Dove andare a vivere?

Patagonia

La globalizzazione ha vinto, siamo ormai tutti cittadini del mondo e potenzialmente liberi di andare a vivere dove vogliamo; ormai ci siamo spogliati delle ristrettezze dei patri confini!

Verissimo, ma dove andiamo? Chi è nato nei paesi poveri non ha dubbi! Va nei paesi ricchi. Ma chi è nato nei paesi ricchi, che fa? Il Viaggiatore Critico è una vita che si sta facendo questa domanda e non è ancora riuscito a darsi una risposta. E sta perdendo la speranza di trovarne mai una.

Vediamo i luoghi che ha preferito. La città più bella e più piacevole che abbia mai visto ha un dolce nome: Rio de Janeiro. Paesaggi stupendi, mare meraviglioso, vita frenetica, gente simpatica, un grande paese, molte cose da fare, prezzi abbordabili, non manca niente (buona cucina a parte). Il brasiliano si impara facilmente. Ma gli inconvenienti sono importanti. Il primo è l’insicurezza; tutto il continente, tutto il paese ha un livello di microcriminalità altissimo e soprattutto scellerata. Non si limitano al borseggio, vanno giù duro di rapina e, se reagisci, di omicidio. Non succede tutti i giorni, ovviamente, ma lo straniero è una preda preferenziale e finisce per vivere con il timore costante. Ha paura a passeggiare la notte, si guarda sempre intorno, evita posti che ritiene pericolosi, magari a torto. Insomma, vive malamente e non si gode la vita che si è scelto.

Altro luogo bellissimo: Cadice. Posizione eccezionale, clima buono, città quasi integralmente pedonale e molto affascinante, folclore, prezzi ben inferiori a quelli italiani, gastronomia succulenta, vini eccellenti. Lo spagnolo ce lo abbiamo in tasca, basta aggiungere una s finale alle parole italiane, come ben sappiamo. Il Viaggiatore Critico ben conscio di quanto appena detto ci ha abitato alcuni mesi. Poi gli sono scoppiate le palle dalla noia e se ne è dovuto andare. Popolazione locale affabile ma di scarsa profondità filosofica.

Alla ricerca di gente carina si è spostato a Santiago del Cile, dove gli abitanti sono di una gentilezza e cortesia rimarchevoli. Clima decente, prezzi decenti, capitale e quindi molte cose da fare. Lingua sempre lo spagnolo. Ma ci sono due inconvenienti importanti: per prima cosa si è in fondo al mondo e lo si sente: pare di essere finiti nell’ultima stiva della nave Terra e ci si sente un po’ isolati. Oltre a lì c’e’ solo la Patagonia, per dire…. E poi c’e’ ovunque un senso di abbandono che scoraggia e deprime. E probabilmente i due inconvenienti sono strettamente legati.

Ad esclusione del Cile e di Cuba (dove però, non si può andare a vivere) e parzialmente dell’Argentina (che ha i suoi forti inconvenienti antropologici), tutto il continente sudamericano va scartato dalla lista dei luoghi dove trovare una vita migliore che in Italia. A causa dello stesso problema del Brasile. L’insicurezza. E così ci siamo giocati un continente intero.

Bulgaria

I pensionati italiani hanno a loro disposizione un criterio importante per scegliere la loro nuova residenza: la defiscalizzazione. Chi prende la residenza all’estero non paga le tasse in Italia ed alcuni paesi non tassano i pensionati stranieri che vi si trasferiscono. Le due cose sommate fanno sì che i pensionati italiani, che vi abitano almeno 181 giorni l’anno, si mettono in tasca la pensione lorda e non netta. Una benedizione per un popolo (quello italiano) che ha fatto dell’evasione fiscale il suo massimo valore. Ed in questo caso è anche legale. Questi paesi sono la Tunisia, la Bulgaria, il Portogallo, il Cile, che io sappia. Ci vanno in molti, ma sono ormai troppo anziani ed acciaccati per godersela.

C’e’ poi la possibilità di trovare dei luoghi remoti, dei villaggi persi nella natura, delle pieghe della geografia dove installarsi e dimenticarsi di se e del mondo. Un sorte di Lete d’oggi. Molti di questi luoghi sono stati trovati dal Viaggiatore critico: Corvo, Pellestrina, Grand’Riviere, Kassos, il Sikkim, la penisola di Paria. Ma li ha abbandonati, per un motivo o per un altro, ma soprattutto per la noia che ti pervade in poco tempo. Che te ne fai di un paradiso terrestre di pochi km quadrati? La calma e la serenità, quanto a lungo puoi sopportarle prima di cominciare ad ululare alla luna?

Bisogna quindi cercare un luogo dove essere attivi, produttivi, intraprendenti; per guadagnare dei soldi e della visibilità sociale? Questo può andar bene per alcuni, ma non per tutti. Per i giovani affamati di quelle cose o per vecchi che continuano a non capire. Si andrà allora in Canada, in Quebec; dove le possibilità sembrano vaste, aperte, allettanti. Aspettano voi, andate. Ma poi ci si ritrova in un contesto sociale di gente gradevole e simpatica, ma straordinariamente semplice e di poche dimensioni. Un europeo non si stressa; vince facile (nel paese dei ciechi l’orbo è re….), ma son posti che gli vanno stretti; oppure è lui ad essere troppo largo di testa per entrarci. E non si parli poi degli Stati Uniti imperiali, arroganti e paranoici.

Resta quindi l’Europa, casa nostra. Il nord continentale ci ha sempre attratto. Come non desiderare la Finlandia? Come non buttare un pensiero agli stati baltici? C’e’ chi agogna l’olimpica serenità della Danimarca, la vitalità di Londra, l’efficienza olandese. Ma poi uno ci pensa meglio e si scoraggia, se non è spinto dall’urgente bisogno di trovare un lavoro che l’Italia infame gli nega. Le lingue locali sono ostiche ed un emigrato finisce per condannarsi all’esclusivo uso dell’inglese, almeno per anni ed anni. Il calore è assente dal clima come dalle genti, e ciò son due pesi grevi. Certo, donne bellissime e questo può essere un valido motivo per scegliere quei paesi. Ma son posti cari, molto. Quindi o si guadagna bene o ci si condanna ad una vita misera, inferiore a quella dei locali. Gli stessi stormi di italiani che lavano i piatti a Londra dividono casucce e stanzette, non se la passano mica bene. E per chi vive senza aver bisogno di lavorare, il nord Europa è, spesso, insopportabilmente caro. Poi bisogna andare a vedere le difficoltà di ogni paese: francesi, tedeschi ed olandesi stanno ben al disotto della soglia della simpatia. I norvegesi ti guardano dall’alto in basso. I baltici sembrerebbero più simpatici, ma sono accoglienti? Mai sentito dire… E così ci siamo giocati anche questa parte di mondo.

Pellestrina

Molti vanno in Asia. Ma pochi ci restano. In Giappone ed in Cina non ti ci fanno stare, in India nessuno ci resiste, mai sentito di stranieri felici in Corea. Certi si accomodano in Thailandia con successo esistenziale. Ma ho sempre avuto l’impressione che restino pesci molto fuor d’acqua. Corpi estranei accettati, ma mai integrati. Deve essere una vita comoda: economica, pacifica, gentile, liscia. Ma il senso di estraneità sarebbe troppo forte per me.

Più facile l’integrazione in Africa, ma le difficoltà quotidiane della vita ed i costi, per voler conservare un livello di vita all’europea, farebbero perder la pazienza a San Francesco. Andrebbe visto meglio il Sud Africa e specialmente Città del Capo; ma anche lì il problema della sicurezza e delle tensioni etnico – sociali non devono essere acqua fresca.

Resta il Mediterraneo, che è ancor più casa nostra dell’Europa. Come non voler vivere nella nostra patria culturale che è la Grecia? E la Tunisia, così vicina, così simile, così diversa?

Che il segreto stia nel cambiare ma non troppo? Andare a trovare delle diversità gestibili, senza perdersi in quelle che ti travolgono e che finiscono per alienarti? Sfuggire dall’Italia ormai insopportabilmente malata, ma senza gettarsi nell’estremo esotico che ti affascina per un momento e ti sfibra a lungo andare. E quelli, invece, che si son persi in America sud/nord od in Asia e che non son mai tornati? Si saranno spiaggiati come balene moribonde in lidi alieni o si saranno fatti il loro nidino di serenità? Incapaci di tornare pur volendolo o felicemente integrati? Io penso la prima; un po’ come l’ergastolano che ha paura di uscire. Non è un bel risultato.

Ed in preda a questi dubbi il Viaggiatore critico si aggira per il mondo, cercando la sua cuccia.

 

 

 

Il continente perduto

Botero, altra star idolatrata per molto tempo….

Ci fu un lungo momento, decenni fa, durante il quale il continente sudamericano era di moda, amato, desiderato. Per i giovani un lungo viaggio nelle sue terre era quasi indispensabile. Il calcio del Brasile, le sue donne (Florinda Bolkan, i culi delle danzatrici di samba al carnevale di Rio), la sua musica (Vinicius de Moraes, Toquinho); Cuba e la sua rivoluzione con El Che Guevara; i libri di Castaneda in Messico, quelli di Garcia Marquez in Colombia (quanti locali italiani si chiamarono Macondo?), Borges e Amado; la cocaina, il peyote, la marijuana. Il reggae, gli Inti Illamani. Kingston e Cuzco. L’emozione per Allende, lo sdegno per i golpisti assassini in Argentina ed in Cile. Il dolore delle guerre civili in Centro America. Sendero Luminoso, i Sandinisti. In Italia non si parlava d’altro, in tema di turismo.

Molti vissero anni intensi di amore, interesse, rabbia, coinvolgimento e fascinazione per quel continente. Moltissimi ci andarono;  molti ci viaggiarono per mesi, perdendosi nei “peggiori bar di Caracas”. Alcuni ci sono rimasti.

Le infinite strade sudamericane: qui fra Cile ed Argentina, In Patagonia.

Poi il vento è cambiato, quella moda si è estinta. Il racconto epico ed avventiroso ha lasciato spazio alla cronaca del turismo sessuale, dell’enorme violenza, delle guerre di droga. I brasiliani hanno smesso di giocare il loro calcio; il samba e la bossa nova si sono ritirati in nicchie di nostalgici. La politica sudamericana non interessa veramente più. Tutto il resto è dimenticato. In Sudamerica non ci va più nessuno, soppiantato dall’Estremo Oriente: esotico, tranquillo, a buon mercato. Nei gruppi di turismo di FaceBook quel continente è completamente scomparso.

Non c’e’ da dispiacersene. Io continuo ad andarci, ma con sempre meno voglia. Fu un innamoramento adolescenziale collettivo: breve e senza basi. Ma è anche vero che il Sudamerica è cambiato molto, molto rapidamente ed in pochi casi in meglio.

L’aumento sia della popolazione che della ricchezza sono stati straordinari. L’influenza culturale nordamericana ha ulteriormente appiattito le già scarse differenza culturali che vi erano. Ormai sulle Ande si fa il “baby shower” e si adora il “Kentucky Fried Chicken”. La piatta tristezza dell’omologazione regna.

Il turismo sessuale ha sostituito quello politico.

E’ aumentata enormente la ricchezza, ma in un quadro di ingiustizia sociale inconcepibile per un europeo. Quindi: esplosione della delinquenza comune e radicamento di quella organizzata. Con l’eccezione di Cuba (il paese più sicuro al mondo) e del Cile, tutti i paesi sudamericani sono molto pericolosi per i locali e per i turisti. Impossibile circolare in tranquillità nelle città, difficile allontanarsi dai perimetri turistici controllati dalle polizie.  Lo straniero che va a zonzo solo con molta fortuna eviterà frangenti magari non pericolosi per la sua vita, ma certo sgradevoli per la tranquilla prosecuzione del suo viaggio: furti, taccheggi, rapine.

Quindi l’unica possibilità per i turisti non particolarmente attirati dal pericolo (ve ne sono molti anche di quelli) resta il resort sulla spiaggia, da cui non si esce per tutta la durata del soggiorno o, se lo si fa, solo in gruppi protetti per le famigerate gite organizzate. Anche molto diffusa la micidiale crociera caraibica dove si mette addirittura il mare fra il turista e il delinquente locale.

Del resto, il continente è sempre più monotono e quegli infiniti viaggi in bus che vi si facevano (e che io mi ostino a farvi) hanno perduto completamente di senso. La noia di quei tragitti dava, una volta, senso al viaggio. Si esplorava l’enormità di quei luoghi, noi europei abituati alle corte distanze. Più ci si annoiava in quelle giornate e nottate di bus puzzolenti, più ci pareva di misurare la vastità del mondo. Ora vince l’esperienza intensa, rapida e concentrata: l’esatto contrario.

In questi tempi nei quali la gastronomia ha soppiantato la cultura, il continente sudamericano non ha niente da offrire. Vi si mangia, infatti, malissimo. Certamente peggio che in qualunque altro luogo del mondo. Si salvano il ceviche e l’asado, ma per il resto è notte fonda. Il piatto più famoso, la fejoada brasiliana, può uccidere un toro.

Fa quindi bene, la gente, a non andare più in Sudamerica: pericoloso, monotono, privo di attrattive.

Bucanieri e resort ai Caraibi

Di quali affari si tratterà? A Dominica

La ciclica e terribile violenza di Haiti, le continue truffe di Santo Domingo e di Barbuda, la mafia di Saint Martin, il razzismo della Guadaloupe, l’inconsistenza della Martinica, le commissioni del 25% al bancomat di Dominica, hanno la stessa causa.  I Caraibi sono state terre di bucanieri, filibustieri, corsari, pirati. I primi erano dei disgraziati che su quelle isole cacciavano, arrostivano e vendevano vacche e capre alle navi che arrivavano dall’Europa. Quel bestiame era stato sbarcato dai primi esploratori e si era riprodotto in liberta. I bucanieri (dalla parola francese boucaner, affumicare)  conoscevano perfettamente i luoghi e diventavano predoni appena ne avevano l’occasione, taglieggiando i naviganti quando sbarcavano.  Quando potevano permettersi un’imbarcazione ed assaltavano in mare le navi di passaggio, venivano chiamati filibustieri. Quando poi avevano un’autorizzazione da parte di una Corona europea diventavano corsari. Se invece si organizzavano bene, per conto loro e diventavano importanti, erano definiti pirati. Comunque delinquenti.

Strutture schiavistiche a Barbuda.

Sulla terra le cose non andavano meglio: una sottile classe di latifondisti dello zucchero schiacciava una massa informe di schiavi. E da nessuna parte, salvo, forse, a Cuba, nacquero strutture statali abbastanza potenti da mettere un pò d’ordine in tanta efferata ingiustizia. I Caraibi son sempre stati terre di nessuno, isole cambiate di mano mille volte, teatro di atrocità. Luoghi di rapina, di violenza, di stratagemmi, di vita fatta di espedienti.  Addirittura, poco prima dell’arrivo dei bianchi queste isole furono conquistate dai Caribi, indigeni centroamericani di abitudini guerriere e cannibaliche, tanto per dire quel che questi luoghi hanno visto.

Son passati secoli ma tanta violenza non poteva non lasciare abbondanti lasciti fino ad oggi. L’individualismo furbesco, l’appropriazione indebita costante, la violenza furtiva, l’inconsistenza dei valori, l’inaffidabilità anche fra prossimi, l’arroganza, l’impulso irrefrenabile alla prevaricazione e all’intimidazione, la corruzione, la sfacciataggine sono il pane quotidiano di quei luoghi. Ma anche, semplicemente, la maleducazione, la cafoneria costanti, l’imperante cattivo gusto.  Un inferno umano collocato in un paradiso geografico, un beffardo scherzo della condizione umana.

Club Meditarranée alla Guadaloupe

Il turista forse non capisce fino in fondo tutto ciò e spesso non ha gli strumenti linguistici per approfondire. Guarda e passa, ma sicuramente  subisce i mille problemi che un ambiente altamente ostile gli causa costantemente. L’insicurezza è ovunque alta; probabilmente non riceverà danni fisici, se non è molto sfortunato, ma il suo portafogli non ne uscirà indenne. In una o più delle molte forme in cui ciò è possibile. Ciò deve essere apparso molto chiaro agli imprenditori turistici che, quindi, hanno interposto un’alta muraglia fra i turisti ai Caraibi e gli abitanti locali.

Hanno quindi costruiti giganteschi villaggi turistici (qua ed ora detti resort) dai quali i turisti non escono, se non scortati durante le famigerate escursioni. E i turisti non ci pensano nemmeno ad uscire, terrorizzati come sono dai racconti, esagerati ad arte, di ciò che succede fuori. Così consumano e spendono sempre ed esclusivamente all’interno del resort.  L’unico punto dove il turista potrebbe entrare a contatto con il mondo esterno è la spiaggia, che proprio non si resce a recintare; ma qua, nerborute guardie li sorvegliano ed allontanano i locali non autorizzati.

Insomma, il turismo è riuscito a separare il paradiso geografico, consegandolo ai turisti, dall’inferno umano, lasciato ai locali. Un’operazione raffinata.

Caraibi

Questo post è una guida che conduce verso tutti gli altri post di questo blog che parlano dei Caraibi.

Dapprima bogna distinguere fra i diversi tipi di Caraibi che vogliamo visitare: è possibile farlo qui. Poi bisogna capire cosa vogliamo andare a fare e pensare bene se ne vale la pena, leggendo qui e tenendo presenti anche queste caratteristiche della regione.

Se si vuole andare a Cuba, da questo post è possibile accedere a molti altri. Moneta, donnelocalità, alberghi e casas particulares. Chi volesse andare ad abitarci dovrebbe leggere questo post.

Chi invece seguisse i molti italiani che vanno a Santo Domingo può leggere qui dove andare,  con quali compatrioti  e quali dominicani si troverà a fare.

Se invece vogliamo tralasciare i Caraibi di lingia spagnola, troviamo quelli di lingua francese. Le cossiddette Antille con le loro isole poco interessanti Martinica  e  Guadalupa con i suoi problemi di razzismo e con le difficoltà per il turista. Ma anche con la meravigliosa isola di Marie Galante e con il borgo di Grand’Riviere alla Martinica.

Ci sarebbe anche l’isola di Saint Martin mezza francese e mezza olandes, ma la sua visita è decisamente sconsigliata.

Fra le ex colonie francesi da non dimenticare il fascino difficile di Haiti e della sua capitale turistica (si fa per dire) Cap Haitien.

Anche se marginalmente anche la bellissima e complicatissima Penisola di Paria, in Venezuela, fa parte dei Caraibi.

Vi sono infine le isole anglofone, indipendenti, a volte molto saportie come Dominica, a volte insapori come Antigua e a volte interessantissime come Barbuda.

Questa è la mia classifica delle migliori tre spiagge, mentre le crociere sono nettamente sconsigliate.

Dietro la spiaggia, cosa? Andare ai Caraibi?

La canna da zucchero ai Caraibi, benedizione per i bianchi, maledizione per i neri.

Ma oltre alle spiagge di commovente bellezza sulle quali riposa la fama ed il fascino della parola Caraibi, cosa altro c’e’? Se vogliamo fare qualcosa d’altro che stare tutta la vacanza nell’atmosfera fittizia di un resort di lusso passando il tempo a bere rum su una spiaggia bianca, con l’acqua cristallina, all’ombra delle palme arcuate, che possiamo trovare?

Ebbene, la risposta è straordinariamente difficile e può essere: tutto e niente.

Dapprima bisogna considerare la grande variabilità fra le diverse isole, come geografia, clima, accoglienza, sviluppo, gente, lingua.   Vi è quindi una prima fonte di sorpresa quando si passa da un’isola all’altra e si trovano delle differenze abissali. Già questo potrebbe essere un motivo d’interesse: girare per le isole per vedere le differenze. Se siamo partiti con l’idea che i Caraibi sono tutti uguali, ci dovremmo ricredere prontamente e profondamente.

Le tipiche case di legno diffuse un pò in tutte le isole.

Purtroppo è abbastanza difficile (e caro) spostarsi fra le isole. In alcuni gruppi, le isole sono collegate fra di loro da traghetti (Montserrat-AntiguaBarbuda o le Granadine o GuadalupaDominicaMartinica-Santa Lucia o St. Martin-Anguilla-St Barthelemy), ma, in generale bisogna spostarsi in aereo con l’obbligo di passare da certi hub come St. Martin o la Guadalupa. I voli non sono molti e spesso non in connessione, bisognerà quindi prevedere una notte da passare nell’isola-scalo. Sono anche cari e con aerei piccoli, di compagnie locali dagli orari a volte molto elastici. In certi casi bisogna telefonare la sera prima per sapere se l’indomani si vola. Un turista europeo, abituato alle low cost nostrane resta abbastanza allibito. Il viaggio diventa rapidamente una specie di caccia al tesoro, impossibile da giocare per chi ha tempo e soldi contati. Percorrere la catena delle isole diventa complicato, lungo e molto caro. Paradossalmente molte isole sono più facilmente collegate alle loro madri-patrie coloniali (attuali o antiche) che fra di loro.

Preparazione di una carbonaia a Barbuda.

E qua si arriva ad un altro tema di interesse del viaggiare fra le isole caraibiche. La loro storia è abbastanza simile: in tutte le isole gli indigeni furono rapidamente sterminati, vi vennero portati grandi quantità di africani che, comandati da pochi bianchi, coltivarono la canna da zucchero fino all’abolizione della schiavitù. Ci si potrebbe quindi attendere situazioni sociali abbastanza omogenee. Invece si tratta di popoli molto diversi fra di loro: l’influenza dei colonizzatori è stata così grande da aver profondamente modellato quelle società. Quindi fra i benestanti e frequentemente razzisti abitanti della Guadalupa di stile, lingua e passaporto francese e i discretamente poveri abitanti di Dominica di stampo, lingua e guida (a sinistra) inglese, di influenza giamaicana e di nazionalità propria, la differenza è enorme anche se i chilometri di mare che dividono le due isole sono solo 42. Per non parlare poi degli abitanti della Repubblica Dominicana (Santo Domingo), di lingua spagnola, di discreta situazione economica e di facile accoglienza; ben diversi dai loro vicini di Haiti, sulla stessa isola, ma di stretta origine africana, di insopportabile povertà e dalla magia nera facile e temutissima. Ed ancora Cuba, che per la storia recente, ha preso un cammino del tutto prorio ed originale.

I resti di un mulino a vento per spremere la canna da zucchero.

Eppure, nonostante tali differenze permane, indelebile e dolorosa, l’immanenza di un passato fatto di ingiustizia assoluta e di dolori plurisecolari. Una macchia persistente di sofferenza  che la schiavitù ha lasciato sulla popolazione nera. Ma anche su quella bianca, spesso molto razzista. La schiavitù fu una nuvola nera che resta nel cielo dei Caraibi. La sofferenza che portò, anche se ormai ricoperta da molti strati di tempo, colpisce e non ti lascia a tuo agio. Molte di queste isole sono schegge di Africa finite dove non dovrebbero essere. La musica della Guadalupa rende bene l’idea di quel che voglio dire.

Vi è poi la sensazione di insularità, sempre molto forte. Quel misto di intimità che danno i luoghi piccoli e di claustrofobia perchè son troppo piccoli. Quel piacere di esserci e quella voglia di andarsene, in un altro luogo, dove non ci sia perennemente il mare a fermare i tuoi passi. Questa sensazione è ancora più forte nelle “isole doppie”, quando una piccola dipende in tutto e per tutto da un’altra isola più grande. E’ il caso di Les Saintes e di Marie Galante da Guadalupa, di Barbuda da Antigua.

Certo manca ai Caraibi, con l’eccezione di Santo Domingo e di Portorico (e, naturalmente, Cuba), ogni traccia di momumento di certo spessore o di edificio antico che non siano le solite fortezze. La storia vi è passata senza lasciar tracce materiali. E non si riesce a percepire un’attività culturale che possa richiamare l’attenzione. Unica eccezione pare essere il Carnevale molto sentito e diffuso. Il Carnevale è, appunto, la più rudimentale delle manifestazioni culturali e non è un caso che sia stao l’unico momento dell’anno nel quale gli schiavi avevano il permesso di scatenarsi.

I costumi tipici della Martinica sono di stoffa Madras, proveniente dall’India. Nemmeno questo era fatto localmente.

Pare quasi di poter dire che la cultura caraibica è disegnata sia dall’assenza di proprie caratteristiche stabili quanto dal fluire di mille influenze ondivaghe che piace andare a seguire a naso, a mente libera. Ci si trova, insomma, in una parte di mondo sconquassata da una terribile storia e frammentata in mille isole disomogenee in cui l’interesse, più culturale/antropologico che turistico, sta nell’osservare come questa umanità sta cercando di organizzarsi in società più stabili. Ogni isola a suo modo e con diversi risultati. E senza nessuna certezza di arrivarci alla stabilità. Infatti, dopo gli sconquassi dell’importazione degli schiavi ora assistiamo al non meno travolgente fenemeno dell’emigrazione.

Oltre le spiagge quindi non vi sarà niente per il turista affrettato e facilone, al quale consigliamo di restare nel resort, ignaro di ciò che sta oltre l’alto muro di recnzione che lo separa dalla realtà. Ma vi sarà un mondo variegato, sfuggevole, sottile e affascinante per chi vorrà addentrarvisi con il tempo, il rispetto e soprattuto la curiosità necessarie.

 

L’infelicissimo continente sudamericano.

Un piranha, pescato e sgozzato in Venezuela. Simbolo, il pesce ed il pescatore, delle voracità e della violenza di un intero continente.

Sono molti gli italiani che desiderano (o desideravano) visitare l’America Latina; si  ha (aveva) infatti, in  Italia, di questo continente, una visione molto positiva. Io ho visto altre cose: eccole.

La somma delle infelicità di quel continente è infinita. Luogo difficile, terribile.

Già i grandi imperi precolombiani dovevano essere crudeli, classisti, spietati. Su questa base si innestarono quei delinquenti sanguinari, assassini ed avidi dei Conquistadores e dei primi colonizzatori spagnoli e portoghesi. La feccia della penisola iberica che fuggì la miseria europea per farsi ricca nelle colonie. Poi gli schiavi africani, indicibile sofferenza. A quelli si sono aggiunte infinite ondate di disperati che cercavano in America una svolta alla loro grama vita in Europa.

Ed infine sono arrivati gli sfacciati misfatti del liberismo economico che soggioga senza freni i popoli ai capricci del capitale. Conflitto, sopraffazione, arbitrarietà sono le parole che definiscono la storia dei rapporti fra le persone di questo continente. Su tutto ha steso la sua mefitica cappa la Chiesa Cattolica, recentemente spiazzata dalle sette evangeliche, forse peggiori, se possibile.

Il risultato è catastrofico. Le tre popolazioni: indigena, europea ed africana non si sono mai integrate; sono rimaste separate e profondamente nemiche. La vastissima popolazione meticcia è strapazzata fra il desiderio di essere bianchi ed il terrore di essere indigeni o neri. Nessuna identità, nessun orgoglio identitario. I bianchi sono ossessionati dal timore di essere inghiottiti dalla massa che hanno  sfruttato bestialmente (e che continuano a sfruttare). Indigeni e neri sono stati troppo schiacciati per non essere culturalmente annullati. Solo recentemente qualche barlume di recupero di dignità. Il disprezzo e l’odio ammorbano l’aria, pur restando invisibili agli occhi non attentissimi.

Ma tutto ciò è a livello dei gruppi. A livello personale è perfino peggio. La società sudamericana è talmente compressa e piena di odio e di tensioni sotterranee che gli individui che la compongono sono fissi in una rigidità immodificabile. Ogni gruppo sociale ha un suo ruolo e i suoi membri non ne possono uscire. Le persone sono completamente mummificate nel ruolo che gli è stato assegnato, secondo la propria etnia. Sono monodimensionali, privi di spazi personali, piatti e prevedibili. Automi sociali, privi di libertà. E’ un continente in cui il ’68 non è mai arrivato. Nessuna liberazione. L’infelicità individuale è enorme. Anche la sinistra, che pur ha pagato un prezzo di sangue, morte e torture spaventoso, non riesce ad uscire dagli schemi. Fissi anche loro nella routine dei ruoli, senza capacità di quella ribellione personale all’ambiente circostante che è prerequisito dell’innovazione. La genialità è assente, fa paura; l’intelligenza è un disvalore, in quanto mette in pericolo la fissità dei ruoli sociali ed etnici. Il pensiero diviene semplice ripetizione consolatoria di luoghi comuni, ovvi, obsoleti, stantii (banale ma illuminante la lettura dei commenti su FB nelle pagine sudamericane). Una cultura mummificata, sia dalla parte conservatrice che da quella progressista. Si scrivono migliaia di libri; parziali, inutili, ripetitivi. Si affoga l’analisi della situazione in mille dettagli inutili.

I ruoli sociali vengono trasmessi su base familiare; che è tipicamente il miglior mezzo per mantenere le divisioni sociali, qui anche etniche. La famiglia regna sovrana in America Latina; niente si svolge senza famiglia. Si formano precocemente, sempre. L’aborto è ovunque proibito, si sfornano legioni di figli, a tutti i livelli sociali. La gioventù non esiste, si passa dall’adolescenza alla paternità. Le famiglie sono vaste, si spostano in massa. Legami fortissimi, soffocanti. Le donne passano dall’autorità paterna a quella maritale.

Da queste molteplici e tremende pressioni etniche, sociali, famigliari le persone ne escono represse ed insicure. L’ipocrisia è sovrana, la dissimulazione frequentissima. Da tanta repressione finiscono per sorgere le inarrestabili violenze del continente: a volte politiche, a volte personali come per la delinquenza, i narcotrafficanti, le bande giovanili, la violenza domestica. Sovrano il machismo, chiaro prodotto di malessere personale e sociale; sovranissimo il disprezzo che le donne portano agli uomini, uccidendo ogni sentimento positivo. O il sorgere irrefrenabile delle sette protestanti; nuovo schema in cui annullarsi. Dalla padella alla brace. E non è un caso che sia il continente del ballo; è lì che i corpi trovano un pò di libertà e di gioia.

La peggio ce l’hanno i giovani, privati di ogni capacità di ribellione e ridotti ad esser vecchi fin da subito; bambolini e bamboline repressi, esangui, ritorti su se stessi, psicologicamente rachitici. Soprattutto quelli delle classi più elevate.  Plastificati, pieni di mossette aggraziate, di ditina melliflue, di  vocine asessuate.

Dal conflitto fra gruppi nasce il fenomeno, per gli europei intollerabile, dell’indifferenza sociale. Quando si dice: “I grattacieli accanto alla bidonville”. E’ assente in quel continente ogni forma di solidarietà, di vicinanza. Vi è solo qualche traccia di beneficienza, della peggiore, quella dei ricchi che vogliono sentirsi buoni. Ed infatti, il paternalismo è diffusissimo.

Questo continente è in preda alle imprese americane, spagnole, europee, ora anche cinesi che ne traggono benefici colossali grazie a contratti capestro firmate con i governi corrottissimi: telefoni, acqua, elettricità, pedaggi autostradali, prodotti d’importazione, assicurazioni. Per cui cittadini a reddito procapite ben più basso di quello italiano, pagano i servizi di base ben più cari. Nel settore privato il lavoro vale poco essendo da sempre stato quasi schiavistico con gli indios, i neri, i meticci poverissimi. Ancora oggi lo è con le enormi periferie piene di immigrati che si danno per degli spiccioli. Invece il capitale è raro perchè i paesi sono poveri e perchè molto di quel che c’e’ parte verso l’estero. Quindi i benefici per il capitale sono molto alti; i tassi di reddività dell’impresa sono innimaginabili in Europa. Il lavoro non costa nulla.

Questo è quello che il turista italiano troverà in America Latina. Forse non coglierà tutti questi aspetti, ma non dimentichi che esistono. In Brasile la situazione è un pò diversa, la gente è più libera, indipendente ed in Cile più gentile. A Cuba, ma in generale nei Caraibi, è tutt’altra cosa.

Cuba

Seguendo i diversi link il Viaggiatore Critico vi dice:

Casas particulares a Cuba.

https://i1.wp.com/www.cubamylove.com/images/CASA%20PARTICULAR%20IN%20CUBA%20.%20ARRENDADOR%20DIVISA.jpg
Il simbolo che indica che in queta casa si affittano camere in CUC.

Fra le numerosi croci che i volenterosi turisti a Cuba devono sopportare vi è quella di voler alloggiare non negli alberghi, statali, ma in case private. Le famose (osannate da alcuni, considerate famigerate da altri) casas particulares.

Molti le preferiscono agli alberghi sia perchè costano nettamente meno, sia perchè è possibile portarvi le ragazze più facilmente che in albergo. Certi dicono che è anche per avere maggiori contatti con i cubani e la loro vita quotidiana (è difficile vivere a Cuba)

Per un cubano, affittare delle stanze della propria casa è una fortuna colossale. La legge permette loro di affittare fino ad un massimo di tre; prima non si potevano superare le due camere. Il proprietario che affitta delle stanze si assicura delle entrate etra, elevate ed in CUC, ben più importanti di quelle che riceve dal suo lavoro statale. Da ciò ne consegue che la sua ricerca del cliente sarà spasmodica: ricevere turisti in casa propria farà la differenza fra una difficile sopravvivenza e l’agio. Naturalmente deve pagare molte tasse su questo sua attività: alcune fisse (licenza mensile) ed altre secondo le notti vendute.

[Il turista e la doppia moneta a Cuba] [Vivere a Cuba] [Aver casa all’Avana]

I proprietari si ingegnano nel ricavare stanze per gli ospiti nelle loro dimore: ricordiamo che le case a Cuba sono spesso fatiscenti e molto suddivise al loro interno per far posto a famiglie numerose e crescenti. Nella maggioranza dei casi, le camere in affitto saranno ricavate “in qualche modo”: nel garage, in fondo al cortile, su dei ballatoi. Molto spesso sono anguste e senza finestre o con finestre che danno su corridoi, minuscoli cortili, scale. L’oscurità e lo squallore regnano. La mobilia è scompagnata. Il bagno in comune, molto spesso, i sanitari vecchi di decenni.

Inoltre i cubani sono assai orgogliosi e spocchiosi: le stanze migliori le abitano loro. I turisti sono considerati bovini da mungitura e quindi verranno relegati nell’angolo peggiore.

Il proprietario risparmierà selvaggiamente sui costi. Avere la saponetta ed il cambio degli asciugamani e dei lenzuoli è a volte impresa ardua e piena di litigi. Il vero scontro è sulla colazione, compresa nel prezzo. Spesso il proprietario lesina su tutto ed il turista deve litigare ogni mattina per avere quello che era stato promesso; c’e’ da litigare anche su un bicchiere di succo di frutta!

D’altra parte il proprietario cerca anche di trattenere l’ospite a cena per avere un ulteriore introito. Anche in questo caso il rapporto quantità/prezzo è spesso scandalosamente a favore del proprietario. Sulla qualità meglio tacere.

La strategia più comune del proprietario della casa particular può esser definita “accoglienza d’assalto” oppure “ospitalità piratesca”. A cominciare dalla cattura del turista per strada e, a volte, il suo sequestro fisico (mi è successo a Trinidad).

Il momento più delicato è quello del ceck-in. Le tasse vengono calcolate sul numero delle camere occupate e delle persone ospitate. Tutto ciò viene segnato su un amplio registo di carta giallina che il proprietario riempie, il turista firma e poi viene consegnato all’Ufficio delle Tasse.

Il proprietario ha un certo numero di possibilità per evadere: può non segnare proprio l’ospite, ma si espone al rischio del controllo, molto frequente. Se l’ospite arriva tardi la sera e parte presto la mattina può correre questo rischio. La Polizia probabilmente non verrà durante la notte e comunque lui avrà la scusa di non aver riempito il registro la sera perchè era troppo tardi ed era stanco. La mattina il proprietario caccerà il cliente il più presto possibile, anche con la scortesia di cui i cubani sono ben capaci. Il cliente non avrà capito il motivo di tanta sollecitudine e scortesia e ci rimarrà male. Comunque se ne sarà andato ed il proprietario avrà preso il prezzo della notte senza pagarvi le tasse. La cortesia verso il cliente è tema sconosciuto.

Un altro escamotage, molto frequente, consiste nel registrare quanti più ospiti nella stessa camera. Quindi il proprietario riempirà il registro con il nome di una persona come primo ospite di una camera e dietro ci metterà tutti gli altri che arrivano dopo. In questo modo avrà dato tre camere, diciamo, a tre coppie, ma sul registro comparirà una sola camera con sei persone dentro. La Polizia questo non lo controlla per non disturbare i turisti nel sonno; le tasse saranno su una sola camera.

Le ragazze che i turisti si portano in camera devono dare il proprio documento al proprietario per trascriverlo sul registro. Ma la neoformata coppietta arriverà in camera certo tardi la notte e i proprietari saranno già a dormire. Quindi la ragazza, la mattina, quando andrà in bagno, sarà scorta dai proprietari ed assalita per essere registrata prima dell’eventuale arrivo del temutissimo controllo della Polizia. Perdere la licenza di affittacamere equivale a far ripiombare la famiglia nella miseria.

Un aspetto assai sgradevole di certi propietari è la loro aria di riccastri. Dal momento che hanno delle entrate importanti, mettono su una boria insopportabile ed arruolano dei serventi che trattano con alterigia. Sessant’anni di uguaglianza sociale non hanno insegnato niente.

Consigli:

  1. Andate in albergo. Spendete di più ma evitate una grande quantità di impicci.
  2. Se proprio volete andare in una casa particular non prenotate dall’Italia. Vi sono dei siti che dicono di farlo, ma sono delle mezze truffe. Non vi permettono di vedere la casa, pagate qua con la carta di credito e poi vi ritrovate in una immonda topaia, senza possibilità di riavere i soldi indietro.
  3. Girate per le città. Le casas particulares sono ben segnalate (vedi la foto). Se ve ne piace una, visitate la stanza e fate l’accordo minuzioso su prezzo, cambio della biancheria, contenuto della colazione. Che l’accordo sia chiaro, dettagliato, meglio se scritto su un foglio.
  4. Osservate bene la compliazione del registro e firmatelo solo se è veritiero. Non contibuite all’evasione, non siate complici di truffa allo Stato.
  5. Fatevi rispettare dal proprietario, non fatevi mettere i piedi in testa.

Ma, soprattutto, non andate a Cuba.

PS. Se poi proprio volete andare a Cuba e sottoporvi al supplizio delle Casas Particulares questo post di un blog amico vi da degli indirizzi.

Aver casa all’Avana.

11042011594Se proprio volete vivere a Cuba, come spiegato qua, è necessario trovare una casa. E ciò è ancora più difficile che ottenere il visto.

Ogni cubano ha la sua casa ed ogni casa ha il suo cubano dentro. Non ve n’e’ nemmeno una libera per voi. Forse qualcuna in campagna, ma  dove non vi interesserà vivere. Come fare? Naturalmente vi sono alcune soluzioni:

  1. Piazzarsi in una casa particular. E’ possibile scegliere una casa bella, confortevole, con padroni di casa simpatici (non facile, riunire le tre condizioni) ed avere la propria stanza. Ma resta pur sempre una fastidiosa coabitazione con una famiglia che vi chiederà mille piaceri (economici), turisti sessuali che porteranno in casa vostra frotte di ragazze per una notte o turisti normali, magari con prole rumorosa. Da tenere anche presente che le casas particulares sono abbastanza care, comparabili ad un hotel economico europeo. Farsi da mangiare da soli è possibile, ma il controllo della dispensa richia di diventare una lotta continua. Sei comunque con qualcuno sempre fra i piedi, non è casa tua.
  2. In albergo. Insostenibilmente caro. E mangiare sempre fuori! La cucina cubana vi distrugge il fegato ed il morale.
  3. Accordi sotterranei. Sembrerebbe la situazione migliore e, difatti è la strategia più praticata, anche se è assai complessa. Bisogna trovare un cubano single e che abbia una casa accettabile (due cose rare). Il single deve avere un amico, una famiglia, un fidanzato/a dove andare a vivere, lasciandovi la propria casa.  Naturalmente vi chiederà un compenso che sarà certamente abbastanza alto, qualche centinaio di euro al mese, una vera fortuna per Cuba dal momento che sarnno in nero, senza tasse. Evidentamente questa faccenda è illegale; il proprietario di una casa non può affittare, peggio ancora se a nero. I vicini, invidiosi, lo denunciano appena se ne accirgono. Bisognerà mettere in pratica delle azioni tese a confondere i vicini. Quindi il proprietario della casa in cui abitate dovrà far finta di abitarci anche lui. Ci passerà tutti i giorni, ad orari diversi, porterà un pò di spesa, si tratterà, entrerà ed uscirà. Normalmente si approfitta di questi vai e vieni del proprietario perchè faccia le pulizie della casa, comprese nel prezzo dell’accordo e magari vi prepari qualche pranzo cubano. Il lato negativo dell’accordo è che sarete alla mercè del proprietario della casa e ce l’avrete sempre fra i piedi. Avendo il coltello dalla parte del manico vi chiederà mille favori che sarà difficile rifiutare. Un ricatto continuo. Vi proporrà inoltre, continuamente, le sue amiche, dei cibi da comprare,  dei tassisti amici suoi da usare, dei ristoranti da visitare. Un assillo senza fine.
  4. Amica fissa con casa. Ciò è impossibile perchè un cubano non ha diritto ad ospitarvi, pena denuncia. Eppoi come la mettete con l’immancabile amico dell’amica?

Impresa disperata. Alla fine non ne vale la pena, non dimentichiamoci che Cuba è un posto caro.

Uno che conoscevo l’aveva pensata non male: si voleva comprare una barca e metterla nel porto turistico dell’Avana: la famosa Marina Hemingway, semideserto. Quindi avrebbe avuto la casa propria! Ed ogni 60 giorni avrebbe veleggiato nei Caraibi, quasi senza costi, alla ricerca del nuovo visto. Nel frattempo riceveva amici a pagamento per la crociera e si pagava le spese. Troppo bello per riuscire, è finito a chiedere un visto per motivi di studio e a vivere in una casa particular.

Vivere a Cuba? (Quasi) impossibile.

10042011593Per i motivi qui elencati a molti viene in mente di andare a vivere a Cuba. Ma anche per altri motivi, altrettanto validi: l’Avana è l’unica capitale del mondo tropicale ad essere assolutamente sicura ed il resto del paese lo è altrettanto, un vero unicum in America Latina; la gente è simpatica, fa sempre caldo ed i prezzi sono accettabili. Quindi, in teoria, trasferirsi in quel posto non sarebbe una cattiva idea. Certamente Cuba sarebbe il miglior posto per vivere ai Caraibi, se non si è ricchissimi.

Ma è quasi impossibile mettere in pratica questa idea. I cubani non vogliono fra i piedi degli sfaccendati di lungo corso. Quindi il visto turistico dura 30 giorni che si possono prolugare localmente di altri 30. Dopo di ciò ve ne dovete immancabilmente andare.

Nonostante ciò, esistono alcune strategie da tentare per poter rimanere sull’isola più a lungo. Eccole:

  1. Pendolari. E’ il sistema più sempce, anche se caro. Ogni 60 giorni prendono l’aereo meno caro che vi sia, normalmente per Cancun, dove vanno al Consolato cubano, richiedono un nuovo visto e tornano a Cuba per altri 30 + 30 giorni. Ci vogliono alcune centinaia di dollari fra biglietto, nuovo visto, eventuale notte passata all’estero. Possibile, ma terribilmente noioso alla lunga.
  2. Sposarsi. Ovviamento con un/una cubano/a. In questo modo potrete chiedere la nazionalità, e diventate cubani. Potrete restare nel paese, ma a quel momento sarà difficile andarsene…
  3. Studenti. E’ questa la via più praticata; è piuttosto diffusa. Vi iscrivete ad un qualsiasi corso: di lingua, universitario, ecc. Se vi accettano, vi danno il visto di studente e potete restare. Ma bisogna essere in regola con gli esami, pena la decadenza del visto. Se prendete un corso di lingua potete cercare di corrompere (ci riuscirete) il professore, che vi farà facilmente passare gli esami e, probabilmente, vi esenterà anche dal più delle lezioni. Ma non è possibile tirare troppo la corda. Non ci sono limiti di età; è frequente vedere turisti sessuali sessantenni che vanno a lezione come bravi scolaretti.
  4. Lavoratori. Questo è proprio difficile. Bisogna convincere una delle pochissime ditte straniere che hanno attività a Cuba ad assumervi. Avrete tutti i vantaggi, ma bisogna lavorà….
  5. Clandestini. Si mormora che ve ne siano. Ma io non ci credo.
  6. Delatori. Girano all’Avana certi personaggi, anche italiani, abbastanza disgustosi: pedofili, razzisti, anticastristi, fascistoidi che paiono avere totale impunità. E pare che non abbiano problemi a restare per periodo molto lunghi. Parlano male del Governo a voce alta, nei locali pubblici. La cosa sembra molto sospetta. Ritengo che siano degli agenti provocatori che avvicinano altri stranieri per carpire informazioni e passarle alla Polizia. In cambio possono restare. Se ve la sentite…
  7. Corruzione. Non vi è dubbio che questo cammino esiste. Ci vuole il funzionario giusto che sistema tutto. Ma quanto vi costa? Quanto può durare? Quali sono i rischi?  Quante sono le possibilità che finiate per cadere in una trappola ancor più cara?

E’ quindi  possibile restare a lungo a Cuba, con alcuni costi ed alcune contorsioni. Gli italiani in queste cose se la cavano meglio di molti altri popoli.

Ma il vero problema è rappresentato dalla casa: Continua qui.

[La doppia moneta di Cuba]

[Le Casas Particulares]