Il viaggio più bello

Un viaggio di molti anni fa è stato il più pieno ed interessante che abbia mai fatto. Nessuno, successivo, è riuscito ad avvicinarglisi. Un lungo percorso in Amazzonia.

La meta l’avevo scelta buttando a caso un dito sulla carta geografica, lo facevo spesso a quei tempi. Lavoravo in Ecuador. Per le vacanze di Natale, mi feci accompagnare da un collega fino a Canelos, nella parte amazzonica del paese. La strada si fermava lì, oltre solo foresta amazzonica fino a Belem, in Brasile, sull’Atlantico.

Parlai con dei maggiorenti del villaggio, bevvi la temuta chicha con loro, spiegai le ragioni del mio viaggio; dissi, un pò barando, che ero interessato ai frutti silvestri commestibili e chiesi delle guide per cominciare a discendere il fiume. Chiamarono due uomini, montammo sulla canoa e partimmo, io e loro, sul fiume; verso Curaray.

Cominciarono così 5 o 6 giorni di totale allucinazione. Mi trovavo in un ambiente assolutamente estraneo, inimmaginato ed inimmaginabile. Ero in un mondo non mio: tutto mi era differente, sconosciuto, nuovo, difficilissimo da prendere in mano. Non molto diverso da come deve essere trovarsi sulla Luna. Spaesatissimo. Ma di potenza eccezionale.

La prima parte fu lungo il fiume Bobonaza; poi fu necessario camminare per una infinita giornata, scavalcando un cresta di colline, per arrivare al fiume Villano. Discenderne gli infiniti meandri fino alla sua confluenza con il fiume Curaray giungendo, dopo poco, all’omonimo villaggio.  Io andavo leggerissimo, solo uno zainetto con un sacco a pelo e un cambio di vestiti, un telo di plastica per la pioggia. Stivali di gomma nei quali i piedi mi bollivano, nemmeno un coltellino svizzero, solo una borraccia.

Gli episodi si accavallano nella memoria, ancora vividi dopo tanti anni, uno più straordinario dell’altro. Il primo giorno, verso mezzogiorno le due guide accostano la canoa, a remi, su una spiaggetta del fiume, vicino ad una grande roccia immersa nell’acqua. Dal loro zaino tirarono fuori della polvere da sparo, fecero una specie di petardo e lo lanciarono nell’acqua profonda, sotto la roccia, con la miccia cortissima accesa. Un secondo dopo lo scoppio del petardo, uno dei due si tuffo riemergendo con un bel pesce, tramortito, forse ucciso, dallo scoppio. Misero una pentola su un fuoco e il pesce fu bollito, insieme a della manioca trovata sul posto, in un vecchio campo abbandonato da tempo. Con una foglia di banano, il più giovane avvolse le uova del pesce e, con del vimini, chiuse un specie di pacchettino che mise a bollire con il resto del pesce e la manioca.  Il pacchettino mi fu poi offerto come segno di speciale rispetto; aperto, le uova dentro erano una delizia.  Poi ripartimmo, la sosta avrà preso meno di un’ora. Mi pareva il paese della cuccagna dove per avere il cibo bastava allungare una mano.

Per la notte arrivammo in un villaggetto dove c’era un distaccamento militare ecuadoriano con alcuni militari. Mi accolsero volentieri, rappresentavo per loro un po’ di distrazione in una vita di infinita monotonia; il sergente in capo passava il tempo a riparare le radioline degli indigeni del villaggio accanto. I militari mi offrirono la cena; uno di loro aveva invitato anche un ragazzetto, lo trattava bene, lo faceva mangiare abbondantemente; io ero commosso da tanta gentilezza dei militari sudamericani nei confronti del popolo. Poi andammo a letto, in una baracca di legno, divisa in varie stanzette. Me ne dettero una con un giaciglio su cui mi accomodai bene, con il mio sacco a pelo. Nella stanzetta accanto entrarono il militare buono ed il bambino ben nutrito. Attraverso la sottile parete di assi ascoltai come il militare inculava il bambino piangente. Non intervenni.

Il sergente si adoperò per trovarmi due nuove guide per andare verso il fiume Villano. In quella zona vivono i cosiddetti Quichua dell’Oriente, parenti stretti degli indios delle Ande, con una lingua molto simile ed una buona familiarità con gli stranieri. Più verso il confine con il Perù c’erano e ci sono altre tribù molto più restie ad avere contatti, per primi i famosi Huaorani, che pochi anni prima avevano ucciso dei missionari americani. Durante il viaggio vidi una donna Huaorani, come mi dissero. Era nella miserrima bottega di un villaggio, al lume di una lampada tenuta accesa da un gruppo elettrogeno, per quella notte di festa. Erano tutti ubriachi sfiniti e ballavano. La donna aveva con sè una scimmietta che teneva sulla testa, aggrappata ai capelli; la scimmia era un maschio e si dimenava strofinando incessantemente il suo pisellino sui capelli della donna. Ogni tanto qualcuno alzava la scimmia e mostrava a tutti, fra grandi risate da ubriachi, il pisellino ritto. Abiezioni da ubriachi nel paradiso terrestre.

Una giornata intera di cammino, sempre nella foresta. Meraviglia infinita, ma stanchezza insopportabile. I piedi doloranti negli stivali, continue salite e discese nel fango, un sentierino minimo, alberi immensi a cui girare intorno o da scavalcare, quando caduti. Le due guide impazienti che volevano arrivare al fiume prima di notte e che non capivano la stanchezza di un povere bianco che arrivava anche a buttarsi a terra, morto di fatica. A volte, d’improvviso si fermavano, prendevano in mano una certa liana (per me del tutto identica alle mille altre intorno) e dandogli un taglio netto con il machete se la portavano alla bocca: sgorgava abbondante una buonissima acqua. Io continuavo con la mia recita dell’esploratore botanico e andavo raccogliendo semi, qua e là, e con questa scusa mi riposavo un attimo. Ma trovai anche un tipo di cacao commestibile da fresco che non riuscii a prendere perché troppo in alto e che poteva essere la pianta che mi avrebbe fatto diventare famoso.

Luoghi assolutamente spopolati. Qualche villaggio indigeno lungo i fiumi, a molte ore di canoa a remi l’uno dall’altro. Nei più importanti una pista di atterraggio, in erba, costruite e mantenute dai missionari, soprattutto protestanti. Certamente avamposti delle compagnie petrolifere americane: l’Amazzonia è ricchissima di petrolio. Alcuni di loro, anni prima avevano fondato quella che fu poi conosciuta come Instituto Linguistico de Verano i cui medici si dedicavano a sterilizzare, con vari pretesti e senza informarle, le donne indigene. Il fine era quello di eliminare gli indios e poter aver più facile accesso alle ricchezze forestali, agricole e minerarie della zona.

Solo foresta: alberi straordinari, cattredrali vegetali, l’infinita gamma di verdi. In quella zona l’Amazzonia non è ancora la piatta pianura che si troverà più a valle. Ci sono le ultime montagne e colline della Cordillera delle Ande: le vette vulcaniche e innevate hanno i loro piedi immersi nella foresta amazzonica. I fiumi erodono le colline e certe anse stanno sotto erte pareti di roccia e terra su cui si mantengono alberi giganteschi; sembrano imprendibili bastioni vegetali sotto i quali scivolava lenta la nostra canoina, sempre e solo a remi.

All’inizio della sua discesa il fiume Villano era ancora di portata modesta e molti banchi di sabbia e ciottoli affioravano, nelle anse. A volte bisognava scendere dalla canoa per superare dei tratti di acqua troppo bassa. In altri punti si formavano delle pozze profonde con dei gorghi. Mi avevano spiegato che se vi si cade dentro non bisogna cercare di nuotare verso l’alto, la superficie. Bisogna invece stare tranquilli e lasciarsi portare dal gorgo fino a toccare con i piedi il fondo e, a quel momento, darsi una forte spinta per uscire dal vortice. Ero assai preoccupato. Soffrivo molto per il sole che batteva sugli stivali di gomma e non me li potevo togliere perché c’e’ra da scendere psesso a spingere la canoa.

Agli indigeni si stavano aggiungendo, in quegli anni, delle famiglie di coloni ecuatoriani: poverissimi, si inoltravano nella foresta per trovare un pò di terra libera. Disboscavano qualche parcella di quella enorme foresta e ci coltivavano qualcosa per la sopravvivenza della famiglia. Ma i prodotti agricoli sono troppo pesanti perché potessero portarli al mercato, a giorni di cammino o di piroga. Allevavano allora qualche mucca per portare, un paio di volta all’anno, dei vitelli alla città del Puyo, giusto per avere qualche soldo per i vestiti, le medicine, le pile della radiolina che li fornisse di un po’ di musica. Non avevano i mezzi e la forza per recintare i pascoli e quindi le mucche erano legate con una corda ad un picchetto infisso in terra. Quando avevano mangiato tutta l’erba a cui potevano arrivare, un ragazzo spostava il picchetto e ciò più volte al giorno. Il cammino verso la città era estremamente penoso, a tratti molto erto, fangoso, scivoloso, durava giorni e giorni. Poteva succedere che i vitelli scivolassero in un burrone, finissero nel fiume, affogassero, si danneggiassero le zampe: e tutta la speranza del guadagno svaniva. Vita di una durezza incredibile. Le differenze fra  i coloni e gli indigeni erano abissali. I primi soffrivano, le baracche erano fatte malamante, povertà e sporcizia ovunque, bambini in cattivo stato. Presso gli indigeni tutto pareva più curato, meno disperato, in migliore stato: segni di una vita più tranquilla. Semplicemente, gli indigeni stavano nel loro ambiente e i coloni non erano che degli immigrati recenti, disperati.

Le guide che mi accompagnavano lungo il Villano erano giovani e credo che fossero cugini. Sapevano un pò di spagnolo, ma fra di loro parlavano in quichua; e lo facevano incessantemente, non stavano un attimo zitti. Intuivo che parlavano degli alberi, degli animali, degli uccelli, del fiume. Degli infiniti elementi di quel mondo che ci circondava; dove per me era solo meraviglia, loro ci trovavano mille aspetti di cui discutere, con passione, apparentemente. Si indicavano cose, continuamente, uno seduto a prua, l’altro a poppa; io nel mezzo. Remavano lentamente, lasciando fare molto alla corrente. Mille versi di uccelli si mescolavano allo sciaquettio delle pagaie; le zone di pieno sole erano inframmezzate da tratti in ombra, sotto gli enormi alberi. Il riflesso dell’acqua e il suo mormorio sulle pietre, nelle anse in cui il fiume si allargava e si faceva meno profondo. Loro chiacchieravano, io a volte mi appisolavo, seduto sul fondo della canoa. In tutta la discesa credo che incrociammo una sola altra canoa, che risaliva la corrente.

Ero affascinato dalla tranquilla disinvoltura con la quale tutte le mie guide si muovevano in quell’ambiente: veloci, precisi, sicuri, certi di quello che andava fatto. Dei pesci nel mare, mentre io ero perennemente impacciato, preoccupato, timoroso. Sconvolto, in una parola; loro, invece, coinvolti in quel loro mondo. Giovani beati in mezzo alla loro natura.

L’animale in questione era proprio così, anche nell’atteggiamento e nella attenzione con cui ci guardava. (Foto di By USFWS – U.S. Fish and Wildlife Service Digital Library System, Public Domain, via WikiCommons)

Avevano un vecchio fucile, arrugginito.  A una svolta del fiume, si zittiscono: su una spiaggetta c’e’ un bellissimo esemplare di giaguaro o di puma, qualcosa del genere, loro lo indicavano come el tigre. Grosso, decisamente da far paura. Nel silenzio quello davanti mi da la pagaia, mi fa segno di remare lentamente, prende il fucile e la mira. Quello dietro sussurra indicazioni. La canoa si avvicina all’animale che ci guarda con molta intensità. Io sono combattutissimo: vorrei salvare l’animale, mi basterebbe battere la pagaia con forza e fare rumore; ma non vorrei che i due, dopo, mi scannino al posto del felino. Ma temo anche che l’animale salti sulla canoa; mi pare improbabile, ma penso che potrebbe essere una madre che ha dei cuccioli proprio lì dietro e che li vuole proteggere. Cerco di pensare a cosa fare, ma che ne sapevo, di tutta quella faccenda? Nell’incertezza non faccio niente. Il cacciatore spara, il fucile fa cilecca, il rumore del cane che si abbatte sulla cartuccia è sufficiente a far scappare l’animale. Io sono contento, i due ridono e si prendono per il culo da soli, io mi aggiungo alle battute. La tensione si scioglie in risate.

Per l’ultimo dell’anno ci fermammo su una spiaggia, nel pomeriggio, abbastanza presto. Mi lasciarono lì e ripartirono per andare a caccia, per la cena. Io dissi che avrei fatto il bagno e scherzando chiesi se per caso non ci fossero i piranha in quel punto. Voleva essere una battuta, ma il più vecchio rispose che potevo stare tranquillo perché i piranha restavano al centro del fiume e non venivano verso riva. Non credo che arrivai a bagnarmi le ginocchia.

Ad un certo punto mi allontanai di qualche passo verso valle, scavai una buchetta nella sabbia e mi accoccolai per fare il bisognone. Mi resi conto che ero perfettamente solo, sulla spiaggia di un remoto fiume amazzonico, circondato dalla foresta più vigorosa del pianeta, sul far della sera e che stavo cacando. Una vertigine.

Che dette presto luogo alla preoccupazione perché i due non tornavano. Che avrei fatto se mi avevano abbandonato? La possibilità che una canoa passasse di lì nei giorni seguenti era remota. Ma poi arrivarono, quasi a buio, tristi. Avevano preso solo una modestissima scimmietta delle dimensioni di un gattino. L’arrostirono e me la dettero quasi tutta a me. Per bere avevano portato un fagotto di fibre di manioca masticata e fermentata (la famosa chicha, già citata, sempre quella); gettandone una manciatina in una mezza zucca (che ci serviva da bicchiere) di acqua del fiume e mescolando con la mano, si toglieva all’acqua il sapore di fango e il poco di alcol presente nella manioca fermentata, la purificava.   Dopo l’inesistente cena, io mi distesi dentro il sacco a pelo, su un margine del telo di plastica, pronto a coprirmi con l’altro margine se avesse piovuto (lo faceva tutti i giorni, dall’umidità pareva di stare in un acquario, ma le temperature mai torride). Loro erano meglio organizzati e dormivano sotto una specie di zanzariera. Ci diamo la buonanotte e noto che uno di loro si sistema il fucile a portata di mano. Immagino che abbiano deciso di spararmi durante la notte e chiedo spiegazioni: “In caso venga el tigre“.  Fu una notte lunga ed insonne.

E finalmente arrivammo al villaggio di Curaray, qualche decina di persone, tutti indigeni salvo due famiglie di coloni. La mia situazione mi apparve subito assai difficile. Ero stanco ed indebolito. Gia alla partenza stavo poco bene, inseguito dalle diarree tropicali; poi durante il viaggio, fra disagi, poco mangiare e stanchezza mi ero ridotto in pietoso stato. Non potevo, dunque, rifare il cammino inverso, molto più lento, perché controcorrente. Pagai le guide chiaccherine e decisi di prendere uno degli aeroplanini che arrivavano al villaggio portando persone e merci, che altra via non c’era, se non quella che avevo fatto io.

Questi indios mi parvero subito poco accoglienti, non so perché; certo mi avevano accumunato a quelli che andavano a rubare risorse: terra, petrolio, legname.  Mi rivolsi ad uno dei due coloni chiedendo se potevo dormire nella sua casa, grande e su palafitte. Un po’ scontroso, anche lui, mi disse di mettermi sulla veranda. Così feci, almeno stavo sotto un tetto. Tutti a letto appena arrivato buio (ovviamente nessuna elettricità), accesi una candela aspettando di prender sonno. Mi accorsi con terrore che da ogni fessura dello sgangherato pavimento di assi stava uscendo uno scarafaggio, di quelli tropicali, grande, solo il corpo, come un dattero. Erano un milione, mi avevano circondato, e vedevo vibrare due milioni di antenne, tenute a bada solo dalla luce della candela che si stava rapidamente consumando. Ho il terrore degli scarafaggi, deve essere una faccenda patologica. Passai dei minuti disperati. Mi misi a sedere su uno sgabello appoggiandomi alla balaustra della veranda e mi accorsi che gli scarafaggi stavano camminando sui pali orizzontali della balaustra. Ero disperato, preso dall’angoscia. Con l’ultima mezza candela uscii dalla tettoia e mi misi all’aperto sul fondo di una canoa arrovesciata. Ma cominciò a piovigginare e faceva freddo. Il cielo mi salvò: mi venne in mente di andare a dormire in chiesa, su un banco. Lì non c’era niente da mangiare, e quindi gli scarafaggi non la frequentavano e lì passai le restanti notti. Tanto il prete non c’era.

Ma c’era una specie di incaricato che possedeva una potente radio ricetrasmittente grazie alla quale parlava con la missione al Puyo e che poteva avere delle informazioni sull’arrivo dell’aereo. Ma o non le sapeva o non me le voleva dire, odioso.  Il problema maggiore era il cibo. Nessuno mi voleva dare da mangiare, nemmeno pagando. Era una muraglia; chi con una scusa, chi con un’altra nessuno mi voleva dare niente. E’ la tipica forma di resistenza passiva che gli indios hanno sempre adottato contro i bianchi invasori, fin dai tempi di Colombo. Bella spiegazione, ma io avevo sempre più fame. Solo una vecchietta mi dava una manciatina di noccioline, la mattina.

Io cominciavo a non poterne più e a voler tornare a casa. Del resto la meraviglia della foresta e dei fiumi era finita e l’atmosfera del villaggio mi era assai pesante. Unica distrazione, un dottore mandato là dai missionari che mi fece provare la Ayahuasca come ho già raccontato. Ma non mi dava da mangiare nemmeno lui; diceva che il cio che si era portato dietro stava finendo, anche lui era in attesa spasmodica dell’aereo. Cominciava a vaneggiare: mi parlava della sua speranza che sorgesse un vulcano davanti a casa sua, giusto per veder succedere qalcosa nella monotonia dei suoi giorni al Curaray.  Io, già  non mangiavo niente, poi ebbi anche a vomitare tutta una notte per via della Ayahuasca.

La faccenda era complicata dal fatto che la pista era sulla riva opposta del fiume, rispetto al villaggio. Quindi o restavo al villaggio a cercare di mendicare un pò di cibo o andavo sulla pista ad aspettare un aereo che non si sapeva se dovesse arrivare o no. Era certo che uno sarebbe arrivato il 6 gennaio per riportare il maestro della scuolina e portar via il dottore, ma un’altro aereo poteva venire prima, vai a sapere.

Ogni mattina uscivo dalla chiesa dove dormivo, passavo dalla vecchietta per avere la mia manciatina di noccioline e andavo sulla riva del fiume dove chiedevo a qualcuno di portarmi dall’altra parte. Passavo tutta la giornata sotto la tettoia di una baracca e la sera tornavo indietro. Per quattro giorni: un incubo. L’aspetto positivo fu che nella mia stessa condizione c’era un ragazzo che, dopo aver passato le vacanze di natale a casa, tornava al Puyo, al Liceo. Entrambi tutta la giornata ad aspettare. Ma lui aveva due grosse ceste di vimini piene di carne di cacciagione affumicata che portava con se in città, certamente per venderla e pagarsi le sue spese. La notte lasciava le ceste dentro la baracca, accanto alla pista. A fine pomeriggio, quando era evidente che l’aereo non sarebbe più arrivato il ragazzo tornava a casa. Io mi trattenevo ancora un poco e rubavo qualche pezzo di carne, fra l’affumicato, il bruciacchiato, il crudo ed il marcio che sgranocchiavo sul posto, a morsi. Il fatto è che la cesta era coperta e chiusa da delle foglie di banano legate al bordo. Per togliere la carne, dovevo spostare le foglie e pescare con due dita i pezzi di carne. Dopo un pò di operazioni così, il ragazzo si accorse delle foglie manomesse, portò una catena ed un lucchetto e chiuse la porta della baracca con la mia unica fonte di cibo dentro.

Finalmente, il 6 gennaio, come previsto, l’aereo arrivò. Era di sei posti; se non me ne avessero dato uno, ero pronto ad uccidere. Quando l’aereo cominciò a rullare mi si riempirono gli occhi di lacrime.

Dopo un viaggio così, tutti gli altri sono noia.

Una bellissima esperienza in Brasile

La preparazione della ayahuasca. Foto di Awkipuma, via WikiCommons

Ebbene, sì! Una delle peggiori esperienze fisiche che ci succedono, il vomito, può invece entrare a far parte di una bellissima esperienza e si può trasformare in vicenda desiderata, invece che detestata.

Tutto ciò succede soprattutto in Brasile, ma anche nel resto dei paesi amazzonici. La cosa è interessantissima e può meritare un viaggio, nonostante tutto quello di terribile che ho detto sul Brasile ed il Sudamerica qui, qui e qui.

La faccenda si basa sulla ayahuasca. Si tratta di una liana amazzonica il cui decotto insieme ad alcune altre erbe, provoca delle vivissime allucinazioni visive. Il bello è che non da assuefazione, disturbi della personalità od effetti collaterali. Salvo, appunto il vomito e, a volte, un pò di diarrea. Ma questo vomito è gradevole, è una liberazione del corpo e lo si fa volentieri; non è accompagnato da quei tremendi conati che accompagnano le indigestioni o le ubriacature selvagge.

E’ la sostanza su cui si basano tutte le culture sciamaniche del bacino amazzonico (lo stesso da cui viene la chicha de yuca). La sua importanza culturale è assolutamente fondamentale per tutti quei popoli, pesticciati dalla colonizzazione spagnola e portoghese.  Quindi il suo consumo era rigidamente normato e perfettamente conosciuto. Durante le cerimonie lo sciamano l’assumeva ed aveva delle visioni sulla base delle quali curava e guidava il suo gruppo.

Gli ingredienti del beverone. La ayahuasca è quella in alto. Si tratta di una grossa liana legnosa che si riconosce per essere attorcigliata su se stessa. Le foglie apportano il DMT, mentre la liana apporta gli inibitori dei distruttori del DMT prolungando il suo effetto.  Foto di Awkipuma via wikicommons.

In effetti le visioni sono potentissime: avvengono sia ad occhi chiusi che aperti. Il soggeto che l’assume è sempre presente a se stesso e può muoversi e parlare tranquillamente . Ma difficilmente lo farà perchè è assolutamente assorto dalla meraviglia di ciò che vede e dalla vividezza dei colori. Si è trasportati in un mondo fantastico, gradevole, meraviglioso. Non si ha paura, non ci sono nemici od angosce. Il mondo percepito è bello e amichevole. Ricordo di essere stato sovrastato da un enorme gorilla che mi stava proteggendo o di aver assistito ad una cerimonia religiosa in una pagoda giapponese in cui l’officiante era una ieratica amantide religiosa rivestita da un chimono. Bellissime visioni.

L’effetto dura una mezz’oretta, poi si vomita e si torna lucidi; ma una nuova ondata di visioni, sebben attenuate, ritorna fino ad un nuovo vomito. Così per due o tre volte. Se ne esce freschi e contenti come fringuelli.

Durante il ‘900 sorsero dei movimenti, in Brasile, che fondarono sulla ayahuasca dei movimenti religiosi sincretisti dove si mescolavano cattolicesimo, riti degli schiavi africani e pratiche sciamaniche. L’esponente fu un certo Mestre Irineu  il cui messaggio era comunque molto positivo, di pace, fratellanza, rispetto e sensibilità ecologica. L’assunzione del beverone trova, infatti, il suo miglior ambiente nel pieno della meravigliosa foresta amazzonica che diventa, alla volta, fornitrice e quadro delle visioni. E’ una sorta di abbraccio fra umanità e foresta.

Da un punto biochimico la faccenda è assai complicata: l’agente allucinogeno è il DMT che ha molto a che vedere con la serotonina e la psilocibina ed è anche normalmente prodotto dal corpo umano, durante la fase REM. Il DMT è in realtà assunto dalle altre erbe che compongono il beverone. La ayahuasca fornisce un altro composto che protegge il DMT, ne rallenta la metabolizzazione e quindi permette le visioni. A ben vedere si tratta, quindi, solo di sogni da svegli. E difatti la ayahuasca è più o meno permessa in quasi tutti i paesi. Si ritiene che il DMT prodotto naturalmente dal corpo sia alla base delle esperienze mistiche che si ritroano in tutte le religioni. Una sorta di ormone della spiritualità. Quindi i mistici sarebbero degli individui a forte produzione di DMT.

E bravo Mestre Irineu, da figlio di schiavi a Papa di una religione! Foto di Santo Daime via WikiCommons

Il centro di Irineu furono gli stati estremi del Brasile verso la Bolivia: Arce, Rondonia. Il punto di ingresso alle varie comunità è la città di Rio Branco. Creò dei centri religiosi; i suoi continuatori, sia pure fra divisioni e polemche sono ancora là, ma anche nelle grandi città. Evidentemente i movimenti prima psichedelici e poi new age della fine del’900 si gettarono sulla faccenda (anche da un punto di vista scientifico) ed i centri del Santo Daime (così chiamano la sostanza in Brasile) ebbero grande rilevanza. Esistono ancora ed è possibile passarci giorni e giorni di bevute, visioni, riflessioni mistiche (e vomito). Ma sono accetti anche quelli che vanno per semplice curiosità verso le sostanze.

Naturalmente la cosa è stata portata anche in Europa e in Italia. Vi sono dei centri a Milano e a Roma, sia pure sommersi dalle polemiche sulla natura del loro operato. La ayahuasca sarebbe soprattutto una faccenda mistica; gli organizzatori europei sembrano invece, sotto una vernice new age, particolamrente interessati all’aspetto meramente economico dell’iniziativa. D’altra parte gli sciamani amazzonici rivendicano le loro royalties tanto culturali quanto, a loro volta, economiche.

Il meglio è quindi volare nella Amazzonia brasiliana e continuare a volare con la sorpendente ayahuasca.

PS.

Per il viaggiatore interessato alla ayahuasca di Mestre Inrineu la situazione è un pò complessa. Infatti, dopo la sua morte, la chiesa si divise in due branche. La prima, da ritenersi quella autentica, ha come figura centrale la vedova di Irineu (una diciassettene che lui sposò quando aveva più di 60 anni, alla faccia del misticismo) ed è estremamente riservata e lontana dai mezzi di comunicazione. Su Internet si trova poco cercando Madrinha Peregrina (il nome della mogliettina) o CICLU (la sigla della Chiesa, quella scissionista si chiama CEFLURIS ). Pur apparendo poco, il numero dei loro seguaci e la potenza di questa chiesa è enorme. Per non contaminarsi con il mondo non hanno centri al di fuori di Rio Branco. La seconda linea (o linhagem, come dicono loro) è una sorta di chiesa scissionista, molto più aperta al mondo, ai social, all’economia, ai soldi, in poco parole. I centri del Santo Daime sparsi per il Brasile ed il mondo appartengono a questa setta.  Il percorso normale degli adepti è avvicinarsi alla ayahuasca per la via della setta scissionista e quando arrivano a Rio Branco, per il vero contatto con la Chiesa, cercano la linea di Peregrina, quella più autentica.

In ogni caso la faccenda sembra molto amichevole: niente fondamentalismi, molta libertà, ognuno fa un pò quel che vuole. Magari non fatevi riconoscere come i soliti tossici che non gliene frega niente, se non di avere le allucinazioni.

Se mi fate un fischio nei commenti vi do un pò di contatti personali.

Il continente perduto

Botero, altra star idolatrata per molto tempo….

Ci fu un lungo momento, decenni fa, durante il quale il continente sudamericano era di moda, amato, desiderato. Per i giovani un lungo viaggio nelle sue terre era quasi indispensabile. Il calcio del Brasile, le sue donne (Florinda Bolkan, i culi delle danzatrici di samba al carnevale di Rio), la sua musica (Vinicius de Moraes, Toquinho); Cuba e la sua rivoluzione con El Che Guevara; i libri di Castaneda in Messico, quelli di Garcia Marquez in Colombia (quanti locali italiani si chiamarono Macondo?), Borges e Amado; la cocaina, il peyote, la marijuana. Il reggae, gli Inti Illamani. Kingston e Cuzco. L’emozione per Allende, lo sdegno per i golpisti assassini in Argentina ed in Cile. Il dolore delle guerre civili in Centro America. Sendero Luminoso, i Sandinisti. In Italia non si parlava d’altro, in tema di turismo.

Molti vissero anni intensi di amore, interesse, rabbia, coinvolgimento e fascinazione per quel continente. Moltissimi ci andarono;  molti ci viaggiarono per mesi, perdendosi nei “peggiori bar di Caracas”. Alcuni ci sono rimasti.

Le infinite strade sudamericane: qui fra Cile ed Argentina, In Patagonia.

Poi il vento è cambiato, quella moda si è estinta. Il racconto epico ed avventiroso ha lasciato spazio alla cronaca del turismo sessuale, dell’enorme violenza, delle guerre di droga. I brasiliani hanno smesso di giocare il loro calcio; il samba e la bossa nova si sono ritirati in nicchie di nostalgici. La politica sudamericana non interessa veramente più. Tutto il resto è dimenticato. In Sudamerica non ci va più nessuno, soppiantato dall’Estremo Oriente: esotico, tranquillo, a buon mercato. Nei gruppi di turismo di FaceBook quel continente è completamente scomparso.

Non c’e’ da dispiacersene. Io continuo ad andarci, ma con sempre meno voglia. Fu un innamoramento adolescenziale collettivo: breve e senza basi. Ma è anche vero che il Sudamerica è cambiato molto, molto rapidamente ed in pochi casi in meglio.

L’aumento sia della popolazione che della ricchezza sono stati straordinari. L’influenza culturale nordamericana ha ulteriormente appiattito le già scarse differenza culturali che vi erano. Ormai sulle Ande si fa il “baby shower” e si adora il “Kentucky Fried Chicken”. La piatta tristezza dell’omologazione regna.

Il turismo sessuale ha sostituito quello politico.

E’ aumentata enormente la ricchezza, ma in un quadro di ingiustizia sociale inconcepibile per un europeo. Quindi: esplosione della delinquenza comune e radicamento di quella organizzata. Con l’eccezione di Cuba (il paese più sicuro al mondo) e del Cile, tutti i paesi sudamericani sono molto pericolosi per i locali e per i turisti. Impossibile circolare in tranquillità nelle città, difficile allontanarsi dai perimetri turistici controllati dalle polizie.  Lo straniero che va a zonzo solo con molta fortuna eviterà frangenti magari non pericolosi per la sua vita, ma certo sgradevoli per la tranquilla prosecuzione del suo viaggio: furti, taccheggi, rapine.

Quindi l’unica possibilità per i turisti non particolarmente attirati dal pericolo (ve ne sono molti anche di quelli) resta il resort sulla spiaggia, da cui non si esce per tutta la durata del soggiorno o, se lo si fa, solo in gruppi protetti per le famigerate gite organizzate. Anche molto diffusa la micidiale crociera caraibica dove si mette addirittura il mare fra il turista e il delinquente locale.

Del resto, il continente è sempre più monotono e quegli infiniti viaggi in bus che vi si facevano (e che io mi ostino a farvi) hanno perduto completamente di senso. La noia di quei tragitti dava, una volta, senso al viaggio. Si esplorava l’enormità di quei luoghi, noi europei abituati alle corte distanze. Più ci si annoiava in quelle giornate e nottate di bus puzzolenti, più ci pareva di misurare la vastità del mondo. Ora vince l’esperienza intensa, rapida e concentrata: l’esatto contrario.

In questi tempi nei quali la gastronomia ha soppiantato la cultura, il continente sudamericano non ha niente da offrire. Vi si mangia, infatti, malissimo. Certamente peggio che in qualunque altro luogo del mondo. Si salvano il ceviche e l’asado, ma per il resto è notte fonda. Il piatto più famoso, la fejoada brasiliana, può uccidere un toro.

Fa quindi bene, la gente, a non andare più in Sudamerica: pericoloso, monotono, privo di attrattive.

Portogallo

Il baccalà impera in Portogallo, anche nel tost.

Questo blog del Viaggiatore Critico contiene molti post sul Portogallo e sul mondo lusofono. Eccone la lista:

Le casine portoghesi

Ho parlato molto del Portogallo, così ricco di sottile, impalpabile e malinconico fascino. Mi sono lasciato come ultimo tema quello che più mi intenerisce: le casine.

I portoghesi, sia in patria, sia nelle loro numerose e sparpagliate colonie (Brasile compreso), hanno fatto e continuano a fare delle casine che ti fanno star bene. Usano toni pastello ben in armonia con le parti in bianco. Le dimensioni sono ridotte, gli elementi ornamentali frequenti, aggraziati, ma sobri, senza sconfinare nel lezioso Forse unpò, sì) o nel barocco. Le finestre fantasiose, invitanti. Le case, i palazzetti, gli edifici pubblici sono quasi sempre curati, ridipinti di fresco, tenuti in perfetta pulizia. Facciate nette, nitide, pulcre che fanno pendant con la chiarezza del cielo che sfuma verso l’Atlantico.

Son case che ti chiamano per essere abitate in letizia; crederesti che in loro niente di male può avvenire. Passeggi nelle vie dei borghi e ti senti protetto dalla serenità che gli edifici emanano copiosamente.

A volte fanno venire in mente il Rinascimento italiano e la sua tranquilla consapevolezza dell’armonia. Ma il Rinascimento è imponente, a tratti severo, rigido nel ritmo e nelle proporzioni, portatore di messaggi pubblici e politici; l’architettura portoghese è, invede, accomodante, familiare, alla mano, ti bisbiglia. Ti permette variazioni, distrazioni, improvvisazioni.

Quando arrivo in ambiente portoghese mi vien da sorridere, di sedermi in un bar e farmi una birretta. Come se fossi tornato a casa, dopo un periglioso viaggio. Lo dicevo anche nel primo post di questo blog, mi ripeto; passerei la mia vita a parlare di questo tema. Sensazioni dolcissime, un pò zuccherose, forse, ma gradevolissime.

Ma quel che è più straordinario è l’enorme divario che c’e’ fra le casine dei portoghesi ed i portoghesi stessi. Che sono persone portate facilmente alla polemica, al conflitto, a contatti rigidi e difficili. Spesso vanno sul tristino, sul depressuccio. Possono essere gentili, calmi ed alla mano, ma non mi sentirei di definirli sereni ed allegri. Mostrano, anzi, a volte, segni di aggressività ed insofferenza. Il litigio stizzoso è frequente.

In tempi recenti ebbero una delle Polizie politiche più terribili della storia e nelle colonie, che volevano diventare indipendenti, commisero delitti innominabili. Dietro alcune di quelle facciate così carine, in quegli edifici così gai, si torturava, si uccideva, si organizzavano terribili massacri.

Ed è questo l’elemento che mi affascina: la contraddizione fra la clarità delle abitazioni e l’oscurità degli animi; fra il fuori ed il dentro.  Come se si cercasse nell’architettura quella serenità che la Storia ha negato a questo popolo.

 

Il budello di Oliveira al Pecci di Prato

Il budello di Oliveira al Pecci.

Posate immediatamente quel che avete in mano: tastiera, cazzuola da muratore, borse della spesa, falce e martello, penna, chiave inglese, proprio o altrui baccellone, forbici da parrucchiere e correte immediatamente a Prato, al Museo Pecci.

Il brasiliano Henrique Oliveira ha costruito, in un salone del museo, una sua opera sconvolgente e meravigliosa che vi ingiungo di percorrere subito, o almeno prima che non la distruggono, forse nell’estate 2018. L’opera si chiama Transcorredor, ma il titolo è brutto e poco appropriato.

Incomincia come un normale corridoio sulle cui bianche pareti sono appese fotografie. Poi cominciano ad apparire i blocchi di cemento e i mattoni con cui sono fatte le pareti ed il pavmento, poi il corridoio diventa budello di roccia, serpeggiante, mal illuminato, sempre più angusto, poi la roccia lascia il posto a fogli di legno curvi, sfilacciati, stratificati mentre il tubo diventa sempre più angusto e le curve strette. In preda alla claustrofobia si esce finalmente nel salone del museo mentre il budello prosegue nel tronco cavo di un vero albero secco deposto a terra. Qui un video (a partire dal minuto 1:30).

L’idea finale dell’albero è piuttosto ridicola, ma il corridoio/cantiere edile/caverna/condotto linfatico dell’albero è geniale. Il visitatore rinasce alla luce dopo aver attraversato diversi stati della materia. Una sorta di tubo intestinale del mondo in cui si entra tranquilli, ma da cui si esce stropicciati. Una progressiva metamorfosi esterna che si ripercuote su chi la percorre.

Una esperienza forte, correte a vederla, non la perdete.

L’infinita monotonia del Sudamerica

Pascolo sudamericano. Ve ne sono miliardi così.

Il viaggiatore che avesse voluto fare il giro delle capitale sudamericane in bus, al termine del suo viaggio, avrebbe percorso 18.000 km, ma avrebbe visto ben poco dal finestrino. E non solo perchè rincoglionito dalla musica a palla, dai film di kung fu trasmessi sulla TV di bordo in contmporanea con la musica, dal sonno, dalla gelida aria condizionata. Ma soprattutto perchè il paesaggio sudamericano è straordinariamente monotono (con la sola lodevole eccezione delle Ande). Predominano amplissimi pascoli maltenuti, recintati dal filo spinato infisso su alberelli tristi e fitti; pascolano, semibrade, mucche apparentemente felici (ma del cui stato di salute, un veterinario europeo inorridirebbe). Le uniche ad esserlo, certo più dei muli, asini, cavallini di incertissima genealogia, ma di certissimo duro lavoro quotidiano, condito da maltrattamenti.  A volte si vede un pò di aridità, a volte molti alberi, ma la sostanza è il pascolo abbandonato alla volontà di Dio.

Povere bestie, povera gente.

Ma anche tutto il resto è monotono: la lingua è sempre la stessa: spagnolo o portoghese; la cultura è molto simile, la storia è andata sullo stesso binario, la religione è ovunque la stessa, l’architettura, coloniale o moderna, è tutta simile. L’aspetto delle periferie attraversate dal bus del nostro viaggiatore è straordinariamente uguale, ovunque: case basse, brutti hangar industriali o commerciali maltenuti, enormi e pervasive insegne onnipresenti. E’ il tripudio della cartellonistica commerciale: non vi sono regolamenti municipali, non vi è design. Vince chi ha il cartellone più grande ed usa i colori più accesi. Squallore, sporcizia e tristezza.

Ho già scritto dell’infelicissima condizione umana sudamericana e questa è certamente la causa principale della piattezza di quel continente. Popoli malmenati dalla storia, società autoritarie e violente, individui rigidamente fissati nei ruoli sociali e privi di libertà. Il risultato è l’inesistenza della speranza, il dominio della depressione, l’attendismo e il fatalismo. Quando lo capisci, non hai più voglia di andarci.

Squallore, commerci, case cadenti, fili elettrici ovunque.

Il possesso della terra tenuta a pascolo è un fortissimo status symbol ed è appannagio delle grandi famiglie. Il bestiame, el ganado, è sinonimo di famiglìa antica, nobile. Ma i ricchi disdegnano il lavoro e non si curano dei loro sterminati latifondi che producono frazioni di quel che potrebbero dare. Aziende agricole infinite che non ricevono attenzioni ed investimenti e sono miseramente destinate alla meno produttiva delle produzioni: l’allevamento bovino. Che però da grande prestigio sociale: quando la domenica si va in fattoria, con il cappello da cow boy, i jeans e la camicia a quadri a mangiare pantagruelici barbecues di carne troppo cotta.

Ecco perchè il nostro viaggiatore vedrà quasi esclusivamente pascoli maltenuti. I proventi che pur danno, saranno investiti in attività finanziarie, a far compere a Miami, ad arredare attici nei grattacieli delle capitali. Certo non saranno mai investiti nell’azienda. E non si parli di pagare decentemente i lavoratori.

Ma nelle capitali chi può se ne frega, delle miserie.

Quando i proprietari si curano della loro terra, cercheranno di seminare prodotti miracolosi, che li arrichiscano in mesi, non in anni. In tutto il continente vi è la perenne rincorsa al prodotto innovativo, capace di entrare sui mercati internazionali: l’esportazione è il miraggio. Ma raramente riesce e spesso causa più indebitamento al paese che reddito ai suoi abitanti. La regola è che le grandi famiglie ricevono sussidi statali per introdurre tali innovazioni. Quando (quasi sempre) falliscono, il debito è cancellato e rimane alla collettività.

E non si può certo chiedere ai miserrimi operai agricoli o ai poveri piccoli proprietari di terra di migliorare il proprio ambiente: vivranno in povere case malandate, in paesi senz’anima e decoro. Le amministrazioni locali poco possono e meno fanno. Servizi a zero e migliorie urbane assenti.

Quindi il nostro viaggiatore attraverserà un miliardo di cittadine, paesi, villaggi, frazioni, tutti tristamente uguali e squallidi. Pieni di una umanità arresa e solo desiderosa di andarsene o di bere. O di sfogarsi con una violenza inarrestabile.

Ed in questi centri, più o meno urbani, il viaggiatore troverà il trionfo del commercio. I paesi sudamericani sono in mano a quella borghesia sfacciata, che ha fatto e mantiene la propria fortuna sul commercio. E’ il Vangelo di quel continente: non vi sono regole, condizioni, protezione per il consumatore, sistemi fiscali che reggano. L’imperativo è vendere: del resto la popolazione urbana è giovane, sta cercando di uscire dalla miseria rurale ed è desiderosissima di beni. Aprono le porte infiniti negozi con le loro scritte urlanti e colorate. Le merci spesso sono di bassa qualità, malamente offerte, per niente valorizzate. Commessi più attenti a non farsi rubare la merce, che a servire il cliente. Clienti creduloni e raggirabili. Tutto terribilmente dozzinale. Pur di avere, si compra cianfrusaglia.

L’immagine simbolo delle periferie sudamericane.

Mercati e mercati, quartieri commerciali, banchi dappertutto, ambulanti ovunque, musica, casino, merci, merci, merci. E questo, sempre uguale, durante i 18.000 km del nostro viaggiatore. E sulle arterie, soprattutto meccanici, gommisti, magazzini di ricambi auto. Il parco auto vetusto, la poca perizia nella guida, lo stato delle strade, l’improvvisazione di molti meccanici fanno sì che le auto siano bisognose di continue cure e ricambi.

Tutti questi elementi saltano alla vista del nostro viaggiatore. Più difficilmente, egli,  avrà una esatta percezione di quella strana e complessa cosa che è la cultura sudamericana.  Quella grande omogenietà linguistica, storica ed anche culturale del continente, avrebbe creato un unico e formidabile popolo, nei sogni del Libertador Simon Bolivar. Purtroppo non è stato così. Sono popoli troppo schiacciati prima dai Conquistadores, poi dai latifondisti, poi dalla borghesia commerciale, poi dagli attuali imperi finanziari; troppo schiacciati per riuscire a crearsi un proprio autentico cammino.

L’architettura coloniale, per quanto gradevole, è estremamente ripetitiva.

Sono popoli diversi e che spesso si odiano pur condividendo il 90% delle caratteristiche culturali. Queste restano però frammentarie, esili, contraddittorie, dispari. Il viaggiatore attento si troverà, quindi, difronte all’infinita ripetizione degli stessi schemi culturali, da un capo all’altro del continente; ma li troverà sostanzialmente inconsistenti. Niente a che vedere, per intendersi, con la strordinaria forza culturale degli africani, che lascia basiti e meravigliati.

La moda dei viaggi in Sudamerica, da parte degli italiani è mutevole. Ebbe un auge negli anni ’70 ed ’80 soprattutto nella sinistra giovanile; sulla spinta del Che Guevara, di Jorge Amado e di Garcia Marquez; della rivoluzione nicaraguense, dei movimenti centramericani, peruviani;  della solidarietà alle immani tragedie cilene e ed argentine. Ed il modello era proprio quello di andare in giro con i bus, molto più avventurosi a quei tempi, e di mescolarsi alla popolazione, visitando i gruppi e le iniziative dei compagni rivoluzionari. Facendosi, nel contempo, un sacco di canne e poi di coca.

Il sovrano delle strade sudamericane.

Ma quel movimento turistico si esaurì. Forse per il mutato ambiente politico europeo, forse per l’invecchiamento di quei turisti. Ma probabilmente perchè la gente ha finito per capire che si trattava di un ‘infatuazione con poca sostanza. Esattamente come i romanzi, di fama del tutto passeggera, di Garcia Marquez con il suo stucchevole (ma che piaceva tanto) realismo magico.

E l’America Latina, come destinazione turistica globale, è crollata. ormai non ci va quasi più nessuno. Alcuni a Macchu Picchu o nei resort sulle spiagge. Che tristezza.

El asado, arrosto culturale. 

Fenomeno centrale nella cultura popolare argentina, cilena, uruguyana e del sud del Brasile e’ el asado ovverosia il barbecue, la carne alla brace.

Non e’ un cibo: e’ un rito, una cerimonia, un fenomeno sociale trasversale e federatore.

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Agnelli arrostiti alla Patagonica. Da Wikicommons di Mriquelm
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Orgia carnica per l’asado.

Le origini sono chiare: le sterminate pampas del sud del continente, una volte liberate dagli indios opportunatamente massacrati, sono diventate infiniti pascoli per infiniti branchi di bovini ed ovini bradamente allevati. Portati poi all’industria per essere trasformati in scatolette di carne, lasciavano molti tagli inutilizzati che gli operai consumavano arrostiti durante la pausa pranzo.

Ancora prima di essere portati al macello, gli animali nutrivano i loro pastori, i famigerati gauchos, che li arrostivano, la sera, negli accampamenti, sul bordo di uno dei rari ruscelli della pampa.

L’abitudine e’ poi penetrata nel corpo sociale. La domenica, nei quartieri popolari, le famiglie portano sulle vie i loro bracerini ed arrostiscono scambiando i diversi tagli con i vicini, i cani intorno. Nei cantieri, a pranzo, un muratore smette mezz’ora prima, fa un fuoco con il legname delle impalcature e arrostisce la rosticciana. In occasione delle partite della nazionale gli amici si riuniscono intorno ad un asado.

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La graticola di un ristorante. Vi sono grossi pezzi di maiale, di vitellone ed alcuni polli. La carne viene messa sulla gratella e tagliata via via che i clienti chiedono l’uno o l’altro taglio. Quindi, in mancanza di richieste, il pezzo può restare sulla gratella fino a diventare secco e tiglioso. I resti vanno al giorno dopo. Spesso gli addetti alla gratella non sono all’altezza del loro compito. Evidentemente si previlegia la quantità e l’impressione di richezza della gratella, alla qualità dell’arrosto.

Santiago del Cile ha dovuto fare una legge che regola la cosa, per evitare di soffocare nel fumo. Secondo i parametri delle centraline di rilevamento dell’inquinamento, da noi fermano il traffico, qua spengono il barbecue.

I tagli sono numerosi, la qualita’ intrinseca della carne eccellente; ma i risultati sono buoni solo sporadicamente. Infatti la frollatura è assente (in Sudamerica bisogna sempre mangiare l’uovo in culo alla gallina, se possibile anche prima), e cottura è spesso eccessiva. Vi è infatti un rifiuto abbastanza diffuso nei sudamericani della carne al sangue. La bistecca alla fiorentina in Sudamerica non troverebbe un solo cliente; troppo al sangue. Ma se la cuoci di più ti diventa una soletta dura, fibrosa, immangiabile.

Da non dimenticare che il consumo di carne bruciacchiata e grondante grasso fuso, fra amici, bevendo, e’ cosa da uomini forti, da maschi, un po’ barbari. Cosa che ben si compagina con la sofferta antropologia del continente. Ed infatti spopolano fino alla nausea i ristoranti di carne alla brace. Asado pubblico anziche’ privato. E spesso è l’unica cosa commestibile nel desolato panorama della cucina cilena, per non parlare di quella brasiliana.

Tanto consumo di carne ha, ovviamente, una grossa influenza sulla salute; degli argentini, soprattutto.

Una versione estrema dell’asado e’ il “cordero patagonico“.  Trattasi di agnellone, aperto, schiacciato e crocifisso su due pali infissi a terra accanto ad un falo’. Il calore non arriva da sotto, ma di lato, per riverbero. E’ il capolavoro culinario del gaucho, mentre il curanto è più il piatto indigeno.

L’infelicissimo continente sudamericano.

Un piranha, pescato e sgozzato in Venezuela. Simbolo, il pesce ed il pescatore, delle voracità e della violenza di un intero continente.

Sono molti gli italiani che desiderano (o desideravano) visitare l’America Latina; si  ha (aveva) infatti, in  Italia, di questo continente, una visione molto positiva. Io ho visto altre cose: eccole.

La somma delle infelicità di quel continente è infinita. Luogo difficile, terribile.

Già i grandi imperi precolombiani dovevano essere crudeli, classisti, spietati. Su questa base si innestarono quei delinquenti sanguinari, assassini ed avidi dei Conquistadores e dei primi colonizzatori spagnoli e portoghesi. La feccia della penisola iberica che fuggì la miseria europea per farsi ricca nelle colonie. Poi gli schiavi africani, indicibile sofferenza. A quelli si sono aggiunte infinite ondate di disperati che cercavano in America una svolta alla loro grama vita in Europa.

Ed infine sono arrivati gli sfacciati misfatti del liberismo economico che soggioga senza freni i popoli ai capricci del capitale. Conflitto, sopraffazione, arbitrarietà sono le parole che definiscono la storia dei rapporti fra le persone di questo continente. Su tutto ha steso la sua mefitica cappa la Chiesa Cattolica, recentemente spiazzata dalle sette evangeliche, forse peggiori, se possibile.

Il risultato è catastrofico. Le tre popolazioni: indigena, europea ed africana non si sono mai integrate; sono rimaste separate e profondamente nemiche. La vastissima popolazione meticcia è strapazzata fra il desiderio di essere bianchi ed il terrore di essere indigeni o neri. Nessuna identità, nessun orgoglio identitario. I bianchi sono ossessionati dal timore di essere inghiottiti dalla massa che hanno  sfruttato bestialmente (e che continuano a sfruttare). Indigeni e neri sono stati troppo schiacciati per non essere culturalmente annullati. Solo recentemente qualche barlume di recupero di dignità. Il disprezzo e l’odio ammorbano l’aria, pur restando invisibili agli occhi non attentissimi.

Ma tutto ciò è a livello dei gruppi. A livello personale è perfino peggio. La società sudamericana è talmente compressa e piena di odio e di tensioni sotterranee che gli individui che la compongono sono fissi in una rigidità immodificabile. Ogni gruppo sociale ha un suo ruolo e i suoi membri non ne possono uscire. Le persone sono completamente mummificate nel ruolo che gli è stato assegnato, secondo la propria etnia. Sono monodimensionali, privi di spazi personali, piatti e prevedibili. Automi sociali, privi di libertà. E’ un continente in cui il ’68 non è mai arrivato. Nessuna liberazione. L’infelicità individuale è enorme. Anche la sinistra, che pur ha pagato un prezzo di sangue, morte e torture spaventoso, non riesce ad uscire dagli schemi. Fissi anche loro nella routine dei ruoli, senza capacità di quella ribellione personale all’ambiente circostante che è prerequisito dell’innovazione. La genialità è assente, fa paura; l’intelligenza è un disvalore, in quanto mette in pericolo la fissità dei ruoli sociali ed etnici. Il pensiero diviene semplice ripetizione consolatoria di luoghi comuni, ovvi, obsoleti, stantii (banale ma illuminante la lettura dei commenti su FB nelle pagine sudamericane). Una cultura mummificata, sia dalla parte conservatrice che da quella progressista. Si scrivono migliaia di libri; parziali, inutili, ripetitivi. Si affoga l’analisi della situazione in mille dettagli inutili.

I ruoli sociali vengono trasmessi su base familiare; che è tipicamente il miglior mezzo per mantenere le divisioni sociali, qui anche etniche. La famiglia regna sovrana in America Latina; niente si svolge senza famiglia. Si formano precocemente, sempre. L’aborto è ovunque proibito, si sfornano legioni di figli, a tutti i livelli sociali. La gioventù non esiste, si passa dall’adolescenza alla paternità. Le famiglie sono vaste, si spostano in massa. Legami fortissimi, soffocanti. Le donne passano dall’autorità paterna a quella maritale.

Da queste molteplici e tremende pressioni etniche, sociali, famigliari le persone ne escono represse ed insicure. L’ipocrisia è sovrana, la dissimulazione frequentissima. Da tanta repressione finiscono per sorgere le inarrestabili violenze del continente: a volte politiche, a volte personali come per la delinquenza, i narcotrafficanti, le bande giovanili, la violenza domestica. Sovrano il machismo, chiaro prodotto di malessere personale e sociale; sovranissimo il disprezzo che le donne portano agli uomini, uccidendo ogni sentimento positivo. O il sorgere irrefrenabile delle sette protestanti; nuovo schema in cui annullarsi. Dalla padella alla brace. E non è un caso che sia il continente del ballo; è lì che i corpi trovano un pò di libertà e di gioia.

La peggio ce l’hanno i giovani, privati di ogni capacità di ribellione e ridotti ad esser vecchi fin da subito; bambolini e bamboline repressi, esangui, ritorti su se stessi, psicologicamente rachitici. Soprattutto quelli delle classi più elevate.  Plastificati, pieni di mossette aggraziate, di ditina melliflue, di  vocine asessuate.

Dal conflitto fra gruppi nasce il fenomeno, per gli europei intollerabile, dell’indifferenza sociale. Quando si dice: “I grattacieli accanto alla bidonville”. E’ assente in quel continente ogni forma di solidarietà, di vicinanza. Vi è solo qualche traccia di beneficienza, della peggiore, quella dei ricchi che vogliono sentirsi buoni. Ed infatti, il paternalismo è diffusissimo.

Questo continente è in preda alle imprese americane, spagnole, europee, ora anche cinesi che ne traggono benefici colossali grazie a contratti capestro firmate con i governi corrottissimi: telefoni, acqua, elettricità, pedaggi autostradali, prodotti d’importazione, assicurazioni. Per cui cittadini a reddito procapite ben più basso di quello italiano, pagano i servizi di base ben più cari. Nel settore privato il lavoro vale poco essendo da sempre stato quasi schiavistico con gli indios, i neri, i meticci poverissimi. Ancora oggi lo è con le enormi periferie piene di immigrati che si danno per degli spiccioli. Invece il capitale è raro perchè i paesi sono poveri e perchè molto di quel che c’e’ parte verso l’estero. Quindi i benefici per il capitale sono molto alti; i tassi di reddività dell’impresa sono innimaginabili in Europa. Il lavoro non costa nulla.

Questo è quello che il turista italiano troverà in America Latina. Forse non coglierà tutti questi aspetti, ma non dimentichi che esistono. In Brasile la situazione è un pò diversa, la gente è più libera, indipendente ed in Cile più gentile. A Cuba, ma in generale nei Caraibi, è tutt’altra cosa.

Mercati mondiali

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Sao Paulo.

Il Viaggiatore Critico ha notato, come avranno fatto in molti, la profonda modificazione che hanno avuto molti dei mercati alimentari delle grande città. Quegli edifici, spesso di architettura elegante e leggera, fatti di ferro, ai tempi della Torre Eiffel; oppure di nervature di cemento, se più recenti. Posti sempre nelle zone centrali delle città dove il popolo andava a rifornirsi di verdura, frutte, grani e, quando possibile, carne e pesce.  Luoghi in antico pieni di confusione, spesso di sporcizia, di gente di bassa lega. Sembrava veramente di essere al mercato. Io li visito spesso, mi piacciono e mi piace vedere la verdura esposta: da un sacco di informazioni sulla città.

Poi sono arrivati gli urbanisti, gli architetti, gli assessori, gli imprenditori. Probabilmente il primo caso è stato Les Halles di Parigi, poi hanno seguito tutti gli altri.  Cosa sono diventati?

In quasi tutti i casi il popolo vociferante ne è stato estromesso, relegato ai discount di periferia. In certi casi, subdolamente, è stato lasciato un angolo “naturale”; una specie di riserva indiana dove lasciare un pò di banchi ed un pò di popolo a far colore.

Vi sono fortemente penetrati i venditori di cibo e paccotiglia varia da turisti. I banchi sembrano vecchi e tradizionali, ben sistemati, ben illuminati; ma vi si trovan cibi che non entrano in nessuna casa di gente del luogo. Prezzi sconsiderati o cibi fasulli; decorativi e non nutritivi; da turisti, appunto.  I mercati delle città turistiche dei paesi arabi sono diventati così. Mucchi enormi di variopinte spezie, sforzi scenografici imponenti per il turistame di bocca buona. In Marocco sono particolarmente abili.

In tutti i mercati vi è sempre stato qualche banco che faceva da mangiare: piatti semplici, popolari, veri. Qualche banco. Ora sono straordinariamente aumentati di numero. Ed anche di varietà. I vecchi menu si sono allungati, vi sono stati inseriti piatti prima impensabili in un mercato. Vi si mangiavano piatti economici, da gente di mercato, non certo care prelibatezze. Vedere servito il salmone selvaggio nel mercato del vecchio porto di Helsinki è un insulto alla storia di quel luogo. Così come a Beirut i vecchi souks sono stati distrutti dalla guaerra e ricostruiti dal capitalismo più sfacciato diventando negozi e ristoranti di gran lusso.

In alcuni casi è tutto il mercato ad esser diventato una sorta di ristorante, di food corner da centro commerciale. E’ l’indecoroso caso del secondo piano del Mercato di San Lorenzo a Firenze.  Più raffinato, ma altrettanto fasullo anche il mercato di Lisbona, dove rinomati chefs si sfidano dai lati dell’enorme salone pieno di gente. Piatti cari. Banchi di delikatessen di altissimo livello a Kiev, in mezzo alla povertà di una città ancora in molte difficoltà: un mercato che è passato da vendere le patate delle vecchine ad offrire i gamberetti freschi del Sud America. Indecente.

In altri luoghi, miracolosamente, un certo equilibrio si è mantenuto, come a Budapest. Il mercatone, in pieno centro, è ancora pieno di veri banchi con vera verdura ed i molti banchi di cibo pronto, pur destinati ai numerosi turisti, hanno mantenuto un’aria popolana, da mercato. Vi si mangia male, ma a poco prezzo e nel mezzo alla confusione. Lo stesso a Sao Paulo dove c’e’ un po’ di robaccia da turisti, ma anche molta vita vera di gente vera. In Vietnam, poi, il mercato tradizionale ed i suoi cibi, regnano sovrani; un gran piacere!

Due città molto vicine, due mercati del pesce con destini contrapposti: Santiago del Cile e Valparaiso. Il primo è diventato un insieme di ristoranti fighetti. Il secondo è popolarissimo, con tutti i prodotti veri e con un angolo di bettole. Ma a Santiago c’e’ il mercato generale, enorme, incasinatissimo e sporco dove ci sono le trattorie da mercato in piena regola. E di turisti, solo io.