Per la prossima volta

Avete passato, ancora una volta, delle vacanze esecrabili? Vi hanno spennato in cambio di servizi da centro di accoglienza immigrati? Non avete visto nulla perchè sempre immersi in una folla sudata ed appiccicosa? E’ perchè non seguite il Viaggiatore Critico.

Ecco delle idee per la prossima volta che volete partire.

Case tradizionali in Bulgaria.

Costi bassi, Europa, auto propria. I Balcani. Sono la nuova frontiera del turismo europeo. Ci si sta benissimo, si mangia bene, si spende poco, la gente è molto gentile ed accogliente, sono poco frequentati dal turismo sborrone, livello di sicurezza personale molto alta (contrariamente a quello che pensano gli italiani). Gli inconvenienti sono la mancanza di lingue in comune e le non molte cose da vedere. E’ soprattutto un tursmo di sensazioni, di atmosfere. Un ritorno ad una vita modesta, ma piena di speranze e di voglia di viverla. Una specie di Italia degli anni ’70. Il modello di turismo migliore consiste nell’andare con la propria auto (passando da Trieste o attraversando l’Adriatico, verso l’Albania o la Grecia) e girare senza meta, annusando l’aria e dando un’occhiata alla guida. Solo un’occhiata, senza impegno. Le spiagge dell’Albania meritano molto, soprattutto  a nord di Saranda. E in Albania si sta tranquillissimi, perchè tutti i loro delinquenti sono in Italia. In Macedonia piaceranno molti i laghi di Ochrid e di Prespa; la regione fra i due è montuosa e gradevole. Una puntatina nel nord della Grecia ci sta sempre bene. La Bulgaria offre molto ed è particolarmente accogliente. La vita notturna di Sofia merita qualche giorno; poi si può andare sul Mar Nero, anche se non è un granchè. Poco lontano c’e’ la grande Romania. Da non dimenticare un giro nelle campagne ungherese, frequentando le loro piccole terme. Insomma un viaggio che può essere lungo, vario, divertente, interessante. Soprattutto nuovo.

Dalla finestra di camera, a Pellestrina.

In Italia, stanziali. Pellestrina è il luogo giusto. Soggiornate in un paesino dimenticato da Dio, sulla laguna di Venezia. Da lì potete andare con i vaporetti a Venezia, a Chioggia, al mare del Lido. Ma vedrete che starete così bene, in paese, che non avrete voglia di allontanervene e ci passerete delle belle giornate fra la spiaggia (bruttina), il bar ed il ristorante a mangiar spaghetti alle arselle. Poi potete trasferirvi, in pochi chilometri,  nel Delta del Po, a vedere quel mondo strano, fatto più d’acqua che di terra.  Magari è meglio non andarci d’agosto, per il caldo, l’umidità e le zanzare, addestrate dall’ISIS. Prezzi contenuti nel Delta, abbastanza alti a Pellestrina; esosi i vaporetti veneziani.

Caraibi. State lontani dalla Cuba insignificante, da Santo Domingo trasformato in bordello a cielo aperto, da Saint Martin affollato, dalle isole anglofone iperturistiche,  dai resort lussuosi e carissimi o dalle tremende crociere. Andate in un’isola-gioiello dove regna la calma e la serenità. Spiagge molto belle, ricettività familiare, interni agricoli e bucolici, bassissima affluenza. E’ l’isola di Marie Galante; è francese e quindi è come stare in Europa. Ma attenti al problema delle alghe. A volte ne arrivano tonnellate, a riva; marciscono e puzzano rendendo impossibile la vita. Informatevi bene prima di partire. Oppure, la molto basica isola di Barbuda dove la vita del turista è difficile ma le spiaggie sono di commovente bellezza. Prezzi altini, in tutti i casi: più a Barbuda che a Marie Galante.

 

Immensità patagoniche

Patagonia, per sempre. Questo è un viaggione: difficile, lungo, caro, scomodo. Ma vedrete i luoghi più belli del mondo. Paesaggi incredibili, distanze immense, orizzonti infiniti. Deserti, ghiacciai, foreste nebbiose, torrenti impetuosi, mari gelidi. Viaggerete per giorni e giorni su brutte strade, mangerete gli agnelli cotti al riverbero dei falò, conoscerete le incredibili storie della fine del mondo. Chi non ci è stato non può immaginare; chi ci è stato torna con un’altra luce negli occhi. E’ un luogo che non si dimentica; si può finire per odiarlo, ma non ti lascerà più. Non è certo come una vacanza a Gatteo a mare. Ci vogliono dei bei soldi ed almeno tre settimane. Si può discendere la Carrettera Austral cilena o la mitica Ruta 40 argentina. Bisogna comunque arrivare ad Ushuaia. Le grandi attrazioni sono il ghiacciaio del Perito Moreno, la penisola di Valdez con le balene, il Parco delle Torri del Paine. Ma tutto il resto è ancora più interessante. Da programmare per bene, evitando i tour organizzati, cari ed insoddisfacenti. Evitare anche le crociere patagoniche; sono un pò delle truffette. Il meglio è andare in 5 o 6 ed affittare un pulmino robusto, dove, all’occorrenza, ci si possa arrangiare per dormire. E’ il viaggio della vita, obbligatoriamente durante il nostro inverno.

La Plaza de toros di melilla è facilmente visitabile.

Originale, dove non va nessuno. Melilla, enclave spagnola in Marocco. Vi è una bella spiaggia, la città è molto carina e vivibile, si mangia dell’eccellente pesce e, se si vuole, anche la cucina araba. Se ne può uscire per fare un giro in Marocco, magari a Fez, la cui Medina ritengo essere l’unico luogo interessante di quel paese. Zero turisti, si vive una città multiculturale, multietnica e piena di storie curiose. E’ stata anche sede del Tercio, la Legione Straniera della Spagna: fascistissimi, ma un pezzo di storia. Interessante osservare gli intensi traffici che si svolgono alla frontiera fra la città e il Marocco. Essenziale parlare lo spagnolo, per scambiare con la gente. Una vacanza balneo-antropologica. Ve ne potrete vantare con gli amici, che non sapranno nemmeno dove si trova questa città. Ci si arriva molto comodamente con Ryanair fino a Nador; da quest’aereoporto in 10 minuti di taxi si arriva a Melilla.

A praia da piscina; la spiaggia della piscina a Sao Tomè.

L’Africa possibile. E’ molto complicato andare in Africa; eppure qualche volta nella vita va fatto. E’ pur sempre il continente dove l’umanità è nata. Naturalmente non parlo di Malindi, colonia di italiani o della Namibia dei banali tours organizzati. Propongo una meta pochissimo conosciuta dagli italiani. Un luogo piccolo, raccolto, facile da girare, del tutto sicuro. Le belle isole di Sao Tomè e Principe, dove si trovano delle spiaggie, delle foreste densissime, dei bei panorami, una bella architettura coloniale, una storia intensa. E dove la vita pulsa, come quasi ovunque in Africa. Ci sono buoni alberghi, con delle belle piscine. Una decina di giorni in giro per Sao Tomè sarà una vacanza molto piacevole ed interessante. Ed anche innovativa. Il costo non è bassissimo, soprattutto a causa dell’aereo; obbligatorio passare da Lisbona.

Buon viaggio, questa volta.

Non come in Croazia

Terrificanti mostri a Dubrovnik. (Foto di László Szalai, via Wikimedia Commons)

La Croazia è un eccellente esempio di come non fare turismo. Si veda questo articolo sulla stupenda città di Dubrovnik, di estrema bellezza, e di come sia stata prostituita in favore dei turisti. Fino a perdere l’anima, oltre ai propri abitanti. La stessa cosa che avviene a Venezia, a Barcellona ed in mille altri luoghi.

Il turismo in Croazia cominciò intorno al 1966, quando il Maresciallo Tito aprì la Jugoslavia all’entrata degli europei occidentali. I primi avventurosi trovarono il meraviglioso mare della Dalmazia ed un popolo povero che si faceva in quattro per offrire qualche stanza e qualche cibo agli inaspettati visitatori. Pionieri gli uni e gli altri; si arrangiavano come potevano, spendendo poco i primi (soprattutto italiani e gli immancabili tedeschi) ed incassando molto i secondi; ciascuno con il proprio metro. E tutti soddisfattissimi, nonostante la precarietà di tutta la faccenda, a cominciare dalle strade, spesso in pessime condizioni, e dalla embrionarietà dei servizi.

Il mare è meraviglioso, ma molto difficile: poche e piccole spiagge e di ciottoli, la sabbia non esiste. Altrimenti scogli appuntiti e acque profonde, un problema per i bambini. Un’infinità di isole collegate da puzzolenti traghetti semi-artigianali. E poi barchette per andare nelle isole più piccole, per la giornata. C’era molto da sbattersi, ma i luoghi erano meravigliosi.

Anche in bassa stagione i gruppi di tedeschi non mancano mai. Qui a Lussino.

La Croazia marittima (meglio dire la Dalmazia) è fatta di calcare. I paesaggi sono forti: il bianco ed il grigio della roccia, spesso che si alza in imponenti montagne; il verde intenso delle pinete, fin sul mare; il rosso della poca ed arida terra; l’incredibile azzurro del mare. La pietra dei mille borghi di stile e storia veneziani. Alcuni dei borghi sono di una bellezza stupefacente.

Erano vacanza da sogno: i dirimpettai della riviera romagnala facevano pena, in confronto.

Con gli anni, i turisti aumentarono ed i servizi migliorarono. Più strade, più alberghi, cibo migliore. Ma le difficolta del territorio restavano: la Dalmazia è ovunque scoscesa, non ci sono pianure, non ci sono spazi per mettere le case, le auto, le strade, le persone. Diventa tutto, rapidamente, un formicaio soffocante. Le poche spiagge sassose sono più affollate di un ufficio postale.

Cadde il muro di Berlino e frotte di ungheresi, polacchi, cecoslovacchi che mai avevano visto un mare decente si riversarono su quello che era loro più vicino ed anche economicamente più accessibile. Fu una carneficina che non è ancora finita. La Dalmazia è ormai diventata del tutto infrequentabile, durante il pieno della stagione. Al di fuori di questa si possono ancora trovare degli angoli interessanti, ma ci vuole naso, per evitare l’assoluta cementificazione che ha inondato la maggior parte dei luoghi, soprattutto sulla terraferma. Nelle isole, meno immediatamente raggiungibili, a volte, va un pò meglio.

Il modello predominante è ancora la casa di famiglia con alcune stanze che si danno in affitto o il piccolo alberghetto familiare. I ristoranti si sono un pò migliorati, ma i menu rimangono corti e ripetititvi.

Meravigliosa e rovinata Dubrovnik. Foto di Luna04 via WikiCommons)

Il turismo rappresenta il 20% del PIL della Croazia. Anni fa fecero, a tempo di record, un’autostrada che portasse fino a Dubrovnik i flussi turistici. Ci tengno molto al turismo; è una vacca che speremono senza ritegno. Da non dimenticare, inoltre, che i croati sono, in generale, simpatici come un calcio nelle palle, a digiuno. E terribilmente di destra.

Ne sia una prova quest’altro articolo sul fenomeno dei turisti di un sol giorno, che vengono dalla Bosnia o da Zagabria e che i simpatici esercenti turistici della costa non vogliono ricevere perche occupano il loro metro quadrato di similspiaggia senza lasciare un centesimo. L’avidità senza freni, come a Firenze, del resto.

E per tornare a Dubrovnik, il mio cuore sanguina. Ho amato quella città e vederla ridotta a parco tematico dell’espansione veneziana, mi fa star male. Alla piaga dell’alluvione turistica normale si è aggiunta quella delle crociere. Quel porto è diventato il secondo dell’Adriatico, dopo Venezia, per numero di navi approdate. Ed ancora una volta si deve assistere alla discesa di questa massa di gente persa e ciabattosa che consumano inutilmente le vecchie pietre.

Quando finirà questo assurdo turismo che continua a tagliare, uno dopo l’altro, i rami su cui è seduto?

Il turismo va a morire?

Crociere? Barbarie!

In mezzo alle eclatanti statistiche che vedono il turismo aumentare ovunque per numero di turisti, per notti passate in viaggio, per volumi economici, per destinazioni ormai entrate nel mercato, per tipi di tursmo disponibili; ebbene, in mezzo a tutto questo, vi sono delle crepe che si stanno aprendo ed ingrandendo. Il turismo, da benedizione economica sta diventando una piaga da combattere. Da risolutore dei problemi di sopravvivenza di luoghi negletti sta diventando una grana in più con la quale i governi non sanno come giostrare.

Il turismo ha rotto le palle.

I primi a cominciare furono gli abitanti di un villaggio basco la cui festa annuale, particolarmente folcloristica, attirava talmente tanti visitatori che ne veniva irrimediabilmente snaturata. E gli abitanti di quel paese, da buoni baschi coriacei, decisero di smettere di farla.

Poi son venuti gli abitanti della Barceloneta, la spiaggia di Barcellona, esasperati dalle frotte di turisti. Hanno fatto manifestazioni, blocchi stradali, assemblee contro questa invasione. E’ andata bene che si siano compartati gentilmente nei confronti dei turisti stessi, certo incolpevoli.  Poi la faccenda dei tornelli a Venezia. Da molti anni c’e’ il numero chiuso (ed a carissimo prezzo) di un paese intero: il Bhutan. D’altro canto le città sono travolte dagli affitti turistici nei centri storici; i costi degli affitti aumentano e gli abitanti “veri” devono andarsene. Quei centri diventano dei grandi “alberghi diffusi” trasformandosi da città reali a parchi tematici. Firenze ne è un esempio. Gli elettori spariscono, i politici si preoccupano. Molte isole tropicali, ormai debordate dall’invasione dei turisti in ciabatte, parlano di numero chiuso, .

Così son ridotti i moli a Creta, non ci si passa.

Anni fa si agionava sul  concetto di “Capacità di carica” ovverosia del numero massimo di turisti che una località può sopportare prima di soccombere, dal punto di vista ambientale e del sovraccarico dei servizi. Concetto lodevole, ma chi la ferma la logica del profitto? Qualche accademico con delle formulette?

Perchè bisogna riconoscere che il turismo non è un’attività sostenibile. E’ un cancro che distrugge tutto ciò che tocca. Il trasporto aereo di miliardi di turisti; l’economia distorta che il turismo provoca; l’inevitabile stagionalità con la sottocupazione dei lavoratori, degli immobili, dei servizi, durante i periodo morti; la prostituzione in favore dei turisti e delle turiste; il degrado culturale delle popolazioni investite da tanta gente estranea.

L’assoluta ingiustizia nella ripartizione dei benefici economici del turismo. A Firenze, sulle Dolomiti, nelle isole dei Caraibi, i turisti ci vanno a vedere i musei, i paesaggi, a fare il bagno. Il Rinascimento, le montagne, il mare sono beni comuni. Eppure sul turismo ci guadagnano solo i proprietari degli alberghi, dei ristoranti, dei negozi, dei trasporti. La gente normale al massimo lavora negli esercizi commerciali e si sa bene che gli stipendi nel turismo sono bassi. E il più delle volte i lavoratori sono immigrati che chiedono ancor meno. Il popolo di quei luoghi si prende solo i disagi ed i prezzi alti che il turismo porta.

E quel popolo, appunto, comincia a rompersi le palle.

Il turismo esiste da un paio di millenni. Importanti intellettuali romani sviaggiavano per l’Impero per nutrire la loro curiosità; il grande Columella fu uno di questi. Durante il Medioevo e il Rinascimento i turisti si chiamavano pellegrini, ma la sostanza era la stessa. Costoro lasciavano quel che facevano e con la scusa di andare a pregare in una chiesa possibilmente molto lontana, giravano l’Europa dormendo qual e là, correndo mille avventure ed infastidendo gli abitanti (e soprattutto le abitanti) delle contrade che atraversavano; perennemente alla ricerca di vino e divertimenti. Vi è una vastissima legislazione che cerca di metter freno a questa piaga di viandanti irresponsabili e ladri. Esattamente come i turisti odierni, anche i pellegrini erano in qualche modo al di sopra delle leggi e delle consuetudini locali. Son pellegrino, son turista, si dice; e quasi tutto è permesso. Poi, a fine ‘600 cominciò la faccenda del Grand Tour in Italia e la valanga non si è più arrestata.

Amori turistici a Santo Domingo.

Ma come ogni moda umana anche questa finirà. La realtà virtuale sostituirà la realtà reale e si smetterà di voler andare a vedere i centri storici ovunque occupati dalle stesse catene di negozi? I musei saranno visitati virtualmente grazie ai visori? Si capirà che andare ad insardinarsi su spiagge e mari pieni di plastica è una sciocchezza?

Un certo numero di segnali sembrerebbero andare in questo senso. Dovrò chiudere questo blog?

Le crociere sul Danubio

Le navi della Viking Cruise al porto di Vienna

Non solo le famigerate crociere caraibiche, o le carissime crociere patagoniche, quelle invernali a Capo Nord o quelle archeologiche sul Nilo.  Vi sono anche le crociere sul Danubio, a conferma che alla gente piace stare seduti sul ponte di una nave e vedere il mondo che gli passa accanto.

Le crociere sul Danubio si fanno su delle chiatte: imbarcazioni molto lunghe e con i bordi molto bassi (tanto non ci sono onde), strette (devono entrare negli angusti bacini delle numerose chiuse che permettono di superare i dislivelli del fiume), leggere (il pescaggio deve essere modesto a causa dei fondali a volte bassi), lussuose (i clienti sono soprattutto pensionati teutonici, i quali amano le comodità e non difettano di liquidità).

In tre affiancate aspettando le festanti comitive dei pensionati tedeschi.

Il Danubio comincia ad essere navigabile, per queste navi, da Passau, al confine fra Germania ed Austria; da qui partono le crociere. Parte da passau anche la ciclovia del Danubio, la più famosa e frequentata del mondo. Le crociere attraversano l’Austria con sosta a Vienna; la Slovacchia con sosta a Bratislava; l’Ungheria con sosta a Budapest, la Serbia con visita a Belgrado; per poi arrivare in Bulgaria con viaggetto in bus a Sofia. Alcune arrivano fino a Tulcea, ormai nel delta romeno del Danubio. Naturalmente ci sono crociere parziali che partono ed arrivano dai e nei diversi porti di questa lunga catena di paesi e capitali.

Si viaggia di notte, salvo in alcuni tratti particolarmente suggestivi (dopo Passau e al confine fra Serbia e Romania) dove la navigazione è diurna. Si sosta la giornata nelle capitali che possono essere visitate e da cui partono anche escursioni per i dintorni, molto spesso ad alto contenuto culturale, naturalmente con un supplemento monetario non simbolico.

Poco a velle di Passau.

Non sono come le navi da crociera marittima: niente piscine, discoteche, grandi sale, bar, ristoranti, giochi e teatri. Sul Danubio l’atmosfera è completamente diversa: più raccolta, compassata, signorile. La pubblicità di certe compagnie è del tutto platinata, così come i capelli delle mature signore mostrate nelle fotografie. Come si conviene ad un rito mitteleuropeo, niente di balneare/notturno.

I passeggeri sono meno di duecento, vi è un ristorante, una sala-bar-soggiorno ed un ponte per prendere il sole. Ma le cabine sono spaziose e soprattuto dotate di una grande vetrata da cui si osserva sfilare la riva che ti è toccata in sorte (o destra o sinistra). La navigazione deve finire per essere molto monotona; proprio da pensionati teutonici.  I costi delle crociere sono nettamente alti. Ecco alcuni esempi, di crociere brevi o complete, da Passau a Tulcea.

Il Danubio è fascinoso. E’ maestoso, calmo, imponente. Attraversa molti paesi, bagna molte capitali; una bella parte della complessa storia europea gli ha girato intorno. Arrivare sulle sue rive è per me sempre fonte di grande emozione. Sedersi sugli argini è un eccellente passatempo; invece del cadavere del tuo nemico si vedranno passare un gran numero di chiatte da trasporto merci, molte barche da diporto, canoe di sportivi, gusci di pescatori. Ci saranno anatre, cigni ed altra avifauna variata. Io sostengo anche che l’odore del Danubio è particolare. Il colore è fangosino, nessun blu. Le acque del Danubio sono internazionali, come quelle degli oceani e quindi navigabili da tutti senza bisogno di permessi nazionali. Se non si approda non ci sarebbe nemmeno bisogno del passaporto.

In certi luoghi le rive sono alte, boscose ed il fiume serpeggia fra le colline. Ridenti borghi, fiorite case di contadini, festose birrerie all’aperto, pascoli di mucche felici, costellano il fiume, nei luoghi romantici. Ci si trova nell’apoteosi della cartolina austriaca, quella con la ragazzotta in abito tradizionale, le trecce al vento, le guanciotte rosa, la birra in mano ed il décolleté procace e sano.

In altre parti scorre rettilineo in pianure anonime interrotto frequentemente da dighe e chiuse, accompagnato solamente da fabbriche e centrali elettriche. Ma anche in pianura è a volte costeggiato da fitte e fresche foreste, intrise di acqua e di zanzare, ma comunque emozionanti, perchè non sono foreste qualunque. Sono quelle del Danubio! Che a volte cresce di molto ed allora troverete le campagne circostanti invase da fango, quando ci passate in bicicletta.

Meglio in bici.

E’ comunque un mondo particolare come spesso succede ai grandi fiumi (ad esempio il Delta del Po), suggestivo ed interessante).

Consiglio una visita, direi sulle rive, magari in bicicletta, ma non con le crociere; troppo monotono, troppo da pensionati, troppo da tedeschi.

Bucanieri e resort ai Caraibi

Di quali affari si tratterà? A Dominica

La ciclica e terribile violenza di Haiti, le continue truffe di Santo Domingo e di Barbuda, la mafia di Saint Martin, il razzismo della Guadaloupe, l’inconsistenza della Martinica, le commissioni del 25% al bancomat di Dominica, hanno la stessa causa.  I Caraibi sono state terre di bucanieri, filibustieri, corsari, pirati. I primi erano dei disgraziati che su quelle isole cacciavano, arrostivano e vendevano vacche e capre alle navi che arrivavano dall’Europa. Quel bestiame era stato sbarcato dai primi esploratori e si era riprodotto in liberta. I bucanieri (dalla parola francese boucaner, affumicare)  conoscevano perfettamente i luoghi e diventavano predoni appena ne avevano l’occasione, taglieggiando i naviganti quando sbarcavano.  Quando potevano permettersi un’imbarcazione ed assaltavano in mare le navi di passaggio, venivano chiamati filibustieri. Quando poi avevano un’autorizzazione da parte di una Corona europea diventavano corsari. Se invece si organizzavano bene, per conto loro e diventavano importanti, erano definiti pirati. Comunque delinquenti.

Strutture schiavistiche a Barbuda.

Sulla terra le cose non andavano meglio: una sottile classe di latifondisti dello zucchero schiacciava una massa informe di schiavi. E da nessuna parte, salvo, forse, a Cuba, nacquero strutture statali abbastanza potenti da mettere un pò d’ordine in tanta efferata ingiustizia. I Caraibi son sempre stati terre di nessuno, isole cambiate di mano mille volte, teatro di atrocità. Luoghi di rapina, di violenza, di stratagemmi, di vita fatta di espedienti.  Addirittura, poco prima dell’arrivo dei bianchi queste isole furono conquistate dai Caribi, indigeni centroamericani di abitudini guerriere e cannibaliche, tanto per dire quel che questi luoghi hanno visto.

Son passati secoli ma tanta violenza non poteva non lasciare abbondanti lasciti fino ad oggi. L’individualismo furbesco, l’appropriazione indebita costante, la violenza furtiva, l’inconsistenza dei valori, l’inaffidabilità anche fra prossimi, l’arroganza, l’impulso irrefrenabile alla prevaricazione e all’intimidazione, la corruzione, la sfacciataggine sono il pane quotidiano di quei luoghi. Ma anche, semplicemente, la maleducazione, la cafoneria costanti, l’imperante cattivo gusto.  Un inferno umano collocato in un paradiso geografico, un beffardo scherzo della condizione umana.

Club Meditarranée alla Guadaloupe

Il turista forse non capisce fino in fondo tutto ciò e spesso non ha gli strumenti linguistici per approfondire. Guarda e passa, ma sicuramente  subisce i mille problemi che un ambiente altamente ostile gli causa costantemente. L’insicurezza è ovunque alta; probabilmente non riceverà danni fisici, se non è molto sfortunato, ma il suo portafogli non ne uscirà indenne. In una o più delle molte forme in cui ciò è possibile. Ciò deve essere apparso molto chiaro agli imprenditori turistici che, quindi, hanno interposto un’alta muraglia fra i turisti ai Caraibi e gli abitanti locali.

Hanno quindi costruiti giganteschi villaggi turistici (qua ed ora detti resort) dai quali i turisti non escono, se non scortati durante le famigerate escursioni. E i turisti non ci pensano nemmeno ad uscire, terrorizzati come sono dai racconti, esagerati ad arte, di ciò che succede fuori. Così consumano e spendono sempre ed esclusivamente all’interno del resort.  L’unico punto dove il turista potrebbe entrare a contatto con il mondo esterno è la spiaggia, che proprio non si resce a recintare; ma qua, nerborute guardie li sorvegliano ed allontanano i locali non autorizzati.

Insomma, il turismo è riuscito a separare il paradiso geografico, consegandolo ai turisti, dall’inferno umano, lasciato ai locali. Un’operazione raffinata.

La Tigre di Buenos Aires

La sottile malinconia del delta del Tigre. Uno dei tipici imbarcaderi. ( di http://www.flickr.com/people/66729277@N00/ )

La gita fuori porta più sconcertante che si può fare da Buenos Aires è al Delta del Tigre. A poca distanza dalla città inizia l’enorme delta del Paranà: un intrico di corsi acqua, grandi e piccini, tortuosi e fangosi che dividono un gran numero di basse isole alluvionali, ricchissime di vegetazione.

Dal porto della cittadina di Tigre si prendono dei battellini pubblici che, al pari dei vaporetti di Venezia, percorrono fiumi e canali per molti chilometri. Si scende alle fermate. Le isole più lontane sono agricole, vi si allevano le immancabili mucche argentine, vi si tagliano gli alberi per farne del legname. Alcuni vi organizzano trekking o camping estivi, sempre accompagnati dall’immancabile asado. Il tutto è molto fangoso, ma anche molto naturale e caratteristico. Tipo Delta del Po, ma molto meno toccato dall’adunca mano dell’uomo, assomiglia al delta del Danubio.

Ma la zona più interessante è quella nel raggio di un’oretta di barca dal porto di Tigre. Usciti dalla convulsione del centro, si percorrono canali sui quali generazioni di Bonairensi hanno costruito le loro ville, villette, villoni, villini, case, casette, bungalow, capanne e ripari per il fine settimana o per le vacanze. Le magioni più grandi ed antiche vicine al porto; quelle più moderne, più lontane; quelle più modeste, nelle isole più basse e fangose. E’ tutto rigorosamente senza macchine. Ogni isoletta ha la sua fermata ed un stradellino pedonale che ne fa il giro, su cui si affacciano una teoria continua di parcelle con le abitazioni. Giardini di tutti i tipi e di tutti gli stati di cura o di abbandono. Chi con la piscina, chi con i setti nani. Di tanto in tanto, un ristorante.

Il negozio galleggiante che fa il giro dei canali. (By https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=16699569)

Naturalmente il tutto gronda umidità e solo pochi centimetri di terra fuoriescono dall’acqua del fiume. Le inondazioni devono essere frequenti. L’impressione generale è quella della triste ed un pò squallida malinconia di chi non può permettersi niente di meglio, ma che è molto contento di ritrovarsi con i vicini, la domenica, a mangiare il solito asado. Perchè, in realtà, non si cosa altro vi si possa fare, in quelle casette. Per cambiare isola ci vuole il vaporetto, il bagno non si può fare perchè l’acqua è fangosissima e le passeggiate si riducono a girare in tondo il percorso perimetrale della propria isola. Qualcuno ha delle barchette a remi o con un motorino per circolare un pò fra i canali.

Una delle vecchie ville.

La zona è molto vasta, le case devono essere migliaia e migliaia; naturalmente esistono isole di migliore frequentazione sociale ed altre più proletarie.

Il turista vi passa volentieri una giornata, facendovi un giro; si meraviglierà molto di questo grande insediamento turistico, ne osserverà con interesse le peculiarità e si rallegrererà in cuor suo di andarsene a fine giornata, per mai più ritornarvi.

Al Tigre, una trentina di km a nord del centro di Buenos Aires, ci si arriva in treno dalla stazione del Retiro, o, con un lungo viaggio, con il mitico bus numero 60.

E’ il momento di andare a Cap Haitien

Un bel gioiellino, di eccellente bigiotteria, ridotto in cattivo stato, ma, forse per questo, ancor più interessante. Quasi vergine, senza un vero turismo, ma ricchissimo di spunti per il viaggiatore accorto, esperto, interessato più al fatto umano che alla spiaggia. Questo è Cap Haitien, la seconda città di Haiti, facilmente raggiungibile in bus da Santo Domingo, la capitale della della Repubblica Dominicana  o da Santiago de los Caballeros.

Un centro fatto da strette strade su cui si affaccia una ricchissima collezione di case in tardo stile coloniale francese. Un lungomare in pietoso stato, ma ospitante due o tre gradevolissimi bar dove frescheggiare al tramonto. Un quartiere commerciale, lungo la via che porta verso la Repubblica Dominicana dove si raggiunge il massimo del casino del traffico di motociclettine e di sorte di Api-bus; un pulsare di vita che fa riflettere sul suo senso ( se esiste ). Un cimitero dove si possono trovare cerimonie e sacrifici voudou, anche in pieno giorno. Alcune spiagge abbastanza belle a pochi km di una strada un pò in costruzione, un pò tremenda. Purtroppo la più bella è stata cialtronescamente privatizzata da Caribbean Cruise, le cui navi da crociera vi sbarcano migliaia di turisti una volta a settimana. Il resto del tempo è desolatamente vuota, circondata da inferriate che nemmeno Fort Knox. Nessuno vi accede, e siamo ai Caraibi. A una ventina di km le assurde rovine, in un quadro naturale incantevole, del palazzo di Re Christophe di Haiti Nord, degli inizi del 1800. Ad ulteriori 7 chilometri questo re nero fece costruire una Fortezza. la strada è assolutamente impervia e ci si arriva o in moto o a cavallo o a piedi (da non dimenticare che siamo sotto il sole tropicale).

Ma soprattutto a Cap Haitien vi è l’affascinante Haiti!