non si riesce a collocare gli avvenimento nel corso della giornata. Della nottata, per meglio dire. Non ci si capisce più niente ed il senso di stranezza è totale; dopo una settimana cominci anche a stare un pò maluccio.

Ma bello anche il Chiasma, il museo di Arte Contemporanea ed il teatro accanto, pieno di attività per tutti e tutte le ore. Del Chiasma, confesso che mi piace anche la caffetteria, affollata a pranzo, che da l’idea che anche quello spuntno che vi si prende sia un pò artistico. Ma mi piace anche il fatto che i bar siano spesso self-service, con tutta una serie di macchine sul bancone che dispensano svariate bevande e che vai poi a pagare alla cassa. Ed almeno l’acqua è gratis: ho visto giovani che stavano a lungo seduti ad un tavolino bevendosi solo un bicchier d’acqua. Pare che tutti si fidano di tutti e nessuno cerca di fregare nessuno.

E mi piace moltissimo  Arto Paasilinna, lo scrittore finlandese che riesce a dare nei suoi romanzi, esattissima, l’atmosfera che trovo nella natura finlandese. E’ uno di quei pochi casi in cui l’esprienza del lettore e quella del viaggiatore combaciano quasi perfettemente. Consiglio: Il bosco delle volpi, Il mugnaio urlante, Lo smemorato di Tapiola. Il suo editore italiano è Iperborea.

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L’incredibile opera di Markus Kahre esposta al Chiasma. (Qui in una versione esposta a Liverpool nel 2012).

Cito infine l’artista Markus Kahre e la sua straordinaria opera dello specchio, ospitata al Chiasma.

 

La gastronomia finlandese.

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Kalakukko, piatto tradizinale. E’ un pane di segale che racchiude dei pesciolini avvolti in pancetta. Il tutto veniva messo a cuocere in forno per molte ore, rimanendo alquanto secco. Era quindi facile da esser portato in viaggio o negli lunghe giornate estive di lavoro di boscaioli e contadini. E’ ora famosissimo e molto apprezzato.

Purtroppo non sembra che la pur deliziosa Finlandia abbia saputo partorire una cucina veramente degna di nota. Nel  consigliabilissimo viaggio in quel paese non sarà certo la gastronomia l’aspetto che più ricorderemo. Tradizionalmente la cucina finlandese doveva essere quasi esclusivamente contadina, con molta presenza di cacciagione e di pesca; gli ortaggi freschi erano presenti solo per brevi periodi durante l’anno. Carne e pesce dovevano essere conservati  molto a lungo e venivano, quindi, attentamente affumicati. Ed è proprio l’aroma di affumicatura quello che abbonda in questa cucina, fino ad oggi.  Le infinite foreste fornivano e forniscono grandi quantità di svariati frutti di bosco che sono quindi entrati in molti secondi, anche come marmellate, come fanno i tedeschi quando le aggiungono alla carne al forno. I cereali coltivabili sono quelli più resistenti al freddo come la segale e quindi i pani sono neri, pesanti, poco lievitati, integrali e che si conservano molto a lungo. Sono certo lontani dal nostro pane bianco, ma alcuni sono assai interessanti. Molte patate, ovviamente. Carne di bovino, con tutti quei pascoli, ma anche di renna, ovviamente, rossa e saporita e resistente al dente. Molto maiale. Formaggi, ma, a quanto visto, di qualità modesta, tipo Gouda; poche altre varietà.  Come grasso si usava, ovviamente, solo il burro.

Molto salmone, ma deve essere di origine norvegese e di allevamento. Eccellenti e molto presenti le aringhe; preparate in molti modi diversi, con svariate salsine, salamoie, preparazioni; sempre fredde, direi. Messe su quel pane scuro e forte dopo averlo imburrato fanno un eccellente piatto da accompagnare con la vodka, per poi sfidare freddo, neve ed orsi bianchi. Perfette le aringhe anche dopo la sauna. Altro punto forte i frutti di bosco. Da provare anche la renna, sia per la curiosità, sia per dare una mano agli allevatori lapponi.

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Stracotto di renna su fondo di purè di patate e con frutti di bosco. Da Zetor ad Helsinki. Più finlandese di così, non si può.

In questo contesto piuttosto esile sono facilmente penetrate altre cucine, più agguerrite. Le città sono piene di ristoranti italiani, internazionali, francesi, di tapas, tex-mex, cinesi, tibetani, ma anche di una marea di orribili fast food di pizza, kebab, fish and chips se non addirittura di Subway e Mc Donald. Un pò meglio sono i pub che oltre ai soliti piatti di carnaccia all’americana con la salsa barbecue, offrono qualcosa di locale. Almeno non costano molto.

Perchè, invece, i veri ristoranti finlandesi, oltre che scarsi, sono assai cari ed è facile lasciarci un cinquantino a capoccia, con la birra e non con il vino. Ad Helsinki il Viaggiatore Critico vi consiglia molto caldamente due ristoranti: uno, molto turistico  ma curiosissimo ed anche divertente, dove mangiare cose rustiche, della vecchia campagna. Si tratta di Zetor, certamente il ristorante più famoso di tutto il paese.   L’altro è  un delizioso ristorantino dall’aspetto vecchiotto, ma finlandesissimo e con dei camerieri gradevolissimi: il Kuu, dalla cucina più ricercata, pur nel rispetto della base locale.

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Ad una sagra a Turku. Polpette tipo quelle dell’Ikea con carote e patate a quadratini. Da notare che il piatto ed il cucchiaio sono in foglia leggerissima di legno.

Inutile bere vino, si va sulla birra, un pò pesantuccia o su dei sidri assai piacevoli, anche se non per pasteggiare. Da sottolineare la gentilezza dei ristoratori finlandesi che ti fanno trovare in tavola una bottiglia d’acqua che ti offrono.

 

Chicche finlandesi.

 

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Parcheggio di biciclette con tettino per riparare il sellino dalla pioggia.
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Alla reception per i bambini….
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Si vede male, ma su questa canoa anche i canini hanno il loro salvagente.
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Come altro deve essere il lotto scandinavo?
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Nelle aree rurali, lungo le strade, le cassette della posta sono così. Il postino può gettare il giornale od i pacchetti senza bisogno di scendere dal camioncino. Comodo d’inverno.
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In questo bar sono già pronte le coperte con cui ripararsi dal freddo estivo.
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Chi se non due giraffe si possono affacciare dal  balcone dell’Istituto Zoologico di Helsinki?

La vera sauna finlandese.

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La casetta della suana con il pontile da cui tuffarsi nel lago.

La sauna finlandese non ha niente a che vedere con quelle che vediamo da noi, nelle spa nostrane che sono quasi sempre luoghi falsamente ricercati, ondeggianti fra smanie salutistiche e luogo da rimorchio. Dove impera una fasullissima ricercatezza di atmosferiche esotiche.

Le saune in Finlandia sono vere, concrete, ruspanti; i finlandesi ci vanno anche tutti i giorni per riscaldarsi a fine giornata e per lavarsi prima di cena. Sono ambienti semplici e pratici, senza nessuna ricercatezza.  Ci sono saune private, della famiglia; oppure sono di pubblico accesso come quelle degli alberghi, dei campeggi, dei circoli sportivi. Ci sono infine le saune pubbliche dove tutti possono accedere pagando un biglietto d’ingresso.

Le saune pubbliche sono spesso miste e quindi ci si va in costume e senza pensieri reconditi. Che io sappia non esistono saune di accesso pubblico in cui i generi si mescolino nudi. Quelle degli alberghi o sono miste e quindi con costume o sono separate per uomini e donne e ci si può stare nudi. Alcune sono prenotabili ad ore e quindi sarà ad esclusiva disponibilità della famiglia o del gruppo di amici che l’hanno riservata. Nella sauna si suda, ci si rinfresca sulla terrazza o nell’acqua, si risuda ed infine ci si lava, ci si riveste e si va via (non ci si passa mezza giornata a ciondolare, come da noi). Ripeto, è una faccenda pratica che serve a riscaldarsi dopo il freddo preso durante la giornata ed a lavarsi. E’ una cosa da contadini di patate, da pastori di renne, da pescatori di salmoni, non da signorini da ufficio.

Ma prima di andarsene è quasi d’obbligo bersi una birra. Ed è tipico vedere le famigliole che vanno alla sauna con un cestino di vimini in mano, in cui sono bevande e spuntini. Tutta la cerimonia dura un’oretta ed è una cosa semplice e naturale come per noi andare a prendere un caffè al bar. I costi sono contenuti, sotto i 10 euro a persona; negli alberghi è solitamente gratuita. Nella sauna si può parlare, ed anche i timidi finlandesi si scaldano abbastanza da rivolgere la parola agli sconosciuti. Non sono affatto quei luoghi mezzi mistici come piacciono ai tedeschi.  Sono più simili alle gradevolissime terme delle piccole città ungheresi. Assolutamente impensabile associare alla vera sauna finlandese dei giochi di acqua tipo Aqualand.

Ma il punto a cui i finlandesi tengono di più è la natura della sauna: ci sono infatti quelle banalmente elettriche quali si trovano da noi oppure ci sono quelle tradizionali, a legna, reputate, di gran lunga, le migliori. Queste ultime sono sempre in casette di legno, spesso sul bordo del lago. Un angolo della costruzione è in mattoni, in modo che il fuoco della sauna non si propaghi alla costruzione in legno, e contiene una stufa a legna con sopra le pietre che si riscaldano e che diffonderanno lentamente il calore. I finlandesi sono convinti del fatto che in questo modo il caldo è più simpatico; il fumo che inevitabilmente esce dalla stufa annerisce la sauna e conferisce un buon odore di affumicato. Per questo motivo è detta anche sauna affumicata, smoked.  Se avete prenotato questo tipo di sauna solo per voi e per la vostra compagnia, sarà buona educazione, al momento di andarvene, riempire la stufa di legna per dare il massimo di calore al vostro successore. Può succedere che sia necessario spaccare e segare la legna, accatastata fuori. Nell’anticamera della sauna vi è una ulteriore stufa con sopra un serbatoio di acqua, sempre molto calda, con cui lavarsi alla fine della sauna. In realtà è molto più un sistema per riscaldarsi e lavarsi in compagnia, piuttosto che una esperienza di relax. Si prende una tinozza, si riempe di acqua calda aggiungendo acqua fredda per avere la temperatura desiderata e con quella ci si lava. Ci si insapona, ci si sciacqua, le mamme lavano i bambini, i ragazzi fanno casino, il babbo sorveglia che nessuno si avvicini alla stufa incandescente. Schizzi dappertutto, vapore, calore a mille, tutti rossi come gamberi, palle e tette all’aria: una festa pagana. Dopo fame e sete da lupi: birra e pane nero con sottaceti, salumi affumicati e formaggio. Abbondano ovunque secchi, tinozze e scope per lasciare tutto pulito alla vostra partenza.

Un viaggio in Finlandia senza numerose saune non ha senso; il problema, magari, risiede nel fatto che un italiano, poco abituato, avrà la tendenza a farne troppe, e sorattutto troppo lunghe e finirà con la pressione bassissima. Il segreto credo stia nel copiare gli inventori: le saune si devono fare spesso, brevi ed entrando nella stanza calda non più di due o tre volte.

Affascinante fare una sauna d’inverno ed uscirè nell’oscurità, gettandosi nel lago; la cui superficie ghiacciata è stata rotta per voi, poco prima, a colpi d’accetta. A raccontarlo sembra follia, ma è invece normalissimo. Il calore accumulato nella sana è talmente tanto che si ha il tempo di fumare una sigaretta, tutti nudi e bagnati a diversi gradi sotto zero, prima di sentire il freddo e di rifiondarsi nella sauna. La faccenda ha i suoi pericoli: una volta, sono scivolato nel fango del fondo del lago e mi sono tagliato sulla schiena con il ghiaccio intorno al buco in cui mi ero immerso.

Bisogna fare di tutto per provare almeno una sauna affumicata, come questa (ma non è affatto necessario dormire nell’albergo, pittosto bruttino, che l’ha “inglobata”).

 

Emozionante Finlandia.

Mio nokia1569Il Viaggiatore Critico è stato due volte in Finlandia; una per il solstizio d’inverno, intorno al 21 dicembre ed una per il solstizio d’estate, intorno al 21 giugno. In entrambi i casi la sua meraviglia è stata grande. Un paio di ore di penombra intorno a mezzanotte in entrambi i casi: il resto del tempo o tutto buio o tutta luce e sole. L’effetto è straordinario, completamente stupefacente; il corpo non si adatta, si dorme male, si è sconvolti. Una esperienza fortissima e molto, molto consigliabile. Naturalmente quanto più a nord, meglio, ma anche nel mezzo della Finlandia l’effetto è molto forte.

A ciò si aggiunga che la Finlandia è un paese delizioso. I Finlandesi sono persone gradevolissime e molto gentili, riservate, anglofone, disponibili ed accattivanti. Certo non sono molto espansivi, ma non hanno la boria e la prosopopea degli svedesi ed ancor più dei norvegesi. La Finlandia ha avuto una difficile storia di povera colonia agricola spartita fra svedesi e russi; i suoi abitanti hanno conservato uno spirito ancora molto rurale ed un pò dimesso.  Il maggior loro godimento è rifugiarsi in case di legno, sui laghi, isolate le une dalle altre e da tutto il resto. La casa è quasi invisibile dal lago perchè protetta dagli alberi. Sulla riva del lago solo una casettina piccola piccola per la sauna.

Non c’e’ molto da vedere in Finlandia; la stessa Helsinki offre poco: la zona intorno al porto, il Museo di Arte contemporanea, qualche chiesona. Ma vi si può essere attratti dal famoso design finlandese, presente ovunque, ormai un pò appannato, ma pur sempre di grande importanza storica. Le altre città sono spesso moderne, in quanto le versioni precedenti erano in legno che, immancabilmente, bruciava. Bella eccezione Rauma. Fa  un pò dispiacere vederle così moderne, a volte disadorne, ricche di centri commerciali e di fastfood: sembra di essere in quelle anonime ed alienanti cittadine americane. Non bisogna nascondere che aleggia su questi centri urbani un certo squallore e la gente che vi gira è lontana dal sembrare contenta.

Sono la natura ed i paesaggi i punti forti della Finlandia: una terra vuota, fatta di boschi, radure e laghi. Di tanto in tanto linde abitazioni ed edifici rurali di legno verniciato di rosso bordeaux che spiccano fra pascoli e boschetti idilliaci. Fattorie essenziali, pulite, nette, ma senza quella stucchevole cura maniacale dei dettagli tipica della Alpi. Paesaggi semplici, non certo maestosi, ma così pieni di pace…

E l’indicibile meraviglia dei laghi e delle loro isolette. O delle foreste nere nella notte invernale con gli alberi che diventano sempre più esili via via che ci si avvicina al mare Artico. O della terrazza di un bar sul mare a Vasa nella forte luce della mezzanotte di fine giugno. O della sauna, così diversa da quella che conosciamo noi.

Purtroppo è tutto un pò caro, mai meno di 100 euro per dormire, difficilmente meno di 40 per un ristorante (modesta la gastronomia) che non sia un pub. 7 la birra, 2 il caffè, vicino a 10 un museo.

Ma la Finlandia vale tutti i sacrifici, è luogo di grande dolcezza e pace dell’anima.