Caraibi

Questo post è una guida che conduce verso tutti gli altri post di questo blog che parlano dei Caraibi.

Dapprima bogna distinguere fra i diversi tipi di Caraibi che vogliamo visitare: è possibile farlo qui. Poi bisogna capire cosa vogliamo andare a fare e pensare bene se ne vale la pena, leggendo qui e tenendo presenti anche queste caratteristiche della regione.

Se si vuole andare a Cuba, da questo post è possibile accedere a molti altri. Moneta, donnelocalità, alberghi e casas particulares. Chi volesse andare ad abitarci dovrebbe leggere questo post.

Chi invece seguisse i molti italiani che vanno a Santo Domingo può leggere qui dove andare,  con quali compatrioti  e quali dominicani si troverà a fare.

Se invece vogliamo tralasciare i Caraibi di lingia spagnola, troviamo quelli di lingua francese. Le cossiddette Antille con le loro isole poco interessanti Martinica  e  Guadalupa con i suoi problemi di razzismo e con le difficoltà per il turista. Ma anche con la meravigliosa isola di Marie Galante e con il borgo di Grand’Riviere alla Martinica.

Ci sarebbe anche l’isola di Saint Martin mezza francese e mezza olandes, ma la sua visita è decisamente sconsigliata.

Fra le ex colonie francesi da non dimenticare il fascino difficile di Haiti e della sua capitale turistica (si fa per dire) Cap Haitien.

Anche se marginalmente anche la bellissima e complicatissima Penisola di Paria, in Venezuela, fa parte dei Caraibi.

Vi sono infine le isole anglofone, indipendenti, a volte molto saportie come Dominica, a volte insapori come Antigua e a volte interessantissime come Barbuda.

Questa è la mia classifica delle migliori tre spiagge, mentre le crociere sono nettamente sconsigliate.

L’inutile Antigua

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Stucchevoli e ripetitive villette di Antigua, Ve ne sono migliaia.

Ogni isola dei Caraibi ha la sua storia, il suo volto. Il destino ha voluto fare di Antigua (un po’ più grande dell’Elba, stato autonomo insieme alla vicina e intatta Barbuda) un immenso insediamento di ville per inglesi ed americani. Pur circondata da spiagge meravigliose, è priva di ogni interesse.

Non è cosi’ intasata come Saint Martin, disponendo di molto più spazio e non è nemmeno così votata ai piaceri notturni. E’ certamente molto più calma e vivibile; ha anche un minimo di contenuti storici grazie alla presenza di una vecchia base navale inglese.

I bianchi eurpei ed americani che si sono sono comprati appartamenti, villette e villone hanno bisogno di un esercito di immigrati caraibici che assicurano i servizi, i commerci, la manutenzione, la sicurezza; la costruzione di sempre nuove unità. Molte villette, stucchevoli e ripetitive. Ma anche tanti appartamenti ed appartamentini in piccoli condomini. Quindi anche centri commerciali, supermercati, una pletora di venditori di materiali e di servizi per l’edilizia. Non riesco a capire perchè qualcuno debba venire a passare qualche mese, tutti gli anni, in questo posto, così privo di interesse.

Fa parte di quelle isole di alta gamma, quasi come Anguilla o Saint Barthelemy, dove i prezzi sono molti alti.

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Parcheggi in doppia fila.

Ad Antigua, poi, trova pieno sfogo la frenesia delle crociere; il porto di St. John’s e’ attrezzato per ospitare fino a tre grandi navi in contemporanea. Un flusso di turistame ne esonda invadendo le poche strade del vecchio quartiere del porto trasformate in centro commerciale di triste paccottiglia.

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Croceristi alla ricerca di come passare due ore, prima di tornare a bordo per il pranzo.

Insomma un posto del tutto inutile, buono solo a passarci per andare nella meravigliosa Barbuda.

 

​Turismo pionieristico a Barbuda

img_20170226_113424.jpgSono andato avanti a pane e sardine in scatola, mi aggiravo su una bicicletta scassata, con le gomme sgonfie, senza luci;  ho pedalato nel nero assoluto dei black-out,  ho pagato a peso d’oro l’acqua da bere, ho lottato per non farmi spennare dal padron di casa.

Ma ho visto delle spiagge che mi hanno commosso profondamente fino ad avere delle vertigini; ho sfiorato la sindrome di Stendhal. Sono mesi che vagolo per spiagge stupende, ma queste sono riuscite ancora a colpirmi.

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La boscaglia cespugliosa che ricopre Barbuda.

Eppure Barbuda è un’isola brutta: due terzi dell’Elba, ma con molte acque interne, quindi ancora più piccola. E’ piatta e sassosa, coperta da una brutta e impenetrabile boscaglia spinosa. E’ abitata da sole 1.500 persone, tutte concentrate in un anonimo villaggione di casette sparpagliate, strade sterrate ed asini bradi.

Un paio di botteghe, quattro chiese di sette diverse. Una trentina di km di strada malmessa e nessuna attività economica, salvo due resort di estremo lusso dove si arriva in elicottero da Antigua. Molti vecchi e bambini, vivono tutti di emigrazione e di rimesse. Gli abitanti sono così pochi e così isolati che si parlano gli uni con gli altri come succede fra congiunti: con totale familiarità, con la sbrigatività della consuetudine, ma anche con quell’asprezza che anni ed anni di contrasti hanno cristallizzato. Un perenne battibecco da coppia di anziani coniugi.

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Si fa ancora il carbone di legna.

E’ incredibile come la vicina Antigua (con cui Barbuda forma uno Stato autonomo, come Dominica) sia sviluppata e frenetica e Barbuda sia abbandonata e in stato comatoso. L’uragano del 2017 non può che aver peggiorato le cose.

Già ai tempi della schiavitu’ doveva essere così: troppo arida per la canna da zucchero, ospito’ i campi che producevano il cibo per gli schiavi che producevano canna ad Antigua.  Deve aver ricevuto schiavi di seconda scelta e li’ son rimasti,  pezzo di Africa ai Caraibi,  come ad Haiti. Qualcuno vorrebbe rendersi indipendente da Antigua. Stati sempre più piccoli, sempre più poveri.

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Il paese, Codrington, è fatto di case sparse, spesso in lenta costruzione. Molti gli asini bradi.

Ci si arriva o con un catamarano da Antigua, 5 volte a settimana, o con un aeroplanino che atterra su una pista di erba. Vi sono alcune guest-house, spartane ma dignitose, con prezzi sbalorditivi. Non un ristorante, solo due o tre chioschi di cibo da strada: fish and chips, hamburger, le eterne cosce di pollo fritte. Chiedendo a destra e a sinistra si trova una macchina a noleggio, ma così cara che ho preferito una bicicletta, che comunque ho pagato al giorno come una macchina in Europa. Nessun trasporto pubblico, nessun taxi ufficiale. Frequenti black-out. Nessun straniero residente, il che deve essere un unico nelle isole dei Caraibi. Avevo prenotato la guest-house su Booking, all’arrivo volevano tre volte il prezzo pattuito; stessa cosa per la bicicletta.  Insomma, una fatica enorme, un turismo antico che pensavo non esistesse più.  A queste condizioni, evidentemente, i turisti sono rari, rarissimi e soprattuto vanno a Barbuda dalla mattina alla sera, con i tour organizzati da Antigua.

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Tenere acque.

Ma tutto ciò è enormemente interessante, eppoi ci sono quelle incredibili spiagge.

Bisogna andarci a Barbuda, ma subito perchè dicono che vogliono farci un aeroporto internazionale.

Dominica, semplicemente

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Probabilmente l’unica spiaggia di sabbia chiara di tutta Dominica: Father’s place a Marigot.

Mastro Lindo, il fratello cattivo di Ballotelli, Sandokan e il pirata Morgan con le loro ciurme, alcune ragazze di Sin City, il nonno di Bob Marley, un plotone di guardie del corpo di 50 cent. Tutti costoro ti vengono incontro appena sbarchi dal traghetto che ti ha portato a Dominica dalla Guadalupa o dalla Martinica. E pensi che alla sera, vivo, non ci arrivi.

Poi, invece, si mostrano tutti molto gentili, carini e ti aiutano nella tua imperizia di novizio.  Per niente razzisti o timorosi come alla Guadalupa.  I poliziotti poi, sono deliziosi.

Quando hai capito che sei salvo ti viene fuori la tenerezza (forse anche per il sollievo dello scampato pericolo) e rifletti su questi 70 mila discendenti di poveri schiavi africani che si son ritrovati (senza sapere perchè) su questo montarozzo pluriappuntito di terra scoscesa e lussureggiante. Ed il miracolo è che sembra che ce la stiano facendo.

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Architetture tipiche in legno nel centro di Roseau, la capitale.

Ritrovo quel che mi era terribilmente mancato nelle Antille francesi: Guadalupa, Martinica, Saint Martin e Marie Galante. Il sapore tropicale, la musica, il casino, un pò di sporcizia e trasandatezza, la gente nelle strade, i vecchietti che canticchiano e ballonzalano sul ritmo della musica che esce dalle macchine che avanzano lentamente lungo il mercato. Eppoi, finalmente, un bar ad ogni angolo. Ed un forte sapore di discendenti di pirati, bucanieri, filibustieri e gente simile. Ah, finalmente un pò di Caraibi!!!

L’isola non ha spiagge bianche, ma solo nere e grigie e nemmeno molto belle. Ma ha una continua e densissima foresta che ammanta le ripide pendici delle montagne. Soprattutto sulla facciata atlantica, la foresta è densissima e stupefacente, in molti luoghi, intatta; troppo ripida per essere coltivata. In queste selve inaccessibili si rifugiarono molti schiavi fuggiaschi, anche delle isole vicine.

Vi è un sentiero che percorre l’isola in 14 tappe, passando nelle fitte (anche troppo) foreste e toccando degli importanti fenomeni d vulcanismo. E’ il Waitukubuli National Trail su cui si basano le speranze turistiche di Dominica, decisa a divenire meta naturalistica. Anche perchè, oltre alla natura, non c’e’ molto altro.

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Lussureggiante la vegetazione.

Ma l’aspetto interessante sono gli abitanti di quest’isola (grande solo tre volte l’isola d’Elba): ex inglese, ma ormai del tutto indipendente, con proprio governo e tutto e tutto. Un pò di agricoltura, un pò di pesca, un pò di benefici da una parvenza di paradiso fiscale, un pò di proventi dalle bandiere-ombre, un pò di cooperazione internazionale, un pò di turismo verde (poco), un pò di croceristi della giornata, tante rimesse degli emigranti in America ed in Inghilterra. Una strana Università americana che vi ha impiantato una facoltà di Medicina con un migliaio di studenti.

Con questo mix di risorse, modeste prese singolarmente, ce la fanno ed il livello di vita pare decente. Molte belle casette, certamente degli emigrati. La capitale è Roseau, un grosso villaggio con tanti bazar dove si vende di tutto; che paiono fondaci levantini. Gli acquirenti vengono dai paesi e ripartono sui bussini da 9 posti, con tutti i fagotti.  Un enorme stadio da cricket.

img_20170218_111849.jpgL’atmosfera è straordinariamente rilassata e la gente sembra soddisfatta e di discreto umore, pur conservando un certo riserbo di stampo inglese.  Pochissimi i mulatti, rarissimi i bianchi locali, nessun immigrato, salvo qualche cinese; rari gli occidentali stanziali. Si mangiano i prodotti della terra, un pò di pesce, si beve rum e ci si fanno molte canne. I rasta sono numerosi, l’influenza della Giamaica è forte. Si chiacchera ed il tempo passa. L’aria è tersa, il sole brillante, le piogge rendono lucenti le foglie della foresta. La notte si organizzano concerti, soprattutto di reggae e dei suoi discndenti.

Nella città, nei paesi, nelle case abbiamo una via di mezzo fra l’ordine e la pulizia imposti dai colonizzatori europei e la sudicia cialtroneria del Sud America: quel giusto livello di rilassatezza igienica che rende la vita comoda. Si parla un inglese tropicale sui generis. Purtroppo la vita è cara e per il turista carissima (il rapporto qualità / prezzo è perfido). Ma si va in ciabatte, i capelli e le barbe si portano lunghi, alla rasta. Il fatto di essere su un’isola-stato ci lascia abbastanza indifferenti a ciò che succede nel resto del mondo, che, visto da qui, appare assai lontano. La stampa e la TV sono casereccissimi.

Insomma, se qualcuno non ha veramente niente da fare nella vita potrebbe benissimo prendere in considerazione l’idea di venire a non farlo a Dominica. Troverà un sacco di colleghi.

​L’isola di Marie Galante sfiora la perfezione

img_20170210_150638.jpgNumerose spiagge d’una bellezza commovente,  che non si riesce ad esprimere come si deve.  Quell’acqua cristallina,  contenta e sbarazzina. Quei riflessi ondivaghi dal colore celestiale.   Quella sabbia bianca che dispiace togliersi dai piedi.  Quelle palme che ombreggiano la spiaggia come fossero state piantate dall’Ufficio del Turismo. Quelle onde oceaniche che si infrangono lontano,  sulla barriera corallina,  ed arrivano a riva scodinzolando.

img_20170211_115203.jpgPiccolina (due terzi dell’Elba)  e rotondetta, l’isola di Marie Galante e’ francese e sta fra la Guadalupa e la Dominica,  nelle Antille,  ai Caraibi.

Ma non solo le spiagge.

L’interno e’ un altipiano vallonato agricolo e bucolico.  Vi si coltiva quasi esclusivamente la canna da zucchero,  soprattutto per farne del rum,  reputatissimo in Francia.  Le distillerie Bielle e Bellevue sono visitabili e si possono fare degli assaggi. I prezzi di certe bottiglie sono largamente superiori a quanto ci si potrebbe attendere. Ma ciò fa parte un pò della retorica tutta francese delle meravigliose isole delle Antille con il suo rum e le sue ragazze dalla pelle ambrata. Una delle quali arrivò perfino ad esser moglie di Napoleone: Josephine de Beauharnais che fu anche regina d’Italia, giusto per dire. Nata alla Martinica.

Prima schiavi,  poi lavoratori,  ora spesso piccoli proprietari,  la popolazione di Marie Galante vive in belle case sparse in campagna ed e’ attaccatissima alla img_20170209_162639.jpgtradizione.  Si vogliono ancora utilizzare i carri trainati dai buoi, si alleva del bestiame in modo antichissimo, si rifiuta il catasto affidando la prova della proprietà alla memoria collettiva, si rifiutano con grande fermezza i tentativi di speculazione immobiliaria-turistica (che hanno distrutto Saint Martin). Mi dicono che i locali non vendono terre o case ai forestieri. Al massimo affittano per brevi periodi. Solo dopo molto tempo acconsentono a vendere a delle famiglie che hanno dimostrato, anno dopo anno, di comportarsi come si deve: ormai quegli stranieri sono diventati di casa ed è concesso loro comprare. Questo è un atteggiamento assolutamnte anticommerciale ed diseconomico, ma che ha permesso all’isola di restare un luogo di pace e non un bordello a cielo aperto. Grande rispetto per questi abitanti.

Oltre la canna da zucchero, pochissime altre attività;  un po’ di turismo,  discreto e poco visibile: molte case in affitto, pochissimi alberghi e di piccole dimensioni.

Tre borghi, sbiaditi dal sole e tramortiti da perenne siesta. Scalcinati come tanti borghi marinai nel Mediterraneo degli anni ’60.

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Le casette in campagna sono spesso colorate e graziose. In molti casi attendono i proprietari, emigrati in Francia e che vi ritorneranno ormai in pensione.

Quindi pochi abitanti, delinquenza quasi inesistente, traffico simbolico,  una grandissima calma, rapporti facili con le persone.  Una deliziosa situazione di serenità, pace,  familiarità’. Pare di aver vissuto da sempre su queste plaghe felici e di non volersene andar mai. Peccato qualche lieve accenno di razzismo contro i bianchi, come alla Guadaloupe.

Questa isola merita,  da sola e di gran lunga,  un viaggio ai Caraibi.

Esiste un lato negativo (oltre al fatto che la sera non c’e’ niente da fare).  Come in tutte  le altre isole francesi manca completamente il sapore tropicale,  la musica,  la voglia di vivere,  la gente in strada,  la calda confusione delle notti, tipiche di questa parte di mondo.

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Resti di un molino a vento per macinare la canna da zucchero.

Il benessere, il welfare, l’emigrazione facile, gli infiniti aiuti agli individui,  alle famiglie,  alle attività agricole;  la pressione,  tipicamente francese e fortissima, contro ogni espressione culturale che non sia quella nazionale elaborata nei salotti parigini; tutto ciò ha fatto di questo popolo un insieme di piccoli e benestanti francesi.

Meglio cosi’ per loro,  certamente, ma insipido per il turista.

Son poi venuto a sapere che, purtroppo, quest’isola presenta una difficoltà inattesa: i sargassi. A certe epoche dell’anno grandissime quantità di queste alghe arrivano a riva, sul lato di Capesterre, dalla parte dell’Oceano, e vi si fermano. Finiscono per marcire ed un insopportabile odore di zolfo si spande nell’aria. Gli stessi abitanti sono costretti a lasciare le loro case e a trasferirsi da parenti all’interno dell’isola. Il Comune cerca di portare via le alghe, ma le quantità sono talmente grandi che il lavoro è lungo, difficile ed eccessivamente costoso. Quel poco di turismo che c’e’ langue e gli esercizi devono chiudere. Poi la situazione si risolve, ma nel frattempo son passati dei mesi. Una polemica senza fine contrappone gli abitanti della zona all’Amministrazione statale che non è abbastanza rapida nell’agire. Ma si sa che i francesi trattano questi luoghi come colonie, come posti da ex-schiavi.

Il sogno dei Caraibi si infrange a Saint Martin 

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Bella spiaggia, ma milioni di metri cubi di strutture turistiche subito dietro.

Le spiagge di Saint Martin sono bellissime. Sabbie chiare, mare smeraldo, palme ed alberi frondosi,  a volte aperte sul procelloso Oceano Atkantico,  a volte riparate sul lato del mare dei Caraibi. Sono numerose e non avremmo voluto distaccarcene.

E bene avremmo fatto a non lasciarle, perche’ alle loro spalle c’è un vero inferno. Una sola,  totale, squallida periferia da grande citta’ con magazzini,  depositi, casupole dei poveri immigrati,  strade polverose.  Oppure porti turistici, Casinò, discoteche, saloni da feste, locali da adulti, centri commerciali, ristoranti. La Las Vegas dei Caraibi. Ovunqe un traffico angosciante.
Qua e la’ i complessi, chiusi con alti muri,  delle lussuose ville o dei condomini con vista sulle Marine affollate da grosse barche.

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Una delle poche attrazioni di Philipsburg: il palazzo di giustuzia con un ananas sopra. By Asksxm – Own work, da Wikicommons.

A partire dagli anni 60 una politica di progressiva liquefazione delle regole ha dopato l’economia: porto franco, detassazione,  deregulation.  Si installarono le attività tipiche del riciclaggio: casinò ed edilizia turistica soprattutto dalla parte olandese, la prima a liberalizzare. Sulla tradizione, peraltro, delle colonie olandesi dei Caraibi, nate nel ‘600 come basi commerciali. Ora come allora vi si fa mercimonio spietato di tutto, in uno sfrenato orgasmo liberistico.

In anni passati il boss locale era un certo Rosario Spadaro del clan dei Santapaola di Catania, giusto per dire.  Lo stesso Nitto Santapaola frequentava l’isola. Del resto la Colombia è vicina e sono molte le isole caraibiche profondamente implicate nel passaggio della coca verso Stati Uniti ed Europa.

In questo contesto sono state costruite migliaia di ville e di appartamenti in condomini di alto livello, creando lavoro nell’edilizia e nella successiva miriade di servizi che la clientela richiede. Lo stesso succede per l’indotto marittimo, con i porti turistici, le cosiddette  Marine, e le loro infinite barche, alcune molto importanti.

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L’assalto alle colline. By giggel, da wikicommons.

Si sono riversate, quindi, su Saint Martin decine di migliaia di lavoratori delle vicine isole caraibiche che hanno dovuto trovare alloggio. Questi immigrati eseguono spesso lavori di bassa manovalanza, di servizio domestico, di semplice manutenzione delle ville, dei giardini, delle barche. Gli stipendi sono bassi e le condizioni abitative di questa gente sono modestissime. I lavoratori sono molti ed i loro quartieri simil-bidonville hanno riempito l’isola. In una tale disgregazione sociale la malavita prospera. Luoghi di riciclaggio, poteri anche corrotti (un governatore olandese fini’ in carcere in una inchiesta per mafia), disinteresse per il bene pubblico, che cade letteralmente in rovina. Andando a zonzo ho attraversato, senza volere, senza sapere, il quartiere dei dominicani, nella parte francese. Avevo notato che la gente mi guardava strano, dopo ho saputo che è uno dei luoghi da cui tenersi attentamente lontani.

Saint Martin è soprattutto frequentata per i piaceri notturni: vi sono molti Casinò, molti bar per la sera, un’infinità di locali per adulti. Il denaro scorre facilmente.

Si ha quindi un’isola in cui sono intimamente mescolate le zone di lusso con le loro muraglie, quartieri-ghetto e zone del divertimento notturno verso le quali sciamano, a sera, le prostitute, sugli stessi bussini sui quali tornano dal lavoro le loro sorelle maggiori che hanno fatto i servizi negli alberghi o nelle ville.

Tutte queste cose e vicende avvengono in pochissimi chilometri quadrati; il giro dell’isola si fa in meno di una giornata di cammino.

La viabilità è scarsa ed in pessimo stato. Su quei pochi chilometri di strade si riversano le macchinone dei ricchi residenti, il traporto pubblico dei lavoratori, i mezzi di servizio, le auto noleggiate dai turisti di passaggio. E’ praticamente un solo ingorgo continuo che interessa l’isola da un capo all’altro. Un’ora per fare i 10 chilometri che separano le due capitali è la norma.

La situazione è ulteriormente peggiorata dal fatto che ogni anno arrivano sull’isola un milione di turisti di breve durata ed un altro mezzo milione che sbarca dalle navi da crociera per poche ore. L’affollamento della parte olandese, più glamour, è totale.

I turisti si riversano, immancabilmente, sulla famosissima spiaggetta di Maho sorvolata a pochi metri di quota dagli aerei in atterraggio nell’aeroporto della parte olandese. Si divertono un mondo a farsi passare i Boeing 747 a pochi metri dalla capoccia.

Finora sono state occupate le parti basse dell’isola; ma le lottizzazioni turistiche e gli slums operai stanno attaccando le colline, brulle e ripide. Si sta andando verso le favelas come sulle colline di Rio.

Insomma un’isola completamente invivibile, lontanissima dal mitico mondo caraibico, che si limita alle sue spiagge. Molto diversa dalle altre isole francesi delle Antille come Guadalupa e Martinica ed abissalmente lontana da Santo Domingo o Dominica. Un caso unico. Nel 2017 un fortissimo uragano ha colpito l’isola, aggiungendo distruzione alla distruzione.

​La vitale accozzaglia di St. Martin

Cosa fa tutta questa gente sulla spiaggia di Maho a Saint Martin?

Saint Martin, ai Caraibi, un’isola piccola, meno di un terzo dell’isola d’Elba,  che ospita,  in grande confusione, una impressionante quantità di cose, persone e fatti. Due nazioni con ordinamenti statali ben diversi, ognuna con la propria capitale; tre monete correnti; cinque lingue d’uso pubblico normale;  due aeroporti internazionali; una infinita’ di popoli diversi; 70.000 abitanti;  il tasso record francese di rapine; traffici finanziari, narcotraffico,  riciclaggio mafioso.

Vi e’ una parte francese ed una olandese; la prima e’ Francia,  esattamente come Place de la Bastille,  con capitale Marigot; la seconda e’ uno stato in qualche modo associato all’Olanda, con capitale Philipsburg. La frontiera non è visibile, ma sulle carte c’e’.

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Aspettano l’aereo!!! Non è un montaggio. Di Timo Breidenstein – https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=38245028

L’euro e’ largamente utilizzato, ma meno del dollaro; circola anche  il Fiorino dei Caraibi, moneta ufficiale della parte olandese. I prezzi sono espressi nelle tre monete.
La lingua comune e’ un inglese locale, che viene parlato come prima lingua anche nella parte francese (giusto per far dispetto ai loro colonizzatori). Il francese e’ conosciuto da molti,  ma scarsamente praticato; si parla,  naturalmente,  il creolo delle Antille francesi (come alla Guadalupa e alla Martinica),  ma anche il papiamento che e’ il creolo delle colonie olandesi derivato,  incredibilmente,  dal portoghese.  A causa dei molti dominicani,  lo spagnolo e’ molto diffuso.

I bambimi vanno a scuola da una parte o dall’altra, secondo dinamiche variabili. La Francia,  cosi’ dispettosamente puntigliosa al momento di difendere cultura e territorio,  qua sembra essersi arresa e lascia fare,  rinunciando all’ordine costituito. I poliziotti della parte francese parlano inglese fra di loro. Anche alla Posta gli impiegati francesi, dopo anni di resistenza, si son dovuti piegare ed ora discorrono in inglese con gli utenti.

Ogni parte ha il suo aeroporto internazionale,  cosi’ vicini che gli aerei si disturbano mutuamente e ci vuole una regia unica (dalla parte olandese) per coordinarli.

Una sfrenata corsa alla deregulation, lo stato di porto franco, le facilitazioni da paradiso fiscale hanno dopato l’economia che ha richiamato folle di immigrati dalle altre isole caraibiche, ben più povere. La popolazione dell’isola si e’ decuplicata in pochi decenni: son venuti a cercar fortuna dominicani caciaroni,  haitiani sfiniti dalle difficoltà del loro paese, giamaicani sfrontati,  cinesi commercianti, caraibici anglofoni vari, gli immancabili indiani, europei in cerca della estate infinita.

In tale marasma e con la poca collaborazione fra le due polizie, il narcotraffico e la minuta delinquenza imperversano. Le rapine sono frequentissime. I delinquenti passano il confine e son salvi.

In questa isola, assolutamente senza anima e fervente di attività, la gente convive apparentemente senza tensioni e nella mutua indifferenza, cercando, ognuno, di lottare nella vita,  come si conviene in un luogo che fu di pirati,  bucanieri e filibustieri.  La storia si ripete. Ma a ben guardare le cose sono assai tristi.

 

Attrazione fatale fra dominicani ed italiani.

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La prima strada della prima città della prima colonia spagnola in Sud America. A Santo Domingo. Qua incominciò il casino.

Ci devono essere motivi profondi che spiegano l’attrazione che quest’isola di Santo Domingo esercita sugli italiani, oltre a quanto già detto nel post sugli italiani a Santo Domingo . Non bastano le donne belle e facili,  la mancanza di un trattato di estradizione,  il clima buono, l’aria dei Caraibi, certe spiagge.

Vi e’ certamente altro.  A Santo Domingo vi e’ una quasi totale mancanza di regole. Ognuno fa quel che vuole.  Le leggi sembrano essere poche,  semplici,  facilmente aggirabili e la corruzione risolve quasi tutto.

I dominicani sono di carattere facile e ampliamente flessibile e non soffrono della terribile malattia,  cosi diffusa in America Latina,  del nazionalismo. Non hanno nessun complesso di inferiorità nei confronti degli stranieri, come invece succede spesso nel continente. Quindi lo straniero non è fonte nè di ammirazione, nè di disprezzo. Non gli viene dato molto peso; contano i suoi soldi, non lui stesso.

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Si guarda il cricket alla televisione, nella bottega bar del paese, il sabato sera. Come in Italia il calcio negli anni ’60.

Lo straniero a Santo Domingo  si sente doppiamente libero. Fa quel che vuole e non si sente diverso in quanto straniero.

Gli italiani poi,  così insofferenti delle regole ed amanti dei sotterfugi fantasiosi per ingannare lo Stato, trovano qua un paradiso.  Respirano a pieni polmoni e trafficano felici. Non tutti gli italiani,  ovviamemte,  ma quella vasta fetta di arruffoni, arraffoni, faccendieri,  filibustieri,  evasori,  individualisti,  paraculi,  sbruffoni che son venuti in abbondanza.  Aprono e chiudono attività, assumono e licenziano con lo schioccar delle dita,  evadono l’evasibile,  corrompono e mentono.  Il mondo e’ loro,  fategli largo.

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Vecchietto dominicano. Normalmente sono incazzosi e dalla lingua lunga.

Un esempio perfetto della mancanza di regole della Repubblica Dominicana è quello del regime dei visti. Non ce n’e’ bisogno per entrare e per starci 30 giorni.  Se ci stai di piu (anche anni ed anni) basta pagare una modesta cifra all’uscita.  In questo modo non sarai  mai un clandestino. E, da poco,  puoi ottenere il visto,  pagando quella cifra, anche se hai il passaporto scaduto,  cosa che avviene a molti latitanti.  Più comodo di cosi…. (Da metà 2018 questa cuccagna sembra un pò finita, ma i nostri prodi italiani sono già alla ricerca dell’inganno per continuare come prima)

Ma vi e’ ancora dell’altro.  I Dominicani,  almeno quelli che entrano in contatto con  i turisti,  sono assai proclivi alla bugia ed alla truffetta.  Nei negozi i prezzi sono stabiliti secondo il tipo del cliente. Se straniero paga moooolto di più.  Perfino nei supermercati i prezzi affissi sono per i turisti.  Gli acquirenti locali hanno un bello sconto.  In generale vi raccontano sempre un sacco di balle,  quasi piu’ per il piacere di raccontarle che per l’eventuale vantaggio che ne possono trarre. Vi fermano per la strada e si improvvisano ciceroni in luoghi sprovvisti di ogni interesse. Non vi vendono la Fontana di Trevi perchè non sta lì.

Son capaci di chiedere prezzi spropositati per i trasporti o le escursioni.  Negli alberghi vi dicono un prezzo eppoi lo alzano al momento di pagare,  oppure vi fatturano un paio di notti in piu’.  Chiedete un pesce lesso e ve lo portano fritto, cercando di convincervi che e’ lesso. Al conto del ristorante viene spesse aggiunto il 10% di servizio e il 18% di tasse. Tutto insieme fa il 30% in più di quanto scritto sul menu. Come se quelle tasse le pagassero!!

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Architetture caraibiche. Un pò frufru, ma rallegrano l’animo.

Inoltre hanno la lingua lunga,  scherzano molto, si prendono in giro fra di loro, rispondono in rima alle battute.

Sono, insomma, bugiardi,  furbastri, salaci, sfrontati. Non vi sembra il ritratto anche degli italiani? Due popoli cosi’ simili finiscono sicuramente per affratellarsi e convivere facilmente!!

Ed in effetti va a finire che a parte le frequenti incazzature dovute alle truffette più che quotidiane, a Santo Domingo si finisce per starci bene e a proprio agio, circondati da un’atmosfera molto rilassata e quasi familiare. Ci si diverte con i dominicani, si ascoltano le mille storie degli italiani. E le giornate scorrono fluide nel torpore tiepido dei Tropici.

Un cantuccio incantato

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Una chiesa dall’aspetto nordico e il suo cimitero con le tombe dai cognomi da schiavi.

Nonostante tutto il male che ho detto della Guadalupa e della Martinica,  ho trovato assolutamente delizioso un angolo di quest’ultima isola .  Mi ha incantato e non ho voglia di andarmene.

Mi e’ gia successo altre volte: a Corvo,  a Kassos,  nel sud del Cile. Sono luoghi alla fine della strada,  di un isola,  del mondo.  Oltre non si puo’ andare e l’animo mio irrequieto vi trova pace.

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Un luogo umido.

Qua siamo a Grand’Riviere,  l’ultimo paese del nord della Martinica.  La strada, minima e tortuosissima vi arriva esausta e si spegne.  Solo scoscesi sentieri permettono di proseguire verso l’altro lato del vulcano che sovrasta il paesino e tutto il nord di questa brutta isola..

Si stende su un minuscolo pianoro costruito dal fiume, stretto fra l’Oceano procelloso e le ripidissime pendici del vulcano ricoperto da una vegetazione sfacciata.

Il paese e’ francamente brutto,  composto da casette di muratura il cui intonaco e’ spesso annerito dall’umidita’ instancabile.  Vi piove, infatti, quotidianamente, ma brevemente.

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Da casa mia.

Una spiaggia di sabbia nerissima,  vulcanica,  una diga foranea enorme per poche barchette di pescatori.

Gli abitanti sono neri o mulatti scuri discendenti degli schiavi che lavoravano in una piantagione di canna di cui si vedono ancora i resti dei fabbricati. Non sono razzisti: il sindaco è il più nero di loro, invece di essere, come capita normalmente, il più bianco.

Sono deliziosi.  Mi hanno adottato,  unico turista che dorme nel villaggio.  Mi regalano il pesce appena pescato,  mi portano da mangiare gia’ fatto nell’appartamento che ho affittato, mi danno il loro pane quando l’unica bottega lo finisce,  mi offrono il rum.

img_20170131_120950.jpgPasso le giornate a nuotare nel porto,  a vedere i lavori per il suo dragaggio,  a parlare di filosofia con lo scemo del villaggio e di ricette di cucina con le vecchie. Polemizzo con la bottegaia su ogni argomento e mi arruffiano con i miei vicini sparlando dei francesi. Mi son messo d’accordo con il padreno di uno dei bar per fare la pizza, una volta a settimana; ma non subito, più in qua. Faccio la classifica dei migliori ponches al rum del villaggio. Cammino sui ripidissimi sentieri alle spalle del paese dove trovo numerose capre.  Loro legate,  io liberissimo.

Nessuna attività economica, salvo pochissima pesca e tre modestissimi ristoranti per i turisti francesi che vi arrivano in giornata, con le loro auto noleggiate, e che subito ripartono frettolosi di tornare nella bolgia del resto della Martinica. Degli orti su pendenze alpinistiche.

Il fine settimana tornano in paese i lavoratori e gli studenti.  Dal lunedi, torneremo alla nostra pace.  Fatta di niente,  fatta di vita.