La fastidiosa Trinidad

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Trinidad. di Leon Petrosyan da Wikicommons.

Trinidad, a Cuba,  è una cittadina coloniale a breve distanza da una spiaggia piuttosto insignificante con dei brutti albergoni. Le qualche strade del centro disposte a scacchiera sono fiancheggiate da case ad un piano di bello stile coloniale. Dagli ampi finestroni protetti da antiche inferriate si vedono gli interni, spesso adibiti a ospitalità dei turisti o a ristoranti privati. Il luogo sarebbe bello anche se un po’  lezioso ed artefatto.

Ma Trinidad è un vero inferno. Il turista non può fare un solo passo senza essere strattonato ed infastidito da venditori di camere, di ristoranti, di escursioni, di oggetti. Se vi arrivate con il bus, vi sarà perfino difficile uscire dalla stazione a causa della folla strabordante di persone che vi vogliono portare a dormire a casa loro. Vi dovrete far largo a dure gomitate. All’incrocio principale della città vi è una tale pressione su du voi da consigliarvi di fare lunghi giri per evitare quel luogo.

In un’altra occasione mi è successo di essere entrato in una casa privata che mi aveva attratto per chiedere se aveva camere disponibili. Non ne aveva , ma fummo sequestrati (a chiave) fino a che non trovarono un proprietario, che ne aveva, a cui fummo venduti.

E’ insopportabile.

Attenzione ai ristoranti i cui proprietari sono spesso assai maleducati e sempre carissimi per i livelli cubani, ma anche per quelli italiani.
Sconsiglio vivamente di andarci.
Ma se ci dovete proprio andare, dormite da Tania. Lei e la sua famiglia sono molto gentili e non vi verranno a cercare in strada per portarvi in casa loro. Il padre è un vecchio rivoluzionario molto amante della cucina cubana, anche se non riesce nell’impossibile sforzo di farla diventare buona. Comode e pulite le camere, la nostra con drappeggi di raso rosso. Hanno un simpaticissimo gatto nero (ma non del tutto nero).

Sesso a Cuba

19042011611La tradizione della prostituzione a Cuba è antica. Fra le due guerre mondiali l’Avana era frequentata dagli americani, mafiosi compresi, ed era definita un bordello a cielo aperto, tanto vi era diffusa. Vi andavano a fare tutti i peccati che a casa loro erano malvisti; i mafiosi a fare in pace le loro riunioni.

La rivoluzione cubana portò una moralizzazione, ma non durò molto. L’Unione Sovietica si dissolse ed il commercio (e gli aiuti) con quel paese terminarono. La situazione nell’isola diventò terribile; l’infame blocco economico americano continuò ed il governo cubano cercò nuovi introiti, fra i quali il turismo.

Accordi con capitali europei portarono alla costruzione di grandi alberghi (da non frequentare) e all’avvio di una floridissima epoca turistica che è via via venuta aumentando e che nuovo e forse disastroso impulso prenderà con la riapertura dei rapporti con gli Stati Uniti.
Con l’arrivo del turismo le attività commercial-amorose delle ragazze (e dei ragazzi) cubane ripresero il via con foga e determinazione. L’arte passò dalle nonne alle nipoti con uguale perizia.
Il livello di diffusione della prostituzione è difficilmente immaginabile, va visto per credervi. Un uomo, da solo o in compagnia maschile, verrà abbordato da bellissime figliole con incredibile frequenza. Ciò avviene soprattutto nei luoghi frequentati dai turisti e più facilmente nelle ore verso la sera. Gli basterà sedersi su una panchina, in un bar, sullo scalino di una chiesa, per trovare calda compagnia fino alla mattina. Nei locali notturni poi sarà un vero assalto. Le ragazze sono bellissime e gentili. La cosa è talmente normale, frequente e diffusa da perdere quei connotati squallidi che ha spesso altrove, per divenire una attività normale, decente, da fare con disinvoltura e garbo sotto gli occhi di tutti. Non c’e’ niente di cui vergognarsi o da nascondere. Sembra vero amore. Ogni uomo diviene George Clooney. In effetti non è una brutta sensazione.

Le ragazze sono fanciulle anche di buona famiglia, studentesse, lavoratrici dei più diversi rami, dipendenti dello Stato. Fanno la loro vita normale, hanno il loro fidanzato, ma arrotondano con gli stranieri. Sembra tutto molto normale e pulito. Forse è proprio così che dovrebbe essere, se non ci fossero stati duemila anni di cristianesimo sessuofobo e bigotto.
Ti costano un pò di soldi in ristoranti, discoteche, spettacoli, taxi, bevute, mance e regalini. Ma in fondo cosa sono 100 dollari per un pò d’amore a cui è facile credere? Inoltre puoi andare con le fanciulle nelle case private dove abiti, senza che il proprietario dica niente, le deve solo registrare nel suo librone, la mattina, a cose fatte.

Se ciò è vero all’Avana, a Santiago o a Trinidad, è ancora ed ancora più vero nelle cittadine di provincia dove i turisti sono scarsi e quindi possono scegliere fra moltitudini di fanciulle di nient’altro desiderose che di conoscerli. I poverini saranno perseguitati da mane a sera fino a che dovranno cedere a tante lusinghe.

E’ invece dura la vita delle fanciulle con la polizia. Se sono trovate tre volte in giro con stranieri si fanno un anno di carcere. Per questo quando le coppiette sono fermate dai poliziotti l’uomo dovrà sganciare una decina di dollari all’uniformato. Pura ipocrisia. Così come il nome di jineteras con il quale sono indicate è inutilmente dispregiativo. Queste ragazze hanno salvato l’economia del loro paese ed hanno permesso una vita migliore alle loro famiglie. Sono eroine.

Naturalmente l’opposto è altrettanto vero. Sfiorite turiste europee si potranno permettere vigorosissimi giovanotti locali ai quali non osavano aspirare nemmeno in sogno, a casa loro. Li troveranno in loro trepidante attesa ad ogni angolo. Basta fare un cenno con un dito e la vita è molto bella.

A Cuba solo per la musica ed il sesso.

22042011613Cuba, in un modo o nell’altro, riesce a rimanere sempre al centro dell’attenzione del mondo. Sicuramente, dopo il gigantesco Brasile, è il paese latino più conosciuto e frequentato dagli italiani. Il Viaggiatore Critico non poteva non andarci e ci è andato più di una volta, recentemente. Il suo giudizio sintetico: non vale la pena andarci se non siete degli appassionati di musica cubana o degli sfigatoni che non hanno altro mezzo di vedere un po’ di pelo. Forse varrebbe la pena viverci; ma questo è impossibile.

Cuba è composita, ce ne sono tante.

Una è la Cuba dei Cayos. Sono isolotti di origine corallina, piccoli, bassi, con le palme e le spiagge bianche: i Caraibi, i paradisi tropicali!! In realtà sono stati riempiti di alberghi e bungalows e sono tristissimi. I capitali sono stranieri, i cubani vi lavorano e son contenti delle mance che cercano di strappare con gentilezza ai turisti che normalmente le sganciano. Vi si arriva con i charter, vi si alloggia per una settimana e si riparte senza essere veramente stati a Cuba. Al massimo si può avere una gita di mezza giornata al cayo accanto dove c’e’ la ricostruzione di un bar sedicente caraibico. Demoralizzante.

C’è la Cuba delle città coloniali. Il centro dell’Avana è stupendo. Vi sono due parti: una molto ben restaurata e financo leziosa con i monumenti più importanti. L’altra in uno stato di fatiscenza inimmaginabile. La particolarità di Cuba è quella di essere rimasta colonia (l’ultima in America) fino al 1900. Vi furono quindi costruiti i pesanti palazzi di quell’epoca esattamente come a Madrid o a Barcellona. Stile architettonico che ci è familiare in Europa, non certo ai Caraibi. Ed infatti vederli ora, sotto il calore tropicale e ridotti in formicai borraccinosi è una esperienza fortissima. Ma certo non giustifica il viaggio. Vi è Santiago di Cuba, altra città coloniale, a forte dominanza afro-cubana e piena di sapore e di colore. Ma la città in se non è un granché. Ho visto anche Trinidad: cittadina coloniale molto bella, ma talmente invasa dai turisti (e soprattutto da chi vuole vendere qualcosa ai turisti) da risultare stomachevole. Per quanto le stradine piene di casette coloniali potrebbero essere deliziose, l’assalto che viene fatto ai turisti ne sconsiglia vivamente la visita.

Poi c’e’ la Cuba dei jineteros e delle jineteras. Migliaia di donne che ti vogliono trombare e migliaia di giovani che ti vogliono vendere, affittare, portare, consigliare, conversare. adulare, incantare, discutere di politica, ecc, ecc, ecc, al solo fine di spostare dei soldi dalla tua tasca alla loro. E’ un attacco continuo, forsennato, instancabile. Un incubo che inizia all’aeroporto e finisce all’aeroporto. Se vai a piedi, ti seguono; se sei in macchina ti abbordano in bicicletta; se ti siedi su una panchina, ti si mettono accanto. Sempre educati, mai aggressivi, ma è una tortura cinese.

Infine c’e’ la Cuba della musica. Una offerta sterminata ed onnipresente. All’Havana e a Santiago, decine di locali che cominciano di pomeriggio e finiscono quasi all’alba. Tutti i tipi di musica caraibica e a tutti i livelli. Dai grandi ai dilettanti più sfacciati. E tutti con una passione inarrestabile. Vi è una pubblicazione su carta o su web, non facilmente trovabile negli alberghi e nelle agenzie di viaggio che si chima “Cartelera”. Lì c’e’ tutto. Se si riesce a trovarla bisogna sedersi, studiarla attentamente e farsi il programma della settimana per riempirsi di musica senza fine. E se non si trova la “Cartelera” basta fermare un cubano qualsiasi e farsi consigliare. Tutti sanno tutto e parlano di musica con una profondità ed una competenza anche superiori a quella dispiegata dagli italiani sul tema della pasta. I cubani avranno piacere ad indicarti i luoghi dove andare secondo la musica che vuoi sentire. Ecco, per questo vale la pena andare a Cuba.

Hotel Iberostar Ensenachos, Cuba. Un incubo!

La faraonica facciata posteriore del corpo centrale

Le coste dell’isola di Cuba sono costellate da molti isolotti, piccoli, bassi sul mare, riuniti in mini-arcipelaghi. Sono ricoperti dallo stupefacente bosco di mangrovie e circondati da lunghe spiagge di fine sabbia bianca ombreggiata da palme; siamo ai Caraibi!!

Tali isolotti sono naturalmente finiti nel tritacarne del turismo dei charters e sventrati dalle costruzioni e dall’uso intensivo.  Uno degli isolotti si chiama Ensenachos ed è completamente occupato da un hotel, dal medesimo nome dell’isola, appartenente alla catena Iberostar. Vi ho soggiornato per quattro lunghi giorni, perchè a volte mi voglio proprio male. Questi sono gli alberghi alternativi alle case private.

Ensenachos fa parte dell’archipelago di Santa Maria, unito alla terraferma da una recentissima strada di decine di km che calpesta diversi isolotti e crea barriere alla circolazione delle acque della laguna. In questo modo tutto l’equilibrio della laguna e della vita che contenava è stato sconvolto.

L’intero isolotto ed il suo bosco sono stati asserviti alla costruzione di questo mutliforme albergo: una parte centrale, una lunga serie di edifici ottoganali con patio interno comprendente ognuno una ventina di camere ed una serie di corpi con piscine e servizi vari. Il tutto è grandissimo, ci si sfinisce a camminare dalla camera alla spiaggia, al ristorante, al bar, alla piscina, km e km alla fine della giornata. Si prende allora uno dei numerosi mezzi elettrici, condotto da appositi autisti, che sfrecciano in su e in giù sugli stessi percorsi usati dai turisti – pedoni con rischi di investimenti.

E’ tutto numeroso all’Iberostar Ensenachos: centinaia le camere, quattro le piscine, una decina i ristoranti e punti di ristoro, alcuni aperti 24 / 24,  altrettanti i bar. Purtroppo è tutto terribilmente monotono.

I clienti godono della formula all- inclusive: puoi mangiare e bere tutto quello che vuoi, dove vuoi, o quasi. La sera spettacolino musicale e discoteca.

L’aspetto generale è pretenzioso e massiccio, per niente accogliente. Stona soprattutto la maestuosità delle strutture inserite violentemente nella natura tropicale, che si vendica dell’oltraggio degradandole grazie all’attacco dalle temibili muffe caraibiche che ne erodono vernici e cementi.

Si vive in un mondo fittizio dove Cuba è assente e  la dolce natura tropicale è schiacciata da questa dura presenza estranea ed estraneante.

Non tutti i turisti sono uguali ed al vostro arrivo vi mettono al polso un braccialetto di questo o quel colore, a seconda di quanto hai pagato. In base a ciò avrai il diritto di accedere a questa o quella piscina / ristorante. I ristoranti, falsamente tematici, vanno prenotati e puoi andarci solo una volta ogni due o tre giorni; gli altri giorni devi andare all’infernale mega self-service dove fai anche la colazione ed il pranzo.

E’ situato nel corpo centrale dell’albergo; una grande stanza circondata da buffet e due o tre sconfinate sale dove consumare il cibo, se tale nome può adattarsi a quel che viene ammannito.

L’hotel è frequentatissimo da canadesi e il Canada è certamente il luogo dove ho peggio mangiato in vita mia. Quindi, per far sentire i canadesi a casa loro, il buffet è pieno di ogni grazia di Dio, ma tutto di una qualità orripilante. Negli alcuni giorni che vi ho passato, ho mangiato di tutto, proprio di tutto, ma non ho potuto definire commestibile uno solo di quei cibi. E’ un risultato eccezionale, difficilmente raggiungibile.  Anche le bevande, nei diversi bar, sono scarsine e nonostante che tu possa chiedere gratuitamente tutto quel che vuoi, finisci per non chiedere più niente, scoraggiato dall’insipidità di ciò che ti si offre.

Le camere sono inutilmente vaste, come piazze d’armi, l’esatto contrario di un nido d’amore.  Si è pensato che la quantità di metri quadri potesse compensare la pochezza della qualità dell’accoglienza.

Il personale è mediamente gentile, ma spesso sbrigativo ed annoiato. La direzione del personale deve essere un pò razzista perchè i dipendenti afro-cubani sono scarsissimi e tutti dediti esclusivamente alla ramazza.  Gli spettacoli serotini sono brevi e tirati via, non lasciano ricordi; la discoteca, quando c’ero io, del tutto deserta. I miei colleghi ospiti, in generale, li ho trovati brutti ed anche un pò antipatici.

Unico vantaggio dell’albergo: in una porzione della spiaggia, indubbiamente assai bella anche se strettina,  è praticabile il nudismo, fatto assai raro a Cuba.