Vale la pena visitare l’Estonia?

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L’orrido trenino da turisti nel delizioso centro storico di Tallinn.

Alcune considerazioni:

  1. L’unica vera attrazione del Paese è la città vecchia di Tallinn che è un vero gioiello. Purtroppo è iperturisticizzata, piena di ristorantacci e di negoziucci di souvenir. Finisce per essere stucchevole e fastidiosa. E’ una città molto estesa, a volte fra un quartiere e l’altro ci sono delle foreste attraversate dai sentieri che portano al supermercato. O al cimitero….
  2. Il paesaggio in generale è molto rurale e bucolico. E’ un paese piatto fatto da campi e da foreste fittamente intervallate. Con paesini dalle chiese con il campanile acuto. Le case sono sempre distanziate l’una dall’altra, anche nei paesi; non vi è un vero e proprio centro. Case molto belle, spesso di legno. Ma tutto abbastanza monotono, con poche eccezioni.
  3. Gli estoni – estoni sono di una riservatezza che sfiora l’autismo. Difficilissimo averci  quei contatti empatici che fanno parte delle piacevolezze di un viaggio.
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    In costume, al bancomat della banca Svedese. Tutto un programma.

    Non reagiscono a nessun tipo di gentilezza e a dir la verità sembrano anche un pò villani, a volte. Ma forse non lo sono; deve essere l’effetto dell’enorme riservatezza, diciamo. Molte ragazze sono di una bellezza sconcertante. Inoltre, in media, le donne sembrano più alte degli uomini. Ma di colori e di modi molto simili a quelli dei ghiaccioli al limone.  Gli estoni – russi sono molto più espansivi e caciaroni. Si riescono a stabilire contatti.

  4. E’ un paese che si gira molto bene. Buone strade, ben indicate, trasporti pubblici eccellenti: regolari, frequenti, economici, pochissimo affollati. Il traffico è sempre modestissimo ed ordinatissimo.
  5. Della cucina se ne parla qua. Ma è meglio non farci conto.
  6. L’atmosfera è molto bella. Vi è quella chiarezza di colori, quella nitidezza della luce, quella leggerezza dell’aria che sono caratteristiche del nord e che commuovono l’animo, come in Finlandia. Vi è pace in quel paese, ci si rasserena. Il tramonto, quando soleggiato, è una festa per il cuore.
  7. Tanto che gli estoni paiono veramente molto calmi: si muovono lentamente, non vedi persone affrettate, non vi è che poco traffico, i trasporti pubblici sono
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    A Tallinn, fra un quartiere e l’altro vi possono essere delle foreste!!

    puliti, in orario, poco affollati. Nei negozi vi è sempre molto personale ed i clienti non si accalcano; i negozi hanno orari lunghissimi, tutti i giorni della settimana. Molti i negozi deserti, con la commessa seduta dietro il banco che guarda nel vuoto, ci si chiede come faccia fine mese. La gente passeggia molto, con andatura decisa, ma rilassata. In generale non danno l’idea di essere molto vispi, paiono andare in crisi con ben poco. Molti i bar dove si fa sussurata conversazione. Pochi sorridono, ridere è escluso. La loro sembra una vita lontana dallo stress e dalle preoccupazioni. Una sensazione di calma pervade il visitatore. Ma si sente la mancanza della vita.

  8. E’ certamente un paese ancora un pò povero. I prezzi sono di qualcosa inferiori a quelli italiani, ma vi è un’organizzazione della vita che permette di spendere relativamente poco: oltre ai ristoranti vi sono i bar nei quali si può sempre mangiare ad un livello del tutto simile a quello dei ristoranti, ma ad un prezzo assai modico. E vi sono anche dignitosissimi alberghi a prezzi molto ragionevoli.
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    La campagna, un po’ monotona.

    Inoltre è chiaro che una parte della popolazione (direi soprattutto i russi) è ancora in difficoltà; vi è quindi una certa aria di fatica che umanizza il quadro, per altri versi idilliaco, della vita estone. E tale fatica fa la differenza con la perfezione della Scandinavia a cui l’Estonia fa evidentemente riferimento, dal momento che gli abitanti si dicono scandinavi e non slavi (estoni – russi a parte, s’intende).

  9. Il visitatore ha quindi la possibilità in Estonia di vivere l’algida serenità scandinava, ma trovandola un pò meno algida ed un pò più umana. E tutto ciò senza farsi terribilmente pelare dai terribili prezzi scandinavi. Questo pare il punto centrale di un viaggio in Estonia: cogliere uno stile di vita che a noi pare quai perfetto. Questo stile di vita è di recente istallazione, iniziato dopo l’uscita dell’Estonia dall’Unione Sovietica e sta evidentemente cercando una sua completezza. Sta cercando la perfezione; sperando che non cada nella disumanità scandinava. E in questo gli Estoni mi son piaciuti.
  10. Non bisogna dimenticare la travagliatissima storia di questo piccolo paese, mai indipendente, o quasi. Ce l’hanno molto con il periodo sovietico dandogli tutte le colpe di questo mondo e dimenticando i grandi pregi che ebbe in campo
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    Il povero mercato dei russi.

    culturale ed architettonico. La Storia farà giustizia, prima o poi: L’estonia deve quel che è oggi anche (molto) all’appartenenza all’Unione Sovietica. Ad esempio, è riuscita a sfuggire al capitalismo efferrato degli anni ’60 e ’70 che ha devastato le nostre città conservando qui le vecchie e deliziose case di legno.

  11. Detto tutto ciò, riaffermata la gradevoleeza del viaggio, espressa la simpatia verso il popolo estone e sottolineata la preoccupazione per la non floridissima situazione della parte russa della popolazione; detto tutto ciò, si conclude che un viaggio in Estonia si giustifica solo se non avete veramente niente di meglio da fare.

Mercati mondiali

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Sao Paulo.

Il Viaggiatore Critico ha notato, come avranno fatto in molti, la profonda modificazione che hanno avuto molti dei mercati alimentari delle grande città. Quegli edifici, spesso di architettura elegante e leggera, fatti di ferro, ai tempi della Torre Eiffel; oppure di nervature di cemento, se più recenti. Posti sempre nelle zone centrali delle città dove il popolo andava a rifornirsi di verdura, frutte, grani e, quando possibile, carne e pesce.  Luoghi in antico pieni di confusione, spesso di sporcizia, di gente di bassa lega. Sembrava veramente di essere al mercato. Io li visito spesso, mi piacciono e mi piace vedere la verdura esposta: da un sacco di informazioni sulla città.

Poi sono arrivati gli urbanisti, gli architetti, gli assessori, gli imprenditori. Probabilmente il primo caso è stato Les Halles di Parigi, poi hanno seguito tutti gli altri.  Cosa sono diventati?

In quasi tutti i casi il popolo vociferante ne è stato estromesso, relegato ai discount di periferia. In certi casi, subdolamente, è stato lasciato un angolo “naturale”; una specie di riserva indiana dove lasciare un pò di banchi ed un pò di popolo a far colore.

Vi sono fortemente penetrati i venditori di cibo e paccotiglia varia da turisti. I banchi sembrano vecchi e tradizionali, ben sistemati, ben illuminati; ma vi si trovan cibi che non entrano in nessuna casa di gente del luogo. Prezzi sconsiderati o cibi fasulli; decorativi e non nutritivi; da turisti, appunto.  I mercati delle città turistiche dei paesi arabi sono diventati così. Mucchi enormi di variopinte spezie, sforzi scenografici imponenti per il turistame di bocca buona. In Marocco sono particolarmente abili.

In tutti i mercati vi è sempre stato qualche banco che faceva da mangiare: piatti semplici, popolari, veri. Qualche banco. Ora sono straordinariamente aumentati di numero. Ed anche di varietà. I vecchi menu si sono allungati, vi sono stati inseriti piatti prima impensabili in un mercato. Vi si mangiavano piatti economici, da gente di mercato, non certo care prelibatezze. Vedere servito il salmone selvaggio nel mercato del vecchio porto di Helsinki è un insulto alla storia di quel luogo. Così come a Beirut i vecchi souks sono stati distrutti dalla guaerra e ricostruiti dal capitalismo più sfacciato diventando negozi e ristoranti di gran lusso.

In alcuni casi è tutto il mercato ad esser diventato una sorta di ristorante, di food corner da centro commerciale. E’ l’indecoroso caso del secondo piano del Mercato di San Lorenzo a Firenze.  Più raffinato, ma altrettanto fasullo anche il mercato di Lisbona, dove rinomati chefs si sfidano dai lati dell’enorme salone pieno di gente. Piatti cari. Banchi di delikatessen di altissimo livello a Kiev, in mezzo alla povertà di una città ancora in molte difficoltà: un mercato che è passato da vendere le patate delle vecchine ad offrire i gamberetti freschi del Sud America. Indecente.

In altri luoghi, miracolosamente, un certo equilibrio si è mantenuto, come a Budapest. Il mercatone, in pieno centro, è ancora pieno di veri banchi con vera verdura ed i molti banchi di cibo pronto, pur destinati ai numerosi turisti, hanno mantenuto un’aria popolana, da mercato. Vi si mangia male, ma a poco prezzo e nel mezzo alla confusione. Lo stesso a Sao Paulo dove c’e’ un po’ di robaccia da turisti, ma anche molta vita vera di gente vera. In Vietnam, poi, il mercato tradizionale ed i suoi cibi, regnano sovrani; un gran piacere!

Due città molto vicine, due mercati del pesce con destini contrapposti: Santiago del Cile e Valparaiso. Il primo è diventato un insieme di ristoranti fighetti. Il secondo è popolarissimo, con tutti i prodotti veri e con un angolo di bettole. Ma a Santiago c’e’ il mercato generale, enorme, incasinatissimo e sporco dove ci sono le trattorie da mercato in piena regola. E di turisti, solo io.

Originalissima crociera di Capodanno a Capo Nord

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La rotta del postale della compagnia Hurtigurten. A volte sono navi grandi, a volte vecchie, piccole e molto romantiche, nella notte, d’inverno, nel Mare del Nord… Da Wikicommons by Tastocke – Own work.

Il Viaggiatore critico si sente di consigliarvi una crocerina che lui stesso ha fatto qualche anno fa, durante un viaggio invernale in Finlandia. Dopo essere arrivato con vari bus e nella più totale oscurità che durava 22 ore al giorno a Vadso, nel nord della Norvegia, aveva avuto l’idea di prendere il famoso postale dei fiordi norvegesi che si fa tutta la costa. A Vadso esiste ancora il traliccio da cui partì il dirigibile di Nobile. Le partenze del postale pare che siano grossomodo giornaliere. Di primissima mattina (tanto era comunque buio) prese il postale che quel giorno era il delizioso e vecchio Lofoten che lo portò in due giorni a  Hammerfest passando a pochissima distanza da Capo Nord. Tutto molto romantico e la fortuna volle che le temperature fossero  di pochi gradi sottozero. Il culmine del viaggio fu la cena dell’ultimo dell’anno. La nave si ormeggiò per qualche ora nel porto di una cittadina fatata, assolutamente deserta ed immersa nel ghiaccio ed accolse una trentina di abitanti che condivisero la ricca cena con i pochi passeggeri della nave. Dopo brindisi e saluti gli ospiti scesero e la nave ripartì nel nero fondo del Mare Artico. Bellissimo ed originalissimo.

Il meglio della mia Finlandia.

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Bungalow dell’eco-ostello di Linnansaari.
Un approdo, un fuoco, due salsicce….

Noleggiare una piccola barca con un motore da 10 cavalli a Oravi (carucci, ma completi e professionali) e girare nell’intrico di acqua, terra ed alberi fermandosi ad accendere un fuoco ed arrostirsi quel che si vuole (ma solo fuori dal Parco, dentro è proibito). Ancor meglio noleggiare una canoa, la tenda e quanto ci voglia e passare alcuni giorni fra le isole, remando e camminando. Acqua fredda e zanzare fameliche ma tontolone. Andare a sera all’Eco-ostello del parco per fare una sauna e visitare l’interessantissima azienda agricola del parco di Linnansaari, gestita come 100 anni fa.

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Parco di Linnansaari.

Viaggiare in macchina, o in bus per quelle infinite strade deserte, costeggiate da fiori o da neve, nella perenne luce o nel perenne buio, in quella che sembra una sola infinita foresta, chiazzata da acqua o da modeste radure; talvolta dei campi o dei pascoli rasati. Scarso il traffico, ordinatissimo e rispettoso di ogni regola immaginabile. Quasi mai dei paesi, rare le cittadine ed anche quelle semi-deserte, con pochi passanti. Ovunque un’atmosfera chiara; di luoghi che sembrano stare in un altro mondo rispetto a quello che abbiamo conosciuto fino a quel momento. Senso di estraneamento, ma gradevole, pacifico. Pare che nessuno abbia fretta o che sia particolarmente interessato a fare quel che sta facendo. E’ un paese astratto, rarefatto, diafano, liscio, accomodante, riservato. Ti senti sempre a tuo agio e ti chiedi perchè non ci sei venuto prima. Poi a viverci, magari, sarà un incubo per la mancanza di rumore e di emozioni forti; ma almeno per il tempo di un viaggio da turisti mi sembra un paradiso di beatitudine.

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Il municipio di Saynatsalo di Alvar Aalto del 1949.

E la stessa sensazione la danno gli interni, quelli nel famoso stile finlandese. Di grande semplicità e luminosità, sono altrettanto rarefatti del mondo esterno.  Negli alberghi, nei ristoranti, nei negozi, a volte anche nei ristori lungo le strade. Luoghi dove ti sembra che niente di male può avvenire, esattamente come in quella natura boscosa e lacustre dove i pericoli sembrano banditi dalla mano benevola delle Fate del Nord.  Atmosfere senza conflitti ed aggressività.

E la magia della notte fonda alle 11 della mattina, d’inverno, oltre il circolo polare, con il ghiaccio che scricchiola sotto le scarpe e la vita che pare scorrere normalmente: i bambini a scuola, gli adulti al lavoro, le nonne che vanno a fare la spesa con una specie di carrello del supermercato a forma di slitta che permette loro di sostenersi e di non scivolare. Poi viene un pò di chiarore e si vedono le renne nel parco cittadino di Rovaniemi e, più a nord, i laghi completamente ghiacciati dove duri uomini si divertono a correre sulle motoslitte.  E’ luce fugace, dopo un paio di ore di chiarore si torna al buio pesto e non sai più che momento della giornata sia e quando verrà il prossimo domani. Un viaggio sempre di notte; anche nel ricordo non si riesce a collocare gli avvenimento nel corso della giornata. Della nottata, per meglio dire. Non ci si capisce più niente ed il senso di stranezza è totale; dopo una settimana cominci anche a stare un pò maluccio.

Ma bello anche il Chiasma, il museo di Arte Contemporanea ed il teatro accanto, pieno di attività per tutti e tutte le ore. Del Chiasma, confesso che mi piace anche la caffetteria, affollata a pranzo, che da l’idea che anche quello spuntno che vi si prende sia un pò artistico. Ma mi piace anche il fatto che i bar siano spesso self-service, con tutta una serie di macchine sul bancone che dispensano svariate bevande e che vai poi a pagare alla cassa. Ed almeno l’acqua è gratis: ho visto giovani che stavano a lungo seduti ad un tavolino bevendosi solo un bicchier d’acqua. Pare che tutti si fidano di tutti e nessuno cerca di fregare nessuno.

E mi piace moltissimo  Arto Paasilinna, lo scrittore finlandese che riesce a dare nei suoi romanzi, esattissima, l’atmosfera che trovo nella natura finlandese. E’ uno di quei pochi casi in cui l’esprienza del lettore e quella del viaggiatore combaciano quasi perfettemente. Consiglio: Il bosco delle volpi, Il mugnaio urlante, Lo smemorato di Tapiola. Il suo editore italiano è Iperborea.

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L’incredibile opera di Markus Kahre esposta al Chiasma. (Qui in una versione esposta a Liverpool nel 2012).

Cito infine l’artista Markus Kahre e la sua straordinaria opera dello specchio, ospitata al Chiasma.

 

La gastronomia finlandese.

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Kalakukko, piatto tradizinale. E’ un pane di segale che racchiude dei pesciolini avvolti in pancetta. Il tutto veniva messo a cuocere in forno per molte ore, rimanendo alquanto secco. Era quindi facile da esser portato in viaggio o negli lunghe giornate estive di lavoro di boscaioli e contadini. E’ ora famosissimo e molto apprezzato.

Purtroppo non sembra che la pur deliziosa Finlandia abbia saputo partorire una cucina veramente degna di nota. Nel  consigliabilissimo viaggio in quel paese non sarà certo la gastronomia l’aspetto che più ricorderemo. Tradizionalmente si doveva trattare di una cucina quasi esclusivamente contadina, con molta presenza di cacciagione e di pesca. Cibi che si dovevano conservare molto a lungo e che quindi erano attentamente affumicati. Le grandi foreste fornivano grandi quantità di frutti di bosco che sono quindi entrati in molti secondi, anche come marmellate. I cereali coltivabili sono quelli più resistenti al freddo come la segale e quindi i pani sono neri, pesanti poco lievitati, molto serbevoli. Sono certo lontani dal nostro pane bianco, ma alcuni sono assai interessanti. Molte patate, ovviamente. Carne di bovino, con tutti quei pascoli, ma anche di renna, ovviamente. Maiale. Formaggi, ma, a quanto visto, di qualità modesta, tipo Gouda. Molto salmone, ma deve essere di origine norvegese e di allevamento. Le cose migliori restano le aringhe, preparate in molte salamoie e salse diverse e i frutti di bosco. Da provare la renna, sia per la curiosità, sia per dare una mano agli allevatori lapponi.

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Stracotto di renna su fondo di purè di patate e con frutti di bosco. Da Zetor ad Helsinki. Più finlandese di così, non si può.

In questo contesto piuttosto esile sono facilmente penetrate altre cucine, più agguerrite e, quindi, le città sono piene di ristoranti italiani, internazionali, francesi, di tapas, tex-mex, cinesi, tibetani, ma anche di una marea di orribili fast food di pizza, kebab, fish and chips se non addirittura di Subway e Mc Donald. Un pò meglio sono i pub che oltre ai soliti piatti di carnaccia all’americana con la salsa barbecue, offrono qualcosa di locale. Almeno non costano molto.

Perchè, invece, i veri ristoranti finlandesi, oltre che scarsi, sono assai cari ed è facile lasciarci un cinquantino a capoccia, con la birra e non con il vino. Ad Helsinki il Viaggiatore Critico vi consiglia molto caldamente due ristoranti: uno, da turisti ma curiosissimo ed anche divertente, dove mangiare cose rustiche, della vecchia campagna. Si tratta di Zetor.  L’altro è  un delizioso ristorantino dall’aspetto vecchiotto, ma finlandesissimo e con dei camerieri gradevolissimi: il Kuu, dalla cucina più ricercata, pur nel rispetto della base locale.

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Ad una sagra a Turku. Polpette tipo quelle dell’Ikea con carote e patate a quadratini. Da notare che il piatto ed il cucchiaio sono in foglia leggerissima di legno.

Inutile bere vino, si va sulla birra, un pò pesantuccia o su dei sidri assai piacevoli, anche se non per pasteggiare.

 

Chicche finlandesi.

 

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Parcheggio di biciclette con tettino per riparare il sellino dalla pioggia.
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Alla reception per i bambini….
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Si vede male, ma su questa canoa anche i canini hanno il loro salvagente.
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Come altro deve essere il lotto scandinavo?
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Nelle aree rurali, lungo le strade, le cassette della posta sono così. Il postino può gettare il giornale od i pacchetti senza bisogno di scendere dal camioncino. Comodo d’inverno.
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In questo bar sono già pronte le coperte con cui ripararsi dal freddo estivo.
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Chi se non due giraffe si possono affacciare dal  balcone dell’Istituto Zoologico di Helsinki?

La vera sauna finlandese.

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La casetta della suana con il pontile da cui tuffarsi nel lago.

La sauna finlandese non ha niente a che vedere con quelle che vediamo da noi, luoghi falsamente ricercati, ondeggianti fra smanie salutistiche e luogo da rimorchio.

Le saune in Finlandia sono vere; i finlandesi ci vanno anche tutti i giorni per riscaldarsi a fine giornata e per lavarsi prima di cena. Sono ambienti semplici e pratici, senza nessuna ricercatezza.  Ci sono saune private, quelle degli alberghi, dei campeggi, dei circoli sportivi e quelle pubbliche. Le pubbliche sono spesso miste e quindi ci si va in costume e senza pensieri reconditi. Quelle degli alberghi o sono miste e quindi con costume o sono separate per uomini e donne e ci si può stare nudi. Altre sono prenotabili ad ore e quindi sarà ad esclusiva disponibilità della famiglia o del gruppo di amici che l’hanno riservata. Nella sauna si suda, ci si rinfresca sulla terrazza o nell’acqua, si risuda ed infine ci si lava, ci si riveste e si va via (non ci si passa mezza giornata a ciondolare, come da noi).

Ma prima di andarsene è quasi d’obbligo bersi una birra. Ed è tipico vedere le famigliole che vanno alla sauna con un cestino di vimini in mano, in cui sono bevande e spuntini. Tutta la cerimonia dura un’oretta ed è una cosa semplice e naturale come per noi andare a prendere un caffè al bar. I costi sono contenuti, sotto i 10 euro a persona, negli alberghi è solitamente gratuita. Nella sauna si può parlare, ed anche i timidi finlandesi si scaldano abbastanza da rivolgere la parola agli sconosciuti. Non sono affatto quei luoghi mezzi mistici come piacciono ai tedeschi.  Sono più simili alle gradevolissime terme delle piccole città ungheresi.

Ma il punto a cui i finlandesi tengono di più è la natura della sauna: ci sono infatti quelle banalmente elettriche e quelle tradizionali, a legna. Queste ultime sono sempre in casette di legno, spesso sul bordo del lago. Un angolo della costruzione è in mattoni, in modo che non bruci e contiene una stufa a legna con sopra le pietre che si riscaldano e che diffonderanno lentamente il calore. Dice che in questo modo il caldo è più simpatico ed il fumo che inevitabilmente esce dalla stufa annerisce la sauna e conferisce un buon odore di affumicato. Per questo motivo è detta sauna affumicata, smoked.  Se avete prenotato questo tipo di sauna solo per voi e per la vostra compagnia, sarà buona educazione, al momento di andarvene, riempire la stufa di legna per dare il massimo di calore al vostro successore. Può succedere che sia necessario spaccare e segare la legna, accatastata fuori. Nell’anticamera della sauna vi è una ulteriore stufa con sopra un serbatoio di acqua, sempre molto calda, con cui lavarsi alla fine della sauna. In realtà è molto più un sistema per riscaldarsi e lavarsi in compagnia piuttosto che una esperienza di relax. Abbondano ovunque secchi, tinozze e scope per lasciare tutto pulito alla vostra partenza.

Un viaggio in Finlandia senza numerose saune non ha senso; il problema, magari, risiede nel fatto che un italiano, poco abituato, avrà la tendenza a farne troppe, e sorattutto troppo lunghe e finirà con la pressione bassissima. Il segreto credo stia nel copiare gli inventori: le saune si devono fare spesso, brevi ed entrando nella stanza calda non più di due o tre volte.

Affascinante fare una sauna d’inverno ed uscirè nell’oscurità, gettandosi nel lago; la cui superficie ghiacciata è stata rotta per voi, poco prima, a colpi d’accetta.

Bisogna fare di tutto per provare almeno una sauna affumicata, come questa (ma non è affatto necessario dormire nell’albergo che l’ha “inglobata” pittosto bruttino).